Il MEDITERRANEO che si ricongiunge: la rivolta dei giovani dei paesi arabi chiede risposte positive dall’Europa – Una nuova era di sviluppo e pace nel “mare nostrum”, che torna ad essere ponte di un’unica grande area geografica

LAMPEDUSA - E' ripreso il ponte aereo per il trasferimento dei 1814 migranti che si trovano ancora a Lampedusa. Novantasette di loro sono stati imbarcati su un volo diretto al centro di accoglienza di Bari Palese. Un secondo volo da Lampedusa ha poi fatto rotta verso altri centri italiani. In precedenza, 70 tunisini, tra i quali c'erano trenta minori, erano stati imbarcati sul traghetto di linea per Porto Empedocle. Il sindaco di Lampedusa Bernardino De Rubeis, che si è incontrato a Roma con il ministro dell'Interno Roberto Maroni, ha detto che tutti gli immigrati lasceranno l'isola entro dieci giorni. – IL VIMINALE: "TUTTI A MINEO". Nel frattempo, al Viminale si sta per adottare la decisione di trasferire nel "villaggio della solidarietà" a Mineo (Catania) tutti gli immigrati attualmente alloggiati nei Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo ("Cara") che si trovano in sei diverse località della Sicilia, a Crotone in Calabria, a Bari e Foggia in Puglia e a Gradisca d'Isonzo nel Friuli. Tutto questo allo scopo di lasciare il posto ai tunisini approdati a Lampedusa negli ultimi giorni e quelli che - favoriti dalle buone condizioni del mare - quasi sicuramente continueranno ad arrivare. Il ministero sta perfezionando l'accordo con la società Pizzarotti di Parma, proprietaria del villaggio, composto da villette di 70 - 100 metri quadrati, che ospitavano i militari Usa della Nato. LE PERPLESSITA’ DELL’UNHCR. Ma questa decisione - semmai fosse adottata - suscita perplessità all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). "Se fosse confermato il provvedimento - ha commenatato Laura Boldrini, portavoce dell'UNHCR - si potrebbe verificare una sorta di terremoto nel sistema d'asilo, in quanto finirebbe per alterare l'attuale iter per la concessione della protezione internazionale. Un sistema che, seppure tra mille difficoltà e limiti, finora comunque ha funzionato. Per risolvere il problema della sistemazione dei tunisini arrivati a Lampedusa, in gran parte migranti in cerca di lavoro e non richiedenti asilo - ha proseguito la Boldrini - si finirebbe per stravolgere l'equilibrio dei centri di accoglienza, rallentando ancor di più il lavoro di accertamento che precede la concessione dell'asilo"

   Nel vedere le rivolte a catena che interessano paesi del Mediterraneo e del vicino e Medio Oriente, con popolazioni (in special modo i giovani) che “si prendono” la libertà che autorità dispotiche (spesso familistiche, dinastiche, appoggiate per decenni dall’Occidente) hanno sempre negato, ebbene, nel vedere questo viene in mente il 1989: la caduta del muro di Berlino, e le popolazioni dell’Est Europa che chiedevano di partecipare e condividere il sogno della casa comune europea.

   In quell’occasione l’ ”Europa” libera si dimostrò del tutto impreparata: come adesso sta accadendo con le popolazioni, i giovani che si ribellano, si son ribellati, in Tunisia, in Egitto (ma anche in Libia, Algeria, Iran, in Giordania, in Libano, nel Bahrein…).

   Nel dopoguerra funzionava, nell’Europa “libera”, una radio, rivolta verso quei paesi a regime comunista, che trasmetteva le sue onde, i suoi messaggi verso l’Est: si chiamava Radio Free Europe. Il messaggio era chiaro: liberatevi dei regimi che vi opprimono, condividete il nostro sogno di democrazia realizzata. Quando accade che essi “si liberarono”, appunto nel 1989, quei popoli rimasero delusi da chi lanciava quei messaggi di libertà.

   Era come se in una casa, in una famiglia, fosse andato in guerra uno zio, un parente, e non fosse più tornato. Lo si è aspettato per qualche anno, poi si è data per certa la sua scomparsa definitiva, la sua morte, e si è occupato la sua camera, i suoi spazi di vita dentro la casa e la famiglia. All’improvviso, dopo anni, quel parente ritorna (è vivo): ma questo provoca disagio nella famiglia, lui tanto amato prima ora diventa un problema; ci si è abituati alla sua definitiva assenza; si sono occupati i suoi spazi dentro la casa.

   E’ la stessa cosa, pare, adesso, che può succedere (sta succedendo) per quelle popolazioni della sponda sud del Mediterraneo, da sempre, per centinaia di anni (millenni: pensiamo ai domini in nord Africa dell’impero romano), integrati al nostro mondo, in un’area storica, geografica, geomorfologica, assai unitaria, unica nel suo essere. Quei giovani della sponda sud del “mare nostrum”, e la loro voglia di libertà e di benessere (nell’era dell’informazione globale di internet) vengono visti non come possibilità di un progetto comune di pace e sviluppo (appunto dell’area mediterranea), ma come problema da contenere (un parente che è tornato).

   Miopia dell’Europa, e ancor di più dell’Italia, paese che per sua natura dovrebbe, potrebbe essere, il punto strategico di un progetto mediterraneo che unisca politica, economia, cultura, sogni e speranze dei popoli che abitano in questa bellissima parte del mondo, dove noi siamo.

   E’ incredibile che i sommovimenti del nord Africa e del Medio Oriente stiano diventando lo specchio del naufragio ideale della vecchia Europa, dove ci si lascia sedurre da nuovi nazionalismi e si rilanciano impossibili nuove autarchie. E i paesi in sommovimento, in rivolta, invece, rifiutano integralismi (religiosi o nazionalistici; l’esempio in Egitto dei Fratelli Musulmani è assai interessante…), e cercano la (difficile) strada di esperienze nazionali democratiche che diano risposte alle speranze dei propri giovani. Riusciranno a farcela, a fare sintesi dalle, a volte eterogenee, proposte di rinnovamento che appaiono all’interno di ciascun paese? E riuscirà l’Europa a risvegliarsi dal suo torpore decadente e formulare una proposta comune nell’area geografica mediterranea? C’è su questo da lavorarci, a tutti i livelli (anche di noi che contiamo assai poco).

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LA RIVOLTA IN EGITTO E L’IDENTITA’ DEI POPOLI DEL MEDITERRANEO

di Francesco Spano, da “il Messaggero” del 7/2/2011

   «Senza l`Islam il Medioevo non sarebbe esistito e senza Maometto, di Carlo Magno non ci sarebbe stata percezione”. Più o meno così, scriveva Pirenne sul finire degli anni `30 del secolo scorso, sostenendo una tesi che la storiografia avrebbe amato o odiato, ma che come poche altre riusciva a cogliere la connessione, quasi viscerale, tra le due sponde del Mediterraneo.

   Secondo lo storico belga, fu l`affermarsi della potenza araba, infatti, a rompere quell`unità politica che Roma aveva saputo costruire, trasformando le due parti di un insieme geografico, culturale e commerciale complesso in due terre lontane e contrapposte ed il mare nostrum, che fino ad allora le aveva tenute vicine, in un mare che, standoci in mezzo, ne diventava il segno della distanza e del confine. Da allora, molte flotte, e con diversi intenti, avrebbero spiegato le vele sul Mediterraneo.

   Dal Califfato alle Crociate, attraverso la Reconquista o la battaglia di Lepanto, fino a giungere alla nascita degli stati nazionali nord africani, successivi alla liberazione dal colonialismo europeo, nord Africa ed Europa hanno continuato una danza arcana, la cui complessità, talvolta, ancora sfugge a storici e analisti.

   Per proseguire la metafora, potremmo paragonarla ad un flamenco in cui attrazione e rifiuto stanno l`una nell`altro, determinando quella passione che fa del Mediterraneo una delle regioni più calde ed interessanti dei pianeta, anche nell`epoca della globalizzazione.

   Cosa succederà, oggi, dopo che la Tunisia e l`Egitto hanno deciso di chiudere l`esperienza politica di regimi autocratici, filo occidentali, ormai logorati del loro stesso immobilismo? Chi farà la sintesi di quelle proposte di rinnovamento che emergono da gruppi di opposizione tanto eterogenei quanto inconciliabili nelle rispettive rivendicazioni?

   Quali sono le esigenze e le priorità che spingono gli studenti, i professionisti e le donne a scendere in piazza contro uno stato inadeguato a comprendere e gestire la “loro” modernità? Libertà di stampa e di opinione? Rispetto delle minoranze? Diritti delle donne e degli omosessuali? Possibilità per i giovani di connettersi con i loro coetanei del resto del mondo? Ritorno ai valori tradizionali dell`Islam? Superamento dell`illusione occidentalista? Le risposte non sono facili da dare, soprattutto utilizzando il punto di osservazione di un`Europa interdetta e confusa.

   Resta il fatto che l`attualità di Egitto e Tunisia difficilmente rimarrà confinata alla cronaca di quei Paesi, avendo tutta la potenzialità per diventare fermento di un nuovo capitolo della storia di tutto il Mediterraneo.   Saggiamente, infatti, c`è chi già ha avuto modo di osservare come questa rivoluzione abbia definitivamente legittimato nuovi attori culturali e politici, proiettandoli sulla scena internazionale.

   Non sarà liquidandoli come fondamentalisti che potremo evitarne l`ingombro. Il dato che colpisce è che, mentre la vecchia Europa rischia di naufragare, sedotta dalle sirene di nuovi nazionalismi e da miopi pretese di autarchia, il nuovo nord Africa tende a superare lo schematismo delle esperienze nazionali e ritrova coesione in un progetto di “fratellanza” che si aggrappa a radici ben più profonde dì quelle della recente storia politica.  

   Per fare un po` di autocritica, potremmo dire che in questo iato ci sta tutta la relatività della modernità europea, incapace di accettare il limite del proprio fisiologico superamento e di distinguere ciò che di universale ha dato al mondo (a cominciare dalla centralità della persona e dei suoi diritti inalienabili) da ciò che, invece, è destinato ad essere rivisto (come, ad esempio, un concetto rigido di laicità che non consente la corretta percezione del ruolo pubblico delle religioni).

   Ciò che torna in ballo, insomma, è la questione delle identità, del loro dinamismo e della loro connessione. Le domande a difficile risposta circa il futuro prossimo di chi sta a sud del Mediterraneo difficilmente non ne apriranno altrettante su chi vive al nord. Prima ancora di giudicare la storia di una terra o di popoli troppo simili e troppo diversi da noi, allora, dovremmo tornare a chiederci chi sia l`Europa, quali le sue vere radici e quale la sua autentica vocazione.

   Solo cominciando da queste domande, potremo capire con chi e come dialogare nel futuro prossimo del Mediterraneo. Solo queste risposte, in fondo, sono, forse, l`unico contributo realistico che saremo in grado di dare per continuare a danzare insieme sul mare di mezzo. (Francesco Spano)

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MULTICULTURALISMO – PERCHE’ E’ ANDATO IN CRISI IL SOGNO DELLA CONVIVENZA

di ALAIN TOURAINE, da “la Repubblica” del 10/2/2011

   Quando si parla dei rapporti tra culture diverse all’ interno di una stessa società occorre evitare semplificazioni e schematismi, sottraendosi alla tentazione dell’ aut aut tra assimilazionismo e multiculturalismo. Due atteggiamenti contrapposti che nelle loro versioni più intransigenti diventano entrambi irrealistici, e quindi fallimentari.

   In Francia, dove si pensava di poter integrare gli immigrati, assimilandoli all’interno di un’identità nazionale, oggi questi sono prigionieri dei quartieri ghetto, alle prese con una disoccupazione altissima e una discriminazione sempre più marcata. In Inghilterra, David Cameron – come per altro Angela Merkel in Germania – denuncia i limiti del multiculturalismo, dove la difesa delle differenze culturali alla fine ha prodotto contrapposizioni inaccettabili e il rifiuto dei diritti degli altri. Nei due casi, ha prevalso un comunitarismo intransigente che resiste ad ogni integrazione.

   Il progetto di una società multiculturale è dunque in crisi. La causa va cercata soprattutto nel venir meno dei fattori d’integrazione che avrebbero dovuto accompagnare tale progetto. Senza integrazione, infatti, il rispetto della diversità culturale produce l’antagonismo di pratiche, valori e tradizioni, dove l’assenza di un terreno comune finisce per minare la coesistenza civile.

   L’idea che diverse comunità culturali, etniche o religiose possano continuare a vivere all’interno di una stessa nazione conservando le loro tradizioni, i loro valori e le loro identità era nata proprio in Inghilterra, che però all’epoca pensava soprattutto alle diverse comunità provenienti dall’impero britannico e quindi unificate dalla lingua inglese.

   Oltretutto, il multiculturalismo si è affermato in un contesto di crescita economica e di rafforzamento dell’identità nazionale. Come per altro è avvenuto negli Stati Uniti, un paese d’immigrati che però ha immediatamente sviluppato due potenti fattori d’unità: il sistema giuridico e il mercato del lavoro.

   Il multiculturalismo, infatti, può esistere solo se contemporaneamente si rafforza l’unità nazionale, sul piano sociale ed economico, ma anche sul piano dei valori condivisi che fondano l’appartenenza alla cittadinanza e all’identità collettiva. Oggi l’Inghilterra non ha più la capacità d’integrazione che aveva in passato. Lo stesso vale per la Francia e perfino – in parte – per gli Stati Uniti. Un po’ dappertutto assistiamo all’ indebolimento della coscienza dell’ identità nazionale.

   La mondializzazione, la crisi dei valori, la congiuntura economica indeboliscono gli Stati, che quindi non sono più in misura di controbilanciare con l’integrazione le rivendicazioni del comunitarismo. Rivendicazioni sempre più oltranzistiche che spesso nascono come reazione alla xenofobia e all’ islamofobia in crescita in tutto l’Occidente, anche per via delle tensioni internazionali prodotte dall’11 settembre e dalla guerra in Iraq.  

   Riconoscere i limiti di una società multiculturale non significa però rinunciare al rispetto delle altre culture e al dialogo, che è sempre un fattore positivo. Tuttavia ciò non può ridursi semplicemente alla tolleranza, anche perché talvolta dietro di essa si cela un sentimento di superiorità. Tolleriamo infatti colui che consideriamo inferiore. Il multiculturalismo più radicale, che difende una tolleranza assoluta, nasce spesso da un sentimento di superiorità economica, culturale e sociale.

   Rispettare le altre culture è un’ operazione più complessa, motivo per cui la tolleranza che m’interessa è quella che difende i diritti delle minoranze in nome dei diritti universali, come è stato fatto in passato per i diritti delle donne. Chi, in nome del relativismo culturale, rimette in discussione il valore universale dei diritti dell’uomo fa un grave errore, perché tutti i nostri diritti specifici sono sempre stati conquistati in nome di tali valori universali. Non avrebbe senso abbandonarli.

   Dobbiamo però dimostrare che l’universalismo dei diritti dell’uomo è conciliabile con il rispetto dei diritti culturali delle diverse comunità, le quali a loro volta devono riconoscere il valore dei principi universali. Solo così è possibile vivere insieme senza conflitti. Insomma, la maggioranza deve rispettare i diritti della minoranza, a condizione che la minoranza rispetti quelli della maggioranza.

   E quando una comunità rifiuta di farlo, allora occorre farle rispettare la legge che incarna i diritti di tutti. Le leggi nazionali devono sempre vincere sulle tradizioni dei paesi di provenienza. Viviamo in un mondo mobile, in cui le nostre società continueranno inevitabilmente ad accogliere i migranti, anche perché ne abbiamo bisogno. La presenza delle loro tradizioni culturali produrrà forme di meticciato che arricchiranno la nostra cultura.

   Per questo vanno rispettate. Ma come ho detto, la tolleranza da sola non basta, dato che non può esserci riconoscimento d’identità senza integrazione sociale e nazionale. Solo se si rinforza il senso di appartenenza all’identità collettiva, diventa possibile riconoscere le differenze culturali. Solo rafforzando le politiche d’uguaglianza diventa possibile accettare le differenze.

   Occorre essere uguali e differenti. In pratica, oltre a chiedere il rispetto delle leggi nazionali da parte di tutte le comunità, occorre combinare multiculturalismo e assimilazionismo, cercando d’integrare le altre culture, ma dando loro la possibilità di esprimersi. Solo così si combattono contemporaneamente il comunitarismo e la xenofobia. (testo raccolto da Fabio Gambaro) ALAIN TOURAINE

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MEDITERRANEO: LA PRIMAVERA DI UN CAMBIAMENTO RADICALE NEL MONDO ARABO

Pupa Brunori intervista Foad Aodi – da http://www.migrare.eu/  – 13/2/2011

   Il professore Foad Aodi, di origine palestinese, vive in Italia dal 1980 dove ha sposato un’italiana con la quale ha avuto tre figli. Di professione medico, è presidente del Comai (La Comunità del Mondo Arabo in Italia), dell’Amsi (Associazione dei Medici di origine straniera in Italia) e del Collegio dei revisori dei conti dell’Ordine dei medici di Roma. Di ritorno dal Medioriente lo abbiamo incontrato per parlare di ciò che sta infiammando il mondo arabo.

D: Il 16 gennaio è sceso in piazza il popolo tunisino dando inizio alla Rivoluzione dei gelsomini – ottenendo la cacciata del dittatore Ben Ali – seguita il 25 gennaio dalla rivolta degli egiziani sotto l’impulso del Movimento 6 aprile. E anche in altri paesi arabi ci sono forti segnali di insofferenza. Cosa sta succedendo?

R: Sta accadendo una cosa molto positiva: è caduto il muro della paura. E’ fondamentale che nel mondo arabo moltissimi giovani stiano esprimendo la propria opinione apertamente e in modo civile, democratico e senza violenza. Questo segnale positivo va incoraggiato, perché in un’epoca di democrazia mondiale anche nei paesi arabi ci deve essere una forma di democrazia, in cui i giovani e il popolo tutto devono essere ascoltati. La volontà del popolo è sacra. In Tunisia, dove sono stato recentemente, alla base della Rivoluzione dei Gelsomini c’è stato un fattore scatenante che ha rivelato una realtà predisposta a recepirlo. E’ come in medicina: se una persona ha un attacco di lombosciatalgia significa che la schiena era preparata a quel fattore scatenante. Poi la protesta è nata anche in Egitto, paese molto importante per il mondo arabo. E’ uno stato strategico per la sua grandezza, la sua posizione, la sua politica, la questione palestinese e per la vicinanza con Gaza.

Come Comai (La Comunità del Mondo Arabo in Italia) pensiamo che prima di tutto vada riconosciuta la sovranità dei popoli algerino, tunisino, egiziano e degli altri paesi in cui ci sono i primi segnali di risveglio. Noi non entriamo nel merito della questione politica di quale corso debba avere questo processo rivoluzionario e chi debba governare. E’ il popolo che deve decidere. Solo, bisogna trovare strumenti politici adeguati all’epoca cui viviamo, strumenti democratici, elezioni democratiche, di coinvolgimento democratico e di ascolto per risolvere la questione che sta alla base di tutto: la crisi economica.

D: L’Occidente è stato preso in contropiede da questo scatto di dignità e le sue chiavi interpretative si stanno rivelando incapaci di leggere quella che voi definite la Primavera della gioventù e della volontà popolare.

R: Queste manifestazioni hanno sorpreso tutti, alcuni positivamente, altri negativamente. Per noi e il mondo arabo, oltre che per i giovani e la popolazione democratica europea, la sorpresa è stata positiva. Mentre per i politici e i governi europei e per tutto l’Occidente la reazione è stata differente, il contrario della volontà popolare, sia araba che europea. Certo l’Occidente deve proteggere ciò che fino all’altro giorno ha difeso. L’Occidente definiva il politico con cui trattava una figura saggia, con cui consolidare il rapporto per giustificare la propria collaborazione senza prendere in considerazione il parere del popolo e dei giovani. Secondo me sbagliando, perché bisogna avere capacità di ascolto della volontà del cambiamento radicale che si sta verificando.

Sarebbe un peccato vedere queste manifestazioni pacifiche represse perché qualcuno dall’alto vuole farle morire e senza ascoltare i motivi per i quali i giovani stanno protestando: voler vivere in un paese democratico e denunciare il proprio disagio economico e sociale. Se i giovani di oggi, studenti europei e del mondo arabo protestano per la mancanza di posti di lavoro, di forme di democrazia, di coinvolgimento e si sentono distanti dalla politica, non rappresentati dai politici, allora bisogna ascoltarli. Poi se i giovani arabi, rispetto a quelli europei, protestano anche per la mancanza di democrazia nel loro paese bisogna ascoltarli doppiamente.

D: Su ciò che sta succedendo sulle sponde del Mediterraneo come si sta movendo la Lega araba?

Ho avuto il piacere di essere stato invitato in Medioriente, nel dicembre scorso, dalla Lega araba come esperto di sanità e immigrazione in Italia e in Europa (presiedo anche l’associazione dei medici di origine straniera in Italia, Amsi), per affrontare un argomento molto attuale rispetto alle manifestazioni di oggi. Nei tre giorni di meeting è stato approfondito il problema dell’emigrazione dei medici, operatori sanitari e degli intellettuali arabi verso l’Europa e verso l’Occidente. Secondo i dati europei e quelli della Lega araba tale emigrazione è aumentata spaventosamente, una vera emorragia di forze che abbandonano il proprio paese perché fuori trovano migliori condizioni economiche. Per cui l’Arabia saudita ci ha chiesto medici, così il Qatar e altri paesi dell’area. Noi abbiamo dato la nostra disponibilità non solo per collaborare, ma per proporre delle soluzioni per creare posti di lavoro in loco. Dobbiamo, inoltre, creare le condizioni per far tornare tanti intellettuali che si sono laureati in Italia, in Francia, in Germania. La Lega araba può avere un ruolo molto importante su questo perché è un punto di riferimento. Purtroppo la sua è un’azione limitata perché ogni paese membro può avere una sua politica interna alla stessa stregua dell’Europa unita. Anche qui a Roma presso l’ambasciata della Lega araba ogni mese si riuniscono tutti gli ambasciatori per scambiarsi informazioni e costruire una linea unitaria. E’ un processo difficile perché ognuno può avere una posizione peculiare in relazione al proprio paese di origine.

Sono favorevole a una collaborazione con l’Italia e sono stato incaricato dalla Lega araba di curare tale collaborazione. A tale proposito abbiamo fatto un convegno molto importante con la regione Sicilia su sanità e immigrazione in cui sono intervenuti esperti e politici italiani e di origine araba. Bisogna intensificare questa collaborazione. La Lega araba – per voce del Dr. Moussa – ha affermato che le istanze di questi movimenti vanno ascoltate anche se la stessa Lega araba non può intervenire all’interno del singolo paese. Il mondo arabo soffre da sempre di quello che viene definito dallo slogan “uniti per non unirsi”. Invece noi con il Comai qui stiamo dimostrando che per il mondo arabo l’unità è possibile al di là della religione e della politica. Ho accettato l’incarico della Lega araba di occuparmi di queste problematiche – nonostante io faccia un altro mestiere – perché ritengo importante fare qualcosa di positivo anche per il paese in cui vivo, come l’Italia.   Formare una comunità di intellettuali in grado di fare proposte unitarie è un servizio in più.

Il nostro obiettivo e quello della Lega araba è intensificare la collaborazione tra l’Italia e i paesi della nostra origine. Intensificare, inoltre, ciò che io chiamo i Ponti della Conoscenza risponde a una voglia di conoscere da parte delle persone. Stiamo facendo molti convegni con una grande partecipazione di pubblico. La speranza è che questo movimento non finisca con la piazza Tahrir.

D: Qui in Occidente sono molti pregiudizi verso il mondo arabo

R: Sì, ci sono molti pregiudizi, uno dei quali è che il mondo arabo non può essere unito, come per esempio per la questione palestinese che ogni stato arabo sventola per non prendere posizione. Un’altra cosa importante è la questione religiosa.

Come Comai e Amsi vogliamo che dalla nostra attività restino fuori sia la religione che la politica – la portavoce dell’ufficio stampa, per esempio, è una ragazza cristiana. E rimanga fuori anche la predominanza di un gruppo sugli altri perché maggiormente rappresentativo. Poi, ovviamente, ogni comunità al proprio interno ha i suoi problemi da affrontare. La nostra realtà riproduce in scala la composizione della Lega araba.

La questione internazionale, inoltre, si riflette nel paese in cui si vive alla luce della questione nazionale del paese di origine. Per esempio la questione palestinese: abbiamo problemi seri nella sua comunità che non è mai decollata perché tale questione in Palestina rimane irrisolta. Noi italiani di origine straniera dobbiamo comportarci da italiani, (senza dimenticare le nostre origini perché chi non ha radici non ha futuro, nell’acronimo Amsi abbiamo voluto marcare che i suoi medici sono di origine straniera), e non possiamo limitarci a ragionare come se fossimo ancora nel 1982 quando Arafat era in Libano. La questione è andata avanti: il mondo è cambiato, la politica è cambiata, non ci sono ideologie di destra e di sinistra come una volta. Oggi abbiamo Rutelli e Fini alleati quando, invece, non molti anni fa erano avversari politici per la candidatura a sindaco di Roma. La politica italiana è andata avanti e anche noi come mondo arabo dobbiamo andare avanti. Purtroppo siamo fermi su alcuni punti che ci penalizzano come la questione religiosa – che, invece, deve stare fuori, anche se è difficile. Nella questione palestinese prima non si poneva la questione religiosa e tutti avevano lo stesso obiettivo, mentre oggi la comunità palestinese è divisa pure secondo la religione. Questa posizione l’ho espressa alla Lega araba la quale deve tenere fuori la religione e i tornaconti politici. Inoltre, per le nostre questioni irrisolte (la democrazia di ogni paese o la questione palestinese) non dobbiamo incolpare sempre gli altri, ma assumerci la responsabilità di affrontarle. E per le posizioni o azioni sbagliate dobbiamo avere il coraggio di fare quell’autocritica che, per le politiche sbagliate interne ai paesi membri, anche la Lega araba dovrebbe fare.

D: Per tornare all’Egitto, la protesta sta attraversando la società tutta: studenti, operai, intellettuali ecc. (fondamentale è stato lo strumento di internet per mettere in comunicazione le persone soprattutto, i giovani) e la transizione è, però, gestita da militari e uomini politici che hanno lavorato con lo stesso Mubarak….

R: Quando un governante, non eletto democraticamente, è mandato via dal popolo, la prima domanda è: chi viene dopo di lui? sarà meglio o peggio? sarà favorevole alla questione israelo-palestinese? che tipo di rapporti avrà con l’Europa e con gli Usa? Ogni volta siamo alle stesse domande, ignorando l’intreccio che c’è tra l’interesse del popolo e gli interessi generali politici. L’Occidente non ha mai sostenuto quei politici che hanno lavorato per l’interesse del proprio popolo. Se lo avesse fatto, tante guerre potevano essere evitate. Penso che quello che sta succedendo in Egitto deve continuare per un sbocco positivo delle istanze portate avanti da tutti, dalla gente semplice agli intellettuali. E devono essere gli egiziani a decidere ciò che devono fare. Qualsiasi transizione è dolorosa, confusa e non organizzata. La transizione, però, non si può rimandare solo perché non c’è una nuova classe dirigente in grado di gestirla. Bisogna, invece, mettere alla prova quelli che stanno protestando. E da arabo, orgoglioso della propria origine, sono contento che qualcosa di positivo stia accadendo. Penso che il popolo deve decidere il suo futuro, arrivare a elezioni democratiche, costituire una Commissione basata su una democrazia interna e decidere in modo collettivo il da farsi, senza pregiudizi verso chi deve succedere agli attuali governanti.

D: Il ruolo dell’esercito?

R: Per fortuna non ci sono state violenze, grazie alla grande prova di civiltà dei manifestanti. E chiunque stia al potere deve avere capacità di ascolto verso i bisogni che hanno attraversato la società egiziana e che sono alla base dell’attuale crisi economica la quale dovrà essere affrontata da chi verrà successivamente, senza interferenze esterne nel caldeggiare l’una o l’altra parte.

Come Comai esprimiamo solidarietà verso i protagonisti di questa Primavera di risveglio della volontà popolare, auspichiamo che queste rivoluzioni producano qualcosa di positivo e lavoriamo per avere un mondo arabo unito perché ciò giova sia ai paesi arabi sia all’Occidente.

Se questa Primavera viene soffocata – producendo un risultato non condiviso dalla popolazione e dai giovani – è una sconfitta. Non si può tergiversare rimandando tutto a settembre e nel frattempo trovare un personaggio che soddisfi tutti. L’attuale classe dirigente deve dare ascolto alle istanze democratiche della popolazione che vuole un cambiamento radicale vero, dalla base e non dall’alto, magari cambiando qualche primo ministro.

L’altra questione è quella dell’uguaglianza. Non possiamo avere sempre una classe di superricchi e una di superpoveri nel mondo arabo. Questo è anche responsabilità della cooperazione internazionale e ci coinvolge perché se le condizioni materiali di un paese sono invivibili i giovani scappano. Se non vogliamo farli andar via miglioriamo le condizioni in quel paese. Purtroppo il governo italiano non vuole occuparsi in modo corretto dell’immigrazione. Tranne Fini che ora sta facendo delle proposte per gli immigrati alcune delle quali le abbiamo proposte noi del Comai, come i 5 anni per avere la cittadinanza. Abbiamo presentato un protocollo di intesa di 15 punti, e il giorno dopo è stato dato a una commissione istituzionale. Mentre la sinistra è timorosa nell’affrontare il tema dell’immigrazione, soprattutto durante la campagna elettorale, ha paura di perdere i voti.

D: La voce dell’Europa e degli Usa in questo momento…

R: E’ assente e siamo preoccupati. Solo quando c’è da fare una guerra si trovano i motivi veri o non veri e si fa la guerra. Queste cose allontanano la popolazione del mondo arabo dall’Europa e dall’America, e si dovrebbero interrogare perché non sono visti in modo positivo nel mondo arabo. Noi con Obama speravamo che le cose cambiassero, e speriamo che cambino perché si è sempre detto disponibile a dialogare con l’Islam. Qui dobbiamo passare dalle parole ai fatti, senza pregiudizi reciproci. Bisogna intensificare il dialogo, superare la paura e affermare che “l’identità è apertura e non chiusura”. Chi ha un’identità forte non ha paura di confrontarsi con altre identità. Sono importanti quindi il dialogo e un’informazione corretta per evitare pregiudizi e guerre.

D: Quello che sta succedendo, però, viene identificato e percepito come il pericolo islamico…

R: Ovviamente il pericolo islamico non c’è. Ci sono solo pregiudizi non fondati su ragionamenti politici. Intanto i paesi arabi non sono tutti islamici, e non è vero che esistono varie forme di islam come l’islam moderato. Queste sono forme di pubblicità negativa. L’islam è come tutte le altre religioni. E’ un’unica religione, può essere interpretata a livello personale, ma rimane un’interpretazione personale. Come religione mondiale l’islam è una religione di pace, pronta al dialogo. E tutti dovrebbero impegnarsi per un dialogo interreligioso, anche il Vaticano, come ha fatto in altre occasioni. Bisogna sviluppare quelli che io chiamo i Ponti di Conoscenza, la possibilità di informare di più e meglio sulle realtà così come sono e non invitare personaggi non accreditati in televisione – o alle trasmissioni politiche – per parlare male dell’islam. Non lo apprezziamo. Il dialogo interreligioso è importante anche per isolare gli estremisti che sono presenti in tutte le religioni. La via maestra è il dialogo, più collaborazione, parlare maggiormente delle cose che uniscono e non di quelle che dividono. La religione è una cosa privata.

D: Qual è il messaggio che viene dall’altra parte del Mediterraneo e che noi italiani dovremmo recepire?

R: Ogni paese ha delle specificità. Quella italiana è una situazione che vede un premier con tantissimi mezzi a disposizione per far passare i suoi messaggi e, in questa difficile congiuntura, la popolazione ha il diritto di contestare. In Italia e in Europa c’è lo strumento della contestazione, il voto, ma mi preoccupa la percentuale sempre più alta di indecisi o di chi non vuole più votare. Quella che stiamo vivendo – io sono in Italia dal 1980 – è la peggiore situazione politica in cui lo scontro politico è arrivato a dei livelli altissimi, anche a livello istituzionale. Io spero che si riprenda la strada maestra della politica. L’attuale posizione dell’Italia nel mondo arabo non è vista bene come una volta – quando c’era Andreotti che faceva una politica internazionale di rilievo – e il suo errore più frequente è quello di identificare il mondo islamico con quello arabo. Io comunque spero che ciò che sta succedendo in Egitto e in Tunisia, e anche quello che è successo qui in Italia con la contestazione degli studenti (rimasto inascoltato a eccezione del presidente Napolitano) sia di stimolo a un maggiore coinvolgimento politico, a una maggiore voglia di informarsi, di conoscere il diverso e le altre realtà. Gli italiani hanno conosciuto il dramma dell’emigrazione in Francia, Germania, Argentina e hanno dovuto impegnarsi a far conoscere la loro realtà così come stiamo facendo noi oggi. Quindi maggiore coinvolgimento politico e mi fa piacere che, oggi, 13 febbraio, scendono in piazza le donne. La voce delle manifestazioni di massa va sempre ascoltata, mentre invece non porta da nessuna parte la politica dello scontro frontale tra blocchi contrapposti e non basato sull’ascolto, sulla democrazia e sul coinvolgimento.  

Nei miei incontri internazionali la domanda che ricorre spesso è perché gli italiani non reagiscono. Nel leggere i giornali vedo che c’è una domanda che ricorre in Italia come in Egitto: se va via Berlusconi chi viene dopo? Questa è una forma di rassegnazione, un segnale di demoralizzazione. L’Italia e l’Europa devono risvegliarsi e avere un ruolo più attivo come popolazione e come governo. (da http://www.migrare.eu/  – 13/2/2011)

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LA RIVOLTA RAGGIUNGE ANCHE LA LIBIA “BASTA GHEDDAFI”

di Cecilia Zecchinelli, da “il Corriere della Sera” del 17/2/2011

– Scontri a Bengasi. Due morti, decine di feriti – Oggi nuova protesta lanciata su Facebook –

   La Libia si scuote, osa l`inosabile, sfida per la prima volta in modo organizzato il Colonnello al potere (assoluto) dal 1969 e promette per oggi la sua grande «Giornata della rabbia contro la corruzione e il nepotismo».

   Resi forti da Tunisia e Egitto, sostenuti dalle proteste spontanee che scoppiano da mesi in tutto il Paese dove sindacati, partiti, media liberi, perfino un vero Parlamento e un vero governo sono proibiti, un gruppo di coraggiosi dissidenti ha lanciato su Facebook la manifestazione, nel giorno che ricorda la strage (il morti) a Bengasi nel 2006, quando le parole di Calderoli sulle vignette anti-Profeta causarono l`assalto al consolato italiano.

   Proprio Bengasi, da sempre città ribelle e teatro di un massacro nel 1996 nel carcere di Abu Selim (1.200 detenuti uccisi, molti erano oppositori), ha vissuto nelle prime ore di ieri un`anteprima. Furiose per l`arresto di Fathi Terbil, avvocato per i diritti umani e rappresentante delle famiglie dei morti di Abu Selim, centinaia di persone sono scese in strada. I manifestanti sono stati respinti dalla polizia con gas lacrimogeni e idranti, da colpi di arma da fuoco. Decine i feriti e anche due morti tra i manifestanti che nella guerriglia urlavano «Basta al dittatore» e «Non c`è Dio tranne Allah, Muammar è il nemico di Allah».

   Difficile dire quanto questo sia segno di una risorta componente islamista (negli anni Novanta era qui la roccaforte degli integralisti, repressi nel sangue). Certo una prova che la rabbia è diffusa. Ieri mattina a Bengasi e a Tripoli si sono tenute le marce dei sostenitori del Colonnello. Non molti in realtà, ripresi dalla tv nazionale mentre si dicevano pronti a «sacrificarsi» per il loro qa`id, il condottiero: Gheddafi non si definisce rais, poco «socialista».

   A Bengasi, ma era previsto, 110 detenuti pentiti del Gruppo per la lotta islamica sono stati rilasciati. Non ci sono state altre proteste. Ma lo stesso Gheddafi ha cancellato un`apparizione allo stadio di Tripoli partendo in gran fretta per il Fezzan. Si segnalano arresti e sparizioni, come quella di Jalal Al Kawafi, tra i cyber-organizzatori del Giorno della rabbia. E il clima è pesantissimo in attesa di quanto potrebbe succedere oggi.

   «L`intera regione è in ebollizione, i suoi regimi di carta tremano, la Libia non fa eccezione», dice al Corriere Ibrahim Jibril, manager in Qatar, libico ed esule da dieci anni. Jibril è uno dei 240 cittadini della Jamahiriya, quasi tutti in esilio, che insieme alle 12 Ong libiche all`estero hanno firmato un appello per la fine del regime. 

   «La caduta di Ben Ali e Mubarak ci ha fatto capire che si può agire mentre in passato c`era solo paura. Qualcuno dice che non sapremmo come sostituire Gheddafi? Saremmo contenti di avere questo problema. E tra i libici molti potrebbero guidare un Paese così ricco di petrolio, in teoria un paradiso per tutti». jibril ammette che la «Libia non è certo l`Egitto» ma dice che «il tempo è venuto perché la nostra gente dica basta. Gheddafi è sostenuto solo dalle sue guardie e dal cerchio più stretto della sua tribù, dai pochi che si sono arricchiti. Perfino l`esercito regolare, costretto a guerre assurde e a migliaia di inutili morti, non ne può più. E i leader europei, Berlusconi compreso, sostengano i popoli non i dittatori: altrimenti, prima o poi, pagheranno il prezzo». (Cecilia Zecchinelli)

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FORUM DI DAKAR, IL NODO DEI DIRITTI

di Paolo Lambruschi, da”Avvenire” del 8/2/2011

   La domanda che corre a Dakar non è se, ma quando esploderà la rivolta in tutta Africa, continente giunto a un crocevia della storia. E proprio i lavori partiti ieri a Dakar per il decimo Forum sociale mondiale potrebbero innescare una protesta tipo quella del Maghreb contro i regimi più o meno autoritari del continente nero. Quest`anno ai lavori partecipano 1.205 organizzazioni della società civile da 123 Paesi.

   Grande la partecipazione dei protagonisti africani, presenti con delegazioni da 45 Stati del continente sui 53 totali. La delegazione cattolica è più numerosa che mai, garantiscono gli osservatori, primo tra tutti padre Alex Zanotelli, segno della vitalità della Chiesa africana e della sua capacità organizzativa. Domenica mattina, nella Messa celebrata nella parrocchia dei Martiri dell`Uganda, davanti a rappresentanti della rete Caritas, di organizzazioni non governative, associazioni, sacerdoti e religiosi senegalesi e di tutto il mondo, il cardinale Théodore Adrien Sarr, arcivescovo di Dakar, ha detto che i cristiani non possono «tacere sulle rivolte popolari contro chi si appropria del potere solo per vantaggio personale, per le proprie famiglie e amici, come in Tunisia e in Egitto e senza dubbio in altri Paesi».

   «E’ una buona cosa – ha aggiunto – che quest`anno il Forum si svolga a Dakar, perché permetterà alle società civili africane di esprimersi, di prendere coscienza della propria forza e fare pressione sui governi». Anche Sarr intravede una svolta in Africa, «se le situazioni saranno ben gestite potranno contribuire ad una nuova era per le popolazioni maghrebine, ma anche per molti Paesi africani. Le popolazioni stanno prendendo coscienza che possono esprimere bisogni, aspettative e desideri, e manifestare delusione nei confronti dei governi. Di fronte alla pressione popolare i governi saranno obbligati a tener conto della gente».

   Intanto, ieri si è svolto un confronto tra l`ex presidente brasiliano Ignacio Lula Da Silva, ospite abituale del Forum, e il vecchio presidente senegalese Aboulaye Wade. Lula auspica l`estensione della svolta rivoluzionaria a tutto il continente nero, in nome della democrazia e dello sviluppo. Ma ha anche ammonito a non sostituire il neoliberismo, «che ha fallito» con un «nuovo nazionalismo primitivo, conservatore e autoritario».

   Wade ha tenuto invece un discorso da leader africano al tramonto. Ha rivendicato come merito del governo la possibilità per i partecipanti di intervenire e dimostrare le proprie idee senza finire in galera, dato che lui non condivide idee e finalità del Forum, ma è un vecchio liberale.

   Quindi si è lanciato in un surreale elogio del lavoro del suo governo che avrebbe portato il Senegal fuori dalla povertà, all`autosufficienza alimentare. Peccato che il Paese veleggi attorno alla posizione 160 nella classifica dello sviluppo, non abbia elettricità e viva di agricoltura e rimesse.

   Oggi i politici di scena sono la leader socialista francese Martine Aubry, figlia di Jacques Delors, che parla sull`acqua come bene pubblico ed è atteso Massimo D`Alema che nel pomeriggio interverrà a un seminario sull`immigrazione. (Paolo Lambruschi)

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BAHREIN, TRA I RIBELLI CHE SFIDANO IL RE. RIVOLTA ALL’OMBRA DELLE PORTAEREI USA

di Alberto Stabile, da “la Repubblica” del 17/2/2011

– “Lavoro e libertà.”: gli slogan del Cairo fanno breccia anche nel piccolo paese che ospita la VI Flotta degli Stati Uniti –

MANAMA – L`accampamento dei ribelli è una tendopoli immersa nella penombra. Il grande monumento alla Perla, la gemma che per secoli ha dato da vivere ai pescatori del Bahrein incombe sui dimostranti come una misteriosa divinità colpita di continuo dai raggi verdi dei laser. Il regime ha cercato in tutti i modi di isolare la protesta, anche spegnendo i lampioni sulla piazza.

   La poca luce che arriva è quella delle insegne degli ipermercati e delle torri che si affacciano lungo la via Khalifa Bin Salman. Ma per le migliaia che si preparano a sfidare il gelo della notte quella penombra basta e avanza. «Il buio non ci spaventa e neanche le pallottole della polizia. Siamo pronti a morire per la libertà», grida una voce dall`altoparlante.

   Sotto la tenda del comitato che guida la protesta formato da tutti i partiti di opposizione Ibrahim Shariff riassume in poche parole la strategia della rivolta. «Puntiamo tutto sulla grande manifestazione di venerdì. Saremo almeno 50.000 il che, fatte le debite proporzioni è come se a piazza Tahrir, il giorno della collera, fossero arrivati 8 milioni di egiziani».

   Dopo la Tunisia e l`Egitto anche nel piccolo regno fra i due mari, stretto fra la costa saudita e il Qatar si sta facendo la Storia. E` vero, il Bahrein è un piccolo arcipelago dove vivono in tutto 600mila persone ma politicamente è una pedina fondamentale. Qui ha la sua base la VI Flotta degli Stati Uniti, questo è il punto di osservazione più vicino sulle acque perigliose del Golfo.

   Provate a pensare se quelle fiamme che hanno incendiato l`Egitto dovessero propagarsi anche qui. Ai sudditi ribelli di re Hamad bin Isa Al Khalifa sembra importare poco degli equilibri geopolitici. «Noi vogliamo lavoro e libertà», dicono i giovani che si ammassano sul ponte da cui si domina la piazza e l`accampamento sottostante. «Gli stranieri hanno costruito il Bahrein: giordani, egiziani, asiatici, a tutti viene dato un lavoro tranne a noi che siamo nati qui con il peccato capitale di essere sciiti».

   La prima grande anomalia che ha fatto esplodere la rivolta è che in Bahrein la maggioranza della popolazione è di religione sciita, ma a guidare il Paese, praticamente da sempre, è la minoranza sunnita e, all`interno di questa minoranza, la famiglia Al Khalifa. Dopo le repubbliche ereditarie ecco un`altra peculiarità mediorientale: lo Stato-famiglia.

   Allora, quando i leader della rivolta dicono di volere una «vera» monarchia costituzionale dicono semplicemente di volere un regime dove la maggioranza conta come tale, il governo risponde al Parlamento e non al re, e non ci sia più una Camera Alta nominata dal sovrano che sistematicamente annulla ogni proposta che arrivi dal basso. Questo è il programma del Wafik, il partito degli sciiti che raccoglie 18 dei 40 deputati eletti in Parlamento. E questo è anche l`obiettivo, come dire, istituzionale, della protesta. Raggiungerlo non sarà facile.

   Re Hamad, un monarca educato nelle scuole militari americane, ha deciso di giocare d`astuzia. Dopo l`uccisione ad un giorno di distanza l`uno dall`altro, dei due dimostranti freddati dalle pallottole della polizia, si è presentato alla tivù per esprimere tutto il suo rammarico per la morte dei due «cari figli». Poi ha annunciato l`apertura del dialogo, dell`avvio di una serie di riforme.

   Come se non bastasse, per dimostrare che anche la corona ha un suo seguito di massa, ieri migliaia di sostenitori del sovrano sono scesi in piazza a Maharrag City, il quartiere intorno all`aeroporto in cui ha le sue radici la famiglia reale. Ma tutto si può dire tranne che le rivendicazioni degli sciiti del Bahrein non siano fondate.

   La tensione tra i giovani e il regime è una vecchia storia. Già nel 2008 secondo uno dei cablogrammi usciti su Wikileaks l`ambasciatore americano del tempo, Adam Ereli, aveva avvertito il sovrano che il Bahrein non sarebbe potuto progredire economicamente se il governo avesse continuato ad usare l`arma della repressione.

   Ben prima che esplodesse la protesta, quasi ogni settimana si fronteggiava la polizia e bande giovanili sciite. Per re Hamad, invece, quelle proteste mascherate avevano una matrice precisa, quella iraniana.  Convinto che il regime di Teheran rappresenti la più grave minaccia destabilizzatrice della regione, il sovrano del Bahrein non ha esitato, conversando con gli inviati americani, ad accusare l`Iran di fomentare i disordini.  Cosa che i diplomatici statunitensi gli hanno apertamente contestato.

   E’ andato anche oltre, re Hamad, nella sua dietrologia. E` arrivato al punto di sospettare che certi elementi dell`opposizione venissero addestrati in Libano dagli Hezbollah. Tutto questo per cercare di sostenere con argomenti forti le sue crescenti richieste di protezione militare da parte del potente alleato americano.

   «Avesse pensato di più al benessere dei cittadini e ai nostri diritti fondamentali, forse oggi non saremmo a questo punto», dice Ibrahim Shariff. Non è che re Hamad sia rimasto soltanto prigioniero della sua ossessione. Anche se il Bahrein non può contare sulle grandi riserve di petrolio e di gas dei vicini Emirati, il regime è riuscito a farne un punto di riferimento del sistema bancario mediorientale.

   Commerci, transazioni, intermediazioni, hanno trasformato il Bahrein in un piccolo regno delle favole. Dal 2004 anche la Formula 1, che oggi, secondo il grande demiurgo della quattro ruote Bernie Ecclestone, potrebbe essere messa in pericolo dal perdurare della rivolta. (Alberto Stabile)

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IRAN: L’ONDA VERDE RITORNA IN PIAZZA

di Claudio Gallo, da “la Stampa” del 15/2/2011

   Il fumo dei cassonetti bruciati sale scuro dalle vie dei centro, si mescola con la nebbia urticante dei lacrimogeni. Il suono delle sirene copre a intermittenza il clamore delle grida: Teheran sembra tornata ai giorni della rivolta verde del 2009, quando folle oceaniche di iraniani scesero in strada per protestare contro le elezioni truccate che avevano riportato al potere il presidente Ahmadinejad. Le stesse scene si ripetono nelle grandi città: Shiraz, Isfahan, Kermanshah, Mashhad. Nella capitale si parla di un morto e di centinaia di arresti.

   Cavalcare la tigre è pericoloso. L`ayatollah Khamenei (sciita) ha definito le rivolte in Egitto e in Tunisia un risveglio islamico. Ma dal Cairo i Fratelli Musulmani (sunniti) lo hanno rimbeccato spiegandogli che di moti nazionalisti si trattata. «Mister» lo hanno apostrofato nel comunicato, neppure Ayatollah.

   E oggi si ritrova la piazza piena di oppositori che seguendo le sue parole manifestano in solidarietà con i «rivoluzionari» nordafricani. Il pretesto è svanito subito dopo le prime cariche, violentissime, della polizia e delle famigerate milizie Basiji: le parole d`ordine non potevano essere meno chiare: «Marg bardictator», morte al dittatore, morte a Khamenei. L`Egitto non è stato però dimenticato, è tornano negli slogan di chi urlava: «I soldati si uniscano al popolo».

   E poi «Mubarak, Ben Ali, ora tocca a Seyyed Ali (Khamenei)». Nonostante quasi due anni di durissima repressione, con migliaia di arresti, riecco l`Onda Verde, alla faccia dei tanti accigliati analisti occidentali che l`avevano data per spacciata.

   Nel bel mezzo della tragedia non è mancata una nota ironica. A circa cinque chilometri della zona degli scontri, nel palazzo presidenziale, Ahmadinejad riceveva con tutti gli onori il presidente turco Abdullah Gui, araldo della nuova ostpolitik di Ankara «zero problemi coi vicini», molto apprezzata dall`isolato Iran. «A mio modo di vedere – ha detto Gul mentre all`università Sharif la polizia manganellava gli studenti – ciò che sta accadendo non è una sorpresa. In un`epoca di comunicazione, in cui ciascuno è consapevole degli altri, le domande e i desideri della gente sono molto realistici. Vediamo, talvolta, che quando i leader e i capi delle nazioni non prestano attenzione alle richieste della gente, il popolo si mobilità per realizzare le proprie aspirazioni». Intendeva Mubarak e Ben Ali, ma era come parlare di corda in casa dell`impiccato.

   L`ex premier Mir Houssein Mousavi e l`ex speaker del Parlamento Mehdi Karroubi che avevano chiamato a raccolta la piazza, sono rimasti agli arresti domiciliari, senza telefono né internet. L`abitazione dell`ex presidente riformista Khatami è circondata dagli agenti. Centinaia tra gli attivisti che erano ancora in libertà sono stati arrestati nei giorni scorsi. Una tv araba ha detto che Mousavi e la moglie Zahra Rahnavard erano tra i dimostranti.

   Fonti attendibili a Teheran smentiscono. Mousavi avrebbe cercato di uscire di casa ma la polizia segreta glielo avrebbe impedito. Testimoni, come Reza Sayah della Cnn, parlano di decine di migliaia di manifestanti in piazza Asadi, la stessa piazza dove due anni fa alcuni milioni di persone fecero tremare le gambe al regime.

Le dimostrazioni sono cominciate pacificamente ma la reazione, immediata e brutale, degli agenti antisommossa in divisa nera è stata violentissima. Gruppi di Basiji, la milizia del regime, armati di bastoni e coltelli, hanno attaccato la gente in strada.

   In tutto il centro della capitale è stata disattivata la rete dei cellulari. Scontri con la polizia anche in piazza Vanak, nel Nord «liberale» di Teheran. La gente intorno a piazza Asadi, teatro degli scontri più duri, raccontava che l`aria era densa di lacrimogeni e non si riusciva a respirare. Secondo radio Zamaneh, starebbero provando a stabilire un presidio alla maniera di piazza Tahrir al Cairo.

Arrestato e subito rilasciato il console spagnolo. Dice Golnaz Esfandiari di Radio Liberty: «Le proteste di oggi a Teheran e in molte altre città dimostrano che il movimento di opposizione non è morto come dicono le autorità.

   La protesta contro il regime è ben viva e la pesantissima repressione non è riuscita a zittirla. Molte persone con cui ho parlato in Iran mi hanno detto di essere furibonde con i riformisti dell`Islamic partecipation Front per aver detto che i Verdi non vogliono il collasso del regime. Un giovane che oggi era in piazza mi ha detto che era pronto a morire per la libertà. Le sollevazioni in Egitto e Tunisia hanno rivitalizzato il movimento iraniano e gli hanno dato nuova speranza».

   Finora la risposta del regime alle proteste è stata a senso unico: brutalità, arresti, censura. Le forze di sicurezza sbaveranno di rabbia per non aver saputo impedire le manifestazioni di oggi. Il rischio è che alzino il livello della repressione, che colpiscano i leader della protesta come Mousavi, Karroubi e Khatami. Protagonisti della storia della Repubblica islamica, sono stati finora intimiditi ma risparmiati. Domani potrebbe essere il loro turno. (Claudio Gallo)

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IN IRAN I BASSIJI ATTACCANO LA PIAZZA PER FERMARE LA PROTESTA ANTIREGIME

da “IL FOGLIO” del 15/2/2011

– Lacrimogeni, spari, arresti e un morto a Teheran. Gli Stati Uniti appoggiano “le aspirazioni dell`opposizione” –

   Le motociclette nere dei bassiji sono tornate nelle strade di Teheran, ieri, per disperdere la manifestazione organizzata dall`opposizione al regime degli ayatollah. Lacrimogeni, spari, un morto secondo l`opposizione, decine di arresti hanno scandito il pomeriggio della capitale iraniana, mentre le strade si riempivano di giovani e meno giovani, i “reduci” dell`Onda verde che provò a forzare il Palazzo di Teheran nell`estate del 2009. 

   Secondo un reporter della Bbc, in poche ore s`è creato “un caos totale”, mentre ai leader del movimento d`opposizione è stato impedito di scendere in piazza. Il governo aveva respinto la richiesta, già la settimana scorsa, di manifestare: Mehdi Karroubi era stato messo agli arresti domiciliari giovedì scorso; la stessa sorte è toccata ieri a Mir Hossein Moussavi: l`accesso alla sua abitazione sarebbe stato bloccato, così come il collegamento telefonico (secondo altre fonti avrebbe tentato di uscire con i manifestanti, assieme alla celebre moglie Zahra Rahnavard).

   La polizia avrebbe arrestato anche il console spagnolo a Teheran, Perez Cambra. Il segretario di stato americano, Hillary Clinton, ha espresso già ieri sostegno alle “aspirazioni” della piazza iraniana, chiedendo al governo di non ricorrere alla violenza contro i manifestanti. Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, e la Guida suprema, Ali Khamenei, si sono schierati a favore dei “rivoluzionari” di Tunisi e del Cairo che hanno tolto di mezzo i loro leader “corrotti e schiavi dell`occidente”.

   Dietro all`improvvisa e inusuale simpatia per le piazze c`è naturalmente un disegno strategico: la destabilizzazione degli alleati di Israele e degli Stati Uniti crea un vuoto di potere nella regione di cui la Repubblica islamica d`Iran potrebbe facilmente approfittare, per non parlare del grande sogno sciita che prenderebbe forma ai danni delle odiatissime leadership sunnite. “Il governo iraniano ha dichiarato illegale per gli iraniani ciò che considera legittimo per gli egiziani”, ha sottolineato Toni Donilon, consigliere per la Sicurezza nazionale dell`Amministrazione Obama.

   All`Onda verde (che nell`ultimo anno e mezzo non ha avuto tregua da parte del regime: le uccisioni, le sparizioni e le persecuzioni non sono certo finite una volta che la piazza è stata sconfitta dalle manovre del Palazzo) non è sfuggita l`opportunità: torniamo in strada anche noi a sostegno delle rivolte che tanto piacciono ai nostri governanti, e vediamo quel che succede. La reazione delle forze di sicurezza del regime era scontata: la grande differenza tra la piazza iraniana e quella degli altri paesi sta proprio lì. In Tunisia e in Egitto, l`esercito si è rifiutato di sparare sulla folla e anzi ha fatto da mediatore tra i governi e le proteste.

   In Iran, le Guardie della Rivoluzione e i bassiji hanno già mostrato di non avere alcuna remora nel reprimere nel sangue ogni dissenso: l`ultima volta che l`Onda verde ha ufficialmente manifestato, nel dicembre del 2009, è finita con una decina di morti, e già nell`estate dello stesso anno, in cui sembrava che le fratture del Palazzo avrebbero sancito la vittoria della piazza, ci fu almeno un centinaio di morti, per non parlare di quelli che finirono nella prigione di Evin.

   Alcuni analisti sperano che il contagio arrivi in Iran, ma prevale la preoccupazione. La retorica del regime non si è mai fermata né contro l`opposizione, né contro l`occidente, Così come non si è fermata la corsa all`atomica. Ieri il capo dell`Aiea, Yukiya Amano, ha detto al Washington Post che l`Iran produce uranio arricchito “in modo sistematico”. E da domani è prevista una visita in Italia di una delegazione iraniana.

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PROTESTE IN SUDAN CONVOCATE VIA WEB “FACCIAMO ANCHE NOI COME GLI EGIZIANI”

di Marina Mastroluca, da “l’Unità” del 31/1/2011

   «Tutti possono fare qualcosa di positivo. Dobbiamo sollevarci e lasciarci alle spalle la passività. Dobbiamo farlo perché i nostri figli crescano con dignità, per noi, perché possiamo vivere la vita che ogni essere umano merita. Se gli egiziani possono superare le barriere della paura, possiamo anche noi. Che cosa stiamo aspettando?». Parte da una e-mail l`appello a scendere in strada a Khartoum, a sfidare il governo, a fare come stanno facendo in Egitto, come hanno fatto in Tunisia. Un tam tam che passa dal web, anche qui con la segnalazione di siti alternativi se la censura dovesse bloccare Facebook.

   Migliaia di ragazzi hanno risposto all`invito, quindicimila secondo l`agenzia Reuters, hanno affrontato i lacrimogeni della polizia e i manganelli. Molti studenti delle due università della capitale sudanese, arrivati a sfiorare il palazzo presidenziale inneggiando a Luis Moreno Ocampo, il procuratore del Tribunale penale internazionale che ha incriminato il presidente Bashir per crimini di guerra e crimini contro l`umanità: tutto il sangue versato in Darfur. «Ocampo, quello che dici è giusto», hanno gridato gli studenti, chiedendo una svolta politica ma anche riforme che taglino i prezzi.

   Un corteo pacifico, «organizzato da giovani ispirati da ciò che vediamo in Egitto e irritati da una politica che ha portato il Paese alla divisione», ha spiegato un esponente dell`opposizione. La frattura definitiva è stata sancita dal referendum svolto a metà gennaio e di cui ieri sono stati resi noti i risultati definitivi. Come era prevedibile negli Stati meridionali oltre il 99% della popolazione ha detto sì all`indipendenza.

INNO SU “X FACTOR”

La consultazione popolare era prevista dagli accordi di pace del 2005, che hanno messo fine ad un conflitto ventennale, costato 2 milioni di morti e 4 milioni tra profughi e sfollati. Il sud del Paese si è già dotato di un inno nazionale – scelto con una tripla selezione in un locale versione di XFactor – e una bandiera, ma non ha ancora un nome. La data di nascita ufficiale è già fissata per il prossimo 9 luglio. Per allora sono molti i nodi da sciogliere, a cominciare dalla divisione delle risorse economiche, in altre parole il petrolio.

   I bacini più importanti si trovano entro i confini del Sud-Sudan ed è un capitolo ancora da scrivere quello sui criteri di sfruttamento. Un`ipotesi è che il nord possa conservare dei diritti per il passaggio degli oleodotti, ma certo cambieranno di molto le condizioni. Finora il petrolio del Sud ha rappresentato l`80% dell`esportazione sudanese di greggio, ma solo il 50% degli utili è stato destinato agli Stati meridionali.

   I rischi connessi con questa fase di transizione sono enormi. Una parte della ricca regione petrolifera, quella della provincia di Abyei, deve ancora votare per il referendum e per gli osservatori internazionale è possibile che intorno ai bacini petroliferi si riaccenda la miccia della guerra. Ad esacerbare una situazione già difficile anche la pretesa del presidente Bashir di imporre – una volta sancita la separazione con il sud, a maggioranza cristiano e animista – una versione più stretta della sharia nel nord del Paese. (Marina Mastroluca)

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PISANU: “ITALIA ED EUROPA MIOPI E CINICHE ERA TUTTO PREVEDIBILE”

di Guido Ruotolo, da “la Stampa” del 15/2/2011

   E’ molto preoccupato Beppe Pisanu per quello che può accadere. Ed è anche polemico l`ex ministro dell`Interno («e dei diritti civili» amava aggiungere) perché, sostiene ora, la crisi del Maghreb era prevedibile e noi – Italia e Unione Europea – siamo stati miopi e anche cinici nel non volerla vedere. «Ci siamo lasciati prendere troppo dall`ossessione della sicurezza – dice il presidente dell`Antimafia – come spesso accade quando si parla di immigrazione clandestina, e abbiamo perso di vista il rischio gravissimo di un traboccamento demografico delle coste nordafricane».

Presidente Pisanu, prima di chiederle della Tunisia e dell`Europa, un commento sulla decisione di riaprire il Centro di accoglienza di Lampedusa voluto da lei quand`era ministro dell`interno.

«E` un`ottima struttura e bisognava aprirla subito. Chi ha pensato di tenerla chiusa per scoraggiare le partenze dalla Tunisia rendendo più disagevoli gli arrivi ha capito ben poco ciò che stava accadendo e forse ha dato prova di inutile cattiveria».

Cosa sta succedendo nel Maghreb? Siamo all`emergenza umanitaria?

«Che sia in atto una grave emergenza umanitaria è fuori discussione. Mi meraviglio di chi si meraviglia. Quei sommovimenti, quelle scosse politiche erano largamente prevedibili in quell`area. Se oggi arrivano in migliaia dalla Tunisia, cosa dobbiamo aspettarci dall`Egitto, che ha una popolazione otto volte più grande?».

La transizione egiziana è pilotata dai militari. Lì lo Stato sembra reggere l`ondata d`urto della rivoluzione, del cambio di regime.

«E` vero, ma la crisi sociale è maggiore e nell`incertezza politica possono determinarsi sommovimenti e spinte formidabili a emigrare».

Presidente Pisanu, lei è un profondo conoscitore della Libia. Tutti si chiedono cosa può succedere a Tripoli. Qual è la sua opinione?

«La Libia finora ha saputo controllare le sue frontiere marittime e mantenere lealmente gli impegni presi con l`Italia. Ma fino a quando potrebbe tenere se lungo i 4500 chilometri delle sue frontiere terrestri si riversassero ondate di egiziani a Est, subsahariani da Sud, da Ovest algerini e perfino marocchini?».

Gli oppositori hanno indetto via Internet proteste in Libia per giovedì prossimo…

«Certamente risposte emulative sono possibili anche in Libia, ma bisogna tener conto che lì la situazione sociale è più stabile perché c`è un Welfare del petrolio e del gas che garantisce un certo grado di stabilità sociale. Aggiungo che il sistema politico e istituzionale è più articolato e capace di dare spazio a una certa dialettica interna».

La ricetta anti-immigrazione clandestina del governo Berlusconi si è tradotta nell`intesa con Tripoli. E poi?

«Effettivamente la politica italiana per l`immigrazione in questi anni si è ristretta nell`ottica dei buoni rapporti con la Libia, e invece doveva e deve guardare a un orizzonte molto più vasto. Se come tutti ci auguriamo l`economia italiana si riprenderà, avremo bisogno di almeno 200.000 lavoratori immigrati all`anno per mantenere nei prossimi 30-50 anni il tasso attuale di popolazione attiva. In pratica, il nostro futuro benessere dipenderà dalla nostra capacità di attrarre e integrare gli emigranti nel nostro tessuto economico e sociale».

Ma di fronte all`emergenza di questi giorni, in attesa di interventi di lungo periodo, occorrono anche risposte concrete e immediate?

«Naturalmente. Per dirne una, si dovrebbero realizzare le strutture e i centri di accoglienza tanto al Sud quanto al Nord dell`Italia».

Pisanu, cosa dobbiamo fare a partire dalle prossime ore?

«Purtroppo dobbiamo prevalentemente fare affidamento sulle nostre risorse e, se posso dirlo, approfittare della situazione per costringere l`Europa a prendersi formalmente le sue responsabilità e a onorarle. Oggi, purtroppo, in molte stanze di Bruxelles contano più le mucche da latte che gli immigrati».

Quali responsabilità?

«Intanto di politica estera verso il confine mediterraneo e quindi l`Africa e il Medi Oriente. O l`Europa riesce a giocare un ruolo determinante nella transizione in atto, o rischia di ridursi a pallida comparsa politica sulla scena internazionale».

E concretamente cosa dobbiamo chiedere all`Europa?

«Di contribuire in maniera adeguata alle spese che l`Italia sta sostenendo da sola; di mobilitare subito la fantomatica Agenzia per le frontiere, Frontex, per la vigilanza e il soccorso in mare degli immigrati se vogliamo evitare che al dramma degli sbarchi si aggiunga la tragedia dei naufragi. Infine, la Ue deve aprire suoi sportelli in tutti i nostri centri di accoglienza, di identificazione ed espulsione, per consentire ai richiedenti asilo di indicare la loro destinazione preferita».

3 thoughts on “Il MEDITERRANEO che si ricongiunge: la rivolta dei giovani dei paesi arabi chiede risposte positive dall’Europa – Una nuova era di sviluppo e pace nel “mare nostrum”, che torna ad essere ponte di un’unica grande area geografica

  1. LUCA sabato 19 febbraio 2011 / 20:12

    “avremo bisogno di almeno 200.000 lavoratori immigrati all`anno per mantenere nei prossimi 30-50 anni il tasso attuale di popolazione attiva. In pratica, il nostro futuro benessere dipenderà dalla nostra capacità di attrarre e integrare gli emigranti nel nostro tessuto economico e sociale”

    Ricordiamoci queste cifre quando mangiamo le arance del meridione, quando beviamo un bicchiere di vino DOCG o un quando spolveriamo di parmigiano gli spaghetti.

    Invece che prenderli a schioppettate come se fossero dei “leprotti”, e invece che dire “stop immigrazione” o “paroni a casa nostra” : stupidi razzisti che non vedono più in là del loro naso ! Ce l’avete raccontata per anni che venivano a rubarci il lavoro, ma adesso che il capannone vuoto rimane il simbolo tetro nel paesaggio della paura e ch eil lavoro se ne è andato là dove costa meno, saranno loro a dirci cosa fare, saranno loro a dare l’esempio e a dirci di smetterla di farci abbindolare da governanti che per anni hanno appoggiato i despoti locali che hanno vissuto sulle spalle di questi africani.
    Gheddafi in primis, seguito dal nostro governo che lo ha sempre sostenuto. D’altronde che siano chiese o moschee, le bandiere sono verdi in Padania come in Libia. E i gran signori banchettano mentre la più parte di noi gira tra gli scaffali a cercare il prezzo in ribasso.
    SVEGLIAMOCI !

  2. Francesco Masi lunedì 21 febbraio 2011 / 10:18

    E’ il caso di spingere con una proposta politica mediterranea( con gli uomini sensibili, della politica e dei settori produttivi, culturali ed economici, disponibili a concretizzare lò’inizio di un percorso, non più rinviabile per un Mercato Comune Mediterraneo, con l’obiettivo altrettento urgente di arrivare all’Unione Mediterranea.

    • LUCA mercoledì 23 febbraio 2011 / 14:45

      So che mi prendero’ un altro pollice verso…

      Chi scrive ha la presunzione di avere cognizione di causa in tema di Indicazioni Geografiche (http://www.iamm.fr/recherche/prix_malassis/ceremonie-2010)…
      Ora io ho sempre sostenuto che la legittimazione a livello globale di questi strumenti, di cui paesi come Italia, Francia o Spagna beneficiano, costituisce un possibile fattore di sviluppo locale.

      L’istituto agronomico mediterraneo (www.iamm.it) lavora da anni per fare riconoscere le Indicazioni Geografiche anche sulla riva sud del Mediterraneo, dalla Turchia al Marocco, dando concreto seguito a dichiarazioni ambiziose come quelle del presidente della repubblica francese in favore di una Unione del Mediterraneo, che resta per ora solo un sogno…

      Questo è il mio contributo, che vuole essere concreto e pragmatico, non volendo io limitarmi agli appelli e alle esortazioni a prendere la parola e a denunciare pratiche e comportamenti incivili.

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