LIBIA NEL SANGUE – E l’Europa inerme e divisa in piccoli interessi nazionalistici attende l’intervento degli STATI UNITI (come in Kosovo nel 1999)

Il discorso del Colonnello in tv: «Non lascio. In piazza pochi drogati, usano razzi italiani e americani»

    La rivoluzione dei giovani in Libia, la guerra civile che vi si sta svolgendo, più che mai sanguinosa, è la rivolta che più di tutte le altre nel Mediterraneo riguarda l’Italia. E la situazione politica e diplomatica di attesa (il governo italiano sembra dire “aspettiamo a vedere chi vince”: troppi interessi in gioco… interessi economici che descriviamo in parte in un bell’articolo di Marzio Galeotti ripreso dal sito “LaVoce.info”) porta inevitabilmente a concentrarsi sul “pericolo” di un’invasione di profughi verso le coste italiane dalla Libia, ma anche da tutti gli altri possibili paesi del sud Mediterraneo interessati a “fughe” di giovani verso l’Europa. Ecco, la mancanza di ogni politica nei confronti dell’area mediterranea (italiana ed europea…. se dell’Italia si è detto, incredibile è l’inazione della comunità europea…) porta al proseguo del bagno di sangue (con aerei ed elicotteri dei mercenari di Ghedaffi che sparano alla folla).

   Nessun appello e proposta di aiuto verso quei rivoltosi che assai coraggiosamente cercano di sbarazzarsi della dittatura in Libia e dei dispotismi negli altri paesi. Princìpi di diritto internazionale, che la comunità internazionale dovrebbe far rispettare ovunque (la tutela di ogni persona da violenze indiscriminate), sembrano del tutto assenti in questo momento.  

da AL JAZEERA

   Insomma stiamo dicendo che se alcuni paesi sembrano “cavarsela da soli” (come l’Egitto, ma i problemi verranno sul “dopo”, sul “che fare” ora che il dittatore non c’è più), in Libia è possibile che serva qualche forma di intervento esterno: a tutela della popolazione inerme. Pertanto anche il non voler schierarsi da una parte o l’altra (per logiche di opportunismi economici, o per paure di invasioni di profughi e immigrati), potrebbe essere superato dal voler intervenire in base a principi di diritto internazionale di tutela della persona umana (lo sparare sulla folla che manifesta o partecipa a funerali di persone uccise nei giorni scorsi non si può considerare nemmeno guerra civile).

   Vien da pensare allora che quanto sta accadendo nella costa sud del Mediterraneo, là dove i regimi sono più sanguinari, prospetta una reale necessità di intervento dissuasivo e di rispetto delle vite umane. Potremo anche in questo caso (come nei Balcani) stare a guardare il protrarsi degli assassini di popolazione inerme? E, pare, anche in questo caso (com’è stato con il Kosovo nel 1999) che forse l’Europa incapace di intervenire in alcun modo, aspetti di affidarsi a qualcun altro che le “risolva il problema” (nel Kosovo fu l’America di Clinton sotto le sembianze della Nato; ora potrebbe essere l’America di Obama?). Di questa Europa comunque non resta che vergognarsi.

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La Casa Bianca: «Violenza spaventosa»

BOMBE SU TRIPOLI: «MILLE MORTI»

da “il Corriere.it”  – notte tra il 22 e il 23/2/2011

   Dopo quella fugace di stanotte dalla caserma di Bab al Azizia, a Tripoli, Gheddafi è tornato a parlare sulla tv di Stato per ribadire che non lascerà il Paese, proprio mentre giunge notizia che sono oltre mille i morti a Tripoli durante i bombardamenti sulla folla di manifestanti scesi in piazza per protestare contro il regime.

   A riferire lo sconcertante dato è il presidente della Comunità del mondo arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia. Ma per uno dei figlio di Gheddafi, Saif Al Islam, le vittime delle violenze nel Paese sono 300, di cui 58 soldati: 104 civili e 10 militari a Bengasi, 63 e 10 ad Al-Beida, 29 e 36 a Derna.

   «Manca l’energia elettrica e i medicinali negli ospedali», ha riferito ancora Aodi, che ha rivolto un appello al governo italiano affinché si mobiliti «per un aiuto economico e con l’invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore». I battaglioni della sicurezza, fedeli a Gheddafi, hanno nuovamente aperto il fuoco infatti contro i manifestanti a Tripoli.

   Le violenze sarebbero avvenute nel quartiere di Fashlun, alla periferia della città, che lunedì è stata obiettivo dei raid dei caccia militari libici insieme al sobborgo di Tajura. A Bengasi gli abitanti hanno preso il controllo della città. Lo riferisce Ahmad Bin Tahir, medico locale citato dalla Bbc: «Qui non c’è più la presenza dello Stato – ha detto – Non c’è polizia, non c’è esercito, non ci sono figure pubbliche. Il popolo si è organizzato in comitati per riportare l’ordine».

L’ADDIO DEL MINISTRO Dopo la tragica giornata di massacri, 250 solo i morti dei raid di lunedì, la Libia si prepara a fare la conta. La conta dei morti. E la conta di chi è rimasto con Gheddafi. Secondo l’International Federation for Human Rights (Ifhr), sono circa una decina le città in mano agli insorti. Oltre a Bengasi, dice Ifhr, i ribelli hanno il controllo di Sirte e Torbruk, Misurata, Khoms, Tarhounah, Zenten, Al-Zawiya e Zouara. «Il regime di Muammar Gheddafi controlla solo Tripoli, in questo momento lo scontro è in corso solo in quella zona, dove i manifestanti vengono attaccati» ha detto Muhammad Abdellah, vice presidente del gruppo di opposizione.

   E nella serata di martedì è arrivata la defezione del ministro dell’Interno: Abdel Fatah Yunis, che nel suo discorso Muammar Gheddafi aveva dato per morto, assassinato a Bengasi, ha annunciato il suo sostegno alla «Rivoluzione del 17 febbraio». Intanto sono state sospese le attività nei principali porti mercantili libici a causa delle violenze nel Paese. Lo riferiscono fonti di società marittime che operano nel Paese, precisando che si tratta in particolare dei porti di Tripoli, Bengasi e Misurata.

SANGUE E GAS – In precedenza la pista dell’aeroporto di Bengasi è stata distrutta dai bombardamenti e gli aerei non possono decollare né atterrare, ne ha dato notizia il ministro degli Esteri egiziano. E mentre l’Egitto aumenta le guardie di frontiera, la Lega araba convoca una riunione straordinaria, a Nalut, pochi chilometri dalla Tunisia, i manifestanti hanno bloccato l’afflusso di gas verso l’Italia chiudendo il gasdotto che passa per la loro provincia.

   La minaccia, pubblicata sul sito Internet del gruppo di opposizione «17 febbraio», era rivolta «all’Unione Europea, e in particolare all’Italia. Con l’accusa di silenzio riguardo le stragi compiute da Gheddafi «la gente di Nalut», aveva annunciato la decisione di interrompere alla fonte l’afflusso di gas, chiudendo il giacimento di al-Wafa. «Per noi il sangue libico è più prezioso del petrolio o del gas», conclude il messaggio. Nel primissimo pomeriggio di martedì Eni conferma di aver chiuso il gasdotto di GreenStream: la condotta trasporta 9,2 miliardi di metri cubi di gas Roma. Sempre sul fronte energetico arriva la notizia, confermata da fonti del governo italiano, del blocco dei terminali libici del petrolio: «La situazione è preoccupante», dice la fonte.

CASA BIANCA – La Casa Bianca ha condannato la «violenza spaventosa» in corso in Libia, e ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinchè chieda «con una sola voce» di fermare la violenza. Il portavoce dell’amministrazione Obama, Jay Carney, parlando a bordo dell’Air Force One in volo verso Cleveland, dove oggi Obama ha un incontro pubblico, ha detto che la Libia ha il dovere di rispettare il diritti fondamentale del popolo.

ATTENZIONE ALTA E STOCCAGGI – Intanto i flussi di gas importati attraverso il gasdotto Greenstream sarebbero rallentati già da lunedì sera. E la situazione «è in peggioramento» riporta la Staffetta Quotidiana, giornale specializzato sui temi dell’energia.

EGITTO E CONFINI – Si registrano anche le prime crepe tra i sostenitori di Gheddafi. Diversi militari e politici libici sono passati dalla parte dei manifestanti in seguito all’eccessivo uso della forza per reprimere i cortei. Mentre l’L’Egitto annuncia che sta rafforzando la presenza di truppe lungo il confine con la Libia. Obiettivi: rendere sicuro il confine egiziano e l’apertura del valico di Salum, il principale punto di passaggio sulla costa fra i due stati. In precedenza era stato aperto solo per poche ore al giorno, ora avrebbe il compito di lasciar passare i feriti. Secondo quanto annunciato due ospedali da campo sono già stati allestiti e nella zona sarebbero state aperte anche strutture per accogliere libici in fuga dalla patria. (da “il Corriere.it” della sera del 22/2/2011)

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LA LIBIA E NOI

di Marzio Galeotti, da http://www.lavoce.info/ del 22.02.2011

   Il prezzo del petrolio ha raggiunto ieri a Londra il valore più alto da settembre 2008. La fibrillazione dei mercati energetici, e di conseguenza dei metalli preziosi e delle materie prime, nasce dai disordini e dalle rivolte popolari che dalle coste del Mediterraneo si vanno allargando al Medio Oriente e al Golfo Persico. Ma sono soprattutto i recenti sviluppi libici a fare scorrere brividi gelidi lungo la schiena dei governanti dei paesi occidentali, dei dirigenti di molte loro imprese e degli operatori, finanziari e non, dei mercati energetici. Vale in particolare per l’Italia.

   Il prezzo del petrolio ha raggiunto ieri a Londra durante le contrattazioni i 105.1 dollari a barile con un balzo di 2,6 dollari rispetto al giorno precedente. Si tratta del livello più alto del prezzo del Brent dal 25 settembre 2008. Contestualmente l’oro, classico bene rifugio, è salito a 1.400,40 dollari l’oncia al livello più elevato delle ultime sette settimane, mentre argento e palladio sono al loro picco rispettivamente da trentuno e dieci anni.

LE PRIME RIVOLTE

La fibrillazione dei mercati energetici, e di conseguenza dei metalli preziosi e delle materie prime internazionali, è il risultato dei disordini e delle rivolte popolari che dalle coste del Mediterraneo –Tunisia, Egitto, Libia – si vanno trasmettendo al Medio Oriente e al Golfo Persico – Yemen, Iran, Bahrein. Ma sono soprattutto i recenti sviluppi libici e la violentissima repressione che si sta scatenando in queste ore a fare scorrere brividi gelidi lungo la schiena dei governanti dei paesi occidentali, dei dirigenti di molte loro imprese e degli operatori, finanziari e non, dei mercati energetici. E questo vale in particolare per l’Italia.
   Il malcontento era dapprima esploso in Tunisia, paese di solo 10 milioni di abitanti, ciascuno con un reddito di 3.654 dollari nel 2009, e privo di risorse energetiche. Una importante fonte di entrate sono i diritti di transito del Transmed, il gasdotto che connette l’Algeria con l’Italia. Un primo problema per l’Italia si potrebbe verificare allorché il nuovo regime tunisino decidesse di rivedere al rialzo dei diritti di passaggio, attualmente molto bassi. Il rischio potrebbe essere quello di un nuovo caso Ucraina.
   L’Eni è presente in Tunisia dal 1961, nelle attività di esplorazione e produzione di idrocarburi, concentrate soprattutto nell’offshore del Mar Mediterraneo di fronte ad Hammamet e nelle aree desertiche del sud.
Il contagio aveva successivamente provocato la rivolta e il rovesciamento del regime di Mubarak in Egitto, una nazione otto volte più popolosa della Tunisia, ma con un reddito procapite addirittura inferiore (2.194 dollari), nonostante l’importanza delle attività energetiche. Paese (relativamente) povero di petrolio, ma ricco di gas naturale, al terzo posto per riserve nel continente africano (1 per cento delle riserve mondiali, vedi figure), è attivo nella raffinazione del petrolio che viene riesportato, insieme al gas.  
   Soprattutto unica è la collocazione strategica del paese, a cavallo tra Mar Mediterraneo e Mar Rosso tramite il Canale di Suez. Anche in questo caso, uno sciopero dei sottopagati lavoratori di Suez potrebbe causare dei blocchi temporanei dei transiti lungo il canale, così come incrementi significativi dei diritti di passaggio, magari decisi da un nuovo governo ansioso di guadagnarsi velocemente il favore popolare, potrebbero obbligare petrolio e derrate alimentari a costosi allungamenti del percorso prima di approdare ai porti europei e americani.

   Questi fatti potrebbero fare lievitare i prezzi di petrolio e materie prime alimentari. Mentre finora si è verificato solo un atto di sabotaggio, agli inizi del mese, che ha seriamente danneggiato il gasdotto che fornisce la Giordania e Israele di gas proveniente dall’Egitto. Una esplosione ha causato un vasto incendio nei pressi della località egiziana di el-Arich, sul braccio dell’infrastruttura diretto in Giordania. Del gasdotto si parla da tempo in Egitto, per le accuse rivolte al clan Mubarak di presunte tangenti ottenute grazie all’affare.
   L’Egitto è il primo paese in cui l’Eni ha svolto il ruolo d’operatore di idrocarburi all’estero, nel 1953. È presente anche nel settore della liquefazione del gas naturale e dell’ingegneria e costruzioni. Nel 2008, Eni è stato il primo operatore internazionale di idrocarburi nel paese. Per l’attività di esplorazione, detiene nel paese 59 concessioni minerarie che interessano una superficie complessiva di 26.335 chilometri quadrati (di cui 9.741 in quota Eni).

   Le principali attività produttive sono condotte nella concessione di Belayim (Eni 100 per cento), nel Golfo di Suez con produzione di olio e condensati, in quelle prevalentemente a gas naturale di North Port Said (ex Port Fouad, Eni 100 per cento), di Baltim (Eni 50 per cento, operatore), di Ras el Barr (Eni 50 per cento) e di el Temsah (Eni 50 per cento, operatore).

TIMORI DALLA LIBIA

Ma è soprattutto la sanguinosa repressione della rivolta in Libia a destare grande preoccupazione, al punto che è iniziata l’evacuazione del personale diplomatico e di quello delle compagnie petrolifere occidentali là operanti.

   Dopo che nel 2003 e 2004 sono state tolte le sanzioni internazionali di Onu e Usa e dopo che questi ultimi hanno nel 2006 cessato di designare il paese come sponsor del terrorismo internazionale, le compagnie petrolifere internazionali come la spagnola Repsol Ypf, l’Eni, l’austriaca Omv, la francese Total e l’inglese Bp avevano ripreso le attività di esplorazione e produzione di idrocarburi.

   In particolare, Eni è presente in Libia nelle attività di esplorazione e produzione di petrolio e del gas naturale dal 1959. L’attività produttiva ed esplorativa è condotta nell’offshore del Mar Mediterraneo, di fronte a Tripoli e nel deserto libico. A fine 2009 Eni era presente in tredici titoli minerari, per una superficie complessiva di circa 36.374 chilometri quadrati (18.165 chilometri in quota Eni).

   Le attività di Eni in Libia sono regolate da contratti di Exploration and Production Sharing Agreement (Epsa) che hanno durata fino al 2042 per le produzioni a olio e al 2047 per quelle a gas. Nel 2009 Eni è il primo operatore internazionali di idrocarburi con una produzione di 522 mila barili di olio equivalente al giorno (244mila in quota Eni, di cui il 44 per cento di liquidi).

   Sia il settore petrolifero che quello del gas sono dominati dalla compagnia petrolifera nazionale Noc, la quale opera nel settore dell’export in joint venture con operatori occidentali. Un esempio è il Western Libyan Gas Project che al 50 per cento con Eni provvede a esportare gas verso l’Italia attraverso il gasdotto Greenstream.
   Pur essendo 14 volte meno popolata (6,3 milioni) e con un reddito procapite cinque volte più alto (11.307 dollari nel 2009), è soprattutto in campo energetico che tra Egitto e Libia vi sono importantidifferenze. La (forse ex) Jamahiriya del colonnello Gheddafi, membro dell’Opec annoverato tra i falchi dell’organizzazione, possiede le maggiori riserve provate di petrolio dell’intero continente africano, seguita da Nigeria e Algeria.

   Con 44 miliardi di barili rappresenta il 3 per cento delle riserve mondiali, al nono posto assoluto, localizzate per l’80 per cento nel Golfo della Sirte. Sebbene ecceda la quota Opec, la produzione di petrolio è pari a 1,65 milioni di barili al giorno, di cui 1,5 milioni (derivati dal petrolio) sono esportati. Il nostro paese è il maggiore beneficiario, ricevendo il 32 per cento dell’export, seguito da Germania (14 per cento) , Cina (10 per cento) e Francia (10 per cento).

   La qualità del greggio libico è molto apprezzata, essendo generalmente leggera e dolce, così da farne materia prima pregiata soprattutto per la produzione di carburanti per autotrazione molto richiesti in Europa. Per riserve di gas la Libia è al quarto posto nel continente africano dopo Nigeria, Algeria ed Egitto, e solo quindicesima al mondo (1 per cento del totale).

   La produzione di gas è stata nel 2008 di 17,1 miliardi di metri cubi, di cui 11,2 esportati: mentre 6 sono stati liquefatti e trasportati via nave, i restanti 10,6 hanno preso la via dell’Italia e dell’Europa tramite il gasdotto Greenstream, operato in partnership con Eni, lungo 520 km, che connette Mellitah a Gela in Sicilia. Circa il 60 per cento del gas prodotto è esportato in Italia, mentre una piccola parte è liquefatto e spedito in Spagna.
   Nel complesso gli idrocarburi rappresentano per i nostri dirimpettai della costa sud del Mediterraneo il 95 per cento dei ricavi delle esportazioni e l’80 per cento delle entrate fiscali. Il dato dovrebbe tranquillizzare l’Europa e in particolare l’Italia ritenendosi improbabili importanti e prolungati blocchi delle forniture di petrolio e gas ai paesi importatori. Questo non significa che scaramucce ed episodi isolati non si possano verificare.

   Per esempio, Al Jazeera riferiva ieri che il campo petrolifero di Nafoora aveva fermato la produzione per uno sciopero dei lavoratori. Questi fatti accrescono il supply risk e spiegano perché è stato il Brent londinese a impennarsi, mentre l’americano Wti si colloca a 95,4 dollari.

PROBLEMI PER L’ITALIA

Ma è l’Italia a trovarsi nella situazione più critica nei confronti della Libia, per tre motivi. Il primo è che il nostro paese, e il suo governo, è il più “colluso” con il regime di Gheddafi. Senza entrare in considerazioni strettamente politiche, la propagandata amicizia con il colonnello fa sì che i rischi di ritorsione da parte degli insorti nell’eventualità che questi prevalgano sono maggiori.

   Anche gli attestati di supporto alle legittime rivendicazioni popolari e all’instaurazione di un regime democratico non beneficerebbero di grande credibilità. Tutto questo pone a rischio le relazioni politico-diplomatiche tra i due paesi, la condizione dei nostri concittadini presenti nel paese, le sorti delle nostre imprese e dei loro ingenti investimenti, la gestione dei prevedibili flussi migratori clandestini.

   Il secondo motivo è strettamente collegato al precedente, e riguarda gli interessi economici che intercorrono tra Libia e Italia. La Libia è il primo azionista di Unicredit con il 7,50 per cento del capitale, possiede l’1 per cento di Eni e il 2 per cento di Finmeccanica. Attive in Libia sono alcune nostre grandi imprese, come Eni, Anas, Impregilo, Finmeccanica, Iveco.

   Nel complesso, l’Italia rappresenta il primo partner commerciale della Libia. La quota italiana delle importazioni libiche si è attestata nel 2009 al 17,4 per cento, nel primo semestre del 2010 le nostre esportazioni verso quel paese sono cresciute del 4 per cento.

   L’interscambio tra i due paesi nel primo semestre 2010 è arrivato a circa 6,8 miliardi di euro, con un incremento del 12,53 per cento rispetto all’anno precedente. Il terzo motivo per cui l’Italia si trova in maggiore difficoltà con la crisi libica è proprio quello energetico. La Libia si colloca infatti rispettivamente al primo e al terzo posto tra i nostri fornitori di petrolio e gas naturale, l’Italia è il primo acquirente del greggio libico e gli idrocarburi rappresentano circa il 99 per cento delle importazioni italiane dalla Libia.
   È per tali motivi che in questo momento la cautela è d’obbligo e il fiato sospeso una condizione inevitabile. (Marzio Galeotti)

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LIBIA ED EUROPA: INTERESSI E VALORI

di Franco Venturini, da “il Corriere.it” del 22/2/2011

Anche la Tunisia ha pagato un prezzo di sangue, e più di lei lo ha pagato l’Egitto. Ma nell’effetto domino delle rivolte nordafricane non si era mai visto quello che è accaduto ieri a Tripoli. Se sono vere le notizie diffuse da Al Jazeera, l’unica fonte informativa sfuggita alla morsa censoria del regime, Muammar Gheddafi ha deciso che la decimazione del suo popolo è un costo accettabile per restare al potere. E per assicurarsi che la manovra riesca, per punire quanti lo sfidavano a mani nude anche lontano dalla ribelle Cirenaica, ha scatenato sulla folla tutto quanto aveva a disposizione per uccidere.

Interi quartieri sono stati messi a ferro e fuoco. Aerei ed elicotteri hanno sparato con le mitragliatrici contro assembramenti ostili. Cecchini piazzati sui tetti hanno individuato e colpito chiunque avesse l’aria di essere la guida di un gruppo ribelle. E poi sono intervenuti i «mastini della guerra»: quei mercenari provenienti da diversi Paesi africani che Gheddafi a quanto pare teneva da tempo sul suo libro paga, e che si sono sdebitati sparando ad altezza d’uomo sui raduni di rivoltosi. Il bilancio è difficile, ma Al Jazeera parla di almeno duecentocinquanta morti. Senza contare quelli di Bengasi, dove i ribelli controllano gran parte della città ma devono ancora fare i conti con nuclei di resistenza gheddafiana.

A due passi da casa nostra, nella nostra ex colonia, in un Paese dove moltissimi nostri connazionali risiedono e lavorano, le dimensioni del massacro non possono che suscitare emozione e disgusto. Ma in Libia, come ieri in Egitto e in Tunisia, l’emozione si accompagna al tentativo di capire, all’ansia di prevedere. Muammar Gheddafi, tiranno più che mai, non esce rafforzato dal bagno di sangue perpetrato non lontano dalla sua tenda. La sua invece è una testimonianza di debolezza, un pegno di disperazione.

   E del resto, anche lontano dalla piazza, la giornata non gli è stata favorevole. Si sono dimessi due ministri e parecchi diplomatici impegnati all’estero; alcuni dei Comitati popolari da lui creati per scimmiottare una democrazia non hanno risposto all’appello; un autorevole esponente religioso ha lanciato una fatwa contro di lui chiedendo ai militari di ucciderlo; due piloti da caccia sono fuggiti a Malta con i loro aerei e altri due si sono rifugiati in una base controllata dall’opposizione a Bengasi; nei ranghi dell’esercito da un lato rispuntano le divisioni tribali e dall’altro emerge una compatta ostilità contro l’intervento dei mercenari stranieri. E i dimostranti, soprattutto, non danno segni di rinuncia.

Certo, non basta per dire che Gheddafi è spacciato. Ma basta per scorgere un inizio di decomposizione strutturale del suo potere, e basta per osservare che nelle poche immagini giunte ieri da Tripoli la gran parte dei manifestanti era composta da giovani: quelli che non hanno ceduto a Tunisi e al Cairo, quelli che hanno poco da perdere anche in Libia e sono ormai, dal Mediterraneo al Golfo Persico, il motore della ribellione che scuote il Mondo arabo.

   Dopo 42 anni di potere, Gheddafi dovrà continuare a fare i conti con loro. E i conti con la carneficina da Tripoli ha dovuto farli ieri anche Silvio Berlusconi, che ha finalmente detto di considerare «inaccettabile» l’uso della violenza contro la popolazione civile e ha messo in guardia contro la disgregazione dello Stato libico. Meglio tardi che mai, perché era stato lo stesso presidente del Consiglio, quando a Bengasi si sparava già sulla folla, a non voler «disturbare» Gheddafi. Ed era stato ancora lui, fino a ieri, a mantenere un silenzio che sembrava figlio di una scommessa azzardata, forse non sufficiente a proteggere i nostri interessi, e di sicuro contraria ai valori della nostra democrazia.

Non a caso la «discrezione» di Berlusconi ci aveva per qualche tempo allontanati dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla Germania che in diverso modo avevano tutti condannato duramente il Colonnello e le imprese dei suoi sgherri. Nascosti dietro una poco credibile volontà di «non ingerenza», fino a ieri sera continuavamo a trascurare quei principi umanitari nei quali proclamiamo di credere. Poi il presidente del Consiglio ha rimediato. Ma resta da domandarsi se siamo in tempo e se, in caso di cambio della guardia, il nostro ritardo non possa farci pagare un prezzo proprio sul piano degli interessi, oltre che su quello dei valori identitari.
   Dovremo contare sul petrolio e sul gas che la Libia avrà comunque bisogno di vendere. Sugli affari vantaggiosi con lo Stato e con le imprese italiane che nessuno vorrà buttare nel cestino. Sulla convenienza degli investimenti in Italia. (Franco Venturini)

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Come in Europa nel 1848, così oggi nel mondo arabo musulmano…

LA PRIMAVERA DEI POPOLI

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 22/2/2011

   Due cambiamenti, sufficienti per segnare la svolta di un´epoca, sono già intervenuti mentre le rivolte nel mondo arabo sono ancora in corso. E la repressione è sempre più sanguinosa in Libia. Il nuovo capitolo di storia non riguarda soltanto i paesi che ne sono il teatro. La zona sensibile, dall´Algeria all´Iran, rappresenta il 36 per cento della produzione mondiale di petrolio. Questo è quel che ci riguarda sul piano concreto, insieme ai rischi di guerre non soltanto civili, in una zona ricca di conflitti latenti, alle porte dell´Occidente europeo. Sul piano politico, ideologico, morale, quel che sta accadendo è inoltre destinato a sconvolgere, a rovesciare il pregiudizio occidentale sul mondo arabo musulmano. Il famoso conflitto di civiltà.
   Il primo cambiamento già avvenuto è che uomini e donne rivendicano i diritti dei cittadini di uno Stato democratico, e quindi rifiutano il modello del rais, onnipotente e insostituibile, dominante dall´Atlantico all´Oceano indiano per decenni. Dopo il tunisino Ben Ali e l´egiziano Mubarak, adesso traballa anche Gheddafi, caricatura dell´autocrate arabo miliardario in petrodollari, in esercizio da più di quarant´anni. Altri birilli cadranno.
   Cercando di svelare i misteri che inevitabilmente annebbiano i fenomeni rivoluzionari appena esplosi, gli storici più audaci azzardano un paragone: evocano la «primavera dei popoli» del 1848, che in qualche mese sconvolse in Europa il sistema politico creato dal Congresso di Vienna. Dopo grandi sacrifici, generose esaltazioni ed enormi speranze, le rivoluzioni d´allora, verificatesi a catena, dalla Sicilia dei Borboni alla Parigi di Luigi Filippo, fallirono una dopo l´altra.
   Stiamo quindi assistendo a insurrezioni popolari, al di là del Mediterraneo, destinate a fallire? Come nell´Europa dell´800 ritornarono le monarchie autoritarie o si formarono nuovi imperi, cosi potrebbero ritornare i rais di cui gli arabi si sono appena liberati o si stanno liberando o vorrebbero liberarsi? Gli interrogativi restano. Ma forse gli storici sanno soprattutto predire il passato. I nostri sono tempi veloci. I popoli insorti hanno sotto gli occhi i modelli democratici. Le immagini, le informazioni, scavalcano le frontiere e le censure.
   Il secondo cambiamento, sottolineato da Henry Laurens, storico del mondo arabo, riguarda l´immagine che gli arabi hanno di se stessi e che da noi era tanto diffusa, al punto da essere un´ossessione. Il manifestante di piazza Tahrir al Cairo o di avenue Burghiba a Tunisi, e l´oppositore al regime di Gheddafi che sacrifica la vita a Benghasi, hanno sostituito l´immagine del terrorista barbuto e fanatico.
   I popoli, le cui civiltà erano state umiliate dal colonialismo, decisi a ritornare sulla scena internazionale, si riunirono a Bandung (1955), per celebrare la sovranità dei loro Stati, l´indipendenza nazionale appena conquistata, ed anche per affermare, in certi casi, le loro fedi religiose.
   Lo ricorda Jean Daniel, ed io ricordo le corrispondenze di un vecchio reporter, Cesco Tomaselli, mandato nella città indonesiana dove si svolgeva la conferenza, in cui i partecipanti (tra i quali Chou En-lai, Nasser, Tito, Nkrumah, Nehru) venivano descritti, o meglio derisi, come espressioni di civiltà inferiori, scimmiottanti i veri grandi della Terra.
   Poco più di mezzo secolo dopo non è più questione di nazione indipendente e di affermazione dell´identità religiosa. Il vecchio cronista, allora convinto rappresentante di una civiltà superiore, scoprirebbe adesso che i giovani tunisini, egiziani, yemeniti, marocchini e anche libici, dei quali non avevamo l´impressione di conoscere i volti, perché il loro paese sembrava incarnato soltanto da Gheddafi, e dalle sue grottesche stravaganze, rivendicano diritti individuali e libertà.
   Senza esprimere esigenze religiose. Senza limitarsi a richiami nazionalisti. Esattamente come gli europei del 1848, ma anche come quelli degli Anni Quaranta, della lotta antifascista, e del 1989, dopo la caduta del Muro. La storia si è ricongiunta. Il computer e i suoi derivati hanno aperto uno spazio incontrollabile per gli sgherri del raìs e offrono strumenti comuni a civiltà sempre meno divise. Le idee corrono più facilmente. Conquistano anche i soldati, i coscritti, che dovrebbero reprimere ma che sono spesso sensibili agli slogan dei coetanei pronti a sfidare la polizia di Mubarak e di Ben Ali e gli aerei di Gheddafi.
   Gli sconfitti non sono soltanto i rais, a lungo prediletti dalle potenze occidentali, in quanto guardiani dei loro popoli, pronti a combattere, a reprimere le tentazioni integraliste appena affioravano nella società. Anche le correnti estremiste dell´Islam hanno subito una disfatta, perché la sognata rivolta popolare non è stata guidata da loro. Li ha colti di sorpresa. Anzi ha investito lo stesso Iran, dove gli oppositori del governo teocratico hanno rivendicato le stesse libertà chieste a Tunisi, al Cairo, a Tripoli.
   Questo ha contato nell´atteggiamento americano. Gli Stati Uniti di Barak Obama sono stati determinanti in Egitto. Questa volta la forza si è messa al servizio della giustizia. Senza l´insistente intervento di Washington i generali del Cairo non si sarebbero risolti tanto presto a sbarazzarsi del presidente, che era anche il loro comandante supremo.
   Obama ha mantenuto la promessa fatta due anni fa con il discorso del Cairo, rivolto al mondo musulmano. Ha appoggiato i movimenti democratici, pur compiendo qualche contorsione diplomatica. Per non compromettere troppo la stabilità di vecchi alleati dell´America tutt´altro che democratici. Ad esempio l´Arabia Saudita, insidiata dalla rivolta sciita di Bahrein.
   Anche l´Europa è stata fedele ai suoi principi condannando la repressione e pronunciandosi in favore degli oppositori in rivolta. Soltanto l´Italia di Berlusconi ha mancato all´appuntamento d´onore per un paese democratico. Se l´insurrezione libica affogherà nel sangue, il governo italiano avrà la sua parte di vergogna. (Bernardo Valli)

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TRE EMERGENZE PER L’EUROPA MA ORA GLI USA NON CI SALVANO

di Livio Caputo, da “IL GIORNALE” del 22/2/2011

– L`America “valuta misure appropriate”. E stavolta non possiamo delegare Berlusconi: «Violenze inaccettabili, però va evitato che il Paese si spacchi» –

   Di fronte al precipitare della situazione in Libia, gli Stati Uniti «stanno studiando tutte le azioni appropriate» e chiedono perentoriamente «chiarimenti» agli esponenti del regime, lasciando intendere che potrebbero intervenire.

   L`Unione Europea, invece, per ora si limita a condannare l`uso della forza. Quanto all`Italia, visti gli stretti rapporti che intrattiene ora, e che dovrà intrattenere anche domani in caso di successo della rivoluzione con la ex Quarta sponda, esorta la Ue a non cercare di imporre la propria forma di democrazia e a lasciare i libici liberi di scegliere la propria strada.

   Chi ha ragione? È il caso di pensare a un intervento, considerato che perfino Saif el Islam, il figlio «liberal» di Gheddafi che la notte scorsa si è rivolto alla popolazione via Tv, ha fatto balenare ai suoi connazionali la possibilità di una iniziativa di tipo coloniale se i ribelli non accetteranno di trattare e precipiteranno il Paese nel caos?

   Oppure, come è stato fatto in tante altre occasioni, è meglio attenersi alle deplorazioni e a sterili inviti a porre fine agli scontri? Difficile dirlo. È comunque abbastanza paradossale che ad essere, per così dire, in prima linea sia l`America, che in questo momento è certo più preoccupata per gli sviluppi a Bahrein e nel Golfo, invece che l`Europa, per cui il successo della rivoluzione in Libia avrebbe conseguenze immediate, dirette e molto pesanti.

   Ma una spiegazione c`è: di fronte a una emergenza nel Mediterraneo, è difficile mettere d`accordo i Paesi che vi si affacciano con quelli del Nord per una azione incisiva e, alla faccia del Trattato di Lisbona, l`Alto rappresentante perla politica estera non può che dire banalità.

   Bene ha fatto ieri il nostro premier a prendere posizione attraverso una nota ufficiale di Palazzo Chigi. Il premier «è allarmato per l`aggravarsi degli scontri e condanna le inaccettabili violenze sulla popolazione civile». Ma non c`è solo il lato umanitario, il presidente del Consiglio ha anche sostenuto che «impedire che la crisi degeneri in una guerra civile dalle conseguenze difficilmente prevedibili e favorire una soluzione pacifica che tuteli l`integrità del Paese». A parte l`orrore per le stragi che le forze di sicurezza stanno compiendo, tre sono le emergenze cui dovremo fare fronte.

   La prima è l`inevitabile ripresa della immigrazione clandestina, non appena le centinaia di migliaia di africani che sono stati finora bloccati in Libia grazie al Trattato del 2009 si renderanno conto che l`apparato di sicurezza che impediva loro di prendere il mare si sta sgretolando; è una emergenza soprattutto italiana, perché i barconi di disperati si dirigeranno quasi tutti verso il nostro Paese. Per fortuna, dopo l`ondata di arrivi dalla Tunisia, la Ue si è resa conto che il problema riguardava anche altri Paesi e ha deciso di fare la sua parte: in che cosa consisterà, e se Bruxelles arriverà ad autorizzare eventualmente i respingimenti rimane tuttavia da vedere.

   La seconda emergenza riguarda il petrolio, i cui prezzi stanno schizzando rapidamente in alto. La Libia è, con Nigeria e Angola, uno dei tre grandi produttori africani di idrocarburi e per noi un fornitore non facilmente sostituibile. Per adesso, sembra che il flusso continui, ma una delle tribù che controllano le zone di produzione ha già detto che è pronta a interromperlo e comunque qualche problema ci sarà di sicuro. Tra l`altro non solo l`Enfi, ma anche le compagnie anglosassoni hanno iniziato il ritiro dei rispettivi personali. Sul medio e lungo termine, comunque, le forniture dovrebbero essere mantenute, perché chiunque vada al potere avrà un disperato bisogno dei petrodollari.

   La terza emergenza è forse la più grave, ma anche la meno immediata. E la possibilità, evocata sia da Saif, sia da Frattini, che la Libia si spacchi in due e che in Cirenaica, dove la tradizione lo favorisce, nasca un «emirato islamico». Il nostro ministro degli Esteri ha già specificato che considera una simile eventualità pericolosa per la nostra sicurezza, perché se Bengasi diventasse una città in cui Al Qaeda si può muovere liberamente, le possibilità di attacchi terroristici all`Italia aumenterebbero in maniera esponenziale. (Livio Caputo)

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IL GRANDE FUOCO DI TRIPOLI / L’EUROPA SI DIVIDE TRA NORD E SUD

da “IL FOGLIO” del 22/2/2011

– L`Europa si divide tra nord e sud nella gestione della crisi libica (e comunque mancano i fondi) –

Bruxelles. L`Unione europea è divisa sulla rivolta contro il regime del colonnello Muammar Gheddafì in Libia. Per i ministri degli Esteri dei Ventisette è stato il “punto più complesso” della discussione al Consiglio dì ieri sul futuro del Mediterraneo.

   Secondo l`Italia occorre seguire la ricetta enunciata in televisione dal figlio di Gheddafi domenica: la Libia è “sull`orlo della guerra civile”, “l`Europa non deve esportare la democrazia (…). Spero che in Libia si avvii una riconciliazione nazionale che porti a una Costituzione libica, come proposto da Seif al Islam”, ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Il britannico William Hague ha invece convocato l`ambasciatore libico a Londra per “esprimere la condanna più totale del ricorso alla forza letale contro i manifestanti”. Per il lussemburghese, Jean Asselborn, “non è possibile cooperare con un regime che spara contro il suo stesso popolo”.

   Quanto alle minacce di riversare sull`Europa migliaia di migranti, “l`Ue non deve lasciarsi ricattare”, ha detto il ministro tedesco degli Affari europei, Werner Hoyer. Il responsabile degli Esteri finlandese, Alexander Stubb, ha chiesto sanzioni: “Come possiamo guardare a quello che sta succedendo in Libia, con quasi 300 persone uccise, e non parlare di sanzioni o di bando sui viaggi per Gheddafi, mentre lo facciamo con la Bielorussia?”.  La sintesi è stata trovata in una condanna europea delle violenze e in un appello al “dialogo per il futuro”, ha spiegato l`Alto rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton.

   La frattura sulla Libia riflette l`impreparazione di fronte alle rivolte che attraversano il mondo arabo e musulmano. Le belle parole sulla necessità di sostenere “le aspirazioni democratiche dei popoli” si scontrano con le paure e gli interessi dei singoli paesi. In una riunione con gli ambasciatori europei il 17 febbraio, il segretario generale del ministero degli Esteri libico ha annunciato che Tripoli “non esiterà a rompere immediatamente tutte le cooperazioni con l`Ue sulla lotta contro l`immigrazione clandestina e l`antiterrorismo (…) e a nazionalizzare le attività delle società europee”, in particolare petrolifere.

   Pur non difendendo apertamente il regime di Gheddafi – “l`Ue non ha mai detto chi se ne deve andare e chi deve restare” – Frattini ha spiegato le priorità dell`Italia: “E` il primo partner economico”, occorre evitare “flussi di inimmaginabili dimensioni” di migranti e l`emergere di “forze estremiste islamiche a pochi chilometri dalle coste dell`Europa”.

   I francesi, dopo il caos tunisino, hanno adottato un più basso profilo; Regno Unito e Germania, meno esposti ai rischi migratori, vedono nella caduta di Gheddafi un`opportunità per riconquistare il terreno perduto. Priorità nazionali concorrenti, timori per l`islamismo, paura dell`immigrazione, opportunità di business e ripercussioni economiche condizionano anche il più ampio dibattito europeo sul Mediterraneo.

   Dopo il rovesciamento di Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto c`è stato “un fiorire di proposte”, spiega al Foglio un ambasciatore europeo: “Vanno da un riorientamento di fondi e programmi di cui l`Ue già dispone, alla mobilitazione di un miliardo di euro”.

   Ma “nella partita devono rientrare altri donatori”, perché le difficoltà finanziarie dei paesi europei non permettono un programma straordinario per far fronte alla transizione sulla sponda sud del Mediterraneo. Occorre “fare in modo che questa crisi sia utilizzata per ricostruire una politica mediterranea dell`Ue, che ha segnato il passo”.

   L`Unione per il Mediterraneo “è stata un fallimento totale”. La politica per il vicinato è stata troppo orientata all`ex spazio sovietico, prioritario per Polonia e Germania. Ora nel Mediterraneo Frattini propone un Piano Marshall, mentre Francia, Spagna, Cipro, Grecia, Malta e Slovenia chiedono di spostare i finanziamenti europei dall`Europa dell`est al “vicinato meridionale”.

   Ma Regno Unito e Germania preferirebbero aprire le frontiere del commercio, in particolare agricolo, con ripercussioni negative sull`Europa del sud. Se l`Europa si distingue per esitazioni e cacofonia, gli Stati Uniti stanno riprendendo l`iniziativa nella regione.

   Sulla Libia, il presidente Barack Obama “sta considerando tutte le azioni appropriate”, ha detto ieri la Casa Bianca. Hillary Clinton ha detto che l`Amministrazione sosterrà le forze pro democrazia: “E` una sfida intrinseca nella diplomazia e negli sforzi dell`America nel mondo”.

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IL CORAGGIO DI GUARDARE AL FUTURO

di Ugo Tramballi, da “IL SOLE 24 ORE” del 22/2/2011

   “Cirenaica libera!”, dice per telefono da Doha un amico che lavora al palazzo dell`emiro del Qatar. Il tono è gioioso. Gli arabi incominciano a pensare a un Medio Oriente senza il detestato Gheddafi e a loro -re, monarchi, ministri e soprattutto la gente comune – la cosa sembra eccitante.

   A noi non troppo. In questi giorni siamo in una condizione permanente da stato d`emergenza: per gli “emirati islamici” che certamente prenderanno il posto del governo centrale di Tripoli; per l`imminente massa d`immigrati che sbarcheranno sulle nostre coste; per l`energia che non arriverà più dalla Libia; per gli investimenti finanziari libici in Italia e quelli delle nostre imprese in Libia che corrono qualche rischio con chiaro danno perla nostra economia.

   È un pessimismo comprensibile perché può accadere: oggi, in questo momento e forse per un bel po`, chi potrebbe scommettere sulla stabilità della Libia senza il suo dittatore? Nonostante Mubarak, in Egitto c`era una società civile, con intellettuali, partiti, soprattutto un esercito. A Tripoli Gheddafi ha sempre governato imponendo un culto della personalità alla nordcoreana. Una parte del sistema egiziano era riformabile, il regime libico no: c`è il colonnello o le déluge.

   Tuttavia, perché non provare ad essere un po` ottimisti come gli arabi, sia pure senza il loro entusiasmo? Essere ottimisti in questo caso significa guardare al futuro, non a ciò che oggi è la Libia ma a quello che sarà domani. Il paese è una specie di laboratorio possibile: l`Italia non ha molte multinazionali ma quelle che abbiamo sono praticamente tutte laggiù, in un paese dalle immense risorse e poco abitato. Alla lunga non è difficile ricostruire la stabilità necessaria perché anche i libici siano cittadini soddisfatti quanto gli investitori stranieri.

   L`assicurazione su cui avevamo riposto il 100% dei nostri investimenti si chiamava Gheddafi. Ma quanto può essere garanzia a lungo termine un regime che controlla milioni di barili di petrolio e lascia due terzi dei suoi abitanti con meno di due dollari al giorno?

   L’accordo col dittatore ha rallentato l`invasione degli immigrati, ma non risolve il problema sociale che la provoca. Ricordiamo cosa era l`Europa e cosa eravamo noi poco più di 6o anni fa. La storia dimostra che le genti emigrano verso le democrazie e quando la democrazia ce l`hanno in casa, le opportunità di lavoro crescono e loro non se ne vanno.

   Ad essere sinceri le imprese italiane non hanno mai voluto rischiare molto nei paesi dalle garanzie opache. In una situazione diversa da quella mediorientale, all`inizio degli anni 9o Corporate ltaly decise di non rischiare sull`India che iniziava le riforme economiche: era un paese democratico e caotico, diverso dalla Cina che non era democratica ma disciplinata.

   Al contrario di molti concorrenti europei, vent`anni dopo l`India che cresce a un tasso del 9% continua a non essere un paese strategico per noi, quanto la Cina. E’ stato un errore. La Libia, quello che è accaduto in alcuni paesi e quello che ancora deve accadere in altri ci propongono di riflettere sulla democrazia anche come investimento: non più rischioso di altri ma raccomandabile.

   Quando si esorta chi mette i soldi, a farlo sul futuro di paesi difficili ma così essenziali come la Libia, bisogna chiarire quale sia la democrazia possibile che potrà trovare. Quello che può venire fuori a Tripoli e negli altri paesi arabi, nel migliore dei casi è l`abbozzo di una democrazia: semi di tolleranza e libertà sparsi tra fondamentalismo e settarismo, dai quali nascerà, forse, qualcosa di simile ai nostri sistemi. Ma mai uguale.

   Come la Turchia che trent`anni fa era un paese povero a libertà limitata dai militari; e oggi è un paese ricco governato da un partito islamico di gran lunga più simile alla nostra Dc anni 50 che ad Hamas. È un modello possibile per la Libia da dove arriva oltre il 20% del nostro petrolio e potrebbe ricominciare a transitare più della metà dei clandestini? Non abbiamo garanzie. Quello che sappiamo da qualche settimana è che le assicurazioni dei satrapi prima o poi scadono. (Ugo Tramballi)

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UNA TRAGEDIA SENZA IMMAGINI

di Marco Belpoliti, da “LA STAMPA” del 22/2/2011

   Niente immagini dalla Libia. Nessuna o quasi foto che trapeli attraverso la totale censura del governo e dei militari. Nessuno dei filmati cui siamo abituati, ripresi con cellulari, macchine foto digitali, piccole telecamere. Qualche istantanea sfumata, non il solito diluvio che ci circonda ogni giorno per ogni avvenimento grande o piccolo che sia, dalle chiacchiere in libertà del presidente all`ultima manifestazione a favore o contro.

   Ma che cos`è che vediamo davvero quando guardiamo fotografie, o brevi filmati, che ci documentano gli avvenimenti che accadono lontano da noi? Tanto e poco insieme.

   Tanto perché un`immagine, per quanto parziale o incompleta, ci dice qualcosa su quello che succede, così che dalle istantanee che arrivano da Teheran sappiamo quello che avviene nella capitale iraniana nonostante l`oscuramento medíatico, o almeno ce l`immaginiamo, poiché grazie ai riquadri pixelati ricostruiamo per frammenti, per porzioni, il tutto che c`è là.

   La realtà si dà sempre come una parte, e mai come un insieme completo, e di quel tutto le fotografie sono schegge, frantumi, cocci. E anche senza una didascalia, una scritta, ancora essenziale nel web, come nella carta stampata, noi non sappiamo davvero cosa abbiamo visto. Ce l`hanno insegnato, dopo Walter Benjamin, John Berger e Susan Sontag: la didascalia nutre la nostra visione alla pari dell`immagine.

   E oggi che il mondo arriva a casa nostra attraverso quell`effluvio di visioni, che si palesano, quasi per incanto e con assoluta necessità, sul frame del computer, lo stesso su cui sto battendo questo testo, cosa vediamo? E soprattutto come vediamo? Attraverso il buco di una serratura.

   La visione delle istantanee elettroniche, colte al volo da reporter dilettanti o professionisti, non importa, che giungono via Internet sul nostro visore personale, sono qualcosa di molto limitato, frammenti di frammenti, particelle elementari che si staccano di colpo dall`azione convulsa delle folle ed entrano nei nostri occhi. Per quanto ci sforziamo di guardare sempre di più, e meglio, noi vediamo tutto quello che accade lontano da noi con la coda dell`occhio.

   Una visione distratta, per quanto necessaria e indispensabile, sulla base della quale ricostruire, o tentare di ricostruire, quel tutto che ci sfugge. Eppure non c`è avvenimento degli ultimi trenta o quarant`anni che non sia stato esperito da noi in quel modo, a partire dalle immagini del Muro, che cade e si frantuma, sotto i colpi dei tedeschi dell`Est e dell`Ovest, per arrivare al collasso gassoso delle Torri Gemelle o alle rivolte di piazza che da settimane infiammano il mondo arabo, la costa meridionale del Mare Nostrum. Vediamo senza vedere.

   Da un certo punto di vista noi siamo come dei mastodontici Polifemo che, al posto dell`occhio hanno la videocamera digitale di un rivoltoso o di un reporter coraggioso o fortunato. Vediamo con un occhio solo e spesso di sfuggita, perché il mondo scappa davanti a noi. E inseguirlo, cercare di vedere cosa accade lontano dal nostro senso tattile, è davvero difficile.

   Come mostrano molte delle istantanee di uno dei più bravi e celebri fotoreporter italiani, Paolo Pellegrini, oggi esposte a Milano presso Forma, la visione è diventata nel riquadro stampato del grande inviato qualcosa di sfuggente, di sfumato, a volte persino di sfuocato e nebbioso, poiché è così che si vede davvero, mentre si corre dentro un corteo, mentre si cerca di sfuggire a un mitragliamento della folla, alle manganellate dei poliziotti, oppure si coglie al volo la disperazione di una vedova di guerra.

   Il vero problema del presente non è più quello delle singole immagini, più o meno eclatantí, o straordinarie, ma, come scrive Pellegrini, creare un archivio della nostra memoria collettiva. Senza questa memoria siamo ciechi.

immigrati
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