LAST MINUTE MARKET PROJECT: per superare l’oltraggio del cibo sprecato (in una situazione poi di crisi economica e di allargamento diffuso delle povertà) – La virtuosa redistribuzione agroalimentare per una nuova economia del benessere

LAST MINUTE MARKET – “Trasformare lo spreco in risorse”. Last Minute Market (LMM) è una società dell’Università di Bologna: ideatore, fondatore e ora impegnato nel suo sviluppo è Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria della stessa università bolognese. LMM nasce nel 1998 come attività di ricerca. Dal 2003 diventa realtà imprenditoriale ed opera su tutto il territorio nazionale sviluppando progetti territoriali volti al recupero dei beni invenduti (o non commercializzabili) a favore di enti caritativi, di persone in grave difficoltà economica. (…) Con oltre 40 progetti attivati in comuni, provincie e regioni Italiane, LMM ha consolidato un metodo di lavoro che permette di attivare in maniera progressiva il sistema donazioni/ritiri tenendo sotto controllo gli aspetti nutrizionali, igienico-sanitari, logistici e fiscali. (per saperne di più leggete gli articoli a seguire in questa pagina del blog)

   “Che tutti abbiano di che nutrirsi”: slogan necessario (ma purtroppo non è così). La prima delle tante proposte locali e globali che vanno indicate al costituendo Governo Mondiale (che dovrebbe nascere proprio sulle azioni concrete della comunità internazionale), è quella che tutti abbiano da mangiare. Non si può parlare di altre catastrofiche emergenze (salute, condizioni ambientali, guerre, diritti negati…) se non si risolve la necessità di un’alimentazione sufficiente per tutti. Ed è su questa linea che tra gli “Obiettivi del Millennio” fissati dalle Nazioni Unite, si pone al primo posto la riduzione del 50% del numero di persone che soffrono la fame entro il 2015. Proposito sul quale dovremmo avere la forza di verificarlo, quotidianamente, e spingere verso di esso.

   Su questo tema così importante dell’ “alimentazione”, si innesta la questione degli “sprechi alimentari”. Come evitare di non sprecare nulla di quanto viene prodotto in agricoltura? Evitando pure quelle obiezioni che dicono che il sistema agricolo si mantiene su prezzi congrui (per le categorie che producono cibo e lo distribuiscono) se viene rispettato il principio della domanda e dell’offerta che, inesorabilmente, da sempre, porta anche a storture ed episodi terribili: ricordiamo tutti le immagini che ogni tanto ci fanno vedere della distruzione delle arance o la “non raccolta”, per tenere “efficiente” il prezzo del prodotto o perché troppo costoso raccoglierle rispetto al ricavo.

Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria dell'Università di Bologna e ideatore del Last Minute Market

      La disponibilità a rimettere in gioco virtuosamente i prodotti da parte della Grande Distribuzione pare ci sia (e questa è una buona cosa) (la Coop, la Conad, Esselunga, e tanti altri…). Dall’altra ci possono essere soggetti (del volontariato, enti comunali, cooperative sociali… qui di seguito ne proponiamo una) che si fanno carico di raccogliere, ad esempio, prodotti alimentari in scadenza, e distribuirli a chi ne ha bisogno, a chi vive in grave precarietà.

   Per il consumatore pagare un prodotto e sapere che, oltre al produttore equamente ricompensato (se produce bene, senza inquinanti ad esempio), è anche pagare una quota di prodotto che non andrà perduta, ma sarà data a chi ne ha effettivamente bisogno, può essere un modo di essere consumatori un po’ più solidali. Una redistribuzione volontaria nel proprio territorio, nella propria comunità (a chi è in difficoltà) che dovrebbe poi trovare i modi organizzativi e le soluzioni politiche per estendersi a più persone (indigenti) possibili.

   E resta la questione di una produzione agricola che non sia monocoltura, ma che ogni comunità, pur “puntando” su prodotti specialistici adatti al territorio, investa anche su produzioni “altre”, in grado di garantire un’autosufficienza alimentare nei prodotti di base (e questo è un valore locale da difendere al Sud come al Nord del Pianeta).

   Nell’articolo di Carlo Petrini (fondatore di Slow Food) che vi proponiamo alla fine di questa (sicuramente incompleta) rappresentazione del progetto LMM (Last Minute Market), il fondatore di Slow Food parla di come del tutto in sordina sia stata approvata nel novembre scorso, da parte della Comunità Europea, la cosiddetta PAC (Politica Agricola Comunitaria): dice Petrini che “le linee guida e le priorità di questo documento condizioneranno contributi, investimenti ed economie degli stati membri dell´Unione e per questo la discussione coinvolge classi dirigenti e società civile. In Francia, ad esempio, si costruisce non solo identità e comunicazioni, ma anche significativi ezzetti di economia, sulla competenza diffusa a proposito di agricoltura; e negli anni più recenti, il movimento della società civile si è coagulato proprio intorno a un sindacato contadino che, nel bene e nel male, non ha consentito che si smettesse di parlare di agricoltura nelle case, nei bar, sui giornali, anziché solo nelle “sedi deputate”. In Italia, invece, di agricoltura non si parla”. Ecco, iniziative solidali come Last Minute Market, per evitare lo spreco di alimenti, di cibo, a vantaggio delle persone più economicamente deboli, è pure un modo per mettere all’attenzione della politica e della società il tema “AGRICOLTURA” che così colpevolmente poco è stato considerato in questi ultimi decenni (e solo ora ci si accorge che è più che mai strategico del nostro presente e futuro).

   E, tornando a parlare di “cibo da non buttar via”, se pertanto non dobbiamo sprecare acqua e altre risorse così fondamentali del pianeta, nemmeno è giusto sprecare cibo, risorsa vitale di ciascun individuo, ciascuna persona. Resta da inventare una “capacità organizzativa” per mettere in atto sistemi virtuosi di recupero di quei prodotti agroalimentari che ora diventano rifiuti, vengono perduti (perché in scadenza nei supermercati, o perché non arrivano neanche alla distribuzione).

   Riportiamo qui chi, in Italia, più di tutti sta producendo “iniziativa” sul tema, con una campagna mediatica efficace e con un’organizzazione “pratica”, concreta: cioè la Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna con il suo preside Andrea Segrè. Ma riportiamo anche un esempio concreto di “piccole” realtà che si stanno muovendo efficacemente: una cooperativa, ”Solidarietà”, di Montebelluna nel Trevigiano (formata da disabili psichici e da operatori) che sta raccogliendo prodotti in scadenza dai supermercati: la Cooperativa Solidarietà di  Montebelluna quest’anno ha recuperato 21 tonnellate di cibo. Questo cibo, eliminato perché vicino alla scadenza o a causa di confezioni danneggiate, proveniva da tre supermercati  e sarebbe finito nella spazzatura causando notevoli costi economici ed ambientali. In realtà era perfettamente utilizzabile nel pieno rispetto delle norme igieniche e sanitarie ed è quindi stato recuperato e ceduto gratuitamente a persone bisognose (con la supervisione dei servizi sociali del comune). (E’ stato realizzato un ampio servizio televisivo da una tv locale sull’esperienza di questa cooperativa, e per chi ne fosse interessato a capirne i modi organizzativi e il senso dell’operazione può cliccare qui  Guarda il video

…………………….

L’OLTRAGGIO DEL CIBO SPRECATO

di Viviana Daloiso  da “Avvenire”del 20/10/2010

   Oltre 37 miliardi di euro. L’equivalente del 3% del nostro Pil. A spiegarlo col portafoglio alla mano, lo spreco alimentare italiano potrebbe ancora dire poco. Allora servono i fatti: perché ogni anno, prima che il cibo che consumiamo giunga nei nostri piatti, se ne butta via una quantità che potrebbe soddisfare i bisogni alimentari di tre quarti della popolazione. Venti milioni di tonnellate, che sfamerebbero quasi 45 milioni di persone per un anno intero.

   È solo l’inizio del capogiro descritto drammaticamente da Last Minute Market, un’emanazione della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, che ha presentato il primo Libro Nero dello spreco alimentare.

   Il cibo buttato, si badi bene, non è quasi mai scaduto, nocivo per la salute, o deteriorato. Tutt’altro: a dettare le regole della filiera dello spreco è piuttosto l’odierna economia del consumo. Che privilegia prodotti esteticamente perfetti, che vuole pronto all’uso tutto e subito, che invoca la durata pressoché infinita dei prodotti.
NEI CAMPI
Inizia qui, lo spreco italiano di cibo. E vi registra il picco più spaventoso: quasi 18 milioni di tonnellate di frutta, verdura e cereali buttati via ogni anno, nel solo 2009 oltre il 3% della produzione agricola nostrana. Se si restringe il fuoco solo alla produzione ortofrutticola, l’anno scorso sono rimasti sul campo circa 7 milioni e mezzo di tonnellate.

   Un dato che confrontato con quello dei consumi di ortofrutta per il 2009 – 8,4 milioni di tonnellate – dice che abbiamo buttato via tanta frutta e verdura quanta quella che consumiamo: la quantità sprecata avrebbe potuto soddisfare le esigenze di una seconda Italia.

   Le ragioni che stanno alla radice del fenomeno sono varie, ma nessuna porta a inficiare la consumabilità del prodotto stesso: si va da quelle meramente estetiche (prodotti colpiti da grandine, per esempio) alle ragioni commerciali (prodotti fuori pezzatura) fino a quelle di mercato (costi della raccolta superiori al prezzo di mercato liquidato all’agricoltore, per cui non c’è convenienza a raccogliere).
NELLE COOPERATIVE
Gli sprechi purtroppo non si fermano ai campi. Altro step importante risultano essere le cosiddette cooperative di primo grado o organizzazioni di produttori. Si tratta di quelle realtà nate per la gestione delle crisi nel settore ortofrutticolo e che dovrebbero ritirare parte della produzione dal mercato per evitare il “crollo” dei prezzi.

   Il prodotto ritirato in parte viene destinato al consumo di fasce deboli della popolazione che altrimenti non consumerebbero questi beni, in parte a scuole e a istituti di pena, quale quota aggiuntiva ai consumi già preventivati (distribuzione gratuita), in parte all’alimentazione animale, ma la stragrande maggioranza viene destinata alla distillazione per la produzione di alcool etilico, al compostaggio e alla biodegradazione.

   Uno spreco nella misura in cui la destinazione del prodotto è a un uso differente da quello dell’alimentazione (in Europa lo fa solo l’Italia): delle 73mila tonnellate di beni ritirati nel 2009, solo il 4,4% è stato destinato a sfamare chi ne aveva bisogno. Con i restanti – seppur “riciclati” – si sarebbe potuto coprire l’esigenza ortofrutticola di città come Bologna e Firenze per un anno.
L’INDUSTRIA
Qui il quadro dello spreco si allarga. E ai prodotti agricoli si aggiungono le carni, le bevande, i prodotti caseari. E che per ragioni di mercato viene buttato via: date di scadenza ravvicinate, deterioramento delle confezioni, mancanza di richieste. Si tratta di oltre 2 milioni di tonnellate di prodotti: tanti quanti basterebbero per sfamare l’intero Veneto per un anno.

   Per fortuna proprio dalle imprese nascono anche sempre più spesso iniziative di recupero a favore del terzo settore. Una pratica che fino a dieci anni fa era del tutto impensabile e che oggi, invece, assiste alla destinazione dei prodotti ritirati, ma ancora perfettamente commestibili, a enti caritativi, ospedali, mense per i poveri.
LA VENDITA AL DETTAGLIO
Presso i grandi e piccoli punti vendita (dai mercati agli ipermercati fino ai piccoli o medi negozi di quartiere) ogni anno una percentuale di ortofrutta che si attesta a circa all’1,2% viene gestita come rifiuto. Visto che nel 2009 sono passati per i mercati generali 9.134.747 tonnellate, ne risulta che 109.617 sono state sprecate. I motivi che portano alla formazione di questa quota di scarto/spreco sono, anche qui, riconducibili a questioni di mercato (che non ne inficiano la consumabilità).

   Cosa differente invece accade nella distribuzione organizzata, soprattutto quella grande: nella maggior parte dei casi i motivi che portano alla formazione dello spreco di prodotti ortofrutticoli sono legati all’eccessiva manipolazione, da parte dei clienti, che ne determina un danneggiamento estetico e che li rendono meno appetibile da parte degli stessi.
IN FAMIGLIA
I numeri dello spreco familiare dicono che la vera grande “discarica” è e resta nei frigoriferi italiani. Ogni nucleo butta via 480 euro al mese di ciò che ha investito nella spesa, 515 se si aggiunge ciò che finisce in pattumiera a Natale, Capodanno, Pasqua e ricorrenze varie.

   Nell’immondizia finisce il 39% dei prodotti freschi acquistati (come latte, uova, carne), pari al 9% della spesa alimentare affrontata nell’arco di 12 mesi (i dati bolognesi combaciano con quelli diffusi dall’Adoc e Legambiente). Cui va aggiunto il 19% del pane, il 4% della pasta, il 17% di frutta e verdura. Secondo le indagini incrociate, i motivi di tanto spreco sono dovuti per lo più all’eccesso di acquisti generici (nel 36% dei casi), a prodotti scaduti o ritenuti tali (25%), all’eccesso di acquisti per offerte speciali (24%), a novità non gradite (8%) e a prodotti acquistati poi rivelatisi inutili (7%).

………………….

per saperne di più su LAST MINUTE MARKET:

http://www.lastminutemarket.it/media_news/category/tv/

http://www.andreasegre.it/

Articolo-ancora-utili-1[1]

……………….

INCHIESTA ITALIANA

YOGURT, VERDURE E BISTECCHE. UN MILIARDO IN FUMO COL CIBO SCADUTO

– Viaggiano verso la discarica oltre sedicimila Tir mentre si potrebbero sfamare 630mila persone. Si fa largo anche in Italia il riutilizzo a fini benefici e i market cercando di ridurre al minino l’invenduto –

di ETTORE LIVINI, da “la Repubblica.it” del 7/1/2011

   L’Italia dei cibi scaduti è una macchina dello spreco che brucia ogni giorno 1.590.142 pasti completi. Quanto basterebbe ad apparecchiare prima colazione, pranzo e cena per 636.660 persone. E che fa viaggiare verso gli impianti di smaltimento  –  o, peggio ancora, verso la discarica  –  16.283 tir all’anno stracarichi di yogurt, verdura, fette biscottate, bistecche e formaggi.
   Rei solo di essere rimasti troppo a lungo tra gli scaffali di negozi e ipermercati, superando la soglia di non ritorno della loro data di scadenza. Che fine fa tutto questo (ex) ben di Dio che vale quasi un miliardo di euro l’anno? Ed è davvero tutto cibo da buttare? Quanto se ne riesce a salvare in zona Cesarini per destinarlo a opere di beneficenza? Quali prodotti vanno in discarica e quali (e come) vengono riciclati? Chi sono e come operano i “pirati” del cibo scaduto?
UNA QUESTIONE DI ETICHETTA
 A regolare nascita, vita, morte (e in qualche caso reincarnazione sotto nuove forme) di quello che mangiamo è un rigido regolamento europeo completato da alcune norme tutte tricolori. La legge – semplificando – è chiara. Esistono due tipi di etichette per fissare la scadenza: una tassativa“Da consumarsi entro”destinata ai prodotti rapidamente deperibili come latte fresco, carne, uova e pesce che non possono essere venduti oltre il giorno stabilito. L’altra aggiunge solo un avverbio – “Da consumarsi preferibilmente entro” (la troviamo per dire su pasta, yogurt, oli e succhi di frutta) – ma ha caratteristiche completamente diverse.
   È un’indicazione “commerciale”, tecnicamente il “termine minimo di conservazione”, stabilita dai produttori per indicare la data presunta in cui l’articolo inizia a perdere le sue caratteristiche organolettiche. Senza essere per questo essere per forza dannoso per la salute. “Prendiamo lo yogurt – spiega Andrea Segrè, preside della facoltà di agraria di Bologna e presidente di Last Minute Market (Lmm), una società creata dall’università emiliana per il recupero (a fin di bene) dei cibi invenduti – .

   Cosa succede un secondo dopo l’ora X indicata come termine “preferibile” di consumo in etichetta? Niente. Semplicemente muore qualche migliaio dei milioni di fermenti lattici vivi presenti nella vaschetta. Lo yogurt in sè se ben conservato è ancora perfettamente commestibile per altre due settimane. Io ne ho in frigo uno scaduto a maggio scorso che consumerò a scopo dimostrativo davanti alle telecamere!”.
   Un kamikaze? Non proprio, se è vero che paesi avanzati dal punto di vista alimentare come Svizzera e Gran Bretagna prevedono una doppia etichettatura che separa il giorno “fatale” dell’inizio del decadimento organico da quello in cui il vasetto o la confezione di pasta o il barattolo di marmellata diventano (spesso settimane o persino mesi dopo) davvero pericolosi per la salute.
LA HIT-PARADE DEI CIBI SCADUTI
Quanto si conservano in media i cibi una volta arrivati al supermercato? E quali sono quelli che scadono di più? Risposta (alla seconda domanda) facile: quelli che durano di meno. Negozi, supermercati e iper tricolori non riescono a vendere, a volte anche per difetti di conservazione, tra l’1 e l’1,2% del loro fatturato. Qualcosa come 244mila tonnellate di prodotto l’anno. Lo spreco però è a diverse velocità.
   Il re assoluto di categoria – specie nella grande distribuzione – è il pane: tra francesini, baguette, bocconi al sesamo, michette e filoni ne resta sugli scaffali ogni giorno qualcosa come il 15%. Segue la verdura con uno scarto secondo i dati Lmm del 10%. Secondo stime interne di Assolatte il reso del latte fresco (“vita media 6 giorni allungabili a nove con una buona conservazione in frigo”, assicura un esperto di settore) è tra il 2,5% e il 3%.

   Quello dello yogurt è tra il 3 e il 5% malgrado una durata tra i 20 e i 30 giorni. “La carne dei banconi di macelleria, tagliata dal dettagliante, dura attorno ai tre giorni e ha tassi di invenduto sotto l’1,6%“, spiega Francois Tomei di Assocarni. Resiste di più il pollo pre-confezionato in atmosfera modificata (senza ossigeno in vaschetta) che dura sei-sette giorni nel frigo del negozio. I prodotti a scadenza più lunga – la pasta di grano duri, i biscotti e i formaggi stagionati come parmigiano e grana – hanno invece resi vicini allo zero.
SALVATAGGI (BENEFICI) LAST MINUTE
Cosa succede al cibo scaduto o quasi? Chi ha la responsabilità di riciclarlo o smaltirlo? E quanto costa? Anche in questo caso la legge non lascia dubbi: “Il produttore del rifiuto è responsabile della sua destinazione finale” spiega Paola Ficco, giurista ambientale e docente presso La Sapienza. La sola industria alimentare, secondo le stime della Fda americana, spende il 4% dei suoi ricavi per smaltire questo eccesso.
   Non proprio spiccioli: il listino prezzi delle aziende specializzate nel trattamento del cibo scaduto offre servizi di ritiro a prezzi che vanno dai 6 agli 80 centesimi al chilo a seconda del prodotto. Ridurre al minimo lo spreco, insomma, è pure questione di risparmio. “Noi cerchiamo di lavorare come padri di famiglia, riducendo al minimo l’invenduto” conferma Renata Pascarelli della direzione qualità di Coop Italia. Come? Il metodo più semplice è quello dei big della grande distribuzione inglese: la creazione di aree specifiche nel punto vendita dove concentrare la vendita a forte sconto – tra il 30 e il 50% – dei prodotti vicini alla scadenza.
   Questa specie di saldo last minute sta iniziando a prender piede in Italia solo ora. La via maestra per ridurre lo spreco nel Belpaese – a dire il vero per ora un sentierino molto stretto – è un’altra: l’intervento di società organizzate per raccogliere gli alimenti che si avvicinano alla “morte organolettica” per riutilizzarli a fini benefici.

   “Una scommessa in cui vincono tutti: il produttore che risparmia, l’ipermercato che delega la logistica, l’ambiente che elimina i rifiuti e chi riceve in dono il cibo“, dice Segrè. La Coop con il suo progetto “Buon fine” – che coinvolge 380 punti vendita, 1.301 onlus e 123mila beneficiari finali – ha salvato dalla discarica e distribuito nel 2009 oltre 2,4 milioni di chili di alimenti per un valore di 14 milioni di euro. Esselunga ha firmato una convenzione con il Banco Alimentare che ha recuperato un milione di euro di prodotti nel 2009. Lo stesso fanno Conad e gli altri big.
   Il Banco Alimentare da solo ha raccolto e redistribuito nel 2009 lungo l’intera filiera dal campo all’iper merce per 228 milioni di euro (solo 5 però ritirati dalla grande distribuzione). Last minute market lavora con 40 differenti realtà in tutta Italia. Secondo le stime dello spin-off universitario di Bologna, il solo recupero del cibo che scade tra gli scaffali consentirebbe di ridurre di 291mila tonnellate l’anno le emissioni di CO2 in Italia.

   “Di lavoro da fare ce n’è molto – assicura Segrè – Nel 2003, per dare un’idea, abbiamo fatto il primo lavoro con un Conad di 6mila mq. a Bologna. In un anno abbiamo riciclato 172 tonnellate, 17 tir in meno in discarica e pasti ogni giorno per 350 persone. E oggi quel Conad, grazie al nostro lavoro, ha imparato a “buttare” solo 90 tonnellate l’anno”.
SE LA EX FETTINA DIVENTA DETERSIVO
La percentuale di alimenti quasi scaduti recuperati in tavola è però ancora ridottissima. Cosa succede a quelli ormai irrecuperabili? Si possono riciclare sotto nuove vesti? Anche qui la normativa è composita. Pane e verdura, per dire, “sottostanno alle regole dei rifiuti normali“, spiega Ficco. Vanno cioè liberati dagli imballaggi, poi – se le cose sono fatte per bene – finiscono agli impianti di compostaggio o di biogas. Oppure, gli uomini di settore spiegano che è quello che capita più spesso, prendono la strada della discarica.
   Più complesso l’iter per le carni. Naturalmente (almeno in teoria) non possono finire nel bidone dei rifiuti così come sono. E devono essere trattate con procedure ben stabilite. “I prodotti non presentabili ma con caratteristiche di commestibilità finiscono per lo più all’industria per l’alimentazione di animali da compagnia“, spiega Tomei. Il resto viene degradato a “sottoprodotto di origine animale”.

   Viene ritirato da aziende specializzate che separano il grasso – la parte più pregiata – in impianti di colatura e bollitura. Gli scarti meno nobili sono indirizzati all’incenerimento, all’industria dei fertilizzanti e alla termovalorizzazione del biogas (“abbiamo anche ottenuto certificati verdi per il nostro ruolo nel campo dell’energia rinnovabile”, racconta il direttore di Assocarni).
  La parte più pregiata della ex-fettina o della coscia di pollo viene girata all’industria chimica. Che utilizza i derivati di carne scaduta nella produzione di detersivi, saponi e persino di medicinali. “Quando le materie prime della chimica hanno prezzi alti questo è persino un business in grado di rendere qualcosa”, conclude Tomei. Il grasso, per dire, può valere diverse centinaia di euro a tonnellata.
   Latte, yogurt e formaggi scaduti – anche loro sottoposti in teoria a regole precise – subiscono due tipi di processi di trasformazione: l’utilizzo più frequente dopo la scadenza è quello per l’alimentazione animale (specie suini). E in questo caso ad assorbire i surplus sono gli allevamenti più vicini agli impianti di produzione. Altrimenti vengono polverizzati e le proteine nobili ottenute da questo trattamento possono trasformarsi in mangimi o persino in principi per nuovi prodotti destinati ad alimentazione umana.

   In alternativa possono essere sversati pure loro in impianti di compostaggio o biogas o conferiti agli inceneritori oppure (fino al 31 luglio 2011) venir gettati tout court in discarica “anche se l’elevato contenuto di carbonio organico disciolto, responsabile di cattivi odori, sconsiglia questo utilizzo”, conclude Ficco. Carne, latticini, pane o verdura, resta però sempre una costante. Lo spreco è enorme. E il costo del cibo scaduto, a fine ciclo, è altissimo per aziende, comunità e ambiente.
I FURBETTI DELLA SCADENZA
Perché malgrado questa rete normativa di protezione ogni anno leggiamo di truffe sul cibo scaduto? Quali sono i punti deboli di questa catena? Che responsabilità hanno i produttori e i responsabili della grande distribuzione?

   Per dare una risposta, più che alle risposte ufficiali delle associazioni di settore o dei singoli attori della filiera, bisogna affidarsi in questo casi alle mezze ammissioni informali che tutti, a patto dell’anonimato, sono disposti a fare. E che dipingono un quadro abbastanza uniforme per capire come mai in Italia continuino a spuntare esercenti che cambiano le etichette per allungare la vita dei loro prodotti o si scoprano magazzini clandestini dove si fanno risorgere come Lazzaro partite di formaggio coperte di muffa e già trasformate in pasto per vermi.
   Le ispezioni – è il parere di molti protagonisti del settore – non mancano. Solo nel 2009 i Nas hanno operato 34.675 perquisizioni a sorpresa contro i pirati alimentari. E in linea di massima né l’industria alimentare né le catene di vendita al dettaglio “hanno interesse a favorire fenomeni illegali di questo tipo, anche perché loro ci mettono la faccia”, dice un ufficiale dei Nuclei anti-sofisticazione. La casistica dei reati scoperti è chiara: a taroccare di più sulla destinazione dei cibi scaduti sono due categorie: “I piccoli dettaglianti e i supermercati di dimensioni minori (dove “scade” il 20% delle 244mila tonnellate bruciate nel commercio al dettaglio, ndr) – dicono ai Nas – e gli smaltitori più spregiudicati“.
   “I primi molto spesso faticano a farsi carico dei costi, altissimi per loro, necessari per eliminare gli “avanzi””, dice Segrè. E finiscono così per forzare artificialmente la scadenza ritoccando l’etichetta o per gettare in pattumiera senza troppo riguardo quello che non si può più vendere. I secondi invece dopo essere stati pagati per trattare gli ex-alimenti vanno al raddoppio. E invece che pagare per distruggerli o valorizzarli, finiscono per rivenderli sul mercato nero dell’alimentazione clandestina “dove si riciclano questi prodotti rendendoli presentabili e immettendoli su circuiti di vendita paralleli”.
   Con rischi ovvi per la salute degli italiani. La soluzione? “Ridurre gli sprechi a zero!” è la parola d’ordine di Segrè. In un paese che dal campo alla discarica, passando per industria e distribuzione, perde 20 milioni di tonnellate di cibo l’anno (valore 37 miliardi, il 3% del Pil) vorrebbe dire risparmiare i soldi – oltre ai costi sociali e ambientali – di tre manovre finanziarie. (Ettore Livini)

………………….

CARITAS: POVERI SALITI A OLTRE 8 MILIONI

da “il sole 24ore” del 14 ottobre 2010

   In Italia avanza la povertà, più di quanto ammettano i dati ufficiali. Per la Caritas, braccio operativo della Cei, nel 2009 sono emersi ben mezzo milione di italiani poveri in più. Nel suo rapporto su “Povertà ed esclusione sociale” la Caritas contesta i dati Istat che parlavano di una situazione stabile. 

   Le persone che vivono al di sotto della soglia di “forte fragilità economica” sono 8.370.000 e non 7.810.000 come dicono i dati ufficiali: 560mila persone in più (+3,7%). Il rapporto – firmato anche dalla Fondazione Zancan – nega che siamo meno poveri come farebbero pensare i dati ufficiali del luglio 2010.

   Secondo la Caritas, l’affermazione dell’Istat si basa su calcoli che danno «un’illusione ottica». Inoltre alle stime sui poveri va aggiunto un 10%, quindi circa 800mila italiani, di “impoveriti”, persone che pur non essendo povere hanno cambiato il proprio tenore di vita e vivono in “forte fragilità economica”. Di fronte alle accuse, l’Istat ha replicato precisando: «Utilizziamo una metodologia approvata dalla Commissione di Indagine sull’esclusione sociale di cui la stessa Caritas fa parte».
   Secondo lo studio la povertà si conferma un fenomeno del Sud, delle famiglie numerose o monogenitoriali, di chi ha bassi livelli di istruzione. Inoltre «sempre più famiglie, in cui uno o più membri lavorano, sono povere». Ecco alcuni dati che confermano questa situazione: nel 2009 il credito al consumo è sceso dell’11%, i prestiti personali del 13% e la cessione del quinto a settembre 2009 ha raggiunto il +8%.
   E negli ultimi due anni si registra anche un aumento medio del 25% del numero di persone che si rivolgono alla Caritas per chiedere aiuto. Questo aumento interessa in egual misura tutte le regioni d’Italia. Tra questi utenti, cresce del 40% la presenza di italiani. Il rapporto fa riferimento ai segnali di tendenza provenienti dagli oltre 150 osservatori diocesani delle povertà e delle risorse dell’associazione presenti su tutto il territorio nazionale.

colletta alimentare

   Le persone che si rivolgono alla Caritas sono sempre meno singoli individui e sempre più interi nuclei familiari: particolarmente vulnerabili le persone di mezza età, i separati e i divorziati, le donne sole con figli, i precari, i licenziati, le famiglie monoreddito. Si stima che circa un milione di persone beneficiano ogni anno dell’intervento dei centri ascolto Caritas.

   Il rapporto è stato presentato dal segretario generale della Cei, il vescovo Mariano Crociata, il quale – tornando su un tema spesso rilevato dalla Conferenza Episcopale – «un federalismo solidale può portare a nuovi e più efficaci assetti in un sistema assistenziale caratterizzato da troppi squilibri». Inoltre Crociata ha puntato il dito sulla scarsa disciplina verso il fisco: «È particolarmente grave l’elusione e l’evasione fiscale, perché si tratta di sottrazione di risorse che pesano sugli onesti e diminuiscono le disponibilità di aiuto agli indigenti».

…………………

SCHEDA

L’ESCLUSIONE SOCIALE
– 8,3 milioni: La stima Caritas – Le persone che vivono al di sotto della soglia di “forte fragilità economica”
– 7,8 milioni: La stima Istat – Le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà secondo l’Istituto nazionale di statistica. Si tratta di 560mila persone in meno rispetto alla Caritas
– 25%: Aumento degli utenti Caritas – L’aumento medio delle persone che si rivolgono alla Caritas negli ultimi due anni
– 40%: L’aumento degli utenti italiani – L’incremento degli utenti italiani che chiedono aiuto alla Caritas. I dati provengono dagli oltre 150 osservatori diocesani della povertà

…………………..

LA PRIMA RIFORMA GLOBALE: GARANTIRE IL CIBO A TUTTI

di Giulio Albanese, da “AVVENIRE” del 16/10/2010

   Uno dei grandi inganni della globalizzazione è quello di voler far credere che la fame nel mondo sia causata dalla scarsità di materie prime alimentari. In effetti, coloro che siedono nella “stanza dei bottoni” – vale a dire governi, istituzioni finanziarie e compagnie di agrobusiness -, sanno bene che se vi fosse equità su scala planetaria vi sarebbe doppia razione per tutti.

   La verità è che il sistema di distribuzione è tale per cui meno di un quinto della popolazione umana si appropria, per così dire, di tre quarti della torta. Questo in concreto significa che finora, nonostante gli altisonanti proclami lanciati dai Grandi della Terra, la politica ha abdicato rispetto alle prepotenti istanze del commercio più sfrenato.

   Qualcuno obietta dicendo che in questi tempi di recessione la produzione agroalimentare aumenta all`incirca dell`1,3% all`anno, mentre l`aumento della popolazione procede al 2,2% all`anno. Si omette però di ricordare che l`agricoltura mondiale, unitamente al settore alimentare, rappresenta il secondo comparto in termini di redditività per coloro che operano nelle piazze finanziarie.

   Il risultato è un`enorme speculazione che comporta spesso il rincaro dei prodotti alimentari. Ecco che allora il cibo viene considerato solo e unicamente una “merce di scambio” e non un “diritto di tutti”. Con troppa noncuranza dimentichiamo che l`alimentazione è il diritto umano fondamentale per garantire la vita.

   Per rendersene conto, basta leggere il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, come anche la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, per non parlare degli Obiettivi del Millennio fissati dalle Nazioni Unite, che pongono al primo posto la riduzione del 50% del numero di persone che soffrono la fame entro il 2015. Certo, qualcosa di positivo è avvenuto se si considera che il numero degli affamati è diminuito da 1,02 miliardi nel 2009 a 925 milioni. Ma questo non vuol dire affatto che le cause strutturali di questo dramma siano state affrontate con sufficiente determinazione.

   Anche perché la filosofia di fondo che regola l`economia mondiale rimane sempre la stessa: mangia chi paga, o meglio, chi viene messo nelle condizioni di farlo. Non desta dunque meraviglia se gli interventi per contrastare l`inedia risultano essere prevalentemente all`insegna dell`emergenza e dunque dell`assistenzialismo, senza che vi sia la determinazione di creare condizioni di effettivo sviluppo e benessere nei Paesi del Sud del mondo.

   A parte le guerre e i cambiamenti climatici causati dall`egoismo umano, vi sono dei meccanismi subdoli che andrebbero stigmatizzati a chiare lettere. Pensiamo ad esempio a certe regole del commercio per cui nei mercati africani i pomodori europei, godendo del sostegno dei sussidi governativi, costano meno di quelli prodotti localmente.

   E cosa dire del cibo che viene usato come mangime per animali anziché per nutrire direttamente le persone che ne hanno bisogno? In questa prospettiva, urge davvero la necessità di una riforma in grado di riprogettare il sistema del cibo in chiave locale. Non solo si eviterebbero sprechi che gridano vendetta – basti pensare alle giacenze sugli scaffali della grande distribuzione che finiscono poi tra i rifiuti -, ma si potrebbero riequilibrare certe drammatiche disuguaglianze create da un atteggiamento “predatorio” e post-colonialista da parte dei Paesi ricchi nei confronti di quelli poveri.

   È dunque necessario cambiare le regole del gioco facendo tesoro dell`appello contenuto nel messaggio rivolto da Benedetto XVI al direttore generale della Fao, Jacques Diouf, in occasione dell`odierna Giornata mondiale dell`Alimentazione: promuovendo cioè «tutte le risorse e le infrastrutture necessarie per sostenere la produzione e distribuzione in modo tale da garantire pienamente il diritto al cibo». (Giulio Albanese)

…………………..

SE IL PAESE DEL BUON CIBO UMILIA I CONTADINI

di Carlo Petrini – 28/12/2010 – “la Repubblica”

   A fine novembre, nella totale indifferenza della classe politica italiana, la Commissione europea ha pubblicato un documento dal titolo La Pac verso il 2020: rispondere alle future sfide dell´alimentazione, delle risorse naturali, e del territorio.

   Pac sta per Politica agricola comunitaria. È uno dei capitoli più importanti della politica europea, anche dal punto di vista del bilancio. All´agricoltura è infatti destinato il 34% del bilancio complessivo dell´Unione, da sommare ad un ulteriore 11% destinato allo sviluppo rurale. Quarant´anni fa l´agricoltura assorbiva ben il 70% del bilancio comunitario, ma per una volta possiamo salutare questa inversione di tendenza con favore, perché, sia pure nella drastica riduzione dei fondi disponibili, sta cambiando in meglio sia il modo di utilizzarli, sia la visione complessiva di cui il comparto è oggetto.
   Le linee guida e le priorità di questo documento condizioneranno contributi, investimenti ed economie degli stati membri dell´Unione e per questo la discussione coinvolge classi dirigenti e società civile. In Francia, ad esempio, si costruisce non solo identità e comunicazioni, ma anche significativi pezzetti di economia, sulla competenza diffusa a proposito di agricoltura; e negli anni più recenti, il movimento della società civile si è coagulato proprio intorno a un sindacato contadino che, nel bene e nel male, non ha consentito che si smettesse di parlare di agricoltura nelle case, nei bar, sui giornali, anziché solo nelle “sedi deputate”.
   In Italia, invece, di agricoltura non si parla. Certo, il cibo è al centro dei nostri dibattiti culturali e mondani, economici e sociali. Negli ultimi vent´anni persino la sinistra ha iniziato ad accettare l´idea che occuparsi di cibo non è cosa indegna per un vero intellettuale, e la destra ha iniziato ad accettare l´idea che occuparsi di cibo non deve solo servire a solleticare i peggiori istinti identitari e nazionalisti. Ma l´agricoltura resta un argomento da evitare, buono per riunioni tecniche e convegni noiosi che potendo non si sceglierebbe di frequentare.
   Probabilmente l´Italia del dopoguerra, proiettata sulla siderurgia, l´edilizia, il massacro di coste e ambiente a fini di lucro e di sedicente progresso, vedeva nell´agricoltura un imbarazzante ritratto di quel che era stata: povera, arretrata, inadeguata. Così per decenni i ministeri dell´Agricoltura furono i meno ambiti, una specie di Vandea in cui confinare chi non era riuscito a meritarsi di meglio.

   Gli ultimi due ministri, pur appartenendo allo stesso governo, si sono distinti per politiche e visioni totalmente opposte. Quote latte, Ogm, nuova ruralità: se il primo, Luca Zaia, diceva bianco, il secondo, Giancarlo Galan, dice nero. C´è da chiedersi cosa pensino a Bruxelles di questa politica schizofrenica; di certo, queste contraddizioni non sono state intercettate dall´opposizione perché su questi temi è più confusa dei due ministri.
   Ci rincuora, invece, la recente presa di posizione degli assessori regionali all´agricoltura che, all´unanimità, hanno invitato il ministro Galan a rinunciare a stabilire le regole della coesistenza tra coltivazioni Ogm e coltivazioni convenzionali o biologiche e a definire invece le clausole di precauzione. L´Italia non ha bisogno di Ogm. Ha bisogno di un´agricoltura dei territori e della qualità, al servizio dell´ambiente e del tessuto sociale.

   Questo infinito, paziente lavoro lo svolge l´agricoltura di piccola scala, che è quella che dagli Ogm sarebbe completamente spazzata via, e che ha bisogno di riconquistare un posto nei conversari delle feste. Quanto sia in salita il percorso che collega la società civile alle sedi istituzionali lo abbiamo visto tante volte, eppure qualcosa sta cambiando.
   Per tutto il 2010, il nuovo commissario europeo all´Agricoltura, Dacian Ciolos, ha consultato non solo le organizzazioni di categoria, ma anche il movimento dei consumatori, le associazioni ambientaliste e i piccoli produttori. Questo confronto deve continuare e si deve sviluppare anche in Italia, altrimenti il nostro Paese resterà fuori da questo importante momento decisionale. Si fa un gran parlare di nuovi posti di lavoro e di come uscire da questa drammatica crisi e non si mettono in conto le straordinarie potenzialità di una nuova politica agricola.
   Il documento pubblicato dalla Commissione a novembre lascia ben sperare, perché chiarisce, fin dal titolo, che l´agricoltura è una cosa che riguarda parecchi settori: l´alimentazione, certo, ma anche l´ambiente e il territorio. La sostenibilità è la parola chiave, anche quando si chiarisce che uno degli obiettivi resta ovviamente quello di assicurare l´approvvigionamento alimentare: produrre, certo, ma in maniera sostenibile.
   Allo stesso modo, ed è il secondo obiettivo, occorre ragionare di comunità agricole, perché sono loro che garantiscono – a lungo termine – la gestione assennata delle risorse naturali, la mitigazione dei cambiamenti climatici, la tutela della biodiversità, la dinamicità di un territorio e la sua vitalità economica. E il terzo obiettivo ha di nuovo a che fare con la sostenibilità, quando parla di preservare le comunità rurali (che sono qualcosa di più complesso, diversificato e ampio delle comunità agricole), per le quali a partire dall´agricoltura è possibile creare occupazione locale, con una serie di effetti positivi a cascata sull´ambiente, la società, i territori.
   Per tutti questi motivi forse è giunto il momento di considerare non solo la matrice cristiana dell´Europa, ma il fatto che certamente gli europei hanno una matrice contadina. Proviamo a ricordarcene un po´ più spesso. (Carlo Petrini)

……………

 
 

un'iniziativa "meno-spreco" della Cooperativa Solidarietà di Montebelluna, in provincia di Treviso

 

 

Annunci

2 thoughts on “LAST MINUTE MARKET PROJECT: per superare l’oltraggio del cibo sprecato (in una situazione poi di crisi economica e di allargamento diffuso delle povertà) – La virtuosa redistribuzione agroalimentare per una nuova economia del benessere

  1. aruba venerdì 14 settembre 2012 / 20:43

    It’s a shame you don’t have a donate button!
    I’d certainly donate to this brilliant blog! I suppose for now i’ll
    settle for book-marking and adding your RSS feed to my Google account.
    I look forward to new updates and will share this blog with my
    Facebook group. Chat soon!

  2. Riccardo mercoledì 30 luglio 2014 / 14:53

    Salve io vorrei fondare una raccolta di bene alimentare per aiutare,la gente che a bisogno,come faccio?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...