GIAPPONE, un popolo, una nazione, che affronta il TERREMOTO e il pericolo di una catastrofe NUCLEARE con fermezza e senza isterismi – e ancora una volta il mondo si chiede se val la pena credere nell’INCOGNITA NUCLEARE

Controlli sul livello di radioattività assorbita dalla popolazione evacuata (da “Corriere della Sera.it”) - LA FILOSOFIA DI VITA DI UN POPOLO NOBILE – di NICHOLAS KRISTOF (da “la Repubblica” del 12/3/2011 - OSSERVATE il Giappone nelle prossime ore e settimane, e scommetto che ne ricaveremo tutti una lezione. A cominciare dal linguaggio, intriso di stoicismo. Il refrain quotidiano è SHIKATA GA NAI, non ci si può far niente. E agli altri ripetono GANBATTE KUDASAI, sii forte. I disastri naturali fanno parte dell'UNMENI, il destino, vocabolo scritto intrecciando i caratteri del movimento e della vita. C'è poi il rapporto con la natura: per i giapponesi, l'uomo non ne è che una parte, ne segue il corso, compresi moltissimi terremoti della loro storia. C'è qualcosa di nobile e coraggioso nella forza e nella perseveranza del Giappone. Lo vedremo in azione nei prossimi giorni, coi giapponesi che faranno fronte unito. Per tutto ciò, a loro esprimiamo la nostra solidarietà. Ma anche la più profonda ammirazione. – Nicholas Kristof

   “Non esiste un nucleare sicuro. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali”. Questo concetto lo ha espresso il Nobel per la fisica (del 1984) Carlo Rubbia, da sempre molto critico nei confronti della scelta nuclearista (e se lo dice lui che di nucleare, e di sistemi di gestione dell’energia dall’atomo nessuno discute la competenza, allora è da chiedersi se val la pena).

   Nelle tante ragioni per nutrire dubbi sul nucleare, l’episodio così grave (e ancora tragico, non si sa come andrà a finire…) giapponese, nelle tante ragioni di perplessità, dicevamo, vi si aggiunge la presa di posizione della cancelliera tedesca Angela Merkel. Infatti Berlino chiude due centrali e sospende la decisione sul prolungamento di tutte le altre, per verificarne la sicurezza.   Di fatto la Germania (che su questo argomento, come su tanti altri di tipo economico, mostra di essere la nazione più credibile in Europa) ancora una volta indica un “percorso di serietà”: no, non può essere (solo) pura propaganda elettorale della cancelliera il voler bloccare due centrali obsolete e sospendere la decisione sul prolungamento delle altre. E’ la Germania anche il paese in Europa che più investe e auto-produce con l’energia solare e da altre fonti rinnovabili (pur collocata com’è verso il centro-nord, svantaggiata rispetto ai paesi dell’Europa mediterranea…).

Alle 11,01 di lunedì (le 3,01 in Italia) ci sono state due esplosioni al reattore 2 della centrale nucleare di Fukushima 1 (Reuters/Ntv)

   Ragioni di perplessità (all’energia nucleare) date sì dal terremoto (e altri possibili eventi naturali: inondazioni etc.). Poi c’è la questione irrisolta delle scorie radioattive (e qui l’elemento probabilistico non c’entra: ci sono e basta; e saranno a carico delle future generazioni per consumi che facciamo noi adesso). Sorge poi la perplessità sulla necessità di militarizzare il territorio interessato alle centrali nucleari (per ragioni di sicurezza, contro terrorismi, atti di guerra, etc.). E poi l’incidente interno alla centrale dato da mala gestioni… insomma tante e preoccupanti le ragioni del pericolo nucleare.

   E’ pur vero che una società come la nostra “occidentale-consumistica” ne consuma tanta di energia, troppa (e nessuno rinuncia al proprio benessere, ai propri consumi). E noi usufruiano dell’energia importata dalle centrali atomiche francesi… Pertanto un’inversione di rotta richiede anche “contromisure” nei sistemi di organizzazione della vita (personale e sociale). Pur immaginando allo stesso tempo il credere fermamente a fonti di produzione energetica diffuse, non impattanti, riprese dalla natura e rinnovabili (ne abbiamo accennato nell’altro post). Un piano energetico da progettare, realizzare, e rispettare.

   Tanti “piani energetici” (in piccole comunità, in aree geomorfologicamente omogenee –pedemontana, pianura, aree costiere, di montagna -, in città, a livello nazionale, europeo, mondiale…). Piani energetici che garantiscano l’utilizzo di fonti non pericolose, con elementi della natura che si rinnovano cioè non si esauriscono.

   Credere a un progetto “micro” e “macro” di tal genere, è credere a un cambiamento globale nei modi di rapportarsi dell’umanità: è possibile che ne uscirebbe una società più “partecipata”, democratica, più consapevole dei propri limiti e dedita alla pace e alla conoscenza reciproca (di giovani e meno giovani che si incontrano nel multiculturalismo. Insomma stiamo cercando di dire che l’avvio di un progetto energetico globale (e locale) diverso da quello che si basa sulla dipendenza dal petrolio e dal nucleare, potrebbe essere l’input per “altri discorsi”, altri approcci alla realtà, in modo nuovo e più allargato in una società di benessere e più giusta.

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ANGOSCIA ATOMICA DOPO LA CATASTROFE NATURALE

DUE ESPLOSIONI ALLA CENTRALE NUCLEARE –  “LE BARRE DEL REATTORE SONO ESPOSTE”

La fuga di idrogeno fa scattare l’allarme, paura a Fukushima: sette dispersi e almeno tre feriti. Brivido per l’arrivo dello tsunami ma la città ritorna alla normalità

da “la Stampa.it” del 14/3/2011

   A tre giorni dal devastante terremoto che ha colpito il Giappone, mentre si continuano a contare le vittime e i danni dello tsunami, gli sforzi si concentrano soprattutto sul rischio nucleare e si lotta per evitare al mondo una nuova Chernobyl.
   Una seconda esplosione si è verificata oggi (il 14/3, ndr) nell’impianto nucleare di Fukushima n.1 nel nord est del Giappone, facendo saltare una parte del tetto della gabbia di contenimento senza danneggiare il reattore, secondo funzionari giapponesi.
   Secondo alcuni di questi le esplosioni sono state due in rapida successione. La deflagrazione ha causato il ferimento di undici persone una delle quali, investita da una forte quantità di radiazioni, è in condizioni gravi.  E nel reattore n.2 le barre di combustibile nucleare sono totalmente esposte, cosa che – anche secondo la società che gestisce la centrale, la Tepco – impedisce di escludere il rischio di una fusione.

   A questo proposito i tecnici della centrale sono già al lavoro per tentare di far rialzare il livello dell’acqua e coprire così le barre di combustibile. Nell’impianto altri due reattori sono stati danneggiati dal terremoto. Nel vicino stabilimento di Fukushima n.2, 10 chilometri di distanza, la situazione si è stabilizzata in due reattori, ma un altro continua ad avere dei problemi.
   Ad aggravare la situazione oggi ci sono stati anche un nuovo allarme tsunami, subito rientrato, e una nuove forte scossa di assestamento di magnitudo 6,2, alla quale secondo le previsioni ne seguiranno altre, avvertita anche a Tokyo. L’epicentro è stato individuato nella prefettura di Ibaraki, a circa cento chilometri dal centro della capitale giapponese.
   Intanto, si continuano a contare le vittime. Secondo l’ultimo conteggio della polizia morti e dispersi in seguito al terremoto e allo tsunami sono almeno 5.000. Tuttavia, si ritiene che si tratti di un bilancio destinato ad aumentare e che quello finale supererà le diecimila vittime. Nessun problema per i nostri connazionali. «I 29 italiani che avevamo nell’area colpita dallo tsunami sono stati identificati e stanno tutti bene e al sicuro». Così l’ambasciatore italiano a Tokyo Vincenzo Petrone, intervenendo telefonicamente alla rubrica di Sky tg 24. Fino a poche ore fa all’appello mancavano solamente due connazionali.
   Intanto in Europa continua il dibattito sul nucleare. Berlino chiude due centrali e sospende la decisione sul prolungamento di tutte le altre, per verificarne la sicurezza. Gli impianti nucleari tedeschi più vecchi, che attualmente sono rimasti aperti solo in seguito alla decisione di prolungare la vita di tutte le centrali, chiuderanno subito. Lo ha detto oggi la cancelliera tedesca, Angela Merkel, nel corso di una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri, Guido Westerwelle.

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ALLARME NUCLEARE IN GIAPPONE. TOKYO CHIEDE AIUTO A USA E UE

da “il Sole 24ore.com” del 14/3/2011

   Oltre le scosse, lo tsunami e i 5mila morti, il Giappone deve affrontare il problema nucleare e lo sta facendo dando versioni discordanti. Le autorità giapponesi hanno in un primo momento considerato «improbabile» l’esplosione del reattore numero due della centrale nucleare Fukushima-1. Nelle stesse ore i rappresentanti di Tokyo Denryoku (Toden), compagnia elettrica che gestisce l’impianto, avevano annunciato che le barre del reattore numero 2 sono rimaste esposte per il guasto a una pompa. La compagnia non ha escluso l’inizio di un processo di fusione del nucleo nel reattore.

   Dopo l’immissione di acqua marina, il livello del liquido ha ripreso a salire. Il portavoce del governo giapponese, Yukio Edano, ha precisato che il reattore non ha riportato danni e ha definito «basso» il rischio di una fuga radioattiva. Al contrario, il ministro dell’Industria francese, Eric Besson, aveva definito «preoccupante» la situazione e affermato che non può essere escluso un disastro nucleare. Nel pomeriggio si è saputo che il governo di Tokyo ha chiesto aiuto agli esperti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e agli Stati Uniti per contribuire a raffreddare le centrali nucleari danneggiate.

   Una riunione di emergenza dell’Aiea è stata chiesta più tardi anche dalla Commissione europea. Ma è stato proprio il direttore dell’Aiea, il giapponese Yukiya Amano a escludere il paragone con il disastro di Chernobyl nel 1986 e un esperto dell’agenzia James Lyons ad affermare che non vi sono, al momento, segni di una fusione in corso nel reattore n.2 della centrale di Fukushima 1.

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FUNZIONA COME UN BOLLITORE, MA E’ UNA CENTRALE NUCLEARE. COSA E’ ACCADUTO A FUKUSHIMA

Elena Comelli, Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore.com” del 14/3/2011

   La peggiore delle ipotesi? Fusione del nocciolo con esplosione del reattore. In questo caso la fuoriuscita di materiale radioattivo sarebbe inevitabile e massiccia. Un’ipotesi teorica, mai accaduta nella storia del nucleare civile. Nell’incidente di Three Mile Island, nel 1979, si arrivò alla fusione del nocciolo. Ma senza danni, perché il reattore rimase perfettamente integro. Dalla centrale non uscì nulla e tutto il materiale sta ancora chiuso lì dentro, annegato in un sarcofago di cemento. A Cernobyl non si arrivò mai alla fusione del nocciolo, ma ci fu un’esplosione da cui fuoriuscì una parte del combustibile radioattivo. Le conseguenze furono molto più gravi, come sappiamo.

   Nel caso di Fukushima Daiichi, non sappiamo ancora con certezza come stiano le cose. L’agenzia di sicurezza nucleare giapponese sostiene che le quattro centrali più vicine all’epicentro del terremoto sono state subito spente e nega la fusione del nocciolo nell’unità numero 1 della centrale di Fukushima. L’esplosione, dovuta a un problema al sistema di raffreddamento, dovrebbe avere intaccato solo le pareti esterne della centrale, non il reattore. Ma la fuoriuscita di cesio indica che c’è stata una fusione di combustibile, anche se probabilmente non del nocciolo. E quindi resta un’incongruenza fra quanto dichiarato e l’evidenza dei fatti.

   La centrale è un bestione composto da 8 unità per quasi 5 gigawatt di potenza: potrebbe soddisfare da sola un decimo del fabbisogno italiano di energia elettrica e rappresenta un quarto della produzione di energia nucleare in Giappone. Costruita nel ’66, la centrale utilizza dei reattori Bwr (Boiling Water Reactor) costruiti da General Electric, Toshiba e Hitachi. Il nocciolo di un reattore Bwr può essere immaginato come la resistenza elettrica che scalda l’acqua in un comune bollitore da cucina: è immerso nell’acqua e diventa molto caldo. L’acqua lo raffredda e allo stesso tempo trasporta via il calore, di solito sotto forma di vapore, per far girare delle turbine che generano elettricità. Se l’acqua smette di fluire, abbiamo un problema.

   Il nocciolo si surriscalda e sempre più acqua si trasforma in vapore. Il vapore causa una forte pressione nella camera interna del reattore, un contenitore sigillato. Se il nocciolo – composto principalmente di metallo – diventa troppo caldo, tande a sciogliersi e alcune componenti possono infiammarsi.

   Nella peggiore delle ipotesi, il nocciolo si scioglie completamente e buca il fondo della camera interna, cadendo sul pavimento della camera di contenimento, un altro contenitore sigillato. Questo è progettato apposta per evitare che il contenuto del reattore penetri all’esterno. Il danno a questo secondo contenitore può essere anche grave, ma in linea di principio dovrebbe poter evitare una fuga radioattiva nell’ambiente circostante.

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LE SFIDE DEL GIGANTE FERITO

di Marco Fortis, da “il Messaggero” del 14/3/2011

   Può sembrare impietoso che, mentre ancora non si è finito di contare il numero dei morti e dei feriti provocato dal terribile terremoto che ha colpito il Giappone e si temono drammatici ed imprevedibili sviluppi in alcune centrali nucleari seriamente danneggiate, economisti e media già stiano cercando di capire quanto costerà questa catastrofe in termini economici.

   Il fatto è che la vita va avanti. E la vita di milioni di giapponesi ed anche di tante altre persone nel mondo dipenderà dall’entità del disastro, dalle sue ripercussioni sull’economia nipponica, sulla spesa pubblica e sul debito statale, sull’export e sul tasso di cambio dello yen, sulle Borse e persino sulle quotazioni delle compagnie assicuratrici. In definitiva, bisognerà vedere quanto il sisma potrà influire sulla stessa ripresa dell’economia mondiale già molto debole.

   Nei giorni scorsi alcuni centri di ricerca hanno quantificato il possibile impatto del terremoto sull’economia giapponese tra lo 0,5% e l’1% del Pil, ma si tratta di stime ancora molto approssimative poco chiare. Una cosa, infatti, è il danno patrimoniale arrecato dal terremoto e dal successivo tsunami a strade, infrastrutture, case e fabbriche, un’altra è la sua ricaduta sul Pil a breve e medio termine.

   Per quanto concerne i danni patrimoniali, la cui entità è sicuramente molto rilevante, è bene essere cauti. Ancora si sa poco sull’impatto complessivo della catastrofe e gli stessi esiti dell’emergenza nucleare in alcune centrali potrebbero far lievitare le stime dei danni economici e delle ricadute sulla popolazione.

   Alcuni analisti intervistati nei giorni scorsi dalla Bbc hanno tentato un raffronto con il terremoto che colpì Kobe nel gennaio del 1995, il quale provocò 6.400 vittime, lasciò senza casa 300.000 persone e costò circa 100 miliardi di dollari dell’epoca. L’area allora interessata era economicamente più importante di quella odierna.

   Ed è stato fatto altresì notare che il Giappone è sicuramente più preparato oggi di quanto non fosse nel 1995 a questo tipo di disastri naturali. Solo il tempo ci dirà se gli esperti avranno avuto ragione perché il bilancio del pauroso sisma della scorsa settimana si sta facendo ora dopo ora sempre più grave in termini di vite umane e di distruzione materiale.

   Per quanto riguarda l’impatto della catastrofe odierna sulla dinamica del Pil altri analisti hanno messo in evidenza come in occasione del terremoto di Niigata del 2004, che provocò danni per 30 miliardi di dollari, il Pil giapponese diminuì inizialmente dello 0,4% ma nei successivi sei mesi aumentò dell’ 1%. Ciò, secondo gli esperti, potrebbe ripetersi ora anche per effetto delle ricadute economiche delle opere di ricostruzione.

   Tante, tuttavia, sono le incognite odierne. Non solo perché le economie avanzate non sono ancora guarite dalla grave crisi dei mutui sub-prime. Ma anche perché il Giappone che ha subito questa ennesima ferita è un gigante un po’ malfermo sulle gambe.

   Rimane un protagonista assoluto della vita economica mondiale ed il suo popolo è tradizionalmente orgoglioso e reattivo. Ma negli ultimi anni il Giappone ha indubbiamente perso peso relativo, superato per dimensioni del Pil dalla Cina. Inoltre, è meno forte nell’industria di un tempo ed ha un debito pubblico lordo che è ormai pari a circa il 225% del Pil, mentre era al 95% quando vi fu il terremoto di Kobe e al 178% nel 2004.

   Diversamente da Germania e Italia, che come il Giappone non hanno sperimentato una forte crescita del Pil nell’ultima decade, il Paese del Sol levante è ormai da un ventennio che non ha più il turbo nel motore.  Sicché, creando l’economia poco reddito aggiuntivo, le famiglie giapponesi hanno dovuto cominciare ad intaccare il loro pur sempre elevato patrimonio immobiliare e finanziario. Secondo stime del Credit Suisse, la ricchezza per adulto a tassi di cambio costanti tra il 2004 e il 2010 è diminuita in Giappone del 6% mentre, per un confronto, quella degli americani è aumentata del 4% e quella degli italiani dell’11%.

   La bilancia commerciale giapponese peri manufatti, tradizionalmente attiva e punto di forza dell’economia nipponica, era la più alta del mondo nel 2000 con un surplus di 237 miliardi di dollari, quasi doppio di quello della Germania.

   Nel 2009 al primo posto si è invece portata la Cina con 450 miliardi di dollari, seguita dalla Germania con 288 miliardi, mentre il Giappone è sceso al terzo posto con 222 miliardi. E’ vero che una quota sempre maggiore di vendite delle multinazionali giapponesi avviene estero su estero, avendo esse delocalizzato molte produzioni in Cina. Sicché parte dell’export cinese è realizzato in realtà da imprese del Sol levante.  Ma così facendo una quota di Pil sempre maggiore anziché rimanere sul suolo giapponese è emigrata all’estero.

   Le opere pubbliche che si renderanno necessarie per la ricostruzione dopo il terremoto potrebbero agire da impulso sul Pil nipponico, che è calato nel quarto trimestre 2010, ma aggraveranno il debito statale e, secondo alcuni, potrebbero portare ad un’ulteriore rivalutazione dello yen a seguito di un aumento del tasso di risparmio, disinvestimenti esteri e rimpatrio di capitali.

   Uno yen più forte potrebbe frenare ulteriormente l’export e ciò non aiuterebbe un Paese che ha assorbito con fatica la forte caduta del Pil del 2009, con una ripresa altalenante nel 2010 sostenuta da un deficit pubblico altissimo. Quest’ultimo dal 10,2% del 2009 dovrebbe scendere (di poco) all’8,1 % nel 2012. Ma queste erano le stime prima del terremoto. Chissà a che livello si collocherà invece ora il deficit statale giapponese.

   D’altra parte, il Giappone ha importanti elementi di solidità economica. Uno di essi è la sua imponente posizione finanziaria netta sull’estero che è stimata, secondo la Banca d’Italia, in una cifra pari al 56% del Pil. Un altro elemento relativamente tranquillizzante è che il debito pubblico di Tokyo è certamente enorme ma esso dipende pochissimo dagli investitori esteri essendo finanziato quasi interamente dai cittadini giapponesi con il risparmio. Proprio il risparmio, assieme alla tecnologia e all’orgoglio nazionale, resta una delle armi migliori di un Paese che pure ha palesato problemi negli ultimi anni, tra cui una crescente instabilità politica. (Marco Fortis)

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Il reportage

TOKYO, LA METROPOLI VUOL RIPARTIRE MA L’ENERGIA ELETTRICA NON BASTA

Paralisi quasi totale dei treni metropolitani, luoghi di lavoro praticamente deserti, la rete cellulare che va a singhiozzo, i grattacieli che di notte devono spegnersi per risparmiare corrente. E la terra continua a tremare. Viaggio nella capitale giapponese dopo il terremoto

da RAIMONDO BULTRINI, da “la Repubblica” del 14/3/2011

TOKYO  –  Niente black out, ma qualcosa dall’impatto più forte: la paralisi quasi totale dei treni metropolitani, linfa vitale dell’organismo pulsante di luci e microchip della capitale giapponese. Questo è successo ieri nel primo giorno di ripresa del lavoro e degli affari dopo la lunghissima scossa di terremoto venerdì scorso.
   Fin dalle prime sembrava cominciare male, con un nuovo sussulto della terra alle dieci e mezza di mattina che ha fatto letteralmente scricchiolare le mura del nostro albergo, al settimo piano di un grattacielo. Niente di paragonabile agli effetti del grande sisma. Quel giorno 163 persone sono rimaste bloccate per lungo tempo dentro gli ascensori. Tra queste la cameriera di un ristorante a Shibuya, dove la gente faceva file enormi per telefonare dalle solitamente inusate cabine pubbliche, perché ogni rete dei cellulari era saltata.
   “Sembrava di essere tornati indietro ai tempi che mi raccontava mia madre  –  racconta Akina  –  di quando lei faceva la fila ai telefoni pubblici per parlare con mio padre che stava a Osaka. Io sono nata con il cellulare in mano, mi sembra la cosa più naturale del mondo”. E se glielo lo togliessero adesso? “Non saprei come ritrovare gran parte dei miei amici  –  ammette candida  –  qualcuno certo so dove abita, e loro sanno dove abito io. Ma a casa di tutti non sono stata, impossibile. Sono distanze enormi, ci pensa? E poi adesso con il blocco dei treni metropolitani è tutto un

caos. Non so davvero quando e con chi riusciremmo a rivederci, se dovesse bloccarsi a lungo la rete dei cellulari”.  
   Dopo i treni dentro e fuori della città, l’ingorgo dovuto al diminuito potere delle centrali rende precarie le comunicazioni attraverso i sofisticati telefonini posseduti da almeno l’80 per cento della popolazione, 10 milioni di abitanti connessi antenna dopo antenna oltreché stazione dopo stazione. Sono i segni più evidenti della precarietà in cui vive queste ore la grande metropoli dell’Asia, apparentemente ma non certo indifferente alla tragedia dei sopravvissuti rimasti al freddo e alla neve.
   Ieri doveva essere il primo giorno di ritorno alla “normalità” della settimana lavorativa. Ma senza treni decine di migliaia di lavoratori non hanno potuto raggiungere la città degli affari e del commercio, i dirigenti non hanno potuto partecipare alle riunioni, le famiglie si sono frammentate in diversi luoghi della città. Così è successo che molte attività, dagli uffici ai grandi shopping centre, siano rimaste chiuse, mentre alcune zone commerciali e d’intrattenimento tradizionalmente affollate hanno mantenuto le vetrine illuminate al loro massimo fulgore, sebbene  qua e là diverse seracinesche restavano abbassate per mancanza di personale, come le eleganti boutique di Armani e Louis Vuitton.
   Abbiamo cercato di salire sulla tratta tra Harajuki a Shinjuko, ma c’erano delle strisce trasversali e una lunga fila si dirigeva nella direzione dei treni più lenti e dalle carrozze più vetuste ancora in funzione (pare consumino meno energia), che fermano a tutte le stazioni e raggiungono anche i sobborghi. Ce n’erano pochi anche di questi però. Una giovane impiegata di un’agenzia assicurativa di nome Kanako ha appena rinunciato a spostarsi verso il suo ufficio dove aveva un lavoro importante che l’aspettava. “Non ci può fare niente nessuno  –  ci dice  –  Lei lo sa che cosa è successo alle nostre centrali nucleari… in questi giorni la corrente qui da noi è diventata come una coperta troppo corta, non ci puoi coprire tutti noi, che siamo così tanti”.
   Tra i tanti ci sono milioni di immigrati dalle altre province come Hiroki che per giorni non ha saputo niente dei suoi figli e della moglie rimasti nella disastrata Sendai mentre lui era bloccato impotente a Tokyo dove lavora come commesso a Nakasime. “Finalmente ho saputo che stanno bene  –  racconta  –  ma per tutti questi giorni non ho fatto altro che cercare di telefonare. Trovavo le linee sempre intasate, e questo è successo anche qui in città. Forse se la gente capisse che dovrebbe intasare di meno le linee per cose non importanti sarebbe meglio. Ma questo è il difetto di questa città. Pensiamo che l’energia sia inesauribile”.
   Il governo, l’ammistrazione locale e molta gente comune aiutata dai continui messaggi televisivi e radiofonici, sembrano però sempre più consapevoli che il trend del passato non può essere retto a lungo, soprattutto se non potranno essere ripristinati presto come sembra gli impianti colpiti. “E’ un sentimento di vigilia dell’apocalisse  –  dice il giovane pittore di acquerelli tradizionali Gomyo con un senso di rassegnazione  –  ma la speranza che il peggio sia passato ci evita di entrare nel panico”.
   Da tempo Tokyo è una metropoli internazionale dove vivono anche parecchi lavoratori stranieri che hanno condiviso una certa agiatezza del Giappone e che adesso come tutti temono di perderla. “Sono venuto qui da Calcutta a lavorare, e dovrò continuare a darmi da fare come tutti senza pensare troppo in negativo, a che serve?”, spiega il trentenne Khan che cucina pollo col curry nella centralissima zona a luci rosse di Shinjuku – “Io e il mio amico dividiamo una stanza alla periferia di Hatogaya, e veniamo sempre in treno. Ma stanotte ci tocca di dormire qui”, dice indicando il pavimento due metri per due dove servono i clienti da una finestra sulla strada.
   Shinjuku è un’area di intrattenimento per molte fasce di giovani trendy che si spostano qui anche da zone distanti per lo struscio, lo shopping e qualche birra in un pub. Ma c’è pochissima gente rispetto al solito e risaltano ancora di più le stravaganze nel vestiario di ragazzi elegantissimi dai capelli colore dell’oro che sembrano usciti da una reclame asiatica di Valentino, o delle loro compagne in vertiginose minigonne con le calze dalle geometrie più varie e lunghi stivaletti al ginocchio, quasi una divisa generazionale.
   Ben pochi parlano inglese, e l’unico che accetta una conversazione è un punk con la giacca di un sessantottino italiano pieno di orecchini e l’aria un po’ indifferente. “Ho paura, sì, certo che ho paura, che domande…. Ma come è vero che mi chiamo Yuri, Tokyo è il posto più tranquillo dove stare, i nostri palazzi sono solidi e costruiti apposta”, assicura. Sarà per questa certezza che dopo la scossa qualche passante alzava semplicemente lo sguardo verso la cima dei palazzi, ma riprendeva subito a camminare e digitare al telefonino, magari a twittare con un fidanzato o un parente le ultime dal terremoto.
   Da tutt’altra parte, lungo la baia che è parecchio straripata lasciando melma e conseguenze serissime a tutta l’economia di una delle zone più frequenate e trafficate della città, il cielo è coperto di un grigio lacrimevole. “Forse pioverà domani, doveva piovere già oggi”, ci dice un signore che si avvicina e poi continua a camminare lungo la strada semideserta, dove una donna anziana dà da mangiare avanzi di biscotto a degli enormi corvi neri. “Abito a Daiba e tutto è nuovo da noi, mi hanno portato lì i figli perché dicevano che la mia vecchia casa non era sicura. Ma adesso mi pare che non si può essere sicuri da nessuna parte in Giappone, e comunque non posso tornare indietro. Ormai vivo qui. Ma è bella la nostra baia, non trova?”.
   Un giro nelle strade dei quartieri attraversati da larghe strade ritagliate tra i grattacieli ci riporta in città al buio, pensando a quello che avverrà oggi con il black out ormai certo a Tochigi, Ibaraki, Gunma, Chiba, Kanagawa, Saitama, Yamanashi e Shizuoka. Lungo tutta la fascia esterna del cuore che pulsa di questa metropoli, saranno certo ben visibili gli enormi buchi neri nella costellazione scintillante del centro. Se ne spegneranno uno alla volta, dicono i tecnici dell’azienda elettrica. E chissà quando torneranno ad accendersi tutti insieme. “Sarebbe quello il bel segno che tutto è tornato come prima”, commenta il tassista che ci riporta in albergo.
   Il tempo di risalire al settimo piano e inizia un’altra scossa. E’ mezzanotte. Nessuno scende o esce nei corridoi. Ma fuori dalle finestre due grattacieli che ieri erano illuminati sono scuri con una fila di inquietanti lucette rosse a intermittenza per gli aerei  e i corvi gracchiano tutti insieme. (Raimondo Bultrini)

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INCIDENTI ALLE CENTRALI

NUCLEARE, ECCO LA SCALA DEGLI INCIDENTI

La scala Ines serve a definire la gravità dei guasti atomici: sono sette i livelli di rischio

da “la Stampa.it” del 13/3/2011

   L’incidente alla centrale di Fukushima è stato per ora definito “di livello 4” dalle autorità competenti. Ma che cosa significa questa classificazione?
   Gli incidenti alle centrali nucleari sono classificati secondo una scala a sette livelli. La Scala, che è nota come scala Ines (International Nuclear and radiological Event Scale, scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici) è stata sviluppata a partire dal 1989 dalla Iaea, l’agenzia internazionale per l’energia atomica
   La Scala Ines è divisa in due parti comprendenti in tutto sette livelli. La parte superiore riguarda gli incidenti, vale a dire tutti quelli eventi che producono danni significativi alle persone, all’ambiente o alle cose; è divisa in 4 livelli che vanno dal 7° grado, riguardanti eventi disastrosi tipo Chernobyl, fino al 4° grado per il quale le conseguenze sugli individui della popolazione sono valutabili in dosi di alcuni millesimi di Sievert (la dose che in media un uomo assorbe in un anno per esposizione alla radioattività naturale è di 2,4 millisievert).
  
La parte inferiore riguarda i guasti, ossia quelli eventi che producono danni di poco conto alle persone, all’ambiente, o alle cose. E’ divisa in tre livelli, che vanno dal 3° grado, comprendente eventi per i quali le conseguenze sugli individui della popolazione sono valutabili in dosi piuttosto basse (decimi di millisievert) fino al 1° grado, livello che chiude la scala, nel quale vengono classificate, tra l’altro, le deviazioni dal normale regime di funzionamento di un reattore elettronucleare, con conseguenze praticamente nulle per la popolazione e l’ambiente.

   Vi è poi un livello zero, o più correttamente al di sotto della scala, che comprende quegli eventi che non hanno alcuna importanza ai fini della sicurezza nucleare. Per percepire in maniera corretta il senso della classificazione proposta, si deve ricordare che l’andamento della scala non è di tipo lineare, ma, con una certa approssimazione, di tipo logaritmico a base 10. Questo significa che tra un evento classificato al livello 6, ed un altro classificato al livello 3, la differenza di gravità va valutata nell’ordine di un fattore 1000 anzichè 2.
Ed ecco, nel dettaglio, i sette livelli della scala Ines:
LIVELLO ZERO – DEVIAZIONE

Non significativo per la sicurezza
LIVELLO UNO – ANOMALIA

Scostamenti dal normale regime di funzionamento (es.: Benos Aires, Argentina, 1983)
LIVELLO DUE – GUASTO

Eventi con un significativo malfunzionamento, ma con un margine sufficiente per far fronte a ulteriori guasti (es.: Saint Laurent, Francia, 1980)
LIVELLO TRE – GUASTO GRAVE

Rilascio all’esternodi materiale radioattivo nell’ordine di decimi di mSv (millisievert). Non sono necessarie misure protettive esterne al sito (es.: Windscale, Gran Bretagna, 1973)
LIVELLO QUATTRO – INCIDENTE senza conseguenze significative all’esterno dell’impianto

Rilascio all’esterno di materiale radioattivo nell’ordine di alcuni mSv (millisievert) alla persone più esposta. Non vi è necessità di azioni protettive, fatta eccezione per il controllo locale della catena alimentare (es.: Three Miles Island, Usa, 1979)
LIVELLO CINQUE – INCIDENTE con possibili conseguenze all’esterno dell’impianto

Rilascio all’esterno di materiale radioattivo in quantità tale da suggerire l’attuazione parziale delle contromisure previste dal piano di emergenza esterna (es.: Winscale, Gran Bretagna, 1957)
LIVELLO SEI – INCIDENTE GRAVE
Rilascio all’esterno di materiale radioattivo in quantità tale da suggerire la completa attuazione delle contromisure previste dal piano di emergenza esterno al fine di limitare gravi effetti sulla salute della popolazione (es.: Kyshym, 1957, Urss, oggi Repubblica Russa)
LIVELLO SETTE – INCIDENTE MOLTO GRAVE (DISASTRO NUCLEARE)
Rilascio all’esterno di una grossa percentuale del materiale radioattivo contenuto in un impianto di grandi dimensioni, con gravi conseguenze ambientali e sulla salute (anche a lungo termine), su di un’area comprendente più nazioni (es.: Chernobyl, 1986, Urss, oggi Repubblica Ucraina)

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(da "il Gazzettino") (per vedere ingrandito cliccate sull'immagine)
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5 thoughts on “GIAPPONE, un popolo, una nazione, che affronta il TERREMOTO e il pericolo di una catastrofe NUCLEARE con fermezza e senza isterismi – e ancora una volta il mondo si chiede se val la pena credere nell’INCOGNITA NUCLEARE

  1. LUCA martedì 15 marzo 2011 / 13:40

    Visto dalla Francia :

    – la prima reazione del governoe è stata quella di convocare una riunione con esponenti dello stesso ai quali si aggiungono la presidente di AREVA (gruppo leader mondiale del nucleare e estrazione di uranio) e l’agenzia nucleare francese. Come uno spot pubblicitario martellante il messaggio è sempre lo stesso : “nessun pericolo, nessuna Chernobyl” ;

    – Daniel Cohn-Bendit interviene il giorno dopo e propone l’apertura di un dibattito e soprattutto di un referendum per uscire dal nucleare. La risposta del governo è che “il momento non è per il dibattito”.

    – Martine Aubry (figura leader del partito socialista) prende le distanze dagli ecologisti (Cohn Bendit)…

    – Il ministro dell’ambiente annuncia che la situazione si aggrava dopo averne parlato al G8…

    Noi il referendum l’abbiamo già votato. I cittadini italiani hanno detto no.
    E’ vergognoso che la lobby nucleare venga in televisione a dire che non ci sono rischi ! Che il prossimo G8 vadano a farlo a Fukushima allora !

    E soprattutto RISPETTO per i giapponesi e per tutte le vittime del nucleare !

  2. faber mercoledì 16 marzo 2011 / 14:35

    Il RISPETTO forse lo deve imparare lei, i morti che ci sono stati fino ad oggi in Giappone non sono stati per il nucleare ma si usa questa tragedia per fomentare una paura ed usarla a scopi propagandistici (questo decretò anche il risultato del referendum nel 1987)
    Se poi parla di tutte le vittime riconducibili al nucleare, le ricordo che queste sono infinitamente minori rispetto a quelle causate dall’energia prodotta con l’idroelettrico o attraverso i combustibili fossili come il carbone: soltanto in Italia ogni anno muoiono per le polveri sottili 5000 persone, pari ai morti di Chernobyl in 25 anni.
    I giapponesi non meritano di essere usati come ha fatto lei! Vedrà che tutte queste polemiche sul nucleare proprio in quel paese, dove sono gli unici a sapere gli effetti di un arma atomica, non avranno nessuna presa.

  3. LUCA giovedì 17 marzo 2011 / 13:19

    Io non ho mancato di rispetto.
    Non si tratta di “polemiche”, ma di aprire una riflessione o un dibattito su dove vogliamo andare.
    E quando dico riflessione non voglio dire sbandierare cifre “per” o “contro”, per poi farmi accusare di aver usato i morti che stanno dietro quelle stesse cifre. Io non ho usato i giapponesi, la sola volta che li ho citati è giustamente per invocarne il rispetto.
    Forse lei non si è reso conto di aver usato dei morti per appoggiare il suo proposito ?
    Vorrei inoltre ricordarle che il dibattito dura da prima del sisma, che tra le ragioni del “no” per esempio in Italia, c’è quella del rischio sismico ; le ricordo infine che ancor prima delle “polemiche” io postavo un commento su questo sito sabato 12 marzo alle 8:24 sulle gravi conseguenze del cataclisma sulle centrali nucleari.
    Insomma, il punto è che come troppo spesso accade si corre ai ripari dopo che il disastro ha avuto luogo.

    Infine se vogliamo fare come Stalin per cui “un morto è una tragedia e un milione di morti sono una statistica”, mi sembra che le morti dovute all’energia idroelettrica siano ben inferiori a quelle dovute all’energia nucleare. Oltre a quei 3000 poveracci della tristemente nota val Vajont, il secondo più grave incidente risale al 1889, quando la diga di Johnston (USA) cede sotto per effetto di una piena provocando 2000 vittime. Possiamo anche aggiungere le 423 vittime della diga di Malpasset in Francia (1959). Sull’altro piatto della bilancia che mettiamo ? 65 vittime ufficiali di Chernobyl ? Il macabro balletto di cifre qui va dai 65 suddetti e “certificati” ai quali vanno aggiunti 4000 (“presunti”) morti di tumori alla tiroide (soprattutto bambini) fino agli inverosimili 6 milioni proposti dagli ecologisti di Greenpeace (vedasi diastro di Chernobyl – WIKIPEDIA). Quanto dureranno queste sterili polemiche ? Non spetta a me il compito di contare le vittime di quest’ultima catastrofe, ma qualcuno dovrà pur farlo…
    E allora, se si stima che solo 1 % delle dighe del mondo si sono rotte (notare che il Vajont ha resistito) nel secolo scorso [Christian Kert, La sécurité des barrages en question, Rapporto de l’OPCEST, 9 juillet 2008],
    perché non continuare a utilizzare questa energia rinnovabile e pulita ? E’ possibile realizzare micro-turbine per rendere autonomi piccoli villaggi o città, per esempio in montagna ? E magari integrando questa energia con altre di porvenienza eolica e solare, sempre a una scala micro ?
    E soprattutto perché alimentare insegne luminose e in generale perché sprecare tanta energia, visto che è poca e sempre più difficile da produrre ? Queste sono le questioni che io voglio sollevare e a cui tutti possiamo rispondere anche ingenuamente, se animati da spirito di comprensione, lasciando stare una volta per tutte i girotondi di cifre e lasciando riposare le anime.

    Per concludere vorrei dire che non si tratta nemmeno di fare il processo per trovare un colpevole, ma credo che certi capi di governo che a caldo fanno appello al presidente della più grande impresa del mondo nel campo nucleare per dire ai cittadini che non ci sono problemi, sono altrettanto estremi che gli “ecologisti” nel loro modo di pensare.

  4. faber mercoledì 23 marzo 2011 / 10:34

    Ribadisco che è lei ad aver usato la tragedia giapponese con i suoi morti NON dovuti al NUCLEARE citando “E’ vergognoso che la lobby nucleare venga in televisione a dire che non ci sono rischi ! Che il prossimo G8 vadano a farlo a Fukushima allora !
    E soprattutto RISPETTO per i giapponesi e per tutte le vittime del nucleare !”
    Soprattutto mi chiedo chi è lei per dare lezioni di rispetto.
    Neanche a mè piace parlare per numeri, anche perchè questi possono essere usati a proprio favore come uno crede, ma non voglio pensare male e credere ad una sua lacuna, o svista quando cita i morti dell’idroelettrico, dimenticandosi forse del disastro più letale dopo le guerre e qualche terremoto: quello del 1975 a Banqiao in Cina, che costò la vita a 171.000 morti!
    Poi se vuole credere ai milioni di morti citati da greenpeace per conto del nucleare faccia pure se le sembra attendibile..
    Noto anche una sua puntualizzazione riguardo alle dighe crollate nel mondo che sono solo 1%, peccato poco prima faccia riferimento ad un problema sismico per le centrali nucleari: fino ad ora non ci sono centrali che hanno subito crolli per terremoti; anche quella di Fukushima (una delle prime costruite in Giappone se non la prima) con i suoi standard di sicurezza non certo all’avanguardia, progettata per scosse di magnitudo 7.0 ha retto benissimo, ci ha pensato lo tsunami a distruggere i serbatoi del gasolio i quali avevano il compito di fornire alimentazione alle pompe di raffreddamento. Il Giappone è un paese notevolmente più sismico dell’Italia, non penso siano stati dei folli i suoi abitanti a puntare sulle centrali nucleari, semplicemente non esiste un metodo più economico-potente-affidabile del nucleare; guardi se costruissero in Italia una centrale atomica (ovviamente 3.5 generazione e max livelli di sicurezza sismici) e capitasse un terremoto del 9 grado, tra tutti i posti al chiuso che vorrei trovarmi, la mia scelta senza alcun dubbio sarebbe la centrale.. ma forse a quel ci sarebbe la tabula rasa del Paese.
    Ho letto, l’altro articolo suo e mi trova d’accordo quando parla di responsabilizzazione e di spreco di energia, temi poco trattati (forse non interessa a nessuno perchè non attrae investimenti…) purtroppo.
    Sono favorevole all’energia atomica e anche alle rinnovabili, credo che quest’ultime dovranno avere sempre più spazio ma non mi piace quando si usano delle tragedie per dei propri fini, sparando a zero, massimizzando tutto il possibile, quando poi non si usano altrettante attenzioni per disastri (magari dove ci sono delle morti vere) causati da fattori che non hanno nessun “secondo fine” ideologico.

    • LUCA mercoledì 23 marzo 2011 / 12:53

      Ammetto la mia ignoranza e faccio mea culpa sul disastro cinese del 1975, che è davvero impressionante.
      Riguardo al rispetto, la mia frase è ambigua, ma sono cosciente che le vittime giapponesi sono state provocate dal cataclisma e non dalla rottura della centrale. Posto questo, ribadisco il concetto mal espresso e cioè la necessità di rispettare i morti che siano giapponesi, che siano vittime del nucleare e anche gli altri. Il rispetto è un valore in cui personalemente credo, se gli altri non ci credono tanto peggio. Io non voglio darle lezioni di rispetto, mi limito a criticare le posizioni altrui, quando non le condivido.
      In Francia, dove mi trovo, il tema del nucleare è stato posto all’attenzione generale in una conferenza stampa che vedeva uniti un rappresentante del governo francese, la presidente di AREVA, e l’agenzia nucleare francese.
      Ecco il perché della mia reazione.
      Io non sono “contro il nucleare senza se e senza ma”, ma sono preoccupato per la gestione dei rifiuti e sono per l’analisi del ciclo di vita, del “metabolismo sociale”, ovvero di un approccio multicriteriale che tenga conto di fattori non solo economici. Per esempio, in Francia molti ignorano dove finiscono i rifiuti nucleari, e anche se il volume è poco consistente, resta il fatto che lo stoccaggio delle scorie è poco accettato dalle popolazioni. La Francia ha un sito di stoccaggio, ma bisogna ricordare che la Francia è molto meno densamente popolata che l’Italia. Figuriamoci poi l’organizzazione e il trattamento dei rifiuti radioattivi in Italia, che già ha mostrato l’inneficienza nella gestione dei rifiuti domestici (sembra che ci siano anche diversi rifiuti tossici e/o radioattivi al largo della Calabria, grazie alle Cosenostre…).
      Pero’ nell’analisi del ciclo di vita come si prendono in conto i rifiuti dovuti allo smantellamento di siti obsoleti (i reattori hanno assorbito radiazioni per decenni) ? Chi lavora nelle centrali è tutelato dai rischi ? Come gestire lo spazio in caso di smantellamento ?
      Altri rischi sono quelli dovuti agli incidenti, anche se come lei dice, le centrali possono essere progettate per resistere ai terremoti (come le dighe). Certo che l’uomo non potrà mai prevedere tutto, e il caso ha mostrato che davanti a uno tsunami siamo ancora inermi.
      Dubito che il Giappone uscirà dal nucleare, non l’hanno fatto gli USA dopo Three Miles Island e nemmeno la Russia dopo Cernobyl. Quest’ultimo paese sta anche ultimando la costruzione di una centrale mobile capace di navigare ! Lascio immaginare i rischi legati a una simile soluzione.
      Senz’altro potentissima, probabilmente economica visto il picco del petrolio, ma è davvero affidabile questa energia ?
      In California si aspetta il famigerato Big One, e a San Diego c’è una centrale, che non sarà chiusa ma che gli esperti rassicurano saprà essere in grado di resistere.
      Insomma, le centrali si possono anche fare secondo me, ma segliendo con cura i siti, garantendone la massima sicurezza possibile (in Francia alcuni centri sono protetti da missili terra-aria !), impedendo il riuso degli scarti nelle armi, e lavorando costantemente per ridurre le scorie il più possibile vicino allo zero.
      Quest’ultimo criterio non essendo rispettato attualmente e tenuto conto del contesto geografico italiano io sono per dire NO al nucleare nel 2011.
      Forse tra una decina di anni, o chissà quando, nuove tecnologie avranno permesso una migliore efficienza. D’altronde esistevano delle centrali nel nord-italia, che sono state chiuse dopo poco tempo.
      Benvenga un nuovo referdum allora (che poi non vedrà la mia partecipazione visto dove mi trovo !), cosi’ come sono apprezzabili le posizioni germaniche in favore di una transizione, altro che certi statisti tricolore…
      E infine siamo perlomeno d’accordo che nessuno vuole fare come Stalin!

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