FOTOVOLTAICO: ENERGIE RINNOVABILI IN CRISI – a vantaggio del NUCLEARE? – imprenditori del solare e dell’eolico senza sostegno economico pubblico non ce la faranno, in un settore di sviluppo comunque confuso, non pianificato e a volte vittima di speculatori ed ecomafie

fotovoltaico e nuova architettura (Sarcedo - VC) - FOTOVOLTAICO: SOLARE ED EOLICO, INCENTIVI PIU’ LEGGERI - Dopo giorni di discussione i ministeri dello Sviluppo economico, dell'Ambiente e dell'Agricoltura hanno trovato l'intesa sul provvedimento che il governo ha approvato. In sostanza non viene introdotto il tetto degli 8 mila megawatt come era stato paventato (oltre al quale non veniva dato nessun più incentivo), ma si dà una sforbiciata alle incentivazioni (…). Ma per sapere come e di quanto saranno le nuove agevolazioni bisognerà aspettare la FINE DI APRILE per un NUOVO DECRETO che ridisegnerà il sistema dei BONUS dal primo di GIUGNO. Fino a tutto maggio gli impianti allacciati alla rete godranno delle vecchie tariffe. STRETTA ANCHE PER IL FOTOVOLTAICO SUI TERRENI AGRICOLI: saranno agevolati solo gli impianti fino a 1 megawatt, dovranno rispettare la distanza di 2 chilometri nel caso il proprietario sia lo stesso, e la copertura dei pannelli solari non potrà superare il 10% dell'intera superficie. - «Nessun taglio, nessuno stop alle rinnovabili - ha commentato il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani - solo una razionalizzazione del sistema per fermare le speculazioni finanziarie che finiscono per pesare sulle bollette degli italiani». Chi ha investito finora in progetti pluriennali si sente tradito dal cambio di rotta del Governo sulle incentivazioni alla produzione energetica da fonti rinnovabili, in particolare con il solare e l’eolico

   Una grande confusione regna sotto il cielo del settore del fotovoltaico, cioè nelle produzione energetica di privati (specie con impianti per il solare) dopo che il governo, il 3 marzo scorso, ha messo in atto il primo decreto che mostra di voler “dare un limite” molto stretto agli incentivi a un settore in forte crescita. Incentivi da molti giudicati eccessivi rispetto ai risultati – energetici – raggiunti e raggiungibili. E sicuramente speculazioni evidenti ci sono, ad esempio nell’utilizzo esagerato di campi coltivabili per deporre pannelli solari a produzione energetica, utilizzo ben più conveniente (per l’incentivo ottenuto) rispetto alla naturale vocazione della terra alla produzione agricola.  

   In questo primo decreto del Governo è comunque stata cancellata (per ora) la proposta (del Ministro allo Sviluppo economico Romani) di porre un tetto agli incentivi una volta che nel nostro paese si fosse raggiunto con il fotovoltaico gli 8.000 megawatt (che secondo alcuni, è raggiungibile entro breve – un anno, anche meno- vista la convenienza degli incentivi che spingono molti ad impegnarsi in questa attività che può essere, con l’incentivazione pubblica, effettivamente redditizia).

fotovoltaico nei terreni agricoli

   La Direttiva europea 28 del 2009 impegna l’Italia a coprire con il 17% di energia rinnovabile i consumi finali di energia entro il 2020: che corrisponde- rebbe al target di 8.000 megawatt, che il Piano di Azione Nazionale sulle fonti rinnovabili ha previsto per l’anno 2020 per gli impianti fotovoltaici, ma che è, come dicevamo, raggiungibile entro il 2011 o poco oltre. E centinaia, migliaia di imprenditori hanno investito e stanno investendo, con programmi di impresa pluriennali, nel fotovoltaico, rischiando adesso di perdere gli essenziali (corposi) incentivi considerati come base nel piano economico di avviamento delle loro imprese.

   Va subito detto che forse il Governo (il Ministro Romani) ha ragione a razionalizzare un settore che a volte vede la presenza di investimenti di ecomafie e speculazioni (come quella dell’utilizzo dei terreni agricoli). Però il tetto imposto (e per ora rinviato) degli 8.000 Megawatt (e poi basta incentivi!) denota di non voler credere troppo all’energia data da fonti rinnovabili (in Germania hanno fissato l’obiettivo a 52.000 megawatt al 2020… mentre in Italia si parla di soglia a 8.000 megawatt…). Fa pensare che in questo momento vi sia la volontà politica, nel campo energetico, di dirottare risorse verso altri settori che stanno per partire: ci riferiamo a quello del “nucleare”.  

da http://www.studioiesl.com/fotovoltaici.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   E’  pur vero (come appare in una articolo, qui di seguito in questo post, ripreso dal sito “alternativa sostenibile.it” che l’attuale concentrazione degli incentivi sulle sole “rinnovabili elettriche” sta dando risultati marginali un po’ deludenti rispetto alle promesse, e impedisce al nostro paese di imboccare con decisione la strada più innovativa, efficace e consona alle proprie caratteristiche: quella delle rinnovabili termiche, di quelle elettriche correttamente integrate negli edifici (come facciamo vedere nell’immagine appena qui sopra), delle tecnologie di efficienza energetica, degli interventi di riqualificazione del patrimonio immobiliare.

   La volontà di un ridimensionamento degli incentivi al fotovoltaico ha giustamente comunque creato sconcerto per molti imprenditori che su questo hanno investito, e che si vedono cambiare in corsa le regole del gioco. E questo non va bene ed è grave. Ancor di più sembra che ci sia sotto la contromossa delle imprese antagoniste impegnate sul’ipotesi dell’energia nucleare: cioè il sospetto di molti è che le fonti rinnovabili siano percepite come antagoniste del piano nucleare del governo. 

   Noi crediamo che si debba credere di più nelle energie alternative, specie il solare, e che gli investimenti pubblici semmai devono essere più mirati, cioè dati a chi si muove in modo serio e virtuoso. E a chi propone piani di sviluppo della propria produzione energetica in contesti pluriennali credibili di raggiungimento di un’ “autosufficienza economica”: cioè pensando a questi investimenti pubblici (gli incentivi) con lo scopo che man mano si riducano una volta che le aziende riescono da sole a fare economia e profitto. E non lascino il vuoto, cioè aziende che rinunciano all’autoproduzioone energetica una volta finito il sostegno statale.

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STRETTA SUL FOTOVOLTAICO: CALANO GLI INCENTIVI

di Roberto Giovannini, da “la Stampa” del 4/3/2011

– Salta il tetto agli 8 mila megawatt, ma la decisione slitta a giugno –

   Cambierà – ma soltanto da maggioil sistema degli incentivi alle fonti energetiche rinnovabili. Il che significa che, come aveva chiesto il ministro dell`Ambiente Stefania Prestigiacomo, non ci sarà la tagliola a quota 8000 MW di potenza installata di solare fotovoltaico, oltre il quale sarebbero stati azzerati gli incentivi economici per i produttori.

   Ma significa anche che, come voleva il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani, il sistema sarà rivisto a partire da giugno, nel segno di una riduzione (vedremo quanto consistente) dell`incentivo. E soprattutto che saranno stabiliti tetti annuali massimi alla potenza incentivabile, un sistema con cui la «tagliola» eliminata rispunterà dalla finestra.

   Ancora, per quanto riguarda l`energia di fonte eolica, scatta da subito un taglio retroattivo del sostegno economico effettuato attraverso gli acquisti obbligatori da parte del Gestore elettrico nazionale.

   Altre norme, volute dal ministro dell`Agricoltura Giancarlo Galan, limitano la possibilità di realizzare impianti fotovoltaici sui terreni agricoli, eccettuati quelli abbandonati da oltre cinque anni: sarà possibile infatti produrre al massimo 1 MW di energia fotovoltaica e utilizzare per gli impianti di produzione non più del 10% del terreno coltivabile in una singola tenuta.

   Dunque, sembra tutto sommato aver prevalso la linea del ministro Romani, che ritiene eccessivamente e ingiustificatamente elevato il sostegno economico assicurato all`energia elettrica «verde», considerato troppo costoso per il contribuente – che paga circa 1,70 euro al mese nella bolletta della luce – scarsamente mirato agli impianti più efficienti e innovativi per il contribuente, e tanto generoso da aver prodotto casi di «finti impianti» realizzati soltanto per mungere le casse pubbliche.

   Sempre Romani ha conquistato un punto importante: il futuro decreto per l`«adeguamento» (al ribasso) delle tariffe incentivanti sarà proprio lui a scriverlo, e Prestigiacomo si dovrà accontentare soltanto del «concerto». La titolare dell`Ambiente nei giorni scorsi aveva invece puntualizzato che il costo per la collettività è inferiore a quanto accade in altri paesi, e minore di quel che paghiamo (sempre in bolletta) per il decommissioning delle centrali nucleari.

   Altri osservatori ricordano che per le quote latte o per non far svolgere i prossimi referendum insieme alle amministrative si spendono e si spenderanno molti soldi; il problema è cosa si vuole incentivare e cosa no.

   «Da oggi ci sono più certezze e controlli», dice Stefania Prestigiacomo, convinta che sia stato raggiunto «un punto di equilibrio che terrà conto dell`obiettivo europeo del 17% di rinnovabili al 2020». «Nessuno stop – afferma Romani – ma impulso alla filiera produttiva dell`energia da fonti rinnovabili contrastando le speculazioni finanziarie che gravano inutilmente sulle bollette degli italiani».

   «E’ un disastro», commenta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Per gli ambientalisti di Wwf e Legambiente gli effetti negativi per il settore e per le energie pulite saranno drammatici. Intanto, ieri si è consumata una rottura tra governo e Regioni sul decreto legislativo per definire i criteri di localizzazioni delle centrali nucleari. Quattro Regioni – Piemonte, Lombardia, Campania e Veneto hanno espresso parere favorevole sul testo del governo, che era stato rivisto dopo la sentenza della Corte Costituzionale.

   Contrarie le altre, comprese regioni in mano al centrodestra, come Sardegna, Molise e Sicilia. «La macchina del nucleare procede spedita», replica il sottosegretario allo Sviluppo Economico Stefano Saglia.

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FOTOVOLTAICO APPESO AL FILO DEI BONUS

di Cristiano dell’Oste, da “il Sole 24ore” del 7/3/2011

– Un decreto deve ridefinire gli incentivi – Le associazioni contro il tetto annuo di potenza –

   Obiettivo 30 aprile: in mezzo alla bufera sul fotovoltaico, è questa la data che tutti gli addetti ai lavori hanno evidenziato in giallo sul calendario, perché segna il termine entro il quale devono essere definiti i nuovi incentivi.

   Termine non vincolante, ma decisivo per sbloccare un settore paralizzato dall`incertezza sui bonus destinati agli impianti solari che entreranno in funzione dal 1° giugno. «Sfido qualsiasi investitore a procedere con un progetto autorizzato e finanziato senza avere visibilità sui ritorni», dice Francesca Macchini, segretario generale di Assosolare.

   Il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, promette decisioni in tempi rapidi, dopo un confronto con le imprese e le banche. Di fatto, già da questa settimana i tecnici dello Sviluppo (e quelli dell`Ambiente, con cui il Dm va concertato) dovranno mettersi al lavoro, mentre nei giorni scorsi gli esperti delle sigle di categoria hanno iniziato a studiare possibili correttivi (e ricorsi) contro il decreto legislativo varato dal Governo per recepire la direttiva europea 2009/28/CE sulle rinnovabili.

   In base al decreto, i premi del terzo conto energia – inizialmente destinati a durare dal 2011 al 2013 – si applicheranno solo agli impianti allacciati alla rete elettrica entro il prossimo 31 maggio. Poi scatteranno i nuovi bonus, che saranno sicuramente più bassi e allineati a quelli europei. Anche se alcuni operatori temono che un ritardo nella stesura del Dm possa lasciare, più o meno a lungo, il settore senza certezze.

   Il primo intento del Governo è stato quello di limitare il peso degli incentivi, che vengono pagati dalle bollette elettriche di tutti: in questo, ha contato anche l`allarme lanciato dall`Autorità per l`energia, secondo cui il costo totale per l`incentivazione delle rinnovabili è stato di 3,4 miliardi nel 2010, di cui 800 milioni per il fotovoltaico, destinati a diventare 3 miliardi quest`anno.

   Le associazioni di categoria, però, non ci stanno. Macchini di Assosolare ribatte: «Gli 800 milioni del 2010 corrispondono ad appena 60 centesimi al mese, per un utente-tipo che spende 450 euro all`anno di elettricità. Mentre con una potenza installata di 8mila megaWatt il costo salirebbe a 1,60 euro al mese, e con 15mila megaWatt sarebbe di e euro, riducibili a 2,50 con il taglio dei bonus già programmato».

   Inoltre, bisogna ricordare che, insieme alle rinnovabili vere e proprie, gli utenti pagano in bolletta anche i bonus alle fonti «assimilate», che premiano tra l`altro gli scarti delle raffinerie. Senza dimenticare i vantaggi per le casse pubbliche: in base all`ultimo Solar energy report del Politecnico di Milano, nel 2009 l`erario, a fronte di incentivi per 450 milioni, ha incassato 300 milioni tra Ires, Irap e Ici.

   Nella “mossa” del Governo c`è poi la volontà di frenare le installazioni in zona agricola: le nuove regole impongono non più del 10% del terreno occupato dagli impianti, e non più di un megaWatt di potenza per impianto.

   Probabilmente, infine, hanno inciso anche le inchieste su truffe e infiltrazioni mafiose, le polemiche sulle installazioni in zone ambientali delicate e la volontà di puntare su altre fonti, anche se il ministro Romani assicura che nucleare e rinnovabili procederanno in parallelo.

   Polemiche sui costi a parte, resta un dato di fatto: gli incentivi concessi agli impianti entrati in funzione nel 2010 sono tra i più generosi al mondo e hanno innescato una crescita impressionante: se tutti gli impianti “dichiarati” grazie alla norma salva-Alcoa entreranno in funzione, l`Italia supererà entro giugno i 7mila megaWatt di potenza installata. Per rendersi conto del boom, basta confrontare il fenomeno italiano con quello tedesco. Ora, però, il rischio è di finire come la Spagna, dove il mercato si è fermato dopo la bolla del 2008.

   Oggi, infatti, gli operatori si trovano davanti a un calendario problematico. L`orizzonte temporale per l`allacciamento di un piccolo impianto è di 70 giorni lavorativi, che salgono a 150 per una struttura più importante, come un impianto da i MW sul tetto di un capannone. Per chi ha progetti autorizzati, finanziati o in corso (o anche appena finiti), rientrare nella scadenza di fine maggio è un giro di roulette: ecco perché alcune sigle parlano di taglio «retroattivo» e «incostituzionale».

   Inoltre, i nuovi incentivi avranno un tetto massimo di potenza agevolabile ogni anno. «Ma il cap rischia di essere più dannoso del taglio. Se si introduce un tetto, non deve essere assoluto, altrimenti si blocca qualsiasi programmazione», osserva Valerio Natalizia, a capo del Gifi, il gruppo imprese fotovoltaiche di Confindustria Anie.

   Il nodo è anche industriale: i capitali possono muoversi alla ricerca di occasioni migliori, come dimostra la fuga dalla Spagna. Le imprese, invece, pagherebbero un prezzo. Ed è vero che quasi tutti i moduli vengono dall`estero, ma in Italia si producono altre componenti. Secondo le stime delle categorie, la filiera conta mille aziende, 2o mila posti diretti e più di 100 mila indiretti.

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   A fine 2010 eravamo a 3 gigawatt di potenza fotovoltaica installata in Italia, su 150mila impianti. Ma questi sono solo gli impianti già collegati alla rete. In base alle stime del Gestore dei Servizi Energetici, la realtà potrebbe essere ben diversa: con i collegamenti in corso, potremmo arrivare addirittura a 7 gigawatt di potenza installata! Lo ha annunciato il Gse durante un’audizione informale in Senato.

Com’è potuto accadere un balzo di questa dimensione? Già l’aumento degli impianti collegati è spettacolare: nel solo anno 2010 la nuova potenza fotovoltaica installata è stata pari a 1.850 megawatt, con un incremento del 160% rispetto alla potenza entrata in esercizio nell’anno precedente (711 megawatt).

Oltre a questi, però, al Gse sono arrivate comunicazioni per circa 55.000 ulteriori impianti, con una potenza di 4.000 megawatt, in aggiunta agli impianti in esercizio sopra citati, a seguito della legge 129/2010, che prevede di riconoscere le tariffe 2010 agli impianti fotovoltaici che entreranno in esercizio entro giugno 2011, purché abbiano comunicato la fine dei lavori entro il 31 dicembre 2010.

Valutando queste ultime richieste si deduce che la potenza complessiva degli impianti installati, seppure non ancora tutti collegati alla rete elettrica, potrebbe essere pari, a fine 2010, a 7.000 megawatt su 200.000 impianti, contro i 1.142 megawatt di fine 2009.

In pratica, la corsa ai vecchi incentivi, più favorevoli rispetto alle nuove regole entrate in vigore all’inizio del 2011, ha provocato un’incredibile moltiplicazione della potenza installata per sei!

Di conseguenza, già nel corso del 2011 potrebbe essere raggiunto il target di 8.000 megawatt, che il Piano di Azione Nazionale sulle fonti rinnovabili ha previsto per l’anno 2020 per gli impianti fotovoltaici. Che cosa succederà dopo, è ancora tutto da capire…

(Cristiano dell’Oste da http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/ )

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ENEL & EDF LA LUNGA CORSA AL NUCLEARE

di Stefano Agnoli, da il “Corriere della Sera” del 7/3/2011

– Energia: le vie d`uscita in caso di blocco delle forniture africane –  Lo scontro tra il partito delle rinnovabili e la «lobby atomica» italo-francese – La crisi libica porterà a nuovi gasdotti e a limitare l’import di petrolio –  Ma per Conti e Proglio si aprono nuove opportunità –

Meno petrolio e più atomo. A leggerla così la lezione libica rischia di essere quanto meno riduttiva. È vero che i fautori dell`energia nucleare hanno subito approfittato delle interruzioni delle forniture di greggio e gas per portare acqua al loro mulino, ma la situazione appare un po` più complessa.

CHI VINCE E CHI PERDE

   Nell`immediato la lista di chi perde e chi guadagna con la crisi a Tripoli vede per ora dalla parte di chi sta passando dei guai l`Eni di Paolo Scaroni, che vende 9 miliardi di metri cubi di gas libico l`anno e produce mezzo milione di barili al giorno di petrolio (nel 2009). Per conoscere con maggior precisione gli effetti del blocco dei giacimenti basterà aspettare tre giorni: giovedì, a Londra, i manager del “Cane a sei zampe” affronteranno una delicata strategy presentation, ultimo appuntamento con gli investitori prima del rinnovo del consiglio.

   Qualche difficoltà la stanno passando anche i raffinatori, come la Saras dei Moratti (con Eni, Esso e Totalerg i maggiori importatori di petrolio da Tripoli), costretti a sostituire il pregiato greggio libico con il più caro «crude» del West Africa o del Caspio, arrivati a nuovi massimi. Tirano invece un sospiro di sollievo le aziende come Edison, Sorgenia, Gdf-Suez, tutte «lunghe» di gas, che possono invocare la causa di forza maggiore per non pagare le quantità non ritirate al fornitore Eni. Fin qui il bilancio dell`emergenza, scongiurata con il maggior ricorso al gas russo e agli stoccaggi.

ITGI E LIVORNO

   Ma che cosa potrebbe accadere in futuro? E a trarne vantaggio saranno solo i «nuclearisti», a partire dall`asse Enel-Edf di Fulvio Conti e Henri Proglio? Intanto l’ennesima crisi del sistema energetico non potrà condurre subito, e neppure nel medio termine, ad un allentamento della dipendenza da gas e petrolio. Al contrario: il blocco di una linea di rifornimento, e le prospettive di ripresa dei consumi dal 2012, potrebbero definitivamente far cadere ostacoli e timori per la realizzazione di altri gasdotti, o di rigassificatori.

   Accrescendo la diversificazione, ma accentuando anche la già elevata «gassificazione» italiana, oggi pari al 39% dei consumi energetici (il 40% per il petrolio). Quali? Il rigassificatore di Livorno, già in via di realizzazione con una capacità di 3,7 miliardi di metri cubi l`anno.

   Poi il gasdotto Itgi della Edison, il «corridoio sud» dalla Turchia che marcerà con gas azero. L`Azerbaigian, peraltro, è già tra i primi quattro fornitori di petrolio italiani, assieme a Libia, Russia, e (sorprendentemente) Iran. Con l’Itgi la dipendenza da un altro Stato dalle caratteristiche ben poco democratiche aumenterebbe. Ma tant`è.

   L`apporto delle due nuove infrastrutture, secondo la simulazione effettuate dall`Rse (autori Michele Benini, Andrea Grassi e Alessandro Zani), consentirebbe all`Italia di fronteggiare la chiusura per i cinque mesi invernali di un gasdotto cruciale come quello algerino – che vale più di tre volte il Greenstream libico – pagando però un dazio pesante: o l`esaurimento di tutto lo stoccaggio strategico, ipotesi però poco raccomandabile, oppure una «tassa» di 600 milioni di euro. Un fardello dovuto al maggiore import di elettricità dall`Ue e al forzato utilizzo delle centrali di «riserva» che vanno a olio combustibile.

   Una strategia simile a quella adottata con la crisi ucraina del 2005-06: si paga e si sporca un po’ di più per tenere al sicuro riscaldamenti e industrie. Per la futura Edison a controllo francese, destinata a diventare la «gas company» di Edf, uno scenario di questo genere si presenterebbe denso di aspettative. Ma per alleviare il peso della dipendenza è prevedibile che anche il tasso di «elettrificazione» dei consumi italiani sia destinato a salire, e che per produrre elettricità non si utilizzi altro gas.

CORDATE

   E’ su un`assunzione di questo genere che si basa il piano energetico del governo. E visto che in Italia, a differenza che in Francia (o in Svizzera), il riscaldamento delle case non è elettrico, sarà sull`elettricità per le industrie e per gli usi domestici che nucleare, carbone e energie rinnovabili potranno far leva per «rubare» quote di mercato al gas.

   Una competizione che, secondo i portabandiera delle energie «alternative», sta però partendo con il piede sbagliato. I nuovi limiti a potenza installata e incentivi allo studio del governo (compreso il tetto a 8mila megawatt) rischiano di ingabbiare lo sviluppo di tutto il settore. Insomma, per chiudere la brutta pagina degli incentivi alla rinnovabili – una corsa alla diligenza pagata dalle bollette degli italiani con 5,7 miliardi di euro l`anno – il rischio che si corre è di gettare il bambino con l`acqua sporca. Inevitabile lo strascico delle polemiche: dietro ai provvedimenti sulle rinnovabili, per chi li avversa, ci sarebbe anche la lobby del nucleare.

   Quella di Enel e di Edf, e dei tanti contractor interessati alla costruzione delle centrali. Per di più, se le intenzioni diventassero realtà, a Enel-Edf potrebbe unirsi anche la cordata GdfSuez-E.On. Oltre al gas, insomma, anche il nucleare italiano parlerebbe sempre più francese (e un po` tedesco).

AUTO ELETTRICA

   Ma ci sono anche nuove opportunità che potrebbero aprirsi. Perché se fino a ieri era quasi un dogma l`equazione «il petrolio è movimento e il gas è quiete» nel prossimo futuro la prospettiva potrebbe cambiare. Almeno per una parte significativa. Come? Con la progressiva introduzione sul mercato di auto elettriche (e ibride), che potrebbero iniziare a intaccare lo zoccolo duro dei consumi petroliferi, quelli di gasolio e benzina. Che, per inciso, valgono metà dei consumi petroliferi nazionali (35 milioni di tonnellate nel 2010 su 73 milioni complessivi).

   Una prospettiva troppo lontana? Di sicuro non dietro l`angolo, ma non molto più distante di quella dell`energia nucleare, il cui primo chilowattora si vedrà intorno al 2018-20, se tutto dovesse filare senza intoppi.

   Sempre secondo i calcoli dei ricercatori Rse (Michele Benini, Alberto Gelmini e Fabio Lanati), se nell`Italia del 2030 circolassero 10 milioni di veicoli elettrici si potrebbero togliere dalla circolazione 4 miliardi di litri di gasolio e benzina l`anno. All`incirca 150 mila barili al giorno, poco meno della metà dell`import dalla Libia del 2010 (362mila barili giorno secondo l`Unione petrolifera).

   Un altro territorio aperto per i grandi produttori di elettricità. Qualche timida iniziativa è già partita, Enel con Smart e A2A con Renault. Ma anche qui si profila una competizione: la Fiat, che poco crede all`auto elettrica e punta invece sull`auto a metano, potrebbe ritrovarsi dalla stessa parte dell`Eni (e di Edison). Contro un blocco «elettrico» nuclearista a forte presenza transalpina. (Stefano Agnoli)

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STOP ALLE SPECULAZIONI SULLE RINNOVABILI !

di Tommaso Tautonico, da http://www.alternativasostenibile.it/  del 14/1/2011 

   In questi giorni il Parlamento sta esaminando il decreto legislativo di recepimento della Direttiva europea 28/2009 che impegna l’Italia a coprire con il 17% di energia rinnovabile i consumi finali di energia entro il 2020. Cogliendo opportunamente questa occasione, il Governo ha predisposto un testo di riforma e di riordino dell’intera partita degli incentivi, definendo nuovi sistemi distinti per fonte e fra impianti di piccola taglia e grandi impianti industriali.

   Lo schema di decreto è complesso anche a causa delle procedure transitorie per il passaggio dall’attuale al nuovo sistema. La congruità delle nuove incentivazioni dipenderà soprattutto dai decreti attuativi e dal modo in cui verranno amministrati. Molti aspetti dello schema sono assai critici come la deregulation in materia di impianti a terra inferiori a 1 MW, altri sono di dubbia interpretazione.

   Ma una cosa è certa: con la riforma, il Governo e il Parlamento hanno deciso di affrontare le distorsioni speculative messe in evidenza in questi ultimi anni dalla nostra rete di ambientalisti attenti alla salvaguardia del territorio e del paesaggio, dai commentatori e dai giornalisti, dalla Magistratura con un gran numero di inchieste sull’ingresso nel settore della criminalità organizzata, dall’Autorità per l’energia con le stime sull’aggravio economico nelle bollette, e dal GSE con i dati a consuntivo che evidenziano un rapporto fra energia erogata e potenza installata inferiore alle aspettative.
   La riforma rappresenta, dunque, un’importante presa d’atto di denunce che non possono essere smentite né ignorate. Vanno, perciò, respinti gli attacchi delle lobby che vorrebbero demolirla, stralciandone gli articoli più significativi al solo scopo di mantenere le proprie posizioni di privilegio. Ma non basta: la riforma ha tempi lunghi di attuazione e non sarà operativa prima di un anno.

   Nel frattempo, rischiamo di assistere ad una corsa sfrenata alle nuove installazioni per acquisire i diritti vigenti prima che decadano. Le associazioni ambientaliste chiedono una moratoria di tutte le autorizzazioni per i nuovi impianti a terra fino a quando la riforma non sarà pienamente operativa. Se è vero che il sistema attuale non è più sostenibile, gli investimenti devono essere decisi solo in base alle nuove regole, quando esse saranno definitivamente approvate.
   Qualsiasi timore di non riuscire a raggiungere gli obiettivi europei a causa del blocco degli investimenti che una moratoria provocherebbe è infondato. E’ vero il contrario. L’attuale concentrazione degli incentivi sulle sole rinnovabili elettriche sta dando risultati marginali e deludenti e impedisce al nostro paese di imboccare con decisione la strada più innovativa, efficace e consona alle proprie caratteristiche: quella delle rinnovabili termiche, di quelle elettriche correttamente integrate negli edifici, delle tecnologie di efficienza energetica, degli interventi di riqualificazione del patrimonio immobiliare. Lo dicono le cifre ufficiali pubblicate dal Piano del Governo e dal Gse:

1) Negli ultimi 10 anni la potenza installata dell’eolico ha avuto un incremento del 34% annuo. Ciò significa che, mantenendo il sistema attuale, nel 2013 sarebbero già raggiunti e superati gli obiettivi definiti dal Piano del Governo per il 2020 (12.000 MW installati).

   A fronte di queste installazioni, il contributo effettivo dell’eolico ai consumi finali di energia è stato, nel 2009, dello 0,38%. Con i 12.000 MW installati al 2020, il PAN prevede una produzione di elettricità pari ad appena l’1,2% dei consumi finali di energia. Nel 2009 gli impianti eolici funzionanti hanno lavorato in media per sole 1.336 ore equivalenti a fronte di uno standard di 2.000 ore considerato competitivo in Europa. Occorre fermare al più presto questa corsa allo spreco di risorse economiche, che sono scarse non meno del prezioso territorio di cui disponiamo.
2) Quanto al fotovoltaico, osserviamo che dei 2.504 MW installati al 2009, ben il 66% sono impianti di oltre 50 kW, cioè grandi impianti, generalmente installati su terreni agricoli per lucrare con facilità, grazie agli incentivi attuali. Appena il 26,6% della potenza fotovoltaica riguarda impianti inferiori ai 20 kW, quelli cioè correttamente installati sui tetti e che vanno a beneficio diffuso delle famiglie. Quanto mai opportuna è quindi la norma a tutela dei terreni agricoli, voluta dal Ministro Galan. Inoltre, è certamente utile continuare ad assicurare il sostegno alla diffusione del fotovoltaico sui tetti di case e capannoni industriali. (Tommaso Tautonico)

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STOP ALLE SPECULAZIONI «VERDI»
Mercato dell’energia – La riforma delle regole 

di Jacopo Giliberto e Federico Rendina, da “il Sole 24ore” del 4/3/2011

   Gli incentivi alle energie rinnovabili diventano ufficialmente mobili, flessibili, e quindi più equi e meno speculativi. Perché tengono conto dell’evoluzione tecnologica e dei progressi di efficienza degli apparati. Così promette il governo.

   Che giovedì scorso (3 marzo) ha varato i decreti legislativi che recepiscono l’ennesimo pacchetto di direttive comunitarie sull’energia che assegnano al nostro paese l’obiettivo minimo del 17% di fonti “verdi” al 2020. Sotto i riflettori, in particolare, il decreto che riforma gli aiuti alle energie verdi mediando almeno un po’ rispetto alla linea del “taglione” annunciata dal ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, che aveva preannunciato un secco stop a tutti gli incentivi agli impianti oltre la soglia complessiva di 8mila megawatt.

   Soglia che, secondo alcune stime, il nostro paese starebbe per raggiungere a mesi (altre stime sono più pessimiste). Apprezza, seppur con posizioni variegate, la Confindustria. Che esprime «viva soddisfazione per la posizione di equilibrio» raggiunta dal consiglio dei ministri dopo l’attento lavoro dei ministri Stefania Prestigiacomo e Paolo Romani. Giusto l’«approccio per razionalizzare il sistema di incentivazione, garantendo sia il contenimento dei costi al 2020 sia la certezza del quadro normativo, indispensabile per programmare gli investimenti» assicurando «le basi per uno sviluppo razionale della green economy italiana».

   E anche il “Tavolo della domanda” di Confindustria, che rappresenta i comparti energivori, apprezza la «strada improntata alla razionalità e all’efficienza – dice il presidente del “tavolo”, Agostino Conte – evitando sovra-incentivazioni perniciose anche per lo stesso sviluppo del settore fonti rinnovabili».

   Ma lo strascico delle polemiche continua. Perché il nuovo decreto istituzionalizza comunque il principio della soglia insuperabile. Rinviando peraltro la definizione della sua entità, ma anche di molti dei meccanismi di applicazione dei relativi incentivi, a una serie di decreti periodici di adeguamento.

   Il primo decreto attuativo (quello di partenza del nuovo sistema) dovrà arrivare entro fine aprile per valere dal prossimo giugno, mentre fino a maggio rimarrà in vigore il vecchio sistema. Flessibilità e quindi equità perché «con la ridefinizione di parametri e quote, specie nel fotovoltaico» si assicurerà – rimarca il governo in una nota – «sostenibilità dei costi di incentivazione» scoraggiando «iniziative meramente speculative», garantendo così «una prospettiva di sviluppo di lungo periodo». «Nessun taglio, nessun tetto, nessuno stop allo sviluppo del settore» sostiene il ministro Romani ribadendo la sua ferma volontà di contrastare gli aggravi in bolletta.

   Punti fermi? Alcuni ce ne sono. A partire gradualmente dal 2013, entro il 2017 tutte le nuove costruzioni, ma anche quelle oggetto di importanti ristrutturazioni, dovranno ricorrere almeno al 50% di energia verde per le necessità energetiche.

   Contemporaneamente verranno promossi ma anche delimitati i “campi solari” nei terreni agricoli: massimo 10% della superficie con tetto di 1 megawatt. Mediazione e non drastici aggravi anche per il meccanismo dei certificati verdi: quelli in eccesso, cioè non acquistati dal mercato, saranno rilevati dal Gse ma al 78% del loro valore.

   Percorso coerente, insiste Romani. Che deve però fare i conti con le opposizioni politiche, gli ambientalisti e molte associazioni di categoria. Le associazioni Aper, Assosolare, Asso Energie Future, Ises, Grid Parity Project e Anie Gifi «stanno valutando se nel testo non vi siano elementi di incostituzionalità». Il presidente della Confindustria Anie, Guidalberto Guidi, cui aderiscono i produttori di componentistica per il fotovoltaico, auspica che il decreto «non penalizzi gli investimenti già in corso».

   Temeva peggio Federico Vecchioni, presidente della Confagricoltura: a Tortona durante il convegno su Agroenergia promosso da Energetica ha espresso complimenti al ministro Giancarlo Galan perché il decreto garantisce sviluppo per il settore dell’agroenergia che (analisi Althesys) vale 20 miliardi di euro. Perplesso il deputato Pd Federico Testa: «Si può essere d’accordo sul ridurre gli incentivi, ma non cambiare di continuo le regole: significa non capire come funzionano i mercati e fare scappare gli investitori».

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(prima del decreto dei tagli del contributo pubblico del 3 marzo scorso): 

PERCHE’ UN IMPIANTO FOTOVOLTAICO DI PRODUZIONE ENERGETICA NELLA PROPRIA (PICCOLA O MEDIA) AZIENDA

diCristiano dell’Oste, da http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/

   Produrre elettricità pulita, risparmiare sulla bolletta energetica e guadagnare con gli incentivi. Un impianto fotovoltaico sul tetto del capannone può essere la quadratura del cerchio per una piccola impresa. (…)il costo dei moduli fotovoltaici è diminuito negli ultimi anni –, ma che certo impone attenzione. (Le cose da sapere per un impianto su misura).

Costi e benefici
I vantaggi economici del fotovoltaico sono almeno tre:
■ ogni chilowattora di energia elettrica prodotta riceve per 20 anni un contributo pubblico (tariffa incentivante) erogato dal Gse, il Gestore dei servizi energetici;
■ l’energia prodotta e immediatamente consumata riduce il peso della bolletta elettrica;
■ l’energia ceduta alla rete, perché non utilizzata dall’impresa, viene comunque remunerata: con il meccanismo dello scambio sul posto (per impianti fino a 200 kW) o con la vendita (per impianti più grandi, e in questo caso quasi tutte le imprese scelgono il ritiro a prezzo fisso da parte del Gse anziché la vendita sul mercato). Sul lato dei costi, invece, bisogna mettere in conto l’investimento iniziale, le spese per la manutenzione periodica e il premio delle polizze contro furti e danni.

Il ritorno dell’investimento
Se il meccanismo è ben congegnato, senza prestiti bancari, l’investimento si ripaga in 6-7 anni. Se invece si ricorre a un finanziamento – cosa che fanno quasi tutti gli imprenditori che installano il fotovoltaico – i tempi si allungano, e si può arrivare anche a 17 anni, a causa della spesa per gli interessi. Anche in questo caso, però, un impianto ben progettato garantisce fin dal primo anno un saldo attivo al suo titolare, tra incentivi e risparmi in bolletta. La difficoltà, se mai, potrebbe essere l’accesso al credito, soprattutto per le aziende meno solide. «Anche se l’investimento viene ripagato dagli incentivi pubblici, le banche non lo vedono mai come un prestito autoliquidante, ma piuttosto come un prestito che va a ridurre il “castelletto” dell’impresa», spiega Renato Cremonesi, presidente di Cremonesi Consulenze.

Questo è tanto più vero considerando che nessuna piccola impresa apre una società separata per gestire il fotovoltaico, come spiega Paolo Vignando, partner allo studio legale Macchi di Cellere Gangemi: «La costituzione e la gestione di una società dedicata finirebbe per azzerare gli eventuali vantaggi. Non dimentichiamo che l’impianto fotovoltaico è un investimento che si ammortizza fiscalmente in 11 anni, scontando ogni anno il 9% dell’importo iniziale». Per chi non riesce a ottenere un prestito, l’alternativa è rivolgersi a una delle società che – semplificando – costruiscono l’impianto a proprie spese sul tetto del capannone, incassano gli incentivi e “regalano” l’elettricità al proprietario dell’edificio. Ma è evidente che così l’imprenditore perde la piena disponibilità dell’immobile per 20 anni.

Il progetto
Per decidere come procedere, il Gifi, Gruppo imprese fotovoltaiche italiane di Anie, consiglia quattro mosse preliminari:
■ verificare i consumi elettrici dell’azienda;
■ valutare con un tecnico/progettista l’opportunità di un impianto per consumo totale o parziale dell’energia prodotta;
■ valutare eventuali soluzioni architettoniche innovative/integrate;
■ accertare l’iter autorizzativo per la realizzazione dell’impianto in funzione delle potenze e degli eventuali vincoli.

Nella fase preliminare, inoltre, suggerisce Cremonesi, «bisognerebbe sempre partire da una diagnosi energetica di tutto l’edificio: gli immobili industriali e i cicli produttivi spesso hanno margini enormi di riduzione dei consumi e si potrebbero individuare soluzioni alternative o abbinate al fotovoltaico». Anche perché per chi migliora l’indice di prestazione energetica dell’edificio, scatta una maggiorazione fino al 30% degli incentivi.

Una volta deciso per il fotovoltaico, conviene individuare operatori che prendano in carico tutti gli aspetti tecnici e burocratici, evitando il collage e il fai-da-te. «Meglio se questo main contractor è anche in grado di offrire un contratto di manutenzione decennale. In generale, in assenza di criteri universali, vanno privilegiati gli operatori che abbiano una lunga esperienza impiantistica e che siano conosciuti su piazza», osserva Tiziano Dones, di T&G Sistemi, società specializzata nel settore. Quanto alla taglia, prosegue Dones, «noi consigliamo l’investimento in misura necessaria a coprire il fabbisogno energetico: questa è la scelta che ha in sé la miglior redditività; poi dipende dalla situazione del cliente».

La spesa totale
Oggi per 1.800-1.900 euro al kW di potenza si possono acquistare sul mercato moduli di buona qualità, ma si può scendere fino a 1.100-1.200 euro. «Trattandosi di un investimento, però, non conviene risparmiare sulle componenti installate, per non assumersi rischi eccessivi», aggiunge Dones.
Il costo dell’impianto “chiavi in mano”, naturalmente, è più alto di quello dei singoli componenti, e dipende dalla taglia della struttura e dalle difficoltà di installazione. Un impianto da 20 kWp potrebbe costare 4.200 euro al kW se la posa in opera non è complicata. Mentre un impianto da 100 kWp si colloca in un range inferiore, con un costo totale da 350mila a 400mila euro.

LE COSE DA SAPERE PER SCEGLIERE UN IMPIANTO SU MISURA

LE REGOLE
01| L’INCENTIVO
Il conto energia prevede che per 20 anni tutta l’elettricità prodotta dall’impianto fotovoltaico (autoconsumata o immessa in rete, non fa differenza) venga “ricompensata” con un contributo pubblico, chiamato tariffa incentivante. Ad esempio, un impianto su un edificio in Lombardia, con una potenza di 200 kWp, entrato in servizio nei primi quattro mesi del 2011, il primo anno riceverà circa 85mila euro di contributi, mentre al Sud Italia l’importo sarebbe più alto. L’incentivo è versato dal Gse con cadenza mensile o bimestrale a seconda del regime di cessione.

02| RAPPORTI CON LA RETE
Un impianto fotovoltaico non produce energia con il buio e ne produce meno in inverno o quando il cielo è più coperto. Quindi può capitare che il titolare dell’impianto si trovi a dover utilizzare elettricità che non produce (prelevandola dalla rete elettrica) o a produrre elettricità che non utilizza (cedendola alla rete).

03| LO SCAMBIO SUL POSTO
L’energia prelevata dalla rete va sempre pagata al proprio fornitore, ad esempio l’Enel. Poi, però, per gli impianti fino a 200 kWp di potenza, si può scegliere lo scambio sul posto, un meccanismo che consente di “compensare” il valore di prelievi e cessioni. Ogni anno il Gse valorizzerà l’elettricità ceduta alla rete e verserà un contributo in conto scambio, che tiene conto sia del valore dell’energia sia delle altre componenti della bolletta elettrica. Dopodiché, se alla fine dell’anno ci sarà un “credito”, il titolare potrà scegliere se utilizzarlo negli anni seguenti o farselo liquidare dal Gse.

04 | LA VENDITA DI ENERGIA
Gli impianti oltre i 200 kW di potenza non hanno lo scambio sul posto e devono vendere l’energia che cedono alla rete, scegliendo tra due opzioni: il ritiro da parte del Gse a prezzo minimo garantito (la via più praticata) e la vendita sul mercato elettrico (riservata a chi fa dell’energia il proprio business principale).

05 | FISCO E IMPOSTE
La tariffa incentivante è esente da Iva, ma fa reddito ai fini dell’imposte dirette e dell’Irap (infatti il Gse la versa alle imprese applicando una ritenuta del 4%). Per le imprese che scelgono lo scambio sul posto, il contributo in conto scambio costituisce reddito ed è soggetto Iva. Anche i proventi dalla vendita di energia, oltre a essere soggetti alle imposte dirette e all’Irap, sono sottoposti al prelievo Iva del 20 per cento.

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   La realtà del fotovoltaico italiano, però, non è fatta solo di luci. C’è la produzione di energia pulita, con 2mila MW di potenza installata alla fine della scorsa settimana. Ci sono i vantaggi per l’ambiente, con un aiuto a raggiungere gli obiettivi previsti dall’Unione europea per il 2020. Ma ci sono anche le voci critiche. Qualcuno ricorda che l’energia solare è molto costosa e che, senza gli incentivi, sarebbe in perdita. Qualcun altro evidenzia che la maggior parte dei moduli installati in Italia è di produzione asiatica, tedesca o statunitense. E qualcun altro ancora punta il dito contro l’assurdità dei pannelli installati al posto dei campi di grano in Pianura Padana, degli uliveti in Puglia e delle vigne in Piemonte.

   «Sappiamo che il fotovoltaico non può rappresentare l’unica via, ma deve rientrare in un mix di fonti diverse», replica Valerio Natalizia, presidente del Gifi, il Gruppo imprese fotovoltaiche italiane, aderente a Confindustria Anie. «Chi critica il costo degli incentivi – continua – non conteggia le ricadute positive in termini occupazionali e fiscali, e non considera che i bonus servono ad accompagnare la crescita della tecnologia e a renderla autosufficiente».
   Quanto all’assenza di un’industria italiana, secondo il Gifi i moduli incidono solo per il 50% del costo dell’impianto e per il 30% della manodopera impiegata. In Italia – stima ancora il Gifi – la filiera del fotovoltaico dà lavoro a circa 20mila addetti, impiegati nella produzione di inverter e componenti, nell’installazione e nella manutenzione.

  Sulle installazioni in zone sensibili, invece, tocca agli enti locali vigilare. In attesa che vengano finalmente dipanate le regole sui permessi edilizi: un groviglio che genera incertezze per gli operatori e apre crepe in cui possono insinuarsi le iniziative illecite della criminalità. È quanto ha chiesto anche l’Aper, l’associazione dei produttori di energia da fonti rinnovabili, auspicando che «un corretto recepimento delle linee guida nazionali» permetta di «superare la frammentazione normativa creatasi e incentivare il tessuto industriale favorendo gli investimenti nella green economy».
   A imporre grande attenzione da parte degli enti locali è anche l’arrivo dei capitali internazionali. Già oggi in Italia i 110mila impianti di piccola taglia (sotto i 20 kW) generano solo il 30% della potenza installata, mentre il resto è riconducibile agli 8mila impianti più grandi. E la tendenza sarà ancora più evidente nei prossimi anni.
   Peraltro, l’arrivo dei grandi player non toglie spazio né alle famiglie, né alle Pmi che vogliano installare un impianto sul tetto di casa o sul capannone aziendale. Anzi, è proprio per le strutture domestiche che gli incentivi sono più ricchi. Il rischio, semmai, è che il livello elevato dei bonus impedisca di sviluppare una piena concorrenza sui prezzi. «I grandi operatori hanno consulenti in grado di ottimizzare il costo degli investimenti – afferma Montanino –, mentre per le famiglie abbiamo ancora notizia di installatori che praticano prezzi ingiustificati: ecco perché è importante individuare i soggetti giusti cui rivolgersi». (Cristiano dell’Oste da http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/ )

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VIA DALLE CAMPAGNE: I PANNELLI SOLARI STANNO MEGLIO IN CITTA’

– Il fotovoltaico va concentrato nei centri urbani, per non danneggiare le biodiversità. L’automatismo per cui l’energia rinnovabile è sempre sostenibile è sbagliato  

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 17/4/2010
   Il fotovoltaico è diventato una delle tecnologie portanti del nuovo modello energetico che si sta affacciando grazie alla terza rivoluzione industriale, la “rivoluzione verde”. Vi sono tuttavia crescenti perplessità sul suo uso intensivo e centralizzato, che coinvolge molti terreni agricoli d´Italia e d´Europa. Se si configura secondo il modello energetico cui siamo stati abituati, il fotovoltaico rischia infatti di fare danni quali erosione dei suoli, perdita di fertilità, di terreni agricoli, di biodiversità, cibi e sovranità alimentare.
   Sia chiaro: il fotovoltaico rimane centrale nella rivoluzione energetica, bisogna soltanto fare in modo che non comprometta altre risorse utili e sfrutti invece la miriade di spazi a lui più adatti. Sono questioni che vanno prese seriamente come dimostra uno studio scientifico dell´Arpa Puglia inviato alla Regione il 2 marzo scorso.

   Nel 2009 la stima dell’Arpa è che siano stati installati in Puglia impianti fotovoltaici per 738 MW, impegnando una superficie agricola di circa 2.214 ettari, mentre nei primi due mesi del 2010 sono giunte richieste di installazioni a fronte di altri possibili 1217 ettari rubati all’agricoltura: un vero boom, giustificato dallo sforzo dell’amministrazione di portarsi avanti nel raggiungimento del famoso obiettivo 20-20-20 (la riduzione del venti per cento delle emissioni di CO2 e l´implementazione del 20 per cento dell’energia totale prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020). Sforzo apprezzabile ma che in questo caso merita cautela: questi impianti hanno un impatto ambientale da tenere assolutamente in considerazione se, come sta avvenendo, sono fortemente concentrati in alcune aree.
   Con distese enormi di pannelli fotovoltaici i suoli sottostanti perdono permeabilità; l’attività biologica tende a morire dando luogo a fenomeni di desertificazione che ne decreterebbero l’infertilità e aumenterebbero il pericolo di alluvioni. Inoltre non si può calcolare che succederà quando tutti questi pannelli andranno smaltiti.
Si tenga poi conto che le reti energetiche che abbiamo non sono ancora pronte a tali incrementi: basti il dato che in Puglia le perdite di energia per trasmissione sulla rete ammontano a circa il 70 per cento dell´energia prodotta da fonti rinnovabili.
   “Andiamoci piano con i pannelli”, verrebbe da dire, ma il problema vero non sono i pannelli: è una visione che risente ancora della vecchia logica centralistica delle energie fossili, secondo cui bisogna “concentrare” in poche centrali la produzione, quando invece le fonti del 20-20-20 (il sole, il vento, l´acqua, la biomassa) sono per loro natura distribuite e non concentrate come l´uranio, il gas, il carbone o il petrolio.
   Questa idea che le energie rinnovabili vadano raccolte in “grandi centrali” anziché in milioni di piccole installazioni distribuite, è l´ibrido per cui le energie del futuro andrebbero prodotte secondo le logiche del passato. Ciò provoca l´equivoco di fondo secondo cui l´energia rinnovabile sarebbe “sostenibile” per definizione, mentre non è così. Se si creano dei danni ambientali, anche il fotovoltaico (e qualunque altra tecnologia rinnovabile) diventa “insostenibile”.
   In realtà c´è un modo sostenibile di inserire il fotovoltaico nel mix energetico e nel contesto agricolo. Per farlo bisogna privilegiare l´autoconsumo e la produzione più distribuita possibile. In pratica questo si traduce con politiche mirate a portare il fotovoltaico sui tetti in ambito urbano e industriale – e in luoghi abbandonati, come capannoni o strade dismesse – mentre per quanto riguarda l´ambito agricolo, a seguire regole che lo rendono compatibile con la sovranità alimentare del territorio e la produzione locale del cibo.
   Esistono oggi tecnologie come il fotovoltaico su serra; quello per azionare pompe irrigue e sistemi di refrigerazione o altri consumi legati alla trasformazione: sono sostenibili. Per quanto riguarda i terreni coltivati poi, nulla vieta di utilizzare pannelli montati su piloni abbastanza alti da permettere la coltivazione dei prodotti nella terra sottostante.
   All´impiego in aree agricole bisogna però aggiungere le enormi potenzialità in ambito urbano e industriale: da uno studio condotto in Sicilia, emerge che anche utilizzando soltanto il 6,5 per cento delle superfici disponibili su fabbricati sia residenziali, sia industriali nella regione, si potrebbe ottenere una potenza superiore a quella complessiva già installata su tutto il territorio nazionale.
   Un modello distributivo di questo tipo, oltre a permettere un’integrazione nel tessuto urbano, industriale e rurale, garantisce anche un altro enorme vantaggio: la redistribuzione della ricchezza prodotta dall´energia.    Si darà lavoro a migliaia di piccole e medie aziende installatrici e se ne creeranno di nuove; ma anche il cittadino, il piccolo imprenditore e chiunque disponga di una superficie adatta, potranno godere del reddito supplementare ventennale garantito dall´incentivo statale.
   La sfida futura per i governi sarà quella di promuovere un modello distribuito: le regioni che per prime lo implementeranno permetteranno a tutti, e non solo ai grandi gruppi finanziari e alle banche, una reale uscita dalla crisi e una crescita duratura e legata alle risorse del territorio, a sistemi di economia locale.  (Carlo Petrini)

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TENSIONI SUL DECRETO RINNOVABILI

di Jacopo Giliberto e Federico Rendina, da “il Sole 24ore” del 5/3/2011

– Le imprese del solare e dell`eolico pronte a impugnare il provvedimento davanti alla Consulta – Appello al presidente della Repubblica: «A rischio diecimila posti» –

   Un appello, già partito, al presidente della repubblica Giorgio Napolitano perché non firmi il decreto legislativo. Poi, in caso di insuccesso, un ricorso alla corte costituzionale. Intanto una raccomandazione alle regioni perché il decreto “ammazza rinnovabili”, così lo chiamano i contestatori, venga impugnato con tutti i mezzi possibili e in tutte le sedi plausibili. E, nel mentre, un ricorso parallelo all`Unione europea.

   Si parla di migliaia di persone pronte a finire in cassa integrazione (Valerio Natalizia del Gifi Confindustria Anie, eccede in pessimismo e azzarda 10mila addetti in cassa). Gli imprenditori parlano di nottate passate a rifare i business plan, di progetti congelati a decine, di telefonate algide con cui le banche sospendono i piani di finanziamento.

   Più colpiti sembrano i settori dell`energia fotovoltaica e dell`eolico; meno sensibile il settore delle agroenergie; qualche soddisfazione per segmenti come l`edilizia sostenibile; i consumatori industriali di energia attendono che la riduzione degli incentivi alleggerisca le bollette elettriche.

   Le principali associazioni degli imprenditori delle energie rinnovabili sono in allarme per i contenuti del decreto di razionalizzazione dei sussidi alle energie verdi appena varato dal governo. E si dicono convinte delle loro buone ragioni. Ci sono forti profili incostituzionali – sostengono – dietro una «mistificazione di un provvedimento che dovrebbe razionalizzare un settore che aveva effettivamente bisogno di qualche intervento», ma che invece «lo uccide con effetto praticamente immediato».

   Aper, AssoEnergieFuture, Assosolare, Gifi-Anie. Tutti insieme sul piede di guerra. La violazione costituzionale sarebbe evidente perché, tra l`altro, il governo non avrebbe «in alcun modo recepito la direttiva europea che traccia uno sviluppo e non un ridimensionamento delle rinnovabili».

   Né si sarebbe tenuto conto dei «pareri espressi dalle commissioni parlamentari» configurando in maniera inequivocabile un eccesso di delega. Ma ci sarebbe una violazione costituzionale addirittura “a monte”. Perché, insistono le associazioni, il decreto legislativo «mina la certezza del diritto», quando ridefinisce in forma retroattiva le sovvenzioni già promesse e praticamente assegnate. E poi (altra palese violazione della carta, accusano le associazioni) il testo del provvedimento è stato varato «senza un`intesa con le regioni, che si erano pronunciate su un testo sostanzialmente diverso» afferma Pietro Pacchione, consigliere delegato di Aper.

   «La scelta del governo è stata irresponsabile. Non si rende conto – incalza Gianni Chianetta, presidente di Assosolare delle conseguenze economiche e sociali». Perché il provvedimento ha immediatamente bloccato i cantieri in corso e quelli che stavano per partire. A breve si vedranno i drammatici effetti sull`occupazione e sulle imprese».

   Le cifre in gioco? Cassa integrazione in arrivo per «oltre 10mila unità – ripete Valerio Natalizia, presidente di Gifi – direttamente impegnate nel settore». A fronte di un «blocco degli investimenti programmati per i prossimi mesi per oltre 40 miliardi, il blocco immediato di ordini di apparati già in corso per circa 8 miliardi e contratti già stipulati per circa 20 miliardi». Ecco che «tutti gli investitori nazionali e internazionali si sono fermati».

   Gli istituti finanziari confermano. Le banche «hanno già fermato i finanziamenti ai progetti fotovoltaici e stanno facendo una forte riflessione» e nei prossimi giorni si riuniranno gli strateghi dell`Abi «per valutare l`impatto del provvedimento», fa sapere Pio Forte, di Unicredit Leasing. Non a caso il ministro Paolo Romani si è impegnato: «Voglio prima incontrare direttamente i principali protagonisti tra banche e imprese interessate al settore».

   Da Tortona, dove è in corso il congresso sulle agroenergie, gli imprenditori fanno le prime stime sulle conseguenze del decreto: c`è l`incertezza degli investitori ma emerge la tenuta sostanziale del settore dell`energia ricavata da materie prime agricole. «Ritengo corretto porre un freno allo sviluppo un po` drogato del fotovoltaico italiano», commenta il senatore Andrea Fluttero.

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RINNOVABILI, RISCHIO-BLOCCO PER 40 MILIARDI DI COMMESSE (e le banche cominciano a chiudere il credito)

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 5/3/2011

   Le banche chiudono il credito. Quaranta miliardi di commesse si bloccano. Diecimila lavoratori rischiano la cassa integrazione. E` il risultato delle scelte governative che di fatto hanno paralizzato il settore delle energie rinnovabili per il cui rilancio l`Italia si era impegnata in sede europea. Sono bastate 24 ore per misurare la precarietà della mediazione strappata in Consiglio dei ministri dal responsabile dell`Ambiente Stefania Prestigiacomo, incalzata dal pressing del dicastero dello Sviluppo Economico che aveva alimentato la voce di un tetto capestro per il fotovoltaico.

   Alla fine il limite di 8 mila megawatt al 2020 per il solare (sei volte e mezza più basso dell`obiettivo tedesco) è saltato, ma in cambio è stata smantellata la programmazione del sistema degli incentivi rendendo il settore inaffidabile dal punto di vista del credito. E per l`eolico le misure di sostegno sono state decurtate del 22 per cento.

   «L`approvazione del decreto legislativo sulle energie rinnovabili ci lascia perplessi e molto preoccupati», ha commentato Maurizio Flammini, presidente di Pmiltalia, l`associazione delle piccole e medie imprese italiane. «Il mondo bancario è preoccupato. Le banche si sono fermate e stanno facendo una forte riflessione», ha aggiunto Pio Forte, del centro di Unicredit specializzato in finanziamento alle rinnovabili. Un quadro che ha spinto le aziende a una rapida risposta.

   Aldo Meneghelli, amministratore delegato di Sharp Italia, ha parlato di «una doccia fredda» che mette in discussione l`accordo tra ST Microelectroncis, Enel e Sharp per un grande impianto di produzione di pannelli fotovoltaici a Catania. Le associazioni del settore (Aper, Assosolare, Asso Energie Future, Gifi) stanno studiando azioni legali presso le istituzioni europee e lanciano un appello al presidente della Repubblica perché non firmi un decreto »incostituzionale perché viola uno dei principi cardine del nostro ordinamento che è la certezza del diritto» e perché è un «atto arbitrario del governo senza l`intesa con le Regioni che si sono pronunciate su un testo sostanzialmente diverso da quello approvato dal Consiglio dei ministri».  

   Secondo le valutazioni di Valerio Natalizia, presidente di Gifi, «il decreto determina sin da subito effetti pesantemente negativi quali il ricorso immediato alla cassa integrazione straordinaria, stimabile in 10 mila persone, e il blocco degli investimenti per i prossimi mesi di oltre 40 miliardi di euro».

   Intanto, mentre il ministro dello Sviluppo Economico cerca di correre ai ripari annunciando un incontro con le banche per evitare la paralisi del settore, la questione assume una sempre più evidente connotazione politica: alle accuse dell`opposizione si sommano quelle dei gruppi parlamentari più attenti alle esigenze del Meridione.

   Forza del Sud, il movimento che all`interno del Pdl fa capo a Gianfranco Miccichè, ha definito incostituzionale il decreto e ha annunciato: «Ci faremo promotori di forti iniziative a salvaguardia dei 150 mila addetti al settore delle rinnovabili». Luciano Sardelli, capogruppo di Iniziativa Responsabile, ha proposto un incontro su questi temi di tutti i parlamentari del Sud chiedendo «l`immediato azzeramento del vertice del Gestore dei servizi elettrici» colpevole di «improvvide e inesatte previsioni». (Antonio Cianciullo)

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DIALOGO SULLA NATURA E SUL PATTO PER SALVARLA

di Carlo Petrini e Jeremy Rifkin, da “la Repubblica” del 9/6/2010

– Nel ricondurre i nostri cibi alla natura e alla ragione può essere la base della necessaria rivoluzione antropologica –

Petrini: Caro Jeremy, trovo ci siano straordinarie similitudini e parallelismi tra la nuova politica energetica che tu promuovi e la nuova politica alimentare che cerchiamo di portare avanti con Slow Food. La politica alimentare, infatti, si deve basare sul concetto che l´energia primaria della vita è il cibo. Se il cibo è energia allora dobbiamo prendere atto che l´attuale sistema di produzione alimentare è fallimentare.
   Le prime due idee che, secondo me, condividiamo sono il rifiuto di sistemi troppo centralizzati e il ritorno a una concezione olistica della nostra esistenza su questo pianeta. Il vero problema è che da un lato c’è una visione centralizzata dell´agricoltura, fatta di monoculture e allevamenti intensivi altamente insostenibili, e dall´altro è stata completamente rifiutata la logica olistica, che dovrebbe essere innata in agricoltura, per sposare logiche meccaniciste e riduzioniste.

   Una visione meccanicista finisce con il ridurre il valore del cibo a una mera commodity, una semplice merce. È per questo che, per quanto riguarda il cibo, abbiamo ormai perso la percezione della differenza tra valore e prezzo: facciamo tutti molta attenzione a quanto costa, ma non più al suo profondo significato. Inoltre, con questo sistema, abbiamo ridotto i contadini in ogni angolo del mondo alla disperazione. Non si può più andare avanti in questo modo, bisogna cambiare paradigma».
Rifkin: È interessante quello che dici, Carlo, perché nei corsi che io tengo ai supermanager di grandi imprese globali alla più antica Scuola di Economia del mondo (Warthon in Pennsylvania ndr) miro proprio a ri-orientare il pensiero. La prima cosa che dico sempre è che la base dell´economia del pianeta è la fotosintesi.

   Con l´energia del sole creiamo la vita. Esistiamo soltanto da 175 mila anni e rappresentiamo solo lo 0,5 per cento dell´intera biomassa vivente sul pianeta, ma stiamo usando il 24% di tutta l´energia generata dalla fotosintesi sulla terra. Siamo mostri. Stiamo divorando il nostro pianeta. Continuando di questo passo nei prossimi 20 o 30 anni arriveremo a usare la metà della fotosintesi del pianeta. Non ce la faremo.
   L´agricoltura in questo processo è centrale, perché è la base della civilizzazione. Solo se hai una forte società agricola puoi procedere a creare una società industriale sopra questa struttura. E quindi una società di servizi. Se crolla la base, cioè l´agricoltura basata sulla fotosintesi, tutta la piramide collassa. Noi produciamo il nostro cibo in un sistema energetico molto centralizzato, con una grandissima dissipazione di energie fossili.

   Queste energie sono concentrate e distribuite dal centro verso la periferia. Il loro sfruttamento presuppone un´alta intensità di capitali che ne determina un´organizzazione verticistica. Viviamo in un regime energetico, tra i più patriarcali e centralizzati della storia.
   Hai ragione, l´agricoltura per sua natura non è centralizzata. Invece si è cercato di trasformarla per renderla compatibile con questo regime energetico: si è creata la “agro-industria” e abbiamo completamente divorziato dalla natura, quasi che l´ambiente fosse il nemico. Non è un caso che abbiamo sviluppato gli attuali pesticidi dopo la seconda guerra mondiale, prima li abbiamo utilizzati per fare la guerra e poi per l´agricoltura. La nostra agricoltura è basata su un modello di guerra. Invece ciò che m´impressiona di più del movimento Slow Food è proprio l´approccio olistico nei confronti del cibo.
Petrini: Pensa che per questo molte volte ci accusano di passatismo. Però io credo che il passato non si debba dimenticare. Per esempio sarebbe necessario tornare all´atteggiamento dei contadini che progettavano le attività da impiantare sul loro fondo. Era una visione che partiva da un approccio complesso, di attenzione alle interconnessioni, che otteneva la maggiore efficienza dall´ambiente circostante senza comprometterlo.

   L´uomo collaborava con la natura. Quando sento le tue teorie rispetto all´energia mi pare che sia di nuovo questo il concetto: noi non possiamo muoverci in maniera monoproduttiva. Dovremmo seguire l´esempio dei contadini che decidevano cosa fare nei loro possedimenti e questa potrebbe essere una buona pratica culturale, da sperimentare in tutti gli ambiti umani. Significa ritrovare quello che il mio amico Wendell Berry definisce “spirito di adattamento locale”.
Rifkin: Abbiamo una generazione che sta crescendo con internet. Una rivoluzione rispetto alla comunicazione centralizzata in cui siamo cresciuti io e te: radio, cinema, tv. Tutto dall´alto verso il basso. Oggi invece i giovani con in mano un Blackberry o un i-Phone possono creare la loro informazione, i loro video, audio e testi, immagazzinarli in formato digitale e condividerli.

   Questa rivoluzione è distribuita, è open source, è collaborativa e ha luogo in territori virtuali che sono beni comuni condivisi, dei commons. Una volta anche nell´agricoltura e in ogni altra attività economica la gente condivideva i commons e ne raccoglieva i frutti collettivamente.

   Poi anche l´agricoltura è diventata egoistica, materialista. La vera natura umana invece è data dal fatto che nasciamo biologicamente interconnessi, siamo le creature più empatiche del mondo. Quello che Slow Food fa, ed è la prima volta che lo vedo nella mia vita, è prendere questa guida base dell´empatia ed estenderla alle nostre scelte alimentari, alla nostra Terra Madre, a ogni forma di vita su questo pianeta.

Petrini: Quando mi chiedono com´è stato possibile, senza grandi risorse, realizzare una rete come quella di Terra Madre, che oggi conta più di 6 mila comunità in 153 Paesi del mondo, io rispondo che le due colonne portanti sono l´intelligenza affettiva e un´austera anarchia. L´intelligenza affettiva altro non è se non l´empatia di cui parli tu, la forza di una fraternità che non dimentichiamo essere stato il terzo valore della rivoluzione francese.

   Ma è stato anche quello più dimenticato. Oggi siamo pieni d´intelligenza razionale e manca l´intelligenza affettiva. Per austera anarchia invece intendo la libertà da parte delle comunità di essere se stesse fino in fondo. Questo significa soprattutto difendere, portare in evidenza la sovranità alimentare e quella della conoscenza: ogni popolo, ogni comunità ha il diritto di scegliere cosa mangiare, cosa seminare e come comunicare.

   Ha diritto alla propria identità. In questo momento storico, poi, mi pare che la sovranità della conoscenza sia fondamentale. I nuovi strumenti come internet e l´accesso più immediato ad audiovisivi credo possano farci uscire dalla monocultura dello scritto che non c´era nelle società contadine, abituate alla comunicazione orale.

   Con la monocultura dello scritto si sono estromesse dalla conoscenza persone come gli indigeni, i contadini, le donne, gli anziani e adesso anche quei giovani protagonisti della nuova rivoluzione della comunicazione, che condividono su internet ma sono ancora estromessi dalla cultura “ufficiale”. Bisogna costruire velocemente i granai della memoria, perché le sapienze e i saperi di queste persone possono ancora essere raccolte con i nuovi strumenti e messe a disposizione di tutti.
Rifkin: Nella storia dell´umanità, in contemporanea con tutte le rivoluzioni della comunicazione e dell´energia è cambiata anche l´agricoltura, insieme alla nostra coscienza del tempo e dello spazio. È successo quando siamo passati dalla società di cacciatori-raccoglitori a una società di piccola agricoltura, poi nel passaggio alla grande agricoltura che si serviva dell´irrigazione e, infine, con il salto all´agricoltura centralizzata.

   Ovunque questo sia successo è corrisposto a una rivoluzione delle comunicazioni. In Messico, in Egitto, in Cina, in Mesopotamia con l´agricoltura stanziale si è dovuta sviluppare la scrittura. Anche all´inizio del XIX secolo, quando abbiamo avuto a che fare con la prima rivoluzione industriale e abbiamo dovuto convertire comunicazione ed energia, è cambiata l´agricoltura: abbiamo avuto la convergenza tra la stampa e l´uso del vapore e del carbone.

   Poi le tecnologie meccaniche nella metà del XIX secolo hanno coinciso con un´ulteriore centralizzazione dovuta all´introduzione della chimica nell´agricoltura, fino a una terza generazione, con gli Ogm.
   Come rompiamo quest´escalation? Siamo all´inizio della terza rivoluzione industriale, di un nuovo modello di comunicazione che sta convergendo verso un nuovo regime energetico, distribuito. Quando la comunicazione distribuita gestirà l´energia distribuita allora questa terza rivoluzione dispiegherà tutto il suo potenziale di crescita economica.

   Le energie rinnovabili si trovano in ogni singolo metro quadro della terra, tutti i giorni, ovunque: il vento, il sole, l´acqua, gli oceani. Milioni di persone potranno produrre la loro energia nei loro edifici e la potranno distribuire in maniera razionale. Quello che faremo nell´energia può essere replicato in agricoltura. La terza rivoluzione industriale converge con quella dell´agricoltura distribuita, un nuovo modello per servire le comunità urbane e connetterle con quelle agricole, per muoversi verso un´agricoltura ecologica.
Petrini: Quando nel 2008 ho chiuso la terza edizione di Terra Madre ho sostenuto davanti a 8 mila contadini del mondo che la terza rivoluzione industriale sarebbe partita da loro, attraverso i saperi e l´esperienza di chi lavora con il cibo e per il cibo.

   Lo dicevo anche perché abbiamo bisogno di un diverso approccio per il nostro sistema alimentare. Quella che stiamo vivendo è una crisi entropica storica. Lo sperpero di energie è dato soprattutto dal sistema alimentare, da una quantità di spreco che non ha pari nella storia dell´umanità.
   Noi produciamo cibo per 12 miliardi di viventi mentre siamo 7 miliardi. Un miliardo soffre la fame e più di un miliardo invece ha problemi legati a sovralimentazione, diabete e obesità. Le quantità di spreco quotidiano sono impressionanti: 4 mila tonnellate di cibo edibile ogni giorno in Italia, 22 mila negli Usa. Ci vuole quindi anche un profondo cambiamento di paradigma individuale.

   Scambiare il prezzo del cibo con il suo valore ci ha distrutto l´anima. Se il cibo è una merce non importa se lo sprechiamo. In una società consumistica tutto si butta e si può sostituire. Ma il cibo non funziona così. Dal punto di vista educativo il lavoro è quindi enorme. Non si esce dalla crisi entropica se non cambiando profondamente i paradigmi a partire dalle nostre singole vite.
Rifkin: Ci dicono che ci sono troppe persone nel mondo e che non c´è abbastanza terra per tutti, ma non capiscono che un terzo di tutto il cibo prodotto sul pianeta è mangime per bovini che poi noi dovremo mangiare. Anche la Fao ha detto che l´industria della carne è la seconda causa principale del cambiamento climatico, ma allo stesso tempo sostiene che la produzione di cibo deve raddoppiare nei prossimi trent´anni per poter nutrire il pianeta. In questo modo avremo il 67% della terra coltivata per produrre mangimi animali! 

   Allora ciò che possiamo fare è cominciare a cambiare la nostra dieta, dobbiamo ricordarci che siamo onnivori. Siamo “progettati” per mangiare vegetali e integrare questa dieta con piccole quantità di carne. Per il 97% della nostra storia siamo stati raccoglitori-cacciatori, non cacciatori-raccoglitori. Quale dieta possiamo praticare oggi? Quella mediterranea per esempio, ma ci sono anche la dieta asiatica e quella africana che si basano sulle stesse proporzioni tra vegetali e animali.
   Quello che hai detto sul valore del cibo è cruciale. Il cibo esprime l´identità delle persone. Nel mio Paese con il fast food abbiamo perso il nostro senso d´identità, e il nostro cibo ha smesso di essere un´estensione del nostro essere. Quel cibo non è umano in nessun senso della parola.
Petrini: Sono arrivati a brevettare la vita. Bisogna essere irremovibili: non si può brevettare la vita. Sono convinto che sia necessario implementare un dialogo tra i due regni della conoscenza: la scienza ufficiale, diventata molto autorevole, e i saperi tradizionali, che in maniera empirica hanno implementato economie della sussistenza, guardate con un atteggiamento di superiorità.

   Ricordiamoci però che hanno dato da mangiare per secoli a milioni di persone. Allora penso che sia giunto il momento per una dialettica. Però la scienza non può porsi su un livello superiore.
Rifkin: Inizialmente nel mio Paese le università e le scuole di agricoltura si sono strutturate sulla sapienza dei contadini, hanno preso la loro conoscenza e sono diventate capaci di disseminarla. Tutto questo ora è cambiato, adesso queste scuole sono controllate dalla grandi compagnie che maneggiano la scienza della vita. Se crediamo nell´agricoltura ecologica dobbiamo dire no a qualsiasi forma di brevetto sulla vita e sui geni.

   La vita non appartiene a una tribù locale, non appartiene a una nazione o a una compagnia come la Monsanto. Appartiene all´evoluzione di questo pianeta. Questa è la vera sfida per le generazioni future: vietare i brevetti e rendere libera e condivisa l´informazione sui pool genetici, per condividere la nostra responsabilità, perché noi siamo gli steward della vita sulla terra.
Petrini: Negli Stati Uniti avverto un grande rinascimento su queste tematiche, proprio nella patria del fast food. L´attenzione per il cibo e per la nuova agricoltura, per i farmers´ markets ha dato vita a un movimento molto forte, che sta emergendo in maniera dirompente. Lo avverto anche per il fatto che laggiù Slow Food sta avendo un successo sorprendente in termini di adesioni. Tu come leggi queste nuove tendenze, me le confermi?
Rifkin: Ci sono molti valori che stanno aggregandosi, attraverso il lavoro di diversi movimenti. Abbiamo una generazione di giovani consumatori che vuole solo cibo biologico. Ciò che li muove è il desiderio di salute. È uscito uno studio il mese scorso che collega i pesticidi con i disturbi del comportamento e i deficit dell´attenzione. I genitori non vogliono che i figli abbiano questi disturbi, quindi evitano i cibi da agricoltura industriale.

   Poi c´è il movimento per il benessere animale che dice: quello che è cattivo per le piante e per gli animali è cattivo anche per l´uomo. Ciò che facciamo alle piante e agli animali nei processi di agricoltura industriale è crudele e ci tornerà indietro. Il terzo movimento invece è quello ambientalista, che ha iniziato a vedere le terribili conseguenze dell´agricoltura sull´acqua e sui terreni: gli inquinamenti da pesticidi e fertilizzanti che distruggono interi ecosistemi.

   Questi tre movimenti stanno emergendo insieme, sono molto potenti e sono tutti basati sulla coscienza della biosfera. È quello che mi dà speranza. In tutte le scuole del mondo bisognerebbe insegnare che tutto quello che facciamo impatta drammaticamente la vita di qualche altra creatura. Non siamo isolati, autonomi, incentrati sul nostro interesse, predatori e individualisti, ma siamo creature sociali connesse con le altre creature e con tutta la biosfera che sorregge la nostra vita.
Petrini: Invece che ne pensi del disastro provocato dalla piattaforma della Bp nel Golfo del Messico? Lo trovo terrificante.
Rifkin: Catastrofico. Dovrebbe essere un campanello d´allarme per tutti, negli Stati Uniti ma anche qui in Europa e nei Paesi in via di sviluppo. È come con la guerra in Vietnam, che ha risvegliato le coscienze e ha fatto nascere il movimento pacifista.

   Ho fiducia nei giovani: penso che stia avvenendo un grande cambiamento nel mondo, la vecchia politica è sempre stata divisa tra conservatori e non, tra destra e sinistra, ma questa è la nuova generazione che non si cura delle ideologie e degli schieramenti, è una generazione che cresce con internet e collabora nei suoi spazi sociali come Youtube e Facebook. Stanno portando avanti una visione diversa, collaborativa, che condivide le tecnologie e le mette a disposizione.
Petrini: Mi piace molto il riferimento che hai fatto al Vietnam, perché credo sia questo il nuovo pacifismo, ciò che deve fermare la nostra guerra alla natura.
Rifkin: Stop war on nature! Hai ragione. Abbiamo lottato contro la natura per troppo tempo. È ora di smetterla e di comportarsi da veri esseri umani. Abbiamo mandato nello spazio messaggi, onde radio e quant´altro alla ricerca di altre forme di vita, sperando che qualcuno ci rispondesse, ma nessuno ci ha risposto. Cerchiamo la vita intelligente nell´universo mentre non ci rendiamo conto che è proprio davanti ai nostri occhi. È la vita delle piante con la loro bellezza, la vita degli animali, dei mammiferi che provano sentimenti: siamo circondati dalla vita ovunque, dal mistero della vita.

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2 thoughts on “FOTOVOLTAICO: ENERGIE RINNOVABILI IN CRISI – a vantaggio del NUCLEARE? – imprenditori del solare e dell’eolico senza sostegno economico pubblico non ce la faranno, in un settore di sviluppo comunque confuso, non pianificato e a volte vittima di speculatori ed ecomafie

  1. Agata Lo Tauro martedì 8 marzo 2011 / 9:20

    I nostri alunni (e lo staff) si occupano di queste tematiche.
    Alcuni curano gli aspetti “tecnologici di PV (e non solo)”. Io mi occupo di geomatica (come umanamente posso). Il tentativo era di sperimentare un palinsesto pluridisciplinare.

    ANNI FA ho inviato un contributo anche a http://www.asita.it
    avevo citato vari siti web (anche http://www.esa.int)
    con la speranza di poter implementare “Strategic Education Research Partnership” per il bene comune!
    Si fa quel che si può.

    Ad maiora
    Agata

  2. LUCA sabato 12 marzo 2011 / 8:24

    Mi sembra che il picco di produzione del petrolio si avvicina, e il nucleare appare come l’alternativa più realistica per coprire l’attuale avidità umana di energia.

    Eppure la tragedia giapponese pare insegnarci che il mito di Prometeo ha ancora ragione di esistere. Che i decisori italici e padani riflettano bene dove costruire le centrali, tenendo in considerazione i rischi naturali (e umani).

    Comunque, secondo me è l’attuale modello di sviluppo che va messo in discussione : il ricorso alle fonti rinnovabili sarà sempre insufficiente davanti al consumo irrazionale e soprattutto allo spreco di energie.
    Incentivare queste fonti è comunque il punto di partenza, a cui dovrà far seguito la scelta consapevole di ciascuno di noi. Donde la necessità di educare i nostri bambini…

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