Ecco i nuovi PADRONI DEL MONDO – Ma la situazione è assai più complessa: serve un GOVERNO MONDIALE per dar senso al futuro sostenibile dei PAESI EMERGENTI, dell’OCCIDENTE (che deve puntare sulla “qualità” dello sviluppo) e dei PAESI POVERI (da aiutare)

Nella foto HU JINTAO leader cinese: presidente della nazione, capo delle forze armate, e soprattutto segretario del partito comunista. Per la rivista americana FORBES è l’uomo che nel 2010 è stato il più potente del pianeta (superando Barack OBAMA). Alla fine di quest’anno però sarà sostituito dal suo delfino XI JINPING. “È la prima volta nella storia che un leader cinese raggiunge il vertice della potenza politica, lasciando alle sue spalle i decisori dell'Occidente. Il fatto che a prendere atto di tale cambio di peso sia la rivista americana Forbes, bibbia del costume capitalista, è essenziale. Stabilisce un passaggio di consegne. Personale, tra Hu Jintao e Barack Obama, scivolato al secondo posto. Ma soprattutto nazionale e globale, con la Cina motore dell'Oriente che rileva lo scettro detenuto per sessant'anni dagli Stati Uniti anima dell'Occidente. Guida assoluta Hu Jintao esercita un controllo dittatoriale su un quinto della popolazione mondiale, è alla guida del più grande esercito della Terra. È in grado di spostare fiumi, costruire e trasferire metropoli, mettere in carcere dissidenti, censurare Internet senza ingerenze burocratiche. Forbes muove un passo più in là. Per la prima volta segnala che «il potere può essere usato per il bene, ma pure per il male». I cinesi, che non confondono la figura del leader con le dimensioni della loro nazione, sanno che Hu Jintao non può comandare il mondo. Le ragioni sono quattro. La Cina è ormai il Paese che fa meno figli della terra e, a differenza dell'India, entro trent'anni sarà una nazione di vecchi privi di assistenza. A Pechino non comanda il presidente, ma il «Partito», autentica e unica onnipotenza. Hu cesserà il suo mandato tra poco più di un anno e assieme a lui sarà sostituito anche il potere dei suoi protetti. Il prossimo leader cinese, Xi Jinping, non appartiene alla sua squadra di «tecnocrati riformisti», ma a quella avversaria, formata dai «principi rossi conservatori». Al posto dei «giovani nati poveri» che volevano «modernizzare la nazione», allievi di Deng Xiaoping, andranno i «figli dei rivoluzionari maoisti» decisi a «ristrutturare la patria», secondo le indicazioni di Jiang Zemin. Il fatto che il capo della Cina non venga eletto dal popolo, e che Hu a metà ottobre sia stato rottamato dalla maggioranza del «Partito», che ha voltato le spalle anche al premier Wen Jiabao, significa che Forbes propone all'attenzione globale un leader già sul viale del tramonto e ormai sotto tutela. Una classifica più analitica, decisa a portare il fenomeno-Cina all'attenzione internazionale, avrebbe ignorato la funzione e privilegiato la sostanza, assegnando il primato dell'influenza mondiale al «Partito comunista cinese», o a Xi Jinping, l'uomo oggi realmente più temuto dai cinesi, nonché quello che determinerà la nostra sorte fino al 2022. È chiaro però che nel 2010 l' attenzione non si è rivolta a un individuo, alle soglie dei settant' anni, ma all'universo che egli simboleggia” (GIAMPAOLO VISETTI, da “la Repubblica” del 5/11/2010)

   Creare dei parametri per un benessere diffuso, rilanciando l’economia, e in che modo (ad esempio il superamento delle monocolture agricole); per una costituzione mondiale sui diritti delle persone uguale in ogni parte del pianeta (il Tribunale internazionale dell’Aja insegna); per la fine dei conflitti che si può avere solo con il superamento dei troppo esasperati nazionalismi e la spontanea creazione di Macro Regioni sub-continentali strategiche (di popoli che si riconoscono in un territorio geografico comune, da riuscire a condividere pacificamente). Inventare finalmente modi di sviluppo compatibili con “il bene ambiente” e le reali necessità delle persone.

   Superato il concetto che “l’Occidente è tutto”, e cioè che ogni forma di sviluppo doveva copiare il modello capitalistico-occidentale (vincente finora), ci si è accorti che i modi di sviluppo nella varie geo-aree strategiche del mondo (Brasile, India, Cina, la vecchia ma sempre ampiamente dominante America del Nord, l’Oceania e l’Europa che –nonostante tutto- è il posto dove si vive meglio, alcuni altri luoghi come parte dell’Africa e America Latina…), ebbene ci si è accorti che il modello occidentale non ha attecchito. Facciamo un esempio.

   Può capitare sempre più di non distinguere, nel modo di vestirsi, e negli oggetti in possesso (cellulare eccetera) un ragazzo occidentale da uno proveniente, come origine, da altre parti del mondo. Ma sempre più ci si sta accorgendo che differenziazioni (pensiamo positive perlopiù) ci sono eccome: nella tradizione religiosa, nei comportamenti famigliari, nel porsi nei confronti degli altri e del mondo… 

MANMOHAN-SINGH, Primo Ministro dell'India

   Insomma da più parti si viene a dire che il modello occidentale che, fino a qualche tempo fa (dopo la caduta del muro di Berlino) sembrava l’unico imprescindibile come modello sia economico che culturale, non ha attecchito: e tante parti del mondo perseguono lo sviluppo in forme del tutto anomale, diversificate, rispetto ai parametri (della democrazia, del modo di pensare, del credo religioso…). E, in ogni caso, noi occidentali non siamo più il “centro del mondo”. Perché se è pur vero che quel che ha offerto a molti popoli e paesi emergenti il sistema occidentale è quello che forse di più negativo aveva, e cioè il sistema edonistico-consumista, è anche vero che ogni persona, ogni persona, ogni “gruppo etnico”, ha bisogno di mantenere o darsi “un senso”, un significato nel suo essere al mondo (e questo forse, l’Occidente in crisi, non aveva niente da offrire).

   Nella complessità del mondo che cambia, che si assesta, che vede economie in crisi (gli articoli che qui vi proponiamo sono in particolare centrati sulle tendenze economiche del momento) si percepisce la necessità di una “sintesi necessaria” (pur a ciascuno vedendo inalterata libertà e multiculturalità), che solo un Governo Mondiale potrebbe tentare di risolvere. I vari G20 e altri (pur nobili) tentativi sembrano lasciare il tempo che trovano (da un incontro all’altro ognuno va per sè…). Sarebbe utile, a nostro avviso, impegnare le istituzioni internazionali che ora vi sono, a dare risalto globale ai popoli che al mondo ci sono (e non solo le nazioni); e capire quali possano essere le strategie di pacifica convivenza (e sviluppo e benessere) studiando i contesti delle varie aree geostrategiche del mondo e quale tipo di economia (a partire dall’agricoltura, dal dar da mangiare a tutti…) possano essere più adatte.

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IL CENTRO DEL MONDO? LO TROVATE IN PERIFERIA

di Martin Wolf, da “il sole 24ore” del 5/1/2010

Redditi convergenti e crescita divergente: ecco la storia economica dei nostri tempi. Stiamo assistendo all’inversione del fenomeno verificatosi durante il XIX secolo e all’inizio del XX. Allora, le popolazioni dell’Europa Occidentale e le loro ex colonie di maggior successo acquisirono un enorme vantaggio economico sul resto dell’umanità. Oggi questo vantaggio si sta capovolgendo più velocemente di quanto si fosse creato. È un fenomeno inevitabile e desiderabile. Ma nello stesso tempo crea grandi sfide globali.

   In un’autorevole opera Kenneth Pomeranz, dell’Università della California di Irvine, parla della «grande divergenza» tra la Cina e l’Occidente. L’autore colloca l’instaurarsi di questo divario tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. La questione è controversa: il compianto Angus Maddison, decano della ricerca statistica, sosteneva che nel 1820 la produzione pro capite del Regno Unito era già il triplo, e quella statunitense il doppio, rispetto a quella cinese. In ogni caso la successiva e molto maggiore divergenza è incontestabile. A metà del XX secolo, i redditi reali pro capite (misurati a parità di potere d’acquisto) in Cina e India erano scesi rispettivamente al 5% e al 7% di quello degli Stati Uniti. Inoltre, fino al 1980 era cambiato poco.
Quelli che una volta erano stati i centri della tecnologia mondiale erano rimasti molto indietro. Ora la divergenza si sta capovolgendo. E questo è di gran lunga il fenomeno più importante del nostro mondo. In base ai dati di Maddison, tra il 1980 e il 2008 il rapporto tra il prodotto pro capite cinese e quella degli Stati Uniti è salito dal 6% al 22%, mentre prendendo in esame il prodotto pro capite indiano il rialzo è stato dal 5% al 10%. Secondo i dati del Total economy database pubblicato dal Conference Board, calcolati su basi leggermente diverse, tra la fine degli anni 70 e il 2009 il rapporto è cresciuto dal 3% al 19% per la Cina e dal 3% al 7% per l’India. Le percentuali sono incerte, ma la direzione del cambiamento non lo è affatto.
Una rapida convergenza verso la produttività delle economie occidentali avanzate si era già verificata nel periodo seguente la seconda guerra mondiale. Il Giappone aveva fatto da apripista, seguito dalla Corea del Sud e dalle altre piccole tigri asiatiche: Hong Kong, Singapore e Taiwan.

   Nel Giappone il processo di industrializzazione era già iniziato nel XIX secolo, con notevole successo.  Dopo la sua sconfitta nella seconda guerra mondiale, il Giappone è ripartito da circa un quinto del prodotto pro capite Usa, più o meno il livello a cui oggi si trova la Cina, per raggiungere il 70% all’inizio degli anni 70. Ha toccato un picco di quasi il 90% del livello americano nel 1990, quando è scoppiata la sua “economia delle bolle”, prima di declinare nuovamente. La Corea del Sud è partita dal 10% del livello statunitense a metà degli anni 60 per raggiungere quasi il 50% nel 1997, giusto prima della crisi asiatica, e il 64% nel 2009.
Quello che rende senza precedenti la situazione attuale non è la convergenza in sè ma la sua scala.  Supponiamo che la Cina segua quello che è stato il percorso del Giappone durante gli anni 50 e 60. Davanti a sè avrebbe ancora vent’anni di crescita vertiginosa, che la porterebbe a toccare circa il 70% del prodotto pro capite Usa nel 2030. A quel punto, la sua economia raggiungerebbe una grandezza poco meno che tripla rispetto a quella degli Stati Uniti, a parità di potere d’acquisto, e maggiore di quella di Usa ed Europa occidentale insieme. L’India è più indietro. Ai recenti tassi di crescita, l’economia indiana si collocherebbe circa all’80% di quella statunitense nel 2030, ma con un prodotto interno lordo pro capite ancora meno di un quinto di quello americano.
Oggi la Cina si trova nella stessa posizione che occupava il Giappone nel 1950, rispetto ai livelli degli Stati Uniti dell’epoca. Ma il suo prodotto pro capite è molto più alto in termini assoluti, dato che lo stesso livello statunitense si è triplicato. Oggi il Pil reale cinese si situa approssimativamente al livello di quello giapponese della metà degli anni 60 e di quello sudcoreano della metà degli anni 80. La posizione dell’India è quella in cui si trovavano il Giappone all’inizio degli anni 50 e la Corea del Sud all’inizio degli anni 70.
In breve, la divergenza degli attuali tassi di crescita tra le economie emergenti di successo e le economie ad alto reddito riflette la velocità della convergenza dei loro redditi. La divergenza della crescita è impressionante. In un importante discorso tenuto a novembre, Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, ha osservato che nel secondo trimestre del 2010 il prodotto aggregato reale delle economie emergenti è stato più alto del 41% rispetto a quello di inizio 2005. È cresciuto del 70% in Cina e di circa il 55% in India, mentre nelle economie avanzate è aumentato solo del 5%. Per i paesi emergenti la “grande recessione” è stata una bazzecola. Per i paesi ricchi, una calamità.
La grande convergenza è un fenomeno che cambierà il mondo. Oggi in Occidente, che nella nostra definizione comprende l’Europa occidentale e le sue “propaggini coloniali” (Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda), vive l’11% della popolazione mondiale. Ma in Cina e in India ne vive il 37%. L’attuale posizione del primo gruppo di paesi non è destinata a durare. È un prodotto della grande divergenza. Finirà con la grande convergenza.
Questo scenario presuppone che il fenomeno della convergenza continui, anche se non necessariamente alla velocità recente. La migliore risposta agli scettici è: perché no? Potenti forze tecnologiche e di mercato stanno diffondendo il capitale della conoscenza a livello mondiale. Non vi è alcun dubbio che i cittadini cinesi e indiani sapranno metterlo a frutto. Sono altrettanto intraprendenti e motivati di quelli occidentali. Anzi, essendo più poveri, sicuramente lo sono molto di più.
Fino a poco tempo fa gli ostacoli di natura politica, sociale e strategica erano decisivi. Per diversi decenni non è stato così. Perché dovrebbero diventarlo di nuovo? Certo, saranno necessarie molte riforme affinché la crescita continui, ma probabilmente la crescita stessa porterà a cambiamenti sociali e politici nelle direzioni richieste. Certo, né la Cina né l’India riusciranno a superare il prodotto pro capite statunitense: non c’è riuscito neanche il Giappone. Ma oggi sono molto lontane. Perché non dovrebbero riuscire a raggiungere, mettiamo, la metà della produttività degli Usa? È il livello del Portogallo. La Cina può raggiungere il Portogallo? Senza dubbio.
Naturalmente può sempre verificarsi una catastrofe. Ma colpisce il fatto che persino le guerre mondiali e le depressioni economiche siano riuscite solo a interrompere la crescita dei primi paesi industriali. Se escludiamo una guerra nucleare, sembra improbabile che qualcosa possa fermare l’ascesa dei grandi paesi emergenti, anche se potrebbe benissimo ritardarla. La Cina e l’India sono abbastanza grandi per ricavare la crescita dai mercati interni, se dovesse instaurarsi il protezionismo. Anzi sono abbastanza grandi per stimolare la crescita anche in altri paesi emergenti.
   Negli ultimi secoli, l’Europa prima e l’America poi, da terre periferiche si sono trasformate nel centro dell’economia mondiale. Oggi, le economie che erano diventate a loro volta periferia, stanno riprendendo un ruolo centrale. E ciò cambierà il mondo intero.
Martin Wolf  (Traduzione di Elisa Comito)
bibliografia citata: Kenneth Pomeranz: La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna (Collezione di testi e di studi), Il Mulino, 2004

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L`ANNO APPENA INIZIATO – L`Europa a due velocità, l`enigma Russia, le prospettive dell`India, il pericolo islamico

CRISI USA E BOOM CINA, LE SFIDE DEI GRANDI LEADER

di Riccardo De Paolo e Flavio Pompetti, da “Il Messaggero” del 31/12/2010

   Un`America obamiana in crisi profonda, con un Congresso passato dalla parte avversa; un`Europa a due velocità, con la “locomotiva” Merkel seguita a passo lento dagli altri Stati dell`Unione; una Cina in crescita esponenziale, con un leader prossimo alla scandenza (Hu Jintao) e uno in divenire (Xi Jinping), le cui intenzioni sono assolutamente sconosciute; c`è poi il rebus di un “orso russo” retto dall`inossidabile tandemocrazía rappresentata da Medvedev e Putin. Sono questi gli “ingredienti” di un 2011 che si presenta cruciale peri leader mondiali, alle prese con i nodi di una ripresa ancora timida, e una miriade di problemi ancora irrisolti.

   La grande novità dell`anno per Obama in politica interna è l`insediamento al Campidoglio dei deputati e senatori eletti nel Tea Party, la destra dei repubblicani. Il presidente dovrà fare i conti con una Camera ostile e un Senato in stallo che gli chiederanno tagli di spesa e di programmi sociali.

   Come reagirà Obama? Coi ogni probabilità girerà al largo del Congresso: più viaggi all`estero, più contatti con la popolazione americana (anche in chiave preelettorale per le prossime presidenziali del 2012). E poi maggiore uso dei poteri esecutivi, e del veto come ultima arma contro leggi ostili. In campo internazionale occhi puntati sulla data di luglio, inizio del disimpegno in Afghanistan. Sarà davvero l`avvio della ritirata militare, o piuttosto di una nuova fase di valutazioni e di studio?

   L`altra America, quella meridionale, aspetta invece di verificare le capacità del nuovo leader brasiliano Dilma Rousseff, la ex guerrigliera marxista che lo stesso presidente uscente Lula ha scelto come successore, con l`avvallo del voto popolare. Dilma ha promesso di continuare l`opera del suo maestro, e quindi sradicare la povertà dal Paese, dopo che 30 milioni di brasiliani sono già stati riscattati negli ultimi otto anni. Ma alla comunità finanziaria ha anche promesso di ridurre la spesa pubblica, a costo di guadagnarsi l`immediato rimbrotto di Lula. Sul piano interno, la signora Rousseff dovrà governare la prevedibile crescita dell`economia, liberandola dagli orpelli burocratici che la rallentano. Su quello internazionale, prioritario è risanare la ferita aperta da Lula sul fronte statunitense, per via di una politica ambigua nei confronti dell`Iran. 

   Bisognerà aspettare la fine del 2011 per avere invece la conferma di un altro passaggio di consegne che tutti danno per scontato: quello tra Hu Jintao e il delfino Xi Jinping, per la guida di 1,3 miliardi di cittadini cinesi. Recenti promozioni tra i ranghi militari fanno pensare che sarà lui a ereditare i tre titoli che definiscono la leadership nazionale: presidente della nazione, capo delle forze armate, e soprattutto segretario del partito comunista.

   Xi viene descritto come una persona accomodante e aperta, ma la sua linea di azione sembra ancora una volta destinata ad essere disegnata dal partito, in particolare dalle ultime disposizioni esecutive del dodicesimo piano quinquennale che saranno annunciate il prossimo marzo. La Cina teme che una crescita tumultuosa basata solo sulla capacità produttiva, senza innovazione e primato della ricerca, la renda vulnerabile a future crisi. Hu ha promesso dure misure di bilanciamento sociale, impopolari e osteggiate dall`establishment.

   Più difficili da leggere le prospettive dell`altro gigante asiatico, l`India. Il partito del Congresso si appresta a consegnare al figlio di Sonia Gandhi, Rahul, il posto di candidato premier. Ma le sue possibilità dì successo, come ìl suo stesso livello di carisma, appaiono ancora incerte. Mentre il pericolo islamico (e l`integralismo religioso) potrebbero dare maggiore consensi al partito degli indù.

   In Europa le prospettive sono molto diverse, e molto differenziate. Angela Merkel guida una Germania che vanta la migliore crescita a livello europeo, ma la sua popolarità (in attesa di elezioni per ora ancora lontane) viene erosa a ritmo ormai quotidiano dal suo ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, carismatico, nobile e dotato di moglie vistosa, che fa man bassa di titoli sui giornali.

   In Francia il Sarkò nazionale perde colpi, l`economia non decolla, e si fa strada nella sinistra l`ipotesi di Dominique Strauss-Khan, attuale capo dei Fondo monetario, come prossimo candidato dei socialisti all`Eliseo. In Spagna Zapatero è ormai sull`orlo del baratro, e la sua intenzione di non ricandidarsi (mai espressa finora), viene data per scontata.

   In Gran Bretagna, il duo Cameron-Clegg, nato dall`innaturale alleanza di conservatori e liberal-democratici, perde colpi. Le misure di austerità draconiane annunciate da Downing Street stanno consegnando sempre maggiori consensi al nuovo labour guidato da Ed, il più giovane dei fratelli Miliband.

   A Mosca i giochi sono diversi. Il gigante russo conta ancora su una inossidabile “tandemocrazia“, che ha consegnato al Cremlino un Medvedev “pupillo” del suo stesso primo ministro, Vladimir Putin; quest`ultimo ha sempre fatto gran mistero sulla sua volontà, o meno, di ricandidarsi alla presidenza, nel 2012. Ma sono in molti a considerare pressoché certo un suo ritorno in sella.

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LA CORSA DELLE MATERIE PRIME INNESCATA DA CINA, INDIA E BRASILE

di Maurizio Ricci da “la Repubblica” del 6/1/2011

– Così Europa e Stati Uniti “importano” inflazione e allontanano la ripresa dell’economia. I rincari di petrolio, cotone, gomma e zucchero si scaricheranno su tutti i beni –
   E’ L’ONDA di ritorno della globalizzazione. Nel momento in cui le economie dell’Occidente segnano il passo, mentre Cina, India, Brasile viaggiano a ritmo accelerato. Sono così i paesi emergenti a dettare il ritmo dell’economia mondiale e a determinare i prezzi internazionali. Con il risultato di una spinta generalizzata ai rincari, del tutto fuori fase, rispetto al cattivo stato di salute delle economie dei paesi ricchi, che rischiano, così, di dover sopportare il doppio peso di uno sviluppo asfittico e di un’inflazione che si accumula.

   Il ventaglio delle materie prime – dal cotone, allo zucchero, alla gomma – si muove verso l’alto da mesi, ma, ora che a impennarsi è il petrolio – la regina delle materie prime perché è quella che impatta più direttamente l’economia – l’allarme squilla. Il greggio è vicino ai 90 dollari al barile agli Usa, ma sfiora i 95 in Europa, oltre 15 dollari in più di un anno fa. È pericolosamente vicina quota 100, che in molti individuano come la soglia psicologica, oltre la quale si innesterebbe il circolo vizioso della speculazione finanziaria, oggi, grazie alla abbondante liquidità messa a disposizione dalle banche centrali, particolarmente ricca di munizioni. Come nel 2008, quando spinse il barile a quota 140.
   La Iea, l’Agenzia per l’energia dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi ricchi, avverte che questa nuova corsa del petrolio sta già avendo effetti pesanti sulle economie più sviluppate. La bolletta petrolifera che i 34 paesi dell’Ocse pagano ai paesi esportatori è cresciuta nel 2010 di 200 miliardi di dollari, arrivando a sfiorare gli 800 miliardi: per importare greggio, nel 2010, i paesi ricchi hanno speso un terzo in più del 2009.

   Di fatto, hanno sacrificato agli sceicchi, secondo la Iea, mezzo punto di prodotto interno lordo, in un momento in cui il Pil fatica a crescere. Se la corsa continua, si riapre il baratro della recessione. “Le bollette di importazione petrolifera stanno diventando una minaccia alla ripresa economica” avverte il capo economista della Iea, Fatih Birol. È il messaggio recapitato all’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, che, nelle scorse settimane, ha respinto gli appelli ad un aumento della produzione.
   Se l’incognita petrolio getta un’ombra lunga sull’economia dei prossimi anni, tuttavia, nell’immediato la corsa del greggio è solo la più grossa nuvola all’orizzonte. Quasi tutte le materie prime sono in ascesa. A cominciare dal cibo. Una nuova crisi alimentare, come quella del 2007-2008, non è nelle previsioni, perché i magazzini sono relativamente pieni. Ma gli effetti sui prezzi sono già evidenti. L’indice dei prezzi alimentari della Fao è salito in un solo mese, fra novembre e dicembre, del 4,2 per cento. Di fatto, è ad una quota anche più alta del 2008, spinto dai rincari di frumento, zucchero e carne. E non è solo questione di cibo.  Anche il cotone, ad esempio, è a prezzi record.
   Quello che sta succedendo sui mercati mondiali disegna, dunque, un 2011 duro e difficile per i consumatori, soprattutto dell’Occidente. In una fase di disoccupazione alta e redditi stagnanti, arriverà una raffica di rincari. Costerà di più la benzina alla pompa, ma anche il gas nella caldaia di riscaldamento (il suo prezzo, in Europa, è indicizzato al petrolio). La spesa quotidiana diventerà più difficile. I grandi distributori stanno già avvertendo i negozianti: quasi tutto – dall’hamburger alle merendine ai jeans – costerà di più. E questo complicherà non solo i bilanci familiari, ma anche quelli statali.
   Una raffica di rincari significa, infatti, una ripresa dell’inflazione. A dicembre, nell’area euro, i prezzi sono saliti del 2,2 per cento, rispetto ad un anno prima. Molto più delle attese, ma, soprattutto, oltre quella soglia del 2 per cento che la Banca centrale europea vorrebbe mantenere. Di fatto, in una situazione diversa, la Bce avrebbe già alzato i tassi di interesse, per contenere i prezzi. Non lo ha ancora fatto per non strangolare la ripresa (assai debole fuori dalla Germania), ma, probabilmente ancora di più, perché un aumento dei tassi di interesse renderebbe ancora più difficile e costoso finanziare il debito pubblico dei paesi deboli dell’eurozona, dalla Grecia alla Spagna, dal Belgio all’Italia.

   Tuttavia, se l’inflazione non si fermerà, i tedeschi chiederanno con forza alla Bce un aumento dei tassi. Nel 2011, insomma, non rischiamo solo di perdere la camicia nuova: l’Europa è sull’orlo di un’altra crisi finanziaria e politica. (Maurizio Ricci)

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Contro la crisi unità politica

QUESTA E’ L’ORA DI TORNARE A CREDERE NELL’EUROPA

di Romano Prodi, da “IL MESSAGGERO” del 31/12/2010

   Non si può certo dire che l`economia mondiale sia andata male nell`anno che volge al termine. Il tasso di crescita globale ha quasi raggiunto il cinque per cento: uno dei livelli più alti della storia economica. Questo dato è però il risultato di due andamenti del tutto discordanti fra di loro. Le economie emergenti sono cresciute alla fantastica velocità del 7,4%, mentre le economie dei Paesi sviluppati hanno progredito del 2,6%, un progresso certamente deludente per un sistema economico che intendeva uscire da una lunga e pesante crisi.

   Il buon andamento delle economie emergenti è una bella notizia perché non riguarda solo l`Asia ma si estende all`America Latina e, finalmente, tocca persino l`Africa, anche se saranno necessari decenni di continua crescita perché il continente dimenticato possa offrire ai suoi abitanti condizioni di vita mediamente decenti.

   Quest`andamento a doppio binario continuerà anche nel prossimo anno. I tre quarti della crescita reale avranno origine dalle economie emergenti (metà solo da Cina e India) e un quarto dai Paesi a più elevato livello di reddito. Il mondo si è ormai rovesciato e, con ogni probabilità, questo fenomeno tenderà ad accelerarsi in futuro col rafforzarsi del peso dei nuovi protagonisti dello scacchiere mondiale. Anche se la dimensione dell`economia cinese è ancora assai inferiore a quella degli Stati Uniti, il suo contributo alla crescita sarà nel prossimo anno tre volte più grande di quello americano, mentre la spinta dell`India sarà più forte di quella dell`Europa e del Giappone messi assieme.

   Naturalmente questi nuovi giganti hanno di fronte a loro enormi problemi perché non potranno continuare a fondare il proprio sviluppo sugli investimenti (in Cina non lontani dal 50% del Pnl) e saranno obbligati ad aumentare i consumi anche tramite una progressiva crescita dei salari e delle prestazioni di carattere sociale.

   Venendo più vicini a noi, lo sviluppo dell`economia europea rimarrà nel prossimo anno inferiore al 2% e il livello della disoccupazione si manterrà ancora vicino al 10%, un dato che apre ben poche prospettive alla generazione che si affaccia al mercato del lavoro. Anche nell`economia europea la media è tuttavia la somma di dati fra di loro contrastanti: la Germania continuerà a marciare al ritmo del 3%, mentre l`Italia, mantenendosi intorno all`1%, rimarrà nello scalino più basso. In continuazione di quanto è avvenuto quest`anno, ci attendiamo che la parte più dinamica della nostra economia sia ancora costituita dalle esportazioni, mentre rimarranno deboli i consumi pubblici e privati, a causa dell`elevato livello di disoccupazione e della necessità di limitare il deficit del tesoro attraverso lo stretto controllo della spesa pubblica.

   Alla fine del prossimo anno la dimensione della nostra economia rimarrà quindi ancora notevolmente inferiore rispetto ai livelli raggiunti prima della crisi economica e ci vorranno parecchi anni per ritornare al punto di partenza. Queste sono le previsioni che si possono scrivere oggi. La realtà potrà tuttavia essere mutata nel bene e nel male dalle decisioni politiche che saranno prese nel corso dell`anno.

   Nell`area dell`Euro i punti interrogativi sono ancora tanti. Da un lato, dopo infiniti colpevoli ritardi, sono stati finalmente messi a punto strumenti più efficaci per fare fronte alla crisi dei Paesi più fragili. Dall`altro lato il calendario politico tedesco è caratterizzato da una serie quasi ininterrotta di elezioni regionali e noi sappiamo per esperienza quanto la Cancelleria germanica sia spinta da questi eventi a frenare il progresso della politica comune.

   Inoltre per i prossimi tre anni le presidenze di turno dell`Unione Europea saranno nelle mani di Paesi minori, a partire da una presidenza ungherese che assume questo ruolo dopo una serie di decisioni alquanto bizzarre e certamente discutibili sia nel campo dell`economia che della trasparenza e della libertà dei media. Questa serie di presidenze “minori” potrebbe indebolire ulteriormente la politica europea o potrebbe, all`opposto, lasciare spazio ad un rafforzamento delle istituzioni comuni decise dal trattato di Lisbona, tedeschi permettendo.

   Dipenderà quindi ancora una volta dal grado di coesione delle politiche europee se il nostro continente continuerà ad essere il fanalino di coda dello sviluppo mondiale o se ci metteremo almeno in linea con gli Stati Uniti che, pur essendo all`origine della crisi, ne stanno uscendo un po` meglio di noi. L`unica cosa certa è che i ritmi di sviluppo dei Paesi emergenti appaiono in ogni caso irraggiungibili. Si è aperto davvero un nuovo capitolo della storia dell`umanità e non è detto che sia peggiore di quello precedente, almeno se ci obbligherà a riflettere non solo sulla quantità ma anche sulla qualità del nostro sviluppo. (Romano Prodi)

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LA GLOBALIZZAZIONE? UNA META LONTANA

di Joseph Stiglitz, da “il sole 24 ore” del 5/1/2010

   Il 2011 sarà un anno molto difficile per la globalizzazione. Il 2008 ha dimostrato che la nostra epoca globale è in grado di garantire una crescita più rapida, ma anche complicazioni più rapide. Nel 2009 abbiamo visto quali benefici può apportare una reazione globale, ma nel 2010 sono ritornate le divergenze. La crescita in Asia è ripresa, ma i paesi avanzati si sono avviati verso un’alta disoccupazione. Nel 2011 assisteremo a ulteriori disparità. Il periodo delle macropolitiche concertate e coordinate, finalizzate alla ripresa, è un pallido ricordo.

    C’è di peggio: il quantitave easing americano è ormai considerato alla stregua di una versione aggiornata delle politiche che contraddistinsero la Grande depressione. Il mondo sta aprendo gli occhi e sta comprendendo in che modo i tassi di cambio possono essere utilizzati per autopromuoversi a spese altrui, scoraggiando le importazioni e aumentando le esportazioni. L’America dichiara che le sue politiche monetarie promuovono gli investimenti abbassando i tassi di interesse, non i tassi di cambio, mentre i paesi emergenti affermano che i loro interventi mirano a costituire e ingrossare le riserve, non a proteggersi nei confronti dei variabili mercati dei capitali.
   Le politiche ispirate al principio del “chiedere la carità al proprio vicino” non funzionarono negli anni Trenta perché i paesi risposero con la stessa moneta. Oggi accadrà la stessa cosa. Anzi, i mercati emergenti stanno già rispondendo a fondi indesiderati con controlli sui capitali, tasse sui capital gain, interventi sul tasso di cambio e tassi d’interesse più bassi. Qual è il risultato? Una maggiore incertezza nei mercati finanziari, una maggiore frammentazione dei mercati dei capitali e una significativa inversione della globalizzazione.
   Gli entusiastici sostenitori della globalizzazione andranno di conseguenza incontro a tempi sempre più difficili, in quanto il boom in Asia è considerato un fenomeno a spese di posti di lavoro altrove. I leader politici potranno anche esercitare di conseguenza rinnovate pressioni per altri accordi commerciali, ma i critici non potranno esimersi dal far notare che di solito a questi accordi si associa anche una liberalizzazione dei mercati finanziari e dei capitali, ovvero proprio quel genere di sistema che più di altri ha contribuito all’instaurarsi della crisi e alla sua rapida diffusione. Gli americani e gli europei che rischiano di perdere il posto di lavoro per queste ragioni saranno tra coloro che protesteranno più a gran voce.

   Quando si sogna si può anche immaginare un anno migliore – un anno nel quale si sia iniziato a lavorare a una riserva globale di valute, a fare progressi in merito alle normative finanziarie globali, a far sì che il gruppo dei venti paesi leader nel mondo cominci a trasformarsi in un nuovo efficace gruppo di coordinazione economica globale in grado di unire e coinvolgere da vicino molte delle altre 172 economie del pianeta.

   La speranza di compiere progressi per un nuovo round di accordi per lo sviluppo e i commerci c’è, mentre l’Europa potrebbe varare quelle riforme istituzionali necessarie a garantire la sopravvivenza dell’euro, rendendo possibile una parvenza di stabilità per i mercati finanziari globali.
   Qualcosa di tutto questo potrebbe anche verificarsi, sebbene non ci scommetterei. In ogni caso, dovremmo adoperarci oltre ogni dire per far sì che molti di questi sogni si avverino in un futuro non troppo lontano. – JOSEPH STIGLITZ (Traduzione di Anna Bissanti)

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PIU’ SALARI, CONSUMI E LIBERTA’ IN CINA. PER RIMEDIARE AGLI SQUILIBRI COMMERCIALI NEL MONDO

di Alberto Alesina e Luigi Zingales, da “il sole 24ore” del 9/12/2010

   Il successo economico della Cina non deve farci dimenticare la natura oppressiva del suo regime. A parte le motivazioni etiche e umanitarie, ce n’è una di ordine economico: la mancanza di libertà in Cina è la principale causa degli squilibri commerciali esistenti oggi nel mondo. La colpa di questi squilibri è generalmente attribuita al surplus commerciale cinese, additato anche come una delle fonti delle pressioni deflazionistiche su scala globale. L’opinione prevalente però è che questo surplus sia l’inevitabile conseguenza di una moneta cinese fortemente sottovalutata.

Mantenendo artificialmente basso il valore dello yuan – così si sostiene – i cinesi di fatto stanno immettendo sui mercati occidentali prodotti a prezzi con cui i produttori occidentali fanno fatica a competere. Sempre secondo tale tesi, il governo cinese avrebbe l’obbligo di non manipolare la propria valuta e di consentire che si rafforzi, eliminando il surplus commerciale. Ma il vantaggio competitivo dei prodotti esportati dai cinesi supera di molto la differenza che uno yuan più forte potrebbe riequilibrare (ragionevolmente un 20 – 30%). In tale stato di cose, una rivalutazione della valuta potrebbe significare che gli occidentali pagherebbero di più per le importazioni dalla Cina, senza al contempo aumentare di molto il valore delle loro esportazioni in Cina.

Se la colpa principale non è del cambio sottovalutato, per quale motivo la Cina esporta molto più di ciò che importa? La risposta si deriva da una semplice identità contabile. Per ogni paese, l’avanzo commerciale è uguale alla differenza tra il reddito prodotto e la somma degli investimenti e dei consumi interni. Quando un paese consuma e investe più di quello che produce ha un deficit commerciale. Viceversa, quando produce più di quello che consuma e investe ha un avanzo. Nel caso della Cina – paese che cresce del 9% l’anno e investe il 43% del proprio Pil – è davvero arduo sostenere che investa troppo poco. È molto più facile sostenere invece che risparmi troppo: il 54% del Pil contro una media del 33% tra i paesi in via di sviluppo e del 17% tra quelli dell’Ocse.

Come possiamo giudicare eccessivi i risparmi cinesi?

In un paese libero, la scelta tra consumo e risparmio è il frutto di decisioni individuali, che rispecchiano le preferenze della sua popolazione. Sarebbe dunque paternalistico da parte nostra sostenere che i loro risparmi sono eccessivi.
Ma questo è proprio il punto: la Cina non è un paese libero e le decisioni economiche dei cinesi non sono guidate da forze di mercato, ma sono influenzate da decisioni politiche di un governo non democratico che ha deciso che l’accumulo di crediti nei confronti del resto del mondo è più importante dello standard di vita dell’attuale generazione.

I risparmi in eccesso non riflettono solo la volontà del popolo cinese, e in parte non provengono dai risparmi delle famiglie, bensì dalle società, specialmente le grandi aziende di proprietà statale. Queste imprese producono forti profitti perché i salari sono mantenuti artificialmente bassi, evitando la costituzione di sindacati e limitando il flusso delle informazioni. Non soltanto tutto ciò fornisce un iniquo vantaggio ai produttori cinesi, ma in più preclude ai lavoratori cinesi di avere le risorse necessarie ad acquistare beni di importazione.

Una redistribuzione dei redditi arrecherebbe benefici in egual misura alla popolazione cinese e al mondo intero, visto che la disparità di reddito è tra le più alte del mondo in via di sviluppo. Inoltre, un sistema più generoso di assistenza sociale – oggi pressoché inesistente – per le famiglie cinesi le indurrebbe a risparmiare meno per le emergenze.
Il governo degli Stati Uniti dovrebbe smetterla di criticare la Cina per la politica monetaria, mentre la Federal Reserve è impegnata in massicci interventi espansivi per deprezzare il dollaro. Si tratta di un comportamento ipocrita, che offre oltretutto ai cinesi modo di reagire assai facilmente. Al contrario, gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero spingere il governo cinese nella direzione della libertà.
Accusare la Cina comunista di sfruttare i lavoratori ha del paradossale. Ma proprio per questo spiazza la Cina da qualsiasi argomento di difesa. Non è solo un obbligo morale, è anche una necessità economica per la stabilità mondiale.

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NEW DELHI E PECHINO, E’ IL PATTO DEI GIGANTI

di Marco Berti, da “il Messaggero” del 17/12/2010

– INDIA/CINA – La storica visita di Wen Jiabao e i progetti che potrebbero stravolgere gli scenari del dopo-Guerra Fredda –

   C`è un nuovo telefono rosso nello scenario mondiale, oltre a quello, ormai decrepito, che collega la Casa Bianca al Cremlino. E` la linea che da qualche giorno unisce i governi di Pechino e New Delhi, non solamente per le chiamate d`emergenza, ma per portare avanti un grande progetto, per ora solo economico e in un futuro forse non tanto lontano anche politico, che scompiglierà l`attuale ordine mondiale disegnando assetti che stravolgeranno le egemonie scaturite dalla fine della Guerra Fredda.

   Consapevoli di essere le due più grandi potenze emergenti, Cina e India hanno raggiunto un accordo strategico su una serie di settori che vanno dal commercio, al disarmo, dalle risorse idriche all`assistenza all`Afghanistan, dalle tecnologie verdi allo scambio di giornalisti, fino alla collaborazione delle banche centrali, con l`intesa di consultazioni regolari e incontri al vertice.

   Tutto questo è stato ufficializzato ieri a New Delhi, dove il premier cinese Wen Jiabao ha incontrato il primo ministro indiano Manmohan Singh. Al seguito di Wen Jiabao c`erano 400 uomini d`affari cinesi con la penna in mano pronti a firmare contratti immediati per ben 16 miliardi di dollari.

   Tra i due Paesi restano aperte alcune dispute politico-territoriali per ora irrisolte, ma questo non ha loro impedito di fissare un obiettivo di interscambio portandolo a 100 miliardi di dollari entro il 2015 (oggi è di 60 miliardi), aumentando gli investimenti reciproci e favorendo l`accesso al credito delle aziende cinesi e indiane.

   Con ogni probabilità l`India diventerà il primo partner commerciale della Cina, gettandosi alle spalle l`Unione europea. Nella nota congiunta diffusa al termine dell`incontro, i due governi sottolineano come le loro relazioni siano andate oltre l`ambito bilaterale e abbiano acquisito «una importanza strategica globale».

   Secondo uno studio della Deutsche Bank, entro il 2020 Cina e India saranno rispettivamente la seconda e la terza economia mondiale, dopo gli Stati Uniti che oggi occupano una posizione egemonica. Basti pensare che i due giganti asiatici oggi rappresentano 2 miliardi e mezzo di persone, il 40 per cento della popolazione del globo, e che insieme producono quasi il 10 per cento del Pil mondiale per rendersi conto di quale possa essere il potenziale sviluppo dell`asse Pechino-New Delhi.

   Nella nota congiunta i due spiegano che “le parti hanno convenuto di introdurre misure per promuovere maggiori esportazioni indiane verso la Cina in modo da ridurre il deficit commerciale dell’India” e che “si impegnano l’Afghanistan e diventare una nazione pacifica, stabile e prospera”. Non basta, la Cina inoltre “comprende e appoggia l’aspirazione dell’India di svolgere un ruolo maggiore nelle Nazioni Unite, incluso il Consiglio di Sicurezza”.

   Restano in piedi gli attriti e le divergenze su cui ieri i due colossi hanno diplomaticamente sorvolato limitandosi a generiche affermazioni di principio. Eppure non sono cosa da poco.

   In primo luogo i problemi territoriali lungo i 3.500 chilometri di confine comune: la Cina rivendica infatti il territorio di due stati indiani, l`Arunachal Pradesh e il Sikkim, già teatro di una breve guerra nel 1962 vinta da Pechino, senza però che vi fossero sostanziali modifiche nei confini.

   Né la Cina ha mai digerito il fatto che l`India abbia concesso asilo al Dalai Lama dopo la fallita rivolta in Tibet. I due inoltre sono in corsa per acquisire materie prime in Asia, Africa e America latina, ed è una corsa che vede in testa, con parecchie lunghezze di vantaggio, la Cina.

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Partenariati, Un`area in rapido movimento in cerca di alleanze

UN NUOVO BRIC STA EMERGENDO A SUD D’EUROPA

di Alfredo Sessa, da “il sole 24ore” del 6/10/2010

– Inurbamento, infrastrutture, ambiente creano opportunità anche per l`Italia –

   L’Africa vista attraverso le grandi città che vanno verso il raddoppio degli abitanti e chiedono investimenti in strade, centrali elettriche, acquedotti, telecomunicazioni. Tante storie inedite, in movimento, all`origine di una possibile cooperazione tra regioni e imprese dell`Europa e del Continente nero.

   Giunto alla sua quarta edizione, l`Africa Forum promosso da Fondazione Banco di Sicilia in collaborazione con The European House-Ambrosetti conferma e affina il suo metodo di lavoro, che consiste nell`andare oltre l`Africa degli stereotipi.

   Un modo di concepire il continente africano, quello delle analisi aprioristiche, che ha portato finora a forti ritardi nel promuovere strategie che coinvolgano congiuntamente attori europei e africani, a tutto vantaggio dei concorrenti di grandi paesi emergenti come Cina, India, Brasile. L`opportunità Africa è stata finora colta più dalle regioni del centro e nord Europa, che dall`Italia, il fulcro del Mediterraneo.

   Per questo si punta a creare nuovi partenariati facendo incontrare il 7 e 8 ottobre a Taormina i rappresentanti di 20 paesi. A spiegare la nuova Africa, ad alimentare il dibattito sui temi della crescita economica e socio-culturale interverranno economisti, scienziati, politici e imprenditori provenienti da tutto il mondo.

Braccio di ferro con la crisi

La recessione mondiale ha rallentato un periodo di forte crescita in Africa. Secondo l`Fmi, l`economia del Continente nero è stata protagonista tra il 2000 e il 2010 di tassi di crescita più elevati di quelli di India e Brasile. Ma la crisi, per quanto grave, non potrà invertire una tendenza che si è profilata netta all`orizzonte. L`Africa sarà il nuovo Bric, e affiancherà il gruppo di paesi emergenti formato da Brasile, Russia, India e Cina.

   Jim O` Neill, il chief economist di Goldman Sachs che ha coniato l`acronimo Bric, ha recentemente battezzato l`Africa come una seria candidata al ruolo di nuova grande economia emergente. Secondo O`Neill, se tutto andrà nel verso giusto la Nigeria e i suoi 190 milioni di abitanti potranno avere lo stesso peso, all`orizzonte del 2050, di paesi sviluppati come il Canada, l`Italia o la Corea del Sud.

   In piena crisi economica globale, del resto, l`Africa ha continuato ad attirare investimenti internazionali, prevalentemente in arrivo dagli altri Bric, che hanno attinto al grande serbatoio africano di materie prime investendo, in cambio, nella costruzione di infrastrutture.

   La progressiva crescita della dotazione di strade, energia, ferrovie, telecomunicazioni permetterà all`Africa di camminare sulle sue gambe senza contare quasi esclusivamente, come in passato, sull`andamento del commercio con l`estero.

L`impatto delle tlc

La diffusione delle nuove tecnologie, in particolare della telefonia cellulare, sta disegnando i contorni di una nuova microeconomia. Lavori, merci e servizi sono ordinati e pagati attraverso le ricariche telefoniche, senza obblighi di lunghi ed estenuanti spostamenti a piedi tra villaggi e città. La banca, ma anche l`ospedale, la scuola, il negozio, ora sono in tasca, a portata di segnale. Infatti grazie alla telefonia mobile e a internet, vero e proprio business crescente in Africa, cure mediche, diagnosi e didattica colmano le grandi distanze.

   La telemedìcina rientra tra le attività del progetto Dream della Comunità di Sant`Egidio, sostenuto dalla Fondazione Banco di Sicilia (gli altri progetti si basano sull`agroindustria e sulla formazione dei giovani talenti africani). Villaggi e comunità remoti vengono così trasformati in proiezioni di paesi sviluppati come l`Italia.

Città e agroindustria

Ma la rivoluzione dell`economia africana si arricchirà d`ora in avanti di un nuovo, importante capitolo. L`urbanizzazione e la contemporanea nascita di una classe media. Nel 1980 il 28% degli africani viveva in città. Si prevede che nel 2030 questa proporzione arriverà al 50 per cento.

   Ed è proprio nello sviluppo dell`edilizia e delle infrastrutture urbane che risiede uno dei più importanti filoni di investimento per le imprese europee in Africa. «Lo sviluppo urbano dell`Africa – dice Paolo Borzatta, senior partner di The European House-Ambrosetti – è la nuova grande frontiera dell`Africa, ma anche dell`Europa, che dei continente africano è il principale partner. Mettere insieme le imprese europee per cooperare in quella che è la nuova grande sfida che viene affrontata dall`Africa è una fonte di grandi opportunità».

   I settori pronti a ospitare il lavoro comune di africani ed europei sono soprattutto le telecomunicazioni (il loro tasso di penetrazione, attualmente del 37%, potrebbe raggiungere in tempi relativamente brevi l`89%), le risorse naturali, le infrastrutture (strade, elettricità, acqua). Anche la grande distribuzione inizia ad attirare l`attenzione degli investitori internazionali.

   L`agricoltura custodisce un potenziale enorme, che il Mc Kinsey Global Institute stima in crescita dagli attuali 280 miliardi di dollari a 880 miliardi nel 2030. Alla base della “rivoluzione verde”, il fatto che il 60% delle terre coltivabili non utilizzate nel mondo si trovano in Africa.

   «L`Europa non potrà avere un grande futuro se non si lega all`Africa e non crea un grande mercato economico e politico nell`area euromediterranea» ha detto recentemente il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi a Washington in un convegno sulle sfide future della governance globale organizzato dalla Farnesina. Finora l`Unione europea non sembra essersi resa conto che se non si lega alla regione africana non potrà avere grandi prospettive. L`alternativa è un “rattrappimento baltico” che non la porterà lontano.

Ora è il momento di lavorare alla creazione della macroregione euromediterranea.

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C’E’ UN MONDO SENZA CRISI

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 16/7/2010

NEW YORK. L’economia va fin troppo bene, scoppia di salute, si surriscalda. Riparte l’ inflazione. La moneta è più che solida. Il risparmio abbonda, i consumi pure, i conti dello Stato sono in ordine. La banca centrale deve alzare i tassi d’interesse per evitare che il boom sfugga di mano. Questi sono i titoli dei giornali che ogni mattina danno il polso della situazione.

   Nella maggioranza dei paesi sulla faccia della Terra. Sembrano appartenere a un altro pianeta: quello che cresce vigorosamente, ed è un mondo molto più ampio del «nostro». Dall’ India fino alla Nuova Zelanda, passando per Taiwan, Corea del Sud e Australia, in tutto quel vasto arco di nazioni che va dall’Asia meridionale all’Estremo Oriente all’Oceania, le banche centrali rialzano il costo del denaro perché i prezzi hanno ripreso a salire. Da quelle zone del mondo giunge l’eco di una formidabile ripresa.

   È l’ immagine speculare, rovesciata, di quel buco nero della crescita che è l’Eurozona, o della debolissima ripresa nell’America di Barack Obama. Abituato a considerarsi il centro del mondo, l’Occidente proietta il suo pessimismo su scala universale. Non si rende conto di essere ormai minoranza. Chi fa tendenza sono gli altri, il pianeta che cresce.

   Lo sganciamento della parte più grossa della popolazione mondiale, partita su una traiettoria di sviluppo che ignora i nostri problemi, spiega le contraddizioni che si insinuano anche nel cuore dell’America. L’ altroieri la Federal Reserve ha dovuto correggere al ribasso le sue previsioni per la crescita Usa: a fine anno si aspetta al massimo un aumento del 3% del Pil (anziché il 3,5%).

   E’ del tutto insufficiente a riassorbire gli otto milioni di disoccupati che hanno perso il posto durante la recessione. La banca centrale americana, la Fed, rivede addirittura lo spettro di una deflazione e avvisa: se non bastano i tassi d’ interesse inchiodati a quota zero, noi siamo pronti a risfoderare un arsenale di interventi di emergenza, se l’ economia torna a precipitare. Obama ieri è andato nel Michigan, vecchio Stato industriale, a perorare la causa di nuovi investimenti pubblici a sostegno della ripresa. Ma il Congresso di Washington trema di fronte a una montagna di deficit pubblico (10% del Pil) e lesina le risorse al presidente.

   Nel frattempo però la grande industria americana sta seduta su una montagna di cash: 1.800 miliardi di liquidità inutilizzata nelle tesorerie delle grandi imprese. Allora perché non ripartono le assunzioni? E come fanno a essere così ricche le aziende, se l’ economia langue? La spiegazione è tutta in quell’ altro pianeta. E’ da là che giungono i profitti del capitalismo Usa.

   Il colosso farmaceutico americano Pfizer calcola che le sue vendite di medicinali in Occidente nel prossimo quinquennio cresceranno appena del 3% ma in India e in Cina l’aumento del fatturato è tra il 15% e il 17%. Il numero uno della grande distribuzione, Wal-Mart, è tutto concentrato sull’espansione in India e Cina (dove ha aperto 60 ipermercati nuovi solo nel 2009). Yum Brands, proprietario di Kentucky Fried Chicken, ha aggiunto 1.800 nuovi fast-food in Estremo Oriente.

   Quasi il 50% delle multinazionali americane riconoscono nei bilanci che le loro filiali asiatiche danno profitti molto superiori rispetto agli Stati Uniti e all’ Europa. Il pianeta che cresce ormai non è più solo Cindia. Una propaggine del boom asiatico ha messo radici profonde in Sudamerica. Uno degli indicatori più efficaci di un cambio nei rapporti di forze è il celebre Big Mac Index messo a punto da The Economist: paragona i poteri d’acquisto usando il prezzo di un hamburger da McDonald in diversi paesi. Ora per la prima volta il Big Mac a Sao Paulo e Rio de Janeiro costa più caro che a Manhattan.

   Il Brasile ha avuto una crescita del Pil del 9% nel primo trimestre. Il magazine Time ha scelto il suo presidente Luìs Inacio Lula da Silva come «il leader più influente del mondo». Lula, ormai vicino alla pensione, ha potuto permettersi di snobbare l’ultimo G20 di Toronto mandando un vice a rappresentarlo fra i Grandi. Questo Brasile non ha nessun bisogno di riconoscimenti, ha perso ogni complesso d’inferiorità, si considera a tutti gli effetti una superpotenza. Perfino la marea nera nel Golfo del Messico lo aiuta, il blocco delle trivellazioni deciso da Obama ha aumentato la domanda di petrolio brasiliano.

   È un paese che in otto anni di politiche moderatamente socialdemocratiche è riuscito perfino a fare arretrare i confini interni della miseria, il numero di brasiliani che vivono sotto la soglia della povertà è sceso da 50 a 30 milioni. L’ unica cosa che preoccupa le autorità di Brasilia è che il boom rilancia l’inflazione, già salita al 4,2%. Ma la stabilità della moneta attira gli investimenti stranieri, e non sono solo capitali speculativi.

   Il giovane imprenditore Julio Vasconcellos, 29 anni, è ritornato a Sao Paulo dopo avere esordito nella Silicon Valley californiana, perché ha fiducia nel futuro del suo paese: «Le imprese straniere stanno cominciando a guardare al Brasile proprio come scommettevano sulla Cina negli anni Novanta». I confini del pianeta che cresce sono così vasti da lambire il Medio Oriente.

   È una sorta di beffa per l’Unione europea assistere al formidabile decollo della Turchia. Nel primo trimestre di quest’anno il Pil turco ha avuto un balzo dell’11,4%. È la migliore performance mondiale subito dopo la Cina. Appena dieci anni fa Ankara aveva un deficit pubblico pari al 16% del Pil e l’ inflazione galoppava al 72%, livelli da Repubblica di Weimar.

   Fu in parte anche per motivi di fragilità economica – oltre ai più radicati sospetti di ordine politico e religioso – che l’ Unione europea sbatté la porta in faccia alla richiesta di adesione turca. Oggi Ankara si prende una bella rivincita: il suo debito pubblico (al 49% del Pil) è sceso sotto il livello della Germania, il deficit sotto il 3% rispetta i criteri di Maastricht. Se entrasse adesso la Turchia sarebbe l’economia più «ortodossa» dell’Eurozona. Ma nel frattempo il baricentro dei suoi interessi si è spostato altrove: è il boom asiatico che ha consentito ad Ankara di sganciarsi dalla depressione europea.

   «Sui mercati finanziari – dice Husnu Ozyegin che è il più ricco banchiere turco – il costo delle assicurazioni contro la bancarotta (i credit default swaps) danno il debito pubblico del mio paese più solido di quello italiano. Se me lo avessero detto dieci anni fa avrei creduto a uno scherzo». A riprova che il pianeta della crescita è ormai il più importante, il Fondo monetario internazionale ha dovuto rivedere le sue previsioni per la fine del 2010. Al rialzo, naturalmente. Anziché il 4,2% ora il Fmi stima che il Pil mondiale aumenterà del 4,6%.

   La media ponderata fra il rallentamento dell’ Occidente e l’ accelerazione di «tutti gli altri», decreta che vincono loro. Al centro resta naturalmente la locomotiva cinese, la più grossa fra le economie emergenti. A giugno la Repubblica Popolare è stata protagonista di uno spettacolare rimbalzo delle sue esportazioni, salite del 44% in un mese. Ormai il ruolo trainante della Cina è percepito in ogni angolo del mondo. In Spagna i titoli del Tesoro hanno avuto una boccata d’ossigeno insperata quando è arrivata la notizia che la banca centrale cinese avrebbe comprato 400 milioni di euro di Bot decennali emessi da Madrid.

   Commenta così Mike Amey, gestore del grande fondo americano Pimco: «Per l’ Eurozona un gesto di fiducia cinese è diventato fondamentale». La presidente dell’Argentina, Cristina Fernandez, è andata a Pechino a firmare un accordo di finanziamento per 10 miliardi di dollari: la Cina è di gran lunga il maggiore acquirente di soya argentina.

   L’ Asia intera, con i suoi «satelliti» economici Australia e Nuova Zelanda, secondo il Fmi entro cinque anni avrà aumentato del 50% il suo peso economico sul pianeta. Ed entro vent’ anni al massimo, il Pil dei paesi asiatici (Giappone escluso) avrà superato quello del vecchio G7 che raggruppava i paesi di antica industrializzazione.

   Nuovi protagonisti si affacciano, oltre a quelli di cui già si parla da tempo. Dopo i Bric (Brasile Russia India Cina), i banchieri in cerca di acronimi ora parlano dei Civets, che in inglese vuol dire zibetti. Sono le iniziali di Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica. Molti di questi paesi sono apparsi solo di recente sugli schermi radar degli investitori occidentali. L’ attenzione che si conquistano è meritata.

   Si scopre con meraviglia che Indonesia e Colombia hanno dei deficit pubblici (rispettivamente del 2,1%e del 3,9% sul Pil) molto inferiori alla media europea. E’ un mondo alla rovescia. Ci piaccia o no, bisogna abituarsi in fretta. –  FEDERICO RAMPINI

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IL RE DEL MONDO HU JINTAO. L’UOMO PIU’ POTENTE

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 5/11/2010

Pechino – Il 2010 sarà ricordato dai cinesi come un anno formidabile. Pechino ha frantumato tutti i record possibili ed è tornata ad essere l’epicentro del pianeta. L’anno della Tigre si era aperto con il sorpasso sul Giappone, che ha proiettato la Cina al secondo posto tra le potenze economiche globali. Si è chiuso idealmente ieri, con l’ incoronazione del presidente Hu Jintao quale uomo più potente del mondo.

   È la prima volta nella storia che un leader cinese raggiunge il vertice della potenza politica, lasciando alle sue spalle i decisori dell’Occidente. Il fatto che a prendere atto di tale cambio di peso sia la rivista americana Forbes, bibbia del costume capitalista, è essenziale.

   La bussola degli Usa non sancisce solo la somma degli eventi che hanno segnato gli ultimi mesi. Stabilisce un passaggio di consegne. Personale, tra Hu Jintao e Barack Obama, scivolato al secondo posto. Ma soprattutto nazionale e globale, con la Cina motore dell’Oriente che rileva lo scettro detenuto per sessant’anni dagli Stati Uniti anima dell’Occidente. Guida assoluta Hu Jintao esercita un controllo dittatoriale su un quinto della popolazione mondiale, è alla guida del più grande esercito della Terra. È in grado di spostare fiumi, costruire e trasferire metropoli, mettere in carcere dissidenti, censurare Internet senza ingerenze burocratiche.

   Leggere una resa nella classifica di Forbes sarebbe però un errore. Che la locomotiva del pianeta, unica grande potenza ad essere uscita rafforzata dalla crisi del 2008, non possa essere condotta da un pilota di secondo piano, è una consapevolezza tardiva. Ma Forbes muove un passo più in là. Per la prima volta segnala che «il potere può essere usato per il bene, ma pure per il male». Evita di inserire Hu Jintao dalla parte dei cattivi, ma spiega i «criteri nuovi» che lo hanno spinto al primo posto tra i 68 individui che rappresentano i 6,8 miliardi che compongono l’ umanità.

   Per i capi di Stato, gli analisti americani hanno considerato le dimensioni della popolazione controllata e la tendenza del Pil nazionale. Su questo piano, con 1,4 miliardi di abitanti e una crescita annua del 10%, la Cina e Hu non hanno rivali. Forbes quest’ anno ha cercato così di capire chi è «il leader che, in vari modi, piega il mondo alla sua volontà». Il segretario generale del partito comunista cinese è stato scelto perché «è il leader politico fondamentale più di chiunque altro per il maggior numero di persone, in quanto esercita un controllo pressoché dittatoriale su un quinto della popolazione mondiale».

   È un attacco che a Pechino, ancora scossa dal Nobel per la pace al dissidente Liu Xiaobo, non è passato inosservato. La rivista Usa ha aggiunto infatti che, «a differenza dei suoi colleghi occidentali, Hu è anche alla guida del più grande esercito del mondo ed è in grado di deviare fiumi, costruire e spostare metropoli, mettere in carcere dissidenti e censurare Internet, senza ingerenze di fastidiosi burocrati, o di tribunali».

   Per la Cina, che a tarda sera ha affidato all’agenzia di Stato l’ unico commento ufficiale, è l’ ennesima prova che «all’ imperialismo occidentale non restano che premi simbolici per tentare di fermare la crescita dell’Oriente». La lettura cinese è che «la rivista del lusso in disarmo dell’America», abbia proiettato Hu Jintao sul tetto del mondo per «lanciare l’ allarme sul pericolo che il pianeta si stia consegnando nelle mani di regimi autoritari».

   È una conclusione estrema ma Forbes, riferendosi agli «esseri umani comandati oggi da una sola persona», non ha rinunciato ad una sottolineatura inquietante. «La Cina – scrive la rivista – rifiuta di piegarsi alle pressioni per cambiare tasso di cambio della sua moneta e gestisce la più grande riserva mondiale di valute estere, pari a 2650 miliardi di dollari».

  Il leader cinese avrebbe cioè conquistato il primato del potere 2010 grazie alla volontà finanziaria di tenere in pugno il destino degli individui della terra attraverso il ricatto della svalutazione competitiva e dell’investimento nei debiti pubblici di Usa, Europa e Giappone. Proposto sotto tale luce, lo scoop di Forbes è che il capo del regime post-comunista cinese regna già concretamente sul destino non solo dei cinesi, ma su quello di una comunità internazionale che non vuole rendersene conto.

   Non sarebbe una buona notizia, per il mondo che cerca faticosamente di smarcarsi dall’unilateralismo americano. Ma è vera? E chi è realmente l’uomo più potente del pianeta, cos’è oggi la Cina che egli impone quale protagonista assoluto del secolo?

   I cinesi, che non confondono la figura del leader con le dimensioni della loro nazione, sanno che Hu Jintao non può comandare il mondo. Le ragioni sono quattro. La Cina è ormai il Paese che fa meno figli della terra e, a differenza dell’ India, entro trent’ anni sarà una nazione di vecchi privi di assistenza. A Pechino non comanda il presidente, ma il «Partito», autentica e unica onnipotenza. Hu cesserà il suo mandato tra poco più di un anno e assieme a lui sarà sostituito anche il potere dei suoi protetti. Il prossimo leader cinese, Xi Jinping, non appartiene alla sua squadra di «tecnocrati riformisti», ma a quella avversaria, formata dai «principi rossi conservatori». Al posto dei «giovani nati poveri» che volevano «modernizzare la nazione», allievi di Deng Xiaoping, andranno i «figli dei rivoluzionari maoisti» decisi a «ristrutturare la patria», secondo le indicazioni di Jiang Zemin.

   Il fatto che il capo della Cina non venga eletto dal popolo, e che Hu a metà ottobre sia stato rottamato dalla maggioranza del «Partito», che ha voltato le spalle anche al premier Wen Jiabao, significa che Forbes propone all’attenzione globale un leader già sul viale del tramonto e ormai sotto tutela. Una classifica più analitica, decisa a portare il fenomeno-Cina all’attenzione internazionale, avrebbe ignorato la funzione e privilegiato la sostanza, assegnando il primato dell’influenza mondiale al «Partito comunista cinese», o a Xi Jinping, l’uomo oggi realmente più temuto dai cinesi, nonché quello che determinerà la nostra sorte fino al 2022. È chiaro però che nel 2010 l’ attenzione non si è rivolta a un individuo, alle soglie dei settant’ anni, ma all’ universo che egli simboleggia.

   Hu Jintao è il più grigio burocrate a cui la Cina si sia affidata dopo la morte di Mao Zedong. Non un colpo d’ala, in quasi dieci anni di potere, non una scelta decisiva. I cinesi lo considerano un «reggente di transizione partorito dai veti incrociati dei nuovi lobbisti del business». Il resto del mondo lo ricorda invece per le repressioni in Tibet e nello Xinijang, per la censura e la violenza con cui ha stroncato ogni forma di dissenso.

   «Ha tenuto il posto – confidano i suoi stessi funzionari – deciso a lasciare ogni problema in eredità al successore». Lo scenario cambia se si considera invece la Cina, destinatario effettivo della menzione di Forbes. La crescita della sua potenza, nel 2010, è stata impressionante. Tallona ormai gli Usa nell’economia, cresce del 10% da un decennio, è diventato il primo mercato dell’auto, dei treni ad alta velocità e del traffico aereo, il primo esportatore e il primo importatore di beni del mondo.

   Entro il 2025 sarà la nazione-guida del pianeta e in pochi mesi ha sottratto agli Stati Uniti lo scettro dell’energia verde, quello delle missioni nello spazio, del numero di miliardari e di appartenenti alla classe media. «Made in China» è per la prima volta il computer più veloce, la massa più grande di laureati, il record dei brevetti e la velocità della crescita di banche e mercati finanziari.

   La Cina si è riaffacciata militarmente nel Pacifico, rivendicando isole e tratti di mare che nel dopo-guerra erano finiti nell’orbita del Giappone, degli Usa, o di altre nazioni del Sudest asiatico. È diventata il riferimento politico, l’esempio economico e lo sponsor militare delle nazioni emergenti, dall’ frica, all’ merica Latina, all’Asia. Questa «Cina-Hu Jintao», dallo sfruttamento della mano d’opera a basso costo, si è spostata infine sull’alta tecnologia e sulla produzione delle nuove materie prime, indispensabili per l’industria del futuro. 

   Sotto questo aspetto, l’uomo che ufficialmente governa oggi la Cina domina sostanzialmente il presente di tutti. Il mondo però, come segnala Forbes indicando il potere di Bin Laden, o del dittatore nordcoreano Kim Jong-il e di suo figlio, o di un paio di criminali internazionali, non finisce con i tassi di crescita e le riserve delle banche centrali.

   Il 2010 sarà ricordato soprattutto come l’anno del Nobel a Liu Xiaobo, il dissidente cinese che dal carcere sta svelando l’impotenza reale di Hu Jintao. La reazione di Pechino al premio di Oslo ha confermato la fragilità di un sistema, e di una classe dirigente, incapaci di tenere il passo della crescita e della società.

   L’uomo più potente del mondo ha paura di uno scrittore condannato a 11 anni per aver proposto «riforme politiche e rispetto dei diritti umani» ed è costretto oggi a tenere un premio Nobel in prigione e un altro, il Dalai Lama, in esilio.

   Ad arrestare e torturare chi esprime le proprie idee e professa la propria fede, a censurare Internet, a rinchiudere nei «campi di rieducazione» milioni di persone e a paralizzare le altre con la propaganda. Il leader che nel 2010 ha governato il pianeta, in patria è un vecchio funzionario prossimo alla pensione, ostaggio di un Partito-Stato sotto choc. Forbes segnala che questo mix di esplosione economica e implosione politica, privo di proposte e di culture nuove, inizia però a decidere per tutti. La Cina di Hu Jintao adesso è in testa: meglio saperlo, piuttosto che continuare a fingere di essere importanti. – GIAMPAOLO VISETTI PECHINO

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DIMEZZARE I POVERI ENTRO IL 2015 IL NUOVO OBIETTIVO DEL MILLENNIO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 20/9/2010

NEW YORK – Ogni giorno nel mondo muoiono 22 mila bambini: di fame, o delle malattie che ne derivano. Eppure il costo degli interventi per salvarli – acqua potabile, vaccini, razioni di alimenti salvavita – è una modesta frazione dei capitali che si scambieranno solo nella prima ora di apertura della Borsa, oggi a Wall Street.

   È lo scandalo del Millennio. Con la “m” maiuscola, perché questo è il nome del piano lanciato dieci anni fa alle Nazioni Unite per debellare il flagello della fame e della povertà estrema nel mondo, migliorando sostanzialmente l’accesso all’istruzione e le condizioni sanitarie nei paesi sottosviluppati. Un piano continuamente disatteso dai Paesi ricchi. Per esempio rispetto ai fondi che furono annunciati nel 2005 al G8, sono stati spesi solo 119 miliardi di dollari, 26 miliardi in meno di quelli che erano stati annunciati.

   Altre promesse sono state sempre disattese. L’ impegno solenne dei Paesi ricchi di destinare agli aiuti lo 0,7% del Pil viene tradito da tutti fuorché dai paesi scandinavi. Ora per aggirare l’ostacolo della mancanza di fondi c’è sul tappeto una proposta innovativa, sostenuta dalla Francia e dal Giappone: creare una tassa mondiale su tutte le transazioni finanziarie, e versarne una parte del gettito per gli aiuti allo sviluppo. Basterebbe una micro-tassa, quasi impercettibile, visto che il volume delle transazioni finanziarie è un multiplo del Pil mondiale.

   Ma la lobby dei banchieri è troppo forte da Wall Street alla City di Londra e il veto angloamericano su quest’idea è un ostacolo insormontabile. Perciò lo scetticismo è di rigore (…)oggi, all’ apertura della conferenza Onu che deve aggiornare e rilanciare gli obiettivi del Millennio, con un piano d’ azione scadenzato fino al 2015. La messa in scena è imponente: tre giorni di lavori al Palazzo di vetro di New York, 140 capi di Stato e di governo, un’ affluenza di leader ancora più numerosi di quelli chea fine settimana interverranno all’ Assemblea generale delle Nazioni Unite. Parteciperà personalmente Barack Obama, in segno di attenzione di questa Amministrazione. Un gesto importante che sottolinea il cambio di atmosfera rispetto a George Bush.

   Obama gode di una popolarità immensa in Africa e con lui hanno ripreso a salire gli aiuti allo sviluppo. Ma anche l’ America pratica un “vizietto” comune a tutti i Paesi ricchi (Italia inclusa): la tendenza a presentare come nuovi aiuti dei fondi che in realtà sono stati già promessi a più riprese, nei vertici precedenti (G8 e G20). Un trucco ormai noto, che alimenta scetticismo nelle ong umanitarie e disillusione nei Paesi dell’emisfero Sud. Il segretario generale dell’ Onu Ban Ki-moon ha fissato come obiettivo di questa conferenza nuovi stanziamenti pari a 45 miliardi di dollari: ma saranno davvero risorse aggiuntive o ancora una volta i leader delle nazioni ricche “ricicleranno” promesse già fatte in passato?

   Tra gli scettici c’è l’economista Jeffrey Sachs, pur essendo uno dei più autorevoli consulenti di Ban Ki-Moon. Sachs sottolinea che “non esiste un piano d’ azione dettagliato per attuare gli obiettivi proclamati”. Sottolinea che Obama annuncerà qui all’ Onu 63 miliardi di aiuti, ma di questi 32 miliardi in realtà sono già stati spesi dal 2008. «Ed è un serio errore di politica estera – aggiunge Sachs- che l’ America quest’ anno spenda 100 miliardi per la guerra in Afghanistan, contro soli 10 miliardi per gli aiuti all’ Africa che conta 800 milioni di abitanti».

   Il guaio è che l’Obiettivo Millennio è un piano giuridicamente non vincolante, sprovvisto di qualsiasi sanzione per chi non mantiene le promesse. L’unico tribunale di fronte al quale i governi devono rispondere è la loro opinione pubblica nazionale: quest’ultima evidentemente non assegna una priorità molto elevata alla lotta contro la povertà mondiale. Salvo subirne le ripercussioni anche in casa propria, per esempio attraverso le ondate migratorie dai Paesi più poveri.

   Eppure ci sono almeno due traguardi che gli esperti considerano realisticamente raggiungibili entro il 2015: dimezzare il numero di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e dimezzare la popolazione mondiale che non ha accesso all’ acqua potabile.

   La situazione anche in Africa è tutt’ altro che statica. A chiazze, in modo diseguale, si osservano dei progressi confortanti. Ai quali però fanno da contrappunto anche dei peggioramenti. Il Ghana è una storia positiva: ha ridotto del 75% la popolazione che soffre di sotto-alimentazione. In Etiopia il numero di abitanti sotto la soglia della povertà estrema è scesa dal 60% al 16% della popolazione. All’estremo opposto in Nigeria – nonostante la ricchezza petrolifera – coloro che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno sono balzati dal 49% al 77% della popolazione in vent’ anni.

   A ostacolare le azioni del Millennio intervengono anche polemiche ideologiche: la destra americana, in coalizione con tante forze religiose conservatrici nel mondo intero, fa una guerra spietata contro ogni aiuto al Terzo mondo che includa fondi per l’aborto. Bersagliano di accuse il segretario di Stato Hillary Clinton, per avere “osato” includere tra i destinatari degli aiuti alcuni ospedali africani dove l’aborto è legalmente praticato. (Federico Rampini)

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