EUROPA E MEDITERRANEO: la rivolta dei giovani dei paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente contro le dittature, potrà “contagiare” l’Europa? diventando un’opportunità per il rilancio della politica comunitaria europea e di integrazione dell’area euro-mediterranea?

in giallo: arco latino – in viola: conca adriatica – in blu: fronte maghrebino – in verde: flesso libico-egiziano – in celeste: facciata mediorientale – in rosso: ponte anatolico balcanico (mappa ripresa da http://www.soldionline.it/)

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L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è un organismo internazionale (che finora non è stato per niente operativo) ispirato al modello dell’UNIONE EUROPEA, che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo (pur questo non costituendo una prerogativa unica). È stato presentato al VERTICE DI PARIGI il 13 luglio 2008 dal presidente francese NICOLAS SARKOZY.

   L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è una conseguenza politica-operativa del PROCESSO DI BARCELLONA, che dal 1995 ha iniziato un percorso di avvicinamento dell’Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attraverso appunto la COOPERAZIONE EURO-MEDITERRANEA. Il 27 e 28 novembre 1995 a BARCELLONA, gli allora 15 paesi membri dell’UNIONE EUROPEA (ora siamo a 27) ed altre nazioni mediterranee decidono di realizzare nel “mare nostrum” un mercato di libero scambio.

   L’assassinio del premier israeliano Rabin poche settimane prima aveva cominciato a destabilizzare la situazione mediorientale, sfumando così già all’origine il processo che si stava ufficializzando. E poi gli attentati dell’11 settembre 2001 e l’inizio della seconda intifada hanno allontanato sempre più gli obiettivi di Barcellona.

   L’idea viene rilanciata da SARKOZY durante la sua campagna elettorale. E il 20 dicembre 2007, a Roma, José Zapatero, Nicolas Sarkozy e Romano Prodi, firmano un accordo che rimette in moto il processo di avvicinamento euro-mediterraneo. Il 13 ed il 14 luglio 2008, al VERTICE DI PARIGI viene istituita l’UNIONE PER IL MEDITERRANEO. Il vertice ha visto la partecipazione dei primi ministri e dei presidenti delle QUARANTATRE NAZIONI ADERENTI, ad eccezione della Libia che non ha aderito.

   LO SCOPO del PROCESSO DI BARCELLONA è la PROMOZIONE DELLA COOPERAZIONE TRA LE DUE SPONDE del Mediterraneo; le sue PRIORITA’ erano state indicate nella risoluzione delle problematiche relative all’IMMIGRAZIONE, la LOTTA AL TERRORISMO, il CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE, la TUTELA DEL PATRIMONIO ECOLOGICO mediterraneo.

   In particolare è stata data priorità a SEI INIZIATIVE CONCRETE: il DISINQUINAMENTO del Mediterraneo, la costruzione di AUTOSTRADE MARITTIME E TERRESTRI per migliorare le fluidità del commercio fra le due sponde, il rafforzamento della PROTEZIONE CIVILE, la creazione di UN PIANO ENERGETICO SOLARE COMUNE, lo sviluppo di UN’UNIVERSITA’ EURO-MEDITERRANEA, e un’iniziativa di SOSTEGNO alle piccole e medie IMPRESE. (testo in parte ripreso da Wikipedia)

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  In questa concitata fase della crisi libica, dove il regime ha deciso di non andarsene ma piuttosto di incendiare tutto il paese, molti osservatori di geopolitica sentono la necessità di fare paragoni con gli eventi del 1989 che hanno portato alla caduta del muro di Berlino, cioè la fine delle dittature comuniste nell’Est Europa. Cercandone le differenze, ma accomunando come elemento prioritario il desiderio di libertà dei giovani, e il volersi “collegare al mondo”, a un’idea appunto di democrazia e di benessere economico.

   Le cose non sono così semplici: come tutte le rivoluzioni esistono eccessi e violenze anche tra quelli che la conducono dalla parte della “libertà”; ma fa (favorevolmente) impressione che le ragioni degli “insorti” non siano date da motivi di integralismo religioso: anzi, il ruolo degli integralisti islamici sembra, almeno mediaticamente, ideologicamente, del tutto estraneo e anzi antitetico alla richiesta di avere delle “libertà occidentali”, forse identificate da maggiori beni di consumo, dalla voglia di viaggiare, dalla possibilità di non essere poveri.

(raffineria a Brega) - BREGA, la città libica orientale, centro petrolifero a Sud di Bengasi in mano agli insorti – 3/3/2011: Bombe sulla roccaforte dei ribelli - Obama: "Gheddafi deve andarsene" - Si combatte nella città difesa dagli insorti. Esplosione vicina agli impianti petroliferi. Il Tribunale penale internazionale apre un'inchiesta per le violenze nel Paese, nel mirino i vertici del regime. Operativo blocco Ue dei beni per i 6 componenti della famiglia del leader libico. Navi da guerra Usa verso costa, il presidente Usa: "Con aeronautica rimpatrieremo profughi egiziani"

   E la comunità internazionale (che ha timore di intervenire e porre fine al massacro cui Gheddafi sta portando sempre più il paese) sembra però avere una maggiore maturità e consapevolezza rispetto al passato: ha, ad esempio, impressionato molto il fatto che anche la Cina, come gli altri stati, all’unanimità, abbia votato a favore della decisione del Consiglio di sicurezza dell`Onu di imporre sanzioni al regime di Gheddafi, congelandone le attività, e di deferire il Colonnello al Tribunale penale internazionale.

   Ora però, oltre alla necessità di cacciare Gheddafi (bene sta iniziando a fare l’Italia ad affrontare concretamente l’emergenza profughi ai confini tra Libia e Tunisia, mettendosi a disposizione per rimpatriale gli egiziani che lavoravano in Libia e approntando campi di emergenza medico-sanitaria a Bengasi) vi è la necessità di pensare al “dopo immediato”: cioè quando la Comunità internazionale, l’Europa, l’Italia (così vicina e immersa nel Mediterraneo) dovrà dare risposte vere allo sviluppo economico e di pace di tutta l’area.

   Per questo qui, in questo post, vogliamo in primis parlare di “Europa” e dell’occasione storica che essa ha di uscire dal torpore e dagli egoismi nazionali, e indicare una vera grande politica di sviluppo per l’area del Mediterraneo in tutte le sue parti. E per questo qui sopra ci siamo messi a illustrare cos’è l’ UNIONE PER IL MEDITERRANEO, indicato come uno strumento che già c’è, anche se non funziona (ora è solo una scatola vuota) ma che attivarlo con determinazione potrebbe diventare un volando di grande sviluppo dell’area mediterranea. L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è un’istituzione formata da 43 stati (dell’Europa e di tutti quelli bagnati dal “mare nostrum”) che potrebbe (basta volerlo) già da subito diventare un braccio sia politico che operativo per l’integrazione delle sponde sud e nord, del Medio Oriente e dei Balcani, formando un’area geocontinentale che potrebbe portare integrazioni fra stati del sud e del nord, della parte est e di quella ovest (con lo sviluppo di innovazioni e nuove tecnologie; ricchezza energetica data da fonti rinnovabili come il solare; il disinquinamento del mare; come fulcro del commercio mondiale con i porti e le logistiche appropriate; un’agricoltura di qualità e diversificata nelle varie aree climatiche…).

   Il lancio di un canale televisivo unico, una banca del Mediterraneo, un “Erasmus mediterraneo” (cioè scambi di sedi per lo studio di studenti universitari) che coinvolga tutti i paesi… insomma un contesto di collaborazioni virtuose, nell’ambito di una politica autorevole, democratica e rispettosa di tutti i popoli; e in grado di espandere la ricchezza verso l’Africa più povera e un processo di pace verso quel Medio Oriente funestato da guerre (come quella israelo-palestinese) e orribili dittature (come quella iraniana). Anche noi usiamo il motto “se non ora quando?”

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NELLA UE LE NUOVE DEMOCRAZIE

di Bill Emmott, da “LA STAMPA” del 28/2/2011

   Il rifiuto del colonnello Muammar Gheddafi di trarre le conclusioni sia morali che pratiche dalla sua situazione di barricato a Tripoli, con più della metà del suo Paese (almeno in termini di popolazione) caduto nelle mani dell`opposizione, non deve stupire nessuno. Nei suoi 40 anni al potere in Libia non ha mai dato prova né di una forte morale, né di un istinto pratico, salvo per quello che riguardava la conservazione del suo potere.

   Il risveglio del mondo arabo, iniziato appena un mese fa, continua invece a portare sorprese. Una, particolarmente benvenuta a chi scrive, è giunta sabato, da un Paese molto lontano dal Nord Africa. E credo che in una prospettiva a lungo termine, misurata in decenni, porterà sorprese importanti all`Unione Europea nel suo insieme.

   Ma prima parliamo della non-sorpresa. Dall`inizio della rivolta in Tunisia, si è spesso detto e scritto che l`ondata di proteste nel mondo arabo era inaspettata e imprevista. Ma è vero il contrario, sono state predette in tutto salvo l`aspetto temporale. Sconvolgimenti, incluse rivoluzioni sociali e politiche, sono stati pronosticati per il mondo arabo costantemente, almeno nei due decenni precedenti. Il problema semmai è che questi pronostici erano talmente frequenti da aver annoiato il pubblico fino agli sbadigli, e passare alla fine inosservati.

   Ero rimasto sorpreso dagli eventi in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Oman e altri Paesi. Ma ho capito che non avrei dovuto stupirmene quando un ex collega dell`Economist – dove ho lavorato dal 1980 al 2006 – mi ha proposto di leggere un lungo «speciale» sul mondo arabo che il loro responsabile per gli esteri, Peter David, aveva pubblicato il 25 luglio 2009. Intitolato «Risvegliandosi dal sonno», l`articolo di David raccontava della «febbre sotto la pelle» nella maggioranza dei Paesi arabi, e citava innumerevoli libri e articoli di altri autori che già in precedenza erano giunti alla stessa conclusione.

   Una volta che si guarda ai fatti, sorprende non tanto che la rivoluzione sia oggi in atto, quanto che non sia accaduta prima: nei 21 Paesi membri della Lega Araba la popolazione è raddoppiata negli ultimi 30 anni, più della metà dei 360 milioni di persone che li abitano ha meno di 25 anni. Gli arabi sono sempre più urbanizzati, e grazie a tv satellitari come la qatariota Al Jazeera hanno un accesso sempre maggiore all`informazione.

   Eppure, nonostante i prezzi sul petrolio e sul gas siano rimasti alti negli ultimi anni, il reddito della gente non è cresciuto, e le riforme politiche sono state quasi inesistenti. Nessuno, meno che mai gli anziani dittatori e i loro compari che governavano questi Paesi, dovrebbe stupirsi per la diffusione delle proteste e delle rivoluzioni. Per questo motivo, se in futuro questo movimento non si espandesse a Ovest, verso l`Algeria e il Marocco, e a Est, in Giordania, Siria, Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo, dovremmo considerare proprio questa una sorpresa.

   Come nell`Europa Orientale e Centrale dopo il crollo del Muro di Berlino, la rivolta in espansione non porterà necessariamente la democrazia e non riuscirà ad abbattere definitivamente i regimi dovunque. Ma la pressione che provocherà non si riuscirà più a ignorare.

   La sorpresa di sabato scorso è venuta invece dalla decisione del Consiglio di sicurezza dell`Onu di imporre sanzioni al regime di Gheddafi, congelandone le attività, e di deferire il Colonnello al Tribunale penale internazionale (Tpi). Per quanto benvenute e appropriate, queste decisioni sono poco più che gesti, considerato che l`assassino Gheddafi si è barricato a Tripoli e non appare troppo indebolito in questo momento dal congelamento dei suoi beni o dal divieto di viaggiare.

   Il vero significato della risoluzione giace però nell`unanimità del Consiglio di sicurezza, e soprattutto nell`appoggio, sia pure poco entusiasta, della Cina. Che ha comunque votato per deferire il Colonnello al Tpi per aver trattato i suoi oppositori più o meno nella stessa maniera in cui Pechino nel 1989 intervenne contro la rivolta di piazza Tiananmen.

   L`esercito cinese aveva sparato sulla folla dai ponti e non dagli elicotteri e dai caccia, ma ci sono pochi dubbi che Deng Xiaoping, che allora governava la Cina, non avrebbe esitato a far ricorso ancora più massiccio alla forza se fosse stato necessario. La Cina di oggi tiene all`importanza di istituzioni e accordi multilaterali molto più di quella del 1989. Perciò è significativo e sorprendente che il suo governo ha ammesso, nella cornice della più importante istituzione multilaterale, di considerare l`uso della forza omicida per la repressione di una rivolta come un crimine del quale i leader devono rispondere.

   E` un cambiamento importante. E sarà importante ricordare questa dichiarazione alla Cina, quando i tibetani o i musulmani dello Xinjiang scenderanno in piazza la prossima volta. Prima di allora, e prima di una nuova protesta nella piazza Tiananmen di Pechino, non possiamo sapere quanto sul serio prendere questa posizione. Ma potrebbe essere una sorta di segno di maturità: si è arrivati a un punto in cui il sempre maggiore coinvolgimento della Cina nel mondo (in Libia ci sarebbero almeno 30 mila lavoratori cinesi) la spinge anche ad assumere posizioni più responsabili. E forse – ma solo forse – il tempo di reagire al dissenso interno con i massacri è finito.

   La sorpresa a lungo termine portata dagli eventi in Egitto, Tunisia e ora in Libia, si ripercuote invece nel nostro lontano futuro. Riguarda le conseguenze che il possibile e probabile contagio delle rivoluzioni democratiche nell`ampia regione del Nord Africa e del Medio Oriente porterà all`Unione Europea. Dovremmo essere pazienti nell`osservare fin dove si spingeranno queste rivoluzioni, come lo fummo nei primi mesi dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. Ma, come allora, pianificare e riflettere in anticipo si rivelerà utile.

   L`Ue si è evoluta attraverso una serie di idee che, quando furono proposte per la prima volta, erano apparse improbabili, per diventare poi un giorno inevitabili. La prossima idea del genere potrebbe essere l`espansione dell`Ue alla costa meridionale del Mediterraneo. Nessuno oggi si attende un`evoluzione del genere, considerando che Francia, Germania e altri Paesi europei non riescono ad accettare l`idea dell`adesione della Turchia, che è già una democrazia.

   Ma torniamo ai primi Anni 90: divenne rapidamente chiaro che l`Europa Occidentale aveva un grande interesse a patrocinare la stabilità e lo sviluppo economico degli ex satelliti sovietici suoi vicini, e lo fece in un lungo e lento processo culminato con la piena adesione all`Ue per 10 di questi Paesi, più di dieci anni dopo. Non tutti gli ex «satelliti» dell`Urss sono diventati democrazie, e non tutti, almeno per ora, hanno aderito all`Ue.

   Lo stesso succederà probabilmente in Nord Africa e in Medio Oriente. Eppure, bisogna pensare ai paralleli tra il crollo dell`Unione Sovietica nelle terre al confine orientale dell`Ue, e alla caduta delle dittature arabe nella costa meridionale del Mediterraneo. Così come dopo il 1989, anche oggi i grandi interessi e l`opportunità storica che l`odierno risveglio arabo offre all`Europa diventeranno sempre più chiari nei prossimi mesi e anni, nel bene e nel male.

   L`America ha nella regione complessi dossier militari, e verrà ritenuta responsabile per quello che accadrà – o non accadrà – in Palestina. L`Europa, come nel dopo1989, può offrire soprattutto legami culturali ed economici, che hanno una valenza più positiva. I Paesi europei sono già oggi i maggiori partner commerciali di numerosi Paesi nordafricani: l`Italia, per fare un esempio, è leader con la Libia e l`Algeria grazie al petrolio e al gas.

   La logica di questi legami, accanto alle paure di instabilità e migrazioni di massa, può puntare a un`unica direzione a lungo termine: una qualche sorta di forma di adesione all`Ue per alcuni Paesi nordafricani. Più che un`adesione a pieno titolo, come la vediamo oggi, si tratterebbe di un`Unione nuova che contempla diverse forme di adesione.

   In fondo vale già oggi, visto che solo alcuni dei 27 fanno parte del sistema dell`euro, o della zona Schengen. Quindi ci vorrà una nuova formula per offrire integrazione economica, incluso un successivo accesso ai commerci e al mercato unico, ai Paesi democratici del Nord Africa, probabilmente senza concordare per il momento una piena libertà di movimento della mano d`opera. Tutto questo significherà che l`Unione Europea stessa dovrà cambiare di nuovo nome: potrebbe diventare l`Unione Europea e Mediterranea.

   Senza una proposta del genere, senza una visione così a lungo termine, cosa potrà offrire l`Europa alle neodemocrazie nordafricane, se e quando emergeranno? Un po` di aiuto, qualche posto all`università.

   Tutto qui. Eppure, dopo la caduta del Muro di Berlino, abbiamo da offrire, come incentivo per le riforme democratiche, qualcosa di veramente prezioso: la possibilità di unirsi a noi.

   Appare difficile, anche senza menzionare l`Islam. Ma non dimentichiamo che un tale sviluppo darebbe anche un senso economico e politico all`Europa. “Mediterraneo”, se guardiamo alla sua radice latina, significa «al centro della terra», e non «confine meridionale». Fu il centro del nostro mondo per secoli. E fa parte del vicinato europeo. (Bill Emmott)

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MEDITERRANEO, LA GRANDE AMNESIA DELL’EUROPA

di Romano Prodi, da “”IL MESSAGGERO” del 2/3/2011

I sussulti africani, la nostra cecità

   In Egitto l`appoggio ai giovani che cercano uguaglianza di diritti, libertà e democrazia non è arrivato dall`Europa ma dal presidente Obama. Nelle piazze di Tunisi si sventolano bandiere americane e si bruciano quelle di un grande Paese europeo. Nella tragedia libica l`Europa non ha alcuno strumento di influenza. In tutti questi casi non si sono nemmeno immaginati strumenti di intervento qualora le tragedie africane spingessero sulle nostre coste non migliaia ma centinaia di migliaia di disperati.

   Quando mi trovo a viaggiare nei Paesi del sud del mediterraneo mi sento sempre chiedere perché noi europei, che più commerciamo con loro, che più investiamo nei loro Paesi, che più conosciamo i loro problemi e la loro cultura non contiamo nulla sotto l`aspetto politico. La tempesta di questi giorni ripropone un problema che l`Unione Europea ha sempre rifiutato di affrontare, cioè il problema del Mediterraneo.

   Quando da presidente della Commissione Europea mi sentivo rimproverare che il nostro sguardo era rivolto solo verso Est, mi era facile rispondere che la storia stessa ci obbligava a questa scelta ma che, cessata l`emergenza della caduta della cortina di ferro, la nostra attenzione si sarebbe estesa anche al Sud.

   Per aggiungere credibilità a queste parole la mia Commissione portò avanti la proposta che passò sotto il nome de “l`anello degli amici”, secondo la quale i Paesi che sono intorno a noi, dalla Bielorussia all`Ucraina, dall`Egitto al Marocco avrebbero nel tempo potuto costruire tutti i possibili legami di cooperazione con l`Unione Europea pur senza essere membri dell`Unione stessa.

   Di questa grande ed organica politica di vicinato non se ne fece nulla. La stessa Commissione elaborò successivamente alcune proposte che, anche se di ampiezza limitata, avrebbero comunque dimostrato la volontà di aprire un dialogo diretto con i Paesi della sponda sud. Prospettammo perciò di dare vita alla “banca del Mediterraneo” dedicata allo, sviluppo delle infrastrutture e delle attività economiche dei Paesi del sud, con il compito di attrarre capitali anche al di fuori dei paesi partecipanti (a cominciare dai Paesi del Golfo) e con consiglieri di amministrazione e dirigenti in numero paritario fra Nord e Sud.

   A questa proposta si rispose, facendo finta di non capirne il grande significato politico, che la Banca Europea degli Investimenti era già sufficiente. Si bocciò in seguito (senza lasciare nemmeno che potesse arrivare a livello decisionale) l`idea di creare sedi universitarie collegate fra nord e sud, con un ugual numero di studenti e di docenti delle due sponde e con l`obbligo da parte degli studenti di dividere il curriculum fra nord e sud. Anche la fondazione Anna Lindh legata alla biblioteca di Alessandria d`Egitto, che, doveva essere il punto di riferimento del dialogo politico e culturale fra i due continenti, è stata lasciata inesorabilmente languire.

   Di fronte all`aperta manifestazione di insoddisfazione per questa politica si è dato finalmente vita all`Unione per il Mediterraneo. Non solo la solennità del nome ma l`intensità mediatica che ne hanno segnato la nascita facevano sperare ad un cambiamento di rotta. A questa speranza non sono seguite le necessarie decisioni politiche e, soprattutto, sono mancate le pur minime risorse finanziarie necessarie per fare decollare un progetto di tanta importanza.

   I nostri partner del Sud non hanno nemmeno in questo caso nascosto la loro delusione: si è arrivati al punto che persino il responsabile più alto in grado tra i Paesi del Sud ha abbandonato il suo posto di lavoro e se ne è tornato in Giordania perché a Barcellona non aveva niente da fare. D`altra parte è del tutto impensabile realizzare una politica mediterranea che abbia un minimo di efficacia quando l`intero bilancio dell`Unione Europea viene costantemente mantenuto al di sotto dell`uno per cento del Prodotto nazionale lordo dei Paesi membri.

   In qualsiasi modo si risolvano le rivoluzioni di Tunisia, Egitto e Libia, nei Paesi della sponda sud è cominciata una nuova era. E difficile dire se ci si stia avviando verso una democrazia compiuta o se tali Paesi dovranno passare attraverso lunghi periodi di turbolenza e di instabilità. Siamo ancora in una fase troppo iniziale di questo processo. E tuttavia incredibile vedere come l`Unione Europea sia del tutto impreparata a favorire ed aiutare il cammino verso la democratizzazione.

   Ci riempiamo la bocca di parole come libertà, diritti, democrazia e cooperazione e non abbiamo nessuna politica pronta, salvo doverla preparare in tutta fretta in caso si verificasse davvero un esodo biblico verso le coste europee. Capisco come tutto ciò sia difficilmente proponibile in un periodo storico in cui la crisi economica si accompagna ad una crisi delle istituzioni europee.

   Ricordiamo però che il trattato di Lisbona è stato venduto all`opinione pubblica europea come il pilastro fondante della nuova politica estera comune. È triste doversi accorgere che, anche di fronte ad un evento storico così importante e che ci tocca così da vicino, la politica estera europea non esiste. (Romano Prodi)

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SOLANA: “L’UE RIPARTA DAL MEDITERRANEO”

di Marco Zatterin, da “la Stampa” del 2/3/2011

“BRUXELLES – “E’ il momento di ridare impulso alla politica euromediterranea, non c`è tempo da perdere”. Sennò che succede, senor Solana? «Sennò succede che si rischia di ingenerare un senso di frustrazione nei popoli che ora invocano la democrazia – dice lo spagnolo che sino al 2009 ha guidato la politica estera Ue -, c`è il pericolo che possano sentirsi trascurati da un`Europa in ritardo». Invece, spiega, «ci sono aspettative nei nostri confronti a cui dobbiamo rispondere, senza imporre nulla. Dobbiamo accompagnare il cambiamento, dal punto di vista economico e politico, evitando in ogni modo il paternalismo. E dobbiamo farlo subito».

   Francisco Javier Solana de Madariaga, 71 anni, socialista, è un fisico che la politica ha fatto diventare segretario della Nato e per dieci anni «ministro degli Esteri» dell`Ue. La rivoluzione Nordafricana lo appassiona, valuta che «la comunità internazionale ha agito bene e il Consiglio di sicurezza ha varato in fretta risoluzioni molto forti, applicando senza esitare il principio della “responsabilità di proteggere”». E` stato tutto legittimo, assicura: «Uno Stato stava agendo contro i propri cittadini. Se non fossimo intervenuti ora, quando avremmo dovuto farlo?».

C`è chi vede una corsa fra Usa e Europa per sfruttare il momento e guadagnare egemonia sul Nord Africa. Lei?

«Mi pare che sinora le relazioni siano state molto corrette. Stati Uniti e Ue hanno usato, insieme, tutti gli strumenti che avevano a disposizione. Per vocazione, io spero sempre di vedere l`Europa svolgere un ruolo importante sullo scacchiere internazionale. Ma non è questo il motivo, per cui non ho ragione di criticare quanto s`è visto sinora».

Le sanzioni contro la Libia sono partite. Altre misure sono in preparazione. Condivide la «no-fly zone»?

«Sono favorevole a qualunque intervento eviti il ripetersi dei drammi a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni».

In passato l`Europa è stata troppo buona con Gheddafi?

«Diciamo che ci sono stati degli alti e bassi. Dopo la vicende di Lockerbie e la disputa sulle armi di distruzione di massa, siamo andati un po` troppo in là nella normalizzazione delle relazioni. Certo c`era una voglia di mettere le cose a posto, ma visti i precedenti, siamo stati eccessivamente rapidi».

Il premier Berlusconi ha invitato a essere cauti sull`esilio di Gheddafi. Come le sembra l`atteggiamento italiano?

«A Ginevra il ministro Frattini è stato chiaro e ha collocato l`Italia in una posizione coerente con quella dell`Ue».

La politica euromediterranea è una scatola vuota. Come se ne esce?

«Ci abbiamo provato nel 1995 col processo di Barcellona, poi nel 2008 col piano francese. Non ha funzionato. Dopo il vertice di Parigi in cui Sarkozy e Mubarak erano fianco a fianco, non ci sono stati altri incontri. Il segretario dell`Unione per il Mediterraneo si è dimesso e la sua poltrona è vuota. Dobbiamo fermarci a ragionare su cosa possiamo veramente fare davanti agli eventi di queste settimane. La crisi offre problemi, ma anche opportunità».

Qual è la formula?

«Non c`è nulla da inventare. Il mondo euromediterraneo è una realtà negli assetti globali, la traccia è segnata.  Saremmo matti se non cercassimo di approfondire i legami, attraverso una interazione politica ed economica. Occorre fare il possibile per avvicinare Marocco e Algeria, altrimenti il Maghreb non sarà mai un cliente facile.  Tunisia, Libia e Egitto sono centrali in ogni strategia, ma non si devono trascurare Libano, Siria e Medio Oriente. Tutto va considerato insieme. Tutto richiede una nuova spinta».

Ha dimenticato la Turchia…

«Guai a farlo. Sarebbe un errore dare ad Ankara l`impressione che sia fuori dalle nostre priorità».

Il Nord Europa non ha lo stesso slancio del Club Med.

«Devono capire che non si tratta di una questione che riguarda solo una parte del continente. Qui è in gioco la stabilità di tutti. In passato abbiamo fatto un gran lavoro per la democratizzazione dell`Est, è stato un cambiamento rapido e pacifico, facilitato dalla prospettiva di adesione all`Ue. Per i mediterranei sarà più complesso, loro questo obiettivo non ce l`hanno. Lo sforzo è più grande».

Vede la minaccia di un esodo biblico dalla Sirte all`Italia?

«Non ci sarà se le scelte saranno equilibrate. La Libia è un Paese sottopopolato con molte risorse. Dobbiamo aiutarla a creare le condizioni perché la gente non abbia ragioni per partire. E` possibile. E` la nostra scommessa».

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GHEDDAFI BOMBARDA LA CIRENAICA. NAVI AMERICANE VICINO ALLE COSTE

Raid aerei su Brega e Ajdabiya. E l’Europa blocca i beni del raiss

Da “LA STAMPA.IT”, ore 22.00 del 3/3/2011

   Mentre la Corte Penale internazionale apre un procedimento contro Gheddafi, in Libia, dopo una breve tregua è ripresa la battaglia tra forze governative e ribelli a Brega, il centro petrolifero a Sud di Bengasi. Al contempo il segretario generale della Nato Rasmussen ha affermato che nessun intervento Nato è «previsto» ma che l’alleanza è «pronta a ogni eventualità».
   Intervento che, aveva minacciato ieri il leader libico Gheddafi, costerebbe migliaia di morti. Intanto le tre navi da guerra Usa che hanno attraversato ieri il Canale di Suez, sono ora a 50 miglia al largo della costa libica. Lo riferiscono fonti marittime egiziane. Si tratta della Uss Kearsarge, che trasporta elicotteri, della Uss Ponce con a bordo munizioni e mezzi da sbarco e della nave da trasporto Andrid che ha a bordo mezzi blindati.
   A Roma il governo ha messo a punto il quadro di una missione umanitaria e lo stanziamento di 5 milioni di euro supplementari di aiuto ai profughi. In tarda mattinata, il procuratore della Corte penale internazionale, Luis Moreno-Ocampo, ha annunciato che l’inchiesta che ha aperto per crimini contro l’umanità in Libia riguarda il colonnello Gheddafi e numerosi altri responsabili libici. Sul terreno, dopo poche ore di tregua, è ripresa la battaglia a Brega. La città dell’est della Libia è stata fatta oggetto, questa mattina, di un raid aereo dei militari fedeli a Muammar Gheddafi.
   «Circa due ore fa, aerei da guerra hanno sganciato una bomba nel settore situato tra la sede di una compagnia petrolifera e una zona residenziale», ha dichiarato Fattah al-Moghrabi, un responsabile dell’ospedale di Brega. «Per quanto sappiamo, non ci sono state vittime», ha aggiunto. Il raid è stato confermato anche da altri dipendenti del nosocomio.

   Al termine di violenti scontri, che hanno fatto ieri almeno 12 vittime, i ribelli hanno annunciato di avere respinto l’offensiva delle truppe fedeli al colonnello e di avere il totale controllo della città. Secondo un esponente delle milizie di opposizione, Mahmoud al-Fakhri, i dintorni della città erano già stati bombardati anche nella tarda serata di ieri.
   La Nato – ha detto oggi il segretario generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen – non prevede di intervenire militarmente in Libia ma si prepara «ad ogni eventualità». L’Alleanza segue la situazione sul campo «attentamente» ed «ha preso nota» degli appelli dell’opposizione a Bengasi, avanguardia della contestazione anti-Gheddafi.

   Ma, ha sottolineato Rasmussen, almeno al momento il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha autorizzato l’uso della forza. L’opzione di un intervento militare della Nato in Libia suscita profonde divisioni a causa del timore di reazioni violente nel mondo arabo e ieri a Tripoli, Gheddafi aveva evocato proprio un possibile intervento Nato e Usa con toni di minaccia. «Migliaia moriranno in caso di intervento dell’America o della Nato», ha avvertito Gheddafi nel corso di un lungo discorso.
   Sul piano diplomatico, la Ue ha definito i termini del congelamento dei beni libici e si è deciso che i ministri degli Esteri europei si troveranno il 10 marzo a Bruxelles per una riunione straordinaria dedicata alla crisi in Libia, alla vigilia di un vertice dell’Ue sullo stesso argomento.

   Questa riunione avrà lo scopo di preparare il vertice previsto il giorno successivo dei capi di stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea, per definire una risposta comune di fronte alla rivolta in Libia, il rischio di crisi umanitaria e in misura maggiore per adottare una nuova strategia nei confronti dei Paesi dell’Africa del Nord.

   A Roma, il Consiglio dei Ministri ha approvato la missione umanitaria in territorio tunisino, disposta «a seguito di una richiesta esplicita del governo tunisino e di quello egiziano» per contribuire al rimpatrio sicuro di alcune decine di migliaia di lavoratori egiziani scappati dalla Libia e che si trovano ora nei campi profughi gestiti finora solo dall’agenzia dell’Onu per i rifugiati. (La Stampa.it)

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AIUTARE LE DEMOCRAZIE EVITA LA CRISI ENERGETICA

di Stefano Silvestri, da “IL MESSAGGERO” del 28/2/2011

   Di per sè un blocco temporaneo delle esportazioni libiche di gas e petrolio non dovrebbe dare il via ad una crisi globale del mercato dell`energia. Esse infatti rappresentano solo il 2% del mercato del petrolio e lo 0,5% di quello del gas. Esistono riserve sufficienti a far fronte a questo calo, ed in più l`Arabia Saudita si è detta disposta a compensare tale calo (in campo petrolifero) semplicemente facendo ricorso ai suoi margini produttivi inutilizzati.

   Il colpo è un po` più grave per l`Italia, che dalla Libia importa normalmente il 27% del suo petrolio e il 12,5% del suo gas naturale (nonché per l`ENI che dalla Libia trae il I4% della sua produzione totale di gas e petrolio), tuttavia anche qui possono giocare le riserve e il ricorso ad altri esportatori. Per di più ci stiamo avvicinando alla buona stagione e ad un inevitabile calo della domanda globale.

   Tuttavia il problema rinmane se si considera il lungo termine, perché la Libia controlla gigantesche riserve di petrolio che, se dovessero uscire per un lungo periodo dal mercato, porterebbero certamente a ulteriori forti rialzi del prezzo del greggio.

   Su questo punta l`Iran che, non riuscendo ad accrescere la sua produzione (anche a causa delle sanzioni che impediscono la modernizzazione dei suoi ipianti) si dice disposto a diminuire le sue esportazioni pur di spuntare prezzi significativamente più alti. Su questa linea potrebbero marciare anche altri Paesi, in contrasto con le decisioni molto più moderate della maggioranza dei Paesi dell`OPEC, spinti da un insieme di ragioni economiche e politiche: pensiamo ad esempio al Venezuela di Chavez.

   La chiave di questo problema è nella durata della crisi libica. Se essa dovesse concludersi rapidamente non ci troveremmo certamente di fronte ad una nuova crisi energetica, come quelle del 1973 (guerra arabo-israeliana) o del 1978 (presa del potere di Khomeini in Iran). Se invece dovesse cronicizzarsi il gioco al rialzo dei fautori di una nuova crisi potrebbe avere qualche speranza di successo.

   Sembra incredibile, ma il fatto è che malgrado i ripetuti shock petroliferi subiti in questi anni, i maggiori Paesi industrializzati non sono mai riusciti ad impostare una seria politica energetica comune, capace di attenuarne gli effetti e di ridurre la dipendenza complessiva dalle importazioni da aree “a rischio”.

   Molte cose sono state fatte (ad esempio dall`Europa nel campo del risparmio energetico), ma in modo disperso e senza un reale ed efficace coordinamento. Persino la cosiddetta “riscoperta” del nucleare (che peraltro potirebbe avere un effetto concreto sui consumi solo fra una decina d`anni) è più teorica che reale, visto che, fatta eccezione della Cina, le centrali nucleari realmente in costruzione nel mondo sviluppato si contano sulle dita di una sola mano (e alcune sono di fatto attualmente bloccate).

   Restiamo quindi vulnerabili, sia ad importanti tagli delle esportazioni sia, soprattutto, a nuovi bruschi aumenti del prezzo. D`altro canto la linea scelta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti della Libia non offre soluzioni a breve: le sanzioni (come del resto l`eventuale imposizione di una no-fly zone) sono importanti segnali politici, ma non potranno avere effetti significativi nel breve termine.

   Il rischio di un collasso dello Stato libico, legato alla impossibilità di liberarsi di Gheddafi da un lato e alla incapacità di Gheddafi di riprendere il controllo del territorio libico dall`altro, rimane forte, ed è lo scenario che più preoccupa i mercati, assieme con il possibile estendersi delle crisi di regime all’Algeria da un lato e al Golfo (Bahrein) dall`altro.

   E` quindi essenziale, in questa, fase, accompagnare il processo di democratizzazione in atto nel mondo arabo con importanti azioni di stabilizzazione degli Stati (non dei regimi, o almeno non necessariamente) offrendo subito alle nuove leadership gli aiuti tecnici, economici e umanitari necessari per assicurare un livello accettabile di governabilità, e, se del caso, preparandosi anche ad accompagnare tali aiuti con un supporto militare o di sicurezza ove essi venissero richiesti ed autorizzati dalle Nazioni Unite. (Stefano Silvestri)

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LA FRONTIERA ITALIANA

di Antonio Polito, da “Il Corriere della Sera” del 1/3/2011

   In poche settimane l`Italia ha cambiato la sua collocazione geopolitica, ma non sembra ancora rendersene conto. Le rivoluzioni in corso nel Maghreb hanno rimesso il Mediterraneo al centro della storia del mondo e l’Italia, che lo voglia o no, è al centro del Mediterraneo. La posizione geografica in politica conta. Non a caso uno dei periodi di maggior stabilità e prosperità della nostra storia è coinciso con il lungo dopoguerra, quando il ruolo di confine orientale dell`Occidente ha reso l’Italia un Paese importante sullo scacchiere internazionale: l`avamposto della Nato a Est.

   La caduta del Muro di Berlino ci ha dissolto come frontiera orientale della democrazia e della libertà, ma ora la Storia torna a battere alle nostre porte. Lampedusa non è soltanto la disgraziata isola dove si illuminano ogni sera i nostri incubi di invasioni barbariche. È anche il luogo simbolo della nuova frontiera dell`Occidente che siamo chiamati a rappresentare: la frontiera meridionale.

   Siamo l`unica media potenza europea letteralmente a un tiro di schioppo dall`Algeria, dalla Tunisia, dalla Libia (non a caso Italo Balbo la chiamava la «quarta sponda») e anche dall`Egitto. Ciò che faremo, ciò che diremo sarà rilevante per gli sviluppi futuri di queste rivoluzioni, delle quali niente del poco che sappiamo è in grado di dirci oggi che piega prenderanno.

   Il rivolgimento in corso è così straordinario che perfino la questione palestinese sembra marginalizzata e comunque è stata clamorosamente assente in questa originalissima arab street che ha fatto fuori i tiranni. Siamo diventati così importanti che Obama ha perfino sentito il bisogno di telefonare a Berlusconi.

   Non sembra che il nostro dibattito pubblico sia però consapevole di questa nuova grande occasione. Sul piano politico, il governo è tutto preso a far dimenticare il più presto possibile l`eccesso di baciamaneria al dittatore libico e l`opposizione è tutta presa a non farlo dimenticare mai. Entrambi combattono una battaglia di retroguardia, regolano conti del passato. Ci sarebbe invece da prendere alcune decisioni.

   Intanto come apparire amici di chi farà fuori Gheddafi, dopo essere stati così tanto amici di Gheddafi. Qualche ostilità dobbiamo metterla infatti in conto, ma non è affatto impossibile – come ha scritto Angelo Panebianco su questo giornale il 27 febbraio – far coincidere finalmente il giusto e l`utile. Ma una politica che persegua l`interesse nazionale richiede un respiro anche più vasto.

   Per esempio uno sguardo alla Tunisia, dove l`influenza francese esce notevolmente acciaccata dalla caduta di Ben Ali. Per esempio una riconsiderazione della nostra rete diplomatica, non particolarmente acuta nell`avvertire il rombo dello tsunami in arrivo, e della nostra rete consolare, strangolata dalle ristrettezze di bilancio. Per esempio il lancio di un canale tv in lingua italiana dedicato a questi Paesi, che forse conta più di dieci anni di politica estera per conquistare i cuori e le menti di un popolo vicino.

   Ma ancor di più si tratta di rispondere alla domanda chiave che questo rivolgimento storico ci pone: sarà un bene, o è solo l`ennesimo mostro uscito dal videogame della globalizzazione? E, soprattutto, come indirizzarlo verso la democrazia? Conviene che l`Europa l`abbracci, come propone chi già vede il Maghreb nell`Unione Europea, o conviene metterlo prima alla prova?

   Va aiutato con soldi, armi e tecnologia, come abbiamo fatto con le dittature precedenti, o va legato con immigrazione, commerci e cultura? L`Italia ha la possibilità di guidare questo dibattito in Europa. Se però è in grado di farlo prima di tutto a casa sua. Queste settimane sono state sconfortanti. Un balbettìo imbarazzato del governo, analisi abborracciate e sostanzialmente al buio, scarse informazioni: ci sono volute un paio di uscite del capo dello Stato per dare all`Europa l`idea che eravamo anche noi della partita.

   L`unica cosa che sembra interessarci della caduta del Muro del Maghreb è il numero esatto di immigrati che arriveranno sulle nostre coste, e si sente in giro un insopportabile tanfo di nostalgia per i vecchi regimi, brutti sì, ma così utili a evitarci rogne.

   Sarebbe invece il caso, una volta tanto, di resuscitare il Parlamento per la funzione cui è destinato: una sessione straordinaria, con relazione del governo, per discutere che fare dell`Italia in questo nuovo scenario internazionale e per costruire uno straccio di politica estera comune sulla sponda sud del Mediterraneo.

   Non ci sarebbe modo migliore che parlare del nostro futuro anche per ricordare degnamente il nostro passato: il 150° dell`Unità d`Italia, ma anche il centenario dell`invasione coloniale di Tripolitania e Cirenaica. (Antonio Polito)

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LA GIUSTIZIA DEL MONDO

di Antonio Cassese, da “la Repubblica” del 28/2/2011

   Tre cose sorprendono piacevolmente nella decisione adottata sabato notte dal Consiglio di sicurezza dell`Onu: la rapidità inconsueta con cui è stata elaborata; la sua approvazione all`unanimità; l`ampio ventaglio di sanzioni previste contro Gheddafi ed i suoi accoliti.

   Certo, di fronte ad un tiranno che massacra i propri cittadini perché osano ribellarsi alla sua dittatura, l`uomo della strada si sarebbe aspettata una reazione più radicale: si sarebbe aspettato che, essendo i combattimenti e le stragi ancora in corso, l`Onu inviasse subito in Libia una forza militare multinazionale di pronto intervento a fermare con le armi i massacri e ad arrestare Gheddafi e i suoi seguaci.

   Purtroppo la creazione di una forza multinazionale siffatta era nei piani dei Padri fondatori della Carta dell`Onu, e venne prevista nel 1945 in quella Carta, ma non ha potuto mai vedere la luce per i dissidi tra le Grandi Potenze. L`uomo della strada si chiede allora se il Consiglio di sicurezza non avrebbe potuto almeno autorizzare un gruppo di Stati, ad esempio quelli della Nato, a porre termine agli eccidi con la forza. Anche qui la risposta è facile: la Nato si esporrebbe a gravi critiche operando militarmente in un paese arabo, e comunque la Russia e la Cina non consentirebbero mai quell`intervento.

   Contentiamoci dunque di quel che si è potuto fare l’altra notte. Il che non è poco. Tra le varie sanzioni previste emerge la decisione di deferire alla Corte penale internazionale Gheddafi e tutti coloro che con lui abbiano commesso o commettano crimini. Questa decisione ha molto sorpreso, perché era nota la forte opposizione di Usa, Cina e Russia alla Corte penale.

   In questo caso però hanno giocato la vigorosa e risoluta pressione, a favore della Corte, di Inghilterra, Francia e Germania; l`atteggiamento dell`ambasciatore libico a New York che, dopo essersi dissociato dal dittatore, ha esplicitamente auspicato il ricorso alla Corte dell`Aja; nonché la recisa condanna di Gheddafi da parte di Obama, che lo ha indotto ad accettare il “rimedio penale” ed anche a sostenerlo con forza presso le altre due Potenze avverse alla Corte.

   Ne è risultata una decisione che ha diversi e significativi pregi. Anzitutto, fa scattare il meccanismo della repressione penale: come scriveva nel 1893 un grande sociologo, Emile Durkheim, la punizione serve non a vendicarsi, ma a proteggere la società, anche perché la punizione riafferma e rafforza valori e ideali collettivi; in questo caso l`intervento dei giudici può anche ottenere un effetto aggiuntivo di dissuasione, scoraggiando almeno taluni dei seguaci del dittatore dal commettere ulteriori crimini.

   Il secondo merito della decisione è che delimita assai bene l`oggetto delle indagini del procuratore dell`Aja:  egli deve investigare solo i fatti avvenuti dopo il 15 febbraio 2011 (quando è cominciata la repressione), per accertare se costituiscono crimini contro l`umanità. Dunque, non è il regime dittatoriale di Gheddafi che costituisce oggetto di giudizio penale, ma solo i massacri avvenuti negli ultimi giorni.

   In terzo luogo, le indagini del Procuratore dell`Aja non devono essere limitate agli atti compiuti dal dittatore e dai suoi accoliti, compresi i mercenari, ma possono estendersi ad eventuali atrocità commesse dai ribelli.  Infine, si mette fretta al procuratore: deve riferire al Consiglio di sicurezza entro due mesi e successivamente ogni sei mesi. Viste le lungaggini in cui spesso si perdono i procedimenti penali internazionali, questa sollecitazione alla rapidità mi sembra benvenuta.

   Tutto bene dunque? In realtà qualche ombra c`è. Come è noto, gli Stati Uniti ancora oggi, sotto Obama, credono molto alla giustizia penale internazionale, ma solo finché non siano coinvolti cittadini statunitensi; e perciò si tengono lontani dalla Corte penale internazionale. Per gli Usa vale dunque la regola dei “due pesi e due misure”: il principio della supremazia del diritto (rute of law) vale all`interno degli Usa e, al livello internazionale, soprattutto per gli altri Stati.

   Coerentemente con questo atteggiamento, su richiesta statunitense (ed ovviamente con l`appoggio di Cina e Russia) la decisione del Consiglio di sicurezza precisa che eventuali cittadini non libici che risultassero coinvolti nei massacri (in chiaro: i mercenari) non possono essere giudicati dalla Corte, ma solo dai loro Stati nazionali, se questi Stati (come gli Usa, la Cina, la Russia ed altri) non hanno ratificato lo Statuto della Corte penale.

   Quindi un mercenario statunitense, russo, cinese, indiano o pakistano potrà essere giudicato solo da un suo tribunale nazionale, mentre un mercenario francese, italiano, tedesco, inglese ecc. dovrà essere processato dalla Corte penale, perché questi ultimi Stati hanno aderito alla Corte dell`Aja.

   A parte la singolare deviazione dal principio di eguaglianza, il problema principale è che non esistono meccanismi per verificare se poi uno di quegli Stati processa davvero i propri mercenari. Rimane dunque un`ombra, di cui non ci si può certo sbarazzare con la nota massima filistea secondo cui «il meglio è nemico del bene». (Antonio Cassese)

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“BOLLINO SPINELLI” MARCHIO DI QUALITA’ UE

di Marco Zatterin, da “LA STAMPA” del 26/1/2011

«Bollino Spinelli» Marchio di qualità Ue. Un`idea per rafforzare l`Europa. Funzionerà?

   Lo chiamano «bollino Spinelli», vogliono vederlo diventare il marchio di qualità federalista per l`Europa e le sue strategie. «E` questo il momento!», assicura Guy Verhofstadt, l`ex premier belga che guida il gruppo liberaldemocratico del Parlamento a dodici stelle. In effetti, concede, viviamo tempi in cui il binomio francotedesco imbriglia l`Unione, stimola pulsioni intergovernative e taglia le gambe al metodo comunitario.

   Le intese a due «sono una pessima notizia», assicura, mentre l`omologo verde Daniel Cohn-Bendit annuisce e propone un quesito molto semplice: «E se non ora, quando?». La risposta è nella domanda.  Dall`autunno Io «Spinelli Group» cerca di rimettere benzina nel motore della dottrina federalista ispirata dall`italiano che, esiliato a Ventotene durante l`ultima guerra, fu tra i firmatari del Manifesto per un`Europa libera e unita. Lo guida un comitato formato da 37 figure di peso, non necessariamente politici, non necessariamente europei. Si va dal padre dell`Euro Jacques Delors all`economista indiano Amartya Sen, passando per Romano Prodi e Mario Monti.

   Verhofstadt e Cohn-Bendit sono quelli che ci mettono la faccia. Insieme, precisando che «vanno d`accordo sui principi ma non sempre sulla sostanza», il liberale e il verde parlano del «bollino Spinelli» come di un acceleratore di federalismo e, dunque, di una soluzione per i mali di un Europa sfrangiata.

   Quando la Commissione o uno Stato emaneranno una legge rilevante nel quadro comune, il gruppo la esaminerà in tre fasi, valutandone il contenuto democratico, l`adesione al metodo comunitario secondo cui si fa insieme tutto ciò che è bene e possibile, infine per la spinta che offre in termini di maggiore integrazione continentale.

   «Diremo se va bene o no – spiega Verhofstadt -, e se va bene le daremo il bollino». Il Gruppo Spinelli organizzerà anche dei vertici ombra per discutere in chiave federalista l`agenda dei Ventisette: s`inizia il 22 marzo, prima del summit dei leader. Lo sostengono 90 eurodeputati, «ma saliranno a 250». Con un terzo dell`euroassemblea nella rete riformista, sperano di bloccare chi vuole tenere il potere nelle capitali. Fra gli obiettivi pratici ci sono gli eurobond e l`elezione su base transnazionale di 25 eurodeputati, «così si parla più di Ue». Parigi e Berlino non gradiranno, ma Danny e Guy sono pronti a combattere nel nome di Altiero. (Marco Zatterin)

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tutti i 43 paesi dell'Unione per il Mediterraneo (come si vede comprendono anche paesi non dell'area mediterranea, ma interessati a compartecipare alla sviluppo di quest'area
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