CITTA’ DISNEYLAND: ci sarà la RUOTA PANORAMICA DI VENEZIA? – e poi IN VENETO SEI MEGAPROGETTI cancelleranno tante storiche città e sempre di più l’agricoltura – Quando opporsi e quando cogliere l’opportunità per una trasformazione urbanistica virtuosa?

LONDON EYE, la RUOTA PANORAMICA DI LONDRA, che in un solo decennio di vita è riuscita a diventare l’attrazione turistica più visitata nel Regno Unito. Originariamente la gigantesca ruota – che sorge lungo la riva del Tamigi tra il Ponte di Westminster e lo Hungerford Bridge e guarda il Parlamento di Westminster – doveva rimanere in piedi solo per cinque anni. Ma grazie al clamoroso successo ottenuto, ha subito la stessa sorte della TORRE EIFFEL: da attrazione temporanea è divenuta uno dei simboli della città. PROGETTATA dall’architetto MARK BARFIELDarks Barfield con una struttura che la fa sembrare un’enorme ruota di bicicletta, è stata inaugurata all’inizio del 2000 per celebrare il nuovo millennio (è infatti anche nota tra i londinesi come MILLENIUM WHEEL). Con i suoi 135 METRI DI ALTEZZA, fino al 2006 è stata la ruota panoramica più alta del mondo. Pesa 2100 tonnellate, ed è composta da 32 CAPSULE, una per ogni quartiere di Londra. La ruota gira a una velocità di 26 centimetri al secondo e una rotazione completa dura 30 minuti. In questi dieci anni la ruota ha effettuato un totale di 45.000 rotazioni, ospitando complessivamente 36 milioni di turisti, il 60% dei quali stranieri. OGNI NAVICELLA può contenere fino a 25 PERSONE e – per coppie particolarmente eccentriche – può essere usata anche come sala per cerimonia: dall’anno 2000 nelle navicelle della ruota sono infatti stati celebrati più di 400 matrimoni! L’EYE è sempre uno dei punti di primaria importanza per il festeggiamento del CAPODANNO LONDINESE: molti delle migliaia di fuochi artificiali che vengono sparati in quella notte partono proprio dalla zona della ruota. Il prezzo di un biglietto sul London Eye? Al momento 17,88 sterline, poco meno di 20 euro

   Colleghiamo qui due argomenti: le città in crisi che cercano “provocazioni”, a volte simpatiche e a nostro avviso positive (come il dito medio di marmo dello scultore-artista Cattellan a Piazza Affari a Milano); e a volte ridicole (la megaruota panoramica a Venezia: noi speriamo che non se ne faccia niente). E l’altro argomento è il cemento che sempre più avvolge il nostro Paese (che celebra sì 150 anni… ma anche “di cemento”).   E facciamo l’esempio del Veneto e del fatto che sempre più nascono o vengono proposte “nuove città”, potremmo quasi dire spontaneamente (nessuno è in grado di fermare centro commerciali nelle periferie, in campagna e a ridosso dei caselli autostradali) e nuovi insediamenti spesso ludici, del cosiddetto tempo libero (fatti appunto di consumo, di commercio, ma anche di finanza, abitazioni, affari i più disparati…) dove la gente si incontra, ci va (magari all’inizio è contraria che vengano fatti i centri commerciali, ma poi ci va…), svuotando ogni città e il senso storico della città nell’abitarla, nel viverla nella quotidianità. Una frenesia di “nuovo”; e accade già da ora che centri commerciali costruiti e fatti funzionare cinque o sei anni fa possano essere già abbandonati e svuotati, a vantaggio di altri: un correre a cercare (e costruire!) luoghi sempre “più nuovi” (come se al cemento e all’uso del territorio non ci fosse fine).

   E le città? Non hanno di meglio che inventarsi ruote panoramiche (per quelle che se lo possono visivamente permettere: come Venezia dove ora al Tronchetto c’è una proposta di fare una ruota panoramica di altezza di 56 metri; ma anche dove le ruote panoramiche ci sono già come Londra, Singapore, e l’Oktober Fest di Monaco, la Wienener Reisard a Vienna, la ruota dell’Idroscalo a Milano….).

   Che fare in questo sistema impazzito di soldi e cemento e urbanistica e business fatto per attrarre le famigliole ad andar a passare la domenica? Diremmo niente. O quasi. Perché difficilissimo è fermare questo fenomeno.

IL DITO DI CATTELAN A PIAZZA AFFARI (MILANO). “Sono felicissimo di mettere a disposizione il mio lavoro”. E’ di poche parole l’artista Maurizio Cattelan, l’artista più contestato del momento. Il suo lavoro dal titolo L.O.V.E. (che significa LIBERTA’, ODIO, VENDETTA, ETERNITA’) è un gigantesco dito medio, alto 11 metri, interamente in marmo. Letizia Moratti e l’assessore Massimiliano Finazzer Flory hanno impiegato un po’ di tempo per concedere il permesso di collocarlo davanti al Palazzzo della Borsa in Piazza Affari. “La scultura ha senso lì, altrove sarebbe fuori posto”, ha convinto Cattelan

   Un’opportunità ci potrebbe essere, sembra provocatorio a dirsi (ma non lo è), nei progetti di creazione di infrastrutture (strade, treni, sistemazione di aree industriali….) che si potranno fare nei prossimi anni (finanziamenti permettendo). La costruzione di una nuova superstrada, autostrada, o di una linea ferroviaria ad alta velocità (ci piaccia o meno…), potrebbe anche essere l’occasione, per un “potere pubblico” autorevole e con le idee chiare, di razionalizzare il territorio, ripulirlo delle brutture (urbanistiche) passate e tornare a “fare ambiente”.

   Facciamo un esempio. Una strada nuova in costruzione, o ancora in progettazione, che, ad esempio, scorre da est a ovest in un territorio, una regione, potrebbe essere un motivo per razionalizzare il paesaggio nella sua conformazione “nord-sud”. Ci spieghiamo concretamente: se strada ci dev’essere la “mano pubblica” dovrebbe stabilire che a nord della nuova infrastruttura possano sì essere previste aree di servizio (di carattere pubblico o privato, come ospedali, scuole, ma anche centri commerciali e finanziari e industriali), ma altrettanto risolutamente (anzi molto di più) decidere (la mano pubblica) che nella parte sud della nuova strada sia vietata qualsivoglia costruzione, pubblica o privata: anzi incentivando lo spostamento delle attività e delle abitazioni situate a sud nella parte nord dell’infrastruttura, liberando ad aree verdi (ad agricoltura, a boschi…) tutta la zona sud.  

Ruota panoramica a Venezia immaginata dal Gazzettino - VENEZIA COME LONDRA: PRONTA LA RUOTA PANORAMICA AL TRONCHETTO - Alla giunta piace l'idea proposta da una società olandese. Posizionata al Tronchetto, garantirebbe 2 milioni di incassi in sei mesi - da “IL CORRIERE DEL VENETO” del 16/2/2011 - VENEZIA - Chissà se la chiameranno «l’occhio di Venezia» sulla scorta del famosissimo London Eye che da 135 metri permette di rimirare Westminster e il Tamigi. Anche Venezia si candida infatti ad avere la sua ruota panoramica. L’idea non è del Comune ma di una ditta privata olandese, la INTERNATIONAL WHEEL, che ha bussato alle porte di Ca’ Farsetti per promuovere scorci di laguna. L’idea è piaciuta alla giunta che la ha discussa. La ruota sarebbe installata al Tronchetto, vicino al PEOPLE MOVER. Il trenino guadagnerebbe di sicuro altri clienti, l’isola del Tronchetto un pizzico di riqualificazione. E IL BILANCIO COMUNALE GUADAGNEREBBE nuove entrate. International wheel darebbe infatti alla Amministrazione comunale il 30 PER CENTO DEGLI INCASSI. In tempi di crisi, una piccola boccata d’ossigeno pari a circa 2 MILIONI DI EURO IN SEI MESI, almeno stando alle previsioni degli olandesi. La ruota panoramica avrebbe, intanto, CARATTERE SPERIMENTALE, PER SEI MESI. Se poi i guadagni andassero bene, si potrebbe pensare a un’attrazione stabile. La proposta è stata valutata da sindaco e assessori che hanno deciso di vedere se gli altri enti competenti sono d’accordo. Il via libera alla ruota non dipende solo dal Comune, devono dire sì la soprintendenza, la salvaguardia e tutte le autorità che operano al Tronchetto. La struttura raggiungerebbe un massimo di 53 METRI, sufficiente per alzare lo sguardo su Venezia. (G.B.)

 Questo meccanismo urbanistico ha prodotto esempi interessanti in passato nell’area di Londra e in altre parti del mondo (lo stesso “Bosco di Mestre” in piccolo presenta caratteristiche simili), potendo (ri)costruire paesaggi (e zone verdi) prima perduti: come le famose Green Belt (cinture verdi) inglesi di separazione tra città e città (e non occorre dire quanto ne avrebbe bisogno ad esempio il Veneto, interessato al fenomeno del cosiddetto sprawl urbano, la dispersione abitativa (la città diffusa). Tentare di “usare” l’opportunità della nuova infrastruttura pubblica per razionalizzare il paesaggio, tornare a renderlo più attraente e vivibile, sarebbe un modo virtuoso per far rivivere i nostri luoghi di vita (è la scommessa, di noi tutti, del presente).

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A VENEZIA SPUNTA LA RUOTA PANORAMICA

– Il progetto alle porte della città per intercettare i turisti. Dubbi per l’impatto sul panorama –

di Tiziano Graziottin, da “il Gazzettino” del 16/2/2011

Una ruota panoramica, stile Vienna o Londra, dalla quale gettare uno sguardo ammirato e reverente sulla più bella città del mondo. Uno spettacolare pass per Venezia: dalla dimensione orizzontale del ponte della Libertà a quella verticale di una maxi infrastruttura da 60 metri destinata a sorgere in un’area del Tronchetto.
      L’operazione avrebbe già avuto l’approvazione dei piani alti di Ca’ Farsetti e il via libera degli uffici tecnici municipali; a giorni una Conferenza dei servizi – se non ci saranno levate di scudi – potrebbe chiudere la fase istruttoria e mettere idealmente le basi della grande ruota di Venezia.
      Iniziativa all’evidenza destinata a far discutere puristi e non – la “Venezia-Disneyland” era già oggetto di contestazione, ora la ruota rischia di diventarne l’emblema – ma l’appeal del progetto è fuori discussione almeno sotto l’aspetto turistico e quindi economico. Questione di business infatti, prima di tutto: per casse comunali piegate dai tagli dei finanziamenti statali e internazionali ci sarebbe una nuova, consistente fonte di denaro fresco in entrata derivante – per accordo con la società che ha proposto l’operazione – dall’affitto dell’area e soprattutto da una rilevante percentuale sugli incassi.
      Nelle città europee che hanno scommesso su questa struttura 

 – ma molte altre si sono attrezzate di cabinovie e funicolari – la ruota panoramica è diventata un’attrazione turistica di primo livello, e figuriamoci come può funzionare in un centro storico nel quale i punti di osservazione dall’alto sono tra l’altro pochissimi (campanili di San Marco e di San Giorgio, per dire) e comunque di non facile accesso e fruibilità. Il sindaco Giorgio Orsoni ha già dato un suo benestare di massima e “passato la palla” a Venezia Marketing & Eventi, che ha avuto il compito di scandagliare tutti gli aspetti dell’operazione: sostenibilità e opportunità economica, logistica, sicurezza.
      Semaforo verde finora, ma nel pacchetto – aggiungiamo noi – resta l’incognita dell’impatto ambientale non solo sul paesaggio lagunare ma anche nell’immaginario collettivo. Una ruota da 60 metri andrebbe a modificare in qualche modo lo skyline della città, sia pure in una posizione defilata come il Tronchetto; vero è che, come noto, nella stessa direzione lo sguardo viaggia anche verso le ciminiere di Porto Marghera, che non sono precisamente uno spettacolo suggestivo, ma è fuor di dubbio che il dibattito tra favorevoli e contrari si annuncia incandescente. La via d’uscita, in apparenza, c’è: non si tratterebbe infatti di una struttura fissa, potendo essere installata anche solo per un certo periodo e poi smontata, e tutti potrebbero quindi farsi un’idea dell’effetto che fa.
      Venezia ne ha viste tante, in questi anni di precariato potrebbe digerire anche una ruota panoramica a tempo determinato. (Tiziano Graziottin)

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IL DITO DI CATTELAN ALLONTANA LA FINANZA DA PIAZZA AFFARI

– Vegas contro la Moratti, pronto a spostare la relazione della Consob –

di Alessandro Barbera, da “la Stampa” del 16/2/2011

   Quegli undici metri di marmo di Carrara che incombono come un giudizio divino verso il tempio della finanza italiana proprio non gli vanno giù. Vagli a spiegare che l’arte è arte, che le opere non si discutono, al massimo le si può amare od odiare. Vagli a spiegare che il digitus impudicus è un gesto antichissimo, narrato ne Le Nuvole di Aristofane e poi usato da Caligola per umiliare i sudditi quando gli si avvicinavano per omaggiarlo. Vagli a spiegare che Maurizio Cattelan l’ha voluta chiamare L.O.V.E., nel senso di libertà, odio, vendetta ed eternità.
   Inutile tentare di convincerlo dopo che, il giorno di San Valentino, un gruppo di artisti l’ha impreziosito con un enorme anello di fidanzamento. Lui, che pure è milanese e personaggio incline all’autoironia, ora guida la Consob, la società di controllo dei mercati. E si immagina quel giorno di inizio maggio (quest’anno la relazione sarà anticipata), primo appuntamento importante della sua presidenza, con i fotografi pronti a immortalare il gotha dell’imprenditoria e della finanza, ministri e presidente della Repubblica sotto quell’enorme, provocatorio, dito medio.
   Ci ha riflettuto cinque minuti, ha immaginato sguardi e battute, quindi ha preso la sua decisione: o il Comune rimuove il Dito da Piazza Affari, oppure non se ne fa nulla. E poco importa se la presentazione della Relazione annuale, violando una consuetudine che dura ormai da dieci anni, dovrà traslocare altrove.  Giuseppe Vegas ha già pronta un’alternativa meno imbarazzante e più evocativa: Palazzo delle Stelline. Per lui che alla sobrietà pubblica crede fino alla noia, la soluzione è perfetta: all’inizio del seicento lì trovavano dimora la «Società dell’Obbedienza» di nobili e cardinali, nonché le stanze delle «Stelline», le orfane di Milano chiamate così in onore del fu monastero delle Benedettine di Santa Maria della Stella.
   Il luogo consono, questo sì, per radunare banchieri e grand commis su regole e crisi, doveri e responsabilità. Difficile dire se i propositi di Vegas spingeranno Letizia Moratti a rivedere le sue convinzioni. Perché finora, nonostante le proteste, ogni critica al Dito è stata rispedita al mittente. Non più tardi del 4 gennaio – giorno in cui un sondaggio di Milano Finanza nel mondo dei banchieri indicava una valanga di no – una giunta straordinaria del Comune ha concesso la terza proroga.
   Posata il 24 settembre dell’anno scorso, l’opera, valore stimato due milioni di euro, doveva rimanere a Piazza Affari per un paio di settimane. Ora, fra i mugugni di molti consiglieri, la rimozione è prevista non prima del 30 settembre. L’assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory ha provato a spiegarla così: «Non è più un dito ma una mano aperta verso l’arte contemporanea.
   La proroga rafforzerà il programma di iniziative estive». I vertici di Borsa Italiana, ufficialmente, restano in silenzio. Ma quel Ditone, inutile dirlo, divide le coscienze dei milanesi. Il sindaco è stretto fra due fuochi, e la ragione vera della resistenza è in una frase di Cattelan: «Regalerò la scultura alla città a patto che ne venga rispettata la natura. Resti in Piazza Affari almeno per vent’anni».
   Per Cattelan il Dito è esattamente dove dovrebbe essere, orientato verso l’obiettivo giusto, un gestaccio irriverente a Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa italiana e luogo simbolo della finanza globalizzata.   Dipendesse da lui, dovrebbe diventare l’icona autoironica di Piazza Affari, un po’ come il Toro di Wall Street. Vegas permettendo. (Alessandro Barbera)

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Via col Veneto

CEMENTO AMATO. IL CASO VENETO: TERRITORIO E MEGAPROGETTI

di Julian W. Adda, Gabriele Toneguzzi da: http://www.ilgiornaledellarchitettura.com/

   «Saremo nude proprietà tra servitù di passaggio» è il sottotitolo di un monologo teatrale intitolato Bisogna che Marco Paolini ha recitato l’11 settembre nelle campagne nei dintorni di Dolo (Venezia). In questa inchiesta non rifletteremo di passaggi, spostamenti e infrastrutture (in una fase estremamente liquida, dove la ricerca di 13 miliardi necessari per le opere programmate nei prossimi tre anni lascerà al palo alcuni interventi a favore di altri), ma delle nude proprietà.
IL CASO VENETO CITY
   Paolini ha recitato nelle campagne dove dovrebbe sorgere Veneto City, un megainsediamento che pare il metro attorno a cui tutto si misura, nell’attuale fase di urbanizzazione della campagna veneta. L’intervento ora in discussione risulta straordinariamente rilevante nell’amalgama complessa e stratificata del nodo regionale fra Padova e Venezia: non sono solo le dimensioni, ma anche il contesto nel quale il progetto si cala, a sollevare molte perplessità.

   Veneto City prevede di condensare lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia e l’autostrada A4, nei dintorni di Dolo e Arino (due cittadine a circa quindici km da Mestre), volumetrie produttive, di servizi e ricettive (non è previsto residenziale), negli intenti a uso sia pubblico sia privato, dove si ipotizzano tra le 30 e le 40.000 presenze giornaliere, tra operatori (tra 10 e 20.000) e fruitori.

   A differenza degli altri casi presentati in queste pagine, il concept dei promotori prevede non una semplice lottizzazione industriale (peraltro già esistente su parte dell’area, e già prevista dal Prg per altre parti), ma la costruzione di un’immagine urbana coerente che passa attraverso la nuova edificazione e la riconversione delle volumetrie presenti (l’ipotesi è che nel tempo la destinazione produttiva passi dall’industriale al terziario avanzato e oltre: in questo senso, già immaginando la presenza di quei settori dell’economia che si basano sul consumo culturale, sottolineato dalla candidatura di Venezia e del Nord Est a Capitale europea della cultura 2019) che verranno inglobate negli ambiti residenziali esistenti, con l’obiettivo di definire un disegno unitario.

   Un intervento urbanistico della durata più che decennale: se fosse gestito dallo Stato si chiamerebbe «città nuova»; in mano ai privati assume contorni più sfumati, dato che comunque non basterà il loro solo intervento a sostenere tutta l’operazione.

   Infatti, secondo i promotori, a Veneto City, servita dal casello autostradale di Dolo sulla A4 e due stazioni ferroviarie, di cui una costruita ad hoc, s’insedieranno anche una sede universitaria, attività istituzionali, musei: nulla di ufficiale dato che, pur essendo stato indicato, a differenza degli altri grandi interventi previsti, di rilevanza strategica all’interno del Piano territoriale regionale di coordinamento (Ptrc) licenziato dall’ex governatore Giancarlo Galan (cfr. «Il Giornale dell’Architettura», n. 73, maggio 2009), ora tutto è fermo. Ragioni economiche (cfr. S. Canetta, E. Milanesi, Legaland. Miti e realtà del Nord Est, Roma, 2010) e ambientali: l’economia incespica, e non è detto che anche questa volta il volano edilizio la faccia ripartire; la sensibilità ambientale raddoppia le cautele.
MEGAPROGETTI E TERRITORIO
   Per l’intero territorio, la Regione prende tempo. Sotto la guida di Luca Zaia, è in corso un esame approfondito di ogni proposta d’intervento non residenziale: motivabili singolarmente, è la loro azione combinata che potrà generare effetti imprevedibili.

   È dunque necessaria una ponderata discussione collettiva che inquadri questo e gli altri temi progettuali rilevanti almeno a livello regionale: di qui la scelta di considerare come emblematici, insieme a Veneto City, gli interventi previsti o in corso per Tessera City, Città della Moda, Motorcity, Magna Park, Eastgate Park e per la nuova zona industriale di Villamarzana, che interessano una superficie totale di circa 10 kmq. 

   Per fortuna Euroworld, l’Europa in miniatura estesa su 124 kmq nel Delta del Po, con annesse infrastrutture alberghiere per una stima di 30.000 visitatori giornalieri, dopo aver fatto capolino sui giornali nel 2008, sembra invece azzerata; paradossalmente, l’unico elemento a essere under construction è il suo sito web.

   A questi si possono aggiungere, come «franchi tiratori», proposte in cui il peso del nome (il Palais Lumière di Pierre Cardin, un improbabile palazzo-torre alto circa 300 metri che i promotori stessi propongono indifferentemente in taglie e siti diversi, dalla parigina Ile Seguin a Veneto City), o la disarmante banalità del segno (la Colonna Desman, anche qui una torre di 300 metri, ideata per un punto non precisato nell’area del graticolato romano), sembrano ragioni inconfutabili per legittimare il progetto.
BULIMIA IMMOBILIARE
   Lo sviluppo della regione negli ultimi 40 anni ha avuto il carattere di un torrente impetuoso che, in nome del progresso economico e dei particolarismi personali, non ha saputo elaborare riflessioni profonde. Nei 581 comuni veneti esistono circa 1.500 zone industriali: dimostrazione di come la scarsa attenzione nei confronti del territorio, visto come insieme disarticolato di municipalità, e un accentuato campanilismo, ha portato alla polverizzazione dei siti produttivi e degli abitati.

   Il bulimico appetito immobiliare, indotto da forti ritorni economici, ha generato una sovradotazione di capannoni ed edilizia residenziale, generalmente di bassa qualità. Per i primi, in attesa di veri processi di demolizione e ricostruzione, si stanno già registrando recuperi a fini culturali (spiccano i casi di Castelfranco, con Antiruggine, e Vicenza, con MonoTono), mentre per le seconde il futuro è incerto: secondo le stime, sono più che sufficienti a coprire la domanda fino al 2022.

   «In Veneto dal 2001 al 2006 sono state realizzate case per 788.000 persone (ma i nuovi abitanti sono soltanto 248.000)» (cfr. F. Sansa, A. Garibaldi, A. Massari, M. Preve, G. Salvaggiulo, La Colata, Milano 2010, p. 273). Sempre Galan, nel 2008, paragonava l’area centrale della regione (province di Venezia, Padova, Vicenza, Treviso) alla contea di Los Angeles (condivide una superficie simile, circa 10.000 kmq, ma conta poco meno della metà di abitanti, circa 4 milioni); altri, come l’Ocse, limitano il core regionale a tre province.

   Si tratta di un’area la cui dotazione infrastrutturale è assai squilibrata e in cui il ruolo del trasporto pubblico incide scarsamente con linee su gomma e ferro spesso sovrapposte e male utilizzate, mentre il progettato Servizio ferroviario metropolitano regionale (Sfmr) attende la partenza nonostante i lavori siano iniziati da circa 10 anni.
SVILUPPO VS RESPONSABILITA’
   La revisione della pianificazione regionale iniziata con la Carta di Asiago del 2004 tenta di porsi dalla parte dell’ambiente, indirizzandosi verso un nuovo Ptrc che, nell’ambito di un disegno generale diretto a un «miglioramento di qualità della vita», desidera liberarsi dai vincoli (fatti salvi quelli paesaggistici), offrendo l’opportunità agli abitanti di raggiungere obiettivi di comune interesse. Ciò significa, come ricorda l’assessore regionale Marino Zorzato, fare in modo che la responsabilità delle scelte venga presa direttamente a livello amministrativo locale.
   Ai margini del convegno sulla biodiversità dello scorso 13 settembre a Padova, lo stesso Zorzato ha parlato dell’importanza dei momenti di studio e delle occasioni di trasferimento culturale dagli ambiti accademici a quelli decisionali e di lì a cascata verso gli altri livelli. Si sta lavorando per delegare i poteri verso le istituzioni periferiche, conservando alla Regione la funzione d’indirizzo generale, confidando nella comune responsabilizzazione e ogni componente della collettività. Resta da vedere se, nella pratica, tutti faranno la loro parte, nel reale rispetto per il nostro territorio; superando lo spiccato individualismo veneto e applicando lo spirito comunitario che contraddistingue, ad esempio, il volontariato sociale.

di Julian W. Adda, Gabriele Toneguzzi, da Il Giornale dell’Architettura numero 88, ottobre 2010

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“IL GIORNALE DELL’ARCHITETTURA” DENUNCIA

METRI CUBI A VALANGA. QUEI SEI MEGAPROGETTI MANGIANO IL TERRITORIO

di Paolo Coltro, da “il Mattino di Padova” del 4/11/2010

   Come nel vecchio selvaggio west americano: una carovana va avanti per quattrocento chilometri in territori solitari, sceglie la terra, si ferma, e sorge una città, in mezzo al nulla, con la sola compagnia di panorami sconfinati. Hanno pensato lo stesso per Veneto City: hanno scelto 56 ettari per far nascere una città che avrà pochi residenti, ma due milioni di metri cubi di costruzioni: per ospitare l’eccellenza industriale e progettuale veneta, ma anche un ospedale, un’università, sedi di aziende e istituzioni.
   C’è tutto, manca la compagnia di panorami sconfinati: a pochi chilometri ci sono Dolo e Pianiga, più vicino ancora Arino, a quindici chilometri Padova, a quindici chilometri non tanto Mestre, quanto piuttosto Marghera, con tutto il proprio potenziale di (ex) polo industriale riconvertibile.

   Una città (gli stessi progettisti l’hanno battezzata city) in grado di attrarre tra le 30 e le 40 mila presenze giornaliere tra operatori e fruitori. Soprattutto, una città inventata dagli interessi economici che distrugge la continuità già compromessa di un pezzo di campagna. Dirlo a Giancarlo Galan, che l’ha sostenuta quand’era governatore del Veneto, e adesso è ministro dell’Agricoltura.
   Veneto City è una delle scintille che ha fatto scattare l’inchiesta-denuncia del Giornale dell’Architettura, autorevole foglio mensile edito da Allemandi. Sotto un titolo indovinatissimo, «Cemento amato», molte amare riflessioni condite da una valanga di dati precisi ed inoppugnabili. Intanto i sei futuribili nuovi interventi: Veneto City, come si è detto, la Città della moda a Fiesso d’Artico, Motorcity a Vigasio e Trevenzuolo (Verona), l’Eastgate Park a Portogruaro e Fossalta, il Magna Park a San Bellino (Rovigo), il polo logistico Macroarea SS 434 ad Arquà Polesine. Le cifre dell’alluvione di metri cubi, prevedibile e poco contrastata come gran parte delle alluvioni.  

fra Mantova e Verona dovrebbe sorgere “Motor City”, quattro milioni e mezzo di metri quadrati con un gigantesco autodromo

   Come se il passato non avesse insegnato nulla: il Veneto ha già vissuto l’invasione delle zone industriali ad ogni campanile (di più: sono 1500, e ci sono 581 comuni), lo sciame di cavallette delle casette da geometra sorte dove e come volevano; i capannoni disseminati ovunque che sono diventati il tratto caratteristico del paesaggio.
   In compenso le infrastrutture di comunicazione sono rimaste sostanzialmente quelle della metà del secolo scorso, ci sono voluti vent’anni per costruire i 34 chilometri del Passante di Mestre, la Pedemontana è sulla carta, la ferrovia non è mai diventata metropolitana in un’area che era già metropolitana vent’anni fa.
   Nel Veneto, a quanto pare, il senno di poi non esiste. Incuranti delle lezioni del passato, ciechi di fronte ai disastri dello sviluppo non regolato, insensibili davanti allo scempio del paesaggio, detentori di capitali e politici procedono allegramente insieme nella proposta e approvazione dell’edificabilità sempre e comunque. 

   Evidentemente la lungimiranza è concetto estraneo agli interessi immediati e alla necessità di voti. Un piccolo esempio: l’ardito progetto di Veneto City non può nemmeno essere definito saccheggio di terreni, visto che per buona parte quelle aree erano già state destinate ad insediamenti industriali dagli stessi comuni. Ma perché i comuni l’hanno fatto?
   Negli anni, alla mancanza di pianificazione si è sostituita una pianificazione distorta: ognuno per sè e gli interessi economici su tutto. Il meccanismo, dopo gli anni d’oro di Galan, esiste tuttora. La voce forte degli architetti si leva come freno, e incontra qualche sensibilità. Lo stesso “Giornale dell’Architettura” riporta alcune affermazioni di Marino Zorzato, vicepresidente della Regione, Pdl. Dice Zorzato: «Io non devo fermare il Veneto, devo mettere un freno, se possibile, a un certo tipo di edilizia incontrollata che ha deturpato parte del Veneto. Non si tratta di bloccare o meno le singole iniziative: bisogna farle precedere da un’attenta valutazione».
   Ma è un sintomo che l’aria è diversa, forse il cemento non è più tutto e subito. C’è la crisi, niente affatto superata, soprattutto per il comparto immobiliare. Gli enti pubblici, territoriali e non, sono a secco e lo saranno ancora a lungo: quindi non sono nella condizione di condividere joint venture con il privato. Gli architetti Julian Adda e Gabriele Toneguzzi, che firmano l’inchiesta – con la collaborazione di Silvia Catozzi – mettono lì un dato che si commenta da solo: capannoni e case residenziali sono in eccesso. Le seconde, generalmente di bassa qualità, sono così numerose che copriranno la domanda fino al 2022. Nel libro La colata edito quest’anno (F. Sansa, A. Garibaldi, A. Massari, M. Preve, G. Salvaggiulo) si scrive che «in Veneto dal 2001 al 2006 sono state realizzate case per 788.000 persone, ma i nuovi abitanti sono soltanto 248.000».
  Allora perché costruire ancora se il mercato non lo richiede? Forse non è un caso che i nuovi tentativi riguardino quasi esclusivamente mega-progetti. Dice Gabriele Toneguzzi, uno degli autori dell’inchiesta: «Le regole urbanistiche, a volte, fanno diventare matti i cittadini per una finestra o un muretto, mentre le grandi progettazioni sembra possano passare con minore difficoltà». Sarà un caso? Magari con alcune furbizie: si chiama l’archistar per la progettazione, e dietro lo specchietto per allodole passa tutto. Aggiunge Julian Adda: «Di fronte alle pressioni del mondo produttivo, nessun politico può dire “fermiamoci”: lo buttano fuori». 

   Tant’è, come si è visto in questi anni, che i progetti, mega o meno, hanno una fase di incubazione politica evidente, fatta di rapporti, alleanze, contatti, probabilmente cointeressenze. Non si tratta di scoprire l’acqua calda, si tratta piuttosto di costruire una nuova cultura, sia nella classe politica che nella popolazione. Ci vorranno anni, e teste diverse, e intanto i megaprogetti premono per partire.
   Non dappertutto è così. In Alto Adige la pianificazione è solidamente in mano agli enti pubblici, leggi provincia autonoma e comuni. E non si sgarra. Risultato: territorio ipercontrollato e salvaguardato, attenzione all’ambiente, nascita e crescita di una leva di giovani architetti che raccoglie premi in tutto il mondo. In Francia le “villes nouvelles” le ha decise (un po’ centralisticamente, sì) il governo, non certo i privati seguendo i loro interessi.

   Qui da noi, il progetto Veneto City, ad esempio, prevede anche di essere servito da due stazioni ferroviarie, una delle quali da costruire ex novo. La previsione non è delle Ferrovie, ma dell’ingegner Luigi Endrizzi, l’ideatore e capofila della cordata economica. A Singapore le decisioni sul tracciato e sulle stazioni della metropolitana sono top secret, e solo dopo la decisione i privati si muovono per sfruttarne le ricadute economiche.
 Altri mondi. Il merito dell’inchiesta-denuncia de “Il Giornale dell’Architettura” è quello di aver dato una visione d’assieme che dà i contorni precisi dell’impatto che i mega-progetti avrebbero sulla sostenibilità del territorio. Ognuno di questi progetti, pur mega, è sulla carta eco-sostenibile. Tutti assieme, sono un altro sfregio ad una terra già massacrata, saccheggiata, inebriata da uno sviluppo stupefacente ma caotico, e soprattutto squilibrato. Uno sviluppo che, per non cambiare il dna del Veneto, ora deve scegliere altre strade. Proprio così: deve. (Paolo Coltro)

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La denuncia di Salvatore Settis: così l’Italia viola la Costituzione

MARE, SOLE E (MOLTO) CEMENTO

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/12/2011

– Panorami Abusi, confusione urbanistica, devastazioni ambientali. Ogni giorno viene coperto di nuove costruzioni l’equivalente di 251 campi da calcio –

   Vi fanno schifo gli ammassi ammorbanti di case abusive di Triscina e Marinella che assediano Selinunte?  Niente paura. Un paio di ritocchi col computer e potete far tornare la costa vergine e bella come ai tempi in cui veniva adorata Tanit, la dea dell’abbondanza.

   L’ha già fatto, tempo fa, la Regione Sicilia in una campagna pubblicitaria che, per rendere più attraente Taormina agli occhi dei turisti del pianeta, rimosse elettronicamente tutta la spazzatura urbanistica del lido di Naxos per farlo tornare meraviglioso come dovette apparire a Teocle il giorno in cui Nettuno, furente col nostromo che gli aveva offerto del fegato cotto male, lo aveva fatto naufragare a Capo Schilisi.
   L’incubo d’una Italia sdoppiata, quella che vogliamo ancora immaginarci e quella che sta diventando nella realtà, ti assale pagina dopo pagina leggendo l’ultimo libro di Salvatore Settis, archeologo, direttore fino a un mese fa della Scuola Normale di Pisa, già a capo del Getty Center di Los Angeles e presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali (dal quale si dimise in polemica con Sandro Bondi) e oggi, fra le tante altre cose, docente al Prado e presidente del comitato scientifico del Louvre.

   Si intitola Paesaggio, Costituzione, Cemento, è edito da Einaudi e gela il sangue a chiunque ami questo nostro Paese. Non c’è giorno in cui qualche politico, operatore turistico o albergatore non tiri fuori la storia che siamo «il Paese più ricco del mondo di bellezze naturali e di beni culturali censiti» e c’è chi dice che ne abbiamo un quarto di tutto il pianeta, chi un terzo fino a Silvio Berlusconi che, primo in tutto, si è avventurato a dire che «possediamo il 72% del catalogo delle opere d’arte e di cultura d’Europa, il 50% di quelle mondiali, abbiamo 100.000 tra chiese e case storiche». Oltre ad essere «il Paese del sorriso e della gioia di vivere». E, si capisce, delle belle ragazze.

   Calcio e ragazze a parte, Settis fa a pezzi questi consolanti luoghi comuni per sbatterci in faccia la realtà dei fatti: abbiamo «il più basso tasso di crescita demografica d’Europa, e uno dei più bassi del mondo» e insieme «il più alto tasso di consumo di territorio». Qualche numero? «Negli undici anni dal 1991 al 2001 l’Istat registra un incremento delle superfici urbanizzate del 15%, ben 37,5 volte maggiore del modesto incremento demografico degli stessi anni (0,4%), mentre nei sette anni successivi l’incremento delle superfici edificate è stato del 7,8%».

   Ancora: «Tra il 1990 e il 2005 la superficie agricola utilizzata (Sau) in Italia si è ridotta di 3 milioni e 663 mila ettari, un’area più vasta della somma di Lazio e Abruzzo: abbiamo così convertito, cementificato o degradato in quindici anni, senza alcuna pianificazione, il 17,06% del nostro suolo agricolo». E l’assalto continua. Basti dire che ogni giorno, da Vipiteno a Capo Passero vengono cementificati 161 ettari di terreno. Pari, per capirci, a 251 campi da calcio.

   Una enormità, per un Paese che non ha gli spazi immensi e desertici dell’Australia o del Nevada. «In alcune regioni (specialmente al Sud, ma non solo) si è andato radicando un diffuso abusivismo, che offende il paesaggio e la storia ignorando le norme ed eludendo i controlli. In altre regioni (specialmente al Nord, ma non solo), i delitti contro il paesaggio si consumano non ignorando le regole, ma modificandole o “interpretandole” con mille artifizi, perché siano al servizio non del pubblico bene, ma del “partito del cemento”, invadente e trasversale».

   Un delitto contro la nostra storia, la nostra cultura, i nostri stessi interessi: «Costruiamo devastando il paesaggio in nome del progresso e della modernità; ma queste alluvioni di cemento, che forse sono il residuo (rovesciato) di un’arcaica fiducia contadina nella terra come unica fonte di ricchezza, non creano sviluppo, lo bloccano».

   Se la nostra ricchezza non è il petrolio, non sono i diamanti, non sono le «terre rare» come lo scandio, l’ittrio o i lantanoidi ma Segesta e il lago di Garda, Pompei e San Gimignano, i faraglioni di Capri e i trulli del Salento, che senso c’è a stuprare questo territorio fragile? Perché un turista dovrebbe venire a far le vacanze sulla «stupenda costa calabrese» decantata nei depliant se «uno studio reso pubblico dalla Regione Calabria (giugno 2009) ha registrato 5.210 abusi edilizi nei 700 chilometri delle coste calabresi, mediamente uno ogni 135 metri, di cui “54 all’interno di Aree Marine Protette, 421 in Siti d’interesse comunitario e 130 nelle Zone a protezione speciale”, incluse le aree archeologiche»?
   Caos urbanistico, caos legislativo. «L’intrico normativo e la labirintica segmentazione delle competenze fra Stato, Regioni, Province e Comuni contribuiscono in modo determinante alla mancata tutela del paesaggio», denuncia Settis. Aggravato da scelte scellerate: i comuni, asfissiati dalla mancanza d’ossigeno finanziario, sono spinti per fare cassa a «ricorrere in modo ancor più massiccio agli oneri di urbanizzazione, cioè alle nuove costruzioni» questo «ha ulteriormente accelerato la devastazione del territorio». Con un’impressionante crescita dei conflitti d’interesse: «Vedremo insediarsi fra Mantova e Verona Motor City, quattro milioni e mezzo di metri quadrati con un gigantesco autodromo, enormi centri commerciali, un parco di divertimenti doppio di Gardaland, sale espositive di case automobilistiche, e così via; un investimento da un miliardo di euro, a cui partecipano gli stessi enti (come la Regione Veneto) che devono rilasciare le autorizzazioni e promuovere le valutazioni d’impatto ambientale».

  Un delitto. Tanto più che la Costituzione «consacrò la tutela del patrimonio culturale e del paesaggio al più alto grado, ponendola fra i principî fondamentali dello Stato». Anzi, come ricorda Carlo Azeglio Ciampi, quello è «l’articolo più originale della nostra Costituzione». E ci ricorda che «sviluppo, ricerca, cultura, patrimonio, formano un tutto inscindibile». (Gian Antonio Stella)

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SETTIS: “SALVARE IL PAESAGGIO E’ UN DOVERE CIVILE”

di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 3/1272011

– «Il nuovo libro dello studioso denuncia gli assalti di cui è vittima uno dei principali patrimoni del paese, ne illustra le cause e suggerisce come resistere. Uno dei paradossi nazionali: abbiamo le migliori leggi di tutela e il peggiore abusivismo edilizio». –

   Tre paradossi, secondo Salvatore Settis, gravano sul paesaggio italiano e sul suo futuro.

1-L´Italia è il paese con un tasso di crescita demografica bassissimo (quel poco che c´è è dovuto prevalentemente agli immigrati), eppure è da noi che il cemento consuma più suolo in Europa.

2-Solo in Italia la protezione del paesaggio è scritta nella Costituzione ed è in Italia che vigono le migliori leggi di tutela: eppure il nostro è il paese più infettato dall´abusivismo edilizio e da quel sistema di deroga costante che autorizza legalmente di costruire in modo selvaggio.

3-Ultimo paradosso: vantiamo una letteratura sterminata sul paesaggio (giuridica, amministrativa, storica, filosofica…), eppure nella scuola italiana non c´è verso di sentir pronunciare quella parola.
   Storico dell´arte, archeologo, direttore prima del Getty Research Institute di Los Angeles, poi, fino a quest´anno, della Normale di Pisa, titolare della Cátedra del Prado, Settis sta per mandare in libreria Paesaggio, Costituzione, Cemento. La battaglia per l´ambiente contro il degrado civile (Einaudi, pagg. 326, euro 19). Il libro fa capire quale profilo ormai affianchi quello del Settis studioso e docente: l´essere diventato fra i più affidabili riferimenti di quel vasto schieramento che in Italia fronteggia aggressioni e insensatezze a danno del paesaggio. E questo saggio raccoglie riflessioni culturali e civili, cifre, scenari economici, storie e una ricca documentazione di fonti legislative e amministrative che consentono a chi si batte per evitare un sopruso di avere uno strumento in più.
Settis, gli italiani non crescono, ma le case sì. Perché?
«Al fondo anche delle più sfacciate operazioni speculative io ci leggo una cultura arcaica, la memoria di una povertà ancestrale: persino nelle zone più ricche del paese quel che conta è la rendita fondiaria che blocca capitali e non produce ricchezza».
Il culto del mattone?
«L´idea che il modo migliore per investire un capitale sia di tradurlo in immobile. Che poi questo venga utilizzato o venduto è secondario. È un carattere che accompagna la nostra economia da decenni, comprensibile, forse, in un cittadino comune, meno in Giulio Tremonti».
Che però non è il ministro addetto al cemento.
«È lui ad aver varato nel 2001 la norma che detassa il reddito d´impresa se si investe in capannoni industriali: si spiega così, e con qualche trucco aggiuntivo, perché le province di Treviso, Padova, Vicenza e Venezia – ma anche altre in tutta Italia – siano disseminate di stabilimenti vuoti che sfigurano il paesaggio pedemontano veneto già massacrato quando la crescita economica di quelle aree era impetuosa e quando incalzava il cosiddetto sprawl urbano, la dispersione abitativa».
Ecco il paradosso: mattone senza crescita.
«Un altro potente fattore di devastazione è stata l´abrogazione di quella parte della legge Bucalossi del 1977 che imponeva a chi costruiva di contribuire ai costi che il Comune avrebbe sopportato per gli allacci di luce, gas, acqua, per le strade, le fogne. Dal 2001, ultimi giorni del governo Amato, quei soldi che il privato paga finiscono nel bilancio del Comune che li usa come crede».
E qual è stata la conseguenza?
«Che i Comuni, strozzati dal calo dei finanziamenti statali e poi dall´abolizione dell´Ici, sono stati spinti a fare cassa concedendo quante più licenze edilizie possibili. Hanno venduto suolo senza altra logica che quella di tenere in piedi i bilanci. E sono incentivati a continuare. Poi ci si mettono i condoni, il cosiddetto “piano casa”…».
Lei raccoglie tantissimi dati sul consumo di suolo.
«Le informazioni non mancano. Talvolta sono parziali. L´Istat ha accertato che dal 1995 al 2006 sono stati rilasciati permessi per 3,1 miliardi di metri cubi. E con questi dati l´urbanista Paolo Berdini ha calcolato che si è costruito su 750 mila ettari di suolo, una superficie grande quanto l´Umbria. Ma a queste cifre vanno aggiunti i numeri dell´abusivismo».
Sotto questa marea di case, strade e stabilimenti annega parte consistente del paesaggio italiano. Che cosa replica a chi sostiene che non si possa guardare al paesaggio come a un bene immutabile, dato una volta per sempre?
«Che è verissimo. Il paesaggio cambia continuamente. Gli alberi di un bosco crescono e poi vengono potati. Tutte le leggi, da quella di Benedetto Croce degli anni Venti del Novecento al Codice varato nel 2004 considerano il paesaggio come un prodotto storico, culturale, cui cooperano natura e uomo».
Però?
«Però bisogna fare attenzione a quanto di capzioso può nascondere chi si scaglia contro una presunta ibernazione del paesaggio. Le modifiche che si possono apportare devono essere controllate e devono rispondere a una logica che i paesaggi contengono dentro di sé e che va interpretata. Il paesaggio non va protetto perché estetizzato, ma perché è portatore di valori civili, garante della vita associata. È il filo che lega esperienze sociali, delle classi ricche e colte e delle persone umili, a cominciare dai contadini».
Quando è saltato questo codice condiviso?
«Dagli anni Cinquanta in poi. Il fenomeno ha assunto aspetti antropologici ed è poi diventato impetuoso negli ultimi decenni. Almeno all´inizio è prevalsa la combinazione di diversi fattori: la crescita demografica e del reddito, la voglia di rinascita dopo la guerra, il calo delle professionalità e dei controlli pubblici, nuove tecnologie edilizie e l´irrompere sulla scena macroeconomica del settore immobiliare».
E venendo ad anni a noi più prossimi?
«È saltato l´equilibrio città-campagna. La campagna è invasa dalla città, ma non è diventata città e non è più campagna. Si è posto il mercato al di sopra di ogni altro valore e lo spazio sociale, che era carico di senso, è stato travolto dal meccanismo consumistico di una violenta rottamazione, è diventato esso stesso una merce, vale non perché possiamo viverlo, ma solo in quanto può essere occupato, prezzato, cannibalizzato».
“Sa indignarsi solo chi è capace di speranza”, lei scrive citando Seneca. Qualcosa sta cambiando?
«Il degrado di cui parliamo è parte di un degrado che investe le regole del vivere comune. E l´opposizione cresce. Ovunque sorgono comitati di cittadini, che scavalcano la mediazione dei partiti, attivano forme di rappresentanza nuove, acquistano competenze, manifestano, vanno al Tar e vincono. Si muovono con passione e abilità politica. Il paesaggio rappresenta una cartina di tornasole, un test per intendere come il cittadino vive se stesso in rapporto all´ambiente e alla comunità che lo circondano». (Francesco Erbani)

………….

CORTINA TEME UNA VALANGA. DI CEMENTO

da “il Mattino di Padova” del 10/12/2010

– «Con la nuova legge, 200 ruderi agricoli diventeranno palazzine a tre piani» –

CORTINA D’AMPEZZO. Altro che l’«indesiderato» Lele Mora, un ospite ben più ingombrante e insidioso fa capolino a Cortina. E’ la nuova colata di cemento capace di trasformare i ruderi agricoli in palazzi residenziali a più piani. Lo spauracchio, per gli amministratori ampezzani, si è materializzato il tre dicembre, quando il consiglio regionale veneto ha modificato la legge urbanistica.    Semplificate le procedure, sono stati aboliti una serie di vincoli, estendendo la facoltà di convertire i rustici in abitazioni anche ai proprietari che non svolgano attività agricola. Nelle campagne del profondo Veneto, già deturpate da decenni di costruzioni sregolate, i danni si annunciano limitati. Ma nel “presepe” delle Dolomiti si teme un impatto devastante: «Questa legge autorizza la speculazione», accusa il vicesindaco Stefano Verocai «perché permette a chiunque di acquistare baracche agricole e di trasformarle in villette da 800 metri cubi.

   Un esempio? Chi possiede un apiario di 30 metri quadrati ora può “riconvertirlo” in una palazzina tre piani». Nei prati che circondano la “perla” sono stati censiti circa 200 fabbricati rurali, quasi tutti in disuso. Facile prevedere una corsa all’acquisto… «Le cifre in ballo sono da capogiro», rincara l’amministratore «il surplus di valore abitativo si aggira sugli 800 milioni e il rischio di uno stravolgimento del nostro territorio è elevatissimo».

   Verocai si dice «avvilito e incavolato», minaccia una protesta in piazza «con i forconi» e punta l’indice verso palazzo Ferro Fini: «Io mi dissocio da questa legge-schifezza ma dove sono i nostri rappresentanti in Regione?».  «Cortina non ha nulla da temere», è la replica del capogruppo Pdl in consiglio regionale, il bellunese Dario Bond «perché ha tutti gli strumenti per gestire l’urbanistica come crede. La Regione non può fare una legge per Cortina ma la città può rimediare dotandosi degli opportuni strumenti. Cominci a realizzare il Pat prima possibile, per esempio, e poi vedremo».  

   L’allusione è al ritardo di molte amministrazioni nella pianificazione urbanistica: la nuova legge, secondo i promotori, offre appunto la possibilità di fornire risposte operative anche in assenza dello strumento principale che regola l’assetto del territorio. «La legge precedente si proponeva di aiutare i giovani coltivatori, questa non distingue tra chi lavora la terra e chi gioca in Borsa. E’ semplicemente un regalo ai maneggioni», insiste Verocai «bell’esempio quello del governatore Zaia: con una mano chiede aiuti per le vittime dell’alluvione, con l’altra contribuisce all’ennesimo scempio di questa regione».

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NUOVE DIPENDENZE e CENTRI COMMERCIALI

LO SHOPPING “TRISTE” DELLA DOMENICA: “VUOTI AFFETTIVI RIEMPITI CON GLI ACQUISTI”

– Uno studio americano sostiene che fare la spesa nei giorni di festa abbassa i livelli di felicità, soprattutto tra le donne. Lo spazio settimanale prima dedicato alla famiglia viene “occupato” dalla consuetudine con i centri commerciali / IL TEST 1

di IRMA D’ARIA, da “la Repubblica” del 23/9/2010

   Fare shopping di domenica si riflette negativamente sulla felicità. Uno studio condotto dai ricercatori della DePaul University di Chicago e della Ben-Gurion University del Negev, infatti, ha misurato la relazione tra il livello di felicità e l’abitudine di dedicare il giorno di festa agli acquisti anziché alla famiglia, a una gita o anche a una messa. Lo studio ha analizzato il comportamento dei cittadini americani che vivono negli stati in cui è stata abrogata la cosiddetta “blue laws”, ovvero la legge che vietava l’apertura domenicale dei negozi.
   Secondo i ricercatori, lo shopping festivo è all’origine del calo dei livelli di felicità delle donne, specie di coloro che erano abituate ad andare in Chiesa. Nessun cambiamento, invece, è stato registrato sugli uomini. Le ragioni? Una prima banale spiegazione, secondo William Sander, professore di Economia presso la DePaul University, “è che l’apertura domenicale dei negozi costringe molte persone a lavorare e a nessuno piace farlo in un giorno in cui la maggior parte si riposa”. Inoltre, secondo i ricercatori, molte madri si preoccupano del fatto che i propri figli adolescenti comincino a frequentare i centri commerciali ogni domenica, assumendo comportamenti a rischio che favoriscono la dipendenza dallo shopping.
   La consuetudine di passare la domenica nei centri commerciali è diffusa anche in Italia, coinvolgendo chi non ha il tempo per le spese nel corso della settimana e soprattutto chi neppure durante le feste riesce a tenersi lontano dai negozi e per i quali l’impulso a comprare ha ormai raggiunto lo stadio di patologia. “I primi sintomi della dipendenza da shopping – spiega Roberto Pani, docente di Psicologia clinica all’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna e autore con Roberta Biolcati del libro ‘Le dipendenze senza droga. Lo shopping compulsivo, internet e il gioco d’azzardo’ – compaiono molto presto, anche nell’adolescenza, ma si manifestano successivamente intorno ai 30 anni nelle donne, e ai 40-45 anni negli uomini”.
   Il fenomeno, infatti, non è confinato all’universo femminile. “Il 30-35% dei disturbi di shopping compulsivo – conferma Pani – riguarda gli uomini”. I meccanismi assomigliano a quelli della bulimia solo che l’oggetto dell’irrefrenabile desiderio non è il cibo, ma un vestito, un gioiello, un profumo o un cellulare. “Chi soffre di shopping compulsivo – spiega Pani – trascorre intere giornate a girovagare per negozi, a leggere giornali o navigare in internet per informarsi e cercare l’oggetto del desiderio. Una dinamica che provoca l’innalzamento di certe sostanze come l’adrenalina e le endorfine che hanno sul soggetto un effetto paragonabile a quello delle sostanze eccitanti”. Ad acquisto avvenuto, poi, la persona si sente improvvisamente vuota, l’euforia svanisce e spesso si provano vergogna e senso di colpa perché ci si rende conto di aver esagerato.
   Ma perché la domenica dovrebbe rendere gli acquisti più “tristi”? “E’ possibile – dice Roberto Pani  – che chi si dedica allo shopping festivo lo faccia per compensare altri vuoti. Nel giorno degli affetti, in cui spesso si mangia insieme in famiglia e con gli amici, le persone sole che magari sono anche un po’ depresse cercano una via di fuga e la trovano nei grandi centri commerciali in cui poter riempire i vuoti affettivi con un nuovo acquisto”. (Irma D’Aria)

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One thought on “CITTA’ DISNEYLAND: ci sarà la RUOTA PANORAMICA DI VENEZIA? – e poi IN VENETO SEI MEGAPROGETTI cancelleranno tante storiche città e sempre di più l’agricoltura – Quando opporsi e quando cogliere l’opportunità per una trasformazione urbanistica virtuosa?

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