La difficile strada della realizzazione del FEDERALISMO (fiscale in primis) e la necessità di una revisione dell’assetto geografico istituzionale degli enti amministrativi (troppi e obsoleti per realizzare qualsiasi riforma)

Roma, Piazza Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

   Vi diamo conto qui, anche nel proseguo di interventi precedenti che abbiamo proposto in questo blog, della strada assai difficile, piena di ostacoli, del nuovo assetto federalista che l’Italia può pian piano assumere, come necessità di un rinnovamento delle amministrazioni pubbliche e del controllo della spesa da parte dei cittadini.   Riteniamo che quel che sta accadendo (sul tema “federalismo”) sia un argomento che interessa decisamente la geografia del nostro Paese; tanto emblematica (questa possibile trasformazione istituzionale) nel fatto che essa possa avvenire a 150 anni dalla creazione dello Stato italiano e delle celebrazioni che si stanno già avendo in questo 2011.

   La Legge 42 del 2009 sul federalismo (approvata anche dall’opposizione, quasi unanimemente, in Parlamento) ha dato mandato al governo di attuare una serie di decreti legislativi sui vari temi “federalistici” (del patrimonio demaniale dato ai comuni e provincie, dei costi standard sulla sanità delle Regioni, sul fisco comunale…), che poi una commissione parlamentare bicamerale (formata da 15 deputati e 15 senatori) deve confermare (dare il parere favorevole) sul contenuto dei vari decreti.

   Il giorno 3 febbraio era prevista l’approvazione in Bicamerale di uno dei più importante di questi decreti, quello cosiddetto del “federalismo municipale” (o “fisco comunale”). E qui tutto sembra si sia arenato (o quasi). È infatti finito con un pareggio (15 a 15) il voto della Bicamerale sul federalismo municipale. Con il pareggio viene respinto il parere di maggioranza sul decreto legislativo. E per ovviare a questo stop, nello stesso giorno, in serata, il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto legislativo sul fisco comunale nella versione su cui la commissione Bilancio del Senato ha espresso parere favorevole, cioè con tutte le modifiche frutto dell’intesa con l’Anci (Associazione dei Comuni). Il decreto per entrare in vigore deve però essere firmato dal presidente della Repubblica e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

   Per capire il contesto vi invitiamo a leggere gli articoli che qui di seguito abbiamo inserito. Il primo, quello di Luca Ricolfi, docente universitario all’Università di Torino (insegna “analisi dei dati”), sociologo, opinionista de “la Stampa” e convinto federalista, è un articolo che ben esprime anche la nostra posizione: cioè il dubbio che è sorto anche nei più convinti “storici federalisti” (e anche i geografi lo sono), sugli effetti dei provvedimenti che si stanno mettendo in piedi, annacquati (per poter raggiungere un consenso di approvazione) da provvedimenti che “cercano di accontentare un po’ tutti”: comuni virtuosi e quelli che non lo sono; provincie dispendiose e regioni a statuto speciale; nord e sud…. Insomma se il federalismo doveva (deve) essere un sistema politico-amministrativo (e democratico) dove i poteri vengono riequilibrati in modo che ci siano servizi più efficienti, un vero controllo della spesa pubblica a tutti i livelli; che il cittadino capisca veramente dove vanno e come vengono gestiti i soldi che versa in tasse…. Insomma tutto questo appare molto meno chiaro nel proseguo di questa riforma federalista… pare che si cerca di accontentare un po’ tutti, con inevitabile aumento della spesa, di una fiscalità che si allarga anziché con meno tasse e più controllo della spesa e servizi più efficienti….

   Continuare o fermarsi? È il dilemma che propone Luca Ricolfi. E di seguito diamo conto dei contenuti di questo “fisco comunale”, e poi di come, in ogni caso, da pochi giorni (31 gennaio) si è messa in moto la macchina che dà vita al CENSIMENTO DEI FABBISOGNI E COSTI STANDARD DEI SERVIZI COMUNALI (interessantissima la spiegazione che ne dà “il Sole 24ore” nel proseguo degli articoli qui contenuti).

   Appare chiaramente, se avrete la pazienza di leggere, uno dei temi che noi geografi sosteniamo da tempo: gli 8.101 comuni cui è suddiviso amministrativamente il nostro Paese porta a una palese difficoltà per qualsiasi riforma nell’efficienza dei servizi al cittadino e nella capacità di evitare sprechi finanziari nella spesa pubblica (pertanto cittadini che pagano tasse senza usufruire di corrispondenti servizi a quanto pagato…). E quando nell’articolo qui di seguito di Ricolfi si accenna a rendite di posizione, a un sistema generale che non vuol cambiare, a noi (tra le tante cose) viene in mente in primis come vi sia l’urgente necessità di una riforma geografica delle istituzioni, rendendo le realtà amministrative locali più adatte ed efficaci rispetto al mondo contemporaneo. Per questo una riforma dell’entità territoriale dei comuni (con accorpamento in città che rendano il territorio geomorfologicamente, storicamente, economicamente, più omogeneo) si rende sempre più urgente e misura “parallela” necessaria a ogni tipo di federalismo.

………………

FEDERALISMO E NUOVI OPPOSITORI

di LUCA RICOLFI, da “la Stampa” del 31/1/2011

   «Item di tipo Thurstone». Nella disciplina alquanto esoterica che insegno all’università (Analisi dei dati) si parla di «item di tipo Thurstone» quando, su un certo tema, si può essere ostili a qualcosa per ragioni opposte. In politica, ad esempio, fascisti e comunisti erano entrambi ostili alla Dc, ma su sponde antitetiche. E oggi, per fare un altro esempio, chi è contro l’Unione europea può esserlo perché rimpiange gli Stati nazionali indipendenti, o viceversa perché vorrebbe un vero governo sovrannazionale, con più e non meno poteri dell’attuale Parlamento europeo.
   Da qualche giorno questo genere di pensieri mi ronza nella mente, e non solo perché sto per iniziare il mio corso. È la traiettoria del federalismo che me li sta imponendo. Presi dal caso Ruby non ce ne stiamo accorgendo, ma sotto i nostri occhi si sta delineando un nuovo tipo di opposizione al federalismo.  Un’opposizione diversa da quella classica, perché basata su argomenti non semplicemente diversi, ma del tutto antitetici a quelli degli anti-federalisti tradizionali. Il federalismo sta diventando un «item di tipo Thurstone».
   Vediamo un po’. Finora il nucleo dell’opposizione al federalismo è sempre stato di matrice sudista-solidarista. I nemici del federalismo, più che combatterlo, cercavano di frenarlo, mitigarlo o temperarlo. Il timore era che il federalismo potesse funzionare fin troppo bene, con la conseguenza di spostare risorse dai territori attualmente privilegiati (Mezzogiorno e regioni a Statuto speciale del Nord) verso le grandi regioni del Nord, attualmente gravemente penalizzate dagli sprechi e dall’evasione fiscale di quasi tutte le altre.
   Oggi non è più così. Da alcune settimane, accanto a questa opposizione classica al federalismo fiscale se ne sta costituendo una nuova, di segno del tutto opposto. Gli alfieri di questa nuova opposizione non sono i nemici storici del federalismo, ma alcuni fra i suoi più convinti sostenitori. Persone che da anni si occupano del problema, che hanno sempre difeso le buone ragioni del progetto federalista, ma ora vedono con raccapriccio che quello che si sta consumando a Roma, fra infinite riunioni, tavoli tecnici, negoziati non è l’ultimo passaggio di un lungo cammino, ma è una mesta, lenta e non detta agonia del sogno federalista.

   I dubbi degli studiosi sulla legge 42 e sui decreti delegati non sono una novità, e sono stati espressi più volte in questi anni nelle sedi più diverse (alcuni dei miei sono raccolti sul sito www.polena.net). A tali dubbi, nelle ultime settimane, se ne sono aggiunti molti altri, e due in particolare hanno allarmato un po’ tutti: il timore che l’esigenza, tutta politica, di ottenere l’ok dell’Anci (l’associazione dei Comuni) porti a un ulteriore aumento della pressione fiscale; l’obbrobrio anti-federalista per cui i comuni si finanzieranno con tasse pagate dai non residenti (imposta di soggiorno e Imu sulle seconde case), con tanti saluti al principio del controllo dei cittadini sui loro amministratori. Un frutto avvelenato, quest’ultimo, dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa, provvedimento demagogico voluto dal governo Prodi e completato dal governo Berlusconi.
   Dunque oggi fra coloro che si oppongono ai decreti sul federalismo ci sono, è vero, i «soliti noti» di sempre, a partire dai partiti del Terzo polo, tutti insediati più al Sud che al Nord, ma ci sono per la prima volta anche i veri federalisti, coloro che al federalismo hanno sempre creduto più della Lega stessa. 

   Politici, amministratori, studiosi, commentatori politici, il cui timore non è che il federalismo possa funzionare, eliminando ogni forma di parassitismo e assistenzialismo, ma che il federalismo possa non funzionare affatto, lasciando le cose così come sono, o addirittura peggiorandole, ad esempio con più tasse e più spese, o semplicemente con una selva di norme ancora più barocche e intricate di quelle che cerchiamo di lasciarci alle spalle. Oggi capita sempre più frequente di leggere e di sentir dire, non già «sono contro il federalismo, quindi mi oppongo al decreto sul federalismo municipale», ma piuttosto, «sono federalista, quindi non posso votare questo decreto».
   Naturalmente mi rendo conto che, dietro all’appoggio come dietro all’opposizione al federalismo, ci possono essere e ci sono le ragioni meno nobili. I comuni possono approvarlo solo perché sono riusciti a strappare più quattrini allo Stato centrale, il Pd può affossarlo solo perché la cosa può aiutare a far cadere Berlusconi (come ha velatamente riconosciuto Sergio Chiamparino in un’intervista a Repubblica). E tuttavia vorrei fare presente che, accanto a chi strumentalizza la questione a fini politici, esistono anche i federalisti sinceramente, disinteressatamente e motivatamente preoccupati.
   Preoccupati che la riforma non passi, ma anche preoccupati che non funzioni, o che dia frutti perversi. Perché la novità è questa: oggi chi è veramente federalista non può non chiedersi se sia meglio (meno peggio) che il federalismo «à la Calderoli» passi, o sia meglio che tutto venga affossato per l’ennesima volta. Io, che ho sempre difeso il federalismo, il dubbio ce l’ho. E vi posso dire che altri federalisti convinti, almeno in privato, confessano di augurarsi che tutto si blocchi, tali e tante sono le concessioni che gli artefici del federalismo sono stati costretti a fare alla rivolta degli interessi costituiti e alla miopia del ceto politico locale.
   È una conclusione amarissima. Perché non è dettata da alcuna convinzione specifica pro o contro l’idea federalista, ma solo dalla constatazione che la classe politica non è capace di discutere una riforma così cruciale per il futuro di tutti noi sollevandosi, almeno un pochino, al di sopra dei propri meschini interessi di bottega. Pensando per un attimo solo al bene dell’Italia, di cui pure si appresta a celebrare il 150esimo anno dall’Unità.
   No, purtroppo i nostri parlamentari non ce la faranno a guardare un po’ oltre. È inutile farsi illusioni. Sia il decisivo voto di giovedì sul federalismo municipale, sia gli appuntamenti parlamentari successivi, saranno governati dai calcoli del governo per restare in sella, e da quelli delle opposizioni per disarcionarlo. È triste ammetterlo, ma anche su questo, su una riforma che aspettiamo da vent’anni, siamo nelle mani di Ruby. (Luca Ricolfi)

………………..

FEDERALISMO MUNICIPALE: i contenuti del testo trasmesso alle Camere (da http://www.camera.it/ )

   Lo schema di decreto legislativo sul federalismo fiscale municipale sposta dallo Stato ai comuni il gettito di numerosi tributi erariali: imposta di registro, ipotecaria e catastale, Irpef sui redditi fondiari non agrari, imposta di registro e bollo sui contratti di locazione relativi ad immobili ed istituisce una imposta sostitutiva sui canoni di locazione (cedolare secca sugli affitti).

   In una prima fase di avvio, della durata di tre anni, (2011-2013), gli enti locali riceveranno il gettito dei tributi immobiliari, che manterranno per questo periodo l’assetto attuale; poi, dall’anno 2014, saranno introdotte nell’ordinamento fiscale due nuove forme di tributi comunali: l’imposta municipale propria (IMU) e l’imposta municipale secondaria.

   I tributi in questione alimenteranno un Fondo sperimentale di equilibrio, istituito con la finalità di assicurare una devoluzione ai comuni della fiscalità immobiliare che risulti progressiva e territorialmente equilibrata, la cui durata è fissata per un periodo di cinque anni. Il riparto del Fondo fra i singoli comuni avverrà tendo conto dei fabbisogni standard di spesa (D.Lgs. n. 216 del 26 novembre 2010) e dei risultati conseguiti dalle amministrazioni locali nel recupero dell’evasione fiscale. Per i comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti si prevedono modalità di attribuzione differenziate e semplificate.

   In corrispondenza del gettito che confluisce nel Fondo vengono ridotti i trasferimenti erariali spettanti ai comuni, al fine di rispettare il vincolo di neutralità finanziaria cui soggiace l’attuazione dello schema di decreto. Al medesimo fine viene stabilita l’attribuzione allo Stato di una compartecipazione sul gettito dei tributi devoluti ai comuni. Viene infine istituita – con decorrenza dall’anno 2011 – una nuova imposta sostitutiva sui canoni di locazione, denominata cedolare secca che, previa opzione da parte del contribuente, sostituisce l’Irpef sulle locazioni, le addizionali regionale e comunale all’imposta sul reddito e le imposte sui canoni di locazione.

   A partire dal 2014 entreranno in vigore per il finanziamento dei comuni, in sostituzione delle attuali imposte, due nuove forme di tributo: l’imposta municipale propria, che sostituisce numerosi tributi attinenti il comparto immobiliare sugli immobili non costituenti abitazione principale, e l’imposta municipale facoltativa, che non concerne gli immobili ad uso abitativo e sostituisce alcune specifiche forme di prelievo di spettanza dei comuni (TOSAP), canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche, imposta comunale sulla pubblicità ed altre.

Le modifiche proposte

   Nella seduta del 20 gennaio uno dei due relatori della Commissione, il Presidente La Loggia, ha presentato la propria proposta di parere, poi modificata ed integrata il 27 gennaio, che, d’intesa con il Governo, reca numerose modifiche al provvedimento, sulla base delle problematiche emerse nel corso dell’esame in Commissione.

   Tra le principali modifiche si segnalano:

1) la riduzione da cinque a tre anni della durata del Fondo sperimentale di riequilibrio, per il cui riparto tra i comuni dovrà farsi riferimento al numero dei residenti e riservando una quota di spettanza per i piccoli Comuni;

2) in luogo dell’attribuzione ai Comuni dell’intero gettito derivante dai possedimenti immobiliari (con riserva allo Stato di una quota dello stesso), si prevede che il gettito medesimo rimanga in capo all’erario, con l’attribuzione ai Comuni di una compartecipazione del 30%. E’ inoltre attribuita agli enti locali una compartecipazione al gettito IRPEF del 2%;

3) l’incentivazione del ruolo dei Comuni all’attività di accertamento tributario, disponendo che la quota, già prevista, del 50% del maggior gettito sia attribuita all’ente locale anche in via provvisoria sulle somme riscosse, salvo conguaglio sugli importi definitivamente introitati;

4) la previsione che il gettito proveniente dalla cedolare secca, in precedenza devoluta ai Comuni con una quota destinata allo Stato, sia riservato ai Comuni per una quota pari al 21,7% nel 2011 ed al 21,6% a decorrere dal 2012.

   L’aliquota della cedolare viene fissata al 21% per i contratti a canone libero ed al 19% per quelli a canone concordato, prevedendosi inoltre che per i contratti cui essa si applica viene sospeso l’aggiornamento del canone di locazione per tutta la durata di applicazione del regime della cedolare;

5) la modifica delle aliquote di tassazione delle transazioni immobiliari, che sono individuate al 2% nel caso di prima casa di abitazione ed al 9% nelle restanti ipotesi (le attuali aliquote sono stabilite rispettivamente al 3 ed al 10%, comprese alcune imposte indirette che vengono eliminate);

6) la possibilità, con criteri da definirsi in un provvedimento amministrativo, di aumentare l’addizionale IRPEF da parte dei comuni nei quali non risulti finora stabilita oltre la percentuale del 4 per mille, che comunque costituirà il limite massimo raggiungibile;

7) la fissazione al 7,6 per mille dell’aliquota dell’imposta municipale propria, che entrerà in vigore dal 2014 sul possesso degli immobili diversi dalla casa di abitazione. Ulteriori elementi previsti nella nuova proposta di parere concernono infine l’introduzione dell’imposta di soggiorno (fino a 5 euro per notte), nonché la previsione di una imposta di scopo da destinare alla realizzazione di opere pubbliche.

La Commissione ha stabilito di concludere i propri lavori sul provvedimento entro la giornata di giovedì 3 febbraio.

…………

Dossier pubblicati:

Disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale – Schema di D.Lgs. n. 292 – (artt. 2, 11, 12, 21 e 26, L. 42/2009) (22/11/2010)

………………………….

SCATTA IL CENSIMENTO SUI COSTI DEI COMUNI

di Gianni Trovati, da “il Sole 24ore” del 24/11/2011

   Quanti sono i semafori nel comune? Quante sono le auto, le moto, le biciclette e i telefoni cellulari di servizio utilizzati dalla polizia municipale? Quanto si spende per la cancelleria dell’ufficio anagrafe?
Parte la macchina dei «fabbisogni standard», il megacensimento su caratteristiche e costi dell’attività dei comuni e delle province che dovrà individuare i livelli di finanziamento giusti per le loro funzioni fondamentali.

   Un’operazione gigantesca, che dovrà passare al setaccio le modalità con cui gli enti locali svolgono il proprio core business, dall’anagrafe agli asili nido, dall’istruzione pubblica alla gestione di territorio e ambiente. L’obiettivo, ambizioso, è quello di fissare il «livello giusto» dei finanziamenti federalisti, cioè la somma che il fisco rinnovato dovrà garantire a ogni comune con i tributi propri e la perequazione.

   Si tratta, scrive il presidente dell’Anci Sergio Chiamparino nella lettera partita con cui chiede la «massima collaborazione» ai colleghi dei comuni italiani, di «uno dei passi fondamentali per dare attuazione a un federalismo cooperativo e responsabile»; in effetti, nonostante i tira e molla sul decreto relativo al fisco municipale, che ha ottenuto una settimana di tempi supplementari per raccogliere le indicazioni dei comuni, il cuore della partita è sui fabbisogni.

   Dipende dalla loro determinazione la possibilità di trasformare in realtà l’obiettivo teorico principe dei fautori del federalismo, cioè quello di «abbassare le tasse» e migliorare i servizi, e lì guardano anche gli incerti, che temono dal federalismo una contrazione nel perimetro dell’attività pubblica sul territorio.

   Nonostante la trattativa complicata con il governo, i sindaci si mettono nel primo gruppo, e Chiamparino nella lettera spiega che i fabbisogni standard sono lo strumento per «superare il finanziamento delle inefficienze». La mega-raccolta dei dati, con i modelli elaborati dalla Sose (la società degli studi di settore) e da Ifel, l’istituto dell’Anci per la finanza e l’economia locale investito del ruolo di «partner scientifico» per tutta l’operazione-fabbisogni, debutterà in concreto lunedì.

   Dal 31 gennaio sarà operativo il sistema telematico di raccolta dei dati, che nell’anno del debutto si concentreranno su due funzioni fondamentali per ogni ente: la polizia locale dei comuni, i servizi per il mercato del lavoro nelle province e per entrambi le «funzioni generali», cioè il cuore della macchina amministrativa che gestisce l’anagrafe, i tributi, gli uffici tecnici, il personale.

   Vista la complessità dell’opera, la riforma ha previsto un’introduzione a tappe dei fabbisogni standard, che in ognuno dei prossimi tre anni concentrerà l’analisi su due dei sei settori fondamentali in cui si articola l’attività degli enti. Ognuna di queste tappe, poi avrà un’applicazione progressiva triennale. In pratica: per i comuni quest’anno si misurano i fabbisogni standard di polizia locale e funzioni generali per il 2012, che saranno applicati gradualmente per entrare a regime nel 2015, il secondo gruppo, misurato l’anno prossimo, arriverà al traguardo finale nel 2016 e per l’ultimo gruppo l’appuntamento con l’applicazione a regime è previsto per il 2017.

   Per ogni gruppo, poi, è prevista una revisione a tre anni dalla sua adozione. La settimana prossima, dunque, si parte con la polizia municipale e le funzioni generali. La scelta dei due capitoli d’esordio evita il più possibile il nodo delle esternalizzazioni, che per esempio nel settore sociale introducono ulteriori fattori di complicazione nel confronto fra i comuni, ma vanno dritti nelle attività centrali degli enti. Anche un settore come la polizia locale, del resto, è solo apparentemente semplice: il questionario conta 121 domande, distinte in 10 quadri, che indagano anche i fattori “critici” nell’attività di ordine pubblico, come la presenza di campi nomadi o di zone a traffico limitato sorvegliate da telecamere.
   La valanga dei dati dovrà essere poi elaborata dai modelli matematici elaborati da Sose e Ifel, per individuare i livelli giusti di finanziamenti. Non è solo questione di costi: a differenza di quanto accade per le regioni, infatti, il modello unisce le funzioni di costo ai livelli di servizio indispensabili per garantire i diritti di cittadinanza ovunque, anche dove il fisco locale non è abbastanza generoso (per le regioni questo concetto è trattato a parte, con i «livelli essenziali di assistenza»). Dall’incrocio dei due fattori, se il sistema reggerà la prova dei fatti, arriverà il «costo efficiente» delle funzioni fondamentali che il federalismo dovrà garantire a tutti.

………………..

FUNZIONI SOTTO ESAME (dei Comuni)
01|POLIZIA MUNICIPALE
Il primo questionario sottoposto ai comuni indaga costi e struttura della polizia municipale.
È articolato in 121 domande,
in dieci quadri che indagano:
1) Elementi specifici del territorio. Per esempio i semafori, la presenza di zone a traffico limitato o di campi Rom
2) Il personale. Numero di dipendenti, collaboratori e incaricati, ore di formazione
3) Unità locali. Superficie dei locali e funzioni a cui sono adibiti
4) Dotazioni strumentali. Numero di auto, moto, uffici mobili e altre strumentazioni
5) Modalità di svolgimento. Misurazione delle varie attività, dalla polizia stradale a quella giudiziaria, e forme di gestione
6) Servizi svolti. Sanzioni, fermi, arresti e altre attività
7) Forme associate. Tipologie e forme dei servizi svolti in forma associata

8)  Entrate
9) Spese
10) Spese per il personale. Compensi, spese per collaborazioni, oneri riflessi e altri dati finanziari
02|FUNZIONI GENERALI
Sono le funzioni generali di amministrazione, gestione e controllo, e riguardano il cuore della burocrazia dell’ente: il questionario, sottoposto ai comuni insieme a quello sulla polizia municipale, è articolato in quattro sottogruppi: anagrafe, tributi, ufficio tecnico e affari generali.
LE ALTRE FUNZIONI
01|FUNZIONI DI ISTRUZIONE PUBBLICA
Nel caso dei comuni, comprendono asili nido, assistenza scolastica, refezione ed edlizia scolastica per la parte di competenza
02|VIABILITÀ E TRASPORTI
I comuni si occupano della rete stradale comunale e del trasporto pubblico locale interno al proprio territorio
03|TERRITORIO E AMBIENTE
Le attività ambientali (per esempio lo smaltimento rifiuti), con l’eccezione di edilizia residenziale e servizio idrico integrato)
04|SETTORE SOCIALE
Asili nido, assistenza domiciliare, assistenza sociale sono uno dei fulcri delle attività dei comuni

FUNZIONI SOTTO ESAME (delle Provincie)
01|MERCATO DEL LAVORO
Vengono analizzate le risorse impiegate per i centri provinciali per l’impiego e le politiche di incontro fra la domanda e l’offerta di lavoro
02|FUNZIONI GENERALI
Anche per le province entra nel primo turno dei questionari il nucleo dell’attività amministrativa dell’ente
LE ALTRE FUNZIONI
01|FUNZIONI DI ISTRUZIONE PUBBLICA
Nelle province le competenze riguardano soprattutto l’edilizia scolastica secondaria superiore e la formazione professionale
02|TRASPORTI
Le province si occupano delle strade provinciali e dei collegamenti sovracomunali
03|GESTIONE DEL TERRITORIO
Difesa del suolo, valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche, caccia e pesca nelle acque interne sono tra i compiti delle province, che in prospettiva potrebbero veder crescere le proprie competenze sulla gestione del servizio idrico e dei rifiuti
04|TUTELA AMBIENTALE
Il testo unico degli enti locali assegna alle province i compiti di valorizzazione dell’ambiente e prevenzione delle calamità e il controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore.

Dietro le cifre

01 | CHE COSA SONO I FABBISOGNI STANDARD?
I fabbisogni standard indicano il livello di spesa necessario per garantire in modo efficienze i servizi necessari ad attuare le funzioni fondamentali degli enti locali
02 | A CHE COSA SERVONO?
L’individuazione dei fabbisogni standard serve a fissare i livelli di finanziamento che il federalismo fiscale dovrà garantire a ogni comune grazie ai tributi propri e ai meccanismi perequativi per lo svolgimento delle funzioni fondamentali
03 | COME SI CALCOLANO?
I fabbisogni standard saranno il frutto del confronto fra le realtà più efficienti e quelle in cui la spesa è maggiore, tenendo conto delle specificità dell’ente (dimensione, contesto economico e geografico) e della sua organizzazione (per esempio le attività affidate all’esterno)

………………

LA VERA SFIDA SUI GIOCA SUI COSTI

di Francesco Pizzetti, da “il Messaggero” del 18/1/2011

   L’avvio delle celebrazioni dei centocinquantenario dell`Unità di Italia, iniziato a Reggio Emilia con il discorso del Presidente della Repubblica in occasione della festa del tricolore, ha dato vita a un dibattito che ha richiamato l`attenzione su due aspetti essenziali. Il primo, che queste celebrazioni possono e devono essere una occasione per giungere a una lettura comune di una vicenda storica complessa, ricca di contraddizioni e di tensioni che ancora oggi pesano sulla memoria e sulla autorappresentazione del Paese.

Il secondo, che esse devono essere utilizzate per sciogliere i nodi più profondi che sono alla base di molte delle difficoltà attuali dell`Italia e per costruire, anche attraverso la riforma federalista, un sistema istituzionale, economico e sociale più coeso.

   Il federalismo, dunque, per rafforzare l`unità nazionale: questo è l`elemento più significativo che emerge da questa prima fase delle celebrazioni del centocinquantenario. Ma perché esso può avere questo effetto? In cosa consiste il suo aspetto più innovativo rispetto al modello centralistico che ha finora prevalso, malgrado la nostra Costituzione avesse fin dal 1948 introdotto un forte elemento di discontinuità rispetto al passato, grazie al riconoscimento delle autonomie locali e alla istituzione delle Regioni? Gli elementi davvero importanti sono due.

   Il primo è la valorizzazione del principio di responsabilità e della dimensione comunitaria legata al territorio. Rimettere alle amministrazioni locali non solo una parte significativa delle decisioni sulla spesa pubblica, ma anche l`onere di reperire una quota delle entrate e di concorrere all`accertamento dell`adempimento dell`obbligo fiscale, comporta un mutamento di segno della responsabilità delle loro classi politiche.

   Queste non devono più rispondere solo di quanti beni e servizi o persino di quanti posti di lavoro, danno. Dovranno rendere conto anche dei costi che fanno gravare sulle comunità locali e delle decisioni di spesa che sono alla base dell`uso di quelle risorse. Non conta più dunque solo quanto e a favore di chi si spende, ma anche come si spende, e come si usano le risorse che si hanno a disposizione, e che in parte rilevante derivano direttamente dagli stessi cittadini. Anche i cittadini dovranno esercitare in modo diverso la loro responsabilità di elettori.

   Le scelte di voto non potranno più essere orientate solo dalla quantità delle promesse fatte, o peggio, dei vantaggi individuali ottenuti. Dovranno inevitabilmente basarsi sulla credibilità e sulla realizzabilità dei programmi rispetto alle risorse a disposizione e ai sacrifici richiesti. Già questo aspetto sarebbe sufficiente a giustificare la scelta federalista. Nel caso italiano vi è però molto di più.

   Proprio perché il nostro deve essere un federalismo basato sul giusto, e costituzionalmente essenziale, principio solidaristico legato all`unità nazionale, tutto il sistema poggia su due cardini fondamentali: quello dei fabbisogni standard dei Comuni e delle Province, e quello dei costi standard delle Regioni.

   Lo scopo è quello di assicurare, anche grazie alla perequazione, entrate e risorse adeguate al soddisfacimento delle funzioni fondamentali, per quanto riguarda i Comuni e le Provincie, e sufficienti a coprire i costi standard dei livelli essenziali delle prestazioni civili e sociali, per le Regioni.

   E’ questo il secondo punto innovativo: mentre si rafforza la capacità locale di essere titolare di entrate e risorse proprie e di decidere in ordine alle modalità della spesa, si vincola il sistema delle Regioni e degli Enti locali a garantire che la spesa sia destinata a settori omogenei, definiti in modo condiviso sulla base delle modalità adottate per la individuazione dei fabbisogni essenziali e dei costi standard.

   Anche la perequazione, pur legata alla capacità fiscale dei territori, è legata a questo snodo fondamentale. Infine tutto il sistema complessivo, comprese le Regioni e gli Enti locali attraverso le loro Conferenze, è chiamato a vigilare sull`uso delle risorse a tali finalità destinate e sul rispetto dei parametri indicati.

   Il nuovo elemento unificante del Paese non sarà più basato su un potere centralizzato nella assegnazione delle risorse e su un potere diffuso e sostanzialmente deresponsabilizzato di spesa, ma su un sistema centrale, e condiviso, di ripartizione delle entrate e delle risorse, perequazione compresa, basato su fabbisogni e costì standard uniformi per tutti.

   In futuro non si potranno più avere forme di utilizzazione e ripartizione della spesa pubblica così e disomogenee come quelle che avvengono oggi in Italia, sia in termini di numero di dipendenti per medesime mansioni, che di efficienza dei servizi resi ai cittadini che, infine, di ripartizione fra spese correnti e investimenti.

   Il federalismo che si sta costruendo, insomma, consente una autonomia maggiore e si fonda su un più saldo principio di responsabilità degli eletti verso gli elettori, ma, allo stesso tempo, determina anche una omogeneità maggiore nell`utilizzo delle risorse e nella soddisfazione dei bisogni e dei diritti dei cittadini.  Questo, peraltro, è reso indispensabile dalla necessità di qualificare sempre di più la spesa pubblica, utilizzando al meglio ogni risorsa a disposizìone.

   In una Nazione gravata da un debito pubblico di gran lunga più alto fra i Paesi europei, non vi è più margine per sprechi o per usi impropri della spesa. Oggi il federalismo è dunque un passaggio essenziale, non solo per rafforzare l`unità nazionale ma anche per aiutare le zone più arretrate ad utilizzare al meglio le scarse risorse disponibili.

   Naturalmente moltissimo dipenderà da come saranno fissati in concreto i fabbisogni e i costi standard. Su questo bisognerà attentamente vigilare, nella convinzione che mentre il decreto legislativo sui fabbisogni essenziali è correttamente impostato anche se rimette alla sua applicazione, molto complessa e già in corso di attuazione, la sua effettiva efficacia, lo schema di decreto legislativo sui costi standard, già approvato dalla Conferenza unificata deve ancora passare l`esame parlamentare.

   Quanti hanno a cuore l`unità del Paese devono collaborare con convinzione a questa trasformazione, nella consapevolezza che essa è tanto indispensabile quanto inevitabile. (Francesco Pizzetti)

……………….

CON QUESTO FEDERALISMO COMUNI TROPPO LEGATI

di Massimo Bordignon, da “il Sole 24ore” del 7/1/2011
   Le sorti del federalismo fiscale sembrano sempre più legate a quelle della sopravvivenza del governo: o federalismo fiscale entro gennaio o morte, minaccia la Lega. Non è un buon auspicio per una riforma che, ricordiamocelo, non riguarda solo una parte politica, ma l’intero paese e che è stata approvata dal Parlamento quasi all’unanimità. Inoltre, è un ricatto di cui non si capisce bene il significato: se tutto è legato al federalismo fiscale entro gennaio, perché mai la Lega dovrebbe rimanere al governo una volta raggiunto il suo obiettivo?

   Lasciamo dunque perdere le fibrillazioni e i ricatti della politica e concentriamoci invece sulla riforma in corso. Che cosa c’è che va e che non va nel modello di federalismo fiscale che sta emergendo e cosa potremmo fare per migliorarlo? Al di là dei meriti o dei demeriti dei singoli provvedimenti, quella che appare più carente è la visione complessiva e di lungo periodo del progetto. La pressione delle forze politiche ha finito con il far prevalere gli aspetti di immediata resa mediatica, dimenticandosi quelli di sostanza.

   Per esempio, sulla base del decreto sul federalismo municipale ora sotto esame alla commissione bicamerale, sappiamo bene cosa succederà alla finanza comunale domani. Ma non sappiamo cosa succederà domani l’altro, perché non sappiamo quali saranno gli spazi di manovra effettivamente riconosciuti ai comuni sulla nuova imposta municipale, quale sarà l’evoluzione del nuovo fondo di riequilibrio introdotto dal decreto, come sarà alimentato, come confluirà nel fondo perequativo previsto dalla legge delega e come tutto questo si legherà al nuovo sistema di calcolo dei fabbisogni comunali approvato con un decreto precedente.

   La confusione è pericolosa per la capacità di programmazione degli enti locali e di giudizio su un provvedimento importante da parte dell’opinione pubblica. Che dovremmo fare allora? Tornare all’essenziale e concentrarci su quelli che sono i principi fondamentali del federalismo fiscale.
Primo, non si può avere davvero federalismo fiscale senza riconoscere una forte dose di autonomia tributaria agli enti locali. Da questo punto di vista, i decreti delegati proposti appaiono tutti carenti. Gli spazi di manovra sui tributi locali sono eccessivamente vincolati dallo stato, senza che se ne capisca bene il motivo.

   Perché, per dire, alle regioni si consente di ridurre l’Irap, ma solo se non si aumenta l’addizionale Irpef più di tanto? Che autonomia tributaria è quella che predetermina non solo gli spazi di manovra sull’aliquota ma anche tutte le detrazioni, come nel caso dell’imposta municipale unica? Per i comuni c’è poi un problema fondamentale. Può avere senso identificare nel patrimonio immobiliare la fonte fondamentale della loro autonomia tributaria; non ha senso delimitare ex ante questo patrimonio, escludendo a priori dalla tassazione tutta la parte relativa alle prime case, cioè in sostanza i residenti che più avrebbero incentivo a controllare i comportamenti degli enti locali. Se per ovvie ragioni politiche non si vuole reintrodurre l’Ici, si studino soluzioni alternative, come per esempio l’imposta sui servizi, di cui a lungo si è parlato.
Secondo, la perequazione. La riforma offre già tutte le garanzie possibili perché i governi locali più poveri abbiano comunque risorse sufficienti per garantire i servizi fondamentali. Il temuto taglio delle risorse al Sud, su cui pure si concentra la maggior parte del dibattito pubblico, è un non problema alla luce delle disposizioni della legge delega, ed è una responsabilità pesante delle varie forze politiche far credere, per motivi strumentali, che sarà questo l’effetto del federalismo fiscale.

   Il problema vero qui non è la perequazione, ma come renderla funzionale alla ripresa di livelli di efficienza adeguati. A questo dovevano servire i costi standard. Ed è una responsabilità pesante della politica aver perso questa occasione nel caso della sanità, dove i costi standard introdotti non hanno in realtà nessun effetto, nemmeno in prospettiva, sulla distribuzione delle risorse tra le regioni.

C’è infine un ultimo punto fondamentale. Per ragioni non interamente chiare, con la legge delega si è scelto un modello di federalismo fiscale che dovrebbe valere simultaneamente per tutte le autonomie territoriali, indipendentemente dal grado di efficienza raggiunto. Ma è un modello che rischia di scontentare il Nord, che vorrebbe più autonomia, spaventando comunque il Sud. Esiste un’alternativa: il decentramento a velocità variabile.

   La legge delega non attribuisce nuove competenze alle regioni, ma prepara la strada perché nuove funzioni siano esercitate in futuro, in particolare sulla scuola e sulla finanza locale. Perché non rendere l’accesso a queste funzioni, e alle relative risorse, dipendente dal grado di efficienza raggiunto nell’offerta dei servizi e nel rispetto dei patti di stabilità? Lungi dall’essere discriminatorio, questo approccio incentiverebbe anche le regioni più indietro a rimettersi in pari e consentirebbe di sperimentare sulle regioni più avanzate la capacità effettiva di organizzare in modo efficiente le funzioni devolute. (Massimo Bodignon)

………………..

L’AUTHORITY DIFFIDA I SINDACI: BASTA AFFIDAMENTI DIRETTI

APPALTI AD PERSONAM – I COMUNI SPRECANO DU EMILIARDI DI EURO

di Alberto Custodero, da “la Repubblica” del 17/12/2011

   Le lettere di diffida sono partite, senza troppa pubblicità, nelle ultime settimane. Destinatari, i sindaci delle più grandi città italiane: Milano e Roma, ma anche Torino, Bologna, Firenze, Napoli e Bari. Oggetto: il ricorso – giudicato eccessivo, dannoso per le casse pubbliche e talvolta persino illegale – alla cosiddetta «procedura negoziata».

   In altri termini la concessione di appalti in modo diretto, senza pubblicazione di bando, quella che una volta si chiamava trattativa (o licitazione) privata e che oggi è diventata in questi e molti altri comuni una autentica routine. Una sorta di prassi consolidata. Mittente delle lettere a Gianni Alemanno e Letizia Moratti è Giuseppe Brienza, presidente della Autorità di vigilanza sui contratti pubblici. Che annuncia altre decine di lettere di diffida ai sindaci di altre città.

   Quali sono gli appalti nel mirino del garante? Quali sindaci hanno compiuto abusi? Chi sono i beneficiari delle «corsie preferenziali» per l’ affidamento di lavori e servizi? E in definitiva, quanto costa alle casse pubbliche tutto ciò?

LO SPRECO DEI COMUNI

   Impoveriti dai mancati introiti dell’ Ici e dai tagli del trasferimenti statali, i Comuni continuano imperterriti a spendere più del necessario per gli appalti. La trattativa privata, a conti fatti, costa infatti – a parità di servizi erogati e di lavori eseguiti – almeno l’ 8 per cento in più. Tradotto in euro significa ogni anno uno spreco di 1 miliardo e 748 milioni.

   A che cosa serva questo spreco – quando non dovuto a semplice insipienza – lo spiega la stessa Authority, avanzando il sospetto che dietro la violazione dei principi della libera concorrenza ci siano gruppi politico-affaristici. Scambi di favori, o peggio ancora collusioni con il mondo della criminalità. Secondo un documento riservato del garante degli appalti, al vertice della classifica dei Comuni che ricorrono più spesso alla procedura negoziata per lavori, servizi e forniture c’ è Milano (63 per cento), seguita da Bologna (61 per cento), e Roma (53 per cento).

   Una situazione «intermedia» si verifica in altre città dove i valori oscillano tra il 22,3 di Torino e il 33 per cento di Napoli. L’ Autorità di vigilanza sta provando appunto a mettere ordine in questo far west delle stazioni appaltanti pubbliche. «Se non si metteranno in regola con la legge – ammonisce Brienza – procederemo a ispezioni e denunceremo tutto alla Corte dei conti».

   Il danno erariale, spiega il garante, c’è. A quella cifra di quasi 2 miliardi all’anno di spreco si arriva partendo dal dato generale: in Italia il valore degli appalti pubblici ammonta a 100 miliardi l’anno (circa il 6 per cento del Pil) per un milione e mezzo di occupati. «Il ricorso alla procedura negoziata per 22 miliardi di euro – aggiunge Brienza – crea un aggravio di spesa dovuto al maggior costo rispetto alla procedura normale». 

   Guardando le cifre ci si accorge che con la procedura negoziata si spunta in media un ribasso inferiore (del 15 per cento) rispetto a quello che si otterrebbe con l’appalto pubblico (ribasso del 23 per cento). In questa differenza è lo spreco. Che va tutto a carico della collettività. Le domande sono d’ obbligo: perché i sindaci cercano di aggirare le procedure che garantiscono i vantaggi del libero mercato? Perché non si affidano ai sistemi che offrono più trasparenza e maggiori risparmi?

POLIZZE E SCUOLE

   Il Nord dunque ha il primato del ricorso alla trattativa privata. Loro, i sindaci, dicono che è necessario per «sveltire le pratiche burocratiche ed accelerare le procedure». Vediamo i casi più eclatanti, quelli già sotto osservazione negli uffici del garante. Il Comune di Milano guidato da Letizia Moratti per esempio ha assegnato con procedura diretta, senza alcuna pubblicazione di gara, una mega polizza «per i danni verso terzi» da 26 milioni di euro alla Milano Assicurazioni di Salvatore Ligresti. Società che ha chiuso il bilancio 2009 con una perdita di 169 milioni.

   Altro affido diretto, per così dire ad personam, è quello per la manutenzione degli edifici scolastici: 10 milioni e 367 mila euro alla società consortile F205 dei costruttori Corrado Ravelli, Sergio Grando e Giovanni Fenini. Il comune della Moratti per i lavori fa ricorso all’ affidamento diretto solo nel 4,9 per cento dei casi. Ma batte tutti nella voce «servizi», dove tre volte su quattro si procede tramite procedura negoziata.

   Alla fine la somma è questa: 16,5 milioni di «lavori», 10,5 milioni di «forniture» e 129 milioni di «servizi». Il maggior onere rispetto al bando pubblico – secondo il calcolo di Repubblica – ammonta a 12,5 miloni. Stessa «ripartizione» a Torino, che stanzia a trattativa privata 13 milioni per «lavori», 4,8 milioni per «forniture» e 144 milioni per «servizi». Gi stessi appalti, se assegnati a gara pubblica, sarebbero costati circa 13 milioni in meno.

   Anche a Torino c’è una società che senza gara d’appalto ha ottenuto i lavori di manutenzione ordinaria di «edifici vari» del Comune: la Lavorincorso di Giuseppe Merolla e Simona Schiavi. L’ importo è decisamente meno esoso rispetto a Milano: 500 mila euro.

   Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e presidente dell’ Anci – l’ associazione nazionale dei comuni italiani – nonché uno dei sette diffidati dal garante, la spiega così: «In generale la procedura negoziata serve ad accelerare le procedure burocratiche che sono molto lente e a snellire indirettamente le norme sugli appalti che sono inefficaci. Senza contare che alla lentezza della procedura secondo il bando pubblico non sembra corrispondere una garanzia di trasparenza e di difesa dalle infiltrazioni corruttive. Non mi risulta del resto che ci siano dei processi per corruzione che riguardano gli appalti affidati a trattativa privata».

   E aggiunge: «Risponderemo all’ Autorità che noi siamo tranquilli, più che tranquilli. E faremo pressioni affinché le procedure attuali troppo farraginose vengano riviste dal parlamento». Chiamparino parla anche a nome delle altre amministrazioni comunali «diffidate». Tra queste anche Bologna e Firenze.

   A Bologna (ora commissariata) c’ è uno dei mega appalti concessi senza gara: i 5 milioni e mezzo per l’assistenza domiciliare agli anziani, conferito direttamente al consorzio cooperativo che prende il nome dalla stella rossa della costellazione Alfa Tauri: Aldebaran. Consorzio presieduto da Pietro Segata, noto imprenditore cooperativo di Agci e Lega. Altro grande appalto con affidamento diretto a Firenze, dove il Comune, con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’ aria, ha deciso di procedere senza pubblico incanto, affidando direttamente alla srl della famiglia Bigalli lavori per 351 milioni di euro per la «riqualificazione delle alberature della città».

   Con lo stesso sistema sono stati spartiti 3 milioni e 500 mila euro fra la Inso spa del consorzio Etruria (amministrato dall’ ex manager Unicoop Riccardo Sani) e la Cofathec del gruppo belga Gdf Suez Energy per le «sistemazioni esterne» del nuovo palazzo di giustizia. Bologna si è accollata una maggiore spesa di 4 milioni e 800 mila euro per spendere 7 milioni di «lavori», 2,7 milioni di «forniture» e 50,5 milioni di servizi senza bandire appalti. Firenze potrebbe avere 3 milioni e 100 mila euro in cassa se non avesse fatto ricorso alla scorciatoia della procedura negoziata nell’ affidare 25,8 milioni di lavori, 3,3 milioni di «forniture» e 9,5 milioni di «servizi».

LE BUCHE ROMANE

   Il sindaco Gianni Alemanno non deve preoccuparsi in questi giorni solo della parentopoli e delle assunzioni di favore nelle società comunali dei trasporti urbani e della raccolta e smaltimento dei rifiuti, Atac e Ama. In realtà sul tavolo del sindaco sta per arrivare un’altra patata bollente: quella dei lavori per la manutenzione stradale. Come già raccontato da Repubblica (inchiesta “Buche killer sulle strade, ecco chi ci guadagna”, del 23 aprile 2010).

   Se il Nord si distingue per il ricorso alla trattativa privata nelle voci forniture e servizi, alla voce lavori prima in classifica è proprio Roma. Dove gli appalti “ad personam” sono il 62,2 per cento del totale. Il Comune spende per lavori a trattativa privata 249 milioni (20,6 milioni per le «forniture» e 159 milioni per «servizi»). Il mancato risparmio, rispetto alla procedura regolare aperta a tutti, ammonta a 34 milioni di euro. Tra il 2007 e il 2009 il Camnpidoglio ha moltiplicato le procedure negoziate rispetto alle gare d’ appalto proprio per i lavori stradali.

    Il garante ha dato al sindaco Alemanno 30 giorni di tempo per giustificare il ricorso a quelle «procedure che non sono corrette in quanto in contrasto con i principi di non discriminazione, parità di trattamento e trasparenza». Le contestazioni alla giunta capitolina sono gravi quanto puntuali. Riguardano gli importi: «Il Dipartimento XII – si legge nella lettera di diffida – nel 2009 ha affidato con procedura negoziata 102 interventi per un importo complessivo a base d’ asta di 82 milioni di euro».

   E la trasparenza: «Per quanto concerne i criteri di individuazione delle imprese invitate alle procedure negoziate, la Direzione dipartimentale ha fatto riferimento all’ estrazione senza indicare eventuali elenchi di riferimento, né concrete modalità di estrazione». E poi: «Il Dipartimento politiche per la riqualificazione delle periferie ha proceduto esclusivamente a procedure negoziate senza indicare criteri prestabiliti per l’ individuazione delle imprese da invitare». A Roma, «il servizio di monitoraggio del territorio comunale con l’elicottero per l’espletamento dei compiti istituzionali della polizia municipale» è stato assegnato, sempre con la procedura diretta, all’Elifriulia di Annamaria Coloatto.

   Perfino la «pulizia del fosso di ponte ladrone» la giunta Alemanno l’ha affidata a trattativa diretta alla srl dei fratelli Schiavi di Fiumicino. E poi c’è l’appalto da 800 mila euro delle divise estive dei vigili alla famiglia Marzotto. Tutte cose così urgenti da richiedere la trattativa privata? Perché Alemanno non ha invitato più imprese a sfidarsi nell’ offerta, riservandosi poi di scegliere la migliore?

IL MODELLO ANTIMAFIA

   A volte gli appalti si trasformano in teatro dell’assurdo. A Napoli la giunta Iervolino per esempio ha consegnato direttamente alla cooperativa Fradel (amministratore Guglielmo Del Prete) l’incarico della «manutenzione straordinaria della scuola elementare Madonna Assunta». Peccato che la scuola sia già stata dichiarata inagibile un anno fa dalla Procura.

   L’amministrazione partenopea avrebbe nelle casse 8,6 milioni di euro in più se invece di affidare con procedura negoziata «lavori» per 23 milioni, «forniture» per 7,6 milioni, «servizi» per 76,6 milioni, avesse rispettato la normativa prevista dalla legge.

   A Bari, il sindaco Michele Emiliano ha incaricato di ristrutturare «l’arredo del centro sociale nel quartiere Enziteto» (nell’ambito dell’annoso e controverso «progetto cittadella») all’ingegnere Nicola Locuratolo e alla snc Lagomare di Luigi Altieri, ai quali ha assegnato 656 mila euro ciascuno. A Bari lo «spreco presunto» ammonta a un milione di euro, visto che l’amministrazione ha assegnato in modo diretto «lavori» per 6,6 milioni, «forniture» per 2,5 milioni e «servizi» per 3,6 milioni.

   Situazione diametralmente opposta si osserva nelle terre di mafia e ‘ ndrangheta: il comune di Palermo non ricorre praticamente mai (appena nell’ 1% dei casi) a tale procedura che del resto è espressamente limitata da una rigidissima norma regionale approvata in nome dell’antimafia.

   «Una gara trasparente e pubblica – spiega Ivan Lo Bello, presidente antimafia della Confindustria siciliana – è la garanzia che venga scelta sul mercato la ditta più competitiva. Per questo tutte le amministrazioni dovrebbero utilizzare il tradizionale bando pubblico e prendere esempio dalla nostra normativa che riduce ai minimi termini il ricorso alla trattativa privata. Già nel nostro territorio la mafia ha la capacità di infiltrarsi nelle procedure pubbliche attraverso cartelli. Figuriamoci cosa potrebbe accadere se i lavori fossero affidati senza gara, ma in modo diretto».

   Un sistema di regole, quello contro mafia e altre organizzazioni criminali, che certo non ha impedito ai boss di controllare una grande fetta della spesa pubblica di ogni singolo comune. Ma che certo può limitare alle famiglie politico-affaristiche la possibilità di tagliare fuori dagli appalti le imprese meno «amiche». – (Alberto Custodero)

…………………

L’ITALIA SI FARA’ DA ROMA IN GIU’

di Marco Fortis, da “il sole 24ore” del 29/1/2011

   Di tutte le sfide che l’Italia deve affrontare, quella del Mezzogiorno, dopo 150 anni dall’unificazione nazionale, resta la più difficile. Anche perché nell’intera Europa occidentale non esiste nessun altro paese “duale” come il nostro, anche in termini dimensionali, essendo la popolazione del Sud e delle Isole grande all’incirca come quella di Grecia e Portogallo insieme.

Già sappiamo molto sul divario economico Nord-Sud. Innanzitutto riguardo al valore della produzione. Le statistiche Eurostat ci dicono che, a parità di potere d’acquisto, il Pil pro capite del Nord Italia è superiore a quello della Svezia mentre il Pil pro capite dell’intero Nord Centro Italia (un’area che equivale a una nazione europea medio-grande, con quasi 40 milioni di abitanti) è nettamente superiore a quello di Germania o Francia. Per contro, il Pil pro capite del Sud e delle Isole è inferiore al Portogallo. Ciò dovrebbe far riflettere anche sulle “ricette” per riformare l’Italia e rilanciarne la crescita poiché è evidente che una cosa è “curare” il Nord Centro (ai vertici in Europa), un’altra è “curare” il Mezzogiorno (che arranca con i più deboli paesi europei mediterranei).

Il divario tra Nord e Sud Italia è ben riflesso anche dai dati sulla ricchezza finanziaria delle famiglie (sia pure in misura meno accentuata perché le cifre sullo stock di ricchezza accumulata nel tempo probabilmente fanno emergere una parte del sommerso del Mezzogiorno che i dati del reddito non hanno “catturato”). Se il Nord Ovest e il Nord Est vantano una ricchezza finanziaria per abitante al top in Europa, su livelli analoghi o superiori a quelli di Belgio e Olanda, il Mezzogiorno è molto indietro. E il divario si amplia includendo la ricchezza immobiliare. Per quanto riguarda l’export e il surplus manifatturiero, il Nord Centro Italia nel 2009 ha esportato prodotti industriali non alimentari all’incirca come la Gran Bretagna intera (178 miliardi contro 189) potendo però vantare un gigantesco surplus manifatturiero con l’estero (45 miliardi), secondo nella Ue solo a quello tedesco, mentre la Gran Bretagna è in profondo deficit (60 miliardi).

Viceversa, l’apporto del Mezzogiorno all’export manifatturiero italiano è molto basso (16 miliardi), cioè meno di quanto esporti il Portogallo (24 miliardi) e anche il surplus manifatturiero con l’estero del Sud e delle Isole (meno di 3 miliardi) non è minimamente confrontabile con quello del resto d’Italia. Anche le statistiche sulla disoccupazione mostrano enormi divergenze tra Nord e Sud. Si pensi alla disoccupazione giovanile, oggi al centro dell’attenzione generale, che nelle regioni del Nord Ovest e nel Nord Est è di 5-10 punti più bassa che nella Londra “interna” o in Svezia, mentre nel Sud Italia è simile o più alta che nella disastrata Spagna.

La novità a livello statistico è oggi rappresentata dallo sviluppo della banca dati Eu-Silc, dove Silc sta per Statistics on Income and Living Conditions: un bagaglio davvero fondamentale di informazioni messe in rete dall’Eurostat, a cui tutti gli analisti attribuiscono grande importanza. La stessa Commissione europea ha posto i dati Eu-Silc alla base dell’individuazione dei suoi obiettivi 2020 di riduzione della povertà e dell’esclusione sociale in Europa. Tali dati sono cruciali anche per meglio inquadrare il divario tra Nord Centro e Mezzogiorno d’Italia ed evidenziarne, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, la drammaticità.

La gigantesca mole di informazioni delle Eu-Silc è sintetizzata in un Indice di povertà ed esclusione (Ipe) composto da tre sottoindici: un Indice di povertà basato sul 60% della mediana del reddito; un Indice di severa deprivazione materiale basato sull’incapacità di una famiglia di permettersi quattro o più consumi rispetto a un paniere selezionato di nove beni e servizi (tra cui auto, tv a colori, telefono, un pasto a base di carne o pesce ogni due giorni, una vacanza di almeno una settimana all’anno); e un Indice di bassa intensità di lavoro (cioè se gli adulti di una famiglia hanno lavorato nell’anno precedente meno del 20% del loro potenziale). L’Ipe è la somma della percentuale di popolazione a rischio di povertà più quella di non poveri ma “deprivati”, più quella di non poveri né “deprivati” ma a bassa intensità di lavoro.

L’analisi dei dati dell’Ipe per il 2009 conferma la straordinaria peculiarità del divario geografico economico-sociale italiano. Infatti, il Nord Est ha il più basso Ipe in rapporto a quello dei paesi della Ue-15, migliore di quello dell’Olanda, che è la nazione meno povera e a rischio di esclusione, mentre il Nord Ovest a sua volta precede la Svezia, che è la seconda nazione europea meno disagiata. Anche il Centro Italia è in una posizione non critica, stando esattamente in mezzo a Francia e Germania, mentre il Sud e le Isole presentano invece gli Ipe nettamente più alti, di 11-17 punti percentuali al di sopra della Grecia, ultima in classifica. Ciò peggiora terribilmente la media italiana, che tuttavia proprio per questi divari territoriali “interni” appare assolutamente fuorviante ed è poco significativa anche ai fini dell’individuazione di politiche di intervento. Diverse regioni italiane, infatti, presentano valori molto bassi dell’Ipe, tra cui Trentino Alto Adige e Lombardia (entrambe al 10,9%), Valle d’Aosta (13%), Emilia Romagna (13,7%), Veneto (14%), tutte con percentuali inferiori a quelle dell’Olanda (15,1%). Mentre i valori più critici dell’Ipe nel Mezzogiorno sono quelli di Sicilia (49,3%, vale a dire che una persona su due è a rischio di povertà o esclusione), Campania (42,5%) e Calabria (41,8%).

Queste nuove statistiche comparate dell’Eurostat sono fondamentali per capire meglio l’Italia e i suoi problemi. Ribadiscono la gravità e l’urgenza della questione meridionale. Inoltre, evidenziano una volta di più quanto siano semplicistiche certe tesi urlate ma non dimostrate che associano tra loro la scarsa crescita, nonché i bassi livelli medi di reddito, di alta disoccupazione giovanile e di disagio sociale dell’Italia alla mancanza di competitività e alla debolezza del nostro sistema produttivo o del nostro modello di piccole e medie imprese. Infatti, il Nord Italia, che di tale modello è la massima espressione paradigmatica, primeggia per Pil pro capite, ricchezza delle famiglie, export e surplus di manufatti, bassa disoccupazione. E ora anche per i più bassi livelli di povertà ed esclusione sociale (misurati dalle nuove Eu-Silc) rispetto alle nazioni Ue più evolute, competendo alla pari con grandi regioni europee molto ammirate come Baviera e Baden-Württemberg. E lo stesso Centro Italia (pur con alcune criticità nel Lazio) è ottimamente posizionato quanto a statistiche economiche e sociali.

Sia chiaro: più competitività, energia a prezzi più bassi, meno posti di lavoro “blindati” e meno precari, più liberalizzazioni, più meritocrazia e meno burocrazia non possono che farci del bene, anche al Nord Centro. Ma non perché dobbiamo risalire dal fondo classifica dell’economia europea (come spesso si argomenta superficialmente discutendo dei valori medi italiani) bensì perché il Nord Centro vuole rimanerne ai vertici. La questione di fondo è però come riprogettare una strategia per il nostro Mezzogiorno che punti non soltanto a ridurre il divario insopportabile con il resto d’Italia ma possa rappresentare anche un’occasione per aggiungere margini significativi al potenziale complessivo di crescita dell’intero paese. Passando per un rilancio epocale delle infrastrutture, del turismo e dell’agricoltura di qualità da Roma in giù, con una buona iniezione di innovazione e “green economy”. (Marco Fortis)

……………………..

Il rapporto della Corte dei Conti: «Si diffonde la patologia degli oneri collocati fuori bilancio»

PER I COMUNI E’ DEBITO RECORD «TOCCATA QUOTA 62 MILIARDI»

di Francesca Basso, da “il Corriere della Sera” del 7/8/2010

   Sulle spalle di ogni cittadino pesa lo zaino dei debiti degli enti locali: 1.300 euro, di cui 1.100 è la quota per i Comuni, 200 per le Province. La Corte dei Conti ha analizzato la gestione finanziaria degli enti locali e delle Regioni per il biennio 2008-2009 e dalla relazione è emerso che il debito finanziario dei Comuni supera i 62 miliardi mentre quello delle Province è salito a 11,5 miliardi.

   Sul fronte delle Regioni, invece, tra quelle a statuto ordinario in 12 hanno rispettato i limiti del patto di stabilità, la Puglia non c’è riuscita nei due saldi, cassa e competenza, mentre la Campania e il Molise hanno sforato nel saldo di cassa. Virtuose le Regioni a statuto speciale, tranne la Sicilia per il saldo di cassa.

   I giudici contabili hanno rilevato che se per i municipi il rosso sale «limitatamente rispetto al precedente esercizio», per le Province invece «la crescita del debito è più spinta». E lanciano l’allarme sulla sostenibilità dei debiti dei Comuni, in quanto «parte dell’ onere è coperto con risorse di natura straordinaria».

   Dito puntato anche contro i debiti fuori esercizio, definiti una «patologia» che rischia di diventare un «evento fisiologico», nonostante la recente normativa abbia posto dei limiti e stabilito l’obbligo di denuncia alle procure della Corte dei Conti. Nel 2009, 68 Province e 1.550 Comuni hanno riconosciuto debiti fuori bilancio per 687 milioni di euro. Insomma, la magistratura contabile certifica che nel 2009 la finanza locale ha «risentito degli effetti di un andamento dell’economia in forte calo», ma il peggioramento dei conti pubblici «ottiene spiegazione anche in altri fattori».

   E comunque, le risultanze di cassa dello scorso anno dimostrano nel complesso una situazione difficile per la finanza degli enti locali, che però appare «connotata da maggiore equilibrio». Province e Comuni risentono anche di un «deterioramento» delle entrate. Per la Corte dei Conti «resta sempre arduo lo stretto controllo della spesa corrente, ma l’assenza dei rinnovi dei contratti del personale contribuisce al contenimento».

   È in aumento il numero degli enti in disavanzo: i Comuni sono saliti da 63 a 82, assenti le Province. Tra i municipi non in regola figurano anche Alessandria, Pistoia, Viareggio, Caserta e Foggia. Le regioni con il maggior numero di Comuni in «rosso» sono il Lazio e la Campania (13), seguiti da Toscana, Calabria, Puglia e Sicilia (9). Appare invece circoscritto il fenomeno del dissesto da quando nel 1989 è stata introdotta la regola che impone agli enti di provvedere da soli al proprio risanamento.

   Tra l’ 89 e il 1° aprile 2010 sono 442 gli enti locali che hanno dichiarato il dissesto finanziario. Il maggior numero di dichiarazioni è avvenuto proprio a ridosso dell’entrata in vigore della legge, mentre dal 1998 non si sono mai avuti più di 5 casi all’ anno. Nel 2010, fino ad aprile, erano due gli enti in dissesto nel Lazio, uno in Molise uno in Campania ma, alla stessa data, risultano 24 per i quali non è stato ancora presentato un piano di estinzione delle passività.

   La Corte dei Conti, invece, parla di risultato «migliore del previsto» per le Regioni: l’ indebitamento netto rispetto al Pil è sceso dallo 0,3% del 2008 allo 0,15% del 2009. Le spese correnti restano in crescita ma con una dinamica più contenuta. È la sanità pubblica a incidere di più sulla finanza regionale assorbendo circa il 73% delle risorse. Dati che per Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, «rafforzano le nostre argomentazioni nei confronti del governo in occasione del varo della manovra». (Francesca Basso)

………………….

L’IMPOSTA MUNICIPALE FINO AL 10 PER MILLE – ECCO LA PATRIMONIALE SU ARTIGIANI E COMMERCIANTI

di Luisa Grion, da “la Repubblica” del 3/2/2011

   Per commercianti e artigiani il federalismo potrebbe non essere un buon affare: passando dall`Ici all`Imu, (dall`imposta comunale sugli immobili all`imposta municipale unica) rischiano di pagare più tasse sui loro laboratori, negozi, fabbricati. In teoria – per parlare di pratica bisognerà vedere come si muoveranno i Comuni – la quota versata potrebbe addirittura raddoppiare.

   La polemica è scoppiata nei giorni scorsi, lanciata dal Pd che ha parlato di una «patrimoniale nascosta» fra le righe del decreto che oggi passerà al voto della Commissione Bicamerale. Il governo rifiuta tale accusa e assicura che alla fine – tenendo conto sia del fisco locale che di quello nazionale – non ci sarà alcun appesantimento a carico dei lavoratori autonomi.

   Nei fatti le cifre sono queste. Oggi l`Ici sugli immobili strumentali (quelli che l`impresa utilizza per produrre) puòvariarefra il 4 e il 7 per mille. E` il Comune a decidere ed eventualmente a prevedere aliquote agevolate per particolari categorie (ad esempio a Roma per i negozi storici). L`aliquota media sul territorio nazionale è del 6,4 per mille e uno studio della Confartigianato sul peso della fiscalità locale fa notare che una piccola impresa – per l’Ici – può versare dai 1.404 euro annui di Aosta ai 2.235 di Massa Carrara.

   L`Imu – che la sostituirà e ingloberà anche i tributi sui trasferimenti di immobili – secondo quanto previsto nell`ultima bozza è fissata al 7,6 per mille, con un aumento medio sull`lcí del 18,75 per cento. Ai sindaci, inoltre, sarà data facoltà di abbassare o alzare tale aliquota del 3 per mille, ma tenendo conto della loro necessità di far quadrare i conti la seconda ipotesi è più probabile della prima.

   Se così fosse già, ragiona l`opposizione, si potrebbe passare da un 4 per mille di Ici (aliquota minima, ma comunque applicata in diversi piccoli comuni) al 10 per mille e oltre. Certo bisognerà poi vedere come i sindaci si muoveranno sul territorio, ma il rischio c`è. Anzi, secondo il Pd, il salasso potrebbe essere ancora più grave: «La quota del 7,6 per mille fissata dal governo come aliquota necessaria a compensare i mancati trasferimenti dallo Stato agli enti locali – commenta Stefano Fassina, responsabile economico del partito – è sottostimata, secondo i nostri calcoli l`aliquota necessaria a tale copertura arriva all`8,5 per mille». Se così fosse il peso finale potrebbe superare l’11 per mille.

   Proiezioni a parte il problema esiste e preoccupa assai i piccoli imprenditori. Cna e Confesercenti fanno notare che non a caso una prima versione del testo sul federalismo prevedeva che agli immobili strumentali di artigiani e commercianti fosse applicata un`aliquota Imu dimezzata. Poi i dibattiti con l`Anci e la necessità di incassare il «sì» da parte dei Comuni ha convinto il governo a lasciar stare gli sconti e aumentare la potenzialità dei sindaci nel fare cassa. Tanto più che nel frattempo si era deciso di reintrodurre l`esenzione Imu per chiese, scuole, hotel e oratori religiosi.

   La Sardegna, comunque, già si è nettamente espressa contro l`lmu. Massimo Putzu, leader regionale di Confindustria, ha parlato di «salasso insostenibile: se i conti locali non saranno in ordine le imprese saranno spremute come limoni». Il governatore Ugo Cappellacci (Pdl) ha precisato: «Ci opponiamo all`estensione dell`Imu alle regioni a statuto speciale: difenderemo la peculiarità del nostro sistema produttivo». (Luisa Grion)

Advertisements

One thought on “La difficile strada della realizzazione del FEDERALISMO (fiscale in primis) e la necessità di una revisione dell’assetto geografico istituzionale degli enti amministrativi (troppi e obsoleti per realizzare qualsiasi riforma)

  1. Francesco Masi martedì 15 febbraio 2011 / 9:15

    Trovo molto interessanti i contenuti dei temi dei vostri invii, ritenendo di doverli diffondere per una eventuale condivisione, li ho, a sua volta, inviati a molti amici che lavorano sia nella pubblica amministrazione, sia come professionisti, ed a autorità poplitiche di enti istituzionali.
    Sarebbe importante che valutaste la possibilità di renderli disponibili anche nella modalità ” facebook”.
    Cordiali saluti, Francesco Masi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...