TUNISIA E MAGHREB: la rivolta del PANE, la rivolta dei GIOVANI – L’immigrazione dal nord Africa nell’Europa in crisi economica non funziona più: i giovani del Maghreb cercano vita in patria (svolta anche per il continente europeo: l’area euro-mediterranea può essere “la nostra Cina”)

TUNISIA - La rivolta del pane, la rivolta dei giovani

   Nel dicembre scorso è scoppiata la rivolta in Tunisia e Algeria, esplicatasi nel gennaio (in Tunisia, mentre in Algeria sembra sia stata “contenuta”, controllata, soffocata). Rivolta “del pane”, della crisi economica, ma in particolare di un’ “implosione giovanile” (i giovani sotto i 30 anni sono la maggioranza della popolazione in Tunisia) che non ha futuro, e che deve sopportare la crisi di un sistema economico e pure autoritario delle vecchie oligarchie.

   Tutto è partito da un gesto disperato di un giovane di 26 anni, Mohammed Bouaziz, laureato, ambulante occasionale per poter sopravvivere lui e la sua famiglia. Si è dato fuoco per protestare contro il sequestro del suo banchetto di frutta e verdura.

   Sui due versanti della parte sud del Mediterraneo, del Maghreb (occidentale) e del Mashreck (orientale), il mondo arabo conosce una stagione agitata. Il “piccolo Maghreb”, di cui fanno parte Marocco, Algeria e Tunisia (il “grande” comprende anche la Mauritania e la Libia), è quello che sicuramente, da un punto di vista geografico ed economico, rappresenta il naturale prolungamento dell’Europa.

MAGHREB - Lucio Caracciolo, da Limes (rivista italiana di geopolitica), 15/9/2010 - E' COSI’ CHE L’ITALIA STA PERDENDO L’ENNESIMA OCCASIONE STORICA, quella di diventare ciò che natura imporrebbe: il centro europeo del Mediterraneo. La geografia ci vuole mediterranei. Eppure noi viviamo questa condizione come una condanna. PERCHE’ CI SENTIAMO COME UN’APPENDICE sempre più periferica di ciò che resta dell'Europa, in balìa delle minacce da sud – dal terrorismo ai flussi di africani disperati e ai traffici clandestini di droga e armi. Sicché siamo culturalmente ed economicamente anti-mediterranei. PROPRIO ORA CHE QUESTO MARE si rivela almeno in potenza una formidabile risorsa per chi vi si affaccia. Perché grazie allo sviluppo delle economie asiatiche e dei corridoi energetici est-ovest il Mediterraneo sta assurgendo a piattaforma strategica dei commerci intercontinentali. Qui passa un terzo delle merci scambiate nel mondo. E qui investono le economie emergenti, dalla Cina al Brasile, dall'India ai paesi del Golfo. SULLE COSTE NORDAFRICANE E LEVANTINE, dal Marocco alla Turchia - dove fino a un secolo fa vivevano un milione di italiani, di cui non si tratta nemmeno più nei manuali scolastici – fervono società ed economie proiettate verso il futuro, che noi continuiamo a guardare con gli occhiali del passato. Certo, le differenze culturali e di “civiltà” esistono. Le diffidenze fra europei, africani e asiatici affacciati sul Mediterraneo alimentano la strategia della paura. LO CONFERMA, fra l'altro, una recente indagine curata dalla Gallup Europe per la Fondazione Anna Lindh, per cui il 73% dei cittadini Ue e il 61% dei mediterranei meridionali considerano questa regione come una fonte di conflitto. Nessuno può negare i rischi e le minacce che covano nel crocevia marittimo dei tre continenti. MA ENFATIZZARE I PERICOLI, manipolare fatti e sentimenti per alzare barriere lì dove altri, più lungimiranti, costruiscono ponti e porti, è suicida. Specie per l'Italia. Ma anche per gli altri membri della famiglia comunitaria, che coltivano pervicacemente i propri interessi di brevissimo periodo, trascurando l'orizzonte mediterraneo. E' TRASCORSO IL TEMPO DEL MARE NOSTRUM e delle tragiche retoriche paraimperiali dell'Italietta o del Duce. Ma se dalle avventure coloniali scarrelliamo nella paranoia da fortezza assediata, finiremo per realizzare proprio quelle profezie di sventura che colorano la chiacchiera mediatico-politologica sul Mediterraneo. IL PASTORE PAZZO non è solo una specialità americana. Quanto al fanatismo islamista, ce n'è sicuramente più da noi che oltre Atlantico. Qualsiasi strategia italiana di pace e di progresso passa per lo sviluppo concertato del Mediterraneo, che ne connetta ogni sponda. Di Muri ne abbiamo abbastanza. (15/09/2010) Lucio Caracciolo

   Vi riportiamo qui di seguito vari articoli dedicati alla crisi (possiamo definirla positiva, pur non dimenticando le decine di morti, le violenze…) del Nord Africa (in particolare la Tunisia). Tra questi uno di Bernardo Valli, grande esperto di geopolitica; dove lui dice che con il “piccolo” Maghreb l’Europa ha in comune da adesso la malattia della disoccupazione giovanile. Le centinaia di migliaia di giovani che escono da istituti tecnici e facoltà universitarie non trovano un lavoro. E la crisi generale ha drasticamente ridotto la possibilità di emigrare in Europa. Il 62 per cento dei disoccupati marocchini, il 72 per cento dei tunisini e il 75 per cento degli algerini hanno tra i quindici e i ventinove anni (vedi l’articolo di seguito di B.Valli).

   In Tunisia da sempre Francia e Italia hanno appoggiato il dittatore Ben Alì, perché veniva visto come un moderato islamico (a differenza degli integralismi di altri paesi), non valutando però che un regime autoritario e dispotico (e corrotto), seppur di islamismo moderato, frenava lo sviluppo e avrebbe potuto portare in breve tempo (come è accaduto in tanti altri paesi, l’Iran, l’Afghanistan…) all’affermarsi di integralismi islamici assai gravi, nati anche sulla miseria di vita delle persone che, nel ribellarsi al despota appoggiato dagli occidentali, dava fiato e possibilità all’affermarsi di opposizioni integraliste religiose.

   E l’esplodere della rivolta giovanile in Tunisia è prima di tutto un’incapacità dell’Europa di vedere il Mediterraneo come un mare “europeo”, un virtuoso e pacifico confine meridionale verso altre realtà (il mondo arabo, l’Africa, il Medio Oriente, i commerci dell’intero pianeta che di lì passano…). Che può dare sviluppo e “nuova economia” al nostro Sud, ma anche al Maghreb e a tutti quei popoli che si affacciano sul grande mare. Cogliere le occasioni di proteste giovanili (dove purtroppo vi sono anche duri aspetti negativi, di morti, violenze, e sacrifici umani di giovani che si immolano per la causa…) per rispondere non con alchimie politiche ma con un grande piano di sviluppo geo-mediterraneo. Ad esempio l’Italia deve attrezzarsi di porti efficienti e strutture portuali annesse, di forme di efficace mobilità trasportistica, in modo che i commerci internazionali che passano di lì, ma anche i prodotti agroalimentari mediterranei siano esportabili nel mondo… (questa rete trasportistica virtuosa viene chiamata “intermodalità”). Tante cose da progettare e fare, per uno sviluppo economico compatibile con l’ambiente e che valorizzi i territori e chi lì vive (come i giovani tunisini).

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“DAL CAIRO CI DICONO: BRAVI, VI IMITEREMO”

di Manila Alfano, da “il Giornale” del 17/1/2011

   Era il suo allievo prediletto. Il 17 dicembre il professore Abdouli Touhami ha sentito dello studente che si era dato fuoco e non ha avuto bisogno di sapere altro. Aveva già capito che si trattava di Mohamed Bouazizi, 26 anni, laureato con lui in Lettere nel 2002 con il massimo dei voti all`università di Sousse. Dopo Mohamed sono arrivati gli altri, sono scesi in piazza a protestare, con i cartelli all`americana Yes we can, con la rabbia, e l`odio contro un regime corrotto e tiranno. Il professor Touhami è un idealista che assomiglia a Robert Redford in Leoni per agnelli, parla del futuro della Tunisia, della democrazia e della libertà che arriverà, dei sogni di tutti i suoi ragazzi dell`università. «Sono ottimista. Vedrà che ce la faremo, oggi la Tunisia è pronta per la rivoluzione».

Cosa è cambiato nei giovani, perché proprio oggi si ribellano?

«Perché hanno smesso di avere paura. La rabbia ha iniziato a prevalere sul silenzio e la sopportazione.  Hanno iniziato a guardarsi intorno e lo spettacolo è stato desolante. Hanno capito che quella classe politica non avrebbe mai concesso un futuro. E oggi finalmente il futuro se lo sono presi e non torneranno ad abbassare la testa».

Cosa sognano gli studenti tunisini?

«C`è stata una rottura profonda da cui non si può più tornare indietro. Gli studenti vedono i colleghi europei e il paragone è desolante. Internet e gli echi del benessere portato dal turismo fanno il resto. Ora chiedono anche loro una vita migliore».

Dopo la Tunisia l`Egitto. C`è il rischio di un effetto a macchia d`olio?

«Dal primo giorno delle proteste tantissimi egiziani si sono congratulati con noi. Con l`Egitto siamo vicini più che mai. Mi immagino un Maghreb nuovo, sviluppato, socialmente equo. L`Egitto è pronto e lotta insieme a noi».

La Tunisia avrà la forza di cambiare davvero?

«Sì, il nostro Paese è pronto, da anni qui esiste una classe media. La Tunisia non è la Libia dove tutto sarebbe più difficile».

Quando ha capito che le proteste avrebbero cambiato la Tunisia per sempre?

«Quando Mohamed si è dato fuoco, un`ora dopo la gente ha iniziato ad affollare le strade di Sidi Bouzid per protestare. Era chiaro che niente sarebbe più tornato come prima».

Lei dove si trovava?

«Tra i miei ragazzi a protestare. Sono sceso in piazza con loro, ho organizzato e coordinato le manifestazioni. Era la grande occasione, non potevamo farcela scappare. Il nostro futuro è iniziato da quel sacrificio di Mohamed».

È stata la fame a scatenare questi moti di piazza?

«Non la fame quanto la voglia di una società più giusta, più equa, democratica. Mohamed era stanco di doversi scontrare con muri di gomma. Chiedeva il diritto di lavorare, di vendere aranciate per strade. Ma i burocrati hanno fatto di tutto per impedirglielo. E se un venditore di frutta è riuscito a rovesciare il regime di Ben Alì durato più di vent`anni è il sintomo che la società era ormai stanca e non aspettava che un segnale per partire».

Il primo ministro Ghannouchi è stato uno dei fedelissimi di Ben Alì. Come farà ad essere lui l`uomo delle riforme?

«Purtroppo fino ad ora non ha avuto nessun tipo di potere. Tutto era nelle mani di Ben Alì e della famiglia della moglie. Le riforme ci saranno».

Perché è così odiata la famiglia della moglie di Ben Alì?

«Perché il popolo sa che è Leila, l`ex first lady, ad aver rovinato il Paese. In questi anni ha accumulato ricchezza alle spalle dei tunisini, ogni singolo familiare, aveva un ruolo importante nel governo. Chi osava criticare o contraddire lei o qualcuno della sua famiglia finiva in prigione. Pensi che le macchine presidenziali non avevano la targa, a riprova della totale immunità davanti alla legge».

La Tunisia ora rischia di cadere nelle mani di estremisti islamici?

«No, il terrorismo islamico è un problema dell`Algeria, il nostro è un Paese laico e questo pericolo non esiste».

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LA SFIDA DEI GIOVANI UMILIATI DAL POTERE. ORA TREMANO I VECCHI RAIS DEL MAGHREB

– Nessun paese del Nord Africa è immune. Le rivolte delle nuove generazioni sono potenti detonatori che possono imporre svolte politiche –

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 14/1/2011

   Sui due versanti, su quello d´Occidente (Maghreb) come su quello d´Oriente (Mashreck), il mondo arabo conosce una stagione agitata. Scorre il sangue e vecchi raìs rischiano il posto. I regimi musulmani tra l´Atlantico e il Mar Rosso, molti dei quali allineati sulla costa meridionale del Mediterraneo, sono assai più stabili, o comunque longevi, di quel che generalmente si è indotti a pensare. E adesso, anche per l´età avanzata dei titolari, essi conoscono i guai della senilità, che non risparmia la politica, in particolare quando i vecchi governano società giovani, anzi giovanissime.
   Il caso più caldo, anzi rovente, è quello della Tunisia, a qualche braccio di mare dalle nostre isole più a Sud. Il ritratto del 75 enne presidente, Zine el-Abidine Ben Ali, viene bruciato sulle piazze, tra Biserta e Sfax, da giovani nati nei (quasi) ventiquattro anni in cui egli ha troneggiato incontestato, senza interruzione, su tutte le pubbliche mura e pareti della Repubblica. A cancellare con rabbia la sua faccia sono ragazzi venuti al mondo quando lui era già al potere e che spesso muoiono (ne sono stati uccisi una settantantina negli ultimi giorni) con lui sempre al potere. Ma ancora per molto?
   Quello che viene chiamato il “piccolo Maghreb”, di cui fanno parte Marocco, Algeria e Tunisia (il “grande” comprende anche la Mauritania e la Libia), è ritenuto da molti economisti come il futuro naturale prolungamento dell’Europa, al di là del Mediterraneo. Esso è infatti destinato a fornire, come già avviene, al Vecchio Continente molti dei giovani e dei lavoratori di cui avrà sempre più bisogno; e col tempo diventerà un grande serbatoio di consumatori. Di fatto lo è già per i nostri prodotti, scambiati con il gas algerino.
   Con il “piccolo” Maghreb l’Europa ha in comune da adesso la malattia della disoccupazione giovanile. Le centinaia di migliaia di giovani che escono da istituti tecnici e facoltà universitarie non trovano un lavoro. E la crisi generale ha drasticamente ridotto la possibilità di emigrare in Europa. Il 62 per cento dei disoccupati marocchini, il 72 per cento dei tunisini e il 75 per cento degli algerini (secondo l’economista Lahcen Achy della fondazione Carnegie) hanno tra i quindici e i ventinove anni.
   Insieme all’impossibilità di trovare un lavoro, questi giovani denunciano l’hogra, termine che esprime l’umiliazione inflitta dall’abuso del potere dei vecchi dirigenti, dal disprezzo e dall’arroganza delle autorità. Negli ultimi vent’anni la forte crescita economica (quasi sempre superiore al 5 per cento) ha reso più tollerabile il regime poliziesco tunisino. S’era creato qualcosa di simile a un vago patto sociale stando al quale l’autoritarismo e la corruzione venivano compensati dal rapido sviluppo, ammirato, invidiato dai paesi vicini.
   La Tunisia dispone di una dinamica e spregiudicata classe imprenditoriale che ha saputo usufruire dei forti investimenti stranieri (francesi e italiani soprattutto) attirati da una mano d’opera abile, competitiva e al tempo stesso a buon mercato. Lo sconquasso finanziario e la stagnazione economica in Occidente hanno ridimensionato le attività e ridotto il numero dei turisti sulle accoglienti spiagge tunisine.

   Se la borghesia imprenditoriale, superprotetta, è rimasta fedele al regime, le classi intellettuali, spesso educate in Francia o influenzate dalla cultura francese, hanno sentito ancor più il peso di una società dominata da un vecchio presidente, circondato da una famiglia celebre per la sua avidità. I giovani hanno concretizzato con la rivolta quella frustrazione.

   I vicini paesi occidentali, quali la Francia e l’Italia, esitano ancora oggi a privare del loro sostegno un presidente “laico” che ha impedito ai loro occhi l’avvento di un potere islamico affacciato sul Mediterraneo. Una tolleranza complice e cieca poiché il fanatismo religioso prolifera dove regna l’ingiustizia ed esplode la collera popolare. Nessuno dei Paesi del “piccolo” Maghreb è immune. Le rivolte giovanili sono potenti detonatori che possono imporre svolte politiche. Per ora questo non è accaduto, pur essendo la stagione propizia.

   La vecchia monarchia marocchina, favorita dal prestigio (anche religioso) di cui usufruisce, ha adottato negli ultimi dieci anni, da quando all’abile e spietato Hassan II è succeduto il più mite Maometto VI, un sistema che cerca con alterna efficacia, di aiutare i laureati e i diplomati disoccupati. Il sovrano, che regna e governa, con uno spirito liberale ben lontano da quello di una democrazia occidentale, ma anche ben distinto da quello dei vicini autoritarismi arabi, ha autorizzato la nascita di associazioni in cui si ritrovano i laureati senza lavoro.

   Sono una specie di sindacati che servono anche come sfogo, poiché i suoi membri si raccolgono quasi quotidianamente davanti al Parlamento per protestare. E il governo non è del tutto sordo perché puntualmente ne assume un certo numero nell’amministrazione statale. Nonostante la forti sperequazioni sociali il Marocco non ha conosciuto finora esplosioni giovanili, anche se si parla spesso di una fitta attività dei movimenti islamisti ansiosi di raccogliere e inquadrare lo scontento.
   La vicina Algeria conosce invece puntualmente da anni sanguinose rivolte. Abdelaziz Bouteflika, 74 anni, è stato eletto presidente per la prima volta alla fine del secolo scorso e ha iniziato il terzo mandato nel 2009. E’ un rappresentante della classe politica uscita dalla guerra di liberazione, conclusasi con l’indipendenza, nel 1962. Se è al potere lo deve all’esercito, come tutti i suoi predecessori.

   Ad eccezione di Ben Bella, che per tre anni scarsi ha cercato invano di incarnare una rivoluzione, in qualche modo fedele ai confusi progetti abbozzati durante la coraggiosa lotta armata. Grazie agli idrocarburi, che rappresentano il 97 per cento delle entrate, il regime (composto di militari in divisa o in abiti civili) mantiene il paese. L’hogra, ossia l’umiliazione imposta dallo strapotere delle autorità, è un’espressione di origine algerina. L’arroganza di chi comanda in Algeria non impedisce tuttavia alla gente di parlare (quasi) liberamente, al contrario di quel che accadeva fino a ieri nella vicina Tunisia.
   A parte il Marocco, dove la dinastia garantisce un regolare passaggio sul trono, i paesi dell’Africa settentrionale soffrono del male della successione, poiché nessuno vuol lasciare il potere a un estraneo. E quindi non c’è un presidente che non abbia modificato la Costituzione al fine di fare un imprecisato numero di mandati.

   Muhammar Gheddafi governa in Libia dal 1969, da più di quarant’anni, ed essendo sulla soglia dei settanta pare stia riflettendo a quale dei due figli lasciare un giorno, ancora lontano, la guida del paese. Ma il caso più spinoso è quello egiziano. Nella più prestigiosa nazione araba, dove comincia il Maschrek (l’Oriente o il Levante arabo), Hosni Mubarak ha ottantadue anni ed è capo dello Stato da trentadue, dalla morte di Sadat. E la sua futura grande impresa riguarda come trasmettere il potere al figlio Gamal. La tragedia della piccola Tunisia, dove i giovani si ribellano al vecchio satrapo, può ispirare anche le grandi nazioni. (Bernardo Valli)   

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LA TUNISIA E LA TRAGEDIA ARABA

di Zaki Laidi, 18-1-2011 da www.lavoce.info

   I paesi arabi sono caratterizzati da regimi sistematicamente repressivi, oltre che inefficienti e improntati a un’eccezionale longevità politica. Alla base del regime c’è sempre il clan, costituito dalla famiglia allargata del presidente. Tutto ciò causa una stagnazione politica eccezionale, che provoca un rapporto nevrotico tra mondo arabo e Occidente, di cui l’Iraq è l’esempio paradigmatico. E fa nascere un sentimento d’umiliazione esacerbato dal fallimento economico generalizzato.

   I regimi repressivi non sono appannaggio unicamente del mondo arabo. E neanche gli stati “predatori”  sono specifici di questa parte del mondo. (1) In compenso l’esistenza di regimi sistematicamente repressivi, oltre che inefficienti e improntati a un’eccezionale longevità politica, sono proprio caratteristici della civiltà araba: le gravi rivolte che stanno sconvolgendo la Tunisia e, in maniera più endemica l’Algeria, sono espressione di questa realtà.

DINASTIE AL POTERE

   La longevità politica dei regimi arabi è un dato di fatto eccezionale, se comparato al resto del mondo. In Tunisia Ben Ali era ufficialmente al potere da ventiquattro anni. Ma erano più di trent’anni che dominava il sistema del paese. Il suo vicino Bouteflika è al governo dell’Algeria solo dal 1999. Ma non bisogna dimenticare che era già ministro degli Esteri nel 1963 e che restò in carica per ben quindici anni. Anche in Libia ritroviamo una longevità similare, visto che il colonnello Gheddafi è al potere dal 1969; e così avviene nello Yemen, dove il capo di Stato è in carica dal 1978, e in Egitto su cui “regna” Mubarak dal 1981.
   Alla base di questi regimi c’è sempre il clan, il cui nocciolo duro è per lo più costituito dalla famiglia allargata del presidente. Trenta o quaranta anni fa non si concepiva neanche che i regimi repubblicani arabi potessero essere fondati sul principio di successione dinastica.

   Oggigiorno, invece, tale modalità sta diventando regola, introdotta dall’attuale capo di Stato della Siria, che è succeduto a suo padre il giorno della morte di quest’ultimo, che peraltro aveva governato il paese per trent’anni. Anche in Tunisia era previsto, fino a qualche giorno fa, che a succedere a Ben Alì fosse il genero.  In Libia e in Egitto sono destinati alla successione i figli degli attuali capi di Stato, mentre in Algeria sono i fratelli del presidente, visto che quest’ultimo è senza eredi. Insomma, nel mondo arabo, sta perdendo significato la differenza tra repubbliche e monarchie e, per giunta, non si tratta certo di monarchie costituzionali.
   I monarchi arabi sono al centro del gioco politico ed economico. Wikileaks ha recentemente rivelato che, se si vuole trattare affari economici seri in Marocco, è indispensabile sollecitare l’appoggio del palazzo reale – cosa che del resto già tutti sapevano. Poiché i regimi arabi sono strutturati in clan, la cui base sociale tende a restringersi sempre più, l’avidità economica dei centri di potere sta aumentando vertiginosamente, causata probabilmente da un senso di precarietà. E sta ampliandosi anche un sistema repressivo pletorico, dotato di strumenti moderni molto efficaci.

   Quando, pertanto, si sente dire – per esempio – che in Algeria il capo di Stato è riuscito a mettere in riga i militari, non bisogna illudersi neanche per un attimo che ciò significhi un’apertura del sistema politico. Perché, come in Russia, il relativo indebolimento politico dei militari corrisponde a un rafforzamento, senza precedenti, dell’apparato di sicurezza, in seno al quale non esiste differenza alcuna tra militari e civili.
   Tutto ciò causa nel mondo arabo una stagnazione politica eccezionale, contrariamente a quanto avviene in Asia, in America Latina e persino nell’Africa sub sahariana. Persino quanto accade oggi in Costa d’Avorio è impensabile nel mondo arabo, perché non viene neanche presa in considerazione l’idea stessa di elezioni libere dal risultato incerto, che potrebbero provocare un cambiamento non solo del governo, ma anche delle elite al potere. C’è stata una sola eccezione, del resto fallita: il caso dell’Algeria nel 1991. Vi furono elezioni così corrette che il secondo turno fu annullato dai militari, i quali cacciarono il capo di Stato, accusato di volere un accordo con gli islamici.

UN FALLLIMENTO GENERALE E GENERALIZZATO

   Questa sorta di eccezionale congelamento politico provoca un rapporto nevrotico tra mondo arabo e Occidente. Da una, parte i popoli in questione sono assolutamente impossibilitati a rovesciare i loro governi. Dall’altra, però, sono contrari all’ingerenza esterna. L’Iraq è l’esempio paradigmatico di tale contraddizione. La stragrande maggioranza degli sciiti iracheni era favorevole all’intervento degli Stati Uniti, perché solo così avrebbe potuto liberarsi dall’odiato Saddam Hussein. Ma, nel contempo, non sopportava l’idea di una presenza americana nel loro paese.

   Allo stesso modo, le società arabe vivono in permanenza una doppia umiliazione. L’umiliazione, e l’oppressione, che subiscono dai loro governanti, da cui non riescono a liberarsi. E l’umiliazione che l’Occidente infligge loro, quando si interroga sul perché il mondo arabo sia incapace di dotarsi di moderni sistemi democratici.
   Il sentimento d’umiliazione è esacerbato da una realtà ancor più violenta: il fallimento economico generalizzato della quasi totalità dei paesi arabi. In effetti la maggior parte di questi paesi sono regimi che vivono di rendita, ma non producono ricchezza: le risorse provengono infatti dagli idrocarburi, dal turismo, da aiuti stranieri o dalle rimesse degli immigrati.

   Ciò significa che la ricchezza delle loro società non deriva da una trasformazione locale e quindi non crea valore aggiunto nazionale. D’altra parte, analizzando i progetti di sviluppo di quasi tutti i governi arabi, si può constatare come riguardino principalmente la valorizzazione degli idrocarburi o lo sviluppo del turismo. Sono due settori che creano ricchezza, ma non prevedono vasti programmi di assunzione di mano d’opera.
   Non si tratta ovviamente di scelte casuali. Tutti i regimi di tal sorta hanno interesse a che la popolazione sia dipendente dal potere e dalle sue ricchezze. È meglio governare una popolazione disoccupata e dipendente dallo Stato, che può comprare il suo silenzio in cambio di certi vantaggi sociali, piuttosto che una popolazione autonoma, capace di svilupparsi e di prosperare al di fuori dei circuiti statali.

   È il motivo per cui tutti i paesi arabi registrano un tasso strutturalmente elevato di disoccupazione e ciò indipendentemente dalle loro risorse. La Tunisia è, per esempio, uno di quei paesi in cui la disoccupazione dei giovani è molto forte. In Algeria sono i cinesi che costruiscono le strade, i ponti e gli aeroporti laddove la disoccupazione locale tocca il 25 per cento e quasi un giovane algerino su due è senza lavoro.
   Per molto tempo i regimi arabi hanno tentato di legittimare il loro potere e di giustificare l’assenza di democrazia, asserendo di privilegiare innanzitutto lo sviluppo economico. Ma oggi l’argomento non regge più. Nel mondo arabo non esiste né sviluppo, né democrazia. Questa realtà comporta, nell’ambito di tutti i grandi dibattiti internazionali, una marginalizzazione senza precedenti di quella regione del mondo. E le cause profonde del degrado non sono mai state seriamente analizzate. Per ovvi motivi, del resto: ovunque, nel mondo arabo, l’assenza di libertà pubbliche e la disfatta dei sistemi educativi rendono estremamente pericolosa e intellettualmente difficile un’attività del genere.
   L’aggravarsi della situazione in Tunisia (e la fuga di Ben Alì) mostra la fragilità di questi regimi. Non bisogna tuttavia illudersi troppo presto. Fino a oggi non esiste un solo regime arabo che sia caduto in seguito a rivolte o sommosse. È ancora presto per concludere che il regime di Ben Ali è definitivamente crollato. (Zaki Laidi, 18-1-2011 da www.lavoce.info )

(1) Il termine è riconducibile all’espressione inglese “rent seeking” ed è utilizzato per indicare il fenomeno che si verifica quando un individuo, un’organizzazione o un’impresa cerca di ottenere un guadagno mediante l’acquisizione di una rendita economica attraverso la manipolazione o lo sfruttamento dell’ambiente economico, piuttosto che mediante la conclusione di transazioni economiche e la produzione di valore aggiunto. Il rent seeking implica generalmente l’estrazione di valore non controbilanciato da altro, senza che ci sia alcun contributo alla produttività, ad esempio ottenendo controllo della terra e di altre risorse naturali preesistenti, oppure mediante l’imposizione di gravose regolamentazioni o di altre decisioni governative che possono influenzare i consumatori o gli affari. (traduzione di Daniela Crocco)

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18/1/2011 – LA RIVOLTA DEL PANE

TUNISIA CAOS, SI DIMETTONO 5 MINISTRI

“La moglie di Ben Ali gestiva il Paese”

da “la Stampa.it” del 18/1/2011

E’ ancora battaglia tra i militari e i sostenitori dell’ex presidente – Il nuovo premier va all’attacco – Semi di rivolta anche in Egitto

TUNISI – Perde subito pezzi il governo di unità nazionale del premier Mohammed Ghannouchi che traghetterà la Tunisia alle prossime elezioni mentre le strade di Tunisi e di altre città del Paese sono ancora teatro di proteste e scontri.

   Sotto accusa le scelte del nuovo premier di dare comunque spazio a diversi esponenti dell’Rcd, il partito di del presidente destituito Ben Ali. Il principale sindacato del paese, l’Unione per il Lavoro (Uggt), che contava tre uomini nel nuovo governo, ha ritirato i suoi tre ministri. Successivamente si sarebbe dimesso anche Mustafa Ben Jaafar, neo ministro della Salute, capo del Forum del Lavoro e Libertà, uno dei tre esponenti dell’opposizione mentre Al Jazira ha smentito le voci riguardo a una dipartita della regista cinematografica Moufida Tatli.
   Poco prima la polizia aveva disperso nel centro di Tunisi un corteo con molti esponenti dei sindacati e con alla sua testa personaggio di spicco del movimento islamista Ennahdha, messo al bando dal vecchio regime: Sadok Chourou, 63 anni, scarcerato lo scorso ottobre dopo 20 anni. Mentre andava in scena la manifestazione, Ennahdha annunciava il boicottaggio delle prossime elezioni presidenziali.

   Nessun candidato a presidente ma partecipazione alle legislative, la posizione del movimento islamista moderato. Migliaia di manifestanti si sono riversati per le strade di Tunisi e di altre città del paese prima delle dimissioni dei tre ministri per protestare contro la presenza nel governo ad interim di esponenti del partito dell’ex presidente.

   In più di una occasione la polizia ha disperso i manifestanti con lanci di lacrimogeni. In mattinata erano arrivate notizie di incidenti causati dalle milizie vicine a Ben Ali e sono stati uditi colpi d’arma da fuoco. Dovrebbe arrivare a Tunisi nelle prossime ore Moncef Marzouki, leader del Cpr, partito della sinistra laica illegale sotto il regime di Ben Ali, da anni in esilio in Francia, che ieri ha parlato di «farsa».
   Ghannouchi intanto ha respinto le critiche al suo nuovo governo. Ha affermato che i ministri «hanno le mani pulite» e hanno «sempre agito nell’interesse del Paese». Ha promesso che «tutti coloro» che hanno avuto un ruolo nella repressione della protesta popolare «ne risponderanno davanti alla giustizia». La lista dei ministri comprende rappresentanti della società civile e tre leader dei partiti di opposizione, due dei quali senza rappresentanza parlamentare. Non c’è spazio però per i partiti dichiarati illegali da Ben Ali.

   Cresce intanto la preoccupazione che la protesta si allarghi ad altri Paesi africani. In Egitto si sono verificati, dopo quello di ieri, altri due roghi umani. Episodi analoghi erano accaduti poche ore prima in Mauritania ed Algeria, dove oggi è stato un disoccupato 36enne padre di sei figli a darsi fuoco: il quinto nell’ex colonia francese.

(vedi anche, da “la Stampa”, ripreso da Global Voices Online l’interessantissimo articolo sul ruolo della Francia in Tunisia:

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/vociglobali/grubrica.asp?ID_blog=286&ID_articolo=243&ID_sezione=654&sezione=

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LA SINDROME DELLA GIOVINEZZA

di Ilvo Diamanti da La Repubblica del 17 gennaio 2011

   La gioventù manifesta segni di disagio sempre più vistosi. Proteste e ribellioni si alternano a ondate di violenza urbana. In Europa e oltre. Lo ha scritto Bernardo Valli nei giorni scorsi su “la Repubblica” per spiegare il crollo del regime in Tunisia. “Le rivolte giovanili -ha scritto Valli- sono potenti detonatori che possono imporre svolte politiche”.

   Anche, se le tensioni espresse dai giovani non rivelano tematiche comuni, espresse da componenti specifiche. Disegnano, invece, una scena composita. Più che un movimento indicano, forse, una “sindrome”. Un malessere che presenta sintomi diversi di origine diversa. Con un volto comune, riconoscibile dall’età. Giovane, talora giovanissima. Gli episodi che compongono la “sindrome giovanile” sono numerosi ed eterogenei. Per contesto, contenuto, modello di azione. Ne isoliamo alcuni, particolarmente noti.

   Ci sono, anzitutto, le rivolte studentesche. Si susseguono in diversi paesi europei, con vampate improvvise. In Grecia: nel 2008, dopo la morte di un ragazzo in seguito a scontri con la polizia. Negli scorsi mesi, dopo la manovra del governo per rispondere alla crisi economica e finanziaria. Adeguandosi alle condizioni imposte dalla Ue. In Inghilterra, il mese scorso, dopo la decisione del governo di aumentare le rette nelle università, è esplosa una vera guerriglia. Decine di migliaia di studenti, fiancheggiati dai genitori, hanno trasformato gli spazi intorno alla Camera dei Comuni e a Westminster in un campo di battaglia.

   In Francia è da anni che gli studenti manifestano. Nel 2006: contro la legge che istituiva il “contratto di primo impiego”. Nello scorso autunno: contro la riforma che eleva l’età della pensione. Si sono mobilitati in massa, in tutta la Francia. La protesta degli studenti ha investito anche la Spagna, a sostegno degli scioperi proclamati dai lavoratori contro lo stato miserevole del mercato del lavoro e i tagli della spesa sociale. In questa chiave vanno considerate anche le manifestazioni che si sono svolte in Italia, nello scorso autunno, contro la riforma Gelmini. Promosse da studenti e ricercatori.
   Ma la sindrome giovanile non ha interessato solo le scuole e gli studenti. La contrassegnano anche le rivolte che hanno incendiato (letteralmente) le banlieue di Parigi nel 2005 – e in seguito. Protagonisti: non studenti, ma adolescenti “marginali” di origine africana e maghrebina.

   Infine, va considerato anche ciò che sta avvenendo in Tunisia. Dove il regime guidato da Ben Ali è crollato all’improvviso, sotto la spinta di una rivolta che ha ragioni sociali, economiche e politiche profonde. Innescata dal gesto disperato di un giovane di 26 anni, Mohammed Bouaziz, laureato in economia, ambulante occasionale. Si è dato fuoco per protestare contro il sequestro del suo banchetto di frutta e verdura. E i giovani, gli studenti costituiscono una parte importante, forse maggioritaria, della mobilitazione che si è propagata nel paese. Contagiando la vicina Algeria, trascinata, anche lì, dai giovani.
   Contesti diversi, motivi diversi, obiettivi diversi. Una comune connotazione generazionale. Marcata da problemi comuni. La disoccupazione, anzitutto. Colpisce il 40% dei giovani (15-24 anni) in Spagna, il 20% nella zona di Parigi, il 25% in quella di Londra. E il 29% in Italia, ma 10 punti percentuali in più nel Mezzogiorno.

   In Tunisia – rammentava ancora Bernardo Valli – il 72% dei disoccupati ha meno di 29 anni. In Marocco: il 62%. In Algeria: il 75%. Dovunque, per i giovani, è divenuta normale la precarietà. In Italia, più di 2 milioni di giovani non studiano e non lavorano (dati Istat). Stanno lì, ai margini, ad attendere che qualcosa succeda. E intanto fanno lavori e lavoretti informali, oltre che temporanei. Si dice, con un po’ di retorica, che i giovani sono vittime di un “furto del futuro”. Vero, ma non basta. Occorre aggiungere che il loro futuro è pesantemente consumato dal presente.

   La disoccupazione e la precarietà di oggi: appaiono senza fine. In-finite. Peraltro, la società, la politica, gli adulti: non offrono più modelli, né riferimenti. I sistemi di valore, le organizzazioni di rappresentanza politica, per primi i partiti. Sono in crisi. Prevalgono, invece, le logiche del marketing, dei media. Che schiacciano l’orizzonte sul presente. Anzi, sul “quotidiano”. Così si affermano sentimenti di sfiducia e delusione. Oppure, all’opposto, si diffondono le proposte fondamentaliste. Perché danno significato al malessere, alla protesta. Ma anche alla domanda di identità e di riconoscimento.

   A questa sindrome contribuisce l’insofferenza verso la riduzione dell’intervento pubblico, in particolare – ma non solo – nella scuola e nell’università. I giovani temono il declino dello Stato previdenziale e provvidenziale – e, dunque, l’indebolirsi – ulteriore -delle garanzie per il “loro” futuro.

   Difficile spiegare loro che i tagli e le riforme servono a rimediare ai danni prodotti dai più anziani. Difficile chiedere loro di farsi carico della competizione globale. Di pensare in chiave futura, se il futuro – per loro – non esiste più. È stato abolito. Da qui la differenza da altre, precedenti, ondate di protesta. Il Sessantotto, in particolare. Era un movimento anti-autoritario. Progettuale. Oggi invece la protesta giovanile riflette uno stato di necessità.

   Anche in Italia, dove solo il 10% della popolazione ha tra 15 e 24 anni (in Tunisia è il 25%). La loro protesta è una forma di legittima difesa. Serve a rivelare al mondo che esistono. D’altronde, i giovani italiani sono largamente a-ideologici. Comunque, più a destra dei loro genitori (socializzati intorno al Sessantotto). Non credono nei partiti e neanche nel Parlamento. Sono presidenzialisti. D’altronde, sono cresciuti nell’era di B., della Lega e dei partiti personali. Comunisti e democristiani, per loro, sono parole in-significanti. Quando sono nati, il muro di Berlino era già caduto. Oppure era lì lì per crollare.

   Sono i ragazzi della Seconda Repubblica. Una generazione im-mediata. Ancora poco auto-consapevole. Non crede alle mediazioni ed è abituata a fare i conti con il presente immediato. Questi giovani, sono reattivi, pronti a sperimentare vecchie e nuove forme di partecipazione. Le loro famiglie: li tutelano, ma, al tempo stesso, li mantengono in libertà vigilata. Una condizione – in apparenza – comoda. In realtà, frustrante e sempre più difficile da sopportare. A (da) cui i giovani sperano di (s)fuggire. Prima o poi esploderanno anche loro. (Ilvo Diamanti)

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MEDITERRANEO, MARE NOSTRUM?

(Tratto dal quaderno speciale di Limes 2009 “Il Mare nostro è degli altri”. 22/06/2009)

(…) Un terzo del commercio mondiale transita nel Mediterraneo. Le esportazioni asiatiche, soprattutto cinesi, raggiungono i mercati europei e americani in prevalenza attraverso le rotte che passano da Suez e poi da Gibilterra.
Lungo la rotta che passa a sud dell’Africa, doppiando il Capo di Buona Speranza, vengono trasportati 12,2 milioni di teu, l’unità di misura usata per calcolare la capienza dei container, contro i 15,3 che attraversano il Mediterraneo, nonostante la crescente minaccia dei pirati lungo il corno d’Africa, all’imboccatura del Mar Rosso.
L’Italia stenta a intercettare questo enorme flusso nonostante la sua posizione geografica favorevole perché non dispone delle infrastrutture portuali e di trasporto terrestre su cui invece poggiano non solo i grandi hub del Nord Europa, a cominciare da Rotterdam, ma ormai anche i nuovi grandi porti della costa Sud, come il gigantesco scalo di Tangeri.
E’ in corso una dura competizione tra i porti del Mediterraneo per diventare uno dei grandi hub utilizzati dalle compagnie di trasporto per movimentare i container da navi più grandi a navi più piccole o inviarli direttamente via terra verso i mercati di riferimento dei singoli porti.
In molti stanno investendo sulla sponda Sud del Mediterraneo, che rappresenta  un mercato da 280 milioni di abitanti in forte crescita demografica ed economica. Ormai in queste regioni gli investimenti europei sono solo il 40% del totale e quelli americani il 10%, contro il 30% proveniente dai paesi del Golfo Persico e il 20% da paesi emergenti come Brasile, India, Cina, che scommettono sul Mediterraneo meridionale anche per salvaguardare le rotte marittime per loro così importanti.
In questa fase di crisi è una grande opportunità di crescita per l’economia italiana. E’ il Mediterraneo la nostra Cina.

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IL MARE NOSTRO E’ DEGLI ALTRI

di Valentina Masio, da www.cittamobile.it/  

   Il Quaderno Speciale di “Limes”, Il mare nostro è degli altri, affronta la tematica del Mediterraneo sotto il profilo storico, economico e politico-strategico. È stato presentato a Genova, il 9 giugno scorso, in occasione dell’incontro “Noi visti dall’altra sponda”, nell’ambito del ciclo di incontri “Mediterranea – Voci tra le sponde”, promosso dalla Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale, con la partecipazione del direttore di “Limes”, Lucio Caracciolo. A confronto giornalisti ed esperti dei paesi nordafricani, vicinorientali e italiani. Un tentativo di capire e incrociare i punti di vista altrui e di progettare insieme nuove frontiere di comunicazione.

   Lucio Caracciolo ha affermato che “il Mediterraneo è la nostra Cina”. Analizzando le cifre risulta infatti che, grazie ai finanziamenti provenienti da ogni parte del globo, con 60mld$ nel 2006 l’area mediterranea entra di fatto in concorrenza con la Cina, che nello stesso anno ha attirato 70mld$ di investimenti esteri.  Proprio l’Europa ne è la principale finanziatrice (40%), seguita dai paesi del Golfo (30%); il 20% è rappresentato dalle economie emergenti (Brasile, India…) e per ultimi gli Stati uniti con il 10%.

   È stato altresì sottolineato come negli ultimi anni, in seguito alla de-localizzazione dei processi produttivi in Estremo Oriente e al conseguente aumento degli scambi tra Asia ed Europa, il Mare Nostrum abbia acquisito un ruolo centrale per le shipping companies di tutto il mondo. Prima di allora il Mediterraneo era stato teatro di traffici commerciali regionali; attualmente è diventato un bacino cruciale per il trasporto di lungo raggio: un terzo del commercio mondiale lo attraversa da est a ovest, poiché questo è il corridoio più rapido per far arrivare le merci asiatiche nei mercati europei e nord-americani.

   Ciò richiede una elevata efficienza dei sistemi portuali in termini di infrastrutture e servizi. I porti, inoltre, per rimanere competitivi nell’era del sistema hub and spoke, devono essere in grado di accogliere navi da 13/14 mila teu. I porti di Barcellona, Marsiglia e Genova, proprio su questo esempio, stanno potenziando i collegamenti intermodali. In questo contesto tuttavia è da sottolineare la nascita e lo sviluppo del nuovo porto di Tangeri, (Marocco ndr) “la nuova stella in terra d’Africa”.

   Adeguato per l’attracco di navi di imponenti dimensioni, offre soprattutto l’incomparabile vantaggio del basso costo della manodopera: un lavoratore all’Apm Terminals di Tangeri costa 4.000 dollari all’anno, mentre nello speculare polo di Algeciras si arriva a 14.000. Intorno a questo porto è anche stata lanciata nel 2008 la zona franca logistica TangerMed, che avrebbe l’ambizione di costruire una piattaforma logistica leader in Europa, Mediterraneo e Africa Occidentale.

   Sebbene questo progetto abbia subìto una battuta d’arresto soprattutto in seguito al disimpegno dei Danesi (essendo della società Apm del gruppo Møller-Mærsk), è ancora molto appetibile per i paesi del Golfo. Filo rosso dell’incontro è stato il senso di fallimento del Processo di Barcellona. L’istituzione della zona di libero scambio nel 2010 non avrà realizzazione. La cooperazione regionale non ha avuto successo, poco migliore è stata la cooperazione bilaterale paese-paese, che però è rimasta improntata ad una mentalità da cooperazione allo sviluppo, perciò non su base effettivamente paritaria.

   Anche la proposta di Unione del Mediterraneo di Sarkozy ha avuto vita difficile. Il Presidente francese, intenzionato a riempire il vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti, auspicava una unione dei soli stati rivieraschi, proponendo  implicitamente una specie di divisione dei compiti europei, con la Francia in direzione Sud e la Germania in direzione Est. In seguito alle proteste degli stati europei esclusi la proposta francese si è trasformata in senso comunitario, attraverso il suo inserimento nel processo di Barcellona e nella Politica di Vicinato dell’UE, modificando il nome in Unione per il Mediterraneo.

   Attualmente l’Unione è composta da 43 paesi, non ha un’agenda né finanziamenti. Vera novità del Consiglio Europeo 2009 è stato il Partenariato Orientale, a riprova della divergenza di interessi strategici all’interno dell’UE. In questo contesto inoltre l’Italia rimane ultima tra i paesi europei, addirittura dietro a stati non propriamente mediterranei, come l’Austria e l’Olanda.

   Paradossalmente una politica mediterranea sembra essere rilanciata dal Presidente americano, per il quale questa area rimane una piattaforma logistica cruciale, data la sua vicinanza con aree di conflitto (Medio Oriente) o strategiche (Golfo Persico), nonché molto importante nella strategia di lotta al terrorismo. Con Obama si è aperta una nuova proposta di “coalizione” nei 27 stati dell’UE con Albania, Algeria, Autorità Palestinese, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Mauritania, Siria, Tunisia, Turchia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Monaco.

   C’è poi la fase improntata alla comunicazione e al dialogo con il mondo musulmano, enfatizzata anche dai viaggi del Presidente USA in Turchia e in Egitto. Ciò mal si concilia con la svolta conservatrice europea, che rischia di autoescludersi dai giochi. L’interpretazione americana di ‘Mediterraneo’ è decisamente più ampia di quella europea e preoccupa i paesi dell’Europa Meridionale circa un possibile spostamento del baricentro dell’Unione.

   Come affermato concordemente dagli oratori, l’America sa ben perseguire i propri interessi, saprà fare altrettanto l’Europa?  Sotto il profilo storico-sociale invece si è andati alla ricerca delle comuni origini mediterranee, a partire dal circuito fenicio, che si estendeva da Tiro a Cadice, seguito dal primato marittimo cartaginese e infine del dominio marittimo romano.

   In particolare, nella storia, il movimento migratorio italiano verso la sponda sud risulta essere un fenomeno plurisecolare – dato che esistevano colonie già ai tempi delle Repubbliche Marinare – ma divenne di particolare rilevanza tra ’800 e ‘900, soprattutto in seguito alla nascita del Regno di Sardegna e all’intensificazione degli scambi che ne seguì. Gli ‘Italo-mediterranei’, sono infatti quel milione circa di Italiani che a cavallo dei due secoli passati abitavano ‘la quarta sponda’, costituendo una vivace presenza culturale e commerciale, vivendo in città multiculturali, poliglotte e multireligiose che oggi non siamo in grado di immaginare.

   In quel periodo la presenza italiana era diffusa in un unico continuum da est a ovest e l’Italiano era una sorta di ‘lingua franca’ della diplomazia e del commercio. Tuttavia i tempi stavano per mutare: dalla guerra di Libia in poi l’Italia divenne una potenza coloniale al pari di tutte le altre, modificando in modo indelebile l’idea ‘di noi visti da loro’. Proprio su questo si sono soffermati a lungo gli oratori di origine araba: hanno sottolineato come l’opinione che il mondo arabo ha degli Europei sia estremamente confusa, un insieme di sensazioni che spaziano dall’ammirazione all’odio.

   Per alcuni l’Europa è il male, inteso come colonizzatore, oppressore e crociato, per altri è il paradiso. Se per alcuni è la terra della democrazia e delle opportunità per altri è principalmente la terra dell’opportunismo, dell’ipocrisia e dell’egoismo, di chi pretende ma non dà, e quando dà lo fa in modo palesemente strumentale ai propri interessi. La situazione è inoltre peggiorata in seguito ai fatti di Gaza, che hanno generato un generale senso di ‘fastidio’ nei confronti dell’Occidente.

   L’Europa viene vista innanzitutto come cristiana: il Presidente del Giovani Musulmani d’Italia, per esempio, ha ricordato come a Casablanca, in occasione della visita ufficiale, Giovanni Paolo II era stato accolto da migliaia di Marocchini (musulmani) e si è domandato se attualmente potrebbe ancora essere così.

   Il tema dei rapporti Nord-Sud è decisamente complesso, non banalizzabile nella ‘retorica della mediterraneità’. Certo, le due sponde sono interconnesse e le prospettive di sviluppo futuro devono spingere l’Europa – e l’Italia – a essere più attive. In ogni caso non vanno sottovalutate le differenze: per comprendere l’essenza profonda del Mediterraneo non si può prescindere dalla definizione datane da Braudel: “La Méditerranée, c’est [] mille choses à la fois. Non pas un paysage, mais d’innombrables paysages. Non pas une mer, mais une succession de mers. Non pas une civilisation, mais plusieurs civilisations superposées”. Solo l’accettazione di questo presupposto potrà portare alla crescita e allo sviluppo di una costruttiva politica del e per il Mediterraneo. (Valentina Masio)

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