l’EGITTO della rivolta DEI GIOVANI VINCE, almeno per ora – e si apre un MARTEDI’ da un MILIONE di persone (in marcia al CAIRO) – e che l’EUROPA non guardi ai villaggi del mondo globale solo con gli occhi della convenienza, ma invece con quelli della libertà e dignità umana

Sera del 31 gennaio 2011 – EGITTO, Il Cairo - L'ESERCITO PROMETTE DI NON USARE LE ARMI per reprimere le proteste. «Le forze armate non useranno la violenza contro i cittadini, ma mettono in guardia contro atti che possano minacciare la sicurezza dello Stato», hanno affermato le forze armate in un comunicato diramato dalla tv di stato egiziana. LE FORZE ARMATE GIUDICANO ANZI «LEGITTIME» LE RIVENDICAZIONI DEL POPOLO EGIZIANO che protesta da una settimana contro il governo. «La libertà d'espressione - hanno specificato - è garantita per tutti unicamente con mezzi pacifici». MARTEDI’ è in programma lo SCIOPERO GENERALE e la «MARCIA DEL MILIONE» al CAIRO. SULEIMAN: DIALOGO CON OPPOSIZIONE - Il vicepresidente egiziano ed ex responsabile dei servizi segreti, Omar Suleiman, ha proposto intanto all'opposizione l'apertura di un dialogo, nel corso di un discorso trasmesso dalla televisione di Stato. «Il presidente mi ha incaricato di aprire immediatamente dei contatti con tutte le forze politiche per avviare un dialogo intorno a tutte le questioni legate alle riforme costituzionali e legislative», ha dichiarato Suleiman. L'ex responsabile dei servizi segreti - considerato l'eminenza grigia del governo di Mubarak - ha parlato alla vigilia delle due manifestazioni di massa convocate dall'opposizione al Cairo e ad Alessandria, nelle quali gli organizzatori si aspettano la partecipazione di oltre un milione di persone (da corriere.it)

Diario dal Cairo – OGGI IN EGITTO DUE MONDI CHE SI IGNORANO – di SARAH EL SIRGANY, blogger egiziana – L’EGITTO ORMAI E’ USCITO DALLA FASE DI STALLO. Oggi viviamo in due mondi, dove ciascuno si ostina a ignorare l’esistenza dell’altro. Da un lato, il presidente resta aggrappato al potere e si affanna a introdurre cambiamenti risibili nel suo governo, un’operazione di facciata nel migliore dei casi. Dall’altro, i manifestanti non prestano la minima attenzione ai suoi interventi: chiedono una sola cosa, che se ne vada. Ma né l’una né l’altra parte è disposta a cedere il passo.  

Sarah El Sirgany, blogger egiziana (da Corriere.it)

CHE FARE?  L’opposizione ha fatto appello alla popolazione e ha indetto una marcia di un milione di persone per questo martedì. Già lunedì sera decine di migliaia di persone si sono radunate in centro, in piazza Tahrir, e intendono passarci la notte, in attesa dei compagni. Nel frattempo, non ho la più pallida idea di quello che Mubarak stia facendo, ma non credo che guardi la televisione. Altrimenti avrebbe sentito ripetere incessantemente la medesima parola da tutti i canali, tranne quello di stato: vattene.  NELLA CITTA’ ALEGGIA OVUNQUE la stessa atmosfera di incertezza. Sono passate un paio d’ore dal coprifuoco e mentre attraverso il Cairo dal centro verso la periferia orientale dove abito – per andare a dormire a casa mia per la prima volta da venerdì scorso – vengo colta dal nervosismo. È una sensazione che non avevo provato al culmine della prima violenta repressione della protesta, il 28 gennaio. I posti di blocco militari che circondano il palazzo presidenziale e le pattuglie di vigilanti dei quartieri che si notano quasi a ogni angolo di strada danno l’idea di una città in guerra. Forse si tratta di una guerra civile contro un nemico infido, che alcuni identificano come gang di delinquenti e di saccheggiatori, mentre altri ritengono si tratti di poliziotti camuffati, inviati ad agitare le acque. Queste persone sembrano indifferenti alla marea di manifestanti infuriati che percorreva quelle stesse strade pochi giorni fa. Forse anche loro hanno partecipato a qualche corteo, a inizio giornata, o lo faranno più tardi. Non riesco a decifrare le loro intenzioni.    MI PREPARO A TRASCORRE la notte dall’altro lato della città e mi sento estraniata dalla rivoluzione in atto. Non mi resta che tenere sempre accesa la TV, è l’unico collegamento di cui dispongo nel perdurare del black out di Internet. Ma è un distacco fisico temporaneo, perché ho già rinunciato ad aspettare informazioni domani. Sono pronta alla marcia di un milione di persone e sono certa che tantissimi faranno la stessa cosa. SARAH EL SIRGANY, blogger egiziana – 31 gennaio 2011 (DAL CORRIERE.IT)

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   In cinque giorni, purtroppo anche con violenze e morti nelle tante manifestazioni che ci son state e ci sono ancora (oggi un milione di persone al Cairo), il Medio Oriente e tutta l’area Sud Mediterranea deve fare i conti con nuovi equilibri: le rivolte iniziate in Tunisia (e Algeria), hanno prodotto il crollo (almeno pare in queste ore) del regime consolidato da trent’anni di Mubarak in Egitto.

   E non è stata una rivolta “religiosa”, dell’islamismo integralista. Premesso che noi non crediamo alle rivolte religiose, anche a quelle che così appaiono, ma pensiamo siano date sempre o da ragioni economiche (di povertà), o di pesanti torti subiti da alcune comunità, o dalla capacità di “poteri perversi” capaci di attizzare l’odio verso altri (il caso della guerra civile balcanica della prima metà degli anni novanta con la disgregazione della ex Iugoslavia insegna…); ebbene in questo caso si tratta di una rivolta “per voglia di futuro” di tanti giovani: generazioni perdute, nella sponda sud del Mediterraneo, anche in Medio Oriente per l’Egitto, che ereditano solo povertà e vecchi dispotismi, ai quali si cerca una via d’uscita, seppur difficile.

piramidi e carrarmati

   Che ne sarà dell’Egitto adesso, della Tunisia? E di tutti gli “altri” che avranno a che fare con la “rivolta dei giovani”? Dovranno soccombere a integralismi peggiori dei dispotismi fin qui vissuti, oppure “chi potrebbe aiutarli” (l’Europa, l’America, l’Occidente…) saranno veramente in grado di dare loro una concreta mano: nei termini di inventare per loro un futuro, trovare vie di sviluppo economico che anche “noi”, paesi ricchi ma in declino, non riusciamo ad esprime come progetto…

   Aiuta, in questo senso, più che l’Europa divisa e confusa, senza leader e movimenti politici che abbiano innovazione progettuale, aiuta sapere perlomeno che gli Stati Uniti, l’America, esprime un presidente di grande valore, che sta recuperando sul brutto periodo difficile di quest’ultimo anno, e parla nell’annuale “discorso al Congresso” di qualche giorno fa di Green Economy, di risorse energetiche da trovare almeno all’80% in quelle date da fonti rinnovabili; che prospetta un mondo fatto di cose nuove, dove pace e sviluppo possano connettersi, e la competizione tra aree geostrategiche (i Paesi che stanno correndo, il cosiddetto Bric –Brasile, India, Cina-, l’Asia, l’Australia e l’America del Nord, ma anche quella del Sud,  l’Europa, l’Africa che esce dal sottosviluppo…siano elementi di un virtuoso inizio di benessere che faccia uscire dalla crisi globale chi (non tutti tra questi paesi) la sta vivendo.

foto ricordo nella piazza Tahrir al Cairo

   Parte del Medioriente che vede in un Paese il cambiamento politico avverarsi in cinque giorni (in Egitto), cosa lì non accaduta in sessant’anni post monarchici di “dispotismo repubbli- cano” (con Nasser che arrivò al potere nel 1952 abbattendo la monarchia, poi con Sadat e per quasi 30 anni Mubarak), dimostra come l’appoggio occidentale dato a questi regimi (la stessa cosa è accaduta in Tunisia con Ben Alì) da parte americana, europea, italiana, perché essi regimi “garantivano” un islamismo moderato, tutto questo non teneva conto delle condizioni di vita della popolazione, del lavoro e del benessere che manca, e poi anche dei bisogni dei giovani di “essere come tutti” i giovani dei paesi liberi (e internet e tutti i nuovi mezzi di comunicazione hanno influito di certo alla “rivoluzione” odierna). Saprà l’Europa (e l’Italia per prima, vero anello geografico e storico con questi paesi) avviare un progetto comune con questi giovani della sponda sud del Mediterraneo?

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SE QUELLA DEI GIOVANI MUSULMANI DIVENTA UNA VERA PRIMAVERA

di Antonio Puri Purini, da “il Corriere della Sera” del 29/1/2011

   Non bisogna avere paura della parola primavera quando si affrontano gli eventi tunisini ed egiziani. Meglio domandarsi invece se gli eventi della sponda meridionale del Mediterraneo dischiudano una fase nuova nella storia del mondo arabo, aprano una diversa stagione di rapporti con l’Europa o siano fenomeni isolati destinati ad essere riassorbiti dallo statico clientelismo e dalla tradizione autocratica di quella realtà.

   Una risposta corretta a quest’interrogativo è cruciale: per gli europei, per i musulmani. L’Europa ama utilizzare iperboli nel reagire di fronte a grandi sconvolgimenti sociali e politici alle proprie frontiere, dalla rivolta cecoslovacca del 1968 alla caduta del muro di Berlino. Questi sono sempre stati accolti con speranza e sollievo: dopotutto, dove si manifestava la libertà si rafforzava anche l’Europa.

   Nulla di simile è avvenuto di fronte alla rivoluzione tunisina e ai disordini in Egitto e nello Yemen. L’Europa è stata colta di sorpresa; anzi, ha impiegato del tempo ad accorgersi che, questa volta, la ribellione aveva radici e ragioni profonde. L’esitazione si spiega: gli interrogativi sulla possibile evoluzione delle società musulmane non fanno parte del bagaglio programmatico dell’Unione Europea verso i Paesi della sponda sud del Mediterraneo.

   All’Europa interessava la stabilità, la sicurezza energetica, l’immigrazione clandestina, la lotta contro il terrorismo, il partenariato economico. Il resto— compresa la libertà e la dignità umana— passava in secondo piano; veniva delegato a fondazioni e centri di ricerca; la contrazione generale degli studi islamici ha contribuito anch’essa a indebolire strumenti conoscitivi importanti.

   Di fronte alla prevalenza degli obiettivi economici ed alla preoccupazione per la diffusione del fondamentalismo islamico, l’atteggiamento dei governi europei aveva una logica. Ma il prezzo pagato è stato alto: l’Europa appare improvvisamente impreparata ad approfondire il rapporto fra democrazia e mondo musulmano e ipnotizzata da autocrati capaci però di trasmettere sicurezza e affidabilità.  

    Adesso gli errori commessi, l’approccio mercantile e la mancanza di visione politica vengono al pettine. Gli Stati europei non sanno rispondere al quesito se gli sconvolgimenti rappresentino o meno l’inizio di una stagione politica diversa: una vera e propria primavera, appunto. Mancano gli strumenti per capire una realtà pur geograficamente così vicina: l’istinto di conservazione, la sicurezza delle strade già tracciate fa rimpiangere autocrati come Mubarak e Ben Ali; induce addirittura l’Italia a compiere l’errore di additare come esempio il modello di stabilità del colonnello Gheddafi.

   L’osservazione di questi eventi fa capire che siamo di fronte a qualcosa di complesso, diverso, imprevisto. Dopotutto, gli eventi tunisini ed egiziani hanno portato alla luce schemi inattesi, aspettative di gente normale, stufa d’essere considerata come un docile gregge. Colpisce che sono tutti giovanissimi e per di più padroni di Internet.

   La verità è che la gente, improvvisamente e quando meno uno se lo aspetta, s’indigna se chi governa passa il segno della decenza e della dignità. Questo avviene sotto qualunque latitudine e longitudine. La primavera viene associata alla spontaneità ed al vigore; ebbene questi tratti sono ben manifesti negli eventi tunisini ed egiziani.

   La televisione ci ha mostrato immagini di persone comuni esasperate dalle vessazioni quotidiane, desiderose di un miglioramento delle condizioni di vita: non si nascondono dietro il conflitto israelo-palestinese, non bruciano bandiere americane, proclamano il proprio buon diritto all’istruzione. Pongono, forse senza neppure esserne coscienti, il tema della convivenza fra Islam e democrazia

   Hanno messo in movimento un processo che durerà anni. Il risultato è che la sponda sud del Mediterraneo diventa nuovamente una complessa priorità europea e che il rapporto fra Europa e mondo musulmano va ripensato e aggiornato.

   I cultori della Realpolitik e del processo di Barcellona nel 1995 per sostenere una collaborazione regionale non possono illudersi che, passata la carica emotiva di questi giorni, tutto ritornerà come prima; la spontaneità delle manifestazioni, la mancanza di carica ideologica lascia immaginare un decorso ben diverso.

   Noi europei siamo spesso congelati nella forza delle abitudini e dei precedenti. Ricordiamo giustamente che la rivoluzione iraniana del 1979 ha portato al potere uno spietato regime teocratico e che, dall’Algeria negli anni Novanta alle elezioni nella striscia di Gaza, la democrazia ha significato la vittoria degli estremisti. 

   Condizionati dal nostro egoismo, non abbiamo capito che di fronte a noi esisteva un mondo capace di capire il crinale fra giustizia e sopruso. Dalla storia s’impara molto a condizione di rendersi conto che essa si manifesta ogni volta in maniera diversa ed imprevedibile. Per queste ragioni non è fuori luogo parlare di una primavera politica e sociale alle nostre frontiere meridionali. (Antonio Puri Purini)

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L’OCCASIONE CHE PERDEREMO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 31/1/2011

   L´Egitto è un´occasione che perderemo. L´occasione è storica: spezzare nel più strategico paese arabo il circolo vizioso di miseria, frustrazione, regimi di polizia e terrorismo – spesso alimentato dai regimi stessi per ottenere soldi e status dall´Occidente – che destabilizza Nordafrica e Vicino Oriente fino al Golfo e oltre.

   Il successo della rivoluzione avvierebbe la transizione a un Egitto “normale”, con un potere politico legittimato dal popolo. Dopo la scintilla tunisina, il segno che la nostra frontiera sud-orientale può cambiare. In meglio. Avvicinandosi ai nostri standard di libertà e democrazia. Cogliendo le opportunità di sviluppo perse per l´avidità delle élite postcoloniali, impegnate a coltivare le proprie rendite, indifferenti a una società giovane, esigente.
   L´Italia più di qualsiasi altra nazione europea dovrebbe appassionarsi al sommovimento in corso lungo la Quarta Sponda. Chi più di noi dovrebbe interessarsi alla ricostruzione del circuito mediterraneo, destinato a intercettare la quasi totalità dei flussi commerciali fra Asia ed Europa, di cui saremmo naturalmente il centro? A chi più che a noi conviene la graduale composizione della frattura tra le sponde Nord e Sud del “nostro mare”? O davvero pensiamo sia possibile erigere una barriera impenetrabile in mezzo al Mediterraneo? Qualcuno pensa ancora che lo sviluppo del Sud del mondo sia una minaccia e non una formidabile risorsa per il nostro stesso sviluppo – anzi, la condizione perché non si arresti?
   Eppure Roma tace. Il nostro governo ha trovato modo di non esprimersi fino a sabato. Meglio così, forse, visto che quando ha parlato – via Frattini – nessuno se n´è accorto. Mentre tutto il mondo si preoccupa del dopo-Mubarak, noi ci dilaniamo sulla “nipote”. Stiamo perdendo l´occasione di incidere in una svolta storica – stavolta l´aggettivo è pertinente – che riguarda molto da vicino la vita nostra, soprattutto dei nostri figli e nipoti.
   Se anche i militari riuscissero ad affogare nel sangue le aspettative della piazza, la rivoluzione egiziana ha ormai sancito che il paradigma delle dinastie parassitarie, incentivato dai governi occidentali, non garantisce più nessuno. Certamente non i popoli che opprime. Ma nemmeno noi europei. Quei regimi significano solo caos, repressione e miseria. L´ambiente ideale per i jihadisti. I quali, non dimentichiamolo mai, sono incistati nelle nostre metropoli. Se sbagliamo politica in Egitto, in Tunisia o in altri paesi del nostro Sud, il prezzo lo paghiamo in casa.
   Un sobrio accertamento dello stato delle cose dovrebbe indurre il nostro governo a mobilitare ogni risorsa a sostegno dei cambiamenti in atto sulla sponda africana del Mediterraneo. Se ciò non accade, non è solo colpa di Berlusconi o Frattini, ma della rimozione che l´Italia ha compiuto di se stessa. Della sua geografia e della sua storia. Nel centocinquantesimo anniversario dell´Unità è duro ammetterlo. Ma è un fatto: non sappiamo dove siamo né da dove veniamo.
   Così abbiamo dimenticato che per secoli l´Egitto è stato fecondato dalla nostra diaspora. Come l´intero bacino del Sud Mediterraneo, dove un secolo fa viveva quasi un milione di connazionali. Operai, artigiani, ma anche banchieri, architetti e burocrati pubblici.
   Nell´Egitto khedivale l´italiano era lingua franca, usata nell´amministrazione pubblica. Un tipografo di origine livornese, Pietro Michele Meratti, vi fondò nel 1828 il primo servizio di corrieri privati, la Posta Europea, poi assurto a monopolio pubblico. Le diciture delle prime serie di francobolli egiziani erano in italiano. Decine di migliaia di italiani, tra cui molti ebrei, abitavano il Cairo e Alessandria, dove i segni del “liberty alessandrino” sono ancora visibili. La nostra egittologia ha una lunga tradizione. Come in genere le nostre missioni archeologiche orientali, fra le principali fonti d´intelligence quando i servizi segreti erano ancora qualcosa di serio.
   Di questo e delle nostre tradizioni levantine in genere cercheremmo vanamente una trattazione nei manuali scolastici. E´ storia rimossa. Eppure ancora oggi molto del residuo capitale di simpatia di cui godiamo nella regione si fonda su tali memorie. Basterebbe poco per ravvivarle. Nell´immediato, anche un gesto simbolico.
   A Torino abbiamo il più importante museo di antichità egizie dopo quello del Cairo, oggetto di sospetti vandalismi nelle prime fasi dei disordini. Sarebbe forse utile uno sforzo sostenuto dai poteri pubblici e da fondazioni private per dare concreto seguito alla profezia di Jean-François Champollion, il decifratore della Stele di Rosetta: “La strada per Menfi e Tebe passa da Torino”.

   Finanziare e sostenere la messa in sicurezza del Museo del Cairo e dei suoi reperti significa non solo salvare un giacimento culturale di valore universale, ma un atto di rispetto per la pietra angolare dell´identità egiziana. Quell´identità che i nostri levantini contribuirono a resuscitare e che le piazze egiziane oggi vogliono riscattare.
   Eppure nell´immaginario collettivo (ossia televisivo) sembra che l´Egitto sia un qualsiasi pezzo d´Africa, un arcipelago di miserie e arretratezze. Più le piramidi e Sharm el-Sheikh. Ma da dove spuntano i giovani anglofoni che maneggiano twitter e Facebook – già ribattezzato Sawrabook, “libro della rivoluzione” – e rischiano la vita per la libertà?
   Per anni abbiamo vissuto di verità ricevute. Un eterno fermo immagine. Intanto, la società civile egiziana cresceva, si strutturava. Ci sono certo i Fratelli musulmani, un arcipelago dalle mille ambiguità, che Mubarak ci ha rivenduto con successo come banda di terroristi. Ma ci sono anche laici, cristiani, nazionalisti, socialisti, gente che semplicemente non ne può più della “repubblica ereditaria”. Quanto meno daremo ascolto e supporto alle loro istanze, tanto più il rischio di una deriva islamista diverrà concreto. E´ quanto sperano Suleiman e gli altri anziani ufficiali drogati da decenni di potere incontrastato. Per riproporre e rivenderci il muro contro muro.
   Obama e alcuni leader europei forse cominciano a capirlo. Fra cautele ed esitazioni invitano a voltare pagina. Non noi italiani. Continuiamo ad aggrapparci a un Egitto che non c´è più. L´Egitto che prova a nascere non lo dimenticherà. La sua sconfitta sarà la nostra. La sua vittoria, solo sua. (Lucio Caracciolo)

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Ultime notizie – Israele: aiutate il raìs. Ma Obama lo «scarica»

L’ESERCITO: «PROTESTE LEGITTIME»

Appello Ue a Mubarak: «Elezioni libere» – Migliaia in piazza sfidano i divieti. Le forze armate: «Proteste legittime». Suleiman: dialogo con opposizioni

da http://www.corriere.it/esteri/ del 31/1/2011, ore 23.30

IL CAIRO – Migliaia di persone scendono nuovamente in piazza, sfidando i divieti del regime. E l’esercito promette di non usare le armi per reprimere le proteste. «Le forze armate non useranno la violenza contro i cittadini, ma mettono in guardia contro atti che possano minacciare la sicurezza dello Stato», hanno affermato le forze armate in un comunicato diramato dalla tv di stato egiziana. Le forze armate giudicano anzi «legittime» le rivendicazioni del popolo egiziano che protesta da una settimana contro il governo. «La libertà d’espressione – hanno specificato – è garantita per tutti unicamente con mezzi pacifici». Martedì è in programma lo sciopero generale e la «marcia del milione» al Cairo.

SULEIMAN: DIALOGO CON OPPOSIZIONE – Il vicepresidente egiziano ed ex responsabile dei servizi segreti, Omar Suleiman, ha proposto intanto all’opposizione l’apertura di un dialogo, nel corso di un discorso trasmesso dalla televisione di Stato. «Il presidente mi ha incaricato di aprire immediatamente dei contatti con tutte le forze politiche per avviare un dialogo intorno a tutte le questioni legate alle riforme costituzionali e legislative», ha dichiarato Suleiman. L’ex responsabile dei servizi segreti – considerato l’eminenza grigia del governo di Mubarak – ha parlato alla vigilia delle due manifestazioni di massa convocate dall’opposizione al Cairo e ad Alessandria, nelle quali gli organizzatori si aspettano la partecipazione di oltre un milione di persone.

IL FRONTE DIPLOMATICO – Nel frattempo, arriva direttamente da Bruxelles un appello alle autorità egiziane perché spianino la strada allo svolgimento di «libere e giuste elezioni». La richiesta dei capi delle diplomazie dei Ventisette, riuniti nel Consiglio Affari esteri dell’Ue, specificata in una dichiarazione comune, segue quella avanzata da Israele agli Stati Uniti e ad alcuni Paesi europei affinché venga sostenuto il presidente Hosni Mubarak e il suo governo, duramente contestati da un vasto movimento di piazza.

«TRANSIZIONE ORDINATA» – I capi delle diplomazie dei Ventisette chiedono con urgenza alle autorità del Cairo di «intraprendere una transizione ordinata verso un governo con base ampia, che conduca a un processo di riforme democratiche, con il pieno rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto, che spiani la strada a elezioni libere ed eque». La formula così approvata permette di superare l’impasse sul punto più controverso, ovvero l’opportunità di lanciare un appello affinché si svolgano presto delle elezioni nel Paese. Su questo punto, e sull’atteggiamento nei confronti del presidente Hosni Mubarak, Gran Bretagna e Francia, e anche l’Italia, secondo fonti Ue, erano sulle posizioni di Washington (andare alle elezioni, e se Mubarak perde se ne va), mentre la Germania e altri Paesi erano meno disposti a favorire questa via d’uscita per il presidente, puntando piuttosto su una soluzione «tunisina» (ovvero l’uscita di scena di Mubarak, come reclama a gran voce la rivolta). I tedeschi, fra l’altro, non volevano dare l’impressione di dettare «dall’esterno» la soluzione delle elezioni agli egiziani. Il testo approvato, pur menzionando le elezioni, le pone come punto d’arrivo di un percorso, più o meno lungo, di transizione democratica.

ISRAELE – Secondo quanto riferito dal quotidiano Haaretz, i responsabili israeliani sottolineano invece che è «interesse dell’Occidente» e di «tutto il Medio Oriente mantenere la stabilità del regime in Egitto». «Occorre di conseguenza mettere un freno alle critiche pubbliche contro il presidente Hosni Mubarak», si sottolinea nel messaggio inviato dalle autorità israeliane alla fine della scorsa settimana.

L’INIZIATIVA – La radio militare, che ha ripreso questa informazione di Haaretz, ha riferito che questa iniziativa rappresenta una dura critica agli Stati Uniti e ai paesi europei che non sostengono più il governo del presidente Mubarak. Un portavoce del primo ministro Benjamin Netanyahu si è rifiutato di commentare la notizia. Fino ad oggi la leadership israeliana ha adottato un profilo basso a proposito delle manifestazioni in Egitto contro Mubarak. Il premier dello Stato ebraico ha ordinato ai suoi ministri di astenersi dal fare dichiarazioni.

OBAMA – Prima il Segretario di Stato, Hillary Clinton, e dopo Barack Obama hanno, di fatto, dato il benservito a Mubarak. Il presidente americano ha chiamato alcuni leader stranieri sostenendo che in Egitto serve «una transizione ordinata verso un governo che risponda alle aspirazioni del popolo». A chiedere un «governo di transizione» era stata tutta l’opposizione, compresi i potenti Fratelli Musulmani, che ha delegato a Mohamed ElBaradei il compito di negoziarla. L’ex capo dell’Aiea, rientrato da vienna in Egitto per guidare politicamente la protesta, sembra aver avuto successo nell’unificare il fronte della dissidenza: «Non torneremo indietro, Per l’Egitto si apre una nuova era», ha detto, parlando in piazza. L’opposizione egiziana negozierà la transizione non con il presidente Hosni Mubarak ma con l’esercito, ha poi dichiarato Ayman Nour, dissidente storico e oggi esponente di spicco della protesta. L’esercito «deve scegliere» tra l’Egitto e il rais, affermano da giorni i manifestanti, e, secondo il Sunday Times, il neo vice presidente egiziano, il generale Omar Suleiman, e il ministro della Difesa, Mohammed Tantawi, hanno chiesto a Mubarak di dimettersi, prospettandogli una soluzione «rispettabile», che salvaguardi, quantomeno, i frutti di un potere personale costruito in trent’anni di presidenza.

GHEDDAFI – Chi si tiene in stretto contatto con il presidente egiziano Hosni Mubarak è il leader libico Muhammar Gheddafi: domenica il colonnello libico ha fatto la terza telefonata da quando è scoppiata la rivolta al Presidente egiziano. Sia la Jana, l’agenzia di stampa libica, che Oea, il quotidiano riformista online, nel darne notizia non riportano però il contenuto delle conversazioni. Intanto la Libia ha attivato domenica un ponte aereo fra Tripoli e il Cairo per permettere ai suoi cittadini residenti in Egitto di rientrare in patria malgrado le difficoltà all’aeroporto della capitale egiziana. Le due società aeree libiche, la Libyan Airlines e la Afriquyia Airways, hanno affermato domenica in una nota di aver «facilitato» il rimpatrio dei circa 2500 cittadini libici bloccati in aeroporto dalla mattina di domenica.

NUOVO 007 – Intanto Mubarak ha nominato lunedì mattina il nuovo capo dei servizi segreti, che prende il posto di Omar Suleiman, «promosso» alla vicepresidenza dello Stato. A guidare l’intelligence sarà il generale Murad Mowafi, ex governatore del Sinai, secondo quanto riferito dal quotidiano di Stato, Ahram. Ma tra le mosse del presidente egiziano spicca la delega al governo per l’avvio del dialogo politico con le forze di opposizione. Lo ha annunciato la tv satellitare «al-Arabiya». Il capo di stato egiziano ha inoltre precisato che «la priorità è quella di esaudire le richieste legittime del popolo egiziano». (Redazione online corriere.it – 31 gennaio 2011)

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IL CREPUSCOLO DELLA SFINGE MUBARAK

di Khaled Fouad Allam, da “il Sole 24ore” del 29/1/2011

   Forse non abbiamo ancora misurato la gravità degli eventi che stanno attraversando il mondo arabo, in particolare l’Egitto. Questo non è un paese come gli altri, per due motivi essenziali: in primo luogo, è l’unico paese arabo che funge realmente da interfaccia fra Israele e la Palestina, e il mondo ha bisogno della sua stabilità politica. In secondo luogo, per la grande koiné araba e per tutta la cultura islamica sunnita l’Egitto ha sempre avuto il ruolo di centro intellettuale e politico.

   È lì, in questo stato e nella capitale Il Cairo, che sono nate e si sono sviluppate le grandi tendenze che lungo il XX secolo hanno percorso il mondo arabo, da Casablanca a Beirut; è qui che sono stati sperimentati i primi tentativi di modernizzazione delle società arabe; i primi grandi film e i primi grandi romanzi arabi, le prime grandi riforme sono nati in Egitto.

   Ricordo sempre che la donna egiziana ha avuto il diritto di voto nel 1927, quella francese solo nel 1936, l’italiana addirittura nel 1946. Ma qui è anche nata nel 1929 l’ideologia del fondamentalismo islamico, con la Fratellanza musulmana fondata da Hassan al Banna; ed è qui che è stata concepita l’ideologia del terrorismo islamico, con Sayyd Qutub, imprigionato e condannato a morte da Nasser nel 1966.

   L’Egitto rappresenta un miscuglio pauroso e preoccupante di tutte le contraddizioni che attraversano il mondo musulmano: il desiderio di modernità e di democrazia, e all’opposto la spinta fondamentalista al ritorno a una specie di età dell’oro dell’Islam attraverso lo stato della sharia.

   L’Egitto oggi si trova realmente a un bivio, e nessuno può dire se la folla che manifesta nelle diverse città del paese saprà approdare a una democrazia compiuta, che si sbarazzi definitivamente del pericolo fondamentalista, oppure se sottilmente il fondamentalismo islamico, attraverso i Fratelli musulmani o altri, strumentalizzerà e utilizzerà la questione democratica per realizzare ciò che vuole, uno stato islamico.

   Il pericolo è grave, se si pensa che già alla fine degli anni 70 il defunto presidente Anwar al Sadat, per contenere la crescita dei movimenti fondamentalisti, aveva fatto la concessione di modificare il preambolo della Costituzione sancendo che la sharia (legge islamica) rappresenta la fonte principale della legislazione in Egitto.

   Abbiamo oggi nello scacchiere egiziano tutti i termini di un’equazione con due possibili soluzioni: democrazia o fondamentalismo. Sociologicamente la società civile egiziana appare molto meno strutturata di quella tunisina, e dunque più fragile; e ciò può favorire un inasprimento del potere attuale di Mubarak oppure una deriva verso il fondamentalismo islamico.

   Va ricordato che ElBaradei è in parte indirettamente appoggiato anche dai Fratelli musulmani, che comunque siedono in Parlamento; e che gli altri movimenti, come ad esempio il movimento Kifaya (che significa “Basta!”), essendo meno strutturati, non hanno leadership di rilievo. In questo momento il ruolo degli europei è di importanza fondamentale, e un’iniziativa internazionale va intrapresa per evitare pericolose derive. La storia dell’Iran rappresenta un monito.

   Certo, al di là della vicenda egiziana, l’Europa deve essere consapevole che per il mondo arabo la questione democratica è la questione del XXI secolo, e che le democrazie dinastiche stanno vivendo la loro agonia. Questo è il messaggio lanciato da una popolazione che per il 70% ha meno di 25 anni, in una crisi economica devastante. L’aspirazione alla libertà si scontra oggi, dal Cairo a Sana’a, con la volontà di un ritorno a ciò che in occidente si chiama uno “stato etico” attraverso il fondamentalismo islamico. (Khaled Fouad Allam)

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LO SCENARIO

LA RIVOLTA CHE CAMBIA LA STORIA ARABA

di Guido Rampoldi, da “la Repubblica” del 29/1/2011

   Rivoluzione, transizione, colpo di Stato? Qualunque sarà l’esito un tratto è chiaro: l’Egitto non sarà mai più lo stesso. Poiché dall’Ottocento l’Egitto è il laboratorio della storia araba, è la storia araba che sta vivendo un passaggio decisivo, sotto lo sguardo angosciato di un Occidente drammaticamente incapace di influenzare la direzione degli eventi.

   In una minuscola frazione di tempo, quattro giorni, la sollevazione egiziana ha consegnato alle pattumiere quei progetti di “monarchia repubblicana” per la quale i despoti dell’area contavano di consegnare il trono ad un figlio, ad un fratello. Quella soluzione pareva un destino: oggi non è neppure una possibilità. Ma allora, cosa? Ieri il futuro pareva avvolto nel fumo sprigionato dal rogo in cui bruciava il palazzo del partito-Stato, il Npd.
   Mubarak è ancora our son of b.., il nostro figlio di.., come avrebbe detto un tempo il presidente degli Stati Uniti. Ma lo è sempre meno. Ieri la Clinton gli ha intimato di frenare la polizia e di avviare “immediatamente” la transizione alla democrazia. Washington chiede riforme, a cominciare, questo sembra implicito, dall’abrogazione di quella Legge d’Emergenza che da trent’anni fonda lo stato di polizia mubarakiano. Può Mubarak governare senza i servizi di sicurezza, il loro armamentario, la loro discrezionalità brutale? Forse soltanto ad una condizione, se riuscisse a patteggiare un accordo con l’opposizione.

   Ma quest’ultima è debole, così come l’ha resa una repressione sistematica. Dunque chi è in grado di garantire per le piazze egiziane? Probabilmente neppure i quindici vecchioni che sono al vertice dei Fratelli musulmani: da tempo faticano a insegnare la virtù della pazienza perfino ai quadri giovani dell’organizzazione.
   Se però nelle prossime ore Mubarak riuscisse a sopire la sommossa, potrebbe poi avviare la transizione. E questa è la speranza occidentale, neppure tanto segreta. In passato il regime mai ha mostrato smagliature quando si trattava di spegnere sommosse. E Mubarak confida di superare anche questa prova, come ha confermato ieri notte, quando ha promesso dagli schermi della tv che sostituirà ministri e presterà ascolto alle proteste, ma combatterà il caos, i propagatori del caos, come nemici della patria.

   Però la sollevazione dura ormai da quattro giorni, e ieri, per la prima volta, quadri della polizia hanno cominciato a dialogare con i dimostranti. Probabilmente questi segnali per lui allarmanti ieri sera hanno convinto Mubarak a mandare in strada l’Esercito, con il compito di ‘aiutarè la polizia. E’ una mossa azzardata. Dimostra debolezza. Conferma che i reparti anti-sommossa non sono più in grado di mantenere il controllo delle strade. E soprattutto, attribuisce alle Forze armate un ruolo che potrebbe suscitare nei generali ambizioni formidabili.

   In Tunisia l’Esercito dapprima ha rifiutato di difendere Ben Ali, poi ha attaccato la sua polizia. Ma Ben Ali era un ex poliziotto. Mubarak proviene dallo stato maggiore, che in teoria gli è solidale. Quanto solidale, però, lo diranno le prossime ore. Il regime può solo sperare che alla prova dei fatti i soldati non si tirino indietro, e gli ufficiali non decidano per una neutralità che sarebbe fatale a Mubarak.
   La piazza è ancor meno decifrabile del potere in uniforme. Ieri, un venerdì, giorno di preghiera, parte della folla scandiva il solito grido islamico, Allah’u Akhbar, Allah è grande. Ma lo slogan della rivolta, quello che riempiva le strade, è un altro: ‘Illegittimo! ‘.

   Mubarak è un presidente illegittimo (perché la sua elezione fu una frode). La Legge d’Emergenza è illegittima. E questa invocazione dello stato di diritto contro lo stato di polizia non ha una caratterizzazione islamica, né contiene alcuna opposizione di principio ai sistemi occidentali. Dunque? Se non dovremmo scordare quanto fu stolto l’entusiamo con il quale, fuggito lo Shah, tante Vispe Terese europee salutarono in Khomeini il liberatore degli iraniani, neppure possiamo continuare a leggere quanto avviene nelle società arabe con le categorie cui è affezionato il giornalismo italiano, per il quale tutto grossomodo si riduce alla dimensione religiosa.

   Per esempio, capiremmo di più gli egiziani se cominciassimo a pensare che la loro fede musulmana è secondaria rispetto alle loro convinzioni politiche, così come le ha formate la storia. Come ci ricorda Reset, l’Egitto aveva un parlamento quattro anni prima che l’avesse l’Italia. Nel bene e nel male, non v’è ideologia araba che non debba molto al pensiero politico egiziano degli ultimi due secoli. E questa intensa produzione di idee tuttora si riflette in una varietà di posizioni. Ci sono i nasseriani eretici e i nasseriani ortodossi, i comunisti, i laburisti di derivazione sindacale, il laburismo musulmano, i liberali… e ci sono certamente gli islamisti, ma anche quelli divisi in fazioni, e certo molto più complicati di come li immaginiamo.
   E’ la stessa posizione geografica dell’Italia che ci chiede uno sforzo di intelligenza, e strumenti di interpretazione più raffinati. Ci piaccia o no, non siamo più nella retrovia della storia, lì dove eravamo finiti alla fine della Guerra fredda, e definitivamente dopo la stabilizzazione dei Balcani. D’un tratto rappresentiamo di nuovo l’avamposto dell’Europa, centro di un ribollente Mediterraneo, dirimpettai di Paesi arabi sconvolti da cambiamenti radicali, affacciati su un Medio Oriente in cui la pace potrebbe tornare pericolosamente in bilico e risucchiare in una mischia generalizzata tanto Israele quanto la regione del petrolio. Ve n’è abbastanza perché la politica italiana esca dai suoi balbettii e magari il ministro degli Esteri – invece di occuparsi di un appartamento a Montecarlo – provi a imitare il Quirinale, che anche in queste circostanze si è dimostrato in grado di produrre idee. (Guido Rampoldi)  

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REPORTAGE

IL VIRUS ARRIVA IN GIORDANIA – “OGGI SIAMO TUTTI EGIZIANI”

Re Abdallah è saldo sul trono, ma vacilla il premier: «Prezzi alle stelle, e ora riforme»

di Claudio Gallo, da “la Stampa” del 29/1/2011

AMMAN – L’onda sismica che ha spedito Ben Ali a pedate nel triste esilio del Golfo, infiamma l’Algeria, provoca inconfessati scongiuri nella corte marocchina, fa traballare la poltrona del Faraone Mubarak assieme ai suoi sogni dinastici, getta un’ipoteca sulla nomina a vita del presidente yemenita. E oggi sembra vibrare anche qui, nell’ordinato regno hashemita di Giordania. Come venerdì scorso e quello ancora prima, la folla riunita ad Al Husseini per la preghiera del venerdì non si scioglie, anzi si gonfia fino a invadere le strade vicine.
   All’ombra dei due minareti della moschea in stile ottomano, fatta costruire con pietre bianche e rosa da re Abdallah I all’inizio del secolo scorso, la gente grida slogan e fa garrire al vento bandiere colorate. I vessilli sono soprattutto quelli verdi con le scimitarre incrociate del Fronte per l’azione islamica, il maggior partito di opposizione, espressione politica dei Fratelli musulmani che da queste parti si dividono in un’ala più moderata e un’altra più stile Hamas. Non mancano però i partiti di sinistra e i sindacati, che hanno aderito alla manifestazione contro il carovita, anzi contro il governo, anzi, fino a un certo punto, contro la monarchia.
   Una fiumana di qualche migliaio di persone scende per le vie del centro sorvegliata da gendarmi in assetto di guerra. La polizia dirà che erano tremila, gli organizzatori ottomila, la verità potrebbe stare nel mezzo. Urlano come non si sentiva dalla rivolta del pane del 1989, quando re Hussein fu costretto a concedere le prime riforme. Si stanno scaldando, urlano: «Egitto mobilitati, liberaci da Hosni Mubarak» e ancora «Hosni Mubarak, l’aereo ti aspetta». Poi si comincia a girare la frittata: «Salutiamo il popolo egiziano, è a voi che ci ispiriamo». Un piccolo riflusso: «Ben Ali aspetta, Mubarak sta per raggiungerti».
   E poi finalmente «Contro il carovita e per le riforme» e «Vogliamo un governo di salute nazionale». A essere onesti bisogna dire che l’onda sismica si è sentita ma non sembrava troppo pericolosa. Niente in apparenza lascia presagire un’imminente rivolta, anche se pare avviato un meccanismo cui la monarchia hashemita dovrà pagare un prezzo. Ad esempio la perdita del privilegio reale di nominare il primo ministro. Re Abdullah potrebbe diventare un sovrano costituzionale. Ma come fare le Cassandre tra i tizzoni di un Nord Africa in fiamme?
   E chi può dire dove dovranno fermarsi le concessioni? Intanto, la cronaca registra questa notte una Amman tranquilla. Le manifestazioni del giorno della preghiera si sono allargate a tutto il Paese. Sono scesi in strada a Irbid, nel Nord, a Al Karak, a Maan e Diban nel Sud. La polizia ha contato duemila persone. Numeri, ma non dimentichiamo che la Giordania non arriva ai sei milioni di abitanti. Arrivando dal Libano, sembra di entrare in un Paese più prospero e moderno.
   I modernissimi lettori dell’iride che ti guardano obliqui dai banconi della sicurezza all’aeroporto di Amman danno un senso di futuro, anche se nessuno li adopera. Invece è un’impressione sbagliata: il Libano con tutti i suoi problemi vanta ancora buoni risultati economici, mentre la Giordania segna quest’anno un deficit record di due miliardi con un’inflazione al 6,1 per cento, il 12 per cento di disoccupazione e il 25 di povertà.
   Dunque ricapitolando: Ben Ali è andato, Mubarak è (forse) in partenza, Bouteflika consulta l’oroscopo, re Muhammed VI del Marocco incrocia le dita, Gheddafi giura di essere un’altra cosa, re Abdallah immagina di diventare come Elisabetta, Ali Abdallah Saleh, presidente dello Yemen, ripete alle folle che vogliono cacciarlo dopo 33 anni di corrotto dominio lo stanco mantra dei suoi colleghi nordafricani: noi non siamo la Tunisia, noi siamo democratici. Guardando questo quadro brulicante come se avesse un senso unico, ci si accorge di un fatto lampante: il naufragio della politica «araba» americana.
   L’assenza di Siria e Libano dalla lista dei Paesi in fiamme ne è una specie di conferma. Il Libano, è vero, ha suoi problemi con la bomba a orologeria del Tribunale speciale dell’Onu ma non ci sono rivolte del pane. Il grande sommovimento dei Paesi arabi (anche nel Golfo ci sono Paesi pronti a scoppiare da un momento all’altro) sta investendo in modo del tutto inedito la politica libanese.
   Sempre abbarbicato al suo inestricabile confessionalismo, il Paese potrebbe non restare indifferente alla scossa tellurica che scuote i Paesi vicini. Un giornale della Tunisia «liberata» consigliava nei giorni scorsi a Saad Hariri maggior pragmatismo nel gestire la crisi che sta portando a un governo sostenuto da Hezbollah. Il terremoto nordafricano sta spalancando la strada a un nuovo modo di pensare nel mondo arabo.
   È presto per dire che tutto cambierà ma certo le novità non sono finite. Il 14 febbraio nel Bahrain l’opposizione ha proclamato il suo giorno della rabbia. Nello stesso giorno Saad Hariri dovrebbe portare i suoi sunniti in piazza. Il puzzle è ancora incompleto ma sta prendendo forma. (Claudio Gallo)

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LO YEMEN: “FUORI IL DITTATORE”

di Alberto Simoni, da “la Stampa” del 28/1/2011

   II contagio tunisino arriva nel Sud della Penisola arabica e mette a soqquadro il Paese più povero del Medio Oriente. Disoccupazione al 35%, metà della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno e un presidente, Ali Abdullah Saleh, in sella dal 1978, sempre in bilico ma abile a sostenere Washington nella sua lotta ad Al Qaeda entro i confini del suo Stato eternamente diviso fra i ribelli sciiti a Nord e i separatisti a Sud, la zona del petrolio.

   Se c`erano dubbi che il vento della rivolta faticasse a giungere a Sana`a, basta guardare i cartelli e ascoltare gli slogan degli studenti, i primi a scendere in piazza (nei primi giorni protestarono «rinchiusi» nel campus dell`università della capitale) per chiedere di cambiare direzione. E non solo. «Trent`anni al potere sono abbastanza, Ben Ali se ne è andato dopo venti» urlavano i dimostranti, che sperano per lo Yemen un finale sul modello tunisino: Saleh che s`imbarca su un aereo, il Paese che prova a ripartire.

   Prima le aule dell`ateneo, poi qualche sporadica manifestazione per le vie di Sana`a. Prova generale per quanto accaduto ieri. Sedicimila persone divise in due cortei, in città e all`università e poi gente in piazza anche nelle città del Sud, Aden (qui un 28enne ha tentato di darsi fuoco), Tazi, Daleh dove gli slogan anti-Saleh si sono mescolati alle urla secessioniste.

   Anche a Sana`a c`è stato il disperato tentativo di un giovane di dare la scossa, mercoledì un ragazzo si è dato fuoco restando gravemente ferito. Gli uomini di Saleh osservano, l`esercito controlla e pattuglia, il ministro dell`Interno Al Masri fa l`equilibrista: «Sì alle manifestazioni, no all`anarchia» ha detto.

   Ad oggi si contano decine di arresti e altrettanti rilasci, il governo ha scelto la linea morbida; le annunciate riforme e aumenti delle paghe per soldati e dipendenti pubblici sono un tentativo di spegnere il fuoco della rabbia. Sembrano palliativi, la protesta da politica si è tramutata in questione sociale.

   L`eroina della piazza è Tawakul Karman, giornalista, esponente del partito islamico moderato Islah. «Se mi arrestano, qui c`è il finimondo, sarà un`altra Tunisia», disse domenica. Profetica. O consapevole che la gente è ormai esasperate.

   L`hanno arrestata insieme ad altri 18 attivisti. Trenta ore dopo stava per uscire. «Prima rilasciate anche gli altri». Mercoledì tutti fuori, e ieri la gente che si riversa nelle strade intonando i soliti canti, buoni a Tunisi, ad Algeri e al Cairo. Karman è una spina nel fianco di Saleh di cui chiede «la testa». «Mandiamolo a casa, vogliamo la democrazia», scandisce mentre guida la folla. Il suo volto lo conoscono bene anche a Washington. Nel 2010 venne inserita nella lista Usa delle donne più coraggiose. Non vinse il premio. «Altre lo meritano più di me», ha detto all`Huffington Post. Ma se «cacciasse» Saleh. (Alberto Simoni)

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IL CAIRO 31/1/2011, proteste (da corriere.it)
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One thought on “l’EGITTO della rivolta DEI GIOVANI VINCE, almeno per ora – e si apre un MARTEDI’ da un MILIONE di persone (in marcia al CAIRO) – e che l’EUROPA non guardi ai villaggi del mondo globale solo con gli occhi della convenienza, ma invece con quelli della libertà e dignità umana

  1. LUCA martedì 1 febbraio 2011 / 19:53

    Mi sembra che la visione mercantile sia la stessa che si apllica in Cina: quanto conta il sacrificio degli studenti di Tien An Men?
    Ricordiamoci che dietro la crescita del PIL cinese ci sono abissali disuguaglianze interne e problemi ambientali gravissimi (primo consumatore di carbone al mondo, 80% dell’elettricità consumata viene dal minerale). Che importa, finché si puo trasferire la tessitura o l’occhialeria, tutto va bene, facciamoli entrare nel WTO e tutti saranno felici !

    E comunque, tornando al mediterraneo, come si fa a dar torto a Caracciolo ? Il nostro virtuoso capo di governo non esita ad allearsi con la feccia razzista ed estremista pur di restare al potere, altro che comprendere il mondo islamico! Piuttosto che avere uno stato laico e di costruire una moschea qua e là, si preferisce additarli come la causa di ogni male. Il saggio mostra la luna e lo sciocco guarda il dito!
    D’altronde il grande statista milanese stipula accordi e invita solennemente il collega libico, anch’egli noto per il suo attaccamento ai valori democratici e ai diritti umani… Inoltre elargisce denaro a giovani marocchine bisognose, quindi potrei anche sbagliarmi a criticare cosi…

    Intanto, per essere più concreti, forse non tutti sanno che l’Italia fa parte del Centro di Alti Studi Agronomici del Mediterraneo, rappresentata dal suo istituto di Bari (http://www.iamb.it).
    Questo centro lavora intensamente (col contributo di diversi geografi)
    per cooperare con Balcani, Turchia, vicino Oriente e riva Sud, per esempio sviluppando le Indicazioni Geografiche in questi paesi, che significa per loro un vantaggio derivante dal distinguere le eccellenze locali sui mercati, e per noi un allargamento a livello globale del sistema delle DOP-IGP, un settore tra i pochi in cui siamo ancora all’avanguardia… Anche se vien da chiedersi : per quanto tempo ancora?

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