CENSIMENTO 2011: giovani e anziani, Nord e Sud, macro e micro economia: GEOGRAFIA DI UNA SOCIETA’ (E TERRITORI) in forte cambiamento, e senza un chiaro progetto futuro: serviranno le cifre e le statistiche del censimento a FARE QUELLE RIFORME CHE MANCANO?

OGNI DIECI ANNI E’ TEMPO DI CENSIMENTO della popolazione italiana. IL PROSSIMO 9 OTTOBRE 2011 PRENDERA’ IL VIA, anche online, il censimento della popolazione italiana. Lo ha annunciato il presidente dell’ISTAT Enrico Giovannini, illustrando che la compilazione del questionario potrà avvenire nei classici modi o online (in modalità “assolutamente sicura e a prova di hacker” garantisce Giovannini). - Per chi non ha il Pc o la connessione Internet, resterà valido il consueto metodo: i questionari per il censimento arriveranno direttamente a casa (entro il 9 ottobre) e potranno essere consegnati nei punti di raccolta Istat (dalle tabaccherie agli uffici postali o via Internet). Anche il sito dell’Istat è stato rinnovato (da http://www.istat.it/ ) con link ai social network e pagine regionali

   Il Censimento 2011 inizia nel prossimo autunno: con la sua mole di dati: sulle famiglie (ora saranno considerate anche le coppie gay); con la superficie delle abitazioni; con le condizioni di vita e lavoro, le abitudini, gli spostamenti… Una rilevazione complessiva sullo stato delle persone e delle comunità. Famiglie intese anche nelle situazioni di “single”, persone che vivono da sole, sempre di più. E’ interessante che tutto questo grande impresa di “censimento demografico, economico, della quotidianità degli italiani”, già da ora si confronti con i dati annuali (dell’Istat, ma un po’ di tutti gli osservatori pubblici, privati, delle categorie economiche e fondazioni varie. Ve ne diamo alcuni, qui di seguito, di questi interessanti dati.

   Si percepisce la presenza di una società del tutto confusa, ancora benestante nonostante la crisi economica (pertanto un benessere limitato a chi ha “rendite di posizione”, “famiglie alle spalle”, un lavoro almeno “quasi stabile”…). Interessante poi il ribaltamento di certe concezioni, teorie: ad esempio che più si è poveri e più si fanno figli (elemento di felicità, i figli, che i benestanti razionalizzano di più). Ebbene, non è più così: i figli si fanno non dove c`è retoricamente – «una maggiore apertura alla vita», ma dove i servizi sociali sono più efficienti, e le donne si sentono più sostenute e dove si aprono maggiori possibilità di lavoro. Insomma il Nord fa ora più figli del Sud.

   Vi lasciamo alla lettura degli articoli qui di seguito, che non vogliono però essere solo una serie di dati demografici o di “tenore di vita”, economici. Vi sono anche considerazioni “altre”, ad esempio sul ruolo dei vecchi e dei giovani (un bellissimo articolo di De Rita in difesa dei vecchi innovatori nella cultura, nell’economia e in tante altre arti, e pertanto certo in questi casi da non rottamare…).

   Quel che appare ora, da cognizioni e dati annuali e che il prossimo censimento generale dovrà approfondire al meglio, è che l’Italia è un paese geograficamente in totale crisi: nei suoi territori e nella vita e negli obiettivi delle sue comunità. Se, ad esempio, sotto l’aspetto economico, da qualche tempo la locomotiva tedesca, la Germania, sta marciando molto spedita, è da capire perché in Italia (ma anche in tanti altri stati europei) la tendenza è all’opposto, cioè di stagnazione. Esaminando il progresso economico tedesco, per capire la ragione di questa differenza, si scopre che lì c’è uno Stato che funziona, delle Regioni federali (Lander) molto efficienti. Ed è la “mano pubblica” che decide le strategie: dove e come investire in infrastrutture (la LOGISTICA –parola ora magica-, fatta di mobilità pubblica, di porti, di luoghi intermodali di raccolta delle merci…) e, in particolare di produzioni da privilegiare (quelle innovative, di qualità, che meritano l’appoggio pubblico…) e di ricerca scientifica mirata da appoggiare il “nuovo”; e invece di cose produttive che non c’è ragione da mantenere in patria; che se vanno all’estero, in altri paesi, niente di male c’è. Pertanto il successo tedesco di questo periodo non è né fortuna, né miracolo… è dato da un’organizzazione e una strategia prima di tutto pubblica (statale, federale) che su questo sviluppo si sta impegnando.

   Insomma mai come in questo momento la “mano pubblica” è necessaria a orientare virtuosamente lo sviluppo e il benessere. Solo le società del benessere trovano poi le risorse necessarie per aiutare le persone più in difficoltà, per “fare solidarietà”. E questa “mano pubblica” in un nuovo progetto di sviluppo (l’Italia così ancora ricca di ambiente, di arte, di realtà che si confronta positivamente con il lavoro e l’innovazione…) sembra mancare (la mano pubblica con chiare idee di riforma) nel nostro Paese.

   Le proposte geografiche che insistentemente qui facciamo (di accorpamento dei comuni in città più efficienti nei servizi; dell’individuazione in tutti i territori di aree metropolitane; di un’agricoltura che privilegi le differenze territoriali, i prodotti di qualità e la si finisca con l’inquinamento assurdo della terra -l’idea del movimento SLOW FOOD di Carlo Petrini che noi sposiamo in pieno e vorremmo pur con le nostre povere forze sostenere…-; la mobilità virtuosa delle merci e delle persone -contro l’intralcio quotidiano da traffico- e un assetto ambientale e di autonomia economica di tutti i molteplici territori -costieri, di pianura, collinari, pedemontani, di mezza montagna….-); ebbene tutto questo potrebbe essere un contributo a quelle riforme necessarie che il censimento generale di quest’anno –2011- potrà e dovrà dare risposte.

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NEL CENSIMENTO 2011 ANCHE LE COPPIE GAY

di Novella De Luca, da “la Repubblica” del 21/1/2011

   Il nuovo censimento potrebbe aprirsi alle coppie gay. Le domande sono burocratiche, la forma è neutra, ma la sostanza invece no. Basterà barrare una casella, forse la numero 4, per dichiararsi «convivente dell’intestatario in coppia di sesso diverso», oppure, «convivente dell’ intestatario in coppia dello stesso sesso».

   E la rivoluzione è tutta lì, nella seconda definizione, “stesso sesso”, formula che l’Istat sta pensando di inserire nei nuovi questionari del censimento del 2011, se il Garante darà il via libera. Per la prima volta in Italia, chi vorrà definirsi “coppia” con una persona dello stesso sesso, ossia due uomini o due donne legati tra di loro da un vincolo affettivo ma non da un vincolo matrimoniale, potrà farlo.

   Potrà cioè dichiarare di essere una coppia gay. Da raccontare e fotografare, esattamente come tutte le altre forme di relazione o convivenza, nel nuovo censimento della popolazione che metterà sotto la lente d’ingrandimento della statistica 60 milioni di cittadini italiani e 25 milioni di famiglie.

   E affinché non ci siano equivoci, come già avvenuto nel passato (nel 2001 era già presente una domanda simile ma poi i dati vennero elaborati con un’altra definizione) la coppia “convivente dello stesso sesso” sarà nei questionari ben distinta da coppie di fratelli o sorelle (legami parentali), ma anche da altri tipi di relazione, come ad esempio due amici o un’anziana e la sua badante convivente. Per questo sarà prevista una domanda ad hoc, alla fine del questionario, dove si potrà dichiarare di essere “altra persona coabitante senza legami di coppia, parentela o affinità”.

   Un cambiamento di rotta a 360 gradi, come da tempo chiedevano buona parte delle associazioni omosessuali. Anche se questo non significherà un “censimento della comunità gay”, non saranno cioè i numeri ad essere significativi, quanto la fotografia di una realtà fino ad ora non “riconosciuta” tra le forme di coppie esistenti.

   Spiega Carlo D’Ippoliti, ricercatore di Economia Politica all’università La Sapienza, che già un anno fa aveva lanciato un appello perché l’Istat non dimenticasse, anche nel 2011, le coppie gay: «Mi sembra che l’Istituto di Statistica abbia fatto un ottimo lavoro, perché con questo tipo di formulazione, ossia coppia convivente dello stesso sesso, non ci possono essere equivoci. È un messaggio di parità, e anche la presa d’atto che in Italia ci sono sempre più forme di famiglie, e di famiglie di fatto. I risultati però, bisogna dirlo, saranno parziali: non saranno molte le coppie omosessuali che dichiareranno di esserlo, soprattutto nei piccoli centri. Ma potrebbe essere un punto di partenza, e poi ciò che conta è che la domanda sia stata inserita». 

   Il censimento però è una macchina enorme e complessa. E se la domanda sulle coppie conviventi dello stesso sesso è forse la novità più forte, è l’intero apparato di questo censimento ad essere stato rinnovato. 

   «I questionari saranno consegnati a sessanta milioni di abitanti in tutta Italia – dice Giuseppe Stassi, dirigente del servizio censimenti dell’ Istat – a 25 milioni di famiglie, e a quattro milioni e mezzo di cittadini stranieri residenti. Il modulo dovrà essere compilato in italiano ma sarà disponibile online la traduzione in venti lingue diverse.

   Questo del 2011 è il quindicesimo censimento dal 1861, viene effettuato ogni dieci anni, e possiamo dire che a partire dall’ Unità d’Italia ci sono stati pochi “salti”: nel 1891 per una grave crisi economica e nel 1941 perché l’ Italia era in guerra. Una delle novità più importanti di questa edizione è che il censimento partirà dalle liste che ci verranno consegnate dalle anagrafi dei Comuni.

   I questionari verranno recapitati alle famiglie a partire metà settembre, le risposte dovranno riferirsi alla data della notte l’ 8 e il 9 ottobre, poi i cittadini avranno fino alla metà di novembre per la restituzione».

   L’ immensa mole di dati dovrà poi essere lavorata ed elaborata, anche secondo tutta una serie di parametri europei e i risultati non si avranno, in realtà, prima del 2014. Diversi i modi per rispondere ai questionari (anche via Internet con un’ apposita password) e diverse le modalità di restituzione, in una rete di centri di raccolta ancora da definire, Quello che è certo, tecnologia a parte, è che un esercito di rilevatori, anche se un po’ meno folto rispetto alle edizioni precedenti, busserà porta a porta e come sempre alle nostre case. – MARIA NOVELLA DE LUCA

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DEMOGRAFIA – IL RAPPORTO ISTAT

L’ITALIA STA PERDENDO LE MAMME

di Raffaello Masci, da “la Stampa” del 25/1/2011

– Gli over sessantacinquenni sono ormai un quinto del Paese – Gli ultracentenari sono triplicati – Calano ancora le nascite: la popolazione aumenta grazie agli immigrati e ai loro figli –

   Che eravamo un Paese di vecchi si sapeva da tempo. La novità è che siamo un Paese di vecchissimi, con gli ultracentenari triplicati in 10 anni. E siamo anche un Paese sempre più popolato (60 milioni e 600 mila abitanti) da stranieri (più 328 mila rispetto all`anno scorso) che da italiani (meno 67 mila).

   Insomma, gli immigrati regolari (e poi ci sono tutti gli altri) sono 4 milioni e mezzo, di questi solo i romeni sono un milione e gli albanesi un ulteriore mezzo milione, seguiti da marocchini, filippini, cinesi e via elencando. Sempre di più e sempre più prolifici. Che ci piaccia o no, beninteso.

   La rilevazione Istat degli indicatori demografici 2010 questo dice. Quanto al futuro (anche qui, che ci piaccia o meno) i cittadini tricolore saranno sempre meno e quelli di altre provenienze sempre di più.  E questo per due fattori precisi e concomitanti: il primo è che le donne italiane continuano a fare pochissimi figli, in media 1,4 a donna (nel 2009 eravamo a 1,41, nel 2008 1,42), mentre quelle straniere ne fanno 2,3.

   Il secondo fattore è l`aumento dei vecchi che postula una domanda sempre crescente di badanti. Gli ultrasessantacinquenni sono oltre un quinto della popolazione (20,3%) e negli ultimi 10 anni sono aumentati di 180 mila unità l`anno (1,8 milioni in totale).

   Nello stesso periodo – tanto per fare un paragone – gli under 14 sono cresciuti di appena 348 mila unità in totale portando la quota al 14,3%. Non solo: si vive molto, ma molto di più. L`aspettativa di vita per un uomo è oltre i 79 anni, e per una donna di oltre 84, con una presenza sempre crescente di ultracentenari, che hanno sfondato quota 16 mila e sono triplicati in 10 anni.

   Questa è l`Italia della demografia. Ma con differenze enormi da un`area all`altra del Paese che inducono ad una lettura anche politica di queste rilevazioni statistiche. Per esempio: è vero che di figli se ne fanno pochi, ma le grandi madri mediterranee non sono più le Filumene Marturano di Napoli e del Sud, quanto, semmai, le signore dabbene del Nord. Se il tasso di fecondità è si diceva – dell`1,4, a superare questa soglia ci sono le donne del Trentino con l`1,58, quelle della Val d`Aosta con l`1,54, della Lombardia con l`1,48, dell`Emilia con l`1,46 e del Friuli con l`1,43.

   In sostanza: i figli si fanno non dove c`è retoricamente – «una maggiore apertura alla vita», ma dove i servizi sociali sono più efficienti, e le donne si sentono più sostenute e dove si aprono maggiori possibilità di lavoro.

   Nel 2010 sono nati 557 mila bambini, 12.200 in meno rispetto all`anno precedente. Una tendenza che fa dire all`Istat che «sembra essersi conclusa per le italiane la fase di recupero cui si era assistito nello scorso decennio». Per avere un numero di nascite inferiore a quello del 2010 occorre tornare al 2005, quando furono 554 mila.

   La riduzione nel 2010 rispetto al 2009 (-2,1%) risulta generalizzata su scala territoriale e in questo quadro si fa sempre più importante il contributo alla natalità delle straniere: si stima, infatti, che quest`anno oltre 104 mila nascite (18,8% del totale) siano attribuibili a madri straniere (erano 35 mila nel 2000, pari al 6,4% e 103 mila nel 2008 pari al 18,1%), di cui il 4,8% con partner italiano.

   Non solo. Le regioni più sviluppate sono anche quelle che riescono a garantire migliori condizioni di vita per gli anziani, tant`è che tra quelle in cui si è più longevi continuano ad apparire il Trentino, la Toscana, il Veneto, la Lombardia.

   L`Istat rileva anche un altro fattore di disagio nel Mezzogiorno, semmai ce ne fosse bisogno: è ricominciata la migrazione interna verso il Nord, con un travaso di quasi il 2 per mille della popolazione da Sud verso il Centro e il Nord.

   Ancora una volta ad esercitare una particolare attrazione sono il Trentino – che si configura come una California d`Italia – e l`Emilia, insieme al Veneto che ha la fama di essere la regione più ostile nei confronti di chi viene da fuori, ma che risulta (invece) tra le aree dove l`integrazione è più riuscita. (Raffaello Masci)
 
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LE COLPE CHE I VECCHI NON HANNO

UN MALINTESO GIOVANILISMO

di Giuseppe De Rita, da “il Corriere della Sera” del 22/1/2011

Nelle ultime settimane si è accentuata la già alta e preoccupata attenzione sul futuro dei nostri giovani, anche con un inizio di istruttoria di colpevolezza. Così sono stati additati via via come colpevoli i vecchi che non lasciano il campo; i quaranta-cinquantenni che non hanno saputo gestire lo sviluppo attuale e futuro; le famiglie che, fra calore materno ed ausilio nonnesco, non rendono autonomi i loro figli e nipoti; la sovrastante offerta di beni e servizi che rende i giovani incapaci di desiderare alcunché; la stessa società, che non riesce a dar senso collettivo alle vite individuali; ed anche gli stessi giovani, poco propensi a rischiare avventure e responsabilità personalizzate.

Tanti colpevoli, nessun vero colpevole, verrebbe da dire. È utile invece un esame di coscienza che eviti il rimpallo circolare delle responsabilità e dei vittimismi e metta a fuoco quali meccanismi e processi culturali e sociali ognuna delle categorie citate mette in campo.

Cominciamo dai vecchi, la categoria che ha trascorso tutta la vita in questa società e che quindi più profondamente la conosce e ne interpreta i movimenti. Le accuse sono note: diffondono un’immagine quasi visiva dell’invecchiamento; esprimono con evidenza la rinuncia a progettare il futuro; espandono crescenti macchie di egoismo individuale e di gruppo; instillano germi di scetticismo e di cinismo; si rintanano in finora inusuali modi del vivere quotidiano (la residenza in piccoli borghi tranquilli o la breve passeggiatina con la badante).

   Vecchi e produttori del vecchio? In verità, se penso ai tanti amici coetanei che ancora lavorano oltre i 70 anni avverto in essi la determinazione a far sì che il loro vissuto possa avere un senso nel futuro di altri. C’è il vecchio monaco che continua a piantare filari di tigli perché chi seguirà possa goderne l’ombra e l’odore (metafora di più profondi filari di fede e di speranza); c’è il vecchio direttore di giornale che continua a credere in un messaggio patriottico anche rudimentale; c’è il vecchio presidente di grande banca che continua a riproporre il nesso fra etica, responsabilità, efficienza aziendale; ci sono la vecchia attrice e il vecchio attore (in questo periodo a Roma) che continuano a proporre una ironia ed una comicità lontane dalla guazza parolacciara oggi di moda; c’è il vecchio dirigente Rai che continua a trasmettere cultura contadina; c’è il vecchio giornalista televisivo che scrive un libro su Casanova (e ne discute con un vecchio regista) per dimostrare che il libertinismo è cosa più seria di quanto voglia far oggi credere uno scadente giornalismo gossip; c’è il vecchio ricercatore sociale che continua a proporre alla nostra società momenti ed occasioni di autocoscienza collettiva; c’è anche il presidente della Repubblica che continua a delineare e proporre gli assi di giusta progressione del sistema.

In tante decisive componenti della nostra vita associata, i vecchi allora funzionano. E non in termini di puro potere mandarino. Chi abbia infatti decifrato i personaggi sopra anonimamente citati avrà colto che in essi ci sono alcune componenti comuni, di profondo significato per i giovani che «si affacciano alla vita»: una componente di vocazione (hanno emotivamente scelto il proprio campo di impegno); una componente di fedeltà all’oggetto (hanno fatto solo un lavoro, senza troppo saltabeccare); una componente di tenacia, quasi di testardaggine nell’andare sempre nella stessa direzione; una componente di serena continuità («continuano » è il termine volutamente sopra ripetuto).

   Si ricordino i giovani che senza queste quattro componenti non si fanno passi in avanti: nella classe dirigente, nel lavoro manuale, nella stessa uscita dal precariato e dall’incertezza. Ma i vecchi non hanno avuto solo virtù, ma anche fortuna, multipla e sfacciata; visto che sono riusciti a scampare a tutta la retorica del nuovo e della discontinuità che ha imperato per anni in Italia; non hanno dovuto partecipare a competizioni elettorali e meno ancora alle cosiddette primarie; non hanno perso tempo nei meccanismi di rilevazione e valutazione «del merito» scolastico e universitario (anche nelle lotterie dei concorsi); non sono stati parte (attiva o passiva) del demenziale spoil-system che ha distrutto ogni processo di continuativa evoluzione della macchina pubblica; non hanno ceduto alla tentazione di farsi rottamatori; non hanno per affermarsi dovuto o voluto partecipare a qualsivoglia talk show televisivo. Hanno respirato libertà rispetto alla cultura regnante del periodo.

   In conclusione la categoria non sembra aver colpe gravi verso le giovani generazioni; ma avendo nel tempo constatato quanto male abbiano fatto le malintese e «moderne» opzioni di nuovismo, discontinuità e giovanilismo, ai vecchi va il rimprovero e forse la condanna di non averle contrastate. (Giuseppe De Rita)

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LA FRATTURA PROFONDA TRA NORD E SUD

di Rossella Bocciarelti, da “il Sole 24ore” del 20/1/2011

– Presentato ieri Noi Italia- Cento statistiche per capire il paese – Giovannini: differenze territoriali più forti di quanto si pensi –

   Un insieme fatto di «punti di forza e punti di debolezza», un Paese in cui le «differenze territoriali sono più forti rispetto a quello che alcuni pensano». Così il presidente dell`Istat Enrico Giovannini, ha presentato il quadro del rapporto “Noi Italia. 101 statistiche per capire il Paese in cui viviamo”.

   Tra gli elementi di forza, ha spiegato, troviamo un`efficienza energetica abbastanza buona e una buona qualità dell`esistenza, espressa da una speranza di vita che continua a crescere. I tasti dolenti, però, arrivano quando si parla di occupazione, di tenore di vita delle famiglie, di condizione dei giovani. Vediamo, con l`aiuto delle 120 schede disponibili con un click all`indirizzo http://noiitalia.istat.it  che hanno il pregio di collocare il nostro paese all`interno del contesto europeo, quale realtà raccontano i numeri.

   L`Italia é il quarto Paese europeo per dimensione demografica: a partire dal 2001, la popolazione ha ripreso a crescere dello 0,7 per cento l`anno, per effetto della crescita delle nascite e, soprattutto, dell`immigrazione. E` tuttavia un paese di tempie ingrigite: al 1° gennaio 2010 risultano 144 anziani ogni 100 giovani; in Europa solo la Germania presenta un indice di vecchiaia più accentuato. La vita media degli italiani è di oltre 84 anni per le donne e di 79 anni per gli uomini (e in questo caso siamo ai primi posti dell`Unione europea); Italia e Irlanda, inoltre, sono ancora i paesi Ue con la più bassa incidenza di divorzi (rispettivamente, 9 e 8 per ogni mille abitanti). Gli stranieri iscritti nelle anagrafi dei Comuni all`inizio del 2010 sono oltre 4,2 milioni, il 7% del totale dei residenti.

   E veniamo alla macroeconomia : il livello del pil pro-capite, oramai lo sappiamo, non è un indicatore esaustivo per capire il benessere di una nazione, però un`idea approssimativa ce la offre: ebbene, per effetto di un decennio e oltre di bassa crescita oggi il pil pro-capite italiano che nel 2000 si collocava al di sopra della media Ue a 15 paesi e sopra quello francese è al dodicesimo posto nella graduatoria Ue, sotto Francia, Regno Unito e Germania ed è pari a 24.400 euro.

   La nostra è la patria delle piccole aziende: si contano infatti 66 imprese ogni mille abitanti e il tasso di imprenditorialità, espresso come rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e totale dei lavoratori delle imprese è pari a 31,3% valore quasi triplo rispetto alla media europea. Però da noi un problema serio è il basso tasso di occupazione, che ha come corollario una folta schiera di persone che non lavorano nè cercano un`occupazione.

   Nel 2009 il tasso di inattività della popolazione italiana tra i 15 e i 64 anni é stato pari al 37,6%, valore tra i più elevati d`Europa e in aumento di oltre mezzo punto rispetto all`anno precedente; il livello di inattività maschile è pari al 26,3% ma è soprattutto, il tasso femminile quello straordinariamente elevato: 48,9%.

  «Preoccupante, osserva l`Istat- è l`accentuato differenziale di genere, pari ad oltre 22 punti percentuali. In particolare, il tasso di inattività femminile italiano è il secondo in Europa, inferiore solamente a quello di Malta». Il tasso di disoccupazione nel 2009 ha raggiunto il 7,8%, aumentando per il secondo anno consecutivo, ma rimanendo inferiore a quello dell`Ue27 (8,9%).

   Superiore alla media dell`Unione europea, invece, è la percentuale della disoccupazione giovanile (15-24 anni) pari al 25,4% (19,8% il tasso medio Ue). Allarmante, poi è l`inattività dei giovani: in Italia un giovane su cinque non studia, né lavora: i ragazzi “Neet” cioè «non più inseriti in un percorso scolastico-formativo, ma neppure impegnati in un`attività lavorativa, sono poco più di due milioni, il 21,2% tra i 15-29enni (anno 2009), la quota più elevata a livello europeo».

   Ed eccoci al lavoro nero:la quota di unità di lavoro irregolari é pari all`11,9%. Nel Mezzogiorno può essere considerato irregolare quasi un lavoratore su cinque; nell`agricoltura circa uno su quattro. Ma è soprattutto quando si guarda alla distribuzione del reddito che si vede come lo sviluppo in Italia sia davvero duale: il panorama regionale tracciato dall`Istat mette in evidenza il forte svantaggio dell`Italia meridionale e insulare, con valori di incidenza più che doppi rispetto alla media nazionale.

   Nel Mezzogiorno, le famiglie in povertà relativa sono il 22,7% di quelle residenti (contro il 4,9% del Nord e il 5,9% del Centro) e quelle in povertà assoluta ne rappresentano il 7,7% (contro il 3,6% e il 2,7% rispettivamente). Situazioni gravi per la povertà relativa si verificano tra le famiglie residenti in Sicilia (24,2%), in Campania e in Basilicata (25,1); la situazione peggiore é quella della Calabria dove oltre un quarto delle famiglie è povera (27,4).

   All`opposto, nel resto del Paese si registrano incidenze di povertà relativa decisamente più contenute: l`Emilia-Romagna rappresenta la regione con la più bassa incidenza (pari al 4,1%), seguita dalla Lombardia, dal Veneto e dalla Liguria, con valori inferiori al 5%. (Rossella Bocciarelti)

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IN CRISI LA FAMIGLIA: UNO SU TRE VIVE SOLO

da “la Stampa” del 25/1/2011

– “Adesso la politica deve pensare a un nuovo modello di welfare” –

   La famiglia, la famiglia, la famiglia. Ma quale? Quella delle pubblicità, con mamma, papà, bimbi, cane, gatto e canarino, è diventata minoritaria. Su 100 famiglie – dice l`Istat – il 55,4 ha al massimo due componenti

   Ma non è tutto: il 28,1% ne ha uno solo, una realtà diffusissima al CentroNord: 37% in Liguria, 36% in Valle d`Aosta, 33% nel Lazio, 32% in Piemonte, eccetera. Insomma, in molte zone del Paese una persona su tre vive da sola. O almeno così è per la legge, perché dentro questo fenomeno ci può essere di tutto: il 49% delle famiglie di una persona – dice l`Istat – è costituito da ultra 65enni, il che può far pensare a persone vedove.

   Ma tutti gli altri? Possono essere single, coppie di fatto, separati, gay, nubili e celibi. «La novità in ciò che rileva l`Istat – dice Carla Collicelli, vicedirettore del Censis – non sono i fenomeni in sè, come l`aumento degli stranieri, la loro maggiore fecondità e il moltiplicarsi delle famiglie di fatto, quanto l`accelerazione esponenziale di tutto questo, e soprattutto la carenza di risposte politiche».

   E qui l`analisi scende nel dettaglio: «Da una parte si osservano scelte di forte contenimento dell`immigrazione, legate a paure diffuse in tutto l`Occidente, mentre – dall`altra – c`è una esigenza sempre crescente di persone da dedicare al lavoro di cura che, quindi devono essere accolte e integrate».

   Il risultato è che dove maggiore è la xenofobia latente spesso è anche maggiore l`integrazione.  Quanto alle nuove famiglie, «l`emergere di modelli diversi, è un fattore che il Censis sta osservando da anni e che richiede un cambiamento nella definizione giuridica ma soprattutto di impostazione del welfare, con un`attenzione specifica ai bambini, comunque e ovunque nati, e alle persone anziane e non autosufficienti».

   Con un occhio anche ad un altro fenomeno di marginalità che sta crescendo: il disagio dei giovani adulti. Quasi un 35enne su tre (30,1) vive ancora con mamma e papà e, se dichiara di non avere «problemi di libertà», ne ha e di grandi sul piano dell`autonomia. Il 41%, infatti, dichiara di vivere in casa per ragioni strettamente economiche: ha un reddito basso e precario che non gli consente di compiere l`azzardo di abbandonare il nido. I nonni di questi ragazzi stanno molto meglio: hanno un futuro forse più breve ma certamente più garantito. [R. MAS.I [.]

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ISTAT, DATI CHOC: UN GIOVANE SU 5 NON STUDIA NÉ LAVORA

19/1/2011 – da http://www.leggo.it/

   Sono dati choc quelli che emergono dal rapporto Istat ‘Noi Italia’, appena pubblicato. Secondo quanto si legge nel documento, in Italia un giovane su cinque non studia, nè lavora: i ragazzi «non più inseriti in un percorso scolastico-formativo, ma neppure impegnati in un’attività lavorativa, sono poco più di due milioni, il 21,2% tra i 15-29enni (anno 2009), la quota più elevata a livello europeo». Nel rapporto si sottolinea come nella Penisola quasi una donna su due né cerca né ha un posto. Il tasso di inattività femminile italiano nel 2009 (48,9%) è così il secondo più alto dell’Ue a 27, inferiore solo a quello di Malta.
46% OVER 24 HA SOLO LICENZA MEDIA. «Circa il 46% della popolazione in età compresa tra i 25 e i 64 anni ha conseguito come titolo di studio più elevato soltanto la licenza di scuola media inferiore, valore che – nel contesto europeo – colloca il nostro Paese distante dalla media Ue 27 (27,9% nel 2009)».

   È quanto emerge dal rapporto dell’Istat “Noi Italia. 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo”. Notizie migliori, invece, arrivano dal fronte teenager: «I dati relativi al 2009 sul livello delle competenze, derivati dall’indagine Pisa promossa dall’Ocse, mettono in luce – si legge nel dossier dell’Istat – un recupero rispetto al 2006 dello svantaggio degli studenti 15enni italiani in tutte le ‘literacy’ considerate, con punteggio nelle rispettive scale di valutazione pari a quello medio Ue in lettura, superiore di 9 punti in matematica e inferiore di 8 punti in scienze».
UNA FAMIGLIA SU 10 IN POVERTÀ RELATIVA. «Nel 2009 le famiglie in condizioni di povertà relativa sono il 10,8% delle famiglie residenti; si tratta di 7,8 milioni di individui poveri, il 13,1% della popolazione residente». Mentre, aggiunge l’Istat, «la povertà assoluta coinvolge il 4,7% delle famiglie, per un totale di 3,1 milioni di individui».

   Il panorama regionale mette in evidenza il forte svantaggio dell’Italia meridionale e insulare, «con valori di incidenza più che doppi rispetto alla media nazionale. Nel Mezzogiorno – spiega l’Istat – le famiglie in povertà relativa sono il 22,7% di quelle residenti (contro il 4,9 del Nord e il 5,9 del Centro) e quelle in povertà assoluta ne rappresentano il 7,7% (contro il 3,6 e il 2,7 rispettivamente)».
VECCHIAIA AL SECONDO POSTO IN UE. «Al primo gennaio 2010 ci sono 144 anziani ogni 100 giovani, in Europa solo la Germania presenta un indice di vecchiaia più accentuato». Dal dossier dell’Istat, inoltre, emerge che la regione più anziana è la Liguria, mentre la più giovane è la Campania.

   Il dossier, inoltre, rileva che «la vita media degli italiani è di oltre 84,1 anni per le donne e di quasi 78,9 anni per gli uomini, ai primi posti nell’Unione europea». L’incremento dal 2001 al 2009, calcola l’Istat, è di quasi 2 anni per gli uomini e di 1,3 anni per le donne. “Stando ai dati del 2008”, spiega l’Istituto, “l’Italia è terza per speranza di vita alla nascita sia maschile, dopo Svezia (79,1) e Spagna (78,9), sia femminile dopo Spagna (85,0) e Francia (84,3)”. Guardando più da vicino la Penisola, le performance migliori le ottengono le Marche (79,8) per gli uomini e il Trentino Alto Adige per le donne (85,3).
IMPRESE SUD MENO SOLVIBILI. «La solvibilità delle imprese che sono ricorse al finanziamento bancario è sistematicamente inferiore nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord». «La maggiore rischiosità si riflette sui livelli dei tassi d’interesse, mediamente superiori di circa un punto percentuale indipendentemente dalla durata del prestito», aggiunge l’Istat. Inoltre, il dossier rileva che «In Italia vi sono quasi 66 imprese ogni mille abitanti, valore tra i più elevati d’Europa, a testimonianza soprattutto di una prevalenza di imprese di ridotte dimensioni (anno 2008)». Infatti, prosegue l’Istituto, «la dimensione media delle imprese italiane – circa 4 addetti per impresa – nell’Ue-27 è superiore soltanto a quella di Portogallo e Grecia».
MENO 47% LEGGE UN LIBRO IN UN ANNO. In Italia «nell’arco di un anno meno del 47% degli italiani legge almeno un libro nel tempo libero». Inoltre, fa sapere sempre l’Istituto di statistica, «poco più di un italiano su due (55%) legge un quotidiano almeno una volta a settimana e poco più di uno su cinque utilizza Internet per leggere on-line o scaricare da Internet giornali, news o riviste».
SPESE SANITÀ, 1.100 EURO L’ANNO PER FAMIGLIA. «Le famiglie italiane nel 2008 hanno contribuito con proprie risorse alla spesa sanitaria complessiva per una quota pari al 21,3%, in calo di quasi tre punti percentuali rispetto al 2001. La spesa sanitaria delle famiglie rappresenta l’1,9% del Pil nazionale e ammonta a 1.178 euro l’anno per famiglia». «La spesa sanitaria pubblica ammonta a oltre 110 miliardi di euro (7,3% del Pil) e supera i 1.800 euro annui per abitante (anno 2009)». L’Istituto, inoltre, sottolinea che «la spesa sanitaria pubblica italiana è molto inferiore a quella di altri importanti paesi europei come Francia e Germania».
ASILI NIDO IN CRESCITA. «Nel 2008, il 51% dei comuni italiani ha attivato almeno un servizio tra asili nido, micronidi o altri servizi integrativi-innovativi per l’infanzia, il 12,6% in più rispetto al 2004». Ma «molte regioni del Mezzogiorno sono ancora lontane dal garantire la diffusione di questa componente essenziale per consentire la conciliazione degli impegni casa-lavoro e favorire l’accesso delle donne al mercato del lavoro».
AUMENTANO STRANIERI. «I cittadini stranieri iscritti nelle anagrafi dei comuni italiani all’inizio del 2010 sono oltre 4,2 milioni, il 7% del totale dei residenti. Rispetto al 2001 sono più che triplicati, mentre sono aumentati dell’8,8% tra il 2009 e il 2010, un ritmo di crescita meno sostenuto rispetto agli anni passati». «L’incremento si riduce – spiega l’Istat – in conseguenza di diversi fattori: la crisi economica, l’attenuarsi dell’effetto congiunto dell’ingresso della Romania e della Bulgaria nell’Unione europea e l’entrata in vigore della nuova normativa sul soggiorno dei cittadini comunitari nei paesi dell’Unione».
45% DISOCCUPATI CERCA LAVORO DA OLTRE UN ANNO. «Circa il 45% dei disoccupati è in cerca di lavoro da oltre un anno». l’Italia così registra una tra le quote di disoccupazione di lunga durata (44,4%) più alte nell’Unione europea a 27, con riferimento a dati del 2009.
LAVORA MENO DI UNA DONNA SU 2.  L’Italia si colloca agli ultimi posti in Europa per tasso d’occupazione femminile (46,4%): ha un lavoro meno di una donna su due, con riferimento a dati del 2009.
UNA FAMIGLIA SU 3 TEME CRIMINALITÀ. «Il 27,1% delle famiglie segnala la presenza di rischio di criminalità nella zona in cui vive». “Il confronto con i dati relativi al 2009 mostra una diminuzione di oltre due punti percentuali della percezione del rischio di criminalità su tutto il territorio nazionale”, spiega l’Istituto. Ma in alcune Regioni rimane più elevato, in particolare in Campania (40,2%), mentre il dato più basso si registra in Basilicata (5,2%).
LAVORO IRREGOLARE, 1 SU 5 AL SUD. «La quota di unità di lavoro irregolari è pari all’11,9%. Nel Mezzogiorno può essere considerato irregolare quasi un lavoratore su cinque; nell’agricoltura circa uno su quattro». La quota del sommerso, così, si mantiene «abbastanza rilevante», spiega l’Istituto, «confermando il dato del 2007, in lieve calo rispetto al biennio 2005-2006». La Regione con la quota più alta è la Calabria (26,6%), mentre quella con la percentuale più bassa è l’Emilia Romagna (8,5%).
130 MILA DISABILI IN CLASSE. Sono poco più di 130 mila gli alunni disabili che siedono tra i banchi delle classi italiane, ma la presenza di istituti con strutture per il superamento delle barriere architettoniche appare ancora troppo bassa, seppure in aumento. «L’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di I grado, statali e non statali», relativa agli anni scolastici 2008-2009 e 2009-2010 è comunque sempre più diffusa. A più di 30 anni dall’emanazione della legge (n. 577/77), che ha dato avvio al processo di integrazione dei ragazzi con disabilità nelle scuole pubbliche, l’Istat sottolinea che i risultati conseguiti mostrano in Italia livelli elevati di inserimento.

   Nelle scuole primarie e secondarie di I grado, statali e non statali, negli ultimi 20 anni, si è assistito ad una crescita progressiva della presenza di alunni con disabilità. Per la scuola primaria si è passati dall’1,7% nell’anno scolastico 1989-1990 (poco più di 54 mila alunni con disabilità) al 2,6% nell’anno scolastico 2009-2010. Per la scuola secondaria si sono registrati incrementi superiori: nel 1989-90 la percentuale di alunni con disabilità rappresentava l’1,9% del totale degli alunni (poco più di 45 mila alunni con disabilità), mentre nell’anno scolastico 2009-2010 tale percentuale aggiunge il 3,3% della popolazione scolastica.
POCHI INSEGNANTI SOSTEGNO. Nel Lazio e in Abruzzo gli insegnanti di sostegno sono pochi. Nell’anno scolastico 2008-2009 i dati del ministero indicano che nella scuola statale ci sono circa 60.529 insegnanti di sostegno nel complesso dei due ordini scolastici (scuola primaria e secondaria di primo grado), considerando sia quelli a tempo indeterminato sia determinato. Di questi, 33.556 lavorano nella scuola primaria e 26.973 nella scuola secondaria di I grado.

  La Legge finanziaria del 2008 ha stabilito che, a livello nazionale, deve esserci un insegnante di sostegno ogni due alunni con disabilità e ha limitato, contemporaneamente, l’accesso alle deroghe.  Nonostante l’obiettivo nazionale sembri essere stato raggiunto, sussistono alcune differenze regionali: la Basilicata, infatti, ha un numero medio di alunni con disabilità per insegnate di sostegno più basso (pari a 1,4), seguita dalla Calabria (1,7). Nel Lazio e in Abruzzo, invece, si riscontra, invece, un numero medio di alunni per docente più elevato, pari a 2,5.

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FOTOGRAFIA DI UN PAESE SCORAGGIATO

di Chiara Saraceno, da “la Repubblica” del 20/1/2011

– I dati dimostrano che spesso le nuove generazioni hanno abbandonato la partita prima di cominciarla –

   La fotografia scattata dall´Istat conferma ciò che si va ripetendo da tempo. L´Italia non è un paese per giovani. Perché ha tassi di disoccupazione giovanile tra i più alti in Europa, benché abbia i salari di ingresso tra i più bassi e benché tutta la flessibilità del mercato del lavoro sia a loro carico. Ha anche uno dei tassi di povertà minorile tra i più alti nei paesi Ocse.

   Ed anche il non invidiabile primato della più alta percentuale europea di giovani, in maggioranza donne, che non sono né in formazione né sul mercato del lavoro: avviati ad un percorso di marginalità ed esclusione sociale, o nel migliore dei casi, se donne, di dipendenza economica da un marito.

   È questo il dato forse più drammatico. Perché segnala che c´è una parte non piccola degli adolescenti e dei giovani che non hanno trovato sufficienti occasioni e stimoli per investire su di sè, sulle proprie capacità, e che hanno abbandonato la partita prima ancora di incominciarla.

   Scoraggiati tre volte: dalla noia e dalla svalorizzazione sperimentati in una scuola che, per mancanza di mezzi e competenze, spesso lascia perdere i casi più difficili e meno sostenuti dalle famiglie; dalla scarsa qualità, remunerazione e sicurezza dei lavori cui possono aspirare stanti le loro scarse o nulle qualifiche, tanto più se sono donne; ma anche dal vedere che anche i loro coetanei che studiano e si impegnano poi fanno fatica a trovare e tenere un lavoro e ad essere pagati decentemente.

   Probabilmente molti di loro fanno anche qualche lavoretto, nell´economia informale e talvolta illegale. In ogni caso vivono come estranei in una società che non riconoscono e che si disinteressa di loro, salvo che nel caso non si facciano notare per qualche comportamento particolarmente deviante o pericoloso.
   Non è un paese per giovani, ma neppure per le donne, e non solo perché la velina e l´escort sembrano le uniche immagini e carriera femminili vincenti, ma perché l´occupazione femminile è una corsa ad ostacoli tra inadeguatezza dei servizi e scarso investimento da parte delle imprese; mentre l´inattività femminile non sembra far problema, quando non è vista quasi come una benedizione dai politici nella misura in cui, così come l´inattività dei giovani, tiene basso il tasso di disoccupazione.

   Se gli oltre due milioni di giovani che non sono né a scuola né nel mercato del lavoro si presentassero nel mercato del lavoro farebbero schizzare ancora più in alto il tasso di disoccupazione giovanile. Lo stesso succederebbe al tasso di disoccupazione femminile se le donne, specie a bassa istruzione e specie nel Mezzogiorno, fossero incoraggiate a presentarsi nel mercato del lavoro.
   È allora un paese per vecchi? Sì e no. È vero che oltre la metà della spesa sociale in Italia è dedicata agli anziani, nella forma di pensioni. Ed è vero che gli anziani nel nostro paese sono l´unico gruppo sociale che hanno una forma di garanzia di reddito. Tuttavia ciò non li protegge del tutto dal rischio di povertà, che li vede ancora sovra-rappresentati, insieme ai minori.

   Soprattutto, alla garanzia di reddito non si accompagna una garanzia di cura non sanitarie appropriate. I servizi per gli anziani non autosufficienti sono ancora meno sviluppati di quelli per i bambini piccoli e con analoghe differenze territoriali. È un paese che si affida in modo sproporzionato alle disuguali risorse delle famiglie, investendo poco o nulla sul proprio futuro. (Chiara Saraceno)

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MA NOI SIAMO DONNE O BAMBOLE?

di Irene Tinagli, da “la Stampa” del 25/1/2011

   Molte donne in questi giorni si stanno interrogando sul loro ruolo nella società italiana, come è accaduto ogni volta che, in questi ultimi anni, qualche scandalo sessuale ha scosso il mondo della politica.

   Eppure la questione del ruolo femminile in Italia ha radici più profonde e diffuse di quanto emerga dalle ultime vicende di cronaca e va ben oltre i confini di Arcore o di Via Olgettina. Se l`ennesimo scandalo che coinvolge il premier serve a riaprire il dibattito su un tema così importante, va bene, ma se vogliamo davvero cogliere l`occasione per una riflessione approfondita, non possiamo fermarci lì.

   Forse val la pena ricordare alcuni dati resi noti pochi giorni fa dall`Istat e passati quasi sotto silenzio: in Italia una donna su due non lavora e non cerca lavoro. Donne semplicemente “inattive”. Si tratta di un tasso di inattività che supera quello di tutti gli altri 26 Paesi Europei (con l`esclusione di Malta, se questo può consolare).

   Specularmente, le donne “attive” sono il 46.3%, un dato che fa vergognare di fronte al 66.2% della Germania, al 60% della Francia, per non parlare del 71.5% dei Paesi Bassi. Perché le donne in Italia non si mettono nemmeno alla prova? Preferiscono veramente altre strade di realizzazione personale (maternità e famiglia, per esempio) o rinunciano a priori perché consapevoli di un Paese in cui i loro sforzi e i loro sacrifici non verranno riconosciuti e non incontreranno gratificazioni né nel settore pubblico né in quello privato?

   L`ultimo rapporto del World Economie Forum sulla parità di genere nel mondo del lavoro e delle imprese ci pone al 74° posto, dopo Malawi, Ghana e Tanzania, per fare alcuni esempi. A far scendere il nostro Paese nella classifica è soprattutto la scarsa performance sul fronte delle opportunità di lavoro e di carriera.

   Una difficoltà legata, secondo i risultati dell`indagine, ad una carenza di servizi di supporto (come gli asili), ma anche alla mancanza di modelli femminili di riferimento e ad un clima generale molto maschilista. E dove potrebbero trovare questi modelli le donne italiane? Tranne alcune recenti eccezioni che iniziano a farsi strada in importanti istituzioni di rappresentanza (Marcegaglia e Camusso), il mondo politico non offre certo grandi esempi.

   Nonostante il governo possa contare sulla presenza di alcune donne, è indiscutibile che i ruoli chiave della politica italiana restano saldamente in mano a uomini, tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra. La lotta di successione in entrambe le coalizioni ha sempre visto e continua a vedere uomini come protagonisti.

Nel centrodestra si sono via via fronteggiati Fini, Bossi, Tremonti, con saltuarie incursioni di Sacconi e Brunetta; al centro Casini, Rutelli raggiunti ora da Fini; identica cosa nel centrosinistra: Veltroni, D`Alema, Bersani, Franceschini, Vendola. Neppure tra i nomi dei giovani emergenti troviamo delle donne. In pole position ci sono Renzi e Zingaretti.

   Dove sono le donne? Nel centrodestra sono a far quadrato attorno al premier. Nel centrosinistra hanno appena dato avvio ad una campagna di protesta dal titolo “non siamo bambole”. Una polemica che, all`indomani del Lingotto 2, in cui gli invitati a parlare erano esclusivamente uomini, poteva sembrare diretta agli stessi leader del centrosinistra, ma che risulta invece diretta al premier. Ma cosa cambierà davvero per le donne italiane una volta che questo Presidente del Consiglio non calcherà più, per motivi legali, politici o semplicemente biologici, la scena politica? A quali leadership innovative ed illuminate potranno guardare le donne per cercare supporto, identificazione, attenzione, rispetto e, soprattutto, opportunità di crescita per loro stesse e per il Paese?

   A guardare bene viene anche da chiedersi se le donne stesse siano pronte. Pronte non solo e non tanto a dichiararsi “esseri pensanti” invece di bambole, come facevano le suffragette di un secolo fa, ma pronte ad assumersi vere responsabilità di leadership. E soprattutto pronte a smarcarsi dall`ala protettrice dei loro mentori, a uscire dall`ombra, a sentirsi responsabili e artefici del loro successo e non eternamente grate a chi ha dato loro una opportunità come se non fosse meritata.

   Come se la gratitudine la si dimostrasse con la sottomissione e non con l`assunzione della piena responsabilità del proprio ruolo ed il semplice svolgimento del proprio lavoro. Ma qua si entra in un terreno che travalica la mera questione femminile e che chiama in causa un cambiamento culturale che non riguarda solo le donne, ma un Paese intero. (Irene Tinagli)

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CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE E DELLE ABITAZIONI

da http://www.istat.it/

   L’Istat sta organizzando i censimenti del 2010-2011 con modalità innovative, frutto anche di studi comparativi con le principali esperienze estere. Le novità della prossima tornata censuaria riguardano sia aspetti informativi – nei questionari saranno chieste informazioni in più rispetto agli scorsi censimenti – sia quelli organizzativi, che mettono in campo strumenti telematici per la raccolta dei dati.
   Lo scopo è quello di limitare l’onere operativo sugli enti locali, da sempre coinvolti nella rilevazione sul campo, di diminuire il carico per i cittadini chiamati a compilare i questionari, di migliorare, infine, l’accuratezza dei dati e la tempestività nella loro diffusione.
   La principale innovazione del 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni consiste nell’impiego nella rilevazione delle liste anagrafiche comunali (LAC) di famiglie e convivenze, affiancate da altre liste ausiliarie, di fonte sia comunale che nazionale. Questa opzione consente una modifica radicale del processo produttivo censuario: per la prima volta i questionari potranno essere distribuiti per posta e non più dai rilevatori e i rispondenti potranno scegliere fra diverse soluzioni per la loro compilazione e restituzione: web, posta, centri di raccolta.
   La strategia prevede poi il recupero mirato delle mancate risposte di famiglie presenti nelle LAC mediante uso di rilevatori guidati dal back office comunale. A questo scopo è stato predisposto un innovativo Sistema di Gestione della Rilevazione sul campo (SGR), evoluzione di quello che è stato sperimentato con successo nella rilevazione pilota del 2009. Il Sistema permetterà a tutti gli organi di censimento (più di 8.000) di accedere via web in tempo reale alle informazioni relative alla consegna e restituzione dei questionari e sull’andamento delle operazioni censuarie più in generale.
   L’anagrafe comunale è soggetta a errori di sovra copertura, originati da chi è ancora registrato ma non risiede più nel comune, e a errori di sotto copertura, originati da chi dimora abitualmente sul territorio comunale ma non vi risulta residente. Gli errori del primo tipo saranno eliminati grazie alla rilevazione sul campo che accerterà l’irreperibilità di individui e famiglie.

   Per sanare le conseguenze degli errori del secondo tipo sono stati approntati alcuni metodi applicabili al contesto italiano e utili a determinare la popolazione legale di ciascun comune: con il supporto di liste ausiliarie di individui e relativi indirizzi, impiegare i rilevatori per svolgere un’operazione di recupero il più possibile completa, condurre una rilevazione tradizionale in un campione di sezioni di censimento del comune, indipendente e contestuale alla raccolta dei questionari da LAC, e stimare il suo grado di copertura con il metodo “cattura-ricattura”.

   Nei comuni con almeno 20.000 abitanti o capoluogo di provincia, a supporto del recupero di individui e famiglie abitualmente dimoranti ma non registrati in anagrafe, verrà realizzata alcuni mesi prima della data di riferimento del censimento la “Rilevazione dei Numeri Civici” (Rnc) con la quale saranno raccolti dati sulle caratteristiche strutturali di ciascun numero civico (n. scale, n. piani; n. unità immobiliari per tipologia d’uso).
   Una considerevole riduzione del fastidio statistico sui rispondenti sarà ottenuta adottando, almeno nei comuni di maggiore dimensione demografica, una strategia short/long form che rilevi esaustivamente solo le informazioni demografiche su individui e famiglie e riservi ad un campione di famiglie la rilevazione delle variabili di natura socio-economica richieste dal regolamento della Unione Europea e tradizionalmente acquisite in occasione del censimento.
   Trattandosi della prima esperienza in Italia, è stata valutata la praticabilità dei metodi in ambito censuario, sia in termini di disegno campionario che di stimatore. In particolare, sperimentazioni sono state effettuate usando i dati del Censimento del 2001 per definire i livelli di accuratezza delle stime campionarie per differenti tassi di campionamento. Le diverse strategie campionarie sono state applicate per stimare le frequenze relative ad un insieme di variabili, singole o di incrocio, soggette a rilevazione tramite long form. Le stime sono prodotte con riferimento sia al dominio territoriale comunale che a quello sub-comunale, rappresentato da specifiche aggregazioni di sezioni di censimento contigue (aree di censimento intorno ai 15.000 abitanti).
   È stato inoltre valutato l’impatto della strategia campionaria sull’accuratezza di tavole statistiche riferite a diversi dettagli informativi e a differenti livelli territoriali. A tal fine sono state proposte e prodotte due misure di qualità: la percentuale di celle aventi frequenza assoluta stimabile con un errore percentuale atteso superiore ad una data soglia critica e la percentuale di individui classificati in tali celle.
   Nella strategia censuaria proposta la qualità dei dati, a fronte del “costo” da pagare in termini di introduzione di errori campionari, beneficerà di una riduzione degli errori non campionari conseguente ad una minore quantità di dati da controllare. I livelli di accuratezza riscontrati sono ulteriormente migliorabili; allo scopo, sono in corso studi per l’impiego di stimatori per piccole aree, al fine di aumentare ulteriormente l’efficienza delle stime di aggregati riferiti a tabelle sparse o a piccoli domini territoriali.

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One thought on “CENSIMENTO 2011: giovani e anziani, Nord e Sud, macro e micro economia: GEOGRAFIA DI UNA SOCIETA’ (E TERRITORI) in forte cambiamento, e senza un chiaro progetto futuro: serviranno le cifre e le statistiche del censimento a FARE QUELLE RIFORME CHE MANCANO?

  1. Luciana martedì 21 febbraio 2012 / 21:33

    fatto un calcolo lavora solo 1/3 della popolazione per manenere 2/3 e pensioni doppie di accompagnamento.
    si può capire come vada a finire.

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