EGITTO in fiamme (ma la protesta è anche nello YEMEN, e in LIBANO): l’onda lunga della rivolta tunisina (e algerina) incendia i paesi arabi: Medioriente e Nord Africa non saranno più come prima (che fare per una geografia globale dei diritti umani e del benessere per tutti?)

il «venerdì della collera»: manifestazione del 28 gennaio a Il Cairo (con scontri con la polizia, 5 morti, 900 feriti). I manifestanti in Egitto chiedono la fine del regime trentennale dell`82enne presidente Hosni Mubarak, e protestano contro il possibile successore, il figlio Gamal, 49 anni. Malgrado una crescita economica sostenuta intorno al 6%, il 40% della popolazione vive in estrema povertà, con meno di due dollari al giorno

   Il Nord Africa e il Medioriente, che, da paese a paese, incomincia a incendiarsi. Vecchi dittatori che già prospettavano il passaggio dei poteri (con pseudo elezioni) al proprio figlio (come nel caso di Mubarak in Egitto) destinati a rivedere drasticamente i loro progetti. E la rivolta parte dai giovani: l’esempio tunisino sembra contagiare sempre più popolazioni a stragrande maggioranza demografica giovanile (sotto i trent’anni) con appunto giovani che “vogliono cambiare”, sorretti e supportati da nuovi mezzi informativi globali di comunicazione (Internet e i social network come Facebook, Twiter…) e che chiedono “pane e democrazia”.

   Infatti è emblematico che il comune denominatore della protesta sia il prezzo del pane. La rabbia per un bisogno primario che appunto si serve di Facebook, dei blog, delle nuove tecnologie. Questo potrebbe ripetersi in altri Paesi, anche se diversi. Se le rivolte nei paesi arabi, in Medioriente in particolare (ma anche in Nord Africa) dei decenni passati erano adombrate da motivi ideologici (come la questione palestinese, contro Israele, contro l’America…) adesso sono “voglia di benessere, voglia di libertà” gli elementi caratterizzanti.

   Ed è interessante che i movimenti islamici più integralisti (come in Egitto i “Fratelli Musulmani”) siano stati presi in contropiede da questa protesta di massa (giovanile per lo più) spontanea (lo stesso si può dire dei –pochi- movimenti organizzati di opposizione che vi sono in questi paesi arabi pseudo democratici. E anche l’Occidente, gli Stati Uniti e l’Europa, sono destinati a rivedere i loro rapporti con dittatori che garantivano di mantenere sotto controllo i maggiori integralismi islamici (pensiamo a Mubarak amico di Israele). Insomma tutti in difficoltà chi non prevedeva la protesta, ma tutti riconoscono che le motivazioni di queste rivolte  (represse anche nel sangue, come sta in parte accadendo in Egitto) sono buone, meritorie, vere nell’esprimere bisogni di libertà e di apertura al mondo libero (oltreché di ricerca di benessere e lavoro).

   In Egitto l`economia nell’ultimo anno è cresciuta del 5,3%, eppure il 90% dei disoccupati ha meno di 30 anni. II 40% della popolazione vive con due dollari al giorno e un terzo resta analfabeta. E il 60% della popolazione ha meno di 30 anni. Sono così i giovani ad essere i più emarginati dai processi di sviluppo e ricerca del benessere (giovani egiziani in questo caso, ma sono partiti a protestare i giovani tunisini e algerini, e poi adesso gli yemeniti e altri si aggiungeranno…).

   Geografia di un mondo che cambia, anche, se si vuole, pericolosa- mente (per tutti); ma più che mai necessaria- mente. Dare risposte alla globalità dei bisogni, riconoscendo a tutti diritti umani e benessere è compito della comunità internazionale, del mondo (globale) dell’economia, della politica e della cultura. Trovare strumenti che dialogare con queste realtà (ad esempio una politica mediterranea comune che colleghi Europa con Nord Africa, Medio Oriente e Paesi Balcanici), attraverso ad esempio piccoli o grandi progetti di sviluppo (nell’economia, nella formazione scolastica, negli scambi e gemelaggi tra enti locali…) deve essere un terreno su cui lavorare già da subito e per il prossimo futuro.

Il Cairo, 28 gennaio – MOHAMED ELBARADEI, premio Nobel per la Pace nel 2005, sfila con il popolo «della rabbia», dopo la preghiera del venerdì

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(dal Corriere.it, ore 13.00 del 29/1/2011):

Retata tra i Fratelli Musulmani, bloccati Internet ed Sms

Guerriglia al Cairo: 5 morti, 870 feriti – Esercito in strada, quattrocento arresti – Coprifuoco nella capitale, Alessandria e Suez. Fermato ElBaradei, oscurata la Rete. Intervengono i carrarmati

L’Egitto è in fiamme e il suo destino è ormai appeso alle scelte che faranno i militari nelle prossime ore. Sono in corso scontri di piazza drammatici: ancora incerto il bilancio delle vittime degli scontri registrati venerdì al Cairo, la capitale egiziana dove sono in corso proteste contro il governo di Hosni Mubarak, ma sarebbero almeno cinque morti e 870 feriti. Lo ha annunciato una fonte medica citata dalla tv satellitare «al-Arabiya». Tra le vittime un ragazzo 14enne ucciso a Port Said. La rivolta si è estesa dal Cairo alle altre città del paese. L’esercito è in strada, secondo la Cnn sarebbero almeno quattrocento gli arresti. Le autorità egiziane hanno annunciato che è stato decretato il coprifuoco nelle città del Cairo, di Alessandria e di Suez. È andata a fuoco anche la sede del Partito Nazionale democratico di Hosni Mubarak. Lo hanno mostrato le immagini in diretta della televisione satellitare Al Jazeera. La compagnia area di bandiera egiziana, EgyptAir, ha annunciato di aver sospeso tutti i suoi voli per le prossime 12 ore mentre l’esercito ha messo in sicurezza il Museo Egizio.

IGNORATO COPRIFUOCO, PIAZZA AL TAHRIR NELLA MANI DELLA FOLLA – Il coprifuoco proclamato dalle autorità egiziane in tutte le città interessate dalle proteste antigovernative, è stato comunque ignorato. Le autorità di sicurezza avevano ordinato di lasciare le strade dalle 18 (le 17 in Italia) alle 7 di sabato mattina, ma al Cairo i manifestanti hanno sfidato la polizia, nonostante i 10 tank presenti nel centro città, continuando a marciare sul ponte Qasr al-Nil e arrivando fino alla centralissima Piazza al-Tahrir. Sul ponte gli agenti sono stati sopraffatti dalla folla, che ha anche tentato di ribaltare e lanciare nel fiume alcuni mezzi schierati per bloccare il corteo. La polizia si è infine ritirata dalle vie del centro e la piazza è ora sotto il controllo dei manifestanti, mentre l’esercito è entrato in città con mezzi armati e blindati. Gruppi di manifestanti hanno tentato l’assalto alla tv di stato nella capitale ma sono stati poi dispersi dai militari. Anche ad Alessandria e a Suez le vie sono ancora piene di manifestanti. Sempre l’emittente di stato ha precisato che l’esercito sta aiutando la polizia nella repressione delle manifestazioni. Tra poco è atteso in tv anche il discorso presidente egiziano Mubarak che ha chiesto all’esercito di far rispettare l’ordine assieme alla polizia e di applicare il coprifuoco. Testimoni citati da un collegamento in diretta di Al Jazeera hanno detto che in piazza Tahrir ci sono morti. Gli oppositori del presidente Hosni Mubarak lo avevano denominato il Venerdì della Rabbia e i fatti hanno confermato che non si trattava soltanto di uno slogan: in tutto l’Egitto, la rabbia popolare è esplosa davvero, ancora più di quanto non fosse avvenuto nei giorni precedenti. E, come previsto e annunciato, è dilagata subito dopo le tradizionali preghiere del riposo settimanale islamico.

FERMATO EL BARADEI – L’ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) Mohammed ElBaradei, che era tornato in Egitto giovedì candidandosi a guidare la transizione, è stato fermato dalla polizia, riporta Al Jazeera. La polizia ha usato manganelli per disperdere il cordone di manifestanti che si era formato attorno a ElBaradei per proteggerlo dall’intervento delle forze dell’ordine., poi è stato condotto agli arresti domiciliari.
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GIU’ L’EURO Intanto - l’euro precipita a 1,3595 dollari da 1,3773 di giovedì sui mercati valutari, depresso dalla crisi politica in Egitto che spinge gli investitori verso beni rifugio come il biglietto verde.
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PREOCCUPAZIONE DELLA CLINTON E DI BAN KI-MOON – In tarda serata si è fatto sentire anche il segretario di stato Hillary Clinton: il popolo egiziano ha «il diritto di vivere in una società democratica che rispetta i diritti umani di base». «Siamo profondamente preoccupati per l’uso della violenza da parte della polizia e delle forze di sicurezza egiziane contro i manifestanti ed esortiamo il governo egiziano a fare tutto quanto è in suo potere per controllare le forze di sicurezza». Anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha chiesto alle autorità dell’Egitto di «rispettare la libertà di espressione ed associazione».

OSCURAMENTO– Dalla notte internet è risultato inaccessibile in tutto l’Egitto. Il governo sembra aver bloccato la principale arma degli attivisti. I social network sono stati fondamentali per l’organizzazione delle proteste cresciute in questi giorni . Bloccato anche il servizio di sms fra cellulari. La conferma arriva anche da Vodafone. L’operatore inglese ha fatto sapere che oggi il governo egiziano ha chiesto all’azienda di sospendere la copertura in alcune aree del Paese. E Vodafone eseguirà la richiesta spiegando che le autorità egiziane chiariranno la situazione a tempo debito.

GIORNALISTI ARRESTATI – Sarebbero almeno dieci i giornalisti arrestati, si legge sul sito di al-Masry al-Youm, secondo il quale la polizia avrebbe aggredito un gran numero di reporter, tra cui quelli della Bbc, di al Jazeera, di al-Arabiya e di altri media locali e internazionali. L’emittente satellitare al-Jazeera ha dato notizia di quattro reporter francesi arrestati al Cairo, di un suo corrispondente, Ahmed Mansour, picchiato da poliziotti in borghese, di un reporter della Bbc ferito, sempre al Cairo, mentre seguiva le proteste. Il canale all news di Al Jazeera, Mubasher, è stato «completamente oscurato in Egitto»: lo afferma un producer dell’emittente araba su Twitter. Reparti della polizia avrebbero inoltre aggredito due troupe della tv satellitare al-Arabiya nel centro della capitale, sequestrando il materiale filmato. In un momento in cui molti mezzi di comunicazione sono stati oscurati è difficile trovare conferme.

ARRESTI – La giornata era già partita con un raid della polizia che nella notte ha arrestato una ventina di attivisti dei Fratelli Musulmani: lo ha reso noto il loro avvocato, Abdel-Moneim Abdel Maqsoud. Tra gli arrestati i portavoce Essam El-Erian, Mohamed Mursi e Hamdy Hassan. Finora la «Società dei fratelli musulmani» si e mantenuta ai margini delle protestecontro il regime del di Mubarak, lasciando ai propri militanti libertà di scelta se parteciparvi o meno. Per oggi tuttavia avrebbero annunciato che sarebbero scesi pure loro nelle strade, dopo le preghiere del venerdì, seguendo l’esempio del più importante dissidente del Paese, ElBaradei, rientrato in patria giovedì. Il governo ha messo in guardia i giovani manifestanti perché non consentano ai Fratelli di strumentalizzare le proteste.

Redazione online del CORRIERE DELLA SERA – 28 gennaio 2011

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da “la Stampa.it” del 28/1/2011

L’effetto Egitto affossa le Borse mentre Wikileaks svela le torture raccontate dall’ambasciata Usa

   Gli Stati Uniti chiedono moderazione al governo egiziano di fronte alle grandi manifestazioni per le dimissioni del presidente Hosni Mubarak. «Il governo egiziano deve capire che la violenza non farà sparire il malessere nella società», ha detto il segretario di stato Hillary Clinton. Parlando alla stampa, Clinton ha chiesto al governo egiziano di «frenare le forze di sicurezza» e di togliere il blocco a Internet e telefoni. Mentre al Cairo dilaga la violenza e Wikileaks mette in Rete documenti imbarazzanti sui rapporti la Casa Bianca e Mubarak, svelando i finanziamenti americani agli oppositori, l’America guarda le immagini che rimbalzano sulle tv con il fiato sospeso. Timori che si riflettono anche su Wall Street, in calo per i timori egiziani.
   La moneta unica precipita a 1,3595 dollari contro 1,3733 segnato ieri in chiusura a New York, mentre scende a 1,2820 franchi da 1,2985 di ieri nei confronti della divisa elvetica. Al tempo stesso la valuta egiziana crolla a 5,8575 sterline per dollaro, la quotazione più bassa da gennaio 2005.
   Le principali Borse del Vecchio Continente archiviano la seduta tutte in profondo rosso. Parigi lascia sul terreno l’1,41%, Londra l’1,40%, Milano l’1,28% e Francoforte lo 0,74%. E le tensioni in Egitto non risparmiano nemmeno Wall Street. A poche ore dalla chiusura delle contrattazioni il Dow Jones cede l’1,25%, l’indice generale S&P 500 perde l’1,51% e il Nasdaq Composite arretra del 2,30%. S’infiamma, invece, il petrolio che sulla piazza di New York vola a 89,29 dollari al barile, mettendo a segno alla fine degli scambi un rialzo del 4,3%. «Chiediamo anche ai manifestanti di evitare la violenza», ha detto la Clinton, che ha ripetuto la richiesta del presidente Obama alle autorità del Cairo: «Discutere con il popolo di riforme economiche, politiche e sociali». «Vogliamo continuare a essere partner del governo e del popolo Egiziano», ha detto il segretario di Stato, evitando di prendere le parti delle autorità o dei manifestanti: «Saranno gli egiziani a decidere».
   A creare ulteriori imbarazzi Oltreoceano, la valanga di documenti messi on line da Wikileaks. Nel “venerdì della collera” il sito anti-segreti fondato da Julian Assange ha diffuso decine di cablogrammi inediti che denunciano il ricorso «endemico» alla tortura da parte della polizia e dei servizi di sicurezza. «La polizia – si legge in un cablo “confidenziale” datato gennaio 2009 e firmato dall’ambasciatore USA in Egitto Margaret Scobey – usa metodi feroci principalmente per estrarre confessioni a criminali comuni ma anche contro manifestanti, alcuni prigionieri politici o sfortunati passanti».
   Dunque, così gli uomini di Assange, l’America sapeva. I documenti – diffusi da WikiLeaks attraverso il suo sito, Facebook e Twitter – dimostrano che l’ambasciata americana abbia a più riprese informato Washington delle «brutalità» commesse da agenti di polizia e 007 e tra di questi figura l’appello di un attivista egiziano che chiede agli Stati Uniti si esercitare pressione diplomatica nei confronti del regime. Secondo l’informatore – la cui identità è stata protetta da WikiLeaks – «funzionari del ministero degli Esteri e del partito di Hosni Mubarak, nonchè alcuni giornalisti della stampa pro-governativa, sono imbarazzati dall’uso esteso della tortura e vogliono vedere dei miglioramenti».

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I REGIMI LONGEVI CHE BARCOLLANO

di Roberto Bongiorni, da “IL Sole 24ore” del 28/1/2011 

   Che possa toccare anche a loro? Gli inossidabili “presidenti quasi a vita” di diversi paesi arabi non dormono sonni tranquilli. Dalle loro poltrone hanno visto il mondo cambiare. Usciti vittoriosi da elezioni, spesso con percentuali bulgare, hanno resistito a tutto. L’onda della rivolta dei gelsomini rischia ora di creargli problemi seri.

   Dalla Tunisia, allo Yemen, passando per Algeria ed Egitto, decine di migliaia di dimostranti sono scesi in piazza. Al grido «Vogliamo la nostra Tunisia», chiedono riforme democratiche, lavoro per tutti, libertà. Ma prima di tutto esigono che i loro longevi capi di stato seguano l’esempio dell’ex presidente tunisino Ben Ali: l’esilio, forzato.
   L’ultima protesta ispirata ai fatti di Tunisi è scoppiata nel lontano Yemen, il più povero dei paesi arabi. Sedicimila persone sono scese in piazza nella capitale Sanaa, e in altre città, a chiedere le dimissioni del presidente. Difficile che il coriaceo Abdullah Saleh, 64 anni, decida di abdicare. Il Nuovo Yemen, nato nel 1990 dalla riunificazione tra Nord e Sud, non ha avuto altro presidente che lui.

   Saleh è un abile tessitore di relazioni in un paese rigorosamente islamico, dove domina un sistema tribale. Di fatto governa da 33 anni. «Essere al potere per più di 30 anni è abbastanza: Ben Ali ci è rimasto 23 anni», urlavano ieri gli yemeniti esasperati da un regime che ha mancato le promesse di riforma. Allarmato, Saleh ha promesso di non ricandidarsi alle prossime elezioni ed ha alzato gli stipendi dei funzionari pubblici. Ma il temperamento sanguigno degli yemeniti è imprevedibile.
   Dell’anziano Mubarak, il rais dell’Egitto, si è già parlato molto; 82 anni, al potere da 30, il rais è uscito vincitore da ben cinque discusse tornate elettorali, criticate aspramente da diversi paesi. Fino a qualche giorno fa nessuno si attendeva un cambiamento alle prossime elezioni, in autunno. Se le precarie condizioni di salute di Mubarak non dovessero consentirgli di ricandidarsi, il successore designato è il figlio Gamal. Comunque andrà la rivolta, le cose sono ora cambiate, la partita si è fatta più incerta.
   Nella turbolenta Algeria le proteste vanno avanti da più di una settimana. Un altro giovane disoccupato si è dato fuoco ieri, portando così a 13 la lista delle aspiranti torce umane (due persone sono decedute) in nove giorni. Quasi tutti protestano contro la dilagante disoccupazione e i rincari alimentari. Ad essere preso di mira è il governo di Abdelaziz Bouteflika, certo non un modello di democrazia.

   Arrivato al potere nel 1999, con davanti a sè un Paese distrutto da otto anni di guerra civile, Bouteflika è stato fortunato. Allora il petrolio si stava risollevando dai minimi del 1998, quando il barile crollò a 10 dollari. Rieletto nel 2004 con l’85% dei consensi, si trovò a gestire una ricchezza insperata. In soli 4 anni il greggio volò da 40 al record di 147 dollari.

   Bouteflika non è però riuscito a guarire il Paese dalla petrodipendenza. Anche questo è un boom senza benessere, che relega i giovani ai margini. Il governo sta cercando di correre ai ripari con colossali acquisti di grano, promesse di rimpasto (l’ultima ieri) e con misure meno usuali. Come la sospensione del ritiro delle patenti previsto per innumerevoli infrazioni.

   La Libia del colonnello Gheddafi, ricca di gas e petrolio, è uno dei pochi paesi arabi apparentemente immuni al virus tunisino. Non perché sia un perfetto esempio di stato di diritto. Probabilmente per il motivo opposto. Impensabile ribellarsi al pugno di ferro di Muhammar Gheddafi, il più longevo dei dittatori arabi.

   A soli 25 anni, nel 1969, organizzò un colpo di Stato, rovesciando re Idriss. Nel 1977 proclamò la Jamahiriyah, “lo stato delle masse”. Da allora è sempre stato al suo posto. Eppure il vento di Tunisi ha trasportato i suoi semi anche qui. Con una piccola protesta nella città di al-Bayda.

   Una novità in un regime che, ancor più dei vicini, non tollera espressioni di dissenso e manifestazioni. Qualche protesta, più contenuta, legata ai rincari alimentari, alla disoccupazione e alla mancanza di libertà, c’è stata anche in Giordania e in Marocco. Ma i due giovani monarchi, Abdullah II e Mohammed VI, sono stati più abili nel concedere parziali riforme.
   Obtorto collo, gli Stati Uniti spesso hanno dovuto trasformare i “presidenti quasi a vita” in importanti alleati.  A loro è stata affidato un compito molto delicato: bloccare l’avanzata di partiti islamici giudicati pericolosi, e combatterre il terrorismo di al-Qaeda. Perdere il loro petrolio e il loro sostegno alla lotta contro il terrorismo fa paura. Finora si è preferito chiudere un occhio. Finora. (Roberto Bongiorni)

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SCHEDA

I LEADER SOTTO ASSEDIO

ABDELAZIZ BOUTEFLIKA – In sella fino al 2014. È presidente dell’Algeria dal 1999 (con un mandato che scade nel 2014), al termine di una guerra civile sanguinosissima scoppiata nel ’91, quando il governo annullò i risultati delle elezioni parlamentari che sancivano la vittoria del Fronte islamico di salvezza. Promotore di una politica di riconciliazione, sconta le violente tensioni sociali dovute ai rincari alimentari (+30%) e alla disoccupazione. Il 75% della popolazione è sotto i 30 anni.
ZINE EL-ABIDINE BEN ALI – La prima vittima. Prima della fuga seguita alla rivolta dei giorni scorsi, il presidente della Tunisia era alla guida del paese dal 7 novembre 1987, quando con un colpo di stato subentrò ad Habib Bourguiba. Fondò la legittimità del suo potere sulla “caccia agli islamici”: per questo Europa e Stati Uniti hanno visto in lui un baluardo del laicismo nel Maghreb. Povertà e disoccupazione hanno scatenato la rabbia dei tunisini, facendolo cadere.
HOSNI MUBARAK – Il «faraone» egiziano. A 82 anni, è da quasi 30 al potere. Per le forze d’opposizione – a partire dalla maggiore, quella dei Fratelli musulmani, dichiarata illegale da diversi anni – non c’è mai stata alcuna minima possibilità di competizione. La rivolta scoppiata con la “giornata della collera” (per la «tortura, povertà, corruzione e disoccupazione») è cominciata al Cairo ed è poi dilagata in tutto il paese.
ALI ABDALLAH SALEH – Il leader del paese più povero. Il presidente Saleh è al potere dal 1978 nell’unica repubblica della penisola araba. Accanto alla costante minaccia del terrorismo, c’è un enorme problema economico: lo Yemen è il paese più povero del Medio Oriente, con inflazione al 12%, disoccupazione al 35%, e oltre il 40% degli yemeniti che vivono con meno di due dollari al giorno. Ieri in migliaia hanno chiesto a Saleh di andarsene.
AMICI SCOMODI – Interessi comuni. I presidenti-dittatori di alcuni paesi arabi come Egitto, Algeria e Yemen, pur al potere da diversi anni con elezioni molto controverse, hanno svolto finora un importante ruolo per gli Stati Uniti:

– Contro l’estremismo. Ricorrendo a misure poco democratiche, il presidente Hosni Mubarak ha agito da tappo di contenimento per contrastare l’ascesa del movimento islamico dei Fratelli musulmani, visto con preoccupazione dagli Usa e dichiarato illegale da parecchi anni ma che tuttavia gode di grande popolarità in Egitto. Il presidente yemenita Saleh è stato un importante alleato degli Stati Uniti, ricevendo anche importanti aiuti finanziari, nella guerra contro le cellule di al-Qaeda, ormai sempre più numerose in Yemen. Lo stesso dicasi dell’algerino Bouteflika, impegnato nella lotta contro le cellule salafite alleate ad al-Qaeda
– Gas e petrolio. Paesi membri dell’Opec, Libia e Algeria sono anche due importanti produttori di petrolio e gas, che vendono a molti paesi occidentali.

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I PARTITI ANTAGONISTI

I FRATELLI MUSULMANI – Furono fondati nel 1928 da Al Hasan al Banna. Perseguitati da Nasser e Sadat, uccisero il presidente degli accordi con Israele nel 1981. Sotto Mubarak sono tornati in Parlamento, in una relazione ambigua con il regime.

IL MOVIMENTO LIBERALE – Il Neo Wafd è nato sulle ceneri dei Wafd, il primo partito moderno dell`Egitto. Tradizionalmentetollerante con i copti

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PER SAPERNE DI PIÙ:

http://www.ahram.org.eg   –  http://www.lorientlejour.com/

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APPUNTAMENTO CON LA STORIA

di Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 28/1/2011

IL CAIRO –  Oggi, giorno della preghiera musulmana in tutte le moschee, sarà anche il giorno del giudizio per il regime dì Mubarak. Forse la sfida che potrà cambiare la storia dell`Egitto. Eppure, mentre gli scontri con nuove vittime sono proseguiti ieri soprattutto in provincia, anche le opposizioni iniziano a mostrare crepe e divisioni.

   Per esempio il precipitoso rientro in patria dell`ex capo dell`Aiea Mohammed El Baradei, costretto a fare un`altrettanto precipitosa marcia indietro dopo aver dichiarato che era pronto ad assumere il potere se la piazza lo chiedeva. Oppure la rincorsa dei Fratelli Musulmani, che ieri hanno ufficialmente appoggiato la protesta dei giovani di Internet, dopo averla quasi snobbata martedì.

   Le mattine sono lente, al Cairo, e così è stato anche ieri. Mentre dalla penisola del Sinai, poco lontano da Gaza, arrivavano notizie di scontri a fuoco, a Giza i turisti prendevano tranquillamente la strada per le piramidi in groppa ai cammelli.

Il Cairo, venerdì 28 gennaio 2011

   Almeno un morto, il sesto dall`inizio della protesta, nelle sparatorie scoppiate nel villaggio di El Sheikh Zouayed, tra El Arish e Rafh. Bloccata l`autostrada che porta in Israele. Scontri violenti anche ad Ismaelia, dove manifestanti e poliziotti si sono presi a sassate, mentre Suez continua ad essere il catino più infuocato della rivolta.

   È una città nata dal nulla intorno al canale, ma proprio per questo è diventata una delle più ricche del Paese. Il porto, i servizi, le acciaierie e le altre industrie hanno attirato migliaia di poveracci con un sogno, che poco a poco si è trasformato in incubo: paghe da miseria, disoccupazione, pane in bocca solo grazie alle sovvenzioni di stato. E allora qui esplode la violenza più facile.

   Anche ieri: sassaiole tra poliziotti e manifestanti persino davanti all`obitorio dove riposano i morti dei giorni scorsi, in attesa dell`autopsia pretesa dai parenti, per smentire il governo, secondo cui ad ucciderli sono stati altri manifestanti armati. Almeno trenta feriti e nuovi arresti, che ormai hanno portato a oltre mille il totale dei fermati. E per fortuna che il ministero dell`Interno ha smentito di averli incriminati per tentato colpo di Stato. Anche Obama ha avvertito che «la violenza non può essere una risposta alla protesta».

   Al Cairo il fatto più sanguinoso della giornata è accaduto alla Borsa, che ha perso in un colpo il 10,5%, la seconda botta più dura della sua storia. Dunque anche i ricchi, egiziani e stranieri, piangono per gli effetti della rivolta dei giovani, oltre al 40% della popolazione che vive ogni giorno sotto la soglia della povertà e deve pure difendersi dall`inflazione fissa al 10%.

   Ci sono stati ancora un po` di tafferugli davanti al sindacato dei giornalisti e a quello degli avvocati, ma è niente rispetto a quello che potrebbe succedere oggi. Alle sei di ieri sera nelle strade di accesso a Tahrir Square, la piazza che è stata il cuore della protesta, si contavano quattordici blindati carichi di poliziotti. Agenti in divisa antisommossa, col manganello bene in mostra, presidiavano già le isole pedonali per spiegare che oggi non si faranno da parte.

   Martedì i giovani ribelli di Internet, bloccato anche ieri dalle autorità che sperano così di staccare la spina al movimento, avevano ribattezzato la festa nazionale della polizia come «giorno della rabbia». Nel frattempo si sono fatti più poetici: la protesta di oggi si chiamerà «Il venerdì dei Martiri e dei Prigionieri politici», dedicata ai morti e agli arrestati dei giorni scorsi. Il piano è elementare. A mezzogiorno, tutti i buoni musulmani andranno nelle moschee per la preghiera.

I ragazzi del Movimento 6 Aprile, di Kifaya, e del gruppo Khalid Said, appoggiati stavolta dal partito AlGhad di Ayman Nour, dai Fratelli Musulmani e dalla National Association for Change di El Baradei, hanno chiesto a tutti i sostenitori di mettersi in marcia dopo la preghiera e raggiungere la piazza principale più vicina ad ogni moschea.

   Anche i cristiani sono stati invitati, tanto per chiarire che le violenze religiose di Alessandria non hanno niente a che vedere con lo spirito della protesta. Là, nelle piazze, «pregheremo per le anime dei morti e per il rilascio dei detenuti, e dimostreremo la nostra rabbia», ha spiegato Abdel Halim Qandil, coordinatore del movimento Kifaya.

«Chi non ha avuto abbastanza coraggio martedì potrà rifarsi, e così saremo molti di più e molto più organizzati». Le richieste sono sempre le stesse: Mubarak non deve ricandidarsi alle presidenziali di settembre o scegliere il successore, il governo deve dimettersi per far nascere un esecutivo di unità nazionale, il Parlamento va sciolto e rieletto democraticamente, e le leggi speciali devono sparire. Soltanto il Cairo, per limitarci alla capitale, viene chiamata «la città dei mille minareti», perciò auguri ai poliziotti che dovranno presidiarli tutti.

   Per rincorrere questa protesta, ieri El Baradei ha preso il primo aereo per tornare da Vienna in patria. Prima di partire ha detto che «il popolo ha superato la cultura della paura e, una volta che superi la cultura della paura, non c`é ritorno». Quindi ha avvertito il regime: «L`uso della violenza si ritorcerà contro, in maniera pesante».

   Perciò ha dato un consiglio a Mubarak: «Ha servito il Paese per 30 anni, è ora che si ritiri». A quel punto, però, gli è sfuggita una frase riportata dalla tv al Arabiya, che ha rovinato tutto: «Sono pronto a prendere il potere, se la piazza lo chiederà». Un tentativo così goffo di mettere il cappello sulla protesta che non gli appartiene, che una volta atterrato al Cairo ha dovuto subito smentire: «Non ho mai detto una frase simile».

   Le opposizioni in realtà sono in affanno, costrette ad inseguire i ragazzi di Facebook. Il portavoce dei Fratelli Musulmani, Essam EI-Erian, ci ha detto sorridendo: «Noi parteciperemo ufficialmente alla protesta. Però non cominciate a dire che ci vogliamo impossessare del Paese. Abbiamo solo ascoltato la voce della gente, che chiede spontaneamente un cambiamento. La protesta ci ha sorpreso, ma gli argomenti no, perché sono gli stessi che sosteniamo da trent`anni. Perciò appoggeremo insieme a tutti questa domanda di democrazia».

   Niente paura di vedere uno Stato islamico dittatoriale prendere il posto del regime di Mubarak: «La protesta chiede democrazia, e noi non abbiamo la forza di impossessarci del Paese». Essam arriva a condannare anche le violenze contro i cristiani: «Che vantaggio ne trarremmo noi? I musulmani sono la stragrande maggioranza del Paese e la tendenza storica in nostro favore è evidente: a cosa ci serve attaccare i cristiani?».

   La verità è un`altra secondo Hisham Kassem, analista ed ex editore dei giornale Masri al Youm: «I Fratelli Musulmani non hanno capito in tempo la forza della protesta, e ora cercano di recuperare il terreno perduto». Stasera, però, il regime avrà solo due strade da scegliere: «La piazza dirà se i militari sono ancora in grado di controllare il Paese. Se la risposta sarà negativa, i generali dovranno decidere: o la carneficina, oppure la richiesta a Mubarak di farsi da parte». (Paolo Mastrolilli)

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“LA POPOLAZIONE E’ FRUSTRATA, TUTTA LE REGIONE IN FERMENTO”

da “Il Sole 24ore” del 27/1/2011

INTERVISTA ad Amr Mussa, Segretario della Lega araba

DAVOS. Segretario generale, lei è molto popolare in Egitto. Qualche anno fa le dedicavano anche le canzoni: a Hosni Mubarak non l`hanno mai fatto. Si candiderà alle elezioni presidenziali di quest`anno? Larga risata. Un po` tesa, in realtà.

«Lasciamo perdere, andiamo a prenderci una tazza di caffè che è meglio».

   Mai era successo che Amr Mussa, ex ministro degli Esteri egiziano e da un decennio Segretario generale della Lega Araba, fosse così reticente a parlare. Come nel 2005, alle precedenti elezioni presidenziali in Egitto, quando centinaia di migliaia di cittadini presentarono una petizione in favore della sua candidatura. A sostenitori che attendevano un suo gesto, Mussa non rispose mai.

   Sia pure parlando meno del solito, il Segretario generale della Lega Araba si è presentato al World Economic Forum di Davos. Il ministro dell`Industria egiziano ha cancellato la visita, quello delle Finanze giordano è ripartito ieri per Amman. C`è come un`aria di tempesta. Il più grande gruppo sociale del mondo arabo escluso dalla ricchezza sono i giovani da 35 anni in giù. Ignorata per molto tempo, ora questa semplice verità fa paura.

Segretario, cosa sta accadendo in Egitto?

Legga i giornali.

Insomma, è una rivoluzione?

Il mondo arabo è in costante movimento. Lo avevo già detto: i cittadini sono frustrati per la situazione interna, quella regionale e internazionale. Il punto è questo: bisogna fare le riforme.

Lei ha sostenuto che l`impossibilità della pace è una causa potente di questa frustrazione.

Questo spinge l`intera regione in una condizione di disordine.

In realtà su Twitter i giovani egiziani non parlano però di Palestina: si riferiscono solo alla mancanza di libertà in Egitto e alle loro condizioni economiche.

Ma il problema esiste.

Pensa che quello che sta accadendo ora in Egitto possa portare a qualche iniziativa politica, a qualche riforma immediata, a qualche cambiamento al vertice del paese?

L`Egitto non è un paese statico. E’ piuttosto una scena attiva. Credo che ci saranno molte discussioni ad alto livello e alla fine prese di posizione. La questione ora è fare le riforme: economiche, sociali, del sistema educativo in tutto il mondo arabo. Se le riforme saranno messe in atto, il Medio Oriente riuscirà ad essere un luogo diverso.

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“LE RIVOLUZIONI IN ORIENTE UN RISCHIO PER L’OCCIDENTE”

di Francesca Paci, da “la Stampa” del 27/1/2011

– Intervista a IAN LESSER (esperto politologo americano: cura l’area mediterranea presso il German Marshall Fund di Washington – Ha lavorato al Dipartimento di Stato e ha scritto diversi saggi) –

   lan Lesser, esperto di Medio Oriente, segue in tv gli ultimi sviluppi degli scontri al Cairo. A sparare sono i militari di Mubarak, ma sulle barricate sventolano anche le bandiere tunisine.

Professor Lesser, è l`onda lunga della Tunisia ad aver portato in piazza gli egiziani?

«E` presto per dire cosa accadrà nelle prossime ore. Chiaramente c`è una “componente tunisina” nella rivolta del Cairo, ma non sono certo che gli effetti saranno gli stessi. L`Egitto è un Paese diverso, la cultura è diversa, il ruolo dell`esercito è diverso. I cambiamenti hanno bisogno di più tempo. Ma le conseguenze di questa protesta saranno maggiori perché rispetto alla Tunisia l`Egitto è il cuore del Medio Oriente ed e molto più importante per gli interessi occidentali nella regione» .

Il presidente Mubarak farà la fine dei collega tunisino Ben Ali?

«La Tunisia ha fatto scuola rapidamente. L`Egitto ha problemi analoghi per quanto riguarda la disoccupazione, la demografia, la corruzione. Ma mentre per esempio l`opposizione tunisina è tutta in esilio, quella egiziana sia pur tartassata è in patria, visibile, comprende i Fratelli Musulmani. Se la protesta dovesse crescere, incalzare, lo scenario ipotizzabile potrebbe essere l`intervento dell`esercito che a un certo punto, vedendo le brutte, suggerisce gentilmente a Mubarak di tirarsi indietro».

In poche settimane sono esplose l`Algeria, la Tunisia, l`Egitto. Dobbiamo aspettarci che altri Paesi cedano all`effetto domino?

«E` interessante che il comun denominatore della protesta sia il prezzo del pane. La rabbia per un bisogno primario che si serve di Facebook, dei blog, delle nuove tecnologie. Questo potrebbe ripetersi in altri Paesi, anche se diversi. L`Algeria, per dire, ha il potenziale per una rivoluzione più violenta perché l`islamismo radicale resta un forte elemento d`instabilità. Se c`è un effetto domino riguarda la richiesta di partecipazione che sale da tutto il mondo arabo, il desiderio di cambiamento, l`insoddisfazione dei giovani per la mancanza di opportunità».

Eppure le economie di questi Paesi crescono.

«Gli investimenti sono aumentati, è vero. L`economia egiziana come quelle tunisina e algerina va relativamente bene. Ma è aumentata anche la percezione del divario tra ricchi e poveri. Vuol dire che lo sviluppo ha reso le persone più coscienti del vuoto di partecipazione. La situazione mi ricorda un po` l`Iran degli Anni 70 quando alla rapida crescita economica seguirono aspettative rivoluzionarie. In fondo a fare la rivoluzione non sono mai i poveri, ma i giovani borghesi e beneducati».

Anche il Libano è nei guai. Esploderà un altro focolaio?

«La società libanese è complicata ma molto sofisticata. E` in corso d`opera da decenni. Oggi a Beirut c`è un governo guidato da Hezbollah, un cambiamento enorme che però riflette una tendenza popolare. Non sappiamo ancora come impatterà sulla regione».

Che peso ha il fanatismo islamico sui cambiamenti in atto?

«I partiti islamici radicali restano lo zoccolo duro dell`opposizione in tutti questi Paesi, a cominciare dall`Egitto.  Apparentemente la rivoluzione tunisina è stata guidata da giovani laici, ma la questione è aperta».

L`ambizione dell`amministrazione Bush a esportare la democrazia in Medio Oriente si è fermata in Iraq. Bastava attendere un po` perché il mondo arabo la rivendicasse per conto proprio?

«Il mondo arabo vuole partecipazione ma c`è una grande resistenza all`idea che venga imposta dall`esterno, dall`Europa, dagli Usa o da altre potenze regionali. Obama ha fatto un buon lavoro nel sostenere la protesta tunisina. La posizione dell`Occidente però è scomoda perché non sempre i cambiamenti vanno in direzione dei suoi interessi. Il caso esemplare è l`Egitto, dove non è un mistero che il governo Mubarak sia immobile, corrotto e non democratico. L`equilibrio però è critico, dal momento che l`Egitto nel caos significherebbe ondate d`immigrati, la pace con Israele in pericolo, scenari politici imprevedibili. Un vero dilemma».

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LA PIAZZA ARABA DI OGGI E QUELLA DI IERI

di Francesca Paci da  http://www.lastampa.it/

   Arrivano notizie da Amman, pare anche lì alcune migliaia di persone siano scese in piazza chiedendo riforme alla monarchia giordana. (…) Parlo continuamente al telefono con gli amici che abitano in Giordania, in Palestina, in Marocco, in Libano, con quelli che sono in Egitto quando riescono a comunicare. Cerco di capire, cosa succede, cosa succederà. E rifletto su quanto sia diversa la piazza araba contemporanea da quella di ieri.

   La mia impressione è che oggi la grande assente dalle rivolte del Cairo, di Tunisi, di Algeri, di Sanaa o di Ammam sia la questione palestinese. Se ripensiamo alle masse che scendevano in strada nel ’67, nel ’73, nell’87, all’inizio degli anni 2000, e ascoltiamo le voci di questi giorni possiamo notare che la richiesta è il pane non più lo stato palestinese, che i giovani vogliono lavoro e subito laddove i loro padri si compattavano intorno alle dittature dimenticando l’oppressione purché si trattasse di sventolare la bandiera palestinese.

   Che la situazione dei palestinesi non si mai davvero interessata a nessuno dei paesi vicini purtroppo è una triste realtà. Ma oggi nella piazza araba c’è una specie di pragmatismo nuovo, i ragazzi si scontrano con l’esercito per il proprio futuro e non per quello di un altro popolo, sia pur fratello. (…) (Francesca Paci)

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LA PRIMA FERITA AL POTERE

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 26/1/2011

IL CAIRO – C’erano più poliziotti, in piazza Tahrir, che manifestanti. E nel primo pomeriggio lo scontro è stato furibondo. I manifestanti, giovani col cranio rasato ma anche barbuti, avevano a loro vantaggio la collera. Era come se sfogassero tutte le frustrazioni subite, anche quelle di padri e nonni. Sono balzati su un automezzo della polizia e hanno tentato di appiccargli il fuoco, e allora gli agenti in divisa, ma anche quelli in abiti civili, hanno reagito. Hanno usato cannoni ad acqua e qualche gas lacrimogeno. Ma c’ è stata soprattutto una fitta sassaiola.

   Uniti contro Mubarak, il raìs coperto di invettive, i giovani, skinheads e barbuti, i primi più vicini ai vecchi contestatori occidentali, i secondi religiosi, hanno cominciato a gettare pietre, raccolte nei vicini cantieri o strappate al selciato. I poliziotti hanno risposto rilanciando i proiettili dai quali si erano difesi con gli scudi.   Rimane soprattutto di questa giornata di protesta l’ immagine della rabbia condivisa. Da ieri sera il vecchio raìs, al potere da trent’ anni, non traballa, ci vuole altro per scuoterlo dal potere fino a che l’esercito è alle sue spalle, ma egli ha potuto constatare quanto gli avvenimenti tunisini abbiano acceso gli animi nel mondo arabo.

   Ed anche nel suo paese, il più storicamente prestigioso e strategicamente importante. E questo non deve lasciarlo tranquillo. In settembre scade il suo mandato,e non è escluso che in una situazione di emergenza, le forze influenti nel processo di successione, dai militari al business, preferiscano mandare in pensione il presidente di 82 anni, e non prendano in considerazione il figlio Gamal, considerato il delfino.

   Il ritiro di Mubarak, uomo chiave negli equilibri mediorientali, perché stretto alleato degli Stati Uniti e buon vicino di Israele, sarebbe un avvenimento di grande rilievo. In particolare se dal sistema autoritario si passasse a un certo tipo di democrazia, in cui sarebbe inevitabile dare legittimo spazio ai movimenti religiosi. 

   Mohammed El Baradei, il premio Nobel per la Pace egiziano, che ha aderito al movimento di protesta, vuole evitare la demonizzazione dei Fratelli Musulmani e rifiuta di accettare il dilemma secondo il quale bisogna scegliere tra la sottile, soffocante dittatura di Mubarak o il caos dei religiosi.

   Per El Baradei i Fratelli Musulmani non si dedicano più da mezzo secolo ad atti di violenza e stanno al gioco democratico. Ieri, nella protesta, religiosi e democratici erano comunque fianco a fianco. La confraternita dei Fratelli Musulmani aveva tuttavia deciso di non partecipare ufficialmente ai cortei. I militanti sono scesi in piazza a titolo individuale. Erano invece ben in vista i nomi del partito Wafd, opposizione legale, e quelli di movimenti non istituzionali.

   Era dal ‘ 77, quando l’ allora presidente Sadat dovette annullare il rincaro del pane sotto la pressione della piazza, che non s’erano viste al Cairo manifestazioni di questa forza: non tanto per il numero dei partecipanti (forse trentamila) ma per la loro decisione. Ed anche per la misurata reazione della polizia, che aveva evidentemente l’ordine di evitare vittime (anche se, a fine giornata, si conteranno tre morti: due manifestanti e un agente). Il regime teme lo spargimento di sangue che attizzerebbe la collera.

   Questa probabile consegna, impartita dal ministero degli Interni, o dallo stesso presidente, è stata interpretata da alcuni manifestanti come un inizio di fraternizzazione con gli avversari in divisa. Era con tutta probabilità un’ illusione. In tal caso la “giornata della collera” sarebbe diventata la giornata della rivoluzione. Ma non è stato così.

   La protesta di ieri, motivata dal rincaro dei prezzi oltre che dalla richiesta di democrazia, si è estesa in tutto il paese. Il Cairo è stato l’epicentro, con gli scontri in piazza Tahrir, attorno alla Corte Suprema, al Parlamento, su uno dei principali ponti sul Nilo (conquistato dai manifestanti), e in numerosi quartieri popolari dove il cronista non ha potuto mettere piede. Ma la collera si è estesa al resto del paese: ad Alessandria (nel Nord), ad Assuane Assiut (nel Sud), in tanti centri del delta del Nilo, a Ismaylia sul Canale di Suez, e persino nel Nord del Sinai.

   La mobilitazione popolare non è stata travolgente, ha raccolto in alcune città alcune centinaia di persone, non di più, ma ha abbracciato l’ intero paese, grazie agli internauti. I quali hanno diffuso in diretta le immagini delle manifestazioni, facendo partecipare la gente a quel che accadeva nelle piazze. Più di novantamila persone avevano sottoscritto, su Facebook, il documento in cui si diceva che «la Tunisia è una soluzione» e che «Mubarak se ne deve andare».

   Per limitare l’uso dello spazio informatico, le autorità avevano reso inaccessibile il servizio di micro-blogging. Abitato da una popolazione paziente, spesso rassegnata, l’Egitto ha lo stesso regime repubblicano dal 1952, anno in cui gli ufficiali “liberi” mandarono in esilio re Faruk e cancellarono la monarchia.

   Da allora il potere è sempre rimasto nelle mani di un militare, anche se ha cambiato natura, passando dal socialismo arabo di Nasser alle variazioni capitalistiche imposte da Sadat e da Mubarak. Nasser esaltava o era detestato. Quando è morto, il Cairo traboccava di gente arrivata dalle più remote sponde del Nilo. Così come la folla l’ aveva implorato di restare quando, con furbizia, aveva annunciato le dimissioni dopo la sconfitta subita nel ‘ 67 da Israele.

   Quando Sadat fu assassinato non c’era un cane per le strade del Cairo. E i funerali si svolsero alla periferia. Si pensa che i cairoti non gli avessero perdonato la pace (a nostro avviso ragionevole) con Israele, anche per recuperare il Sinai perduto da Nasser nel ‘ 67. Mubarak lascia indifferenti. Non suscita simpatia

   La sua faccia ringiovanita dai chirurghi e i capelli tinti gli danno un aspetto che ha molto poco di naturale. Sembra cristallizzato. Gli affari della famiglia non contribuiscono alla popolarità. Ora che il potere non è più avvolto da un certo mistero, perché internet rende più trasparenti le società politiche, Mubarak non ha il carisma attribuito quasi di diritto al raìs.

   Ma il Cairo è uno dei grandi centri della vita internazionale, senz’altro determinante in Medio Oriente, e i suoi equilibrismi, i suoi immobilismi, risultano preziosi. Il suo ruolo di diga all’estremismo religioso è giudicato essenziale. Ieri Mubarak è stato scalfito. Il suo potere è stato ferito. Non di più. (Bernardo Valli)

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NELLE STRADE MORTE E RABBIA

di Paolo Mastrolilli, da “La Stampa” del 27/1/2011

IL CAIRO – Hatem non ha neppure vent`anni e lavora in un negozio di frutta dietro Tahrir, la piazza del Cairo, il simbolo dell`indipendenza egiziana negli Anni 50, che ora sta diventando il cuore della rivolta contro Mubarak.

   Passa una camionetta blindata della polizia e lui comincia a fare gestacci. Poi scappa dentro un vicolo buio: «Vuoi sapere cosa gli ho urlato? Di andarsene a casa. Quelli sono cadetti, ragazzi come me. Cosa ci fanno in strada a manganellarci, nel nome di questo vecchio regime guidato da un ottantenne?».

   Passa tutta così, la seconda giornata della rabbia giovanile che sta facendo tremare l`intero mondo arabo: attacchi, provocazioni, rapidi scontri e veloci ritirate. «La verità – si lamenta un agente – è che non sappiamo mai da dove sbucano. Non abbiamo idea su dove scoppierà il prossimo guaio e stiamo sempre a rincorrerli».

   Martedì, festa nazionale della polizia, era stata la giornata dell`odio: annunciata sui social networks, come una sfida frontale al regime. Ieri, dopo cinque morti e oltre 500 arresti, è cominciata la strategia del gatto selvaggio. Il ministero dell`Interno vieta altre marce, ma i ragazzi rispondono così su Facebook: «Ognuno deve tornare a piazza Tahrir per riprenderla. Andiamo in strada a domandare il diritto alla vita, la libertà e la dignità, finché le richieste del popolo egiziano non saranno ascoltate».

   I reparti antisommossa li aspettano ovunque: tuta nera, anfibi, caschi, scudi di plexiglass e manganello bene in vista. Presidiano a falange le piazza, i viali, gli snodi del traffico, per far capire che gli affronti di martedì non saranno tollerati.

   Sgombrano all`alba piazza Tahrir con gli idranti, sperando che i ragazzi intendano. In teoria, il premier Ahmed Nazif ha promesso di «assicurare la libertà di espressione dei giovani, a patto che passi attraverso mezzi legali». Dunque l`ordine è lasciare che la protesta si sfoghi, ma anche intervenire con durezza quando il limite viene superato. Succede davanti al Consolato italiano, che per qualche minuto diventa il centro della battaglia: sassi, manganellate, fumogeni. I nostri funzionari assicurano che stanno tutti bene, paura a parte.  Una fonte diplomatica ci tiene a chiarire: «L`obiettivo non eravamo noi. Non c`è stato un attacco premeditato al Consolato, è solo che si trovava nella zona divenuta di colpo teatro dello scontro».

   Subito dopo, infatti, parte la corsa verso il ministero degli Esteri, e la polizia spara pallottole di gomma per fermarla sui viali lungo il Nilo. La protesta fa quasi più paura così, perché pervade la città di una tensione costante. Di colpo senti un urlo, 200 ragazzi bloccano il traffico gridando slogan, bruciano un cassonetto, e dietro sale il rumore dei passi di carica della polizia. Poi i giovani spariscono e i plotoni antisommossa si rinquadrano a falange, come monito e minaccia. Ma si arriva anche agli scontri: nel quartiere Bulaq Abul Ela manifestanti e agenti si sono affrontati con violenza, un giovane e un poliziotto sono stati uccisi.

   Dalia Ziada, studiosa dell`American Islamic Congress, è una blogger che ha condiviso e fomentato la protesta. Ha 27 anni, si è laureata in Letteratura inglese al Cairo, e ora fa un master in relazioni internazionali a Boston: «La protesta continuerà così, almeno fino alla preghiera di venerdì. Il governo deve scegliere: continuare la repressione, o parlare con noi. Per ora ha scelto la prima: la polizia va persino ad arrestare i feriti in ospedale. Hanno preso il figlio del leader dell`opposizione Ayman Nour e lo hanno tenuto dentro per una notte senza ragione. Ma così noi andremo avanti».

   Dove? Fino alla caduta di Mubarak? «Ma non è questo che pretendiamo, anche se lo sentite negli slogan. E` un movimento spontaneo, ispirato dalla morte di Khalid Said, giovane imprenditore ucciso senza motivo dalla polizia di Alessandria il 6 giugno scorso. Ecco, chiediamo che cose del genere non accadano più. Vogliamo la fine delle leggi speciali, della corruzione, il limite di due mandati per il presidente, e la promessa che Gamal Mubarak non prenderà il posto di suo padre alle elezioni di settembre. Un segnale di dialogo può fermare tutto».

   L`anno scorso questi ragazzi hanno visto l`economia crescere del 5,3%, eppure il 90% dei disoccupati ha meno di 30 anni. II 40% della popolazione vive con due dollari al giorno e un terzo resta analfabeta: «Così – spiega il blogger Wael Abbas – non può continuare, anche perché il 60% della popolazione ha meno di 30 anni: siamo la maggioranza e siamo emarginati».

   Il ministro dell`Interno ha accusato i Fratelli Musulmani, ma in piazza non si vedono le bandiere dei partiti di opposizione, anche se l`ex capo dell`Aiea El Baradei ha annunciato che tornerà dall`estero per cavalcare i disordini: «L`opposizione – spiega Wael – ha deciso di partecipare su base individuale, ed è meglio così. Non vogliamo che i vecchi partiti mettano il cappello su questo movimento, altrimenti la gente normale si allontana. E` una protesta spontanea, vera, nata dal basso tra i giovani su internet, dopo la rivolta in Tunisia. Deve rimanere così, per avere successo».

   L`Occidente, secondo Dalia, non deve temere una deriva fondamentalista: «Basta che guardate la mia biografia». Ma proprio per questo, secondo una fonte diplomatica, il regime ha paura: «Una protesta così non l`aveva mai vista. L`apparato è sorpreso». In serata, infatti, da Suez arriva un bollettino di guerra: un commissariato in fiamme, 60 feriti, coprifuoco per la notte. Che non accenna a passare.

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LE PROTESTE NEL MONDO ARABO

El-Baradei: Mubarak se ne vada – La rivolta contagia lo Yemen

da Avvenire.it del 27/1/2011

– Effetto domino nel mondo arabo: l’onda della protesta in Nordafrica, che dopo la fuga di Ben Ali in Tunisia sta infiammando l’Egitto, è arrivata anche nella penisola arabica, con le prime manifestazioni nello Yemen. –
  
In Egitto sono ripresi gli scontri tra polizia e manifestanti che chiedono la fine del regime di Hosni Mubarak. Secondo al Jazira una folla si è radunata di fronte a un commissariato di polizia incendiato a Suez, dove l’esercito avrebbe sparato proiettili di gomma, mentre al Cairo sono continuate le proteste fuori dalla sede del sindacato dei giornalisti, tra i principali obiettivi del giro di vite messo in atto dalle autorità egiziane. Scontri sono stati registrati a Ismailia, ove gli agenti hanno ingaggiato battaglia con 600 oppositori. La procura generale ha accusato 40 manifestanti di tentato golpe. Un manifestante è stato ucciso in una cittadina del Sinai. Sono almeno 1.000 gli arresti eseguiti dalla polizia egiziana da martedì scorso, quando sono cominciate le proteste contro il presidente Hosni Mubarak.
   Sono due gli eventi su cui è concentrata l’attesa: l’imponente manifestazione organizzata per domani e il rientro di Mohamed ElBaradei. Su alcuni account di Facebook si leggono messaggi di questo tenore: “Musulmani e cristiani di Egitto continueranno la battaglia contro la corruzione, la disoccupazione e l’oppressione” e per il dissidente Ayman Nour la preghiera del venerdì fornirà l’occasione per una nuova prova di forza da parte dell’opposizione.
   La dissidenza, che sembra non avere un capo riconosciuto, potrebbe trovarlo in Mohamed e-lBaradei, l’ex direttore dell’Aiea, stimato da diverse fasce sociali in patria e fornito di adeguati contatti nella comunità internazionale. Mubarak – ha detto el-Baradei, che ha annunciato la propria partecipazione alla manifestazione di venerdì – “ha servito il Paese per trent’anni ed è tempo che si ritiri. Sarò con i manifestanti, ma non li guiderò, a me interessa guidare il cambiamento politico. Il popolo ha spezzato il circolo della paura, e una volta fatto questo non si torna indietro”.
   Il rientro dell’ex diplomatico in patria sembra coincidere con una intensificazione del pressing della Casa Bianca sul rais. Secondo quanto riporta Bloomberg, Barack Obama avrebbe telefonato mercoledì al rais per convincerlo a cogliere l’occasione delle proteste per abbracciare le riforme democratiche.
   Sedicimila manifestanti sono scesi per le strade della capitale yemenita, Sanaa, per chiedere le dimissioni del presidente Ali Abdullah Saleh, in carica dal 1978. “Trent’anni al potere sono abbastanza, Ben Ali se n’è andato dopo venti”, urlavano i dimostranti, ispirandosi alla cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini che ha portato al crollo del ventennale regime del rais tunisino.

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