LE RIVOLTE DEL PANE – AGRICOLTURA e ALIMENTAZIONE che non bastano a sfamare il mondo – Un rilancio delle produzioni agricole e del mondo rurale in ciascuna regione del pianeta (salvaguardando specificità, genuinità, salubrità ambientale, gusti e sapori; e DIRITTI DELLE COMUNITA’ CONTADINE)

Immagine del WORLD ECONOMIC FORUM di DAVOS (Svizzera) - Da dove ci piomberà addosso il prossimo cigno nero? Il cigno nero è una metafora statistica entrata nel gergo della finanza, si definisce come “un evento ad alto impatto, bassa probabilità, bassissima prevedibilità”. Esempio classico: la crisi dei mutui subprime del 2007. L’interrogativo sui cigni neri ha appassionato il World Economic Forum di DAVOS. Al PRIMO POSTO fra i mega-rischi secondo i potenti della terra viene lo choc da iperinflazione delle materie prime, soprattutto alimentari. Al SECONDO si piazza la miscela esplosiva “alta disoccupazione giovanile più Internet”: il risultato sono cento Tunisie all’orizzonte, e non soltanto nel mondo arabo. Solo al TERZO POSTO arrivano le bancarotte sovrane, certo pericolose, però già un po’ scontate negli scenari attuali. A sorpresa, al QUARTO e QUINTO POSTO si piazzano invece due “choc positivi”: sono il pensionamento dei baby-boomer in quanto apertura di un nuovo mercato tra le “pantere grigie”; e l’impennata dei salari in Cina con tante ripercussioni favorevoli. Dell’allarme (sui prezzi agricoli) più condiviso si fa interprete il presidente dell’Indonesia, Susilo Yudhoyono: «LA PROSSIMA GUERRA ECONOMICA SARA’ SUI PREZZI ALIMENTARI, SUL PANE E IL RISO, SULLE PENURIE». E’ d’accordo l’economista Jeffrey Sachs che dirige lo Earth Institute alla Columbia: «Il CARO-ALIMENTI arricchirà alcuni paesi emergenti, ne destabilizzerà altri» (FEDERICO RAMPINI, da “la Repubblica” del 28/1/2011)

   La rivolta in Tunisia (ma anche il Egitto) (e in Algeria, nello Yemen, in Giordania…) sono legate sì a una necessità di democrazie e apertura al mondo (che le vecchie dittature dinastiche hanno finora impedito), ma in primis a motivi economici, di “pane che manca”, di “benessere impedito”. Proteste queste che esprimono in particolare i giovani: voglia di lavoro e sviluppo, per poter avere minimi livelli di ricchezza che ora, la società globale, esprime in alcuni paesi dell’ “ex terzo mondo” (cioè quelli cosiddetti “emergenti”, pur con tutte le contraddizioni, in Cina, Brasile e India, in particolare…). Economie e livelli di vita, in tanti paesi, che si stanno confrontando con rincari fortissimi e scarsità nei prodotti agroalimentari; dove il cibo diventa (in alcuni casi possiamo dire “torna ad essere”) elemento di difficoltà ad averlo nella quotidianità perché costa sempre di più.

   L’aumento fortissimo del prezzo dei prodotti agroalimentari risente in particolare di tre fattori, che possiamo definire “strutturali” (cioè che di qui in avanti ci saranno sempre), che sono: 1) i cambiamenti climatici negativi, provocati ad esempio dall’effetto serra –alluvioni, siccità, tornadi…-; 2) l’aumento della popolazione del pianeta; 3) l’aumento della disponibilità di denaro “pro-capite” nei paesi cosiddetti “emergenti” che fanno sì che (per fortuna) parti sempre più ampie della popolazione possano mangiare “meglio e di più”. E’ chiaro che i parametri agro-alimentari globali, ma anche di ogni politica nazionale, regionale, territoriale, devono tener conto di questo e mostrarsi più virtuosi.

   A Davos, località turistica nelle montagne svizzere, da 40 anni si tiene (verso la fine di gennaio) un convegno del cosiddetto “World economic forum” dove 2.500 “esperti” (quest’anno è questo il numero dei partecipanti) si sono confrontati sui temi del presente e del futuro dell’economia mondiale (ora in affanno): scienziati, economisti, manager, finanzieri, capi di stato e politici, hanno analizzato i temi caldi di questo difficile periodo di tumultuoso sviluppo per alcune aree del mondo (in particolare in Asia) e di crisi per tante altre che finora sono state di “benessere e sviluppo antico” (come l’Europa e gli Stati Uniti), oppure di georegioni con uno sottosviluppo “storico” ancora latente (come certe, predominanti, parti dell’Africa, dell’America latina, del Medio Oriente…). E a Davos un tema “caldo”, assai dibattuto, è stato appunto come trovare soluzioni a un sistema agricolo in difficoltà, e all’allarme lanciato dalla FAO sull’incremento record dei prezzi alimentari (ma, connessi a questo: l’aumento demografico, poi anche dell’uso sempre più diffuso di cereali per produrre benzine –il cosiddetto bio-fuel-, e dei cambiamenti climatici che incidono negativamente appunto sull’agricoltura).

Campo di mais - Nei Paesi poveri, secondo i calcoli di Oxfam Italia, l’80% del reddito è destinato ai consumi alimentari. In queste condizioni economiche gli aumenti hanno effetti disastrosi

   Insomma pare che il “tema agricolo”, la “questione alimentare”, per molto tempo argomenti trascurati e considerati secondari rispetto ad altri elementi, ad altri trend di sviluppo economico che apparivano più innovativi (prima l’industrializzazione, e più recentemente le nuove tecnologie a partire da quelle riferite alla rivoluzione informatica), ebbene ci si sta accorgendo che la tematica agro-alimentare (indissolubilmente legata al rapportarsi in modo più o meno equilibrato al proprio ambiente) sta divenendo, è già diventata, strategica per ogni futuro possibile di ogni comunità (del sistema globale, delle geoaree continentale, ma anche di ciascun piccolo villaggio, borgo, territorio, che troviamo in ogni luogo).

  In Italia, nell’ambito dell’ “economia agricola” (in forte crisi: in 10 anni il numero della aziende è diminuito del 27%), vi sono realtà che “tengono”. In Veneto sono famose le colline del prosecco trevigiano (o degli ulivi e della produzione dell’olio come nel lago di Garda, pur così al nord…), con al loro interno (nel caso della produzione del prosecco) contraddizioni da superare, ma ci sono anche fatti positivi: da una parte dosi di inquinamento da fitofarmaci e antiparassitari del tutto intollerabili (al di sopra di ogni livello di guardia); dall’altra l’aspetto positivo di un forte presidio del territorio in aree collinari che sennò sarebbero abbandonate (i fenomeni franosi che hanno interessato aree pedemontane in quest’inverno così ricco di piogge -e alluvioni- ha visto questi fenomeni spesso concentrarsi in zone di minor coltivazione) e con possibilità di redditi medio-alti nel mondo agricolo.

   Ma la crisi agricola e gli squilibri, il “non governo” del territorio si esprime nella maggioranza dei territori (anche veneti, ma in tutto il nostro Paese la cosa è comune): in questo blog spesso si è parlato di tutta quella fascia di “mezza montagna” (cioè tra la pedemontana e le località turistiche dolomitiche) assai estesa nel Nordest che viene ad oggi ad essere quasi del tutto abbandonata o perlomeno in crisi latente: aree di riproduzione boschiva selvaggia, in abbandono, che prima erano a pascolo o a coltivazioni, o a legno pregiato; e che ora sono lì desolatamente in degrado (senza popolazione) in attesa di progetti (e idee) di recupero che non si esprimono (non si esprime neanche la ricerca di un’idea possibile di nuovo sviluppo rurale, un brain storming per trovare soluzioni di governo di questi territori).

   Analizziamo comunque qui il problema del “caro prezzi” del cibo, dei prodotti agro-alimentari; continuando a tentare di delineare modi produttivi possibili dove il sistema mondiale agricolo che ci vede coinvolti, sia integrato a una politica chiara su “che cibo vogliamo” (e, di conseguenza, che modi usare per coltivare). Raccogliamo qui di seguito in conclusione, idee e “linee guida” espresse in Italia dalla “corrente culturale e organizzativa” di Slow Food, di Carlo Petrini, cui come geografi ci riconosciamo.

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CIBO, IL RINCARO E’ DA RECORD

di Marco Sodano, da “la Stampa” del 4/2/2011

Il frigorifero globalizzato può essere vantaggioso ma anche no. Nel primo caso ti permette di rifornirti agli antipodi spuntando prezzi bassi, nel secondo ti si rivolta contro: agli antipodi scoppia una carestia, e tu ti ritrovi a pagare tutto più caro. Un tifone devasta una regione australiana e lo zucchero rincara. Gli incendi devastano le pianure russe – distese immense, coltivate a grano -. Va a finire che pane e pasta rincarano. La siccità colpisce le pianure asiatiche o il nordamerica? Viene a mancare la soia: cioè la base dell’alimentazione degli animali da allevamento. Non è un problema solo per la cucina thai, in Europa rincareranno carne e formaggio. 

La situazione è complicata, certifica la Fao: durante lo scorso mese di gennaio 2011 i prezzi del cibo hanno toccato il massimo storico dal 1990 (cioè da quando esiste l’indice Fao che li misura) dopo una serie di rialzi che va avanti da sette mesi, cioè dall’estate scorsa. La linea che lo rappresenta sui grafici ha raggiunto i 231 punti, in crescita del 3,4 per cento rispetto a dicembre 2010.
«ATTENTI AI PAESI POVERI» – Gli aumenti, come il frigorifero, sono gobali: riguardano tutti i mercati e (con l’eccezione della carne, almeno per ora) tutti i prezzi, che tra l’altro «potrebbero rimanere elevati nei mesi a venire», secondo l’economista della Fao Abdolreza Abbassian. Il quale, si capisce, non è preoccupato per il portafoglio delle famiglie europee e americane. «Si tratta – spiega – di un elemento di grande preoccupazione soprattutto per i paesi a basso reddito con deficit alimentari, che potrebbero avere problemi nel pagare le importazioni di cibo, e per le famiglie povere che spendono una gran parte del loro reddito in cibo». 

Nei Paesi poveri, secondo i calcoli di Oxfam Italia, l’80% del reddito è destinato ai consumi alimentari. In quelle condizioni economiche gli aumenti hanno effetti disastrosi. L’indice per i cereali ha toccato i 245 punti a gennaio, in aumento del 3 per cento rispetto a dicembre, il livello più alto dal luglio 2008, ancora dell’11 per cento più basso rispetto al record dell’aprile dello stesso anno. Ma l’incremento più alto (il 6,2 per cento in un solo mese) spetta all’indice dei prezzi del latte e dei prodotti caseari, seguiti a ruota dallo zucchero, che ha messo a segno un più 5,4%. E quanto alla quiete apparente della carne, è il caso di fare attenzione: gli animali mangiano frumento e soia, e quindi alla lunga gli aumenti faranno un giro anche dal macellaio.
LA STAGIONE NERA – Nel corso del 2010, tra l’altro, il maltempo sembra essersi messo in testa di strapazzare l’agricoltura in tutto il mondo. Concluso l’anno, all’appello del raccolto mondiale mancavano 41 milioni di tonnellate di grano e quasi un terzo della produzione di soia. Di conseguenza hanno cominciato ad alzarsi i prezzi di altre derrate: l’orzo e il riso in prima fila.
La Cina è in questo periodo alle prese con una siccità senza precedenti. In compenso, l’anno precedente era stato il turno delle alluvioni. Nel frattempo i cinesi sono diventati più ricchi e stanno cambiando abitudini a tavola: cresce molto il consumo di carne di maiale, mentre il riso resta stabile. I cinesi si spostano verso le grandi città e la quantità di coltivazioni scende. Così bisogna importare mais, grano e orzo. E i prezzi hanno un’altra spinta a salire sempre più in alto. L’Europa si trova invece a fare i conti con la cattiva stagione in Russia: prima la siccità, poi gli incendi hanno convinto Putin della necessità di sospendere le esportazioni nel 2010 e nel 2011. Per ora non si parla di revocare l’ordine. In Ucraina è andata allo stesso modo, e così nel Kazakhstan. Il guaio è che la moderna e ricca Europa non sarebbe in grado di autosostenersi neppure se arrivasse la stagione più prolifica che la Terra ricordi: con l’industrializzazione negli ultimi cinquant’anni si sono persi 96 milioni di ettari di terreni coltivabili. Non c’è alternativa alle importazioni. E se importare costa più caro, non c’è altro da fare che pagare.
Altro grande produttore, soprattutto di mais e di soia, è l’Argentina. Anche lì, il tempo secco ridurrà molto la resa dei campi di mais e di soia. Tra l’altro, per via dell’incrocio delle stagioni, i raccolti dell’emisfero Sud del mondo arrivano a maturazione quando in quello Nord è inverno, e raccolti non se ne mietono proprio.
L’ALLARME SPECULAZIONE – C’è poi il sospetto che dietro ai movimenti dei prezzi non ci siano solo le difficoltà di approvvigionamento. Secondo Luc Guyau, presidente indipendente del consiglio Fao, «l’aumento è più speculativo di quelli del 2008 – l’altra grande fiammata dei prezzi – non è giustificato da un calo reale della produzione». Si torna così di fronte al problema di questi anni: il mercato arbitra tra chi compra e chi vende. I primi e i secondi puntano esclusivamente a fare un buon affare. A Davos, la settimana scorsa, il presidente francese Sarkozy ha detto che non è pensabile che un operatore di mercato possa comperare in pochi minuti un terzo del fabbisogno di grano del suo paese pagandolo con titoli, cioè con pezzi di carta. Sarà inammissibile, ma succede. Anzi, funziona. (Marco Sodano)

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LA TERRA DELL’AFRICA RUBATA AI CONTADINI

di Neil Macfarquhar, dal New York Times del 3/12/2011 (ripresa da “la Repubblica”, traduzione di Fabio Galimberti)

– I governi affittano i campi a grandi investitori e potenze straniere. Il tutto all´insaputa degli agricoltori. Ma Onu e Banca Mondiale dicono che solo migliorando le tecniche delle colture si potrà sfamare più gente.  Sudan, Mozambico ed Etiopia fra le nazioni che stanno cedendo milioni di ettari. Il dramma in un villaggio del Mali “Abbattono le nostre case e si prendono tutto”-

SOUMOUNI (MALI). La mezza dozzina di stranieri piombata in questo remoto villaggio dell´Africa occidentale ha portato notizie allarmanti ai contadini della zona: «Questa sarà l´ultima stagione in cui potremo coltivare i nostri campi – dice Mama Keita, 73 anni, capo di questo villaggio nascosto in mezzo a una fitta boscaglia – dopo di che abbatteranno le case e si prenderanno la terra. Ci hanno detto che questa terra è di Gheddafi».
   In tutta l´Africa e negli altri Paesi in via di sviluppo, una nuova corsa alla terra ne sta inghiottendo grandi estensioni coltivabili. Nonostante le loro tradizioni ancestrali, gli scioccati abitanti di piccoli villaggi stanno scoprendo che le loro terre il più delle volte sono proprietà dei governi africani, che le hanno affittate per i decenni a venire, spesso a poco prezzo, a investitori privati e governi stranieri.

   Organizzazioni come le Nazioni Unite e la Banca mondiale sostengono che questo metodo, se praticato equamente, potrebbe contribuire a sfamare una popolazione mondiale in aumento, introducendo l´agricoltura commerciale su larga scala in zone che ne sono prive.

   Ma altri condannano gli accordi definendoli ruberie neocoloniali che distruggono i villaggi e creano una massa instabile di poveri senza terra. A peggiorare le cose, c´è il fatto che gran parte del cibo prodotto è destinata alle nazioni più ricche. «La sicurezza alimentare del Paese interessato deve essere messa al primo posto, senza eccezioni – dice l´ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ora lavora ai problemi dell´agricoltura africana – altrimenti è puro e semplice sfruttamento, e non funzionerà».
   Uno studio della Banca mondiale pubblicato a settembre, segnala che nei primi 11 mesi del 2009 sono stati registrati accordi relativi a terreni agricoli per almeno 45 milioni di ettari. Più del 70 per cento di questi accordi riguarda terreni africani, con nazioni come Sudan, Mozambico ed Etiopia che stanno cedendo agli investitori milioni di ettari. Prima del 2008, la media globale di accordi analoghi non superava i quattro milioni di ettari l´anno. Ma la crisi alimentare di quell´anno, che provocò rivolte per il cibo in una dozzina di Paesi, ha scatenato l´abbuffata.

   «C´è un interesse persistente all´acquisizione di terreni, ad altissimo livello», dice Klaus Deininger, l´economista della Banca mondiale autore del rapporto, che ricava molte delle cifre dal sito del patrocinio Grain perché i governi non rendono pubblici i dati relativi agli accordi. Il rapporto in linea generale sostiene gli investimenti, ma rivela anche che molti sono speculazioni, che i terreni spesso vengono affittati a meno del loro valore e restano incolti, che i contadini vengono cacciati senza alcun rimborso e finiscono con l´occupare i parchi naturali. E che le nuove imprese creano molti meno posti di lavoro di quelli promessi.
   I contadini hanno dovuto abbandonare le terre in Paesi come l´Etiopia, l´Uganda, la Repubblica Democratica del Congo, la Liberia, lo Zambia. In Mali, più di un milione di ettari lungo il fiume Niger sono controllati da un fondo statale, l´Office du Niger. In ottant´anni sono stati irrigati solo 80mila ettari, perciò il governo vede i nuovi investitori come una vera fortuna.

   «Anche dando la terra alla popolazione, non hanno mezzi per svilupparla, e non li ha nemmeno lo Stato», dice Abou Sow, il direttore esecutivo dell´Office du Niger. Sow fa l´elenco dei Paesi che hanno già fatto investimenti o espresso interesse anche tramite privati: Cina e Sudafrica per la canna da zucchero, Libia e Arabia Saudita per il riso, e poi Canada, Belgio, Francia, Corea del Sud, India, Olanda e multinazionali come la Banca per lo sviluppo dell´Africa occidentale. Sow sostiene che molti investitori sono maliani, ma ammette che investitori stranieri come i libici, che qui hanno noleggiato 100mila ettari, spediranno riso, buoi e altri prodotti in Patria.
   L´accordo con i libici assegna loro i terreni per almeno cinquant´anni, chiedendo come unica contropartita che li sviluppino. Ci vorranno anni prima che le terre diventino produttive. Ma alcuni funzionari fanno notare che la Libia ha già speso oltre 50 milioni di dollari per costruire un canale di 38 chilometri e una strada, a beneficio dei villaggi della zona. Tutti i contadini danneggiati, ha aggiunto Sow, riceveranno un rimborso.

   Ma rabbia e sfiducia dilagano. In una manifestazione del mese scorso, i contadini hanno chiesto voce in capitolo negli accordi fatti. «La terra è una risorsa che il 70 per cento della popolazione usa per sopravvivere – dice Kalfa Sanogo, economista del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo in Mali – Non puoi buttare fuori il 70 per cento della popolazione, né puoi semplicemente dirgli di diventare tutti braccianti».

   Un progetto americano da 224 milioni di dollari, invece, segue un approccio differente: lo scopo è aiutare 800 contadini maliani ad acquisire i diritti di proprietà su cinque ettari di terreni appena disboscati.
Soumouni dista circa 32 chilometri dalla strada più vicina. «Siamo tutti molto spaventati», dice Sekou Traoré, 69 anni, uno dei 2.229 abitanti del villaggio. «Saremo noi a finire vittime di questa situazione, ne sono certo».
The New York Times La Repubblica  (Traduzione Fabio Galimberti)

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PREZZI ALLE STELLE: COLPA DEL CLIMA E DI CHI SPECULA

di Maurizio Ricci, da “la Repubblica” del 4/2/2011 

   Possiamo chiamarla la dieta dell’effetto serra. È un menu da antica campagna, più che da gourmet: patate, fagioli, lenticchie. Proteine e carboidrati dovremo cercarli lì. Perché, nel futuro, ci sono meno pasta, meno pane, meno carne, meno uova, latte, formaggio.

   Ma non ci costerà di meno, anzi, più di oggi. C’ è una crisi del cibo, infatti, che sta per scatenarsi, quest’anno, in forma e misura non diversa dall’ultima crisi, quella del 2008. In buona parte, è il risultato di una serie di eventi climatici estremi, che si sono abbattuti sulla produzione agricola mondiale

   Nessun esperto è pronto a giurare che sia un effetto diretto del riscaldamento globale del pianeta, ma quasi tutti scommettono che questi eventi si ripeteranno sempre più spesso in futuro. In ogni caso, dunque – sia o non sia l’ effetto serra il responsabile – la crisi si proietterà al di là del 2011. Anche perché due altri potenti fattori influenzeranno sempre più quello che ci troveremo di fronte a tavola: l’aumento del reddito e della popolazione nei paesi emergenti, che, forse, dovremmo cominciare a definire neo-ricchi.

   L’ elenco degli eventi climatici eccezionali degli ultimi dodici mesi è impressionante. Siccità e incendi in Russia. Alluvioni in Bangladesh, in Pakistan, in Australia. Siccità nelle grandi pianure dell’ovest degli Stati Uniti, in Brasile, in Argentina, in Cina. Troppa pioggia in Indonesia. Troppa poca neve a ovest del Mississippi.

   In un mercato del cibo sempre più globalizzato (le importazioni di derrate alimentari hanno superato, l’anno scorso,i mille miliardi di dollari), non sono paesi qualsiasi. Come spesso capita con le materie prime, la produzione agricola mondiale destinata ai mercati esteri è concentrata in pochi paesi. Il 60% del granturco e il 30% della soia sui mercati mondiali vengono dagli Stati Uniti. Il 60% dello zucchero viene dal Brasile. Quando il clima avverso colpisce uno di questi paesi, le ripercussioni si avvertono in tutto il mondo.

   Riprendete la lista di prima: sono tutti grandi produttori di una o più derrate cruciali. Russia, Usa, Australia, Argentina: frumento. Usa, Brasile, Argentina: soia. Usa, Argentina: granturco. Brasile, Australia: zucchero. Indonesia: riso. A queste crisi mondiali, si aggiungono crisi locali: le cipolle in India, l’olio per friggere in Indonesia. Il risultato è che, nel giro di un anno, i prezzi delle materie prime alimentari sono, in media, più che raddoppiati.

   Solo fra giugno e dicembre, registra la Deutsche Bank, i prezzi dei cereali sono cresciuti del 57%, del 56% per oli e grassi, del 77% per lo zucchero. L’ impennata improvvisa non si ferma. Ieri, la Fao ha comunicato che il suo indice dei prezzi alimentari ha superato, a gennaio, il record storico segnato a dicembre.  L’aumento, solo su dicembre è del 3,4%. Ma il frumento, ad esempio, dall’inizio di dicembre è rincarato del 13.

   «Questo livello dei prezzi non scenderà nei prossimi mesi», prevede uno degli economisti della Fao, Abdolreza Abbassian. In realtà, molti esperti pensano che sia destinato, piuttosto, a salire ancora, perché le tensioni fra domanda e offerta non si sono ancora trasferite pienamente sui prezzi, né per il frumento (pane, pasta), né per carne e latte (granturco e soia, largamente utilizzati come mangimi animali). 

   La differenza con il 2008 è stata, finora, che dopo due anni di buoni raccolti i magazzini mondiali erano relativamente pieni. Ma è sempre meno vero: il ministero dell’ Agricoltura americano calcola che, ad agosto, le riserve di granturco nei silos saranno pari solo al 5,5% della domanda, il livello più basso degli ultimi 15 anni.

   Di solito, nei cicli economici, l’aumento dei prezzi delle materie prime arriva relativamente tardi, quando la ripresa è al culmine. Questa volta è arrivata molto presto, anche per via degli eventi climatici, quando la ripresa è ancora incerta. Il risultato è che i venti di inflazione (con gli effetti che hanno sul costo dei debiti pubblici) già soffiano, ad esempio in Europa, dove l’economia stenta a decollare.

   Ma l’esperienza delle rivolte per il cibo del 2008 mostra che, quando c’è di mezzo il mangiare, l’impatto sociale può essere devastante. E, a oscurare lo scenario dei prossimi mesi, la speculazione è già al lavoro. Come, in giro per il mondo, le industrie stanno riempiendo i loro magazzini di acciaio, gomma, cotone per difendersi da un futuro aumento dei prezzi, così stanno facendo i protagonisti del mercato alimentare.

   È probabile che lo facciano anche i grandi trader di Ginevra, manovrando i tempi di consegna, ma lo fanno soprattutto gli Stati, ansiosi di evitare che le piazze delle loro città si riempiano di gente in rivolta per il prezzo del pane o del riso. E non è un caso, di fronte a quello che è avvenuto in queste settimane in Tunisia e in Egitto che, a fare incetta di grano, siano i governi del Nord Africa e del Medio Oriente.

   Nel solo mese di gennaio, l’ Algeria ha importato un terzo del frumento che, abitualmente, compra ogni anno. L’ Arabia Saudita intende raddoppiare le sue riserve di grano. Il Bangladesh ha raddoppiato la sua previsione di importazione di riso. Queste derrate, sottratte al mercato mondiale e stivate nei magazzini statali, incideranno ulteriormente sulla disponibilità dei prodotti e sui loro prezzi. Ma non c’è solo questo.

   Il problema, quando a comprare sono i governi, è che i tradizionali meccanismi di mercato, per cui la domanda scende quando il prezzo è troppo alto, non funzionano più. Per evitare la rivolta nelle piazze, le capitali arabe, africane, asiatiche sono disposte a comprare a qualsiasi prezzo.

   Per la speculazione finanziaria, è un’autostrada senza ostacoli. Anche se uno o due buoni raccolti potranno placare la tempesta, nota Gerald Nelson, un esperto dell’ International Food Policy Research Institute, le tensioni sui mercati alimentari sono destinate a durare a lungo per la crescente domanda che viene dai paesi emergenti, dalla povertà e dalla fame: «È qui che nei prossimi anni si concentreranno gli aumenti di popolazione e di reddito previsti a livello mondiale. E sono anche i paesi che più subiranno l’impatto dei cambiamenti climatici». – MAURIZIO RICCI

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DAVOS – il World Economic Forum

EGITTO E TUNISIA: 100 RIVOLTE COSI’, PREVEDE DAVOS

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 28/1/2011

   Da dove ci piomberà addosso il prossimo cigno nero? No, questo “Black Swan” non è il thriller con Natalie Portman nella parte della ballerina, candidata all’Oscar. Il cigno nero è una metafora statistica entrata nel gergo della finanza, si definisce come “un evento ad alto impatto, bassa probabilità, bassissima prevedibilità”.

   Esempio classico: la crisi dei mutui subprime del 2007. L’interrogativo sui cigni neri appassiona davvero il World Economic Forum. Chi riuscisse a prevedere il prossimo choc planetario, che si tratti di un leader politico o di un grande capitalista, avrà un vantaggio su tutti. Potrà usarlo bene – predisporre antidoti, limitare i danni – o semplicemente arricchirsi speculando nella direzione giusta. La caccia al cigno nero vale i 50.000 euro (500.000 per le imprese) che sono il “gettone d’ingresso” per infilarsi nelle riunioni tra Vip a Davos. Ed ecco la Top Five dei “cigni neri” emersa nelle prime 48 ore del summit svizzero.

   Al primo posto fra i mega-rischi secondo i potenti della terra viene lo choc da iperinflazione delle materie prime, soprattutto alimentari. Al secondo si piazza la miscela esplosiva “alta disoccupazione giovanile più Internet”: il risultato sono cento Tunisie all’orizzonte, e non soltanto nel mondo arabo.  Solo al terzo posto arrivano le bancarotte sovrane, certo pericolose, però già un po’ scontate negli scenari attuali.

   A sorpresa, al quarto e quinto posto si piazzano invece due “choc positivi” (gli eventi definiti cigni neri sono imprevedibili e potenti, ma non necessariamente catastrofici). Questi potrebbero dare una sterzata benefica al nostro futuro: sono il pensionamento dei baby-boomer in quanto apertura di un nuovo mercato tra le “pantere grigie”; e l’impennata dei salari in Cina con tante ripercussioni favorevoli.

   Dell’allarme più condiviso si fa interprete qui il presidente dell’Indonesia, Susilo Yudhoyono: «La prossima guerra economica sarà sui prezzi alimentari, sul pane e il riso, sulle penurie». Lui ne sa qualcosa: governa la quarta nazione più popolosa del pianeta, una neo-potenza ricca di materie prime, che fu scossa da tumulti popolari all’inizio del 2008 nella precedente fiammata inflazionista. E’ d’accordo l’economista Jeffrey Sachs che dirge lo Earth Institute alla Columbia: «Il caro-alimenti arricchirà alcuni paesi emergenti, ne destabilizzerà altri».

   Gerard Lyons della banca Standard Chartered allarga l’impatto a tutti noi: «La ripresa mondiale finirà per inciampare proprio lì, sull’inflazione delle materie prime». La finanza, ancora una volta, farà da amplificatore del disastro. «Nei Bric (Brasile Russia India Cina) ci sono già le premesse per delle bolle speculative, se ci si aggiunge una fiammata d’inflazione ecco da dove partirà la prossima crisi finanziaria mondiale». 

   L’opinionista Fareed Zakaria di “Time”, moderatore di uno dei dibattiti, è convinto che «le banche centrali stanno ignorando la bolla delle materie prime, proprio come nel 2000 ignorarono quella di Internet e nel 2007 quella del mercato immobialiare: a nostro rischio e pericolo». L’industriale Klaus Kleinfeld, che dirige il gigante dell’alluminio Alcoa, vede una strategia praticabile per proteggerci da questo cigno nero: «La pressione reale per il rincaro delle materie prime è sì formidabile: deriva dall’urbanizzazione dei giganti asiatici, dal boom dei loro consumi, dall’arricchimento dell’altra metà del pianeta. Ma può e deve scattare la ricerca di sostituti intelligenti, l’innovazione che punta sui nuovi materiali, solo la creatività e tanta ricerca scientifica possono salvarci».

   Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton e consigliere economico di Obama fino al mese scorso, punta il dito sul secondo cigno nero. «Metà della popolazione del pianeta oggi ha meno di 25 anni. E sono i più interconnessi attraverso le tecnologie digitali, i siti sociali, Facebook e Twitter. Sono anche la fascia della popolazione che, dalla Spagna al Medio Oriente, soffre tassi di disoccupazione fino al 40%, il doppio degli adulti. Quante altre Tunisie vedremo esplodere?». 

   L’altra faccia dell’evoluzione demografica potrebbe invece salvarci, secondo il capo di McKinsey Dominic Barton: «Dell’invecchiamento si parla quasi sempre come un disastro per i conti della previdenza. Invece sarà uno choc positivo. La progressiva andata in pensione delle generazioni del baby-boom (nate fra il 1945 e il 1965) sta per creare un’enorme domanda aggiuntiva di nuovi servizi, servizi alla persona, per il benessere fisico e psichico, per il tempo libero, la cultura. Ne deriveranno miriadi di nuove opportunità di lavoro».

   In quanto allo choc positivo sui salari cinesi, lo ha quantificato il segretario al Tesoro Usa, Tim Geithner: «Da luglio il renminbi si è rivalutato solo del 3% sul dollaro, ma se si aggiunge l’aumento dei salari operai, la vera rivalutazione cinese è già al 10% annuo». Questo significa più consumi interni nella nazione più popolosa del mondo. Perché l’Occidente possa approfittare di quel mercato, però, il World Economic Forum indica che dobbiamo puntare sul “modello Bmw”: alta tecnologia, alta qualità.

   Il modello lo riassume un imprenditore tedesco, Eckhard Cordes del gruppo Metro: «La questione non è se l’Occidente può farcela a seguire l’esempio della Germania. Deve farcela, non ha alternative. Solo investendo nell’istruzione e nella ricerca, garantendo ai giovani posti di lavoro qualificati, potranno permettersi un Welfare come quello che gli abbiamo lasciato». (Federico Rampini)

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“Ecco come sarà Davos tra un decennio” (28 gen 2011)

Davos, l’Africa guida la riscossa dei più poveri  – La povertà delle nazioni non è più quella di una volta. La vera novità di Davos non è tanto la forza dei Bric (Brasile Russia India Cina), ormai stranota, ma il successo degli ultimi della classe: Bangladesh, Tanzania, Etiopia, Uganda, Vietnam, Mozambico, Uzbekistan nel 2005 concentravano i due terzi degli abitanti più poveri della terra, oggi hanno tutti dei ritmi di sviluppo eccellenti. Uno studio della Brookings Institution rivela che nell’ultimo quinquennio mezzo miliardo di persone sono uscite dalla miseria estrema. Entro il 2015 la quota della popolazione africana sotto la soglia della povertà assoluta si sarà ridotta sotto il 40%, un risultato che la stessa Cina ottenne solo a metà degli anni Novanta.

Davos, il futuro è tri-polare

Un futuro tripolare. E’ la fotografia dell’economia globale che emerge al World Economic ForumI paesi emergenti hanno staccato tutti, la loro fuga in avanti è fatta di tassi crescita doppi o tripli rispetto a tutti gli altri, ma ha un costo alto: la rinascita di un’inflazione che è il loro unico pericolo grave. Il secondo polo è l’America, già oggi in grado di crescere due volte più velocemente dell’Europa, a riprova che il sistema politico-sociale degli Stati Uniti non tollera lunghi periodi di stagnazione; ma con una ripresa drogata dal debito. Il terzo polo è un’Europa che non ha superato il rischio di bancarotte sovrane ed è l’area economica più debole del pianeta. Rispetto al Davos 2010 l’Eurozona si presenta con una fisionomia nuova: l’effetto politico delle crisi greca e irlandese è avere definitivamente consolidato l’egemonia della Germania.

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GINEVRA

NEL GRANAIO DEL MONDO: DOVE NASCE LA BATTAGLIA DEL CIBO

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 4/2/2011

   Mohamed Bouazizi, il giovane ambulante tunisino che si è dato fuoco a dicembre avviando la rivoluzione del gelsomino, non lo sapeva. Ma parte della sua disperazione, e di tutti quelli che sono scesi in piazza per le rivolte del pane a Tunisi o al Cairo, nasce proprio nella città di Calvino. Il più grande silos della Terra.
   A Ginevra passa molta della produzione agricola mondiale. Questo è l’epicentro del terremoto delle materie prime che sta facendo impazzire equilibri politici e sociali. Una corsa sfrenata, con rialzi spettacolari e prezzi mai visti prima. Lo zucchero ai massimi da trent’anni, il caffè che ha superato le quotazioni degli anni Novanta. Grano, mais e soia con incrementi dal 30 al 70% rispetto a un anno fa. Un ottovolante nel piatto. I prodotti non arrivano mai fisicamente in Svizzera.
   Eppure sono le 400 aziende specializzate nelle commodities agricole che decidono i destini di quello che mangiamo,o quantomeno il loro prezzo. Un ruolo sempre più forte e controverso, iniziato oltre un secolo fa, quando il mitico Orient Express faceva tappa a Losanna e i commercianti svizzeri organizzavano già il collegamento delle merci tra Asia ed Europa.
   La cucina di Jean-Louis Gourbin non assomiglia a nessun’altra. Schermi al plasma, numeri che lampeggiano, montagne russe di istogrammi. Una sala trading sulle rive del lago Lemano che profuma di grano, mais, caffè. «In questo momento stiamo sorvegliando il riso», racconta bacchettando con una penna sui televisori. I coltivatori americani hanno appena annunciato l’ennesima riduzione dei raccolti. Gourbin è un vivandiere particolare, alle prese con sofisticati contratti finanziari, equilibri geopolitici, sorprese del meteo.
   Sul suo tavolo sono arrivati aggiornamenti sulle piogge torrenziali in Malesia, che rischiano di compromettere la produzione di olio di Palma, mentre la Costa d’Avorio ha improvvisamente bloccato le esportazioni di cacao. «Il nostro lavoro sta diventando sempre più complesso e imprevedibile», dice il direttore di Bunge Europe, azienda leader dell’intermediazione di derrate.
   Tutto accade in pochi chilometri quadrati. A Ginevra si smerciano ogni giorno milioni di tonnellate di cibo. Ci sono le sedi delle più importanti società di trading, come Bunge, Cargill o Louis Dreyfus. Questa città che non ha affacci sul mare né porti è paradossalmente il quartier generale di molte aziende di trasporto che organizzano navi container e traversate transoceaniche per le derrate.
   Le compagnie assicurative coprono i rischi, le banche finanziano i contratti, gli avvocati forniscono la consulenza legale. «Nessun’altra città riunisce tutte le competenze necessarie per l’intermediazione di materie prime attraverso il mondo», spiega con orgoglio Geert Descheemaeker, segretario generale del Gtsa, Geneva Trading and Shipping Association.
   L’aumento delle imposte sul settore in Gran Bretagna ha definitivamente convinto molte aziende a traslocare da Londra a Ginevra. «Dalla prima impennata dei prezzi delle commodities nel 2008 – continua Descheemaeker – questa città è diventata per tutti ” the place to be “». Nel settore lavorano almeno 8mila persone, con un giro d’affari annuo paria oltre 600 miliardi di euro. Dal 2006, le aziende registrate a Ginevra nell’intermediazione di materie prime agricole sono raddoppiate. Quando, a novembre, è stata organizzata la fiera Global Grain si sono registrati migliaia di rappresentanti da oltre cinquanta paesi.
   La febbre delle commodities agricole ha contagiato anche le università svizzere che offrono nuove specializzazioni. «Mancano professionisti, molte aziende fanno vere e proprie aste per accaparrarsi i giovani diplomati – racconta il segretario del Gtsa – per chi lavora in questo settore non esiste disoccupazione». Prima di diventare il borsino mondiale del cibo, la città svizzera era diventata famosa per i petrodollari.
   A Ginevra si scambia un terzo della produzione di petrolio e quasi tutto il greggio (80%) in provenienza da Russia e Kazakistan. «Ma il nostro è un mercato aperto e più trasparente di quello del petrolio», assicura Jean-Louis Gourbin. «Non abbiamo bisogno di speculare sui prezzi, i nostri guadagni provengono dalla logistica che offriamo e dalla nostra lunga competenza nel settore», dice ancora il direttore di Bunge Europe, che l’anno scorso ha comprato e rivenduto 141 milioni di tonnellate di materie prime, un giro d’affari di 13,8 miliardi di dollari.
   Tra il 2007 e il 2008, durante la prima crisi delle materie prime, il Programma alimentare mondiale aveva calcolato che 150 milioni di persone erano rimaste senza cibo. I segnali per l’anno appena cominciato non sono buoni: i futures hanno toccato nuovi record e tutti gli esperti prevedono che i rincari alimentari continueranno.

   «Non possiamo permettere che pochi speculatori affamino milioni di persone», ha ripetuto Nicolas Sarkozy partecipando al forum economico di Davos, a poca distanza da Ginevra. Il presidente francese ha messo tra le priorità del G20 le misure per contenere la volatilità dei mercati agricoli. Ma nelle stanze ovattate di Ginevra nessun operatore accetta il ruolo di imputato. Gli speculatori, rispondono, sono a Londra e New York. «Non siamo finanzieri – precisa il direttore di Bunge – ma commercianti. Mettiamo in collegamento domanda e offerta. Lavoriamo con prodotti solidi e reali, non siamo per nulla nel mondo virtuale dei derivati».
   Il Fondo monetario internazionale e persino la Commissione Europea ha smentito Sarkozy, sostenendo che non sono i titoli derivati ad aver provocato l’impennata del prezzo delle derrate. «Diciamo che ci sono molti indizi e nessuna prova». Emmanuel Fragnière, docente di gestione del rischio alla Haute Ecole di Ginevra, punta lo sguardo sul distretto finanziario della città. Dal 2002, i contratti a termine sulle materie prime sono aumentati del 500%. Quasi metà dei silo di stoccaggio, spiega ancora l’esperto, appartengono oggi alle banche. «Nessuno vorrà ammetterlo e i controlli sono difficili – aggiunge Fragnière – ma ci sono performance di alcuni istituti di credito che parlano chiaro».
   Nella rue de la Confédération, davanti alla famosa cioccolateria Gilles Desplanches, l’immobile azzurro di Bnp-Paribas ospita quattrocento trader specializzati nelle materie prime. Jacques Olivier Thomann è il responsabile del settore delle commodities. «I contratti a medio o breve termine sono sempre stati uno strumento per garantire le operazioni del settore, mai un mezzo fine a se stesso».

   Secondo questo banchiere in grisaglia gran parte dei rincari alimentari di questi mesi provengono dai cataclismi naturali. Gli incendi in Russia, il fenomeno di Nina in Asia. E poi c’è la crescita demografica, il boom dei paesi emergenti. «La vera sfida per regolamentare i prezzi non è sui mercati finanziari – aggiunge Thomann – ma nell’economia reale».
   Quest’anno la richiesta di terre coltivate raggiungerà un altro massimo storico, pari a 1,744 miliardi di tonnellate, mentre l’offerta diminuirà a 1,718 miliardi. Le regole dell’agricoltura, conclude il banchiere, sono cambiate. I contadini possono decidere all’improvviso di cambiare coltura per aumentare il reddito, come sta accadendo negli Usa o in America Latina con i biocarburanti. E le rivolte del pane saranno veramente il pericolo del prossimo decennio? «Qualunque previsione può essere cancellata da eventi esterni, climatici o politici». La febbre del cibo è appena cominciata. (Anais Ginori)

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PROPONIAMO qui alcuni interventi, SUI TEMI AGRICOLI, che ci sono stati nei mesi passati, in questo blog, di LUCA PICCIN, nostro collega GEOGRAFO, di VITTORIO VENETO, che in questo periodo vive, lavora e studia nell’ISOLA DI REUNION, un’isola dell’Oceano Indiano situata ad est del Madagascar e molto vicino alle Mauritius, e che è una regione del Dipartimento d’Oltremare della Francia.

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SULL’AGROECOLOGIA

Vorrei proporre un esempio di trasformazione virtuosa. Molto semplicemente si tratta dell’agroecologia.

ESEMPIO : il CIRAD (centro internazionale di ricerca in agricultura e sviluppo) da anni ha svolto sperimentazioni nei paesi tropicali (Madagascar, Brasile, Sud’Est asiatico e altri ancora). Sull’isola de La Réunion è in corso un vasto programma denominato GAMOUR, ovvero Gestione delle Mosche à La Réunion.

   Si tratta di un protocollo di misure agroecologiche appliacato alla gestione degli agrosistemi, in particolare per la produzione di frutti e verdure. Tra le varie misure a prendere posso citarvi l’AUGMENTARIUM, una semplicissima struttura ricoperta da un telo con una griglia sulla superficie superiore. Il contadino che trova un frutto punto dalla mosca non lo getta nel cumulo a bordo campo, ma all’interno di questo telo. I vermi che si schiuderanno dalle uova all’interno del frutto daranno origine a migliaia di mosche, ma queste sono intrappolate e non andranno a pungere altri frutti.

   Al tempo stesso la griglia permette ad altri insetti parassiti delle mosche di entrare. Questi parassiti delle mosche, una sorta di piccole vespe, pungono le mosche stesse : in questo modo una larva crescerà nutrendosi della mosca che la ospita. Con questo sistema si riducono gli insetti nocivi e si favorisce lo sviluppo di insetti favorevoli.
   Questa misura semplicissima e poco costosa fa parte di un più vasto protocollo che ha dato risultati ottimi laddove applicato (Isole di Hawai). Attualmente la camera dell’agricoltura dell’isola de La Réunion lo sta proponendo ad un numero crescente di agricoltori, tutti entusiasti di vedere dei progressi nelle loro aziende, riducendo l’uso dei pesticidi.

   L’agroecologia si basa sulla gestione dell’agroecosistema e favorisce un’agricoltura su piccola scala, sostenibile economicamente, socialmente e ambientalmente. Anche questo modo di produrre è sostenuto dalla FAO. L’agroecologia è sempre più presente nei programmi di numerose università e si fonda su un sapere multidisciplinare che include la conoscenza dei saperi delle comunità locali. Molto spesso infatti, i contadini adottavano pratiche oggi sacrificate sull’altare del “progresso”, ma che si dimostravano in realtà sostenibili.
   Per tutti i veneti che leggono si può ricordare l’associazione radicchio e mais, con il primo che era seminato tra i filari di granoturco, il quale lo proteggeva dal freddo… O ancora l’associazione gelso-vite. Di esempi simili ne esistono a migliaia nel mondo, basta osservare, o magari chiedere al nonno!

   Vorrei infine aggiungere e far notare che l’attuale sistema impone al produttore che adotta criteri ecosostenibili di pagare la certificazione, con conseguente aumento del prezzo, a differenza di coloro che seguono metodi intensivi e più impattanti. Trovo che sarebbe più giusto premiare colui che adotta tali criteri e magari disincentivare pratiche meno ecologiche. Ovviamente il ruolo dell’educazione/sensibilizzazione è fondamentale. (l.p.)

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SU SLOW FOOD E L’EDUCAZIONE AL GUSTO

   La forza di Slow Food è nel proiettarsi in un avvenire prossimo, mettendo al centro di questo i VALORI. Petrini parla a proposito di un nuovo rinascimento, e per quel che penso, è questo l’unico modo per cambiare quello che non va, le distorsioni del mondo attuale. Buono, pulito e giusto, sono parole che rinviano a piacere, ecologia, equità. (…) Un punto forte di Slow Food è l’EDUCAZIONE AL GUSTO. Una visione molto più larga, olistica : il cibo è una RETE, è scienza, ma pure cultura, territorio, società, economia, ambiente.
   E infatti, la vera modernità e il progresso sono qui sotto i nostri occhi : la RETE. Slow Food ha saputo mettere in contatto grazie ad INTERNET produttori e consumatori del mondo intero, tutti uniti in una stessa comunità di destino. E noi geografi e lettori di questo blog siamo parte di tutto questo, in quanto ne stiamo discutendo, stimolando riflessioni e difendendo la posizione di coloro che sono per una TRASFORMAZIONE VIRTUOSA. (l.p.)

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I VENETI E IL FUTURO RAPPORTO CON IL MONDO RURALE

   Come sostengo in continuazione su questo blog geografico, la terra ha un valore che non si può ridurre alla sola dimensione economica. Oggi la terra è considerata un fattore produttivo, al pari di un kilo di cemento o di un litro di fertilizzante.
   I veneti sono metal-mezzadri oggi, ed erano contadini ieri. Domani questo legame con la terra non potrà certo sparire e a ricordarcelo ci pensa la terra stessa (sappiamo bene che terre e acque hanno le loro logiche…). Luca Zaia è abile a giocare sull’immagine del veneto contadino, ma bisogna riconoscere che il suo punto di vista e i suoi contributi hanno portato a risultati invidiabili : la viticultura veneta è un fiore all’occhiello, Bardolino, Amarone, Valpolicella, Soave, Colli Euganei, Piave, e sopratutto Prosecco sono tante produzioni e tanti territori sapientemente gestiti da coloro che “zappano la terra”. Costoro sono fieri di fare un lavoro giustamente remunerato : i 7 euro per la bottiglia di Cartizze possono sembrare molti, ma una giornata trascorsa su questa collina può dare soddisfazioni che non possono essere monetizzate con calcoli o indici matematici.
   Zappare la terra non significa poi che dovremo vivere di stenti e in autarchia! Dobbiamo ridare valore alla terra, prenderci cura di essa. Perché anche fare il Prosecco può portare a degenerazioni (si veda il post sull’inquinamento) quando siamo accecati dal mito della crescita senza fine.
   Per questo rimettere la terra (ma potrebbe essere anche l’acqua, o il paesaggio elemento unificatore) al centro, riconoscere il suo valore è una via nobile e virtuosa per uno sviluppo armonioso. Il Veneto dei distretti non deve cadere in una logica autoreferenziale dove il territorio si riduce a spazio produttivo, sostegno fisico per costruire capannoni e infrastrutture, dovrebbe essere evidente!
   Esistono spazi che non entrano in questa logica, isole di territorio che dovrebbero essere valorizzate per quel che sono, dei patrimoni in cui ritrovare il nostro legame con i luoghi. Un’agricultura multifunzionale, che non si limita a essere una mera fornitrice di derrate a basso costo, dovrà riprendere il suo posto nel Veneto di domani.

   Fattorie didattiche per i bambini della città reticolare che non hanno avuto il piacere di vivere “in tea cort” dei nonni. Aziende biologiche che forniscono prodotti sani e rispettosi dell’ambiente. Prodotti di qualità che valorizzano territori, come castagne delle colline, formaggi delle malghe, vigneti… Agriturismi dove ritrovare il gusto delle tavolate della domenica, magari attorno ad una polenta fumante che ci ricorderà le nostre origini contadine, non più vergogna ma vanto e orgoglio di un’identità ben più concreta di richiami a repubbliche marinare o a tribù protostoriche!
   In questo senso, zappare la terra è un’attività che riacquista tutto il suo significato, e che non è il fine dell’azione territoriale, ma una delle sue componenti, complementare a tante altre, e grazie alla quale il territorio ci guadagnerà in termini di resilienza.

PS (…) … E quanto ai capitali stranieri, c’è da chiedersi perché ne avremo tanto bisogno ? Sono già passati di qui tedeschi, svedesi, americani, hanno prodotto e inquinato, e poi hanno sbattuto la porta senza guardare in faccia quei quattro poveracci sul tetto del capannone. E anche tanti veneti, oggi più metal che mezzadri, sono saliti sul treno per investire altrove, dove il campo è libero e fecondo, lasciando quel che resta a chi ha voglia di provare. (l.p.)

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LA DENOMINAZIONE DI ORIGINE CONTROLLA E GARANTITA

PARTE 1   

Il sistema italiano delle DOC e ora anche DOCG è un modello, al pari di quello francese a cui si ispira. (…)  Risulta chiaro che allo stato attuale, all’interno di molte denominazioni prevale la logica economica, in questo caso tirata da un contesto favorevole al Prosecco, che incrementa le sue vendite e esportazioni, mentre lo Champagne perde importanti fette di mercato. In breve la concorrenza è internazionale e i produttori di Prosecco hanno saputo entrarci alla grande.
   E’ però vero anche che la qualità è una costruzione sociale, specie nel caso delle DOC. Essa è cioè il frutto di negoziazioni che si concretizzano nello stabilire il disciplinare di produzione. Negoziazioni che non sempre si svolgono linearmente, ma possono anche essere nodi conflittuali tra posizioni opposte.
   In questo senso (…) sembra concretizzarsi la necessità di una modifica al disciplinare. Sapranno i produttori rinunciare ai potenti mezzi di irrorazione per adottare metodi meno impattanti e/o più mirati?

   Va ricordato che il Prosecco sta assumendo il carattere di una monocultura, questo soprattutto in quei territori che non fanno parte della DOCG (11 comuni “storici”), ma che sono comunque inclusi in una DOC che include diverse province (anche il Friuli!). Le monoculture sono pericolose, portano a una riduzione della biodiversità e banalizzano il paesaggio, magari non a Valdobbiadene, dove le “rive” vitate ne fanno l’unicità, ma piuttosto nelle zone limitrofe… E’ importante rendersi conto del fatto che la strategia di continuare ad esportare Prosecco in quantità ed estendere le superfici non è sostenibile.
   Modificare il disciplinare in favore di tecniche che prendano in considerazione la biodiversità è senza dubbio la via da seguire. Il Prosecco si è fatto largo come vino di qualità superiore. Sedersi sugli allori sarebbe un errore pagabile a caro prezzo; la sola via è quella di un continuo miglioramento della qualità, oggi intesa come qualità ambientale. In questo senso l’Origine Controllata sarà sinonimo di un territorio di qualità, dove gli abitanti saranno fieri di viverci e non si lamenteranno come il post ha ben dimostrato.

PARTE 2
   Tecnicamente le cose non sono semplici. Nel 2007 ho svolto personalmente per il corso di ecologia a Padova un confronto tra un’azienda convenzionale e un’azienda biologica di Prosecco, nelle colline di Farra di Soligo. I risultati hanno dimostrato che il suolo dell’azienda biologica è più fertile, coperto di tessuto vegetale e più ricco di bioindicatori (coleotteri e altre specie).
   Ci sono però dei punti critici al metodo biologico nel Nordest. E cioè che il clima del nord-est è piuttosto umido, e non secco come al centro-sud. Questo è favorevole allo sviluppo dei parassiti : peronospera, oidio, ecc. Ora è bene sapere che in annate molto piovose, il vigneto biologico dovrà ricorrere a dosi massicce di solfato di rame, unico prodotto concesso. Concretamente, ciò si traduce in un trattamento successivo ad ogni precipitazione piovosa con la conseguenza di una presenza pericolosamente alta di molecole di solfato di rame nel suolo ed effetti nocivi sulla fertilità e sull’attività biologica che questo metodo avrebbe dovuto preservare.
   Per questo il biologico è così diffuso al centro-sud e meno al nord. Insomma, ci sarà lavoro per gli enologi e gli studenti di agronomia, che hanno nell’istituto Cerletti di Conegliano e nell’istituto sperimentale di Susegana dei riferimenti di indiscusso valore per lo studio della viticoltura.

CONCLUSIONE PERSONALE
“sanno che è vera quella frase (di cui un po’ si abusa) che vuole la tradizione come ‘un’innovazione ben riuscita’ e la mettono in pratica. Non abbandonano il vecchio per il nuovo, inseriscono piuttosto il nuovo nel sistema complesso che ha forgiato la loro identità”. Questa frase di Petrini mi fa pensare all’agroecologia e all’ecologia del paesaggio, discipline nascenti e in via di sviluppo, che propongono metodi alternativi di gestione dell’agroecosistema, di facile comprensione per gli agricoltori e ben più adattabili ai contesti locali, le quali hanno dato prova della loro efficacia non solo nel mondo occidentale, ma anche e soprattutto in molte aree povere del Sud del mondo. Per abusare delle frasi altrui : “ai posteri l’ardua sentenza”. (l.p.)

(p.s.: Per chi vuole approfondire vorrei segnalare una rivista ricchissima di esempi virtousi : Il Consapevole. Nel numero 21 per esempio c’è un articolo : “La pandemia silenziosa. Sempre più pesticidi sono utilizzati nei vigneti veneti che producono vini DOC” – Intervista a Luciano De Biase).

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SULLE RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE DEI TERRITORI

   Sulle pagine di Geograficamente ci siamo occupati spesso del tema di una riforma degli enti territoriali: i comuni, le province (soprattutto), le regioni, anche lo stato, perlomeno quando si parla di federalismo. Questi temi sono di un’attualità scottante, ma le difficoltà dovute alla diversità di vedute, alla difesa di posizioni consolidate e dei relativi interessi, alla tutt’altro che semplice realizzazione pratica delle soluzioni teoriche, sembrano destinate a far durare il dibattito ancora a lungo.

   E’ bene sapere che tale dibattito non è affatto specifico al contesto nazionale, ma se ne parla anche all’estero. Proponiamo nelle righe che seguono un articolo di un eminente geografo francese: Martin Vanier. L’articolo è estratto da un libro che raccoglie le opinioni di geografi provenienti da specialità diverse, il cui titolo è tanto curioso e ironico, quanto rivelatore: “Il territorio è morto, viva i territori”. Vanier solleva le tematiche scottanti summenzionate, e propone una tesi assai provocatoria, forse non condivisa da tutti, ma che ha il merito di identificare alcuni punti critici che potrebbero essere tanti stimoli per nuove idee e soluzioni ai problemi sollevati dai cambiamenti socio-spaziali dell’era del villaggio globale.

   I riferimenti sono per la maggior parte alla società francese, ma i paralleli con il caso italiano sono molteplici: spetta a noi lettori di trovare delle analogie e magari anche delle piste promettenti. Lo stesso Vanier ce ne offre una quando fa l’esempio del TGV, grazie al quale Lione fa ormai parte dello spazio parigino, poiché in meno di due ore lo spostamento è oggi possibile, ma anche Marsiglia, città mediterranea, lo è altrettanto, distante solo 1 ora e mezza dalla capitale, e presto anche le Alpi entreranno nello spazio-tempo di Parigi, grazie alla linea alta-velocità Torino-Lione…

   Ovviamente è vero anche il contrario, ecco perché occorre superare il principio di territorio. Se il tutto può sembrare ancora fantascienza, alcuni esempi più concreti ci riportano a terra. Prendendo il caso francese, si farà certo riferimento a una Decentralizzazione estranea al caso italiano e che ha portato alla creazione delle regioni negli anni ’70, fino alla creazione delle “collectivités territoriales” (non serve tradurre, no?) nel decennio successivo, oggi rimesse in discussione nella loro attribuzione di competenze.

   Più chiaramente si parla anche in Francia di “far sparire”, di “accorpare”, di “sopprimere”. I dipartimenti di napoleonica memoria sembrano realtà obsolete, resta il fatto che questi detengono prima fra le altre la gestione delle infrastrutture stradali… Anche se in Italia non abbiamo avuto una Decentralizzazione, è pur vero che la piramide vassalica corrisponde perfettamente all’ordine napoleonico con i comuni, le province (dipartimenti), e le regioni.

   E’ interessante notare che a questi tre ordini Vanier ne aggiunge un quarto: l’intercomunalità. Si tratta di un modo di agire che è oggi molto in voga in Francia. Troviamo così delle comunità di agglomerazioni, che non sono altro che raggruppamenti di quei comuni che compongono le cinture urbane, come potrebbe essere il caso di Padova. L’obbiettivo è di gestire meglio la vita cittadina, pensiamo per esempio all’organizzazione del traffico e dei trasporti collettivi.

   Le Denominazioni di Origine Controllata sono altri esempi comuni ai due paesi di un sistema di governance interterritoriale. Pensiamo a Valdobbiadene e Conegliano, nelle cui colline sono i viticoltori  a dettare le linee della pianificazione, a tutelare il paesaggio, a dare un’ossatura all’economia.

   E se in questo caso lo fanno all’interno della provincia di Treviso, non sono rare le zone a denominazione d’origine che si estendono su diverse province: così nel formaggio Asiago non sono solo gli allevatori vicentini ad approfittare della reputazione, ma attenzione attenzione, anche il vicino Trentino dei privilegi fornisce il latte per le ricercate forme dell’altipiano. Abbiamo così due regioni, diverse province (anche un allevatore trevigiano), e un solo altopiano: bell’esempio di interterritorialità.

   Altre comunità di comuni si costituiscono nei cosiddetti “pays”: ad esempio in Linguadoca, nella zona di Béziers, troviamo la comunità di comuni del “pays Cathare”, dove i beni patrimoniali, come i castelli e le chiese dell’eresia catara sono gestiti in modo collettivo, per una maggiore coerenza d’insieme a questa offerta turistica territoriale. Da noi qualcosa di simile potrebbe forse essere rappresentato dai distretti.

   Tuttavia mi permetto di dire che ancora una volta noi siamo più indietro. Così, mentre in Francia si trovano misure di cooperazione interterritoriale pressoché ovunque, e si va anche oltre con l’introduzione della contrattualizzazione, qui da noi anziché razionalizzare le comunità montane, si è pensato bene di eliminarle.

   Non sarebbe meglio, come Geograficamente ha più volte proposto, lasciar spazio a queste, così come alle aree metropolitane, in luogo delle obsolete e costose province? E’ chiaro come il sole che Treviso, per restare sempre in zona, non è certo più centrale di Padova o Castelfranco Veneto…  Gli esempi di comunità di comuni potrebbero continuare, pensiamo ancora ai Parchi e tutte le zone protette, ai consorzi di bonifica, alle aziende sanitarie locali… Una sovrapposizione di enti che corrisponde a un aumento di costi di gestione. Ora a me sembra più razionale, se il nuovo dogma è quello del rigore e del risparmio, sopprimere ciò che è vecchio e inutile, e lasciare spazio al nuovo, a ciò che sarà il futuro.

   L’esempio dell’Asiago dovrebbe farci riflettere. Una simile cooperazione è a benefico di tutti gli allevatori appartenenti al consorzio e questo a prescindere di privilegi più o meno evidenti e fastidiosi. Mi viene in mente il passo della Mauria, via che collega il Cadore con la Carnia: perché non ipotizzare una gestione locale in mano alle comunità ampezzane e carniche?

   E’ assai evidente che così facendo si andrebbe aldilà dei ridicoli referendum per potere avere un’erba migliore come quella del vicino. Dovrebbe essere lo stato l’interlocutore di queste comunità, e non la regione. Si eviterebbero inutili trasferimenti di denaro e passaggi burocratici e i fondi andrebbero a finanziare i progetti portati dalle comunità locali. Giusto per finirla con questa storia dei privilegi.

   Vanier indica una pista ulteriore ad una scala più ampia, come nel caso del programma INTERREG. E in questo caso è ancora più lampante la possibilità di creare delle opportunità di sviluppo tra spazi addirittura appartenenti a stati diversi.

   E parlando di stati diversi ecco l’esempio delle reti di telecomunicazione: chi gestisce i prezzi? Quale potere territoriale? E’ bene ricordare come è recente la riduzione/armonizzazione delle tariffe per l’invio di un SMS da uno stato all’altro dell’unione, datante 2007 o 2008, mi sia permesso il dubbio. Sarebbe interessante sapere come si forma il prezzo delle telefonate intercontinentali, non certo spiccioli.

   Anche qui, grazie a internet si creano delle emancipazioni spaziali, in un certo senso: quanti tra i nostri lettori avranno evitato gli operatori classici per chiamare a casa con il loro computer portatile? E’ questo un esempio dei tanti cambiamenti che hanno e continueranno a cambiare il nostro rapporto con il tempo e con lo spazio. Insomma, il cantiere dell’interterritorialità è tutto da costruire: a ciascuno di contribuire come può! (luca piccin)

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SUL PREZZO DEL LATTE

Il problema del prezzo del latte è grave. Nell’inverno scorso i produttori di tutta l’Europa hanno manifestato le loro difficoltà nelle più grandi città europee, Bruxelles compresa.   In attesa di un rinnovo della politica agricola comune, che pare lontano e incerto, sempre più consumatori in Italia e all’estero, acquistano latte direttamente dai produttori, risparmiando così soldi e riducendo i rifiuti. Il latte al distributore costa effettivamente meno al consumatore e consente ai piccoli allevatori di sopravvivere, riduce la produzione di rifiuti e il traffico sulle strade e soprattutto fa bene alla salute. E’ plausibile il sospetto che tutti questi pregi agli occhi del sistema industriale di produzione, consumo e cura siano, invece, gravissimi difetti? Questo sistema di distribuzione alternativo (e innovativo) è realmente interessante oppure è solo un nuovo business, oggetto di interessi contrapposti?

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SUL “PIANTARE ALBERI” (in merito a un articolo del blog dedicato a Wangari Muta Maathai, ambientalista, attivista politica e biologa keniota che nel 2004 è diventata la prima donna africana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace per “il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace”, e che ha sostenuto progetti di piantumazione di alberi nelle terre africane).

   Ah! Grande donna, la conoscevo già da tempo… Ho già piantato alberi, anche da prima che questa persona prendesse il nobel. Un pesco e un ciliegio, quest’ultimo in uno spazio pubblico perché tutti i bambini del vicinato possano apprezzarne i fiori e i frutti (ho sempre pensato che le amministrazioni pubbliche dovrebbero piantare essenze da frutto, anziché platani, aceri e compagnia bella… ).
   Influenzato dalla parabola di Wangari ho piantato anche dei nocciuoli di nespole nell’estate 2008, che ora sono già dei piccoli arbusti. Uno di essi sarà a breve messo a dimora nel terreno dello zio, che desidera farsi una siepe sempreverde. Quest’estate, sempre lo stesso zio, mi ha commissionato di estirpare un mirto dal sud della Francia per contribuire alla siepe… E alla produzione di liquore! Ovviamente estirperò non un mirto qualunque, ma in una zona densa di vegetazione, in modo che le altre essenza si svilupperanno più rigogliose, mentre il virgulto migrante troverà una dimora più accogliente…
   Infine penso di portare nocciuoli di albicocca e di ciliegia sull’isola de La Réunion, in modo da iniziare il fiorente commercio di questi frutti, per poi conquistare il mercato locale, regionale e… il mondo !

P.S. Consiglio la lettura di J. Giono : L’uomo che piantava gli alberi.

(…) Aggiungo anche che il presidio Slow Food del mais Biancoperla si estende sua zona molto ampia tra Rovigo e Pordenone, ciò che da un lato rende difficile la costruzione di un’identità collettiva…
Ma riconoscere e aiutare coloro che aderiscono a una tale iniziativa permetterebbe:
– di creare valore aggiunto per le aziende, attraverso il recupero di una coltivazione antica, conosciuta dal 1500, citata dall’agronomo G. Agostinetti ;
– di salvaguardare la biodiversità, trattandosi di una varietà locale recuperata grazie all’opera degli istituti di agraria di Lonigo e di Castelfranco V.to, soprattutto nell’ottica di un’opposizione (già sostenuta anche dal governo) alla diffusione degli OGM ;
– di farne uno strumento della pianificazione terrioriale, visto che l’esistenza di piccole realtà diffuse su una zona di produzione vasta, spesso alternate a zone costruite come vuole il modello policentrico veneto, può essere inserita in un contesto di multifunzionalità dell’azienda, sempre più considerata come futuro di un’agricoltura europea post-fordista ;
– di permettere a noi tutti di apprezzare un cibo gustoso, che per i valori non soltanto ecologici, ma anche identitari, che porta, è un vero e proprio patrimonio da preservare.

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SULL’AGRICOLTRA DEL MEDITTERRANEO

(…)forse non tutti sanno che l’Italia fa parte del Centro di Alti Studi Agronomici del Mediterraneo, rappresentata dal suo istituto di Bari (http://www.iamb.it ).

Questo centro lavora intensamente (col contributo di diversi geografi) per cooperare con Balcani, Turchia, vicino Oriente e riva Sud, per esempio sviluppando le Indicazioni Geografiche in questi paesi, che significa per loro un vantaggio derivante dal distinguere le eccellenze locali sui mercati, e per noi un allargamento a livello globale del sistema delle DOP-IGP, un settore tra i pochi in cui siamo ancora all’avanguardia… Anche se vien da chiedersi : per quanto tempo ancora?

(LUCA PICCIN, interventi ripresi dal blog sul tema AGRICOLTURA e politica del TERRITORIO)

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SE IL PAESE DEL BUON CIBO UMILIA I CONTADINI

di Carlo Petrini – 28/12/2010 – “la Repubblica”

   A fine novembre, nella totale indifferenza della classe politica italiana, la Commissione europea ha pubblicato un documento dal titolo La Pac verso il 2020: rispondere alle future sfide dell´alimentazione, delle risorse naturali, e del territorio. Pac sta per Politica agricola comunitaria.

   È uno dei capitoli più importanti della politica europea, anche dal punto di vista del bilancio. All´agricoltura è infatti destinato il 34% del bilancio complessivo dell´Unione, da sommare ad un ulteriore 11% destinato allo sviluppo rurale.

   Quarant´anni fa l´agricoltura assorbiva ben il 70% del bilancio comunitario, ma per una volta possiamo salutare questa inversione di tendenza con favore, perché, sia pure nella drastica riduzione dei fondi disponibili, sta cambiando in meglio sia il modo di utilizzarli, sia la visione complessiva di cui il comparto è oggetto.
   Le linee guida e le priorità di questo documento condizioneranno contributi, investimenti ed economie degli stati membri dell´Unione e per questo la discussione coinvolge classi dirigenti e società civile. In Francia, ad esempio, si costruisce non solo identità e comunicazioni, ma anche significativi pezzetti di economia, sulla competenza diffusa a proposito di agricoltura, e negli anni più recenti, il movimento della società civile si è coagulato proprio intorno a un sindacato contadino che, nel bene e nel male, non ha consentito che si smettesse di parlare di agricoltura nelle case, nei bar, sui giornali, anziché solo nelle “sedi deputate”.
   In Italia, invece, di agricoltura non si parla. Certo, il cibo è al centro dei nostri dibattiti culturali e mondani, economici e sociali. Negli ultimi vent´anni persino la sinistra ha iniziato ad accettare l´idea che occuparsi di cibo non è cosa indegna per un vero intellettuale, e la destra ha iniziato ad accettare l´idea che occuparsi di cibo non deve solo servire a solleticare i peggiori istinti identitari e nazionalisti. Ma l´agricoltura resta un argomento da evitare, buono per riunioni tecniche e convegni noiosi che potendo non si sceglierebbe di frequentare.
   Probabilmente l´Italia del dopoguerra, proiettata sulla siderurgia, l´edilizia, il massacro di coste e ambiente a fini di lucro e di sedicente progresso, vedeva nell´agricoltura un imbarazzante ritratto di quel che era stata: povera, arretrata, inadeguata. Così per decenni i ministeri dell´Agricoltura furono i meno ambiti, una specie di Vandea in cui confinare chi non era riuscito a meritarsi di meglio. Gli ultimi due ministri, pur appartenendo allo stesso governo, si sono distinti per politiche e visioni totalmente opposte. Quote latte, Ogm, nuova ruralità: se il primo, Luca Zaia, diceva bianco, il secondo, Giancarlo Galan, dice nero. C´è da chiedersi cosa pensino a Bruxelles di questa politica schizofrenica; di certo, queste contraddizioni non sono state intercettate dall´opposizione perché su questi temi è più confusa dei due ministri.
   Ci rincuora, invece, la recente presa di posizione degli assessori regionali all´agricoltura che, all´unanimità, hanno invitato il ministro Galan a rinunciare a stabilire le regole della coesistenza tra coltivazioni Ogm e coltivazioni convenzionali o biologiche e a definire invece le clausole di precauzione. L´Italia non ha bisogno di Ogm. Ha bisogno di un´agricoltura dei territori e della qualità, al servizio dell´ambiente e del tessuto sociale. Questo infinito, paziente lavoro lo svolge l´agricoltura di piccola scala, che è quella che dagli Ogm sarebbe completamente spazzata via, e che ha bisogno di riconquistare un posto nei conversari delle feste.
   Quanto sia in salita il percorso che collega la società civile alle sedi istituzionali lo abbiamo visto tante volte, eppure qualcosa sta cambiando.
   Per tutto il 2010, il nuovo commissario europeo all´Agricoltura, Dacian Ciolos, ha consultato non solo le organizzazioni di categoria, ma anche il movimento dei consumatori, le associazioni ambientaliste e i piccoli produttori. Questo confronto deve continuare e si deve sviluppare anche in Italia, altrimenti il nostro Paese resterà fuori da questo importante momento decisionale. Si fa un gran parlare di nuovi posti di lavoro e di come uscire da questa drammatica crisi e non si mettono in conto le straordinarie potenzialità di una nuova politica agricola.
   Il documento pubblicato dalla Commissione a novembre lascia ben sperare, perché chiarisce, fin dal titolo, che l´agricoltura è una cosa che riguarda parecchi settori: l´alimentazione, certo, ma anche l´ambiente e il territorio. La sostenibilità è la parola chiave, anche quando si chiarisce che uno degli obiettivi resta ovviamente quello di assicurare l´approvvigionamento alimentare: produrre, certo, ma in maniera sostenibile.
   Allo stesso modo, ed è il secondo obiettivo, occorre ragionare di comunità agricole, perché sono loro che garantiscono – a lungo termine – la gestione assennata delle risorse naturali, la mitigazione dei cambiamenti climatici, la tutela della biodiversità, la dinamicità di un territorio e la sua vitalità economica. E il terzo obiettivo ha di nuovo a che fare con la sostenibilità, quando parla di preservare le comunità rurali (che sono qualcosa di più complesso, diversificato e ampio delle comunità agricole), per le quali a partire dall´agricoltura è possibile creare occupazione locale, con una serie di effetti positivi a cascata sull´ambiente, la società, i territori.
   Per tutti questi motivi forse è giunto il momento di considerare non solo la matrice cristiana dell´Europa, ma il fatto che certamente gli europei hanno una matrice contadina. Proviamo a ricordarcene un po´ più spesso. (Carlo Petrini)

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2 thoughts on “LE RIVOLTE DEL PANE – AGRICOLTURA e ALIMENTAZIONE che non bastano a sfamare il mondo – Un rilancio delle produzioni agricole e del mondo rurale in ciascuna regione del pianeta (salvaguardando specificità, genuinità, salubrità ambientale, gusti e sapori; e DIRITTI DELLE COMUNITA’ CONTADINE)

  1. LUCA mercoledì 9 febbraio 2011 / 18:21

    Grazie per aver raccolto tutti i miei contributi sul tema.
    Sembrano effettivamente dar corpo a quel che Tu hai definito “progetto agricolo”…

    Il post è completo anche se ho qualcosa da ridire ai giornalisti e alla loro maniera (a volte distorta) di raccontare certe cose…
    Comunque il messaggio è chiaro e tutto quel che posso aggiungere è che :
    “siamo quello che mangiamo”.

  2. LUCA sabato 12 febbraio 2011 / 3:52

    Certamente che si spreca cibo !
    Nel film di E. Waghenhofer : “We fedd the world” si dimostra come con il pane gettato a Vienna ogni giorno si possa nutrire Graz, la seconda città del paese !
    Spetta a ognuno di noi di cambiare rotta e tra le persone volenterose ce ne sono anche in Italia come è stato messo in luce in questo post:

    https://geograficamente.wordpress.com/2011/01/13/last-minute-market-project-per-superare-l%E2%80%99oltraggio-del-cibo-sprecato-in-una-situazione-poi-di-crisi-economica-e-di-allargamento-diffuso-delle-poverta-%E2%80%93-la-virtuosa-redistribuzione/

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