La LIBIA IN FIAMME – Repressione violenta e morti non fermano neanche in questa dittatura sanguinosa la rivolta diffusa dei giovani dei paesi arabi (e l’EUROPA deve prendere il coraggio di intervenire con una proposta di partecipazione a un processo di libertà e sviluppo)

Manifestanti a Bengasi: anche la Libia in rivolta. “(…) La rivolta araba può anche essere un "terremoto" politico, ma non è un evento naturale: nasce dal coraggio di persone che nella loro disperazione sono riuscite a vincere la paura. Nel caso della rivoluzione araba si tratta di insurrezioni contro regimi autocratici, come quelle avvenute con la rivoluzione francese, la rivoluzione americana o la caduta del muro di Berlino nel 1989.” (Ulrick Beck, da “la Repubblica” del 20/2/2011)

Forse il più impresentabile dei regimi del Nord Africa, quello libico di Gheddafi, è nei guai: il paese (grande 6 volte l’Italia ma con una popolazione di soli 7 milioni di persone) era tra quelli, per la violenza assassina del regime, nei quali si pensava che la rivoluzione iniziata in Tunisia (e proseguita in Egitto e pressoché in quasi tutti i paesi arabi del Meditterraneo e del medio Oriente) non sarebbe arrivata. Infatti il regime a Bengasi non si è fatto problemi a sparare alla folle (ai funerali delle prime centinaia di morti) addirittura dagli elicotteri. Usando mercenari venuti si dice forse dal Ciad e dalla Mauritania (positivo il fatto che l’esercito si stia in parte tirando indietro nell’appoggiare la dittatura…).

E il regime libico minaccia pure l’Unione Europea a non appoggiare in alcun modo i giovani che dimostrano: perché altrimenti la Libia aprirà le coste all’immigrazione di massa verso l’Europa!   Un ricatto che fa indignare non tanto per il comportamento del (speriamo con le ore contate) regime libico, ma nei confronti dei governi europei, che in questi anni si sono appoggiati a una violenta dittatura per salvaguardarsi dalla cosiddetta invasione dei miserabili del Sud del mondo. Senza prospettare alcuna politica di sviluppo per il Mediterraneo e l’Africa: senza aiuti veri allo sviluppo e senza un progetto che non vada al di là dei consunti nazionalismi europei.

L’assenza poi di alcuna dichiarazione e azione politica in queste ore dimostra un’incapacità a sviluppare qualsivoglia azione di contenimento di avvenimenti violenti.  Sarebbe bastato, ad esempio, che le autorità italiane, se proprio non se la sentivano di prendere posizione pro-manifestanti contro Ghedaffi (temendo le ritorsioni del dittatore, se avesse ripreso in mano il potere) che almeno si dicesse che intenzione e azione (politica ma anche umanitaria) del Governo italiano è quella di fermare il possibile protrarsi delle violenze sulla popolazione e del bagno di sangue; dell’evitare le innumerevoli vittime di queste ore (questo non sarebbe stato “esporsi”, ma avrebbe almeno avuto un significato etico-politico ragionevole).

Un fermo immagine tratto da un video girato a Bengasi

Il precipitare della situazione in Libia (ma ora anche in regimi moderati e più moderni in questi ultimi anni,  come la monarchia marocchina, paese, il Marocco, anch’esso che sta per essere coinvolto nelle dimostrazioni di libertà) rimbalza su un “nulla europeo”; sulla mancanza neanche di un’idea di grande rilancio dell’economia su basi nuove: dalla green economy a reti di infrastrutture e servizi sociali a portata di tutti; da piani di sviluppo per geo-aree mediterranee (quella della costa sud; dell’area Balcanica; in quella greca ed i traffici commerciali che lì passano; quella iberica anch’essa in difficoltà; la medio-orientale; e non ultimo il nostro Meridione) a una politica che parametri e consideri livelli di democrazia e libertà finora negati a tanti di quei popoli. Quel che accade in Libia, pertanto, diventa il limite definitivo oltre il quale la “non azione” europea non può permettersi di andare; il decidere ed intervenire (anche finanziariamente, economicamente) diventa pure una necessità a “limitare le conseguenze negative”, un “sano egoismo” dei popoli europei.

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LA POLIZIA SPARA SULLA FOLLA – MERCENARI IN AZIONE

SANGUE IN LIBIA, TRIPOLI SFIDA LA UE

da “la Stampa.it” del 20/2/2011

“Negli scontri almeno 285 morti” – Inaccessibili Facebook e Twitter
In Libia è in corso un massacro, ma la rivolta non si ferma. Nonostante la dura repressione delle forze di sicurezza che hanno sparato sulla folla anche da elicotteri e con razzi, la protesta si allarga e a Bengasi anche militari si sarebbero uniti ai manifestanti, mentre al Cairo il rappresentante libico presso la Lega Araba si dimette per “unirsi alla rivoluzione”. E in serata è arrivata la notizia di un imminente discorso del figlio moderato di Gheddafi, Seif al-Islam.

Un'immagine da You Tube mostra, a Bengasi, i manifestanti in azione

Intanto il bilancio dei morti aumenta drammati- camente nel sesto giorno di proteste ininterrotte: oltre 285 vittime secondo un sito libico, 173 da per Human Right Watch. Almeno 50 a Bengasi nel solo pomeriggio di oggi secondo un medico locale. E la conferma che è ormai un bagno di sangue giunge anche con l’allarme lanciato dagli ospedali a Bengasi: mancano medici, sangue, attrezzature.
Nel continuo blackout dell’informazione sul terreno, con i giornalisti sempre al bando nel Paese mentre al Jazira segnala il segnale disturbato in tutto il Medio Oriente che fa temere un possibile tentativo di boicottaggio, secondo le informazioni che giungono frammentarie a Bengasi la situazione è fuori controllo: il rincorrersi di allarmi sulle cifre delle vittime è il segnale di una repressione cruenta le cui dinamiche sono però difficili da decifrare.
Nei dintorni di Bengasi la morte è arrivata anche dal cielo già ieri pomeriggio, quando elicotteri hanno sorvolato i centri di Aguria e Beda uccidendo a colpi di mitragliatrice molte persone, anche bambini. Mentre un altro testimone ha detto ad al Jazira che a Bengasi sui manifestanti si sparano anche razzi controcarro Rpg, oltre a proiettili urticanti per disperdere la manifestazioni.
Difficile anche ricostruire la mappa delle azioni e chi vi prende parte oltre all’esercito, mentre già da ieri si parla del coinvolgimento di mercenari. Come nella città di Shahat dove, dice un manifestante ad al Jazira, i rivoltosi hanno catturato 30 mercenari africani, provenienti soprattutto dal Ciad e dalla Nigeria. Secondo la stessa testimonianza a Shahat si contano 50 morti e sarebbero un centinaio i mercenari dispiegati in periferia, che usano armi con proiettili veri.
Dalle autorità, i centri del potere o Gheddafi stesso, al sesto giorno di rivolta ancora nessuna parola: solo messaggi, anche questi non verificabili, come la segnalazione oggi, da parte di un alto esponente libico di un gruppo di «estremisti islamici» che avrebbe preso in ostaggio poliziotti e civili nell’est del Paese.

Intanto l’Austria ha fatto sapere che sta preparando l’evacuazione dei suoi cittadini dalla Libia e da altri Paesi arabi colpiti dalle proteste degli ultimi giorni. Il ministero della Difesa ha inviato un C-130 dell’esercito a Malta, da dove sarà pronto a decollare appena giungerà un ordine di evacuazione. Da parte sua l’Italia ha aggiornato il sito “Viaggiare Sicuri” con la raccomandazione a non intraprendere viaggi non essenziali nella Cirenaica, la regione più interessata dai disordini, e in generale a evitare gli assembramenti. Il ministro degli Esteri Frattini sarà martedì al Cairo per parlare con le autorità locali dei problemi dell’area e oggi ha avuto un contatto telefonico con il segretario di Stato, Hillary Clinton. con cui ha ribadito la necessità di una strategia condivisa Usa-Ue per affrontare la crisi del Nordafrica. (la Stampa.it)

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Il mercenario confessa:«Spari sulla folla»|Video

20:20  ESTERILibia, catturato e pestato confessa: «Ci ordinano di massacrare i manifestanti»

Video su Youtube dalla rivolta di Bengasi, in Libia. Un mercenario africano è stato catturato dalla folla inferocita. Il soldato non parla bene l’arabo.

I manifestanti domandano: «Di chi sono gli ordini?».
L’uomo risponde: «Degli ufficiali. Giuro. giuro.. ordini ordini».
La folla chiede ancora: «Vi hanno detto di sparare contro la gente con pallottole da guerra?»
Il prigioniero risponde: «Sì, Sì»
A quel punto si scatena la ferocia del branco.
Molti dicono: «No, No non fate così… facciamolo parlare. Non possiamo fare come loro…».

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BATTAGLIA IN CIRENAICA

LIBIA, LA STRETTA DI GHEDDAFI SUI MEDIA. COSI’ IL REGIME HA SPENTO IL WEB

di Enrico Caporale (Agb), da “la Stampa.it” del 20/2/2011

«Bengasi è completamente fuori controllo. Un inferno. Gli edifici governativi sono stati incendiati, le banche prese d’assalto. I rivoltosi hanno saccheggiato e distrutto tutto ciò che incontravano». Dal racconto di questo italiano la Libia appare nel caos.

Le informazioni sulla battaglia arrivano però confuse, frammentate. Internet è in totale black out, ad Al Jazeera è stato intimato di lasciare il Paese e le agenzie continuano a gettar fuori le stesse immagini sgranate. La strategia è la medesima di Egitto e Tunisia, ma più capillare: impedire la diffusione delle notizie, evitare che l’onda devastante si diffonda a macchia d’olio in tutto il Paese.

In altre parole, censura. Probabilmente Gheddafi teme di fare la fine di Ben Ali – che i media francesi darebbero addirittura per morto – o di Mubarak, secondo alcune fonti in coma nella sua villa di Sharm. Probabilmente il Colonnello ha paura. Ma il leader arabo con il record di permanenza al potere, 41 anni, non si vuole arrendere. Lui, cresciuto con il mito del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e il sogno dell’unità araba, non se la sente di scappare.
I morti intanto aumentano. Anche in questo caso le fonti sono imprecise. L’associazione per i diritti umani Human Rights Watch parla di oltre 80 vittime. L’opposizione ne conta almeno 120. Ma il bilancio più drammatico lo fa un testimone citato dal quotidiano britannico “The Independent”: «Negli scontri sono rimaste a terra più di 200 persone. Mio cugino, medico di un grande ospedale, ha contato i cadaveri». E nei pronto soccorso i feriti continuano ad affluire.

«Abbiamo bisogno di sangue e personale, la situazione è al collasso», riferiscono i responsabili di alcune strutture sanitarie. Difficile non puntare i riflettori su quella che rischia di diventare la più sanguinosa delle rivolte arabe. Alcuni operatori della Bbc sono riusciti ad avvicinare i manifestanti: «A Bengasi i militari sparavano con mitragliatrici da 14,5 millimetri. E’ stato un massacro», riporta la prestigiosa emittente inglese.

La presenza di mercenari poi non fa che esasperare il clima di tensione e violenza: «Arrivano dal Ciad e dalla Mauritania, guadagnano 30mila dollari ciascuno», spiega la Cnn. In realtà di questi mercenari si sa ben poco. Come d’altronde non è ancora chiaro il motivo per il quale sono stati assoldati: supportare i militari per mantenere l’ordine nel Paese o creare il caos, sparando sulla folla e diffondendo il terrore.

Difficile ricostruire la rivolta libica. Nelle nostre menti sono ancora fresche le immagini di Egitto e Tunisia. Piazza Tahrir invasa di gente, l’assalto alla residenza di Ben Ali. Una valanga di foto, video, testimonianze sul Web. In Libia nulla di tutto ciò. L’agenzia Jana e la televisione di Stato danno conto soltanto delle manifestazioni pro-Gheddafi.

Le informazioni arrivano col conta gocce. Facebook e Twitter sono stati oscurati, i filmati, per la maggior parte, rimossi. Qualche voce si alza dai blog, ma non basta. Il mondo arabo sembra aver imparato la lezione: Internet è pericoloso per i dittatori. Il popolo però non molla. Da Bengasi a Tobruk migliaia di giovani sfidano i blindati e le pallottole che, secondo alcuni testimoni, piovono anche dal cielo.

Google, intanto, ha messo a disposizione dei numeri con i quali arrivare a Twitter per consentire ai libici di comunicare anche col blocco del Web. Impossibile fare previsioni su come andrà a finire. Una cosa è certa: Gheddafi, per ora, non vuole mollare. Lo slogan pare lo stesso di Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda: “pakalast”, fino alla fine.

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LIBIA IN RIVOLTA: 285 MORTI A BENGASI

da “il Corriere.it” del 20/2/2011

– Razzi Rpg sui manifestanti, Paese nel caos: cecchini sparano su un funerale. Militari passano con i rivoltosi – Minacce alla Ue: non collaboriamo più –

La Libia del colonnello Gheddafi fronteggia un una contestazione senza precedenti. La rivolta contro un potere che dura da più di 40 anni finisce nel sangue: si contano morti a decine. A Bengasi il bilancio tragico e comunque non ufficiale degli scontri del fine settimana è di oltre 280 vittime. Armi da fuoco e razzi usati da polizia e forze speciali dell’esercito, in una situazione che prefigura una vera e propria guerra civile.

Le notizie dalla Libia continuano ad arrivare soltanto via Internet e con molta difficoltà, perché la Rete è stata bloccata e l’accesso chiuso quasi ovunque nel Paese. La tv di Stato, invece, mostra immagini di tranquillità nelle vie di Bengasi e Tripoli e afferma che il regime di Gheddafi non è in pericolo nè minacciato.

Tuttavia un segnale che le cose non stiano proprio in questi termini arriva dalla notizia del rappresentante libico presso la Lega Araba che ha rassegnato le sue dimissioni affermando di essersi «unito alla rivoluzione». In serata è arrivata anche la notizia di 3 mila persone nelle strade della capitale, dirette verso il palazzo presidenziale, dove si sono radunate anche le fazioni favorevoli al colonnello.

MINACCIA SULL’IMMIGRAZIONE – Il volto duro viene in ogni caso mostrato anche all’esterno, nei confronti dell’Europa e, quindi, anche dell’Italia, il Paese Ue più vicino ed esposto. Con una vera e propria minaccia arrivata alla presidenza ungherese di turno della Ue: se l’Unione Europea non cesserà di sostenere le rivolte in corso nei Paesi del Nord Africa e in particolare in Libia, Tripoli cesserà ogni cooperazione con la Ue in materia di gestione dei flussi migratori.

Ma nel tardo pomeriggio arriva dall’alto rappresentante della politica estera Ue, Catherine Ashton, un nuovo invito alle autorità libiche affinché siano fermate «subito» le violenze contro i manifestanti. E anche la Casa Bianca ha fatto sentire la propria voce: il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley, ha detto che l’amministrazione Obama segue «molto preoccupata» l’evolversi della situazione in Libia, e chiede ufficialmente che sia posta fine «a ogni violenza contro i manifestanti pacifici». C’è ora attesa per un intervento che il figlio di Gheddafi, Seif, terrà alla tv pubblica.

SPARI SUL CORTEO FUNEBRE- Il regime sta cercando di resistere alle proteste libertarie scoppiate sull’onda delle sollevazioni in Tunisia in Egitto e in altri Paesi del Nordafrica e persino nell’area del Golfo. Il leader libico ha reagito con la forza alle manifestazioni di protesta degli ultimi giorni, schierando reparti dell’esercito accanto alla polizia.

Il bilancio degli scontri avvenuti sabato a Bengasi tra manifestanti e forze della sicurezza libica fedeli al regime sarebbe, secondo fonti mediche, di 285 morti e di 700 feriti. La tensione resta alta e proprio a Bengasi l’esercito, secondo quanto riferito da una testimone alla tv Al Jazeera, ha sparato razzi Rpg sui manifestanti. E non solo le adunate politiche sono arischio. Almeno 12 persone sono state uccise sabato quando cecchini hanno sparato sulla folla che partecipava a un corteo funebre.

Quella tra sabato e domenica è stata una notte di scontri in diverse città libiche, compresa Tripoli, anche se al momento non è chiaro se nella capitale vi siano state vittime. Nella serata di domenica, membri di un’unità dell’esercito libico a Bengasi hanno detto ai manifestanti di essere passati dalla parte dei rivoltosi. La città è stata «liberata» dalle forze filogovernative, hanno affermato.

IL BILANCIO VITTIME – C’è comunque ancora incertezza sul numero esatto delle vittime per il fatto che i giornalisti stranieri non vengono fatti entrare in Libia, mentre Internet è quasi totalmente bloccato. Secondo un testimone citato dal quotidiano britannico The Independent, Ahmed Swelim, le vittime sarebbero molte di più. «Il bilancio è molto più alto di quanto riferito. Ci sono più di 200 morti. Mio cugino, che è un medico di un grande ospedale, ha visto i cadaveri. Ci sono più di 1.000 feriti», ha spiegato.

Intanto, le autorità libiche hanno spiegato di avere arrestato decine di cittadini arabi appartenenti a «un’organizzazione» che avrebbe come suo fine ultimo la destabilizzazione del paese. Secondo l’agenzia ufficiale Jana, che cita fonti della sicurezza, «le persone arrestate sono state prelevate in alcuni villaggi libici» perché impegnati a compromettere «la stabilità della Libia, la sicurezza dei suoi cittadini e la loro unità nazionale».

Si tratta di «cittadini di nazionalità tunisina, egiziana, sudanese, palestinese, siriana e turca». Un dimostrante a Bengasi ha riferito inoltre alla Bbc che anche alcuni soldati stanno passando «dalla parte della protesta», mentre qualcuno riferisce di una città quasi «fantasma» con le forze di sicurezza ritiratesi nella cittadella fortificata, noto come il Centro di Comando, da dove «sparano i cecchini». E, secondo la tv araba Al Jazeera, sabato alcuni aerei da trasporto militari carichi di armi per la polizia sono atterrati in un aeroporto a sud di Bengasi.

Forze speciali sarebbero inoltre pronte ad agire, pensate e organizzate per una lotta senza confini: l’obiettivo è annientare la protesta e per farlo, spiega un oppositore, si reclutano «unità militari di origine africana, che non hanno legami tribali e sulle quali si può quindi contare per una letale campagna di repressione».

POLIZIOTTI IN OSTAGGIO – Intanto un gruppo di «estremisti islamici» ha preso in ostaggio poliziotti e civili nell’est della Libia. Lo ha reso noto un alto esponente libico. Il gruppo terroristico «per non uccidere gli ostaggi domanda la fine dell’assedio imposto dalle forze dell’ordine», spiega il portavoce del governo.

FRATTINI E LA CLINTON – Sul fronte diplomatico il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha informato il segretario di Stato Usa Hillary Clinton sui tentativi di mediazione tra istituzioni e oppositori in Cirenaica condotti dal ministro degli Interni della Libia per favorire una soluzione pacifica. La Farnesina ha intanto diramato un comunicato per «sconsigliare tassativamente qualsiasi viaggio non essenziale» nella regione della Cirenaica e in particolare a Bengasi, Ajdabya, Al Marj, Al Beida, Derna e Tobruk. Cresce comunque l’allarme in Europa per la situazione in Libia. L’Austria ha annunciato oggi l’invio di un aereo militare a Malta per un’eventuale evacuazione di suoi cittadini e altri europei dalla Libia o altri Paesi arabi scossi da rivolte. Redazione online

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IL COLONELLO NEL LABIRINTO

di Lucio Caracciolo, da LIMES – Rivista Italiana di Geopolitica

20/2/2011

Fra tutti i paesi del Nordafrica, la Libia sembra il meno adatto a una rivoluzione di popolo. Anzitutto perché di popolo ce n’è poco. Nemmeno 7 milioni di persone abitano uno spazio vasto quasi sei volte l’Italia: una densità di 4 anime per chilometro quadrato. Le due principali città, la capitale Tripoli e Bengasi, in Cirenaica, sono lontane non solo geograficamente, ma per storia, tradizioni e rapporto con il potere.

Fedelissima la prima, refrattaria e spesso ribelle la seconda, che risente dell’influenza della confraternita islamica della Senussia, cui afferiva la monarchia sovvertita il primo settembre 1969 da Gheddafi. Per i parametri africani, la Libia è poi un paese benestante, grazie alla strategica redistribuzione delle rendite energetiche.

Eppure pare legittimo chiedersi se non sarà proprio Gheddafi la prossima vittima dell’onda scaturita dalla Tunisia che è già costata il trono a Ben Ali e a Mubarak. Le manifestazioni che fino a pochi giorni fa radunavano poche centinaia di attivisti ed erano concentrate a Bengasi, stanno diffondendosi in altri centri della Cirenaica. La città di El Beida, poco a est di Bengasi, sarebbe fuori controllo, come altre località lungo la costa che si affaccia sul Golfo della Sirte.

Le informazioni provengono spesso da esponenti della patetica opposizione in esilio, in contatto vero o presunto con i manifestanti locali, e vanno dunque prese con beneficio di inventario. D’altronde, i media libici sono sotto stretta censura. Quanto a Internet e ai suoi derivati, qui non incidono come in Tunisia o in Egitto.

Ma è Gheddafi stesso a prendere sul serio la minaccia. Tanto da sentire la necessità di organizzare manifestazioni a sostegno di se stesso, alla cui testa ha voluto esibirsi. Il colonnello ha mobilitato i poteri informali che lo sostengono. Ha inviato reparti speciali, i cosiddetti battaglioni di sicurezza, a sedare le rivolte di Bengasi ed El Beida. Non pare sia bastato, se è vero che mercenari africani comandati dal figlio minore, Khamis, sono intervenuti in Cirenaica distinguendosi per brutalità che pare siano costate la vita a decine di manifestanti.

L’insurrezione in corso è figlia dell’emulazione. Dopo che le piazze di Tunisi e del Cairo hanno infranto la barriera della paura, i meccanismi di autocensura tendono a saltare in tutta la fascia islamica, segnata dalla prevalenza demografica delle nuove generazioni. Anche se in Libia non si osservano sacche di miseria paragonabili a quelle che affliggono l’Egitto, molti giovani soffrono i morsi della crisi, visto che per almeno il 30% sono disoccupati.

Perché la rivolta abbia successo occorre però radunare tre condizioni. Deve estendersi a Tripoli, cuore politico del paese. Deve scompaginare gli equilibri tribali su cui Gheddafi poggia da quasi 42 anni. E deve coinvolgere almeno parte delle Forze armate, ancora apparentemente compatte attorno al leader, che ha voluto strutturarle lungo linee tribali per meglio controllarle. Altrimenti, l’insurrezione di Bengasi finirà come altre precedenti rivolte: in un bagno di sangue.

Il regime ha già evocato una repressione “violenta e fulminante” contro gli eversori. Ossia contro quella larga parte della Cirenaica che si sente trascurata da Tripoli, non abilitata a godere della bonanza energetica con cui Gheddafi ha cementato negli anni un consenso comunque diffuso. Non solo affidato alla pervasiva intelligence, ma anche a un certo grado di adesione all’ideologia gheddafiana, fondata sul rapporto diretto fra capo e masse.

Un capo che non ha fama di corrotto, almeno non quanto Ben Ali e Mubarak. Aspetti talvolta trascurati dagli osservatori occidentali, ipnotizzati dalle trovate funamboliche del leader. C’è molta logica nel buffone Gheddafi. Tanta sapienza politica non gli consente peraltro di gestire in tranquillità l’inevitabile successione, che il colonnello aspirerebbe mantenere all’interno della famiglia – con il figlio “riformista” Seif al-Islam contrastato dal fratello Motasem, legato ai militari.

Il collasso del regime gheddafiano avrebbe per noi importanti riflessi. L’anno scorso la Libia è stato il nostro primo fornitore di petrolio, il quarto di gas. Con tendenza a crescere, anche in omaggio al teorema della diversificazione degli approvvigionamenti energetici – meno Russia e più Africa – che oggi autorizza qualche sorriso.

L’intrinsechezza economica non si ferma all’energia. Investitori libici sono attivi in diversi settori strategici della nostra economia. Inoltre, sull’onda delle intese Berlusconi-Gheddafi, l’Italia è impegnata a versare alla Libia 5 miliardi di dollari in 20 anni, formalmente a titolo di risarcimento per gli orrori del nostro colonialismo, di fatto a sostegno delle opere infrastrutturali che impegnano nostre imprese sul suolo libico.

Non ultimo, il rischio di ulteriori migrazioni attraverso il Canale di Sicilia. Dalle conseguenze che è meglio non immaginare, visto lo stato delle strutture che stiamo tardivamente allestendo, l’indifferenza dei partner europei e l’isteria dell’opinione pubblica rispetto a simili “invasioni”. Non stupirebbe, dunque, se alla diffusa simpatia per le rivoluzioni in corso seguisse presto, non solo in Italia, un drastico cambio di umore. (Lucio Caracciolo)

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IL CROLLO DEL MURO ARABO

di Ulrick Beck, da “la Repubblica” del 20/2/2011

Cos’hanno in comune la rivolta in Tunisia e quella in Egitto con il crollo del muro di Berlino? Non è accaduto soltanto qualcosa di imprevisto e imprevedibile, ma anche qualcosa di inimmaginabile.

“Follia” è la parola che allora e oggi esprimeva ed esprime il crollo delle certezze. Chi avesse predetto che due regimi autoritari del mondo arabo sarebbero caduti e che gli altri avrebbero vacillato, sarebbe stato considerato pazzo. Finora in Occidente si era ritenuto che ci si potesse attendere il mutamento politico soltanto dall´alto, il colpo di Stato di regime, o, nel caso peggiore, da parte dei movimenti degli islamisti fondamentalisti.

Ammettere solo queste due ipotesi ha impedito agli esperti di politica di cogliere ciò che andava diffondendosi: il contropotere, non ideologico ed espresso dalla società civile, di una nuova generazione collegata in Rete a livello globale, che era considerata del tutto “impolitica”.

Ma i giovani del Cairo sono riusciti a penetrare dal mondo virtuale nella realtà politica. Si tratta di una rivoluzione di tipo nuovo. Sono state le contraddizioni in cui si è impigliato il regime autoritario di Mubarak con la sua politica di modernizzazione ad aprire la strada a questa rivolta inimmaginabile. Già nel 1997 Mubarak aveva esortato gli egiziani a sfruttare le nuove opportunità di Internet. Voleva fare dell´Egitto il modello di una moderna società del sapere nel mondo arabo. Dopodiché si cercò sempre di risolvere con mezzi autoritari la contraddizione tra la libertà di navigare in Internet e la censura sulla stampa.

Si tratta di un “incendio di vaste proporzioni”? La rivoluzione araba è dunque un “rischio globale” – come quelli rappresentati dall´11 settembre, dalla crisi finanziaria o anche dal mutamento ambientale? Da essa può partire una frana politica che minaccia l´intera regione arabo-israeliana o addirittura l´ordine mondiale?

La rivolta araba può anche essere un “terremoto” politico, ma non è un evento naturale: nasce dal coraggio di persone che nella loro disperazione sono riuscite a vincere la paura. Nel caso della rivoluzione araba si tratta di insurrezioni contro regimi autocratici, come quelle avvenute con la rivoluzione francese, la rivoluzione americana o la caduta del muro di Berlino nel 1989.

A ragione la cancelliera tedesca, Angela Merkel, cresciuta nella Ddr, di fronte alle dimostrazioni pacifiche del Cairo ha ricordato le Montagdemonstrationen, le dimostrazioni pacifiche che hanno contribuito a abbattere il regime comunista.

Si può riconoscere tutta una serie di paralleli tra il 1989 europeo e il 2011 arabo: in entrambi i casi si tratta in primo luogo di rivolte non violente, in secondo luogo di catene di eventi transnazionali, e – terzo – in entrambi i casi i regimi avevano/hanno fatto bancarotta. In quarto luogo, i cittadini della Ddr si vedevano privati delle opportunità di vita, così come la gioventù araba, che a dispetto della buona istruzione si trova chiuse le porte del mercato del lavoro. In quinto luogo, là come qui la gente vuole la stessa cosa di gran parte delle persone dell´Occidente: una vita migliore maggiore uguaglianza sociale, posti di lavoro e libertà di opinione. In sesto luogo, tanto nel blocco orientale europeo quanto nei Paesi arabi la religione crea luoghi di rifugio sociale nei quali la resistenza si è potuta organizzare.

Tuttavia, in settimo luogo, c´è questa differenza fondamentale: il crollo del Muro di Berlino era stato salutato e festeggiato in tutto il mondo. Ovunque, in tutte le teste e in tutti i governi, l´alternativa politica era presente. Si trattava soltanto del “come”, non del “se”, arrivare all´integrazione dei Paesi e degli Stati post-comunisti nel sistema del capitalismo democratico.

Invece, per l´Egitto manca proprio questa chiara alternativa. L´immagine del mondo arabo è cambiata. Ci sono buoni motivi per ritenere che l´era del post-colonialismo, nella quale la “democrazia” araba aveva assolto alla funzione di rendere possibile il persistere dell´imperialismo occidentale, sia giunta alla fine. Si può intendere la rivolta araba anche come una paradossale protesta condotta nel nome dei valori occidentali contro il perdurante dominio dell´Occidente.

Lo si può rilevare considerando il ruolo dell´esercito egiziano che ha avuto una parte decisiva nell´aprire l´Egitto al mercato occidentale, ma nello stesso tempo ha assicurato il potere autoritario di Mubarak contro le richieste di partecipazione democratica. Molti egiziani sono scesi in piazza non soltanto per conquistare la loro indipendenza dal raìs. Essi manifestano anche per la loro indipendenza dagli Usa e dai loro alleati.

Una differenza essenziale tra il 1989 europeo e il 2011 arabo sta però anche nel fatto che l´Europa, bloccata e fuorviata dall´islamofobia, non vuole comprendere che (finora) c´è anche una serie di innominati perdenti della rivoluzione araba, ossia in primo luogo il fondamentalismo islamico – fino ad al Qaeda – e in secondo luogo il coro dei critici fondamentalisti del fondamentalismo islamico (in Germania Necla Kelek, Thilo Sarrazin e compagni).

Non si tratta affatto di una rivoluzione teologica, ma demografica. Ciò che ha fatto battere il cuore di questa protesta non è stato l´islamismo radicale, ma la disoccupazione degli attivisti di Facebook, dotati di un alto livello di istruzione e connessi in rete. Guardate l´Egitto: non è una dimostrazione vivente della possibilità di unire l´Islam e i valori occidentali?

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