Forse nessuna Cernobyl con il TERREMOTO e lo TSUNAMI in GIAPPONE (forse). Ma il terremoto ha esposto la fragilità di una tecnologia troppo complicata e pericolosa (meglio produzioni energetiche piccole e “super”diffuse nei territori)

Venerdì 11 marzo: il terremoto e lo tsunami in Giappone (ecco l'epicentro). A FUKUSHIMA c’è la centrale nucleare ora in avarìa (mappa tratta da "il Gazzettino")

   La centrale nucleare di Fukushima (Reuters) – SEGNALI ALTERNI SUL PERICOLO CESSATO – 1) TGCOM del 12/3/2011 ore 21.38 – Giappone, RISCHIO FUSIONE NUCLEARE – Fukushima, ricoverate tre persone esposte alle radiazioni – E’ alta la probabilità che sia in corso una fusione in un reattore nucleare. Lo riferisce l’agenzia Kyodo, in relazione ai problemi dell’impianto di Fukushima. L’Agenzia giapponese sulla sicurezza nucleare ha rilevato cesio radioattivo nei pressi della centrale, nelle cui vicinanze le autorità nipponiche hanno evacuato 200mila persone. Tre contaminati. – 2) ANSA, VIENNA, 12 mar, ore 23.00 – Il livello di radioattivita’ attorno alla centrale nucleare giapponese di Fukushima è diminuito nelle ultime ore. Lo ha reso noto stasera l’Aiea, l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, dopo avere ricevuto una comunicazione dalle autorita’ di Tokyo, aggiungendo che sono circa 140 mila le persone evacuate dall’area in cui sorgono Fukushima 1 e Fukushima 2, le due centrali nucleari rimaste danneggiate dal violento sisma che ha colpito il Giappone.

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   Diamo conto con qualche articolo ripreso dai giornali su quel che è accaduto in Giappone venerdì 11 marzo, e che sta ancora accadendo. Impressionanti le immagini che tutti abbiamo visto, stiamo vedendo. Da un lato la potenza devastante del terremoto (e del conseguente maremoto-tsunami). Dall’altra una comunità, uno stato (quello giapponese) che reagisce non scompostamente. Mostra praticamente, in diretta, nel sistema mediatico delle immagini che tutti possono riprendere (dai telefonini alle telecamere) e immettere in internet a nostra fruizione (sensazione strana, non buona: vivere il terremoto senza toccarne le terribili conseguenze…), mostra dicevamo, la comunità giapponese, come queste scosse siano, all’inizio del loro proclamarsi, vissute “con normalità”, in case, uffici, scuole; edifici che sembrano di gomma, che sfidano quasi temerariamente un fenomeno così ben più devastante in altre parti del mondo meno attrezzate, nell’architettura e nelle costruzioni, a difendersi da esso. Poi però le scosse proseguono oltre la “normalità”, una potenza tra le più alte conosciute a conoscenza umana scientifica (magnitudo 8,9). E allora le conseguenze diventano assai gravi anche per un paese, una popolazione, abituata al fatto che la terra trema.

raffineria in fiamme vicino a Tokyo

 

   E nelle debolezze di un paese altamente tecnologico come il Giappone, vi sono le numerose centrali nucleari: quella di Fukushima ora è la più a rischio. Ovvio le ripercussioni, sul pericolo nucleare, che nascono in paesi, come l’Italia, che sta (ri)avvandosi verso l’utilizzo di questa tecnologia per la produzione energetica. E i dubbi tornano più che mai (pertanto il problema non è “solo” come smaltire le scorie radioattive lasciate in eredità alle future generazioni per migliaia di anni…).

   In questo contesto vien da pensare, per il Giappone ma anche per noi, che le società ad alta tecnologia (energetica, informatica, nel sistema dei trasporti…) alla fine mostrano pericoli e fragilità che molto spesso si sottovalutano. Le conseguenze di un disastro nucleare possono (potrebbero) annullare (o far pagare assai caro) tutto il benessere che la stessa tecnologia indubbiamente ci sta dando.

   L’idea, ad esempio nel campo energetico, di una maggiore diffusione, uno “spargimento virtuoso nel territorio” di centraline di produzione elettrica, che utilizzano quanto più possibile la natura e il lavoro umano può dare (il sole, il vento, l’acqua, le biomasse, le piccole aie di smaltimento anaerobico di reflui animali…), ebbene un sistema siffatto garantirebbe energia (accompagnato a ovvie forme di risparmio degli inutili consumi) sufficiente a vivere tecnologicamente bene come adesso (per chi può ora, vivere bene, ma potrebbe così essere per tutte le persone del pianeta…) pur non dovendo correre rischi che farebbero pagar caro il vantaggio che offrono. Ci conforta che anche poteri ed istituzioni autorevoli credono sia possibile questo (Obama…); e può diventare un progetto pratico che un auspicabile governo mondiale dei popoli potrebbe di qui a poco portare avanti.

tsunami

 

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IL SISMA DEVASTANTE

GIAPPONE, LE VOCI DELLA APOCALISSE: “IL MARE ARRIVA ALLA PORTA”

su Twitter migliaia di Sos, la gente cerca su Internet i propri cari dispersi 

di Gabriele Martini, da “la Stampa.it” del 12/3/2011

   «La terra non smette di tremare». «Ho perso tutto». «E’ l’apocalisse». Dalla blogosfera del Giappone si levano urla strazianti. Un baratro di angoscia senza fondo. Eiko scrive su Twitter da Sendai: «Qui lo tsunami ha distrutto ogni cosa. Le strade sono ricoperte da fango, detriti e auto accatastate. Sto piangendo». La foto sul social network è quella di una ragazza sui vent’anni. Occhiali spessi e sorriso gentile. Spiega che la sua casa si è salvata per miracolo e invia ripetuti messaggi ad un’amica: «Dove sei finita?», «Scrivimi al più presto». Ma nessuno risponde.
Il blogger
Flavio Parisi è un freelance italiano, vive a Tokyo da quattro anni. Il racconto del terremoto sul blog è lucido e drammatico: «All’inizio penso che la vibrazione sia una chiamata sul cellulare, ma guardandolo, non è illuminato. Poi comincia a ondeggiare tutto, e capisco. Mi precipito fuori mentre dietro me cadono libri, suppellettili, e io per strada scalzo, nella fretta, senza scarpe. Tutto il quartiere è per strada, il terremoto acquista potenza, sento il cuore impazzire, mi manca il fiato». Poi vince il terrore: «La cosa più terrificante è che la terra ondeggia e si muove senza controllo sotto i miei calzini. Non riesco a reggermi in piedi e non so se è per la scossa o per la paura».
Il terrore su Twitter
Le reti di comunicazioni telefoniche attraverso le linee fisse o mobili sono andate in tilt pochi minuti dopo la prima scossa. Migliaia di persone strappate dalla routine e scaraventate nell’angoscia dell’incertezza, senza sapere nulla di familiari e amici. Ma il Giappone ipertecnologizzato non è il Cile, e nemmeno Haiti. Il numero di twit solo da Tokyo è subito balzato a 1200 al minuto. E avanti così per ore in un flusso ininterrotto di disperazione. Nahoko vive in una città nei pressi di Miyagi. Lì l’onda anomala ha devastato l’entroterra per chilometri. «Il quartiere dove sorgeva il mio negozio non esiste più, spero che tutti voi stiate bene», scrive sulla sua pagina. In migliaia prendono d’assalto il sito japan.person-finder.appspot.com, un motore di ricerca attivato da Google per rintracciare le persone scomparse.
Il ragazzo di Ishinomaki
Baiko vive nel distretto Ishinomaki. Nel mare davanti alla città una nave è stata inghiottita dall’onda distruttrice con un centinaio di persone a bordo. Sul blog ha postato un video girato con il telefonino poche ore dopo il passaggio dello tsunami. Il cielo è plumbeo, la distruzione ovunque. Le macchine accatastate sembrano una manciata di modellini in miniatura gettati in un angolo da un bambino distratto. «Ho sentito il boato avvicinarsi – racconta nel suo diario online -, il mare è arrivato a pochi chilometri dalla nostra casa. Siamo salvi per miracolo, la mia sorellina non smette di piangere».
   La speranza può anche avere le sembianze di un telefonino muto, ma che cinguetta: «La porta del palazzo è bloccata e non posso uscire, qualcuno mi aiuti!», recita un sos lanciato sul web e prontamente ritwittato da amici e conoscenti. Messaggi concisi, spesso l’unico modo per comunicare con il mondo: «Siamo bloccati nell’ascensore dell’edificio X», oppure «il treno è fermo in galleria, non si respira». Oggi più che mai il flusso dei messaggi online si è rivelato utile per far circolare in tempo reale informazioni preziose.
La pensionata
Yasuko Shirane ha 79 anni, vive a Tokyo nel quartiere di Takanawa. Al quinto piano del suo palazzo la scossa è stata un rombo di paura. «Sto ancora tremando, alla mia età non avevo mai visto nulla di simile. Sono caduti tutti i libri e la mia collezione di tazze da tè è andata distrutta. Pazienza, io sono viva». Il primo pensiero è per i familiari: «Ero in casa da sola, mio marito era sull’autobus, è tornato subito indietro ma distrattamente ha preso l’ascensore ed è rimasto bloccato. Poi è stato liberato dal custode. La scossa è stata così forte che ha spostato tutti i mobili, compreso un pesantissimo frigorifero. Io sono rimasta calma e come ci hanno sempre insegnato per prima cosa sono andata sotto un tavolo. Solo quando la scossa è finita ho messo in sicurezza il televisore al plasma». «Ora siamo preoccupati per mia figlia che vive a Yokohama – prosegue -: lavora a Tokyo ed è rimasta bloccata su un treno. Probabilmente è rientrata e in questo momento si trova in una delle scuole attrezzate per ospitare chi ne ha bisogno». Il peggio sembra passato, ma riuscire a riposare qualche ora sarà difficile: «Non siamo preoccupati per le scosse di assestamento, ma perché c’è chi parla di un nuovo terremoto in arrivo».
Il Paese paralizzato
La rete dei trasporti pubblici è collassata. Kenji Hall posta su Twitter: «A Tokyo è calata la notte. Sto ancora camminando, come tutti. Treni fermi. Taxi pieni. Lunghe code alle fermate degli autobus». Un blogger racconta di file davanti ai negozi per comprare biciclette e poter così tornare a casa.
   Centinaia le offerte di aiuto agli sfollati. «Il centro comunale dispone di cibo e si sta attrezzando affinché la gente possa trascorrervi la notte». «Per favore diffondete l’informazione! L’università Rikkyo mette a disposizione le aule per riposare. Tutti possono fermarsi. Rispondetemi se avete bisogno di aiuto». Qualcuno guarda al futuro, nella consapevolezza che ripartire sarà difficile: «Risparmiate l’acqua, nei prossimi giorni potrebbe mancare». «La scuola è inagibile e da domani non abbiamo un posto dove studiare», scrive un internauta su Mixi, uno tra i social network più diffusi tra i ragazzi nipponici.
«Aspettiamo gli aiuti»
«Se pensate che lo tsunami somigli a un’onda, vi sbagliate di grosso – scrive “Tinystar” su Twitter -. Provate piuttosto a immaginare delle pareti di cemento che crollano a una velocità impressionante. Gli esseri umani non sono fatti per resistervi. Vi prego, nessuno esca di casa spinto dalla curiosità di dare un’occhiata». Quello di “Edamamicky” è un urlo: «Chi vi scrive è una vittima dello tsunami. Sono al secondo piano della nostra abitazione con mia madre, mio fratello e un vicino. Siamo in attesa di essere tratti in salvo. Non siamo feriti. Il primo piano è completamente inondato e non siamo in grado di evacuare il palazzo da soli. Il telefono non funziona». Poi più nulla.

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   La terra continua a tremare dopo il sisma (dossier video). Almeno 1.700 i morti accertati. Trovati cadaveri a Rikuzentakata, nel porto di Minamisanriku disperse 9.500 persone. Centrali, il governo: radiazioni in calo. Dopo il crollo della gabbia a Fukushima, tecnici feriti e tre persone positive alla radioattività (foto). Evacuata (foto) la popolazione. Ma gli esperti sono divisi. Ritrovati i treni, salvi tutti i passeggeri. (da “La Repubblica.it del 12/3/2011”)

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GIAPPONE, SCATTA L’EMERGENZA NUCLEARE. ESPLOSIONE ALLA CENTRALE DI FUKUSHIMA

Crolla il tetto del reattore, è caos. Appello alla gente: “State in casa, non bevete l’acqua del rubinetto”. Altre scosse e cadaveri sulle coste

da “la Stampa.it” del 11/3/2011

TOKYO. Incubo nucleare in Giappone dopo il terremoto di magnitudo 8.9 e gli tsunami di venerdì che hanno provocato diverse centinaia di morti. A Fukushima, dove si trova una delle 55 centrali, del paese un’esplosione ha provocato il crollo della gabbia esterna di un reattore atomico ed è stato rilevato cesio radioattivo nei pressi dell’impianto.
   L’Agenzia giapponese sulla sicurezza nucleare ha definito però «improbabili» gravi danni al reattore. L’area comunque è stata evacuata in un raggio di 20 chilometri e un’evacuazione è stata ordinata anche nei dieci chilometri attorno a un secondo impianto vicino, quello di Fukushima 2. La tv pubblica ha invitato gli abitanti delle zone limitrofe a non uscire di casa e tappare le finestre.
   Il governo giapponese ha riconosciuto l’esistenza di danni ma non ne ha spiegato l’entità. In attesa di informazioni, chieste «con urgenza», l’Agenzia Internazionale per la Sicurezza Nucleare (l’Aiea) non ha lanciato alcun allarme. Secondo i suoi esperti, l’esplosione di cui riferiscono i media giapponesi potrebbe ancora essere considerata di tipo convenzionale. Dal canto loro però, esperti russi considerano certo che a Fukushima sia in corso una fusione incontrollata, ipotesi molto probabile anche per i media giapponesi.

l'area di Fukushima

   La Russia, che ha diverse regioni separate dal Giappone solo da bracci di mare, ha ordinato un attento monitoraggio delle radiazioni nel suo estremo oriente. Del resto le radiazioni ricevute in una sola ora da una persona che si trova nel sito della centrale nucleare di Fukushima corrispondono al limite di radioattività che non deve essere oltrepassato in un anno.
   Intanto il bilancio del sisma sta superando la soglia dei mille morti: dopo che in mattinata si era parlato di almeno 700 vittime e quasi 800 dispersi, è stato annunciato il rinvenimento di 300-400 cadaveri nel porto di Rikuzentakata (nord est), travolto dallo tsunami seguito al devastante terremoto di ieri. Poi è arrivata la notizia di circa 10mila persone disperse nella prefettura di Miyagi. Nel Paese inoltre la terra continua a tremare: sono almeno una ventina le scosse di magnitudo compresa tra 3-7 che sono state registrate la scorsa notte solo in dieci ore in Giappone, dove a causa del sisma e dello tsunami di ieri oltre 215.000 persone sono state fatte evacuare verso aree protette nel nord e nell’est. Per la maggior parte delle aree affacciate sull’Oceano Pacifico, ad eccezione di Alaska, British Columbia e Stato di Washington, è intanto cessato l’allarme tsunami.
   Sul fronte dell’incidente alla centrale nucleare il governo ha disposto l’invio immediato di una squadra di “super pompieri” e nuove operazioni per ridurre la pressione del reattore nucleare di Fukushima n1 hanno avuto successo. Questo almeno ha riferito l’Agenzia sulla sicurezza nucleare, secondo cui la situazione è «sotto controllo».

   Resta comunque da tutta da chiarire la dinamica degli eventi, perché la tv pubblica fa risalire l’esplosione alle 16.00 locali (le 8 in Italia) e molti dipendenti sarebbero rimasti feriti nell’esplosione, mentre Tepco, il gestore dell’impianto, parla solo di 4 persone. Intanto si è saputo che sono tutti salvi i passeggeri di una nave di cui non si aveva traccia, dopo lo tsunami di ieri.
   Il “day after” del devastante terremoto si presenta contrastante nelle vie dei quartieri residenziali e degli uffici di Tokyo, dove la gente passeggia tranquilla per strada e al tempo stesso i supermercati sono presi – compostamente – d’assalto per le scorte di generi di prima necessità. Nelle zone colpite dalla furia delo tsunami per gli sfollati comincia la seconda notte fuori da casa. I soccorsi sembrano andare a rilento.

   L’area colpita è una delle zone del Giappone in cui fa più freddo e l’approvvigionamento è ancora a livelli bassi. «Oggi ci hanno distribuito per due volte onigiri (polpette di riso e alga, ndr.), banane e latte», ha spiegato uno sfollato di un villaggio nella prefettura di Miyagi alla tv TBS.

   «Non ci manca cibo – ha continuato – ma abbiamo bisogno di medicine per il raffreddore, di pannolini e di coperte. Soprattutto di coperte». Permane nell’area l’impossibilità di utilizzare i telefoni cellulare. Ieri la compagnia di Tlc NTT ha annunciato d’aver reso gratuito l’utilizzo dei telefoni pubblici nelle zone colpite.

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L’INCUBO DI CERNOBYL NELL’IMPERO DELLA SICUREZZA

di Maurizio Ricci, da “la Repubblica” del 12/3/2011

   L’incubo nell’incubo – la possibilità di un disastro nucleare all`interno dell`immane catastrofe del terremoto e dello tsunami – si è materializzato subito. L`incendio in una centrale. IL RAFFREDDAMENTO che si inceppa in un`altra, con il pericolo del surriscaldamento e della fusione del nucleo – come a Cernobyl – e la conseguente evacuazione di migliaia di persone.

   L`inondazione che potrebbe arrivare dalla rottura di una diga. Nel dramma, i sistemi di sicurezza nucleare giapponesi hanno funzionato, ma non perfettamente: la radioattività sta salendo in una centrale e c`è stata una fuoriuscita di materiale radioattivo. Sono, a quanto pare, fenomeni contenuti.

   Nessuna Cernobyl, insomma. Ma il terremoto ha esposto la fragilità di quei sistemi di sicurezza e la percentuale di rischio che comportano. Nonostante si trovi in una regione ad alto rischio sismico, il Giappone è una delle grandi potenze del nucleare civile, con 55 reattori in funzione e altri 11 in costruzione.

   Attualmente, il 30 per cento dell`elettricità giapponese è generata dall`atomo. Le scosse stesse hanno fatto scattare l`arresto automatico, come previsto, di 11 reattori nella regione colpita dal sisma. Le autorità ne hanno poi fermati altri nove. l problemi, però, sono cominciati dopo.

   Prima un incendio nella centrale di Onagawa, rapidamente domato. Poi, la vera emergenza: il mancato raffreddamento di un reattore nella centrale Daiichi di Fukushima, nel cuore dell`area colpita dal terremoto. Il governo è stato costretto a dichiarare l`emergenza: 3 mila persone, tutte quelle che abitavano in un raggio di 3 chilometri dalla centrale, sono state rapidamente evacuate, perché il rischio era altissimo.

   Fermare un reattore, infatti, non basta. Occorre raffreddare le barre di uranio, Il pericolo è che raggiungano la temperatura di fusione e il materiale radioattivo coli verso il basso. Al contrario che a Cernobyl, sul fondo del reattore di Fukushima c`è una vasca di acciaio che impedisce all`uranio di fuoriuscire e disperdersi nel terreno. Ma il pericolo è ugualmente grave, anche perché c`è la possibilità che la vasca di acciaio – colata in un`unica enorme fusione, proprio per assicurarne la tenuta stagna – sia stata compromessa dalle scosse del terremoto, che potrebbero aver aperto crepe nella struttura.

 A Fukushima, però, uno dei generatori diesel che pompa l`acqua di raffreddamento nel reattore si è inceppato. C`è voluta un`ora, prima che i tecnici riuscissero a mettere in funzione una pompa a batteria e cominciare a ripristinare il livello di acqua all`interno del reattore. La situazione, però, rimaneva critica.

   Alla fine, come ha confermato il segretario di Stato, Illary Clinton, sono dovuti intervenire gli americani. Da una delle basi Usa in Giappone è partito un aereo che ha trasportato a Fukushima uno speciale liquido refrigerante, le cui scorte, nell`impianto giapponese, erano terminate.

   Ma è ancora presto per dire che il reattore è tornato sotto controllo. Le ultime notizie dicono che la radioattività nell`edificio che ospita il reattore, nonostante la ripresa del raffreddamento, continua a salire oltre il livello normale. Sapremo nelle prossime ore se l`innalzamento della radioattività nelle adiacenze del reattore è solo l`effetto ritardato, temporaneo e contenuto, del mancato raffreddamento, o se deve scattare l`allarme. Ma, intanto, la stessa centrale Daiichi ha sfiorato un altro incubo, opposto, ma ugualmente letale, a quello del raffreddamento del reattore. In questo caso, troppa acqua, invece che troppo poca.

   Nella stessa area di Fukushima, infatti, una diga, lesionata dalle scosse, ha ceduto, inondando la valle sottostante. Si parla di case travolte e di centinaia di morti. Non pare che la centrale nucleare sia interessata da quest`altra tragedia.

   Ma se una piena d`acqua arrivasse sull`impianto, gli effetti sarebbero devastanti. In questo caso, più che il reattore, il problema sarebbero le barre d`uranio spente, ma ancora altamente radioattive, cioè le scorie, immagazzinate nell`area della centrale: l`acqua trascinerebbe con sè la loro radioattività.

   Anche se il reattore di Fukushima tornerà sotto controllo e non ci saranno altri incidenti, il capitolo nucleare del terremoto di ieri è, tuttavia, appena iniziato. Il problema sarà accertare che le scosse non abbiano intaccato le strutture della centrale, compromettendone la sicurezza.

   E` un lavoro lungo. Nel 2007, un terremoto investi la centrale di Niigata, non lontano da Tokyo. Ci fu una fuga di radioattività – anche se, assicurano, lieve – ma il risultato fu che la centrale, la più grande del mondo, rimase chiusa per due anni. Il nodo è la tolleranza sismica che viene definita nella progettazione.

   Ed è un nodo che interessa anche l`Italia, che ha anch`essa una lunga storia di terremoti. Questa tolleranza non può essere infinita. Nel caso di Niigata, la centrale fu costruita per resistere senza problemi ad un terremoto di 6 gradi della scala Richter. Il problema è che il terremoto del 2007 fu di 6,8 gradi. Nella scala Richter, un grado in più significa un sisma trenta volte più forte.

   Se Fukushima è stata costruita per reggere un terremoto a 7 gradi, quello di ieri, magnitudo 8,9, è stato mille volte più devastante del previsto. Bisognerà vedere quali sono state le conseguenze. (Maurizio Ricci)
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L’ASSE TERRESTRE SI E’ MOSSO DI 10 CM. E’ STATO UNO DEI TERREMOTI PIU’ VIOLENTI

da “la Stampa.it” del 11/3/2011

– Il sisma di magnitudo 8,9: secondo solo a quello del 1960 che devastò Santiago del Cile – 

   È praticamente certo, secondo gli esperti, che il terremoto di magnitudo 8,9 che ha colpito il Giappone ha provocato lo spostamento dell’asse terrestre. Tuttavia è ancora molto presto per determinarne l’entità.  Secondo una prima stima dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) l’asse si è spostato di «quasi 10 centimetri», ma per il Centro di Geodesia spaziale dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) è necessario raccogliere ancora molte misure prima di avere la misura esatta.

   In ogni caso, il sisma ha avuto un impatto devastante, «molto maggiore anche rispetto a quello del grande terremoto di Sumatra del 2004 e probabilmente – dicono dall’Ingv – secondo solo al terremoto del Cile del 1960».
   Dice il presidente dell’Ingv Boschi che «l’allarme è stato dato in maniera tempestiva» e, pur nella tragedia, «è stata una fortuna che il terremoto sia avvenuto in mare perchè un terremoto così potente sotto una città avrebbe provocato danni tremendi, anche nel caso di città costruite con rigorosi criteri antisismici come quelle giapponesi».

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IL SIMBOLO PIEGATO DEL GIGANTE FRAGILE

Lo shock tsunami fa tremare le Borse

Si inclina la torre del business. “Tempesta perfetta” sull’economia globale. Dopo le rivoluzioni del mondo arabo e il disastro giapponese aumenta la preoccupazione delle grandi potenze.

Di Federico Rampini,da “la Repubblica” del 12/3/2011 

NEW YORK – Perfino la Torre di Tokyo non ha retto lo shock e si è piegata. La freccia di acciaio puntata verso il cielo adesso è un emblema triste della tecnologia sconfitta.

La Tokyo Tower, quell'antenna tv di 330 metri che manda i segnali della rete Nhk, non è solo la torre Eiffel dei giapponesi e la loro risposta all'Empire State Building

   Con la Tokyo Tower si è piegata l’illusione di prevenire le catastrofi e proteggersi grazie alla ricchezza. Il mondo intero assiste sgomento alla sofferenza del paese più evoluto, più sofisticato nelle tecniche antisismiche e nella protezione civile.

   La Tokyo Tower, quell’antenna tv di 330 metri che manda i segnali della rete Nhk, non è solo la torre Eiffel dei giapponesi e la loro risposta all’Empire State Building. E’ il simbolo di una nazione che “si piega ma non si spezza”, che ha assorbito la tragedia unica nella storia umana di due olocausti nucleari. Da venerdì il Giappone ha capito che non basta sapersi “piegare”, la flessibilità delle nuove tecnologie di costruzione non lo ha salvato dalla tragedia.

   La modernità è sconfitta e molti abitanti della capitale d’istinto venerdì sono fuggiti verso le piazze e i parchi antistanti il Palazzo imperiale: è l’unica zona di Tokyo dov’è proibito costruire grattacieli, e tutti gli edifici sono bassi. Per chiamare parenti e amici si sono gettati verso i vecchi telefoni a gettoni, i soli risparmiati dal grande black-out delle comunicazioni che per ore ha ammutolito i cellulari. Hanno dato l’assalto ai negozi di biciclette: il mezzo di trasporto più antico era l’unico a poterli riportare a casa, nel caos immane degli ingorghi stradali e della paralisi di treni e metro.

   Tutto ciò che il Giappone ha costruito di più avanzato, era al collasso: come le centrali nucleari da cui dipende un terzo della sua energia elettrica. E’ dovuta intervenire la US Air Force dalle basi militari americane per rifornirle d’urgenza con il “liquido refrigerante” dopo che i sistemi di raffreddamento del reattore atomico di Fukushima si erano guastati. “Emergenza nucleare”, ha proclamato il governo, e un altro allarme si è aggiunto al sisma, nonostante i decenni di esercitazioni per garantire che le centrali atomiche giapponesi erano a prova di terremoto.
   E’ uno spettacolo a cui assiste sgomenta la superpotenza amica sull’altra sponda dell’oceano. L’America si è svegliata col terrore che lo tsunami travolgesse le Hawaii, poi la West Coast. Intere città della California sono state evacuate ma le onde gigantesche hanno fatto una vittima in mare a Crescent City, e danni in diverse zone costiere.

   Ma è soprattutto l’immagine del disastro giapponese seguito in diretta dagli americani col fiato sospeso, ad accentuare il senso d’impotenza. “Il Giappone ha le leggi antisismiche più rigorose del mondo – osserva il New York Times – lo stesso sisma in qualsiasi altra nazione del mondo, anche le più ricche, avrebbe già fatto decine di migliaia di morti in poche ore”. Gli americani lo sanno, neppure la California ha investito tanto quanto il Giappone: nei grattacieli costruiti per “piegarsi e non spezzarsi” assorbendo l’impatto; nelle dighe costiere anti-tsunami; nei sensori digitali che collegano perfino le abitazioni individuali col più vasto sistema elettronica di allerta.

   Di certo avrà limitato il bilancio delle vittime, ma è pur sempre una tragedia. Quando prende la parola Barack Obama promettendo “tutti gli aiuti che il governo giapponese ci sta chiedendo”, l’America sente che questa tragedia è un segno di vulnerabilità globale. E’ un altro “cigno nero”, uno di quegli eventi che gli statistici definiscono “a bassissima probabilità, e altissimo potenziale di danno”.
   Come la crisi dei mutui che precipitò il mondo nella recessione del 2008-2009. Di nuovo l’America teme che si addensi all’orizzonte una “tempesta perfetta”. Il doppio shock terremoto-tsunami in Giappone è l’ultimo dei colpi all’economia globale che si sono susseguiti improvvisamente in poche settimane, oscurando un orizzonte che sembrava volgere al bello.

   Prima c’era stata l’onda delle rivoluzioni anti-autoritarie del mondo arabo, con il suo impatto collaterale sui prezzi petroliferi “che da solo è già una pesante tassa sulla crescita” secondo il banchiere centrale Ben Bernanke. Legato al caro-petrolio c’è il ritorno delle aspettative inflazioniste. Il più grande fondo obbligazionario mondiale, Pimco, ha venduto tutto il suo portafoglio di Buoni del Tesoro, talmente è certo che le banche centrali dovranno rialzare i tassi presto (in quel caso i vecchi Bot si deprezzano brutalmente).  

   Poi è arrivata una sorpresa dalla Cina: le sue esportazioni sono cresciute solo del 2,4% negli ultimi dodici mesi. Si teme che la cura anti-inflazione della banca centrale cinese cominci a “mordere”, ma se rallenta la locomotiva asiatica tutto il mondo ne sentirà le conseguenze.

   Il terzo shock simultaneo è venuto dall’agenzia di rating Moody’s con il declassamento del debito sovrano della Spagna. “L’Europa torna ad essere una bomba a orologeria”, è il commento di Desmond Lachman dell’American Enterprise Institute sul Washington Post.
   L’ultimo shock è la calamità che mette in ginocchio il Giappone, terza economia del pianeta. Una catastrofe paradossalmente “amplificata” proprio dalla modernità e dalla ricchezza: perché il Giappone in quanto paese avanzatissimo è iper-assicurato (a differenza dell’Indonesia) e quindi i danni si ripercuotono immediatamente sui bilanci delle compagnie assicurative mondiali.

   Se il disastro di Kobe nel 1995 costò 100 miliardi, a 15 anni di distanza l’impatto non può che essere moltiplicato. Il “battito d’ali di farfalla dall’altra parte del pianeta che genera un uragano” non è un’immagine letteraria, è la teoria del caos che studiano i matematici. Tre, quattro farfalle in simultanea, possono piegare non solo la Torre di Tokyo ma un mondo senza paratìe né compartimenti stagni, dove il contagio delle crisi viaggia alla velocità della luce. (Federico Rampini)

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I TERREMOTI PIU’ VIOLENTI DELLA STORIA

La lista dell’agenzia americana United States Geological Survey

   Questa la lista dei terremoti più potenti e di quelli più distruttivi nella storia, secondo l’agenzia americana United States Geological Survey (USGS).
I 10 TERREMOTI PIU’ POTENTI
1) 1960, 22 maggio: Cile, magnitudo 9.5
2) 1964, 28 marzo: stretto di Prince William (Alaska), magnitudo 9.2
3) 2004, 26 dicembre: Sumatra-Isole Andamane, magnitudo 9.1
4) 1952, 4 novembre: Kamchatka, magnitudo 9.0
5) 1868, 13 agosto: Arica, Peru (ora in Cile), magnitudo 9.0
6) 1700, 26 gennaio: zona di subduzione della Cascadia (costa ovest degli Stati Uniti), magnitudo 9.0
7) 2011, 11 marzo: costa orientale dell’isola di Honshu (Giappone), magnitudo 8.9
8- 2010, 27 febbraio: Bio-Bio (Cile), magnitudo 8.8
9) 1906, 31 gennaio: coast Esmeralda (Ecuador), magnitudo 8.8
10) 1965, 4 febbraio: Rat Islands (Alaska), magnitudo 8.7
I 10 TERREMOTI PIU’ DISTRUTTIVI
1) 1556, 23 gennaio: Shaanxi (Shensi, Cina), magnitudo 8 – 870.000 morti.
2) 1976, 27 luglio: Tangshan (Cina), magnitudo 7.5 – 255.000 morti.
3) 1138, 9 agosto: Aleppo (Siria), magnitudo sconosciuta – 230.000 morti.
4) 2004, 26 gennaio: Sumatra, magnitudo 9.1 – 228.000 morti.
5) 2010, 1 dicembre: Haiti, magnitudo 7.0 – 222.570 morti.
6) 856, 22 dicembre: Iran, magnitudo sconosciuta – 200.000 morti.
7) 1920, 16 dicembre: Haiyuan, Ningxia (Ning-hsia, Cina), magnitudo 7.8 – 200.000 morti.
8-  893, 23 marzo: Iran, magnitudo sconosciuta – 150.000 morti.
9) 1923, 1 settembre: Kanto (Giappone), magnitudo 7.9 – 142.800 morti.
10) 1948, 5 ottobre: Turkmenistan, magnitudo 7.3 – 110.000 morti.

(da “la Stampa.it)

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DI FRONTE ALLA CATASTROFE DEL GIAPPONE

L’URLO UNIVERSALE DELLA NATURA
e la coscienza (perduta) del pericolo

di CLAUDIO MAGRIS, da “il Corriere della Sera” del 13/3/2011

   In queste ore si ha talvolta l’impressione di assistere alla fine del mondo in diretta; le voragini, l’acqua e il fuoco in furore che in Giappone stanno distruggendo tante vite umane e i loro luoghi ci arrivano in casa. D’improvviso, dinanzi alla natura – da noi così dominata, sfruttata, intaccata – ci si sente come i lillipuziani davanti a Gulliver; ondate sbriciolano grandi edifici come giocattoli, automobili e treni interi spariscono come fuscelli, il cielo s’incendia.

   Ma cos’è questa cosiddetta natura, cui spesso gli uomini si contrappongono – ora con l’arroganza del dominatore, ora con l’angosciata umiltà del colpevole guastatore – come se non facessero anch’essi parte della natura, come se non fossero anch’essi natura, al pari degli animali, delle piante o delle onde?

   Le catastrofi naturali inducono spesso a pensose e forse inconsciamente compiaciute geremiadi sulla punita superbia dell’uomo che pretende di dominare la natura, sulla tecnica che devasta la vita. Ogni disastro è buono per criticare ogni fiducia nella tecnica e nel progresso.

   L’apocalisse – immaginata, nella tradizione, ora per fuoco ora per acqua adesso confusi nella distruzione provocata dal terremoto – incute, a chi la guarda come noi in diretta ma da lontano e al sicuro o almeno pensando di essere al sicuro, un brivido di spavento. Come accade spesso con lo spavento, a questo si mescolano un’ambigua attrazione e un compunto monito sulla debolezza dell’uomo e la sua mancanza di umiltà nei confronti della natura.
   Tutto ciò si intensifica dinanzi a sciagure più direttamente dovute a responsabilità umane, a differenza dal carattere più decisamente «naturale» del terremoto e dello tsunami che infuriano in Giappone e che non sembra possano esser messi in conto all’insensatezza o alla disonestà umana, come invece ad esempio nel caso degli effetti scatenati dalle deforestazioni o dall’infame edilizia che, in molti casi – non sembra questo essere il caso del Giappone ora colpito – non si preoccupa, per incompetenza o avidità truffaldina, delle misure antisismiche.

L’orgoglio dell’uomo che con la sua tecnica soggioga la natura o l’invettiva contro questo orgoglio partono da un abbaglio: dalla contrapposizione fra l’uomo e la natura e dalla contrapposizione, altrettanto fallace, fra naturale e artificiale. Come dice un grande inno alla natura scritto da Goethe – o trascritto da un suo seguace – tutto è natura, anche ciò che ai nostri occhi sembra negarla ed è invece una sua messinscena. C’è il mito di una natura pura e incorrotta, in quanto vergine di ogni intervento umano che la corromperebbe.

   Ma nemmeno il più schietto e sano vino esiste in natura senza l’agire di chi coltiva la vite e vendemmia l’uva. Anche i nidi degli uccelli non esistono senza l’attività di questi ultimi che li costruisce. Chi, come Goethe, ha il senso profondo dell’appartenenza della specie umana, come le altre specie, alla natura, sa che l’impulso dell’uomo a costruirsi una tenda o una casa non è meno naturale di quello che spinge i castori a costruire le loro dighe che si oppongono all’impeto, altrettanto naturale, delle acque.

L’uomo non sta devastando «la natura», ma sta spesso compiendo un altro peccato, più autodistruttivo che distruttivo: sta minacciando non la natura, ma se stesso, la propria specie. I funghi velenosi non sono meno naturali di quelli mangerecci; le distese gelate di Plutone non sono meno naturali dei colli toscani in fiore; i gas che escono dai tubi di scappamento delle automobili non sono meno naturali del profumo dei fiori, perché sono composti di elementi chimici che fanno parte della natura, del Creato.

   Più semplicemente, funghi velenosi, pianeti gelidi e gas tossici sono letali per la nostra specie, di cui alla «natura» probabilmente non importa più che degli estinti dinosauri, ma che per noi invece conta. Tutto, comunque, appartiene alla natura delle cose, De rerum Natura.

La cosiddetta tecnica non va quindi demonizzata come un peccato contro natura; è la sua dismisura, il suo abuso spesso dissennato e imbecille che vanno denunciati; non con toni di untuosa o apocalittica condanna della miseria dell’uomo, ma con la chiarezza della ragione, che non ha da inchinarsi alla natura – della quale e della cui evoluzione fa parte – bensì rendersi conto dei propri limiti, perseguire il progresso senza illudersi con tracotanza che esso sia illimitato ma misurandosi con tutti i problemi e i guasti che pure esso crea, e cercare di capire, volta per volta, quando sia necessario proseguire e quando sia necessario fermarsi o magari far qualche passo indietro, posto che ciò sia possibile.

   È questa avvertenza di un possibile pericolo che ci manca; anche vedendo le immagini della tragedia giapponese restiamo tranquilli, stupidamente convinti che mai qualcosa di simile ci possa accadere, qualsiasi madornale errore possiamo commettere.

   Allo stesso modo, quando muore qualcuno, di cancro o di infarto, siamo sotto sotto persuasi che ciò non ci accadrà mai. Questa protettiva incoscienza del pericolo caratterizza non solo gli individui, ma anche le civiltà, le culture, le società, certe di essere immortali. Pure le civiltà hanno le loro endorfine, le droghe che le proteggono dall’ansia di sapere di dovere, un giorno o l’altro, morire.

Non so – e non ho alcuna competenza per poterlo sapere o capire – se il pericolo rappresentato dalla rottura del circuito di raffreddamento del reattore nucleare giapponese e dall’esplosione radioattiva sia la prova dello sbaglio di costruire centrali nucleari in genere o se invece indichi, come credo – ma senza alcuna certezza, data la mia ignoranza in materia – il pericolo sempre presente in ogni attività umana.

   Nel suo articolo, così vigoroso e convincente, apparso sul Corriere di ieri, Massimo Gaggi ha messo in evidenza la razionale e ferrea volontà dimostrata dal Giappone nel perseguimento della crescita, senza «sfide alla sorte», nella consapevolezza dei rischi e nella fattiva preparazione ad affrontarli. In generale, l’atteggiamento e il comportamento dei giapponesi in questa circostanza danno una grande prova del coraggio, della fermezza e della calma con cui l’uomo sa talora far fronte al disastro.

Questa dignità e questa forza morale non hanno nulla a che vedere con la superbia prometeica di chi pensa, con allegra incoscienza, di poter sfidare impunemente l’equilibrio necessario alla sua specie, ritenendo che quella forma della natura che chiamiamo tecnica possa sganciarsi dall’antica madre ossia dalla totalità che l’ha generata e la comprende, come un ramo che pretendesse di rinnegare l’albero in cui e da cui è cresciuto e andarsene per conto proprio.

   Se tante reazioni antitecnologiche – pure certi toni del pathos antinucleare – appaiono irrazionali, ancor più giulivamente e autolesivamente irrazionale è la sicumera con la quale, in nome di un progresso che così cessa di esser tale e di una supponenza scientista convinta che la scienza sia Dio, si distruggono foreste, si sperperano energie, si esauriscono risorse senza pensare a come la Terra potrà nutrire un numero sempre più insostenibile di affamati e a come si potrà vivere in una Terra sempre più diversa da quella cui è abituata la nostra specie.

C’è, nella specie umana, una presunzione di eternità che la rende irresponsabilmente scialacquatrice della vita e che va incontro con presunzione a una possibile trasformazione di se stessa. Studiosi seri parlano di un nostro prossimo futuro da cyborg, di uomini quali ibridi di corpi umani e integrazioni tecnologiche; è teoricamente possibile un mondo di sole donne, capaci di riprodursi senza intervento dell’uomo; l’ingegneria genetica promette – o minaccia – esseri umani radicalmente diversi da noi, tanto da essere difficilmente definibili «noi».

Forse è in atto una radicale trasformazione della nostra specie, destinata a mutare il nostro modo di essere e di sentire; in un mondo in cui nascessero solo donne da donne, sarebbe ad esempio difficile capire Ettore che gioca con Astianatte sperando che suo figlio diventi più grande di lui o la passione di Paolo e Francesca, cose senza le quali non saremmo quello che siamo.

Certo, le specie si sono sempre trasformate e continuano a farlo. Ma, a differenza dal processo che ha portato dagli organismi unicellulari (o dai frammenti del Big Bang) a Marilyn Monroe, la trasformazione della nostra specie avverrebbe in tempi brevissimi anziché in miliardi di anni, in tempi forse insostenibili per chi dovesse viverli.

Questa eventuale trasformazione – irrazionalmente vagheggiata o temuta – ci addolorerebbe più della nostra morte individuale, perché ci conforta credere che dopo di noi ci saranno bambini come i nostri figli, donne e uomini amabili come le persone che abbiamo amato. La forza, la calma, la dignità con cui oggi quei giapponesi affrontano la gravissima catastrofe dimostrano che l’uomo classico, come lo conosciamo da millenni, non è ancora superato – come proclamava Nietzsche, sperandolo e insieme temendolo – ma è ancora degnamente al suo posto. (Claudio Magris) 13 marzo 2011

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le macerie del terremoto
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One thought on “Forse nessuna Cernobyl con il TERREMOTO e lo TSUNAMI in GIAPPONE (forse). Ma il terremoto ha esposto la fragilità di una tecnologia troppo complicata e pericolosa (meglio produzioni energetiche piccole e “super”diffuse nei territori)

  1. Agata domenica 13 marzo 2011 / 10:30

    Siamo sicuri che NESSUNO risponde?
    please HELP è “una preghiera”.

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