L’EUROPA CHE NON C’E’ – Nell’era degli SHOCK GLOBALI: divisa tra Stati (sul nucleare e su quale energia… e l’impotenza sulla TRAGEDIA GIAPPONESE); e l’Europa che lascia vincere il dittatore della LIBIA (e dall’Italia il fumo di BENGASI è vicino)

GIAPPONE - Apparizione straordinaria, piena di pathos, dell’IMPERATORE AKIHITO in tv: sei minuti di condoglianze e un inchino ai suoi sudditi: «II terremoto nel Tohoku è su una scala senza precedenti, di magnitudo 9.0. Sento un dolore profondo per le persone che soffrono di questo terribile disastro»…«dal profondo del cuore spero che le persone riusciranno a prendersi per mano e superare questi tempi difficili»… «ancora non conosciamo il numero delle vittime, ma prego che tutti possano essere salvati»

   Abbiamo messo, qui sopra, la foto dell’imperatore giapponese che parla alla TV. Quando parla l’imperatore vuol dire che la situazione è più che grave, che la tragedia è massima nella società, nella vita e nel cuore di quel popolo. Per capire il ruolo dell’imperatore, e di quel che rappresenta veramente vi vorremmo invitare a leggere il libro che forse più di tutti ha dato un’idea effettiva dello spirito giapponese.

   Un libro di un’antropologa americana, Ruth Benedict, che si intitola “Il crisantemo e la spada” (in Italia Edizioni Dedalo), scritto e pubblicato nel 1945 all’indomani delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. E doveva servire, quasi come un “prontuario”, alle autorità americane allora occupanti lo sconfitto Giappone (alleatosi in guerra con Germania e Italia) per capire quello strano popolo. E, nel libro, vi si dice appunto che l’imperatore di allora (Hirohito, padre dell’attuale Akihito), quando alla radio annunciò al popolo giapponese e alle truppe di quel paese (stanziate ancora in varie parti dell’Asia), che la guerra era finita e che tutti dovevano deporre le armi, visto l’armistizio firmato, ebbene all’unisono quel popolo si fermò, obbedì (di solito accade, come è accaduto in Italia dopo l’8 settembre ‘43, che nasce all’interno del paese una guerra civile).

   Forza religiosa, civile, autorevole che di più non si può: l’imperatore come simbolo di riconoscimento del proprio essere, individuale e comunitario, “padre saggio e rispettato” di tutti. Ecco perché ha suscitato emozione vedere l’anziano imperatore Akihito intervenire, pronunciare poche frasi, molto tristi, ma con una possibile speranza che può venire dall’unità del paese in un momento così difficile e tragico. Una volonta di non fermarsi, reagire su tutto quel che si può fare.

   E nel tragico contesto della catastrofe nucleare giapponese, che sembra non fermarsi (nonostante, come dicevamo, l’impegno di quel popolo), noi ci ritroviamo impotenti e senza essere in grado di fare nulla (se non forse qualche gesto di solidarietà, cui diamo conto qui di seguito in questo post). E la politica europea poco fa se non confrontarsi con la “tematica nucleare” al suo interno, nei vari paesi (centrali sì, centrali no). Ma anche qui, pare, con nessuna intenzione di “cambiare strada”, di incentivare tutti quei sistemi di produzione elettrica che non siano “centralizzati” e di per sè pericolosi: con una politica di diffusione totale della produzione dell’energia in ogni realtà territoriale, sfruttando quello che ogni specifico luogo ha in abbondanza (l’acqua, il sole, il vento, la biomassa, cioè il legno..). Si aspetta solo che “l’onda giapponese” mediaticamente passi (ma passerà?) per poi continuare a dire le cose di prima (che del nucleare non possiamo farne a meno, che non c’è pericolo da noi, che le centrali sono di quarta generazione pertanto sicure, eccetera).

  E l’Europa tace, è timida, ritardataria più che mai anche su quello che sta accadendo in Libia, e che condizionerà i processi di “rivoluzione democratica” degli altri paesi arabi. Qui, in questo caso, l’Europa ha perso due settimane e discutere se bloccare le vie del cielo, gli aerei di Gheddafi, mentre questi indisturbati bombardavano la (propria) popolazione, recuperando ogni terreno e città perduta e liberata dagli insorti. 

   Atteggiamento di “non politica”, di disinteresse (o forse qualcuno ha valutato che Gheddafi che rimane è più conveniente…) che porta l’Europa al suo decadimento più totale: mai più il centro di civiltà che orientano positivamente il mondo (ma già il fascismo e il nazismo avevano dimostrato che niente di buono sta nascendo più qua). Riuscirà l’Europa a risollevarsi dall’apatìa? …questi sarebbero giorni decisivi per capirlo.

………………..

I SAMURAI E L’INUTILE EUROPA

di MARIO SECHI, da “IL TEMPO” del 16/3/2011

– L’Europa è in una profonda crisi di identità. Ne abbiamo avuto prova con Libia e Giappone. L’era degli shock globali ha messo a nudo i limiti di costruzione della sua architettura economica e soprattutto politica. Siamo di fronte a una quanto mai improvvisata e dilettantesca gestione dell’agenda internazionale. –

    Che cosa sta succedendo? Se dovessimo dare retta alle dichiarazioni del commissario europeo per l’energia, Gunther Oettinger, il Giappone sarebbe pronto a fare la fine di Atlantide e l’Europa dovrebbe prepararsi a una pioggia radioattiva secolare. Quando un politico, al cospetto di un incidente nucleare, pronuncia la parola «apocalisse», dovrebbe sapere di cosa sta parlando e conoscere l’effetto che alimenta nella pubblica opinione in larga parte impreparata e per questo in ansia.

   L’Europa è in una profonda crisi di identità. Ne abbiamo avuto prova con Libia e Giappone. L’era degli shock globali ha messo a nudo i limiti di costruzione della sua architettura economica e soprattutto politica.  Siamo di fronte a un decadimento delle leadership e a una quanto mai improvvisata e dilettantesca gestione dell’agenda internazionale.

   Che l’Europa contasse sempre meno era chiaro a tutti e i report delle sedi diplomatiche americane svelati da Wikileaks ne avevano certificato la marginalità crescente. Ma lo spettacolo a cui stiamo assistendo tra Bruxelles, Tripoli e Tokyo è al di là del bene e del male.

   Caso esemplare: la Francia. Un Paese con un passato da potenza globale dovrebbe avere un minimo di esperienza diplomatica. Vediamo le ultime imprese di Parigi. Azione: sulla Libia ha lanciato l’idea di bombardare Gheddafi e sul nucleare nipponico ha avviato una campagna di allarmi a catena. Reazione: il Colonnello sta massacrando in beata pace i ribelli libici, mentre il ministro degli Esteri giapponese, Takeaki Matsumoto, ieri è dovuto intervenire così: «Esorto i Paesi stranieri ad avere sangue freddo». Il Paese dei Samurai sta dando lezioni di dignità e di coraggio, l’Europa sta mettendo il sigillo sulla sua inutilità. (Mario Sechi)

……………..

“L’EUROPA CHE NON DISTURBA GHEDDAFI”

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 17/3/2011

– Le forze del raìs assediano Bengasi. Scomparsi quattro giornalisti del New York Times –

   Quando leggete queste righe, forse Bengasi è caduta, e finalmente la famosa Comunità Internazionale potrà dire, sospirando, che è troppo tardi per intervenire. Potrà aggiungere, alzando le spalle, che i ribelli hanno millantato credito e si sono fatti espugnare con qualche bombardamento e “col gesso”. Solo che non è più in questione il credito militare dei ribelli, ma la sorte di una popolazione civile in balia della rappresaglia.
   Per parlare di oggi, vorrei ricordare due date dell´altro ieri. Il 15 aprile 1986 due missili Scud lanciati dalla Libia si inabissarono a un paio di chilometri dalla costa di Lampedusa. Undici giorni dopo, il 26 aprile, esplose il reattore di Chernobyl. I missili libici rispondevano a un massiccio attacco aereo americano mirato a uccidere Gheddafi. Uccise una sua figlia piccola e alcuni civili, il dittatore se la cavò (avvertito, si disse poi, dal governo di Craxi e Andreotti).

   Quanto alla nube di Chernobyl, fu portata qua e là sull´Europa; da noi si presero misure restrittive sul latte e le verdure. Lampedusa, che non era ancora così affollata, apparve per un momento come una fortunata terra di nessuno, appena a nord della gittata dei missili libici, appena a sud della nuvola radioattiva.
   Sono passati venticinque anni, Gheddafi completa la riconquista, la Comunità Internazionale maschera meglio l´imbarazzo dietro la commozione per il disastro giapponese e lo spavento nucleare. Che cosa è successo, in venticinque anni, che ha fatto passare da una ritorsione militare americana condotta con ben 24 bombardieri su molti obiettivi libici, comprese Tripoli e Bengasi, il cui movente dichiarato era l´attentato sanguinoso in una discoteca tedesca, all´omissione di ogni azione quando il dittatore scatena contro la popolazione insorta la sua schiacciante macchina militare?

   Tante cose, certo, dalla Somalia 1993 all´11 settembre, e la guerra in Iraq e in Afghanistan … Questo spiega l´astensione di Obama, benché non le dia ragione. Ma l´Europa? L´Europa fa affari grossi in armi, ma quando si tratti di un´azione di polizia diventa più pacifista di un fachiro indù, “per non disturbare”.  L´Europa è quella che ha lasciato massacrare la Bosnia per anni – e la Bosnia era europea – finché Clinton ne ebbe abbastanza. Dall´Europa si vedeva il fumo di Sarajevo a occhio nudo, si vede a occhio nudo il fumo di Bengasi. Il fumo è la verità dell´Europa.
   Non si accorgono, le potenze democratiche (le chiamiamo così?) che una simile inerzia di fronte alla rappresaglia dei miliziani di Gheddafi rivaluta a posteriori l´impresa unilaterale di Bush contro Saddam? Saddam scommise, come Gheddafi oggi, sull´impotenza delle potenze democratiche, lui sbagliò la sua puntata, Gheddafi l´ha azzeccata, a quanto pare. Le potenze democratiche l´hanno bandito e additato al tribunale internazionale, gli hanno dato tutto il tempo di riaversi dal colpo della ribellione e di ricomprarsi le sue forze armate, e hanno fatto da spettatrici a una riconquista che consegna alla vendetta una gente inerme. La quale, ubriaca di liberazione, ha avuto l´ingenuità di intimargli la resa, come un condannato può intimarla al plotone di esecuzione, convinta di avere alle spalle il sostegno, oltre che gli applausi, delle potenze democratiche.
Il dilemma è ormai antico, nuovo è solo il contesto in cui si pone. Che esistano una giustizia e un tribunale internazionale senza che esista una polizia internazionale è una boutade. La giustizia internazionale – se non l´aspirazione morale, il minimo di legalità nelle relazioni sociali – sconta l´incapacità a misurarsi con corpi separati troppo potenti, come le banche troppo-grandi-per-fallire, gli Stati troppo grossi per essere messi agli arresti, a cominciare dal più grosso, la Cina. Ma se Cina e Russia sono troppo grosse per fischiar loro la contravvenzione, non lo siano almeno tanto da imporre il veto ad azioni di difesa del diritto e delle vite umane in ogni punto del pianeta. Gheddafi può essere arrestato, o mandato a quel paese, almeno quando una buona parte dei suoi sudditi gli si è ribellata. Si può avanzare un´obiezione, cui peraltro ha già risposto il diritto-dovere di ingerenza umanitaria, dove se ne diano le condizioni, e qui perfino l´avventurosa imputazione di crimini contro l´umanità: che un´insurrezione che non conti sulle proprie forze non è legittimata a vincere. Non è vero, e lo è stato molto di rado, Risorgimento compreso, per non dire della Resistenza. Una moderna dittatura dinastica e tribale, come quella di Gheddafi, confisca una ricchezza sufficiente a mantenere una vasta base sociale e una forte milizia pretoriana, sfruttando un lavoro servile innumerevole, un popolo di formiche invisibile fino a che non si è rovesciato sui confini. Ci sono in Africa situazioni esemplarmente complementari, quella libica, dove una rivolta ottiene un vastissimo riconoscimento internazionale, inclusa la Lega araba, e viene abbandonata alla repressione, e quella della Costa d´Avorio, in cui la vittoria di un candidato – Ouattara – in elezioni riconosciute regolari dall´Unione africana, viene rifiutata dal despota uscente, Gbagbo, precipitando il paese nel sangue. E intanto l´unico intervento militare straniero avviene nel Bahrein ad opera dell´Arabia Saudita, e sia pure su richiesta del sovrano, per soffocare la ribellione della maggioranza sciita.
È difficile certo seguire una rotta ferma nell´incandescenza del mondo, e tanto meno una rotta che non voglia deridere troppo i principii solennemente proclamati. Ma il piccolo cabotaggio non rende quando le onde sono così alte. L´Europa sembra più divisa che mai. La Francia di Sarkozy l´ha sparata troppo grossa e intempestiva per non dare l´impressione di cedere a un tornaconto elettorale, a qualche vanità personale, e al peso delle perdite in Afghanistan o della disgraziata operazione di liberazione di ostaggi in Niger: ma almeno l´ha detto. Così la combattiva posizione di Cameron, che in altri tempi sarebbe stata presa sul serio, ha un timbro meramente retorico. (E c´è solo da augurarsi che la riconsegna, nell´estate 2009, di Al-Megrahi, l´”eroe nazionale” di Lockerbie, non abbia aperto la strada alla concessione di prospezioni di profondità nel Golfo della Sirte, nell´estate scorsa, a quella BP fresca del disastro nel Golfo del Messico; rispetto al quale il Mediterraneo è una piscina domestica). Angela Merkel ha usato un´espressione rivelatrice: vuole «aspettare e vedere come si evolve la situazione». I prossimi popoli che covano voglie di ribellione e libertà sono avvisati.
Si direbbe che le stonature stridenti nei pronunciamenti europei siano in effetti il concerto di un continente unito nell´intenzione di lavarsene reciprocamente le mani. L´Italia poi è irrilevante, e tiene a esserlo. Ogni giorno che passa rende lo scioglimento più arduo. Che la banda Gheddafi se ne vada per via di persuasione e qualche embargo, è impensabile. Che si rimetta saldamente in sella e tutti ricomincino a trafficarci come prima, è il sogno di molti, ma difficile da realizzare. E allora? Allora, siccome il tempo è un fattore decisivo per qualunque sbocco, l´Europa prende, cioè perde, tempo. È questo perdere tempo, l´Europa. (Adriano Sofri)

…………………..

Giappone: nella capitale fa freddo, consumi alle stelle

FUKUSHIMA, L’ALLARME DEGLI USA. «RADIAZIONI POTENZIALMENTE LETALI»

dalla redazione online del “CORRIERE DELLA SERA.IT”, ore 18.00 del 17/3/2011

– Medvedv: «Catastrofe». Il governo italiano valuta il rimpatrio dei connazionali. Rischio blackout a Tokyo –

   A Fuhushima, nell’impianto nucleare danneggiato dal terremoto che ha colpito il Giappone lo scorso 11 marzo, è ormai una corsa contro il tempo per evitare l’aggravarsi della crisi. L’esercito nipponico ha cercato di gettare tonnellate d’acqua sui reattori surriscaldati della centrale, prima di desistere.

   La situazione è resa complicata dalle radiazioni, che non tendono a scendere nonostante l’uso anche dei cannoni ad acqua, ma anzi sono in aumento. I camion-cisterna della polizia hanno lavorato per 40 minuti e, ore prima, gli elicotteri militari avevano lanciato tonnellate di acqua marina (questi ultimi però senza riuscire ad abbassare la temperatura della piscina del reattore).

   Per il governo giapponese la messa in sicurezza del reattore numero 3 di Fukushima «è la priorità»: qui i getti d’acqua hanno raffreddato la temperatura nella piscina e «fumo bianco» si leva dalla zona. L’impianto potrebbe essere ricollegato presto a una linea elettrica e questo permetterebbe di riattivare, almeno parzialmente, il sistema di refrigerazione.

SCOSSE, BILANCI E RADIAZIONI – Una nuova scossa di magnitudo 5.8 si è registrata poco fuori da Tokyo, con epicentro al largo delle coste della prefettura di Ibaraki, a nord della capitale. Intanto, i timori internazionali su quanto sta avvenendo in Giappone crescono: secondo il capo dell’ente nucleare americano Gregory Jaczko, l’impianto di Fukushima 1 sta diffondendo «radiazioni estremamente forti, potenzialmente letali» per le persone che stanno cercando di limitare la perdita di sostanze radioattive. Si aggrava, nel frattempo, anche il bilancio del sisma e dello tsunami. Secondo gli ultimi dati ufficiali diffusi tra morti e dispersi si è arrivato a quota 15.023. Ma altri dati a livello locale parlano di almeno 24.000 tra morti e dispersi. Un bilancio probabilmente destinato ancora a salire.

RIMPATRIO – In queste ore il governo italiano «sta considerando la possibilità di facilitare il rimpatrio di connazionali in situazioni di elevata vulnerabilità». È quanto si legge in un avviso dell’ambasciata d’Italia a Tokyo, che ha invitato i connazionali ad allontanarsi dalle zone colpite. Nell’avviso si parla di una «crescente situazione di rischio che potrebbe crearsi a Tokyo e nelle prefetture immediatamente a Nord della capitale nonchè alla possibile interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica anche a Tokyo con i conseguenti, importanti disagi».

   In particolare, l’attenzione è dedicata a «donne incinte, coppie con bambini piccoli, malati e persone particolarmente provate dagli eventi emergenziali di questi giorni, o non abbienti, residenti nella grande area metropolitana di Tokyo, inclusa Yokohama, e nelle prefetture che si trovano a nord e a est di Tokyo (Saitama, Chiba, Ibaraki, Gunma, Tochigi, Fukushima, Miyagi)». In quest’area, l’evoluzione del rischio potrebbe nei prossimi giorni «farsi più critica», si legge nell’avviso.

   Per l’ambasciata è necessario «avere la certezza che vi sia un numero di connazionali, nelle predette condizioni di particolare vulnerabilità, sufficiente a giustificare il noleggio di un aeromobile o intese particolari con l’Alitalia per l’utilizzo di blocchi di posti finanziati dal governo italiano». Al tal proposito, «si invita a segnalare via e-mail, entro le ore 13.00 del 18 marzo, i nomi e le condizioni specifiche delle persone del nucleo familiare che chiederanno di fare uso di questo intervento di assistenza al rimpatrio».

RISCHIO BLACKOUT– In queste ore il Giappone, e Tokyo in particolare, devono fare i conti anche con un’altra emergenza. La parte orientale del Paese, infatti, potrebbe risentire di una sospensione dell’energia elettrica su larga scala se non si procede a una riduzione dei consumi, visto che la produzione è limitata a causa del blocco di una serie di centrali nucleari danneggiate.

   La Tepco, la compagnia che gestisce il servizio nella regione del Kanto, è ottimista in tal senso e piega che un mega blackout potrebbe essere evitato sulla base dell’attuale domanda di elettricità. Ma la situazione è resa comunque complicata dall’ondata di freddo che ha colpito tutta la zona, provocando un picco nei consumi, nonostante le interruzioni pianificate dell’erogazione che sono state avviate da alcuni giorni.

CONTAMINATI – La paura contaminazione, intanto, si diffonde. Livelli insolitamente elevati di radioattività sono stati riscontrati in tre passeggeri giunti dal Giappone nell’aeroporto di Incheon, a Seul. I media sudcoreani hanno citato in particolare il caso di un cittadino giapponese sulla cinquantina, a quanto sembra proveniente dalla prefettura nord-orientale nipponica di Fukushima. Sul cappello e sul soprabito dell’uomo è stato rilevato un livello di radiazioni di oltre tre volte superiore al tasso considerato normale dall’Agenzia per la Sicurezza Nucleare sud-coreana.

   La radioattività è stata comunque valutata tale da non comportare pericoli per la salute pubblica, e dunque i tre viaggiatori sono stati autorizzati a circolare liberamente. Intanto la sindrome radiazioni contamina l’Europa. All’aeroporto di Malpensa è stato bloccato un primo carico di pesce, in particolare ricciole, in base alla nuove disposizioni del decreto ministeriale.

   Così come previsto il pesce sarà controllato e solo se risulterà senza contaminazione radioattiva sarà rilasciato per la vendita. Si tratta di una piccolissima quantità di prodotti che arrivano nel nostro paese, lo 0,03 dell’import agroalimentare totale nazionale, anche perchè i ristoranti giapponesi in Italia si approvvigionano di pesce sul posto. Non esistono motivi di particolare allarme, fa sapere il nostro ministero della Salute, ma anche vista la richiesta dell’Unione Europea di controlli su questi prodotti, si tiene alta la guardia.

USA E RUSSIA – La crisi nucleare sta creando anche fratture tra Tokyo ed i suoi alleati, convinti che il governo giapponese non stia dicendo tutta la verità. Per l’amministrazione americana la situazione in Giappone è ben più grave di quella descritta da Tokyo. Il presidente Barack Obama ha parlato al telefono con il premier giapponese Naoto Kan, assicurandogli «tutto l’appoggio necessario» da parte dell’amministrazione a stelle e strisce e proponendo anche l’invio di esperti nucleari americani nell’arcipelago. Usa toni allarmistici anche il presidente russo Dmitri Medvedev, che ha definito l’incidente nucleare giapponese un «disastro nazionale colossale, una catastrofe».

L’UE E GLI STRESS TEST – In Europa il dibattito sul nucleare resta in primo piano. E le previsioni di Ghunter Oettinger non sono ottimistiche. Secondo il commissario europeo all’energia, infatti gli stress test che l’Ue ha deciso di compiere sulle centrali nucleari europee mostreranno che non tutte soddisfano gli standard di sicurezza. Insicurezze che hanno portato lo stesso governo italiano ad appellarsi alla cautela e a frenare sui nuovi progetti nucleari in Italia.

LA CINA – E contro l’incubo nucleare si muove ora anche Pechino. Il governo cinese vuole infatti da Tokyo informazioni in tempi rapidi su ogni eventuale sviluppo della fuoriuscita di radiazioni dalla centrale di Fukushima. «Il mondo segue con grande attenzione la crisi nucleare in Giappone, e il Giappone sta adottando misure di emergenza per farvi fronte», ha detto a un briefing per la stampa la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu.

YEN E FMI – In Borsa lo yen vola. E il governo giapponese accusa gli speculatori di aver provocato una fiammata storica della moneta, che potrebbe peggiorare la situazione delle imprese esportatrici giapponesi che già soffrono le conseguenze del terremoto. Quanto all’impatto del terremoto e della crisi nucleare sul Pil del Giappone, l’Fmi prevede che questo «si farà sentire nel II trimestre e anche nel III, per un effetto di trascinamento». «La priorità della politica – secondo il portavoce del Fondo Monetario Internazionale, Caroline Atkinson – deve essere quella di far fronte all’emergenza umanitaria, al bisogno di ricostruzione e alla gestione delle preoccupazioni nucleari. Queste le priorità per riportare nel più breve tempo possibile l’economia al suo pieno potenziale». Redazione online “Corriere della Sera.it” 17 marzo 2011

………………..

LIBIA

“L´EUROPA LITIGA E IL RAìS MASSACRA IL POPOLO. INTERVENIRE IN LIBIA E’ UN DOVERE CIVILE”

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 17/3/2011

Parla l´ex ministro francese Kouchner, l´inventore dell´ingerenza umanitaria già teorizzata ai tempi dell´Iraq – NO-FLY ZONE: purtroppo l´esperienza nella ex Jugoslavia dimostra che non basta a fermare i massacri; ma è meglio di niente –

BRUXELLES – «La lentezza politica dell´Europa è disperante». L´ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner torna a parlare dopo l´allontanamento dal governo quattro mesi fa, rompendo un lungo, inusuale silenzio mediatico. «Abbiamo il diritto-dovere di intervenire nella guerra in Libia per fermare i massacri della popolazione civile» è l´appello di Kouchner in linea con la sua dottrina dell´ingerenza umanitaria già teorizzata ai tempi dell´Iraq, quando faceva il french doctor.

Eppure la proposta di Nicolas Sarkozy per bombardamenti aerei mirati è stata finora bocciata da gran parte dei paesi Ue.

«Sarkozy è stato accusato di avere iniziative affrettate, di non essersi consultato abbastanza con gli altri partner europei. Ma ha detto solo le cose giuste, anzi forse ha parlato già troppo tardi. Il tempo gioca a favore di Gheddafi. Se aspettiamo ancora un po´ sarà lui ad aver vinto e non ci sarà più nulla su cui discutere e riunirsi».

Anche gli Stati Uniti però frenano su l´intervento in Libia. Su quale base giuridica si può entrare in guerra con il regime di Gheddafi?

«Semplicemente perché sappiamo che sono in atto crimini contro l´umanità, come ha riconosciuto la recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell´Onu. E questa è un ragione sufficiente, prevista dal diritto internazionale. Uno Stato, sebbene ancora sovrano, non può uccidere la sua popolazione».

E´ il famoso diritto all´ingerenza umanitaria, che ha già dimostrato molti limiti in passato.

«Preferisco chiamarla responsability to protect, secondo la dicitura votata dall´Assemblea dell´Onu nel 2005. Credo che si tratti della più importante svolta diplomatica del ventunesimo secolo. Non si può più continuare a ragionare come nel Novecento. La situazione della Libia lo conferma”.

L´Onu però esamina solo l´ipotesi della no-fly zone. E´ una misura adatta?

«Purtroppo l´esperienza nella ex Jugoslavia dimostra che non basta a fermare i massacri. Ma è meglio di niente, anche se temo che, anche in questo caso, arriveremo in ritardo. Siamo in una vera e propria emergenza, non è più il momento di tentennare». (Anais Ginori)

……………….

GIAPPONE e SOLIDARIETA’

GIAPPONE, MANCA CIBO, BENZINA E FA FREDDO
“IL VIAGGIO DOVE ORMAI NON C’E’ PIU’ NULLA”

Save the Children: scarseggiano i generi di prima necessità per gli sfollati mentre cresce nei bambini il terrore per l’emergenza nucleare. Al nord del Paese mancano i mezzi per riscaldarsi. Intere comunità non potranno ricevere aiuti a breve, per le difficoltà nei trasporti. Oxfam Italia per chi non parla giapponese

di CARLO CIAVONI, da “la Repubblica” del 17/3/2011

SENDAI – Comincia a scarseggiare il cibo. Ma anche l’acqua, il gas e la benzina per i soccorsi, che faticano ad arrivare dove c’è bisogno. La situazione tende a peggiorare, dunque, per le decine di migliaia di bambini sfollati e sistemati nei centri allestiti dalla Protezione Civile giapponese e dove Save The Children 1 ha creato degli spazi appositamente dedicati ai minori. Ma è soprattutto il carburante che scarseggia e a rendere più complicati gli spostamenti per i soccorsi. Un problema che sta interessando anche Tokyo, dove la benzina è ormai razionata a 10 litri a persona, tanto che sta provocando già lunghissime file ai distributori. “Nei prossimi giorni la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente, vista la sempre minore disponibilità di carburante. Temiamo ci siano ancora intere comunità che non potranno ricevere la minima assistenza”, ha detto Stephen McDonald, responsabile dell’intervento di emergenza di Save the Children a Sendai.
L’INCUBO DI FUKUSHIMA. Grava sui bambini di Sendai, mentre l’evacuazione progressiva dalla zona della centrale di Fukushima non fa che moltiplicare il numero dei senza tetto e rende ancor più difficile i soccorsi. Ma per i bambini di Sendai la paura maggiore è quella dell’emergenza atomica. Gli operatori di Save the Children nel centro di assistenza e supporto non fanno che raccogliere testimonianze terribili. Kazuki Seto,

di otto anni, ha detto: “Ho molta paura per la centrale nucleare e per le radiazioni. Per questo non usciamo fuori a giocare”. E Yasu Hito, 10 anni: “So delle bombe di Hiroshima e Nagasaki e ho tanta paura che se la centrale qui vicino esplode, sia proprio come una bomba.”
L’ESPLORAZIONE DOVE NON C’E’ PIU’ NULLA.  Le freddissime correnti settentrionali stanno facendo scendere la temperatura a livelli imprevisti, in questa fase della stagione. Questo rappresenta un’ulteriore minaccia per la mancanza di mezzi adeguati per riscaldarsi. Gli operatori di Save the Children hanno esplorato la zona a nord di Sendai, a Ishinomaki, Nobiru e Onagawa ed hanno trovato bambini in condizioni disperate. “Abbiamo viaggiato per ore tra neve, grandine, pioggia e fango e abbiamo visto ovunque le scene terribili del disastro, dove non c’è più nulla come ad Onagawa. Ad Ishinomaki abbiamo visto i bambini nei centri per sfollati accalcati intorno alle lampade a kerosene per cercare di scaldarsi”, racconta Ian Woolverton, portavoce di Save the Children in Giappone.
PER CHIUNQUE VOGLIA AIUTARE. Per supportare l’intervento di emergenza, l’organizzazione internazionale ha lanciato un appello per raccogliere 20 milioni di dollari. Le attività di Save the Children in Giappone possono essere sostenute attraverso il Fondo Emergenze per i Bambini 2.
OXFAM –  “Lo stato giapponese ha i mezzi per raggiungere il 99% della popolazione, ma ci saranno sempre coloro che hanno bisogno di un’assistenza più specifica”, ha detto da Tokio Akiko Mera, direttore generale di Oxfam Giappone. “La maggior parte delle Ong internazionali segue la situazione del Giappone da vicino:sono pronte ad aiutare su richiesta delle autorità locali, o fornendo aiuti specifici – ha aggiunto Mera. Oxfam 3 Giappone convoglierà i fondi raccolti all’Organizzazione Giapponese per la Cooperazione Internazionale e la Pianificazione Familiare e al centro multilinguistico FACIL 4“. Gli operatori giapponesi dell’Associazione delle Ostetriche e medici locali, aiuteranno le madri in allattamento assicurando loro la privacy necessaria e fornendo ai bambini pannolini e altri prodotti. Gli operatori stanno inoltre offrendo consulenza psicologica alle donne sotto intenso stress.
PER CHI NON PARLA GIAPPONESE. Contemporaneamente, il centro multi linguistico FACIL sta aiutando i residenti stranieri che non parlano giapponese e vivono nelle aree colpite. FACIL è stata creata in risposta al terremoto di Kobe del 1995. Il centro ha istituito una linea telefonica d’emergenza per informare coloro che non parlano giapponese e sta traducendo e ripubblicando le informazioni diffuse dalle autorità locali. Ci sono all’incirca 40.000 persone che non parlano giapponese nelle aree colpite. Oxfam Italia 5 sostiene la raccolta di fondi che invierà ad Oxfam Giappone. Con carta di credito sul sito 6, oppure con il numero verde 800.99.13.99.

………………..

LIBIA NEL CAOS

Libia, in serata la risoluzione all’Onu

ASSEDIO FINALE DI GHEDDAFI A BENGASI

Redazione online “la stampa.it”, ore 18.00 del 17/3/2011

– I miliziani del raìs verso la città ribelle: si teme bagno di sangue. “Possibile un intervento militare” –

   «Prima l’Onu arriverà ad un accordo» sulla crisi libica e «meglio sarà». Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, incalza le Nazioni Unite in un messaggio postato su Facebook nel quale definisce anche «inaccettabile» una vittoria di Gheddafi ed afferma che «la Nato è pronta ad agire per proteggere la popolazione civile dagli attacchi del regime».
   In serata è atteso il voto alle Nazioni Unite e la sensazione è che la situazione possa precipitare da un momento all’altro. Una nuova bozza di risoluzione chiede infatti al Consiglio di sicurezza di approvare «tutte le misure necessarie» per proteggere i civili in Libia, tranne l’occupazione. Fonti diplomatiche francesi hanno riferito che la nuova risoluzione dovrebbe essere votata questa sera alle 22 ora italiana, e se approvata, entro «diverse ore» potrebbe essere effettuato un intervento militare a cui parteciperebbero «Francia, Gran Bretagna, forse gli Usa e uno o più Stati arabi».
   Le forze del raiss hanno lanciato intanto l’assedio finale a Bengasi, roccaforte degli insorti. L’emittente Al Arabiya ha riferito di bombardamenti in corso su due quartieri della città, Bu Atni e Benina. Secondo Al Jazira, tuttavia, i ribelli sarebbero riusciti ad abbattere due aerei. Intanto, la tv libica Allibya sostiene che le truppe del Colonnello sono giunte alle porte di Bengasi e hanno conquistato Zueitina, 150 chilometri più a sud. Anche nella città di Misurata, 200 km a est di Tripoli, è in corso la «battaglia decisiva» promessa dal Colonnello, dopo che ieri è stata teatro degli scontri più violenti tra forze governative e insorti. Per il regime la città tornerà sotto il suo controllo entro oggi.
   «La battaglia a Misurata continuerà – ha assicurato Gheddafi in un discorso trasmesso ieri sera dalla tv di Stato ». La tv di stato libica ha annunciato oggi che le truppe di Gheddafi hanno riconquistato la città di Misurata ma i residenti affermano che il centro costiero è ancora nelle mani degli insorti.

   Intanto, a Bengasi, cresce la tensione. Aerei delle forze militari pro-Gheddafi hanno bombardato l’aeroporto Benina controllato dai ribelli. Ieri, infatti, il figlio del colonnello, Saif al-Islam, ha assicurato la sua riconquista entro 48 ore. Il raid aereo condotto dalle forze fedeli al colonnello «non ha prodotto danni alla struttura, che resta in funzione». Lo ha detto all’emittente satellitare al-Jazeera il colonnello Adel al-Burousi, membro del Comitato di difesa costituito dagli insorti a Bengasi.

   «Gli aerei possono ancora atterrare e decollare dall’aeroporto», ha assicurato il colonnello passato dalla parte dei rivoltosi. Il sito Libya al-Youm, vicino all’opposizione, sostiene che nel raid condotto con aerei Sukhoj di fabbricazione russa sia stato colpito un aereo civile fermo sulla pista dell’aeroporto.
   Gli insorti confidano nell’imposizione di una no-fly zone. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite voterà proprio oggi un progetto di risoluzione a questo proposito. Gli Stati Uniti sperano che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu possa dare luce verde alla No Fly Zone sulla Libia giovedì, ma Washington è pronta a misure che «vadano oltre» il divieto di sorvolo.

   Lo ha detto Susan Rice, ambasciatrice degli Usa alle Nazioni Unite. «Spero che riusciremo ad approvare una risoluzione già domani (giovedi), stiamo lavorando duro per farlo», ha detto ieri sera l’ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu, Susan Rice, alla fine della maratona negoziale di mercoledì. Scambiando alcune battute con i giornalisti, la Rice ha sottolineato che gli Stati Uniti sono pronti ad appoggiare misure che «vadano oltre alla no fly zone», perché «la situazione sul terreno è cambiato e potrebbe essere necessario» per la protezione della popolazione civile. (redazione online de “la Stampa.it” del 17/3/2011, ore 18.00)

……………..

GIAPPONE

QUEI 50 MARTIRI CHE VOGLIO SALVARE IL GIAPPONE

– A Fukushima sono rimasti solo i tecnici che cercano di spegnere il reattore –

di ROBERTO GIOVANNINI, da “la Stampa” del 16/3/2011

INVIATO A OSAKA – In queste ore ci sono una cinquantina di persone che stanno lavorando per salvare il Giappone. E per questo, molto probabilmente, dovranno morire presto. Sono i cinquanta eroici tecnici che da ieri mattina la Tepco ha lasciato a lavorare a pochi metri di distanza dai reattori del sito di Fukushima 1 che minacciano di sparare il loro carico mortale nell’atmosfera.

   Qualcuno li potrà definire dei novelli kamikaze (o tokkotai, questo il nome abbreviato delle «unità speciali di attacco» che nel 1944-’45 si lanciavano sulle navi americane con aerei carichi di esplosivo). O forse sono dei martiri di una tecnologia come quella elettronucleare che ha dimostrato – ancora una volta – di avere delle falle clamorose.
   Probabilmente anche loro sanno – come sanno benissimo i loro datori di lavoro – che stanno mettendo in pericolo la loro vita. Vicino al reattore 4 ieri si sono registrati livelli di radioattività pari a 400 millisieverts (mSv) per ora; secondo la World Nuclear Association un’esposizione superiore ai 100 mSv in un intero anno può portare allo sviluppo di un cancro.

   Ieri mattina, così, la Tepco ha deciso di allontanare dai reattori e dalle piscine di combustibile nucleare «spento» (ma altamente pericoloso) circa 750 degli 800 lavoratori impegnati nelle operazioni di contenimento dell’emergenza.

   In 50, invece, sono rimasti. A raffreddare i «vessel» dei reattori dell’impianto pompando acqua di mare e acido borico, che rallenta la reazione atomica. Osservare lo stato delle strutture. Misurare l’andamento dei livelli di radiazione che forse li uccideranno. La scelta della Tepco se non altro rappresenta un cambio di rotta rispetto al recente passato.
   Andiamo al 1999, al tempo dell’incidente all’impianto di preparazione del combustibile nucleare di Tokaimura. Allora l’azienda (la Jco) nel momento di massimo pericolo allontanò i dipendenti stabili, e lasciò a lavorare in zona contaminata i precari e i dipendenti delle società appaltatrici. Stavolta si è fatto l’opposto.  

   La voce popolare che corre a Tokyo – o forse è una leggenda, certo suggestiva – è che tra questi cinquanta disperati eroi ci sono persone con un passato «scomodo»: ex picciotti della Yakuza, la potentissima mafia giapponese, gente che ha a suo tempo accettato un lavoro «sporchissimo» che pochi vogliono fare. Che sia verità o fantasia, certo è che a sentire gli esperti i cinquanta di Fukushima rischiano davvero di sacrificare la propria vita o la propria salute. Sui numeri si discute, ma più o meno sono questi. La radiazione «naturale» ammonta a 2 mSv in un anno. Una radiografia al petto ne vale 0,02.
   Un minatore di uranio è esposto a 20 mSv in un anno. Gli sfollati della zona di Cernobyl ne subirono 350, sempre in un anno. 100 mSv annui sono considerati potenziali generatori di cancro. Una singola dose di esposizione di 1000 mSv può produrre nausea e perdita di capelli. Una singola dose di 5000 mSv ucciderà nel giro di un mese la metà delle persone esposte.

   Non sappiamo certo in questo momento quale sia la situazione a Fukushima, ma certo è che le protezioni disponibili – tute, maschere, stivali, lavaggi, turni continui a rotazione – non bastano. Un destino tragico, paragonabile a quello delle migliaia di martiri che dal 26 aprile al 10 maggio del 1986, quasi 25 anni fa, si sacrificarono per cercare di contenere le conseguenze della catastrofe di Cernobil. Circa centomila pompieri, operai e soldati vennero impegnati per cercare di spegnere l’incendio del materiale fissile, stabilizzare il nucleo, sigillare il reattore con un sarcofago di cemento.
   Si sa poco o nulla della loro sorte personale, del destino di quelli su cui cadeva pioggia arancione o che spostavano materiale radioattivo con delle pale, dei piloti degli elicotteri che scaricavano cemento sul reattore esploso osservando la luce abbagliante del combustibile fissile. Martiri che hanno salvato mezza Europa. Come, speriamo, riusciranno a fare anche i pazzi (o coraggiosissimi) ex Yakuza che combattono per noi a Fukushima. (Roberto Giovannini)

………………..

GIAPPONE:

http://gsf.rcs.it/content/page.html?id_gsf=589421&link=http://video.corriere.it/giappone-discorso-imperatore/efadbd36-4fce-11e0-acff-d18cea4068c4

……………

ROMA E LA LINEA SUL NUCLEARE: DECISIONI INSIEME A BRUXELLES

di Lorenzo Fuccaro, da “il Corriere della Sera” del 17/3/2011

– Il sottosegretario Saglia: siti con il sì delle Regioni. Romani: inopportuno –

ROMA— La questione nucleare approda a Bruxelles, all’Unione europea. Lunedì in un vertice dei 27 ministri dell’Energia saranno prese decisioni in materia di sicurezza alle quali, come confermano Paolo Romani (Sviluppo economico) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), l’Italia si uniformerà. Ieri il governo era apparso sostenere opinioni in apparenza divergenti, come quella del sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia e il ministro Romani.

   Saglia, alle commissioni Attività produttive e Ambiente della Camera riunite in seduta congiunta (hanno dato parere positivo alle modifiche al decreto legislativo sull’ubicazione dei siti nucleari) aveva assicurato che saranno realizzate centrali soltanto nelle Regioni che diranno sì. Saglia si era rifatto a una sentenza della Consulta in base alla quale le Regioni devono esprimere un parere consultivo non vincolante sui siti dove fare sorgere gli impianti.

   Una dichiarazione subito corretta da Romani con una nota di fastidio non dissimulato. «Mi è difficile commentare quelle parole, che però ritengo inopportune. Il processo e i criteri che portano alla individuazione dei siti comprendono anche il parere delle Regioni. Ma tra i parametri da considerare c’è il gap energetico sia in ambito regionale sia in quello nazionale» , afferma il responsabile dello Sviluppo economico.

   Del resto, senza questa correzione, all’interno del governo l’opinione di Saglia sarebbe apparsa non in sintonia con le tesi sostenute dallo stesso Romani e dalla Prestigiacomo. Ed entrambi si erano mostrati cauti. Maggioranza e opposizione hanno salutato con sollievo, come una possibile soluzione alternativa, il via libera alla mozione unitaria che impegna il governo a ripensare gli incentivi alle fonti rinnovabili.

   Ecco perché gli esponenti del governo hanno posto l’accento sulla «sicurezza dei cittadini che deve essere considerata una priorità» e rimandato ai deliberati europei in materia. Romani ha infatti sostenuto che «il tema è all’ordine del giorno e sarà in ambito europeo che occorre decidere cosa fare anche perché confiniamo con Paesi che hanno centrali» . Insomma, ha insistito, «intendiamo coordinarci con gli altri Paesi europei. Io personalmente sono un convinto nuclearista. Ma oggi il conflitto non è tra nuclearisti e antinuclearisti. Abbiamo tutti la responsabilità di concordare ogni cosa nell’ottica della sicurezza».

   Proprio il tema della sicurezza delle popolazioni, ha poi rivelato Romani, sarà al centro del consiglio straordinario europeo tra i 27 ministri dell’Energia. «L’Italia — ha chiarito la Prestigiacomo rispondendo alla Camera alle interrogazioni di Pd e Idv — uniformerà le proprie scelte alle decisioni che verranno assunte in sede comunitaria» . Al governo, ha rimarcato il ministro dell’Ambiente, «stanno a cuore la sicurezza e la salute dei cittadini, mai assumeremo decisioni che possano mettere a rischio gli italiani, ma neppure lo faremo sotto una spinta emotiva». (Lorenzo Fuccaro)

…………………..

GIAPPONE

SARKOZY RIUNIONE G-7 IN SETTIMANA E POI G-20

di Marco Moussanet, da “il Sole 24ore” del 17/3/2011

PARIGI. Il sostegno economico-finanziario a Tokyo verrà discusso entro la fine della settimana dai paesi membri del G-7. Il tema della sicurezza energetica verrà invece affrontato nelle prossime settimane in sede G-20. Ecco le principali iniziative annunciate dalla Francia, che ha la presidenza contemporanea delle due organizzazioni internazionali, in relazione a quanto sta avvenendo in Giappone.

   Il ministro dell`Economia Christine Lagarde ha infatti sottolineato che «siamo in presenza di una situazione drammatica sul piano umano e ambientale, ma anche, in prospettiva, economico». Ha quindi deciso che entro la fine della settimana si svolga un vertice – in teleconferenza dei ministri finanziarie dei governatori delle banche centrali dei Grandi del mondo per decidere cosa fare concretamente per sostenere il Giappone, a partire dall`impegno a sottoscrivere eventuali emissioni obbligazionarie straordinarie.

   Il presidente Nicolas Sarkozy dal canto suo, pur confermandola scelta nucleare francese, ha auspicato che «venga intensificato lo sforzo di armonizzazione e miglioramento delle norme di sicurezza a livello europeo e internazionale». La Francia «assumerà quindi l`iniziativa di riunire quanto prima i ministri dell`Energia e dell`Economia del G20 per un confronto complessivo sulle grandi opzioni energetiche del mondo di domani».

   Va detto che la Francia ha ovviamente su questo tema una sensibilità e un`esperienza particolari. Sul suo territorio ha 58 impianti nucleari, tre in più rispetto al Giappone, e il 78% della sua energia viene prodotta dalle centrali atomiche. Campione mondiale di nucleare (nessun altro Paese ha una simile percentuale e nessun altro ha una tale filiera industriale, che va dalle miniere di uranio al trattamento delle scorie), è anche campione di sicurezza: dall`entrata in funzione della prima centrale, nel 1977, c`è stato un solo incidente di una certa gravità, di livello 4 su una scala di 7, nel 1980.

   Questo non vuol dire che anche in Francia non ci siano timori e periodici dibattiti sul tema, incentrati soprattutto sull`anzianità del parco nucleare e sull`opportunità, sollecitata dai produttori, di allungarne il periodo di vita. Se infatti l`età media delle centrali francesi è di 25 anni ben 34 hanno più di 27 anni, tra cui due hanno 34 anni e altre due ne hanno 33.

………………

LIBIA

CHI SI SALVA DALLA VENDETTA DEL NUOVO ORDINE GHEDDAFIANO

– Nessun accordo sull’intervento contro il rais libico. Le potenze amiche calcolano i vantaggi del loro sostegno –

di DANIELE RAINERI, da “IL FOGLIO” del 16/3/2011

La repressione brutale di Muammar Gheddafi contro i ribelli della Libia ha tracciato una linea nella sabbia. Di là stanno le nazioni contro, che finora non hanno mosso un dito anche se hanno discusso a lungo e nei dettagli di operazioni irrealizzate, come la ormai inutile “no fly zone”. Di qua stanno le potenze amiche del rais, che tacciono ma sono con lui dalla parte della vittoria.

Sabato scorso la Lega araba ha deciso di chiedere l’imposizione della “no fly zone” sulla Libia. Soltanto due grandi stati si sono astenuti dal voto: Algeria e Siria. Entrambi sono accusati da un tenace gossip mediorientale di mandare armi a Gheddafi. Due ufficiali libici sarebbero volati a Damasco e a Tartous, il porto siriano sul Mediterraneo, per trattare in fretta la consegna, le caratteristiche, i costi e il trasporto di un arsenale di origine sovietica compatibile, se non quasi identico, a quello della Libia. Le armi sarebbero arrivate ai soldati di Gheddafi su alcuni voli charter civili, che è una delle ragioni per cui i ribelli insistevano sul divieto di sorvolo.

Secondo fonti appartenenti al Partito della riforma, all’opposizione, il regime di Bashar el Assad ha mandato anche piloti da guerra per fare volare i Mig 23 e i Mig 25 di Gheddafi contro i ribelli al posto degli inaffidabili libici – nelle prime ore della repressione due piloti si sono rifiutati di bombardare le manifestazioni e hanno chiesto asilo a Malta. Il presidente siriano vuole che la reazione di Tripoli sia un ammaestramento eloquente su che cosa succede a una parte del popolo quando si lancia la sfida a un regime militare senza averne le forze, come se la Libia fosse una seconda Hama per interposto regime: Hama è la città dove nel febbraio 1982 l’esercito e l’aviazione siriana bombardarono e massacrarono 30 mila civili per reprimere una rivolta.

Anche Algeri aspetta che Gheddafi impartisca una lezione ai ribelli. Il governo osserva i disordini nel resto del mondo arabo e ha i nervi a pezzi: domenica una manifestazione di 40 persone è stata ingoiata dall’arrivo di 400 agenti della polizia anti sommossa. I ribelli libici all’aeroporto di Bengasi hanno dati e avvistamenti radar che dimostrano che 22 giganteschi aerei militari C-130 e Ilyushin 76 provenienti dall’Algeria sono atterrati agli aeroporti libici di Sabha e Surt, in mano a Gheddafi, nell’ultima settimana di febbraio. Hanno il codice aeronautico che indica i “voli speciali”. “Che cosa portavano, frutta?”, chiedono i ribelli. Un colonnello dei servizi segreti algerini, Djamal Bouzghaia, è accusato dall’opposizione di appoggiare attivamente la controrivoluzione di Gheddafi per conto del governo. Avrebbe facilitato il trasporto aereo dal Niger e dal Ciad dei mercenari che stanno combattendo per Gheddafi.

Damasco e Algeri negano le accuse a gran voce, parlano di “dicerìe inconcepibili” e di voli per evacuare i concittadini o carichi di aiuti umanitari, ma a calcare sulle voci ci si è messo pure Omar Hariri, il capo militare del Consiglio nazionale dei ribelli con la faccia magra e i capelli bianchi, che dice di essere preoccupato da rapporti che riceve “sui piloti algerini assunti da Gheddafi per pilotare i suoi jet e su una nave carica di armi partita dalla Siria. Spero  che non sia vero. Sono nostri fratelli”.  Quattro giorni fa è anche circolata la notizia che Ali Abdullah Saleh, il presidente dello Yemen assediato dalla propria rivolta nel centro della capitale Sana’a, ha spedito una lettera a Gheddafi e come latore della missiva ha mandato uno dei più grandi trafficanti d’armi del paese.

Ieri al G8 dei ministri degli Esteri a Parigi sulla crisi libica l’opzione zona di non sorvolo è stata lasciata cadere nel nulla. Le note finali non ne facevano nemmeno cenno. Se l’unico effetto della proposta è stato quello di chiarire nelle ultime due settimane chi sta con chi, l’Unione africana sta con Gheddafi, anche se la sua posizione è silenziata dai media. Ramtame Lamamra, portavoce dei 15 membri del Consiglio di pace e sicurezza dell’Unione, fa sapere da Addis Abeba che l’alleanza “rispetta l’integrità territoriale della Libia e respinge qualsiasi interferenza straniera”. Una commissione formata da Sudafrica, Congo, Mali e Mauritania tenterà di mediare fra le parti.

Fin da prima della formazione nel 2002, Gheddafi ha considerato l’Unione africana come una propria creatura e ha investito le risorse della Libia sulla propria carica immaginaria di “Re dei re dell’Africa”, come si autoproclamò davanti a uno stupefatto  emiro del Qatar che aveva provato a calmarlo durante un vertice della Lega araba. La pressione di Tripoli sugli stati africani e sui loro delegati, pronti a vendersi per poco, costrinse il Sudafrica a ogni genere di manovre per tentare di arginare il rais. Nelson Mandela, leader carismatico della rivoluzione sudafricana, si recò addirittura a visitare in un carcere scozzese il libico accusato della strage di Lockerbie per rabbonire Gheddafi. Ma l’Unione africana ha bisogno di fondi e il colonnello è un contributor troppo generoso per non avere un’influenza decisiva. Un diplomatico africano confessò a Basildon Peta dell’Independent che “in cambio del suo denaro, abbiamo promesso di votare tutte le sue risoluzioni”. Proprio per questo, la missione Amisom in Somalia nelle ultime due settimane ha lanciato una frettolosa offensiva in grande stile contro i guerriglieri filo al Qaida del movimento Shabaab che è costata la perdita di 53 soldati; i comandanti temono che il tempo a loro disposizione sia agli sgoccioli, la Libia vorrà la fine della missione come vendetta contro gli americani che si sono schierati contro – pure se soltanto a parole.

Anche se il rais libico è impegnato a schiacciare la ribellione, la sua creatura cresce. Ieri l’alleanza africana ha annunciato la prossima formazione della cosiddetta Autorità dell’Unione africana, che rimpiazzerà con più ampi poteri l’attuale Commissione. E’ un nuovo ordine gheddafiano che avanza. (Daniele Raineri)

…………………..

GIAPPONE

“SONO TRISTE”. COSI’ PARLO’ L’IMPERATORE

di Ilaria Maria Sala, da “la Stampa” del 17/3/2011

– Apparizione straordinaria di Akihito in tv: sei minuti di condoglianze e un inchino ai suoi sudditi –

   La prima volta che la maggior parte dei giapponesi sentirono la voce del loro imperatore era il 1945: dalla radio, una voce stentorea, con frequenti interferenze statiche, comandò ai suoi sudditi di arrendersi, che la guerra era finita, e che il Paese avrebbe dovuto «sopportare l`insopportabile». Le forze di occupazione americane avevano imposto che la trasmissione fosse diffusa anche all`estero, in modo che tutte le truppe giapponesi sparse per l`Asia sentissero il messaggio imperiale, e accettassero le condizioni della resa.

   Malgrado il generale MacArthur, comandante supremo delle forze alleate in Giappone, avesse deciso che la figura dell`imperatore fosse troppo importante per la stabilità sociale del Paese e che andasse dunque mantenuta, Hirohito, l`Imperatore Showa, in un comunicato successivo voluto da MacArthur dichiarò di non dover più essere considerato un dio incarnato, o un Arahitogami, ma un semplice mortale.

   Il generale americano decise di proteggere dall`accusa di crimini di guerra l`imperatore sotto cui il Giappone si era lanciato nella folle e sanguinaria conquista dell`intera Asia, per garantire la coesione del Giappone occupato, ma la divinità imperiale gli parve eccessiva.

   Così, dal 1946, il Giappone ha come Capo dello Stato un imperatore – un ruolo largamente cerimoniale, che non prevede una carica politica – ex-discendente dagli dei ma non di meno molto rispettato, e circondato da un alone di mistero mantenuto gelosamente. La vita privata all`interno del palazzo imperiale è considerata off limits da tutti, e del resto la famiglia imperiale, a parte la nota depressione della principessa Masako, non ha dato elementi per far parlare di sé. Fatta eccezione per alcuni momenti cerimoniali, dunque, rare sono le occasioni in cui i giapponesi possono vedere il loro imperatore.

   Due brevi discorsi preregistrati vengono trasmessi in televisione due volte l`anno: il 23 dicembre, giorno del compleanno dell`Imperatore Akihito (di 77 anni, succeduto a Hirohito alla sua morte, nel 1989) e festa nazionale, e per il nuovo anno. In entrambe le occasioni si tratta di rapidi messaggi di ringraziamento e auguri, un breve contatto video fra l`imperatore e il suo popolo che non presenta significati reconditi.

   L`apparizione in televisione dell`Imperatore Akihito ieri mattina, invece, usciva interamente dal protocollo solito, e sottolinea anzi la gravità di quanto viene vissuto in queste giornate dal Paese, dopo una serie di cataclismi e disastri epocali che si succedono uno dopo l`altro e sembrano non voler dare tregua al Giappone.

   Il messaggio, il primo fuori dalle date previste che il sovrano abbia mai fatto, è stato trasmesso in un quadro molto semplice, sobrio e decoroso: l`Imperatore vestito di grigio contro uno sfondo di finestre scorrevoli giapponesi, che parla pacatamente, nella voce un misto di apprensione e desiderio di comunicare conforto, e semplicemente assicura i suoi sudditi che si tratta di un dolore condiviso.

   «II terremoto nel Tohoku è su una scala senza precedenti, di magnitudo 9.0. Sento un dolore profondo per le persone che soffrono di questo terribile disastro», ha detto Akihito, aggiungendo anche che, «dal profondo del cuore spero che le persone riusciranno a prendersi per mano e superare questi tempi difficili», e che «ancora non conosciamo il numero delle vittime, ma prego che tutti possano essere salvati». Nulla di più, un messaggio durato meno di sei minuti.

   Da un lato, ha saputo trasmettere un senso di unità ancora maggiore. Dall`altro, anche questo messaggio imperiale ha sottolineato i paralleli che in questi giorni fanno riandare con la mente alla Seconda Guerra Mondiale. Una catastrofe plurima, che il primo ministro Naoto Kan ha definito come «la peggior crisi che attraversa il Paese dalla fine della guerra».

   Un disastro nucleare senza precedenti – così come era stata senza precedenti la decisione di utilizzare la bomba atomica contro una nazione. E un imperatore che, echeggiando le parole del padre, fa un breve inchino con il capo davanti alle sofferenze con cui deve vedersela il suo popolo. Ma se nella Seconda Guerra Mondiale le sofferenze dei giapponesi erano state la conseguenza di decisioni scellerate prese dalla leadership nazionale, oggi è un destino duro e testardo a mettere alla prova la nazione. (Ilaria Maria Sala)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...