GUERRA IN LIBIA – mercenari di Gheddafi e violenza sulla popolazione – Le due emergenze: INTERVENTO UMANITARIO (anche militare) e ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI – Il ruolo prioritario dell’Italia, debitrice verso il popolo libico per la sue passate atrocità coloniali

donne manifestanti a Bengasi liberata

   La necessità di intervenire in quel che sta accadendo in Libia (una carneficina che rischia di protrarsi nei prossimi giorni, e magari mesi..) è la necessità di dare risposte su due fronti: l’accoglienza dei profughi e, appunto, un possibile intervento militare. Negli articoli che seguono diamo conto di entrambi i modi per intervenire che vengono prospettati. Situazione da chiarire poi se appoggiare il governo parallelo che si è ora creato a Bengasi (in mano agli oppositori: capire cioè se il capo di governo proposto, Mustafa Abdeljalil,  fino a ieri Ministro della Giustizia del governo Geddafi, sia credibile o meno per una transizione verso la democrazia).

   E’ comunque chiaro che, ogni intervento possibile umanitario, militare, di interposizione (in questo post, di seguito, nel terzo articolo, vi diamo conto di cosa sono “no-fly zone”, “no-sail zone”, “no-drive zone”, “corridoi provvisori”), dev’essere europeo, o della Nato autorizzata dall’ONU. In ogni caso l’Italia su questo, da sola (anche se lo volesse fare… ma l’atteggiamento fin qui dimostrato è di “quasi assenza” a prescindere), ha dei problemi ad intervenire.

   Per ragioni storiche l’Italia è bene che non intervenga militarmente. La permanenza e il dominio coloniale in Libia degli italiani (iniziato nel 1911) fa del nostro paese il meno adatto a interventi di tipo militare: verrebbe visto, dalla popolazione locale libica (e non solo) come “un ritorno” pericoloso di colonialisti (gli italiani) che in quel paese ne hanno fatto di tutti i colori (massacri, vessazioni, schiavitù, un colonialismo di pura rapina etc.).

   Cionondimeno è, allo stesso tempo, dovere storico proprio nostro, di dare una mano vera e convinta al popolo libico in questo momento di grande difficoltà: la minacce e le paure che si arrivi a un’ “invasione in Italia di profughi” (si parla da parte di alcune autorità governative italiane di “invasione”, non di disperati che fuggono dalla violenza…) ci appare, leggendo anche il parere di esperti ed istituzioni internazionali (come l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati- UNHCR) esagerate, queste paure paventate. E’ tra l’altro da dirsi che ai confini della Libia, con l’Egitto e con la Tunisia, i popoli di queste due nazioni non hanno mostrato atteggiamento ostile nei confronti dei popoli libici (anzi un autentico spirito di accoglienza): su questi confini la comunità internazionale dovrebbe concentrate sforzi umanitari e risorse di ogni tipo necessarie (mediche, alimentari, dei servizi essenziali…).

una delle manifestazioni di protesta contro Geddafi a Tobruk

   Si tratta di aiutare il popolo libico (cui siamo debitori, come italiani colonialisti) a superare questo momento di violenza e sofferenza. E appoggiare i tentativi che la Comunità internazionale speriamo voglia fare (anche militarmente) di “fermare Gheddafi” e la sua volontà di far sprofondare negli abissi il suo popolo, pur di non andarsene, di non cedere il potere. Ma ancor di più, oltre all’aiutare concretamente i profughi, l’Italia deve farsi portatrice di quella politica europea sempre enunciata e mai iniziata, cioè di CREAZIONE DI UNO SPAZIO EURO-MEDITTERANEO che integri i popoli mediterranei in un progetto di sviluppo, di pace e benessere. E non guardare invece, come si fa, alla sponda sud del “mare nostrum” solo come a una barriera all’integralismo religioso e a un freno alle immigrazioni.

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LIBIA: PAESE NEL CAOS – SI MUOVE LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE 

Accordo Onu: “Sanzioni alla Libia”

A BENGASI NASCE UN NUOVO GOVERNO

da: “la Stampa.it”, pomeriggio del 27/2/2011
   È stallo in Libia, con i sostenitori dell’opposizione che controllano le principali città orientali del Paese e si apprestano ad annunciare a Bengasi la creazione di un nuovo governo, mentre a Tripoli regna una calma tesa, con le strade piene di auto in una città che sembra saldamente nelle mani dei governativi.
Congelati i beni del Colonnello
La comunità internazionale ha intensificato il pressing su Muammar Gheddafi: il consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato nella notte la risoluzione 1970, che prevede in particolare il blocco dei beni del leader libico e di alcuni suoi familiari ed esponenti del regime, l’embargo alle vendite di armi, oltre ad un possibile coinvolgimento della corte penale internazionale dell’Aja per i crimini di guerra o contro l’umanità commessi in Libia.
Il pressing dell’Ue
«Gheddafi e le autorità libiche sanno che le loro azioni inaccettabili e scandalose avranno conseguenze», ha tuonato stamani l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Catherine Ashton: «Le violazioni dei diritti umani devono cessare immediatamente» e i responsabili dovranno essere assicurati alla giustizia. Sul campo, il cerchio attorno a Gheddafi si stringe ancora, e oggi a Bengasi è prevista una conferenza stampa nella quale l’ex ministro della Giustizia Mustafa Abdeljalil renderà nota la composizione del nuovo governo libico ad interim.
Emergenza profughi: fuga verso la Tunisia
Intanto, è emergenza sanitaria al confine con la Tunisia: a Ras Jedir, dove le guardie di frontiera hanno abbandonato i loro posti – il confine viene ora sorvegliato dai militari – la tendopoli a pochi chilometri dal confine è sovraffollata, e l’assistenza viene assicurata solo da alcuni volontari e dalla Mezzaluna rossa. Solo ieri, riferisce la Croce Rossa locale, oltre 10.000 persone hanno valicato il posto di confine. In una settimana in 40.000 sono entrati in Tunisia, tra loro oltre 15.000 lavoratori egiziani in fuga dalla Libia. «Le associazioni umanitarie internazionali fanno proclami ma qui non è arrivato nulla», ha detto un agente di polizia, riferendo che nella tendopoli si è diffusa la voce di un caso di colera.
L’evacuazione degli italiani
Nel Paese ci sono ancora «poche decine» di italiani, sottolinea la Farnesina, che verranno rimpatriati nei «prossimi giorni». I venticinque connazionali rimasti bloccati ad Amal, e oramai a corto di viveri, sono stati evacuati con un aereo militare britannico a Creta, mentre stamani a Catania è attraccata la San Giorgio della Marina militare italiana con a bordo 258 persone, tra cui 121 italiani, che hanno lasciato il Paese. Questa mattina sulla Libia è intervenuto anche Frattini chiedendo a Gheddafi di fare un passo indietro:  «Tutta la comunità internazionale è convintamente dell’idea che il regime non possa più in nessun modo continuare ad avere comportamenti che hanno provocato migliaia di persone innocenti. Quando il capo di un regime spara sul suo popolo – ha spiegato il ministro degli Esteri -, la comunità internazionale deve reagire». (da “la Stampa.it”)

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II SONNO DELL`OCCIDENTE

 LIBERIAMO TRIPOLI

di Mario Sechi, da “IL TEMPO” del 24/2/2011   –   La Libia nel sangue: diecimila morti e fosse comuni – Nessuno ferma la strage. Il segretario della Difesa Usa: compito di Francia e Italia –  

   Kosovo. Afghanistan. Iraq. Sono tre luoghi del mondo con un filo rosso in comune: sono stati il teatro di un intervento militare per ristabilire la pace e provare a far germogliare una cosa che si chiama libertà. I lettori de Il Tempo conoscono il mio realismo e il metodo che sta alla base del mio lavoro: l`analisi dei dati empirici, l`osservazione del fatto concreto, l`abbandono di qualsiasi tentazione di piegare la cronaca al moralismo astratto. In questo paziente esercizio quotidiano ci sono però dei punti fermi ideali, dei confini che non possono essere varcati, dei temi che non sono negoziabili con la realpolitik.  

   Il Colonnello Gheddafi ha passato ampiamente il segno: se sono veri i numeri diffusi sul massacro in Libia – e per ora non abbiamo alcun motivo per dubitarne – quell’uomo, quel regime, proprio perché siamo realisti e amiamo essere pragmatici, quel dittatore deve essere rovesciato al più presto. 

   La comunità internazionale deve lasciar perdere i minuetti, accantonare per un bel po` la partita doppia dei petrodollari, abbandonare ogni piccolo calcolo e guardare i fatti: Gheddafi sta sterminando gli oppositori, la Libia è nel pieno della guerra civile e tutto questo accade a pochi chilometri dalle coste dell`Italia, un paese del G7, a un tiro di schioppo dall`Europa.   

   Per la strage di innocenti in Kosovo gli Stati Uniti nel 1999 decisero di muovere una «guerra umanitaria», per reagire all`attacco alle Torri Gemelle l`America nel 2001 invase l`Afghanistan con l`operazione Enduring Freedom e due anni dopo per costruire un avamposto dell`Occidente in un punto nevralgico del Medio Oriente, in Iraq, la Casa Bianca e gli alleati avviarono nel 2003 l`operazione Iraqi Freedom  

   Ho sostenuto allora le buone ragioni di quelle guerre e oggi sono qui a chiedermi: cos`altro deve accadere in Libia per convincere gli Stati Uniti e l`Europa a liberare quel Paese?   

   Gheddafi non è mai stato un campione della libertà e non essendo più un fattore di stabilità a questo punto va sostituito. Per il bene dell`Occidente e il futuro di un popolo che merita di più, almeno la chance di poter costruire il proprio futuro. Qualunque esso sia.  

   Il Vecchio Continente che guarda e tentenna mi fa ribrezzo, la diplomazia che non decide e fa terribili ghirigori nei comunicati ufficiali mi fa inorridire, il senso di muffa e inutilità che promana dalle riunioni dell`Onu mi fa cascare le braccia.  

   Da tempo e sotto gli occhi di tutti la crisi profonda della governance globale e mai come oggi il Mar Mediterraneo in piena ebollizione fornisce la misura di questo decadimento e l`urgenza di uno scatto in avanti.  

   Questa reazione può venire solo dagli Stati Uniti. E perciò guardo ancora all`afroamericano Barack Obama come a una speranza. La Casa Bianca dovrebbe cambiare passo, riprendersi il ruolo di Paese che ha nella libertà il suo fondamento.  

   George W. Bush sì, proprio lui aveva forse pochi rudimenti di politica estera, ma il suo staff era pieno di gente con le idee chiare su quale fosse la missione degli Stati Uniti nel mondo. Il gruppo dei «Vulcans», così venne soprannominata la squadra di Bush, era un pensatoio strategico di prim`ordine che aveva intuito pienamente lo scenario che oggi sembra realizzarsi sotto i nostri occhi: i popoli oppressi aspirano non alla democrazia – che è semplicemente un metodo – ma alla libertà e chiudere troppo a lungo gli occhi sulle dittature alla fine costituisce una minaccia per lo stesso mondo libero.  

   L`11 settembre 2001 ci ha rivelato questo scenario brutale, la sua ferocia e la sua immanenza. Si può progettare un attentato nel cuore di New York pur stando in Una grotta di Bora Bora in Afghanistan, come il 21 dicembre 1988 in una tenda del deserto libico Gheddafi ordinava l`abbattimento di un volo di linea della Pan Am sui cieli della Scozia, a Lockerbie.  

   Lo spazio geopolitico del Mediterraneo è una polveriera: l`unica democrazia dell`area, Israele, è minacciata dall`Iran in fase di allestimento nucleare; l`Egitto e la Tunisia, paesi stabili fino a ieri, sono entrati rapidamente in una transizione incerta guidata dai rispettivi eserciti, l`Algeria è una macelleria sempre aperta, il Bahrein in rivolta, il Libano in pieno riarmo di Hezbollah, la Siria, la Giordania e l`Arabia Saudita sono birilli che stanno in piedi ancora per miracolo mentre infuria una bufera epocale. Resta salda e cresce la Turchia, per nostra fortuna, ma la vicina Grecia brucia di rivolte sociali innescate dalla crisi economica, mentre la Somalia è sempre nel caos, il Sudan si è spaccato e lo Yemen un rebus pronto a risolversi nel caos terroristico. Benvenuti nel Nuovo Disordine Mondiale.  

   L`idealismo neoconservatore, bollato come il Male Assoluto alla fine aveva un disegno del futuro e su questo basava la sua linea d`azione. Ora siamo al caos totale e a un`incertezza che ha il sapore rancido dell`appeasement, di accordicchio e paura. Il peggio del peggio. Una scelta cattiva che gli Stati Uniti non si possono permettere ma sembrano dover digerire in attesa di tempi migliori.  

   Paul Wolfowitz, uno dei «Vulcans» di Bush, sul Wall Street Journal qualche giorno fa ha proposto una serie di misure per cominciare a mettere la Libia sulla strada del dopo Gheddafi. La prima cosa da fare è quella di sospendere la partecipazione della Libia dal Consiglio dei diritti umani dell`Onu, perché siamo di fronte a un`orribile barzelletta.  

   Occorre fermare il flusso di mercenari dai paesi limitrofi – Tunisia in testa – verso la Libia e questo si fa controllando i punti d`accesso dal confine. E’ fondamentale ripristinare le comunicazioni interrotte dal regime libico. A tutto questo si può aggiungere l`istituzione di una no-fly zone e il congelamento degli asset economici della Libia all`estero.  

   Sono misure logiche, ma siamo franchi, da sole non fermeranno il bagno di sangue. Gli Stati Uniti non sembrano in grado di andare oltre queste proposte tattiche. Ma se la fiamma della torcia sulla Statua della Libertà è flebile, a chi tocca allora il compito di illuminare le menti e far cessare tutto questo? Chi deve farsi titano in una guerra di poveri e disperati?   

   La risposta semplice e brutale l`ha data il segretario della difesa americano, Robert Gates. Intervistato dal settimanale conservatore Weekly Standard ha detto chiaramente che «francesi e italiani potenzialmente hanno risorse che possono mandare più rapidamente».  

   Eccolo qua, sulle labbra dell`uomo che ha in mano l`esercito più grande del mondo, affiora l`intervento umanitario che ci richiama alla nostra storia, al nostro destino di Paese mediterraneo, al quale non possiamo chiudere la porta se in questa storia tragica non vogliamo recitare la parte peggiore: quelli che fuggono. (Mario Sechi)

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I PIANI DI AZIONE: BLOCCO NAVALE E CORRIDOI DI TERRA

di Guido Olimpo, da “Il Corriere della Sera” del 26/2/2011

– Le priorità sono l`evacuazione dei cittadini dei paesi Nato bloccati in Libia ed eventualmente l`assistenza umanitaria – Le ipotesi di intervento militare alleato e la paura di cadere in una crisi imprevedibile –

WASHINGTON – Muammar Gheddafi, diventato ormai il sindaco di Tripoli, non cede e fa sparare sulla folla. «Cane pazzo» è convinto di poter resistere ad oltranza. Forse serve un`ultima spallata e un segnale politico da parte della comunità internazionale. Ecco allora un pacchetto di sanzioni (anche se hanno effetti ridotti) e, soprattutto, la creazione di una no-fly zone. Una misura per impedire che il dittatore usi aerei ed elicotteri contro i dimostranti. Sempre che gli ultimi piloti siano disposti a seguirlo. In tanti lo hanno abbandonato.

   Esperti americani hanno formulato diversi scenari di intervento. Si tratta di piani comunque frenati dalla paura di essere coinvolti in una crisi imprevedibile. Nessuno ha voglia di infilarsi in una campagna libica.

NO-FLY ZONE. Se ne parla da giorni. Prevede che la comunità ripeta quanto fatto in Iraq nel 1992 in modo da tenere a terra l`aviazione del raìs. Un piano che dovrebbe ruotare attorno alle basi di Sigonella (in Sicilia) e Creta (Grecia). Da queste piste decolleranno i caccia che impongono il blocco: una missione che prevede l`uso della forza. Prevedibile il ricorso alle portaerei. Il Pentagono ha la Sesta Flotta ma nei giorni scorsi ha lasciato capire che vorrebbe un ruolo leader di Francia e Italia. La nostra Marina ha già mobilitato due portaerei (Cavour e Garibaldi), due navi da sbarco e unità d`appoggio impegnate nello sgombero degli italiani. Per realizzare la «no-fly zone» sono fondamentali gli Awacs, radar volanti in grado di scoprire gli «intrusi» e coordinare la risposta, come gli aerei per il rifornimento in volo.

   Da Sigonella, poi, possono decollare i Global Hawk, giganteschi velivoli senza pilota vitali nella raccolta di informazioni. Rischi: i libici hanno missili anti-aerei (vecchi) e caccia ritenuti superati. Gheddafi più che «offendere» deve difendersi. Le provocazioni, però, non sono da escludere.

NO-SAIL ZONE. La comunità impone un blocco che impedisca alle navi del Colonnello di uscire in mare. In questa fase sono già molte le unità occidentali in zona ed è probabile che aumenteranno. Per ora si sono limitate al recupero degli stranieri che volevano lasciare la Libia. Il «San Giorgio» e il «Mimbelli» sono intervenuti ieri nel porto di Misurata. Rischi: Gheddafi aveva ordinato a una fregata di bombardare Bengasi, il comandante ha preferito raggiungere Malta. Un ulteriore segnale che la marina libica avrebbe smesso di essere operativa.

NO-DRIVE ZONE. E` un`ipotesi remota. Poniamo che Gheddafi mobiliti le forze rimaste e cerchi di riconquistare le città perdute con un massacro. La comunità internazionale agisce per fermare la controffensiva colpendo tank e blindati. Operazione complessa che richiede caccia, aerei da attacco, velivoli per il rifornimento, elicotteri imbarcati. Necessario anche l`intervento di nuclei di commandos che «illuminano» i bersagli. Rischi: sono altissimi. Intanto perché vorrebbe dire un coinvolgimento diretto nel conflitto. Inoltre non è facile distinguere, specie nei centri abitati, le forze amiche da quelle ostili, i combattenti dai civili inermi. Senza contare che lo schieramento anti-Gheddafi è ostile a qualsiasi interferenza straniera.

CORRIDOIO. Non è da escludere che singoli Paesi o l`Alleanza aprano corridoi temporanei. Per salvare stranieri in difficoltà o risolvere situazioni umanitarie disperate. Il cibo non manca ma il Fondo mondiale per l`alimentazione ha segnalato che il quadro potrebbe peggiorare nelle prossime settimane nel caso che il contrasto si cristallizzi. La risposta verrà affidata a aerei da trasporto C-130, caccia che garantiscono la copertura, forze speciali e associazioni civili (Ong, Mezza luna rossa). Il drammatico esodo di egiziani e tunisini verso i loro Paesi indica quali siano le emergenze che possono materializzarsi. (Guido Olimpo)

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ACCORDO ONU: SANZIONI ALLA LIBIA

da “la Stampa.it” del 27/11/2011

Obama: Gheddafi se ne vada

   Barack Obama chiede esplicitamente al colonnello Muammar Gheddafi di lasciare il potere «per il bene del suo Paese». Nello stesso tempo, anche le Nazioni Unite si mobilitano formalmente contro il rais. Il consiglio di Sicurezza ha appena approvato all’unanimità sanzioni contro il suo regime e i membri della sua famiglia.

   Mentre a Tripoli si teme lo scoppio di una guerra civile, la Casa Bianca e il Palazzo di Vetro rompono così gli indugi, e di concerto con l’Unione Europea, sanciscono nei fatti l’isolamento internazionale del dittatore libico.  Durissimo anche l’intervento del segretario di Stato, Hillary Clinton: «Gheddafi dovrebbe andare via senza ulteriori bagni di sangue e altre violenze. Il popolo libico ha spiegato in modo chiaro cosa pensa del suo governo», ha sottolineato.

   Prima che il Consiglio di Sicurezza definisca gli ultimi dettagli della risoluzione contro il regime, il segretario Generale Ban Ki Moon chiama il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Con il premier, riferisce un comunicato dell’Onu, Ban «ha discusso le opzioni disponibili per risolvere la crisi e ha chiesto il continuo appoggio dell’Italia ed un suo ruolo attivo per un’azione decisiva».
   Un ruolo assicurato da Berlusconi che dal canto suo – informa in questo caso una nota di Palazzo Chigi – «ha sottolineato il ruolo centrale dell’Onu nel promuovere una reazione efficace della comunità internazionale, sottolineando l’impegno dell’Italia a cooperare in tutti i fori multilaterali per una soluzione rapida e pacifica della crisi». Con Ban il premier ha inoltre «condiviso la necessità di porre termine alle violenze sui civili e alle violazioni del diritto umanitario e internazionale, e quella di garantire un futuro di stabilità e integrità della Libia».

   E proprio per ottenere questa «azione decisiva», porre fine alla repressione e allo spargimento di sangue nelle strade di Tripoli, i quindici del Consiglio di Sicurezza, in linea con l’Unione Europea, trovano l’accordo per imporre un embargo sulle armi, il blocco dei beni del Colonnello e dei suoi familiari, oltre al divieto di viaggiare nell’Unione Europea.

   La risoluzione prevede in particolare sanzioni dirette contro il leader, Muammar Gheddafi, otto dei suoi figli, due cugini e undici esponenti del regime di Tripoli, 22 persone in tutto. Nel documento si impone ai 192 Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite di «congelare senza ritardo tutti i fondi, le disponibilità finanziarie e le risorse economiche di questi individui».

   Oltre all’embargo sulle forniture di armi, la bozza prevede un deferimento alla Corte Penale internazionale dell’Aja, competente per giudicare i crimini di guerra contro l’umanità. Secondo i Quindici, oltre a Gheddafi, primo responsabile dell’eccidio in qualità di «comandante delle Forze Armate», vanno colpiti anche due suoi cugini, Ahmed Mohammed Ghedaf al-Daf, artefice di «operazione contro i dissidenti libici all’estero e coinvolto direttamente in attività terroristiche», e Sayyid Mohammed Ghedaf al-Daf, «coinvolto in una campagna di assassini di dissidenti e probabilmente di una serie di uccisioni in giro nell’Europa».
   Presi di mira anche il capo delle Forze Armate, il colonnello Masud Abdulhafiz, il ministro della Difesa, generale Abu Bakr Yunis, il capo dell’antiterrorismo, Abdussalam Mohammed Abdussalam, oltre ad altri vertici dell’intelligence e dei comitati rivoluzionari. Infine, come ha indicato l’ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice, le risoluzione fa riferimento all’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, che non esclude un intervento internazionale se necessario.

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UNHCR: GARANTIRE SOSTEGNO INTERNAZIONALE A TUNISIA ED EGITTO DURANTE L’ESODO DALLA LIBIA (da http://www.unhcr.it/news/ del 25/2/2011)

   L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) rivolge un elogio ai governi di Tunisia ed Egitto per lo spirito umanitario mostrato nell’accogliere e assistere le persone in fuga dalla Libia. Anche la popolazione locale sta garantendo un supporto senza precedenti, dirigendosi verso le frontiere di entrambi i paesi per prestare aiuto. L’UNHCR si rivolge alla comunità internazionale affinché garantisca un deciso sostegno umanitario ai due paesi.
   Il governo tunisino ha dichiarato le proprie frontiere aperte per le persone di tutte le nazionalità che cercano di fuggire dalla violenza in Libia. In base ai dati forniti dalla stesso governo, le persone fuggite dal 20 febbraio sono oltre 22.000. Si tratta in maggioranza di cittadini tunisini, ma vi sono anche egiziani, turchi, marocchini e cinesi. Con loro alcuni libici dei villaggi a ridosso della frontiera. La maggior parte dei nuovi arrivati è stata accolta dalle famiglie tunisine. L’UNHCR è preoccupato che alla popolazione libica che vive nelle aree più interne del paese e nella capitale Tripoli venga impedito di fuggire.
   Anche il governo egiziano ha comunicato all’UNHCR che i cittadini libici sono i benvenuti sul proprio territorio e si dichiara pronto ad assistere tutti i feriti e i malati che avranno necessità di oltrepassare la frontiera. Già da oggi un team di operatori dell’UNHCR ha cominciato a lavorare presso il confine egiziano. Dalle informazioni a disposizione risulta che le persone che entrano in Egitto sono in prevalenza cittadini egiziani che fanno ritorno a casa. L’Agenzia auspica che tutti coloro che abbiano bisogno di attraversare la frontiera possano farlo in condizioni non discriminatorie.
   L’UNHCR ha risposto con prontezza a un invito del governo tunisino a contribuire allo sforzo umanitario alla frontiera con la Libia. L’Agenzia ha dispiegato alla frontiera di Ras Adjir due team di operatori, che si stanno coordinando con la Mezzaluna Rossa Tunisina nelle attività di assistenza e che sono impegnati nell’identificazione e nell’aiuto alle persone più vulnerabili come anziani, minori non accompagnati e altre persone bisognose di protezione. L’UNHCR collabora con la Mezzaluna Rossa Tunisina anche presso la comunità di frontiera di Ben Guardane, i cui volontari stanno profondendo un enorme impegno per fornire assistenza immediata ai nuovi arrivati, compresa prima assistenza ventiquattr’ore su ventiquattro e sostegno psico-sociale.
   Al momento la maggior parte delle persone che entrano in territorio tunisino fanno ritorno a casa. Sono tuttavia molti gli stranieri che hanno invece trascorso la notte al confine. Mercoledì scorso a oltre mille cittadini egiziani è stato fornito un alloggio prima che si dirigessero verso l’aeroporto di Gerba, dove li attendeva un volo organizzato dal governo egiziano. Finora molti dei nuovi arrivati sono stati ospitati dalle comunità locali in centri per la gioventù, scuole e alberghi. L’esercito tunisino ha inoltre allestito un campo di transito che può accogliere fino a 400 persone. Domani l’UNHCR invierà nel campo tende e altri aiuti d’emergenza in modo che la struttura possa ospitare fino a 10.000 persone. Materassi e coperte vengono già acquistati sul posto e distribuiti dall’UNHCR.
   Nel frattempo lo staff locale dell’UNHCR in Libia è impegnato nel tentativo di mantenere i contatti con la comunità di rifugiati. Sono pervenute telefonate di rifugiati – originari di Iraq, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Somalia ed Eritrea – che temono di essere presi di mira in quanto stranieri. In particolare i rifugiati provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana temono di essere scambiati per mercenari. Diversi rifugiati hanno riferito all’UNHCR che le loro scorte di cibo si stanno progressivamente esaurendo, ma hanno paura di subire aggressioni nell’uscire di casa. 

   Per sostenere la campagna di raccolta fondi “EMERGENZA NORD AFRICA”, è possibile donare tramite carta di credito o bonifico bancario chiamando il numero verde 800 298 000, sul sito http://www.unhcr.it oppure tramite conto corrente postale: nr. 298000 intestato a UNHCR. Specificare la causale: EMERGENZA NORD AFRICA.

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LA PRIMA GUERRA GLOBALE E L’EUROPA

di Khaled Fouad Allam, da “il Sole 24ore” del 25/2/2011

   Molti paragonano ciò che sta avvenendo sulla sponda sud del Mediterraneo alla caduta del Muro di Berlino nel 1989: questo paragone è accettabile fino a un certo punto, perché dopo il crollo del muro l’Unione europea, allora in itinere, avrebbe accettato il progressivo ingresso di questi paesi. In effetti oggi i membri sono 27 e stati dell’ex cortina di ferro come Bulgaria, Ungheria o Estonia sono parte integrante dell’Europa.

  È evidente che questo processo ha permesso di ammortizzare quell’enorme cambiamento storico: perché anche in quegli anni nessuno se l’aspettava, ed è bastato che la folla distruggesse il muro per cambiare la direzione della storia, mentre solo un anno prima le cancellerie occidentali temevano l’arrivo a Vienna dei carri armati sovietici.
   Il contesto arabo è molto più complesso: perché all’effetto sorpresa – sono bastati 18 giorni per far crollare il regime di Mubarak – si aggiunge la totale incertezza su come le cose si evolveranno. Le uniche certezze che abbiamo sono la decomposizione delle vecchie strutture statali dei regimi e la fuoriuscita degli immigrati.
   Siamo, come scriveva Alexis de Tocqueville nel suo celebre saggio L’ancien régime et la révolution, non più nel prima ma non ancora nel dopo; siamo nel mezzo di un passaggio tra due momenti della storia che riempie le pagine dei nostri giornali di ipotesi, inquietudini e paure.
   Tutto questo ha un’origine: ciò che vediamo svolgersi dinanzi a noi è frutto del fallimento totale del processo di Barcellona che avrebbe dovuto creare un nuovo spazio euromediterraneo: tante promesse, ma pochissime realizzazioni concrete. Sono soprattutto l’impostazione e la strategia della politica europea ad aver prodotto un reale disastro, sia in termini economici – perché l’entità dei problemi del Mediterraneo probabilmente necessitava di una sorta di piano Marshall – sia nel metodo: l’iperburocratizzazione del progetto euromediterraneo ne ha fortemente indebolito la capacità di incidere sui processi di trasformazione di quelle società.

   C’è un tassello mancante all’origine dei disastri che vivremo nei prossimi anni: è l’assenza di una visione politica della sponda sud del Mediterraneo, e della consapevolezza che una relazione fra le due sponde avrebbe potuto creare un inedito spirito costruttivo per uno spazio euromediterraneo. Sembra che tutto sia stato pensato come se la sponda sud dovesse limitarsi a svolgere il ruolo di cintura di sicurezza per frenare islamismo e immigrazione. Non aver pensato a una reale costruzione politica ha fatto sì che quelle società si siano sentite abbandonate dal nord, e non capite né dai loro regimi né dall’Europa.

   È mancata una grammatica euromediterranea che avrebbe potuto creare un nuovo organismo internazionale in grado di progettare e definire ciò di cui queste società hanno bisogno nell’odierna inevitabile transizione. Ciò che sta accadendo trova l’Europa del tutto impreparata. E, al contrario di quanto è accaduto nei confronti dei paesi ex comunisti dell’Est, qui c’è solo il vuoto e l’emergenza; ma nell’emergenza è contenuto l’enorme rischio di non poter controllare fenomeni di dimensione epocale.
   È proprio nel vuoto della storia che si insediano i pericoli: pericoli di tutti i tipi, che divengono tensioni e poi conflitti. E in questa cacofonia si sente affermare di tutto: fare la guerra agli immigrati, attuare il respingimento eccetera. Mentre il compito della politica, proprio in questo momento, sarebbe quello di anticipare il rischio di eventi catastrofici e dare a questi popoli la speranza di costruire nuove società democratiche e uno sviluppo economico e sociale.

   Quel che più preoccupa è che in seno all’Europa tutte le politiche migratorie sono state nazionali e non comunitarie: non c’è mai stata una politica migratoria europea. Ogni Stato interviene inoltre in funzione delle condizioni del momento, con politiche congiunturali anziché strutturali; e ciò di fronte a un quadro demografico europeo che è dei più preoccupanti, a una popolazione che invecchia ma che non ha la consapevolezza di questo dato.

   L’impatto dell’invecchiamento è ignorato praticamente da tutti, a parte i demografi e gli statistici. Questo fa dire agli esperti che, qualunque sia il livello di immigrazione, il deficit pensionistico è ineluttabile se l’età alla quale la gente non lavora più rimane quella di 65 anni; nel 2050 ci saranno due persone in età lavorativa per ogni pensionato, mentre oggi il rapporto è di quattro a uno.

   Il partenariato economico, politico e socioculturale che lega le due sponde del Mediterraneo è oggi in piena crisi, e il crollo dei regimi ne accelererà il processo; se un tale partenariato non unifica la dinamica europea, il Mediterraneo tende a divenire una regione periferica dell’Europa e una frontiera identitaria e culturale.

   Ma ecco di nuovo la contraddizione: nel momento in cui gli europei si barricano dietro queste frontiere, le società del sud del Mediterraneo non sono mai state così vicine all’Europa attraverso i media, internet. E anche se, contrariamente a Oliver Roy, non penso che ci troviamo già nel post-islamismo, e ritengo che il pericolo di un cortocircuito da parte dei movimenti fondamentalisti o radicali sia forte, nondimeno queste manifestazioni di massa hanno presentato un nuovo volto: la richiesta di democrazia. Il rischio vero, allora, è che anche l’Europa sprofondi nel Mediterraneo, perché non esistono più centri né periferie: la globalizzazione è anche questo. (Khaled Fouad Allam)

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IL GRANDE ESODO DALLA LIBIA VERSO LA SALVEZZA

di Vittorio Dell’Uva, da “IL MESSAGGERO” del 24/2/2011

– Al confine tunisino, migliaia di persone in fuga – E doganieri che chiedono la tangente – Fiume di profughi in marcia: raccontano un Paese diviso tra due opposti poteri –

Confine tunisino-libico – Kharim Surif ha percorso nella notte 47 chilometri a piedi portandosi dietro soltanto uno zainetto. Muoveva dalla periferia di Tripoli, voleva raggiungere la Tunisia. Fortuna che due terzi del cammino ha potuto superarli pagando più tassisti occasionali che gli hanno estorto uno dopo l`altro il maggior numero di dinari possibili.

   Nei calzini nascondeva la memory card del telefonino sapendo che al primo posto di polizia gliela avrebbero portata via per evitare che potesse documentare brevi frammenti della rivolta. Nessuno lo ha messo in mutande per umiliarlo come accaduto a un suo amico al posto di confine di Ras Aydir, ma come ormai succede a molti è stato costretto a pagare dazio ai doganieri.

   La polizia libica di frontiera prima ostacola gli espatri e poi cerca di trarne vantaggio sottraendo danaro a chiunque non è riuscito a trovare un posto dove nasconderlo. Spesso lo fa anche perché i salari non arrivano più.

   Karim Surif, libico-tunisino per intrecci familiari, è uno dei cinquemila profughi che soltanto ieri hanno superato le sbarre di Ras Ajdir al confine tra la Libia e la Tunisia che nelle prossime ore sarà ancora di più attraversata da quanti si portano dietro il marchio dell`immigrato.

   Le milizie di Gheddafi, considerandolo alla stregua di un virus letale in grado di stimolare il desiderio di intollerabili libertà democratiche, lo combattono anche a colpi di frusta e bastionate. Decine di schiene ferite sono state ieri mostrate alle telecamere da lavoratori egiziani e tunisini costretti ad abbandonare la Libia e accusati di essere cittadini di Paesi in cui la rivoluzione popolare ha rotto i vecchi equilibri.

   I racconti si somigliano un po’ tutti, ma aiutano a formulare la mappa del potere “verde” che a poco a poco sembra sfaldarsi. Intorno a Tripoli il ferreo controllo governativo non supererebbe il raggio di quaranta chilometri. Auto con a bordo cecchini in abiti civili tengono sgombro il perimetro del regime.

   Lungo le strade di grande comunicazione che conducono verso i confini del sud si contendono lo spazio due opposti poteri. Aree “liberate” sotto il controllo degli insorti si alternano a province in cui l`esercito e la polizia trovano ancora una linea di azione comune nella gestione del territorio senza darsi apertamente battaglia.

   La Libia che i profughi provenienti da Tripoli e dai suoi sobborghi raccontano è quella del terrore ma non ancora dell`orrore che ha insanguinato Bengasi dove vengono scoperte fosse comuni e altre città nel settore Est della Libia. E’ come se si stessero delineando due spaccati al cui interno diversi sono i livelli di repressione.

   Il generale tunisino Leith Kalluli, che per conto dell`Esercito ha allestito un campo di accoglienza per i cittadini egiziani in fuga, non è riuscito a raccogliere una sola testimonianza diretta su bombardamenti aerei contro la popolazione civile che nella capitale manifestava contro il regime.

   Tra gli intervistati in pochi hanno riferito di essersi imbattuti in strada in alcuni cadaveri crivellati di colpi. Comune è soltanto il riferimento alla presenza di mercenari. E` improbabile che si tratti di reticenza di massa anche se non manca qualche esegeta del regime che usa i microfoni tesi per dire che è tutta colpa degli americani.

   Decine di rifugiati, pur confessando le loro paure, riferiscono di un conflitto più sentito che visto, sostenendo che avvertivano il crepitio delle armi da fuoco, ma di non aver assistito direttamente a scontri a fuoco cruenti. La grande emergenza cui si era preparato Mouldi Hajji responsabile regionale della Croce rossa di Ben Guardain nel Sud della Tunisia è ancora rimasta per fortuna soltanto una ipotesi di lavoro.

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L’ITALIA CERCA 50 MILA POSTI LETTO PER FRONTEGGIARE L’ESODO DEI LIBICI

di Cristiana Mangani, da “IL MESSAGGERO” del 26/2/2011

– Maroni ha convocato una riunione lunedì con i sindaci della zona di Mineo e la Croce Rossa che gestirà il Centro – Milano ospiterà 350 profughi – I primi duemila nel catanese – Alemanno dice: nessuno a Roma

   Una riunione fissata per lunedì, il cui obiettivo sarà convincere i sindaci della zona di Mineo, nel catanese, che l`arrivo dei primi duemila profughi richiedenti asilo politico nel “Residence degli aranci”, un tempo occupato dai militari americani in servizio a Sigonella, potrà alla fine creare un indotto positivo per la zona.

   Il ministro Roberto Maroni ha convocato l`incontro nei giorni scorsi e vi prenderanno parte, oltre al primo cittadino di Mineo e ai suoi colleghi, il commissario della Croce Rossa italiana, Francesco Rocca, al quale sarà affidatala gestione dei Centro di accoglienza per richiedenti asilo politico (Cara). La struttura è composta da 404 unità abitative e potrebbe accogliere fino a settemila persone. Sono villette a schiera, attrezzate e moderne, nelle quali potrebbero arrivare a breve i primi duemila e 200 rifugiati.  

   L`amministrazione di Mineo, una cittadina che ha cinquemila abitanti, è preoccupata per quella che potrebbe essere un`invasione, ma si tratterebbe di una vera soluzione e non di una collocazione arrangiata. Una goccia nell`ocano, ma pur sempre qualcosa, anche in considerazione del fatto che l`Italia deve reperire cinquantamila posti letto al più presto, che permettano di ospitare un eventuale esodo massiccio di migranti provenienti dalla Libia nel giro del prossimo mese. Lo scenario immaginato è il peggiore possibile, ma, pur senza allarmismi, non si può sottovalutarlo. Per questo vi stanno lavorando gli esperti del Viminale.

   Il ministro dell`Interno conferma l`allarme. «Quando Frontex (l`Agenzia europea delle frontiere) – spiega – dice che dalla Libia c`è il rischio che vada via un milione e mezzo di persone, io sono preoccupato. Nascondere le preoccupazioni, e lo dico con riferimento alle dichiarazioni di alcuni colleghi ministri a Bruxelles, è un errore grave. Io mi preparo all`emergenza. Non è allarmismo ma sano e concreto pragmatismo».

   Anche perché, aggiunge il capo della polizia Antonio Manganelli, «centinaia di migliaia di persone dovranno essere accolte in modo dignitoso. Stanno fuggendo da una situazione difficile». E così le prefetture di tutta Italia stanno facendo un censimento delle strutture disponibili provincia per provincia (edifici pubblici, alberghi, ex caserme, e altro), mentre il commissario straordinario per l`emergenza immigrazione, il prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso, sta individuando aree dove installare dei campi attrezzati, con acqua, luce e gas.

   E’ un problema di numeri, che rischia di farsi sempre più impellente. Le strutture del Viminale (Centri di accoglienza, Centri per richiedenti asilo, Centri di identificazione ed espulsione), che hanno una capienza complessiva di circa 8 mila posti, sono ormai al tutto esaurito, dopo i circa 6.300 migranti (6.200 tunisini) arrivati in questo inizio d`anno.

   Un po` di respiro potrebbe venire proprio dall`okal Villaggio della solidarietà da allestire nel residence degli Aranci di Mineo. Ma potrebbe non bastare. Nel frattempo, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha dichiarato che «nessun rifugiato libico arriverà nella Capitale». «Me lo ha detto il ministro Maroni – ha spiegato ribadendo che non c`è l`intenzione di portarli a Roma, ma di tenerli nel meridione d`Italia. Se cambierà qualcosa vedremo di che si tratta».

   Nella Capitale, infatti, la situazione è satura, perché attualmente sono già ospitate 1.600 persone nelle strutture dedicate e c`è una lista di attesa di altre tremila. A Milano, invece, avrebbero già pronte tre strutture in grado di ospitare 350 profughi. Oltre alla caserma Marneli, dove è stato allestito un centro di accoglienza con una capienza di 200 persone.

   Anche perché sulle coste libiche i controlli sono ormai nulli e al Viminale temono che in pochi giorni possano ricostituirsi i gruppi criminali che gestiscono il traffico di esseri umani con scafisti e barconi pronti a partire. Per questo il ministro ha invitato i prefetti a fare un inventario delle strutture disponibili, mentre l`incarico di occuparsi della gestione sarà della Croce Rossa e dell`Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

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“SERVE SOLIDARIETA’, NON ALLARMISMI”

di Antonella Rampino, da “LA STAMPA” del 26/2/2011

– Napolitano bacchetta Maroni e auspica linee comuni dell`Unione europea sull`immigrazione –

BERLINO – Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York vara per la Libia sanzioni ed embargo che anche l`Unione europea si appresta ad esaminare. Anche per questo, contemporaneamente sottolineando il risultato del proprio viaggio di Stato in Germania, e inviando un messaggio in filigrana al governo italiano, Giorgio Napolitano fa il punto, decidendo di convocare a sorpresa prima del rientro in Italia i giornalisti in ambasciata. «Non bisogna cedere agli allarmismi sull`emergenza profughi» puntualizza anzitutto il presidente.

   E quello che sta accadendo in Libia «è una scossa talmente forte e brusca che l`Europa supererà ogni attendismo». Accanto a lui c`è il ministro degli Esteri Franco Frattini, che in due giorni – ragguagliando costantemente Napolitano – ha tessuto la tela, con l`omologo tedesco Westerwelle, con l`inglese Hague, con il canadese Cannon.

   L`Ue ha i suoi tempi, insomma, ma intanto i governi si muovono, e saranno uniti lunedì mattina a Ginevra, al Consiglio dei diritti umani al quale parteciperà anche Hillary Clinton, per disporre la missione di monitoraggio della situazione umanitaria in Tripolitania.

   Ma il cuore della puntualizzazione di Giorgio Napolitano sta in quel «non cedere agli allarmismi», al quale poi non a caso faranno eco in tarda serata le parole del ministro dell`Interno Roberto Maroni, «io non faccio allarmismi, mi preparo all`emergenza umanitaria per pragmatismo, visto che anche l`agenzia europea Frontex dice che dalla Libia c`è il rischio se ne vadano un milione e mezzo di persone».

   Numeri di fronte ai quali gli uomini del Colle reagiscono allargando le braccia: come dire che in realtà nessuno sa cosa possa davvero accadere. E, come ribadisce il Capo dello Stato, meglio «non cedere né ad allarmismi, né a vittimismi». Nessun cedimento a paure a emozioni.

   Semmai, «c`è un`esigenza forte di solidarietà europea per far fronte a questa emergenza» dice Napolitano. Il momento è quello del monitoraggio e del sostegno, che verranno disposti dagli organismi delle Nazioni Unite prima e dell`Unione europea poi, affrontando anche «le linee comuni di intervento dell`Ue sui temi dell`immigrazione, come è stato chiesto anche durante la riunione dei ministri dell`Interno dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo».

   L`azione che verrà messa in campo dalla comunità internazionale, e che si sta definendo in queste ore, coinvolgerà poi anche Lega Araba e Unione Africana, e ha già puntato sull`azione dell`Osce. Un lavoro di tessitura che per l`Italia ha condotto Frattini, ragguagliando costantemente Napolitano a Berlino. Anche su un incidente occorso durante l`intervista con il «Financial Times» edizione «Germania», «il giornalista si è ostinato a voler parlare in italiano, e invece è una lingua che non capisce, perché io non ho mai detto e nemmeno pensato di essere favorevole a una successíone di Gheddafi da parte di qualcuno del suo clan», è la versione del ministro che ieri mattina ha immediatamente smentito quell`articolo, apparso su un quotidiano che peraltro accompagnava l`intervista a un fondo dall`eloquente titolo «Perché Gheddafi e Berlusconi si baciano». Frattini ha ribadito, ripetendo le stesse parole del presidente della Repubblica, che «l`Italia è favorevole a sanzioni» verso il regime di Tripoli. E che «chi ha compiuto repressioni così orribili non può essere sostenuto dall`Italia».

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Intervista ad Antonio Martino, ex ministro della difesa

L’EX MINISTRO: “INTERVENGA LA NATO”

di Fabrizio dell’Orefice, da “IL TEMPO” del 25/2/2011

   “Quella in Libia è la classica situazione nella quale dovrebbe intervenire la Nato”. Scandisce le parole Antonio Martino. A lui è rimasta la voglia di ragionare, anche fuori dagli schemi. E soprattutto il gusto di dire la sua, senza dover stare per forza a mediare, a trovare la formula migliore del linguaggio diplomatico. No, Martino non è così. Non lo è mai stato. Tessera numero due di Forza Italia, è stato prima ministro degli Esteri (incarico che fu anche del padre Gaetano, colui che firmò i Trattati di Roma che diedero vita all`Europa unita) e poi ministro della Difesa. Soprattutto non ha paura di prendere posizioni dissonanti con il suo partito o con il suo gruppo se lo ritiene necessario, di riprendere qualche ministro. Lo aveva già fatto proprio sulla Libia quando in Parlamento si è discusso del trattato finito oggi al centro delle polemiche.

Onorevole, il governo non sembra muoversi nella direzione di richiedere un intervento internazionale. Se non per quanto riguarda l`emergenza immigrazione.

«Secondo me invece e questa la classica situazione nella quale bisognerebbe richiedere l`intervento della Nato. Forse anche delle Nazioni Unite. Comunque, non giriamo troppo attorno alle cose. Quello che sta accadendo in Libia è una tragedia umana. E non possiamo restare *troppo a guardare».

Su che basi dovrebbe intervenire l`Alleanza Atlantica?

«Sulle stesse identiche basi sulle quali intervenne in Kosovo nel 1999. Era in corso un`operazione militare dell`allora governo serbo contro i kossovari. Si venne a creare una pericolosa situazione di emergenza, con un esodo di massa. La Nato intervenne bombardando la zona per fermare quello che stava assumendo le dimensioni del genocidio. Il centrodestra allora fu a favore dell`intervento deciso dal governo D`Alema».

In quel caso ci fu soprattutto una emergenza umanitaria.

«E perché oggi come la vuole chiamare? Peggio, una carneficina forse anche più violenta. Migliaia di morti ogni giorno, le fosse comuni. Ma le ha viste le foto? E le immagini? È terribile. Bisogna fermare subito quello che sta accadendo. Subito. Se fossi ministro avrei già chiamato Rasmussen, il segretario della Nato».

Intanto l`Italia non potrebbe avviare un intervento nazionale?

«Siamo nell`era del multilateralismo, non sarebbe concepibile. E poi l`Italia no, non potrebbe».

Perché?

«Per ragioni storiche, abbiamo un passato coloniale proprio nei confronti della Libia. La popolazione locale potrebbe prenderla non come un aiuto ma come una seconda invasione. Finisce che ci sparano addosso».

Non c`è anche il rischio che la Libia finisca in mano al fondamentalismo islamico?

«Certo che c`è, e questa è un`altra ragione per intervenire al più presto. Non sempre le rivoluzioni portano a un miglioramento. In Francia si sperava in una maggiore libertà e ci si ritrovò nel terrore. In Russia fecero fuori gli zar e si ritrovarono sotto Stalin. In Iran cacciarono lo Scià e sono governati da Ahmenejad. I grandi mutamenti vanno governati, per questo non si può rimanere con le mani in mano».

Perché esclude l`intervento Onu?

«Le Nazioni Unite hanno un sistema decisionale farraginoso, complicato, complesso. Qui non c`è tempo da perdere. Gheddafi sta facendo bombardare il suo popolo, ha assoldato mercenari che vanno a sparare ai civili nelle case. Non ci sono secondi da far trascorrere ancora invano prima che il tutto assuma i contorni della catastrofe».

Se l`Onu è latitante, come definisce gli Usa?

«Imbarazzante. Mi sembra che in politica estera l`attuale amministrazione è inadeguata. Stiamo finalmente riscoprendo l`intelligenza superiore di Bush».

Addirittura? Intelligenza superiore?

«Esatto, intelligenza superiore. Capisco che può suonare strano perché anche lei si è fatto convincere dai soloni della sinistra che lo hanno sempre ridicolizzato in ogni modo».

Ma perché lo considera più efficace in politica estera?

«Più efficace? Bush aveva capito che la democrazia sarà pure un modello occidentale e non universale ma va incontro a quello che chiedono questi popoli».

Nel Mediterraneo è una rivolta per il pane, però.

«Sì, ma i cittadini chiedono più possibilità di controllo sui governi, più occasioni di intervento. Insomma: più libertà. Si ricorda quando si andò a votare in Afghanistan e in Iraq per la prima volta dopo anni? Se le ricorda le file di cittadini? Persone che rischiavano la vita visto che i talebani avevano detto che avrebbero ammazzato tutti coloro che fossero andati a votare. E secondo lei perché si prendevano quel rischio enorme pur di esprimere la loro idea? Per la speranza di vivere meglio. Quella è stata la grande vittoria di Bush. Non l`unica».

Non l`unica?

«Un`altra è stata immaginare che la democrazia fosse un “male contagioso”. Averla portata in Iraq ha condotto anche gli iraniani a protestare».

Per il Medio Oriente è stato un decennio di fuoco?

«Non l`unico, per la verità. Un`altra grande intuizione di Bush in politica estera è il fatto di aver sempre immaginato il Medio Oriente non solo chiuso al conflitto israelo-palestinese ma in maniera più ampia».

Oggi tutti associano Gheddafi a Berlusconi, prima però tutti lo corteggiavano?

«Come no. Prodi, per non parlare di D`Alema che di fatto predispose l`accordo bilaterale tanto discusso. Oggi tutti sembrano non saperne nulla. E poi tutti dimenticano quando quell`intesa arrivò in Parlamento:  tutti, o quasi, la votarono».

Tutti?

«Quasi tutti. Nel centrodestra prima Fiamma Nierestein e noi io ci siamo astenuti e lo abbiamo spiegato chiaramente. Ho sempre creduto che tutto è negoziabile ma non l`onore dell`Italia; quell`intesa ledeva l`onore dell`Italia, e anche Berlusconi sapeva come la pensavo».

E per il Pd?

«In gran parte rimasero in silenzio. Tranne i sette Radicali che provarono anche a fare ostruzionismo. Quasi tutti i democratici si espressero a favore. Oggi sento che Casini alza la voce. Fossi in lui andrei a controllare, quando c`era da parlare, che cosa dissero i suoi alla Camera»

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ESEMPIO MAROCCO: AIUTARE LA TRANSIZIONE

– l’intervista all’ambasciatore a Roma Hassan Abouyoub che accusa l’Occidente: ossessionati da fonti energetiche e terrorismo –

di Maurizio Gallo, da “IL TEMPO” del 25/2/2011

   “L’Occidente ha due «ossessioni» che hanno giocato un ruolo negativo nei Paesi del Maghreb: quella energetica e quella integralista. La paura di restare senza gas e petrolio da un lato, e quella del terrorismo dall’altro, hanno frenato lo sviluppo della democrazia nel Nordafrica. E, paradossalmente, hanno rafforzato l’estremismo islamico. È ora che l’Europa rimedi alla cronica assenza di una sua politica estera nei confronti della sponda meridionale del Mediterraneo”. A sostenerlo è Hassan Abouyoub, da dieci mesi ambasciatore in Italia «di sua Maestà, il Re del Marocco».

Ambasciatore, come nasce la rivolta in corso nei Paesi arabi del Nord?
«Come sono nate le rivoluzioni francese e russa. Un po’ anche per caso. Esiste, comunque, una certezza storica: le autocrazie non durano mai a lungo. E il mondo arabo non fa eccezione alla regola. Certo, la ribellione è nata su un terreno fertile e favorevole».

Quale?
«La causa scatenante è stata la pressione continua che ha compresso i diritti fondamentali dell’individuo, le libertà di espressione, movimento, associazione e di manifestazione».

Ci sono stati anche fattori che hanno accelerato questo processo?
«Sì. Uno è stato lo sviluppo fantastico del mercato dell’informazione, internet e telefoni cellulari in particolare. Questi strumenti hanno permesso di superare il concetto stesso di frontiere, creato uno spazio di libertà e mostrato agli arabi come si vive in Occidente, dando loro la possibilità di paragonare il loro stile di vita con il vostro. La maggiore possibilità di movimento, poi, ha creato un flusso permanente di informazione, diffondendo altri modelli intellettuali e di consumo».

Perché tutto è cominciato in Tunisia?
«Una persona si è data fuoco. Ed è stata la miccia. Ma è molto difficile prevedere questi fenomeni, come è stato difficile prevedere il Maggio francese nel ’68. Già nel primo rapporto sullo Sviluppo Umano delle Nazioni Unite scritto da arabi, gli esperti identificavano le malattie sistemiche del mondo arabo e le possibili soluzioni…».

Quali?
«Lo sviluppo della democrazia, la liberazione delle donne. Valori comuni e ormai recepiti dall’Accordo di Barcellona, che nessuno però ha mai rispettato».

In tutto questo l’Europa che ha fatto?
«Per quanto riguarda la sponda Sud del Mediterraneo, è mancata una vera politica estera dell’Unione europea. L’Ue ha pensato che il mantenimento dello status quo nei Paesi arabi fosse sinonimo di stabilità politica. Dal ’73 in avanti, dopo la guerra del Kippur, si è sviluppata un’ossessione energetica, diventata arroganza. Con i primi attentati terroristici in ambito urbano, quest’arroganza si è trasformata in paura dell’altro. Infine, la paura ha generato la strategia europea, che consiste nel trattare la sponda Sud unicamente da un punto di vista della sicurezza globale. E la guerra al terrore ha rafforzato le dittature».

Come vede la situazione libica, come pensa che finirà?
«Non è facile dirlo. Però, è necessario contribuire alla transizione e creare un clima favorevole alla democrazia».

Molti paventano il pericolo del trionfo dell’estremismo islamico nel dopo-Gheddafi…
«Ciò è frutto della dottrina di sicurezza dell’Occidente. Ma è un errore. Il pericolo islamico, se vogliamo chiamarlo così, è motivato anche dall’assenza di spazi di libera espressione. Il Marocco, per esempio, ha integrato l’islam politico nel gioco istituzionale. Questi partiti hanno partecipato alle elezioni e oggi rappresentano l’opposizione in Parlamento. Così hanno i mezzi per trasmettere il loro messaggio. Perché demonizzare Hamas, quando ha vinto le elezioni? Come spiegare all’opinione pubblica araba che i Paesi occidentali fanno da arbitro finale nelle nostre prerogative democratiche? Tale atteggiamento europeo e statunitense ha rafforzato i dittatori e gli integralisti».

Anche nel suo Paese ci sono manifestazioni di protesta. Com’è la situazione in Marocco?
«Da noi c’è libertà di manifestare. I manifestanti hanno criticato con violenza il governo e il primo ministro. Tuttavia, non hanno mai messo in discussione la legittimità del Re».

Il caos in Libia metterà a rischio i nostri rifornimenti energetici?
«Credo che sia un timore ingiustificato. Per ora si tratta di speculazioni legate ai disordini geopolitici. E abbiamo imparato che questi fenomeni non durano a lungo. In Italia si teme l’arrivo di centinaia di migliaia di profughi.

Che fare?
«Non ho certezza dei numeri. Ma è una conseguenza di quanto accade in Libia. E allora il problema non sono i migranti. Il problema è risolvere la crisi libica. L’Europa deve aprire un dialogo bilaterale con Gheddafi e con i rivoltosi. Perché questa emergenza è stata trattata con un approccio diverso da quanto avvenuto con i Balcani? La crisi, infine, ha dimostrato che il progetto del Grande Mediterraneo elaborato all’inizio degli Anni ’70 non è mai decollato. Oggi, però, abbiamo una nuova opportunità di reinventare e rinnovare quel progetto. E c’è un Paese che può svolgere il ruolo di honest broker, di onesto intermediario. Questo Paese si chiama Italia».

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L’ESODO DEI LAVORATORI CHE NON RIESCONO A TORNARE A CASA

di Domenico Quirico, inviato a RAS JEDIR (confine tra Libia e Tunisia), da “la Stampa” del 27/2/2011

   Il passaporto è la cosa più preziosa che possiede Abdelhweb. Per questo non si fida a mostrartelo, adesso che ha superato la frontiera libica ficcato nel mezzo della turba dei suoi connazionali in fuga dal regno, ormai in pezzi, di Gheddafi. Noi al passaporto in fondo non diamo molta importanza, è un pezzo di carta, se lo perdiamo ce lo ridanno nuovo fiammante; appena riusciamo a ricordare in tempo utile la data della scadenza. La copertina verde su cui dilaga una grande e minacciosa aquila stilizzata, invece, è la vita per Abdelhweb. Ecco perché lo tratta con tanta cura il passaporto, non c’è una traccia di polvere, non una sgualcitura, anche se ha viaggiato per cinque giorni su un autobus sgangherato e l’ultimo pezzo di strada, fino alla frontiera, a Ras Jedir, l’ha fatta a piedi, e quello che gli mettono i mano i samaritani della mezzaluna rossa «è il primo pezzo di pane che vedo da cinque giorni». Lo ha avvolto in una copertina di plastica, e poi in una pezza di stoffa linda, sepolta giù nelle tasche più fonde della sua jellabah grigia. I visti li mostra con orgoglio commosso, come se fossero le tacche di gloriose campagne di guerra, o le foto dei figli, sei, che ha lasciato laggiù in Egitto, e forse tra una settimana li ritroverà, se dio vuole. Perché la sua anabasi verso casa è appena iniziata.
   Tutti rigorosamente eguali: «Jamahiriyya», il marchio della Libia ribattezzata da Gheddafi. Ci sono le date di dieci anni, tutti gli anni, senza una sbavatura. Per lui la Libia era la cosa che più assomigliava all’Europa, all’America ma a due passi da casa, con lo stesso sole, la stessa lingua, la stessa fede. Un paradiso proprietà di fratelli, fratelli ricchi. Dove aveva il diritto di diventare ricco (un poco) anche lui. E il dovere, in cambio, di essere schiavo. C’erano fino a pochi giorni fa un milione e mezzo di egiziani che come lui lavoravano nel luna park del buffone di Tripoli. Un popolo intero. Un popolo di servi che svolgevano tutti i lavori umili e faticosi; perché i libici, che sono sei milioni, «non fanno nulla, non vogliono lavorare, adorano solo il commercio e incassano il denaro del loro petrolio». Ma lo dice con gli occhi di cane fedele.
   La sua casella di questo paradiso era a Zawiya. Il libico che lo ingaggiava lo utilizzava come manovale nella sua impresa edilizia. «Per dormire ci aveva dato una baracca sporca di un’unica stanza, in dieci. Il lavoro non finiva mai ed era duro, tanto duro, perché diceva che noi siamo forti come bestie, e quando veniva al cantiere, per chiamarci e darci ordini, faceva uno schiocco con le dita. Era contento: bravi egiziani, si complimentava, siete più obbedienti del mio cane. Non come quei rognosi dei tunisini che si lamentano sempre». Ma lo dice senza indignazione. Perché nessuno gli ha mai raccontato che quando i poveri come lui godono del rispetto che si deve al più debole è segno che il rispetto per altre libertà funziona.
   Gheddafi investiva ogni anno in Africa miliardi di dollari. Nel sud del Niger ha comprato migliaia di ettari di terreno fertile per coltivare riso, alberghi, partecipazioni in banche, alberghi, imprese. Ma non era il guadagno il suo obiettivo: voleva diventare padrone e profeta del continente pagando con mucchi di petrodollari. È riuscito a farsi eleggere presidente dell’Unione africana, invano ha brigato per un secondo mandato, molti presidenti dipendeva da lui, obbedivano ai suoi rabbuffi arroganti. Gli schiavi come Abdelhweb erano l’altra faccia di questo delirio africano, la sua colonia privata, obbediente e rassegnata. Lui che per anni ha sbraitato contro le turpitudini del colonialismo italiano.
   Un milione di servi sono un popolo. Perché non si sono mai ribellati, perché accettavano tutto? La spiegazione è nelle banconote con impresso il volto di Omar el Muktar, l’eroe della lotta contro gli italiani. Abdelhweb guadagnava trenta dinari al giorno, circa diciotto euro. Per noi è nulla, ma per un egiziano è una cifra enorme, quando li convertiva nella moneta egiziana, (quasi) la ricchezza quando tornava in Egitto e i parenti venivano in casa, a decine, a fargli festa, a toccare un poco di quel dono di dio.
   Fino a una settimana fa, tutto si svolgeva come ogni anno: poi in televisione è apparso un figlio di Gheddafi e ha detto che «eravamo noi, gli egiziani, i colpevoli delle loro disgrazie, della guerra, perché avevamo fatto la rivoluzione. Io non so nulla di queste cose grandi. Io lavoravo. I libici sono stati buoni con me. Invece hanno iniziato a insultarci, molti miei compagni sono stati picchiati, i poliziotti, quelli, sembravano diventati banditi, volevano prenderci i soldi. Siamo fuggiti».
   L’ultima paga Abdelhwer l’ha salvata e la tocca nella tasca dove tiene il passaporto. Poi qualcuno grida un richiamo, si getta in spalla il suo bagaglio, un sacco di plastica con dentro due coperte colorate. Non ha nient’altro. Chissà se l’Egitto si ricorderà, prima o poi, di questo milione di figli perduti. «Speriamo che torni presto la pace – sussurra – ho bisogno di tornare in Libia». Nessuna rabbia: la povertà ci plasma, Abdelhwer, schiavo mitissimo, è diventato la frontiera che superava ogni anno. Il male che fanno gli uomini come Gheddafi vive anche dopo di loro. (Domenico Quirico)

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RIVOLUZIONI: IL VIRUS DEI GIOVANI

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 24/2/2011

   LA RIVOLUZIONE è una malattia della gioventù. Più esattamente, un’ infezione della gioventù e di altre classi sociali losche, una malattia infettiva. Quando scoppia, tende a propagarsi in forma di epidemia. Soprattutto i giovani hanno una tendenza alla prossimità e alla confidenza, dalle quali nell’età matura si rifugge, per paura di smarrire la propria individualità e per l’orrore di scoprirsi troppo simili agli altri.

   I giovani sono diversi fra loro, perché su loro non si è ancora chiuso un destino, dunque sono contenti di somigliarsi. L’aggettivo “contagioso” suona loro lusinghiero – un’ allegria contagiosa, una contagiosa voglia di libertà – mentre spaventa gli uomini fatti, che si lavano continuamente le mani e curano meticolosamente le recinzioni, a costo di non accorgersi che non c’è più niente da recintare.

   Le rivoluzioni hanno le loro primavere e i loro autunni, ma i vecchi del potere ne sentono in ogni stagione il fiato sul collo: il potere è una permanente profilassi delle rivoluzioni possibili, innumerevoli, perché le rivoluzioni più effettive sono anche le più eccentriche. Come la rivoluzione libica, che quasi nessuno ha voluto prevedere – Gheddafi forse, perché è pazzo e perché è criminale.

   Affare del potere è arginare il contagio rivoluzionario drizzando un cordone sanitario. La messa a punto del cordone sanitario è attribuita al dottor Proust padre, rispetto al colera del 1866, ma l’ idea politico-militare è praticata da sempre e, per restare all’età moderna, attorno alla Francia del 1789, all’Europa del 1848, alla Russia del 1917, a mezzo mondo del 1968, all’Europa del Centro e dell’Est del 1989, e ora al Maghreb e al Vicino oriente, le cui scintille sprizzano fino al Pakistan, il vulcano più micidiale, e alla Cina, colossale impero senza imperatore.

   Poiché le rivoluzioni dal basso sono contagiose, sono altrettanto vaste e deliberatamente epidemiche le controrivoluzioni dall’alto, che a volte le prevengono, altre volte le prendono a pretesto. Un modo di sventare le rivoluzioni, o di dirottarle quando avvengano, è di contraffarle: per esempio, chiamandole Colpi di Stato.

   A volte il dilemma è autentico, come nel caso della differenza fra il febbraio e l’ottobre nella Russia del 1917. Altre volte rivoluzione e colpo di Stato sono abbastanza distanti, come il 14 luglio della Bastiglia dal 18 brumaio di Napoleone.

   Oggi per la Tunisia e l’Egitto e i prossimi birilli a cadere, il nome di Colpo di Stato usurpa la verità. Poiché la cosa bella delle rivoluzioni sono le rivoluzioni stesse, e la cosa peggiore, di norma, il loro indomani – la differenza che passa fra il sabato e il lunedì del villaggio – ogni volta di nuovo si è tentati di invalidare la speranza rivoluzionaria con la diagnosi infausta sul suo esito.

   “Come nell’ Iran dello scià, e poi è venuto il khomeinismo”… Le rivoluzioni non sono alberi condannati in anticipo dai loro frutti, salvo fare un’enorme ingiustizia ai protagonisti ogni volta nuovi. Il Colpo dei militari, o la soperchieria dei fondamentalisti organizzati, o qualunque infame esito postumo, non inficia l’anelito a libertà e giustizia che appare improvvisamente perseguibile e spinge i giovani all’emulazione, al più alto costo.

   L’argine elevato contro l’infezione rivoluzionaria è una misura della malafede o dell’ avarizia di chi vive del privilegio. Tanto più di fronte a un’epidemia come questa, che rovescia una esausta storia di rivoluzionari senza popolo, in un popolo insorto senza rivoluzionari. Al contrario che nelle effimere “repubbliche sorelle” del giacobinismo 1796-’99, c’ è qui il frutto del legame fra demografia e gusto di libertà – e telefoni cellulari e social network, va bene.

   Anche il contagio del 1848 e quello, poco meno che planetario, del 1968, furono affare di giovani e, soprattutto il secondo, di una classe mista di ragazze e ragazzi. Allora, c’era un nomadismo fisico, si andava là dove fischiava il vento – Curtatone, la Venezia di Manin, la Repubblica romana del ‘ 49; e i concerti e il Quartiere Latino e la Praga di Jan Palach.

   Il 1989 fu altra cosa, fu la spinta finale che fece crollare un edificio mostruoso e minato, e autorizzò finalmente la gente a mettersi in strada e andare verso le vetrine illuminate. La gente ne aveva fatte tante, di rivolte sanguinosamente pagate (le rivoluzioni schiacciate nel sangue, come in Ungheria 1956, per castigo si chiamano rivolte),e aveva votato tanto “coi piedi”.

   Epperò non abbiamo voluto riconoscere che stavano votando coi piedi anche quelli che arrivavano da noi dall’altra sponda del Mediterraneo, rifiutati come banditi o accattoni. Ora, abbiamo tanta fretta di gridare all’arme per i profughi che minacciano di arrivare dal sangue della Libia da non ricordarci nemmeno di maledire i massacri; e da non pensare che niente può ridurre l’emigrazione della paura e della povertà come una rivoluzione riuscita. 

   Ma siamo ancora al contagio. Vecchia storia: “Fare come in Francia”, “Faremo come la Russia”… A Pechino, temono che la piazza Tahrir riporti alla memoria Tiananmen, e che si voglia “Fare come l’ Egitto”. I professionisti arrivano, dopo che le rivoluzioni sono esplose, militari o burocrati o arruffapopolo. Ma per ora siamo ancora al bello, o alla vigilia. Dipende anche da noi. – (Adriano Sofri)

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GHEDDAFI E’ ISOLATO: PARLA L’EX BRACCIO DESTRO

traduzione di Lorenzo Trombetta, da LIMES “rivista italiana di geopolitica”

   Abd al Muneim al Hawni, ex membro del Consiglio rivoluzionario e rappresentante dimissionario libico presso la Lega Araba, espone brevemente la situazione del regime.

“Tutti i membri del Consiglio si sono schierati a fianco della rivoluzione popolare che mira a far cadere il regime di Gheddafi”.

“Nessuno di noi (cinque) ha più alcun legame con Gheddafi, che è praticamente rimasto da solo. I suoi vecchi compagni di lotta lo hanno abbandonato. Non possiamo più rimanere mano nella mano di un regime che promette di eliminare il proprio popolo usando i caccia e le armi pesanti”.

“Credo che se Gheddafi avesse la bomba atomica non esiterebbe a usarla per difendere il suo regime. Sta cercando con ogni mezzo di rimanere incollato al trono e di mantenere il potere”.

“Gheddafi sa bene che si esporrà a un durissimo conto da parte del popolo, dopo che per i lunghi anni del suo potere ha depredato le ricchezze del paese, trasformandolo in uno Stato senza istituzioni reali”.

“Gheddafi è isolato internamente e internazionalmente e questo lo spinge a comportarsi da folle più di quanto lui non lo sia già”. (Per l’originale in arabo clicca qui.) (24/02/2011)

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I PAESI DEL MEDITERRANEO “ORA UN FONDO PER I MIGRANTI”

di Francesco Grignetti, da “LA STAMPA” del 24/2/2011

   Le parole del nostro governo restano caute. «Sono molto preoccupato», si limita a dire Silvio Berlusconi. Ed è vero: quanto più monta la preoccupazione nelle stanze dell`Esecutivo, tanto più si adotta un basso profilo. «Gheddafi sta aizzando la popolazione contro gli stranieri e in particolare contro gli italiani», si sussurra nelle stanze del governo. Il rais libico è una bestia impazzita e vede complotti ovunque. Con rabbia, poi, vede anche sgretolarsi i sostegni che riteneva più inossidabili, compreso quello di Berlusconi. E allora, finché ci sono centinaia di connazionali da tirare fuori dall`inferno libico, è bene non alzare la voce con Tripoli.

   Il Cavaliere, però, per la prima volta ieri ha dato per chiuso il regime di Gheddafi. «Prendiamo atto con grande piacere che il vento della democrazia è soffiato in quei paesi». Ormai si passa oltre, ma con un certo timore sul futuro. «Per tutta la notte – ha raccontato ancora Berlusconi – siamo stati in contatto con altri leader europei e americani perché c`è questa situazione in Libia e negli altri Paesi che sta evolvendo, e non vorremmo in una direzione pericolosa con il fondamentalismo islamico che prevale».

   «Fondamentale capire cìò che succederà quando saranno cambiati quei regimi, con i quali tutti noi dell`Occidente abbiamo trattato». «Fondamentale dire no alle violenze ma anche essere accorti su quello che succederà dopo».

   Ormai è chiaro che l`ultima telefonata tra Berlusconi e Gheddafi è finita malissimo. Ha raccontato Franco Frattini: «Il presidente del Consiglio gli ha chiesto la sospensione immediata delle violenze, ma la risposta è stata la ripetizione dell`analisi enunciata in televisione». E cioé la denuncia di un complotto italiano. e americano per far cadere il suo regime. «Un presunto tentativo di potenze straniere, tra cui è stata citata anche l`Italia, di intervenire nelle vicende della Libia. Niente di più falso», ha concluso Frattini.

   Franco Frattini ci tiene però a rimarcare che il governo italiano si è mosso in questa vicenda confrontandosi con gli alleati, innanzitutto con gli americani. «Non è un segreto che avevo raccolto dagli Stati Uniti e dalla signora Clinton nelle mie frequenti conversazioni degli scorsi giorni, la necessità e l`utilità del tentativo di appello diretto del premier italiano, accanto a quello del segretario generale dell`Onu», ha spiegato ancora il ministro degli Esteri.

   Parole vane, purtroppo. «Abbiamo indicazioni tutte non confermate di situazioni gravissime anche a Tripoli. Purtroppo non ci sono comunicazioni, questa è la questione vera», lamentava ieri Frattini.

E se l`ambasciatore italiano a Tripoli, Vincenzo Schioppa questa mattina ha detto dì non poter «confermare che ci siano stati bombardamenti» e se il vescovo di Tripoli vede «la situazione calma», Frattini si stringe nelle spalle. «Francamente mi sembra che tanto calma non sia. Anzi, sia drammatica».

   E` preoccupatissimo anche il ministro Maronì, rassegnato a dover fronteggiare un`immane numero di profughi nei prossimi giorno o prossime settimane. Ha dato indicazione a tutti i prefetti d`Italia perché siano identificate aree in ciascuna città dove accogliere un congruo numero dì nordafricani in fuga. «C`è – dice Maroni, che ieri ha fatto il punto assieme a cinque colleghi dei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo – il serio rischio di un`ondata colossale di arrivi. Solo in Libia risiedono due milioni e mezzo di cittadini non libici. E` prevedibile che il 10-15% cercherà di andarsene in qualche direzione, presumibilmente puntando a nord, verso l`Europa». Di qui la stima di duecentomila persone da accogliere presto. Percìò si chiede un intervento europeo e l`attivazione di un Fondo di solidarietà.

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Immigrati/ Laura Boldrini:

PREVEDIBILE UNA FUGA DI MASSA DALLA LIBIA

22.02.2011 – da “http://affaritaliani.libero.it/

Agire prima che sia troppo tardi. Programmare, fare piani concreti. Perché il flusso migratorio potrà essere “come mai in passato”. Una giornata difficile per Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Alto Commissariato per Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Le coste della Sicilia sono invase da immigrati tunisini. E ora la crisi libica può rompere tutti i precedenti patti con l’Italia per evitare i flussi verso il nostro paese. Dunque, si teme un’invasione.

Il ministro Frattini teme una guerra civile e un’ondata epocale di immigrati
“Mi sembra che sia una situazione che meriti molta attenzione ed è oggettivamente preoccupante. E’ giusto fare piani di intervento concreti, piani d’urgenza per eventuali arrivi di persone in fuga da questi contesti. La verità è che per ora sono arrivate solo cinquemila persone, quindi l’allarme è contenuto e gestibile. Ora, però, con la la situazione in Libia le cose cambiano. Ci sono già richiedenti asilo e rifugiati all’interno del paese, persone che si sentono molto minacciate. Non dimentichiamo che ci sono i mercenari africani reclutati dal regime, persone molto a rischio. Io ho ricevuto due telefonate allarmate di parenti che sono in Italia, un giornalista somalo e uno eritreo che mi dicono che nella notte in Libia ci sono state irruzioni nelle case. E’ impossibile uscire per strada per prendere da mangiare perché queste persone sono minacciate. Una situazione di grande difficoltà. E sia che il regime ceda, sia che regga, è prevedibile che ci sia una fuga di libici che non c’è mai stata in passato”

Comunque vadano le cose?
“Certo, è molto prevedibile che ci sia una fuga di massa, persone che non si sentono più sicure di vivere nel paese”.

Laura Boldrini

Che cosa può fare l’Italia per fronteggiare una situazione di emergenza. E che cosa l’Europa? Il ministro Maroni e il governatore Lombardo accusano che l’Ue si tacere sempre in questi casi.
“Intanto bisognerebbe improntare dei piani di intervento. E poi è vero che in questa crisi c’è una connotazione europea. Fino ad ora abbiamo visto arrivare solo tunisini. Ragazzi che hanno voglia di andare altrove in Europa, specialmente in Francia, per trovare lavoro. Solo pochi hanno fatto richiesta di asilo politico. La maggior parte ha detto di voler cogliere il momento di liberà per migliorare le proprie condizioni economiche. E peraltro queste persone non credono che ci sia un reale cambiamento politico in corso. Temono le ripercussioni sul turismo. Quindi fuggono in cerca di nuove opportunità di vita”

Lei che è esperta in tema di rifugiati, che consiglio vuole dare al governo?
“Programmi concreti, senza allarmare troppo l’opinione pubblica. Altrimenti si crea un’ansia d’assedio. E non ce n’è bisogno. La gente non deve percepire queste persone come invasori. Agire, programmare, senza alzare troppo i toni”. (Benedetta Sangirardi)

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LO SPECCHIO DEL NOSTRO CINISMO

di Mario Deaglio, da “la Stampa” del 25/2/2011

   Asserragliato nel «bunker» del suo feroce crepuscolo, il colonnello Gheddafi, «guida della rivoluzione» come ama definirsi, può avere almeno una magra e maligna soddisfazione: con i suoi 6 milioni e mezzo di abitanti, meno di un millesimo della popolazione del pianeta, la Libia è riuscita a mettere in difficoltà tutto il ricco Occidente, a innescare una nuova, difficile fase della crisi mondiale.
   Nelle centrali diplomatiche e nelle capitali finanziarie ogni brandello di notizie che arriva da Tripoli è esaminato con attenzione e con costernazione. Nel giro di pochissimi giorni la crisi libica ha dato il via a un incremento incontrollato dei prezzi del petrolio, anche se dalla Libia proviene appena il 2 per cento della produzione mondiale.

   L’aumento delle quotazioni del petrolio fa balenare il pericolo di un’ondata inflazionistica derivante dall’aumento di prezzo delle materie prime importate, ossia del tipo più difficile da combattere. Se quest’inflazione diventasse davvero realtà, le politiche economiche sarebbero tutte da rivedere, ma senza che esista una ricetta. E questa prospettiva, unita a dati non confortanti sulla ripresa economica americana ha imposto una brusca battuta d’arresto alla cauta ripresa delle quotazioni che si protraeva ormai da vari mesi.
   Della crisi libica hanno paura tutti. Dagli Stati Uniti, dove le ripercussioni alle pompe di benzina potrebbero essere molto rapide e costringere a una revisione radicale della politica economica, alla Cina, costretta a evacuare in fretta e furia migliaia di operai che lavoravano alla costruzione di infrastrutture libiche. Pechino vede compromessa la sua politica di penetrazione in Africa, basata sulla non ingerenza nelle vicende interne di Paesi con i quali ha talvolta un rapporto che può sembrare coloniale.

   Da Roma, dove l’aver assecondato le plateali stranezze del leader libico nelle sue recenti visite ufficiali pone il governo in una pessima posizione internazionale, mentre tutta la classe politica è chiamata a spiegare perché nei confronti della Libia, per oltre quarant’anni, ha costantemente collocato gli affari al di sopra dei principi; a Bruxelles, rivelatasi priva di qualsiasi linea guida politica e passata in pochi giorni dai meschini dibattiti sugli aiuti da dare all’Italia per fronteggiare l’arrivo dei profughi alla vaga progettazione di un’azione militare per riportare a casa decine di migliaia di europei.
   Perché mai, può chiedersi il normale cittadino, siamo arrivati a questo punto di confusione e di debolezza che fa della Libia lo specchio del nostro cinismo miope? La risposta si muove naturalmente su diversi piani, così come su diversi piani si muovono gli impulsi di crisi provenienti da Tripoli.

   Per quanto riguarda i prezzi del greggio, è bene ricordare che, anche se facciamo il possibile per dimenticarlo, non galleggiamo più su un mare di petrolio: da anni l’aumento della domanda asiatica ha posto una crescente pressione sull’offerta e ha fatto gradatamente salire le quotazioni. L’improvvisa sottrazione dal mercato del 2 per cento della produzione complessiva, rappresentato dalla Libia, può costituire, per usare un’espressione orientale, la pagliuzza in più che, caricata su un cammello, ne spezza la schiena. Tutti gli impianti di estrazione lavorano già a pieno ritmo e la sola Arabia Saudita, Paese non certo privo di problemi interni come mostrano le notizie di questi giorni, ha qualche possibilità di aumentare la produzione. E dipendere dalla benevolenza del Re d’Arabia per evitare una nuova, pericolosa crisi non è certo la più entusiasmante delle prospettive.
   Per quanto riguarda l’inadeguatezza dell’analisi politica ed economica, totalmente impreparata all’improvvisa ondata di cambiamento del mondo arabo, occorrerà probabilmente ripartire da zero. Come abbiamo imparato dalle rivelazioni di Wikileaks, i diplomatici occidentali, a cominciare da quelli americani, hanno dedicato le loro energie a comprendere i tortuosi percorsi delle politiche nazionali, le lotte di potere dei vari Palazzi senza mai veramente guardare alla popolazione al di fuori dei Palazzi. Meno cocktails e più giri nei mercati rionali del Cairo, di Tunisi e di Tripoli, avrebbero potuto portare alla conclusione che una fascia importante delle popolazioni arabe proprio non ce la faceva più con l’aumento dei prezzi del pane, del riso, dell’olio.
   Ma questo vale solo per l’Africa Settentrionale e il Medio Oriente? Quale valore possono avere le nostre implicite sicurezze che questo mal d’Africa non valicherà il Mediterraneo e non si abbatterà – in forme sperabilmente meno violente – su un’Europa ingiustificatamente compiaciuta? Non è una domanda inappropriata in un giorno in cui Atene è nel caos per uno sciopero generale, punteggiato di disordini, indetto per protestare contro la brutale politica di stabilizzazione imposta da Bruxelles che sta letteralmente ammazzando un’economia di per sè certo non florida.
   Insieme ai diplomatici, gli economisti e gli statistici si accorgono che gran parte dei loro strumenti di conoscenza della realtà economico-sociale è del tutto inadeguata. Una delle tante lezioni di Tripoli, di Tunisi e del Cairo è che non si dispone di indicatori del disagio che siano veramente credibili in società sempre più in grado di dare a tutti un telefonino e sempre meno in grado di dare un lavoro per lo meno ai capifamiglia. Anche qui una revisione radicale appare necessaria, così come è necessario per l’Europa, in particolare, domandarsi se i principi di libertà e dignità umana che tanto fermamente proclama debbano poi sempre cedere di fronte a interessi spiccioli. (Mario Deaglio)

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da "la Stampa" (clicca sopra la mappa e la puoi vedere ingrandita)

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