“ODISSEY DAWN” (“Alba di Odissea”) – LA GUERRA IN LIBIA – l’Onu, l’Occidente, l’Europa si fanno carico di porre fine alla dittatura libica – con tutti i rischi – ma ora il dialogo con il mondo arabo e africano diventa importante (perché non appaia un ritorno coloniale)

20 marzo 2011 - LIBIA nella guerra (foto da "il Corriere.it")

   Raid aerei e missili sulla Libia. Gheddafi minaccia l’Occidente – Dopo il vertice con Ue e Paesi arabi, al via l’operazione “Odissey Dawn”. Il Pentagono: “Lanciati 110 cruise”. Coalizione di sei paesi: Francia, Usa, Gb, Italia, Spagna e Canada. Bombardamenti francesi e inglesi su Tripoli e contraerea in azione. Condanna di Mosca e rammarico cinese. Messaggio audio del raìs: “Colpiremo i civili in tutto il Mediterraneo” e fa sapere che la Libia non fermerà più il flusso dei migranti. Berlusconi: “Non ha i mezzi per colpirci”. Scudi umani per proteggere il leader libico e nuovo attacco a Bengasi.

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   La risoluzione n. 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, risoluzione con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu (il 18 marzo scorso) ha autorizzato «tutte le misure necessarie per proteggere i civili sotto minaccia di attacco in Libia» dimostra di essere una formula standard (“tutte le misure necessarie”…): cioè per ricorso alla forza intende che non è solo la, oramai nota e famosa «no fly zone» decisa quasi fuori tempo massimo, ma anche altri interventi atti a produrre la sconfitta del dittatore. E’ su questo che si è aperto l’intervento militare della Francia.

   E tra chi dice o un “sì”, o un “no”, un “ni”, un “forse”… all’intervento in Libia dell’Europa, in particolare di alcuni paesi (Francia e Inghilterra, sostenuti attivamente dagli USA di Obama) (ma anche l’Italia mostra di esserci) noi siamo, per quel che può contare (cioè niente) per il “sì” (ma un’assunzione morale di responsabilitàdi ciascuno di noi c’è sempre).

   Con tutti i rischi che questa operazione può portare (e i casi della Somalia nel 1993, dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003, stanno lì a dimostrarlo) (ma ci sono pure casi meno cruenti e positivi: come l’intervento in Kosovo del 1999 dell’America di Clinton…).

   Quel che vogliamo dire è che, nell’era globale, nel “villaggio mondo”, non è possibile stare a guardare i tanti crimini contro l’umanità (contro persone inermi) che dittatori, stati, vengono a perpetuare. A volte “etnìe” (termine ambiguo), caricate sapientemente di odio da malefici leader mediatici svolgono massacri e violenze contro altre etnìe: pensiamo alla cruenta guerra civile nella ex Iugoslavia della prima metà degli anni ’90 del secolo appena passato; oppure al truce genocidio in Ruanda perpetrato nel 1994 dalla popolazione “Hutu” contro i “Tutsi”, con più di un milione di persone massacrate. E quanti altri massacri di popolazioni, soprusi, abusi collettivi su comunità, persone, donne, dobbiamo considerare impuniti in questi decenni (e alcuni, nonostante l’informazione globale, i satelliti, internet eccetera, non li abbiamo mai saputi…

   Ebbene, il principio di intervento della comunità internazionale dev’essere un principio “sacro”, ineludibile. Mai possiamo immaginare che un nostro vicino di casa, della porta accanto, massacri la sua famiglia senza che noi, testimoni di quel che accade, non dobbiamo fare qualcosa.

   E’ accaduto che cecchini filo-serbi dai tetti di Sarajevo sparassero alla popolazione della città, a donne e uomini e bambini in cerca di qualcosa da sopravvivere o tentativi di vita “normale”; e la comunità internazionale per tre anni e mezzo non sia intervenuta (e l’assedio della città, dal 1992 a fine 1995, portò ad assassini e stupri verso la popolazione bosniaca-musulmana, ma anche, in genere verso i “cittadini di Sarajevo” che non accettavano la separazione etnica…). 

   L’intervento umanitario “necessario” non deve prendere posizione politica, ma individuare chi è “da difendere”; combattere i violentatori e i massacratori da qualunque parte provengano, difendere i massacrati e i violentati.

   Nel contesto libico di richiesta di democrazia e libertà, in un momento di generale liberazione, rivoluzione, dei popoli del mondo arabo fatta in special modo da giovani che chiedono benessere e possibilità di appartenenza al mondo dei “giovani globali”, è difficile che il dittatore di Tripoli, e i suoi metodi (e la sua polizia ed esercito di mercenari), possa ancora essere tollerato dai vicini occidentali (checché ci siano interessi economici e petroliferi da fare con il raìs di Tripoli). La verifica della credibilità di chi si va a difendere, degli insorti di Bengasi e delle altre città libiche ribellatesi a Gheddafi, è sicuramente cosa da farsi, ora e dopo.

   Pertanto un prospettare un futuro per la Libia di libertà e democrazia, significa non poter stare a guardare inermi (come Europa in primis) le violenze del vecchio violento dittatore.  Con tutti i dubbi e titubanze che operazioni militari possono portare, il non appoggiarle è peggio. Ciò non toglie che, da una posizione “di forza” e di diritto internazionale, non si possa poi giungere “a patti” con il dittatore: cioè offrire anche un salvacondotto per lui e i suoi figli, solo (da sottolineare il “solo”) se ci sono situazioni che possano portare a paventate ulteriori carneficine di sangue nella popolazione. Ma fare questo in una condizione di forza, di azione, di intervento.

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– Vedi:  http://www.corriere.it/ , http://tv.repubblica.it/ , http://www.lastampa.it/ …….

– MAPPA I Paesi in campo e le basi 

http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_19/Libia-lo-scenario-bellico_f21a11b2-5232-11e0-a034-1db210fa1eaf.shtml

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IL REPORTAGE (da “La Repubblica” del 20/3/2011)

di BERNARDO VALLI

SE LA DEMOCRAZIA ARRIVA DAL CIELO

La festa nella città dei ribelli – Ma i raid non cancellano la paura – Gli insorti si preparano a combattere a terra – Bandiere della “Nuova Libia” e segni di vittoria salutano l’arrivo della missione militare internazionale. Sulle piazze si spara in aria come per festeggiare una vittoria –

TOBRUK – Dicono gli shabab, i giovani combattenti, spesso imberbi, che da ieri sera la democrazia arriva dal cielo. Scende sulla Libia portata da “Rafale” e “Mirage”, i quali volano non sempre visibili tra le nubi mediterranee, sparando per ora missili nei dintorni di Bengasi, minacciata dalle forze del male. Un primo messaggio dall’alto è arrivato poco prima del tramonto: un proiettile francese ha centrato un automezzo di Gheddafi che insidiava il capoluogo della Cirenaica. Il missile è stata una spada biblica del nostro millennio. Non solo gli shabab, ma tutti, a terra, insorti e testimoni, contano su quell’azione aerea appoggiata da occidentali e da arabi, per stanare infine il raìs, rinchiuso nel bunker di Tripoli.
   Nell’86, quando gli shabab non erano ancora nati, gli americani tentarono invano di seppellirlo per sempre sotto le rovine provocate dai jet decollati dalle portaerei della VI flotta. Gheddafi riemerse, ringagliardito da quella punizione inflittagli dalla superpotenza. Penso proprio che in quell’occasione si convinse di essere risorto. La sua invulnerabilità viene adesso messa di nuovo alla prova.

   Gli europei, francesi in testa, ritentano l’operazione, con la benedizione dell’Onu, e con gli americani di retroguardia, riluttanti a impegnarsi direttamente, in prima fila. Dopo il disastro iracheno e con su le spalle il pesante fardello afgano, Barack Obama ci va cauto. Lui non è Bush junior. Non promuoverà un altro conflitto in terra. Non vuole correre questo rischio che potrebbe rivelarsi implicito, anche se per ora scartato. Questa volta il ruolo principale tocca agli europei: in particolare al francese Sarkozy e all’inglese Cameron.
   La spedizione ha innegabili credenziali nobili, e dovrebbe restare soltanto aerea. Interviene nel corso di una guerra civile, capitolo della “primavera araba” cominciata a Tunisi e al Cairo, che vede a confronto il regime dispotico di Tripoli e gli insorti, avidi di libertà elementari, con Bengasi come roccaforte. Qui si vivono con trepidazione queste ore.

   La Libia liberata si sentiva abbandonata ed ecco che i paladini della democrazia, occidentali e arabi, volano nel cielo libico in suo soccorso. Sulle piazze gli shabab sparano per aria, con kalashnikov e mitragliatrici come fanno gli arabi quando vogliono festeggiare una vittoria, esprimere approvazione, o semplicemente per celebrare un matrimonio.
   Anche qui, dove scrivo, arrivano il crepitii dei kalashnikov e delle mitragliatrici antiaeree. I ragazzi, trasformati più in miliziani che in soldati, scaricano così il loro entusiasmo, hanno l’impressione, sparando contro il cielo vuoto, di partecipare alla battaglia. Ma al tempo stesso si esercitano, perché la guerra è tutt’altro che finita. Nonostante l’entusiasmo, si pensa che la no-fly zone, decretata dall’Onu e approvata dalla Lega araba, dagli stessi “fratelli” musulmani di Gheddafi, non fermerà la repressione. Non ridurrà al silenzio il raìs. È formidabile ma non sarà sufficiente, dicono i capi dell’insurrezione.
   Quando era annunciata, e si credeva fosse ormai in atto, la radio della Libia libera ha dato la falsa notizia all’una della notte di venerdì, le truppe di Gheddafi hanno sferrato un’offensiva in prossimità della periferia ovest di Bengasi. Se ne sono infischiati degli aerei francesi che si diceva fossero già in volo. Ero nella mia stanza, all’hotel Alnoran, a Bengasi, dove arrivavano i rumori attutiti di lontane esplosioni, quando un responsabile della sicurezza della città, visibilmente eccitato, ha bussato alla mia porta e mi ha suggerito di andarmene al più presto.
   “Lei non ha il visto del governo di Tripoli, è un clandestino, può avere dei guai seri se arrivano quelli di Gheddafi”. Non mi ha convinto, non ho pensato che il pericolo fosse tanto imminente. Era ben chiaro: l’eccitazione del responsabile della sicurezza era esagerata, ma dalla finestra ho visto le colonne di automobili che si dirigevano verso l’uscita orientale della città. La gente fuggiva convinta di avere alle spalle le truppe del raìs.
   La scena era caotica. Clacson dispiegati. Vetture che si urtavano. Intere famiglie accatastate in automezzi di tutti i tipi, con i tetti carichi di bagagli. E gli shabab che cercavano di disciplinare il traffico. Distribuivano persino acqua, biscotti e tavolette di cioccolata. Sono stato trascinato dall’esodo, che si è diluito nel deserto, sul quale si era posata una nebbia tanto fitta e gelida da impedire il proseguimento del viaggio.

   La popolazione in fuga, ormai lontana dalla città, si è dispersa nelle fattorie accoglienti, dove i contadini distribuivano coperte e bevande calde. Vasti accampamenti si sono formati nel cuore della notte, fino all’alba, in pieno deserto.
   Questa breve, occasionale esperienza mi ha dimostrato quanto sia profonda la paura che gli uomini di Gheddafi incutono a larga parte della popolazione. L’offensiva alla periferia di Bengasi si è poi rivelata modesta. Come accade spesso, la propaganda delle due parti l’aveva ingigantita. Al punto da far credere che la metropoli di Bengasi, con più di 800.000 persone, stesse per essere accerchiata.

   Ma in questa situazione nevrotica la forza delle truppe di Tripoli si moltiplica, e il terrore dei “mercenari neri” assoldati da Gheddafi diventa un’arma terribilmente efficace. Questo sta a dimostrare che malgrado gli interventi aerei, e sia pure nell’impossibilità di usare l’aviazione e le piccole unità blindate, il raìs potrebbe essere in grado di proseguire la sua azione. Adottando beninteso un’altra tattica. Le sue truppe sono più organizzate e meglio armate di quelle formate dagli shabab.
   Nella notte tra venerdì e sabato, attraversando il deserto, in direzione di Tobruk, mi sono imbattuto in decine di miliziani anti-Gheddafi. Erano ragazzi educati e male armati. Pochi kalashnikov e molti bastoni. E una disciplina approssimativa, quindi un’inevitabile vulnerabilità.

   Gli shabab hanno bisogno di armi. Quelle fornite dal vicino Egitto non sembrano sufficienti. L’aviazione autorizzata dall’Onu segna una svolta nella guerra civile. Ma potrebbe non bastare e spingere a un impegno più esteso. A terra? Questo non è ancora nei piani.
   L’intervento aereo, pur nei limiti stabiliti, è una grande prova di solidarietà: l’Europa, anche se non compatta, per una volta si è mossa e nella giusta direzione. Ma dicono gli shabab, che sparano con entusiasmo per aria, dovrebbe essere soltanto un primo passo. (Bernardo Valli)

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UNA SCELTA INEVITABILE

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 20/3/2011

È sintomatico che Gheddafi parli come Milosevic e Saddam, utilizzi le stesse minacce contro gli «aggressori», faccia previsioni funeste e denunci l’illegittimità dell’intervento internazionale come ingerenza negli affari interni. Inoltre, come accade nella mente dei dittatori che negano la realtà o ne perdono il contatto, continua a considerarsi amato da quel popolo che aggredisce con carri armati e mercenari. È evidente lo scopo di insinuare nelle coscienze interrogativi etici sulla giustezza di una guerra (perché di questo si tratta, dopo che la coalizione dei volenterosi ha già colpito obiettivi in Libia) e dubbi sulla sua utilità. Ma è altrettanto evidente che le cose stanno in modo diverso rispetto ai «bombardamenti umanitari» del recente passato.
In primo luogo non si tratta di un’invasione, ma di interventi mirati e circoscritti, finalizzati a impedire il bagno di sangue, prima ancora di discutere sbocchi politici. A Gheddafi il mondo, quasi all’unanimità, ha chiesto di rinsavire e forse gli lascia ancora un margine di manovra per consentire una transizione. In secondo luogo, l’intervento preventivato al vertice di Parigi è sostenuto da una coalizione internazionale che ha la copertura del Consiglio di Sicurezza, il placet della Lega araba, la partecipazione – per quanto in ordine sparso – dei maggiori Paesi europei, con l’eccezione della Germania.

Merito del presidente francese Sarkozy, il quale non si è curato di accuse di impulsività e protagonismo elettorale e ha superato inerzie europee e riserve americane. Meglio sarebbe stato vedere un’Europa più coesa fin da subito. E sarebbe stata utile un’iniziativa forte dell’Italia, con tempi di reazione adeguati al nostro Paese, che ha la storia e la posizione più complicate in rapporto alla Libia. Abbiamo subito la determinazione francese e siamo entrati in un’operazione che pochi immaginavano soltanto una settimana fa. A Parigi, si è avuta la sensazione di essere arrivati a cose fatte. Per la nostra immagine, come ha promesso il presidente Napolitano, speriamo che il Paese si prepari a fare la propria parte.

Se si ricordano le esperienze militari in Iraq e in Afghanistan (e sotto alcuni aspetti in Kosovo) dobbiamo anche riflettere sui rischi di pesanti conseguenze per la popolazione civile e di risultati opposti agli obiettivi conclamati. Se ci si interroga sulle alternative politiche a Gheddafi non ci si può nemmeno nascondere, come ha scritto ieri sul Corriere Sergio Romano, che sappiamo poco o nulla dei capi della ribellione che il solo Sarkozy ha voluto riconoscere. Un’azione internazionalmente condivisa non diventa moralmente giusta in assoluto. Ma non dovrebbe essere complicato, nel caso della Libia, sapere da che parte stare. Sia per il governo, sia per l’opposizione.

Ciò che rende diverso il confronto con interventi del passato è l’atteggiamento culturale, prima che politico, che si dovrebbe tenere nei confronti dei popoli arabi. La rivoluzione del Maghreb non brucia bandiere americane ma chiede libertà, democrazia, distribuzione delle ricchezze e un futuro di sviluppo che non può essere considerato alla stregua di minacce per le nostre coste o per le nostre economie. «I popoli arabi – ha promesso Sarkozy – devono essere padroni del proprio destino». Coloro che temono il dopo Gheddafi forse sottovalutano le insidie della sua permanenza al potere. Per il suo popolo e per le immense speranze dei popoli vicini. (Massimo Nava)

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20/03/2011 – ATTACCO AL COLONNELLO

da “LA STAMPA.IT”

– Libia, pioggia di missili su Tripoli – Gheddafi: “Pronti a guerra lunga” – Sequestrato rimorchiatore italiano – Esplosioni nella capitale, il raiss reagisce con i cannoni anti-aerei: «La nostra terra sarà l’inferno» – Cina e Russia condannano i raid –

TRIPOLI – Continua l’attacco a Gheddafi. Le incursioni aeree delle forze francesi hanno ripreso questa mattina nei cieli libici nel quadro della coalizione internazionale. L’intervento delle forze di Parigi era cominciato ieri con il sorvolo del territorio libico da parte di caccia Rafale e Mirage 2000, che hanno distrutto diversi blindati delle forze di Gheddafi. Tre bombardieri invisibili ai radar B-2 americani, decollati da una base negli Stati Uniti, hanno sganciato 40 ordigni su una delle principali basi aeree del colonnello Gheddafi. Lo rende noto l’emittente televisiva CBS. Allo stesso tempo, sempre secondo CBS, caccia dell’aviazione Usa hanno condotto missioni di ricognizione per individuare forze di terra libiche. Ieri sera le forze americane e inglesi avevano dato il cambio, con i primi raid aerei britannici e il lancio di missili da crociera dalle navi e dai sottomarini americani al largo della Libia.
Bombardamenti all’alba
Tripoli è stata bombardata prima dell’alba oggi, secondo un giornalista dell’Afp e stando a quanto riferito dalla televisione di stato libica. Tutte le fonti disponibili dicono che nella capitale libica la contraerea è entrata in azione e si sono sentite esplosioni. Il giornalista dell’Afp ha inoltre detto di aver visto un aereo sorvolare la residenza-caserma di Gheddafi a Bab al Azizia, nel sud della capitale e di avere sentito varie esplosioni. Cannoni antiaerei installati alla residenza e nei dintorni, così come in altre zone di Tripoli, hanno aperto il fuoco poco dopo le 02:20 locali (le 01:20 in Italia). Non si è potuta avere per ora -scrive l’Afp- nessuna informazione sugli obiettivi presi di mira. Immagini hanno mostrato traccianti nel cielo di Tripoli e corrispondenti hanno riferito che si udivano urla di «Allah è grande!».
Gheddafi: “Armeremo il popolo, pronti a una guerra gloriosa”
In un messaggio televisivo Gheddafi ha annunciato che «il popolo libico è pronto ad una guerra gloriosa di lunga durata contro l’Occidente. Avete visto cosa è accaduto in Somalia, gli americani nulla hanno potuto in quel paese, in Afghanistan e in Iraq – ha aggiunto – Avete visto Osama Bin Laden è un uomo debole eppure ha sconfitto l’Occidente, per questo anche noi li sconfiggeremo. Loro non hanno imparato dalla lezione della Somalia. Combatteremo una guerra di lunga durata e non potrete andare avanti in Libia». E ancora: «Non faremo passi indietro e non moriremo. Non lasceremo che l’Occidente si appropri del petrolio libico, noi armeremo il popolo con tutti i tipi di armi. Anche i vostri popoli sono con noi. Cadrete dalle vostre poltrone. Farete la fine di Hitler e Mussolini. Vi faranno cadere i vostri popoli. Questa è un’aggressione, ma noi vi sconfiggeremo. La nostra terra sarà un inferno per voi».
Sequestrato un rimorchiatore italiano
Secondo fonti qualificate contattate dall’Ansa, l’equipaggio di un rimorchiatore d’altura italiano è stato trattenuto nel porto di Tripoli da uomini armati: a bordo sono otto italiani, due indiani e un ucraino. I fatti, secondo le scarne informazioni disponibili, si sarebbero verificati ieri pomeriggio, quando il rimorchiatore stava sbarcando a Tripoli dei lavoratori libici. Alcuni uomini armati, tra cui uno che si sarebbe qualificato come il comandante del porto, hanno fermato l’equipaggio, impedendo al rimorchiatore di ripartire. Gli italiani e gli altri si troverebbero tuttora a bordo.
Anche Londra partecipa ai raid aerei
Il ministero della Difesa britannico ha comunicato che anche l’aviazione di Londra ha lanciato raid aerei sulla Libia, senza tuttavia precisare quando e dove. «Posso ora confermare che anche la Raf (Royal air force) ha lanciato missili Stormshadow da alcuni Tornado GR4», ha detto un portavoce delle forze armate britanniche, il generale John Lorimer. Fino ad ora erano stati annunciati raid aerei effettuati solo dalla Francia ieri nell’est del Paese, mentre il Pentagono ha comunicato che oltre 110 missili cruise sono stati lanciati sempre ieri da navi e sommergibili Usa e Gb.
Tripoli: “Apriamo le porte ai clandestini diretti in Europa”
Intanto la Libia ha deciso di non cooperare più con l’Unione europea nella sua lotta contro l’immigrazione clandestina. «La Libia non si ritiene più responsabile dell’immigrazione clandestina verso l’Europa», ha affermato un responsabile della sicurezza, secondo quanto riferito dalla televisione ufficiale di Tripoli. Se «l’Europa non sostiene e ignora il ruolo attivo della Libia nella lotta contro l’immigrazione e come garante di stabilità in Africa del Nord e in qualsiasi altra zona dell’Africa, la Libia sarà obbligata (…) a cessare la sua lotta contro l’immigrazione clandestina, per impedire a milioni di migranti neri di dirigersi verso l’Europa», ha affermato il funzionario del regime.
Russia e Cina condannano l’intervento
Dopo la Russia, infine, stamane anche la Cina ha espresso il suo «rammarico» per gli attacchi della coalizione internazionale contro le truppe del Colonnelo Muammar Gheddafi. Pechino, insieme a Mosca, entrambi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con diritto di veto si erano astenute al momento dell’approvazione della risoluzione 1973 che ha dato base legale all’intervento in Libia.

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I PARERI ALLA VIGILIA DELL’INTERVENTO:

 

DIALOGARE SENZA TEMERE L’ANIMA INTEGRALISTA DELL’ISLAM

di Miguel Gotor da il sole 24ore del 19/3/2011

   Le prossime ore potranno segnare l’inizio di un’azione militare dalle imprevedibili conseguenze ed evoluzioni nel Mediterraneo, a poche centinaia di chilometri dall’Italia. Dopo tanto esitare il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha votato a favore della no-fly zone sulla Libia per impedire agli aerei di Gheddafi di bombardare i civili.

   Resta il rammarico per una decisione giusta, ma tardiva, che avviene quando il dittatore ha rafforzato le sue postazioni riducendo gli insorti ai minimi termini. Per questa ragione, rendere effettiva la risoluzione dell’Onu si rivelerà più complicato e rischioso di quanto sarebbe potuto avvenire se essa fosse stata presa all’indomani dello scoppio della rivoluzione del 17 febbraio, nei giorni in cui Gheddafi era sulla difensiva.

   È sempre gravoso adottare simili provvedimenti, ma le coscienze democratiche, come ha ricordato il presidente della Repubblica Napolitano, non potevano continuare a rimanere indifferenti «rispetto alla sistematica repressione di fondamentali libertà e diritti» avvenuta in Libia. Non è possibile pensare che le incertezze che hanno accompagnato la decisione dell’Onu scompaiano all’improvviso così come gli interessi che le hanno motivate ma, sul piano politico, è fondamentale il sostegno della Lega Araba e, su quello militare, sarà necessario il coordinamento della Nato.

   Il risultato è il prodotto della pressione congiunta di diverse tendenze. Da un lato, la prudenza della leadership americana, che vive la difficoltà di dover aprire un nuovo fronte dopo quello afghano e iracheno.  Fra l’interventismo unilaterale dell’amministrazione Bush e l’attendismo multilaterale di Obama era necessario trovare un punto medio di sensibilità e di azione che speriamo non sia stato individuato quando ormai è troppo tardi.

   Dall’altro, il protagonismo francese, motivato da una propensione libertaria propria della cultura transalpina, ma anche mosso da un antico riflesso coloniale a tutela dei propri interessi nella zona e pronto ad approfittare della situazione per riconquistare posizioni perdute nella seconda metà del 900 su quel fronte a vantaggio dell’Italia.

   Infine, la mediazione inglese, che dopo l’indigestione di protagonismo internazionale dell’era Blair, è apparsa più cauta ma sempre sintonizzata con l’alleato statunitense. La Germania rifiuta ogni coinvolgimento, l’Italia, nel rispetto della Costituzione, farebbe bene a sostenere l’azione e a impegnarsi a garantire i limiti e i compromessi da cui è scaturita: l’obiettivo è quello di ottenere il cessate il fuoco, d’interrompere la carneficina, di obbligare Gheddafi al negoziato.

   In questo mese sono stati commessi due errori. In primo luogo, ha pesato la scarsa conoscenza della Libia: chi ha vagheggiato un effetto domino democratico che potesse estendersi dalla Tunisia all’Egitto ha confuso la realtà con i desideri. Il paese è vasto, ricco di petrolio e scarsamente popolato, e i suoi abitanti non versano nell’indigenza come altrove. La Libia ha una struttura tribale in cui non è possibile individuare un ruolo autonomo dell’esercito come in Egitto o quello di un’opposizione politica costituita come in Tunisia. L’unica opposizione che prescinde dalla lotta clanica è quella islamica che si è infiltrata da tempo in Cirenaica: con questa delicata realtà bisognerà confrontarsi.

   In secondo luogo, si continua a sottovalutare un aspetto decisivo sul quale si gioca gran parte della credibilità del mondo occidentale. La democratizzazione del mondo arabo è una richiesta giusta, ma obbliga, volenti o nolenti, a fare i conti con l’Islam politico e va sostenuta non solo a parole, ma anche con i fatti.

   Il limite della nostra azione è nella contraddizione che c’è fra la lotta all’islamismo (erroneamente derubricato, senza distinzioni di sorta, sotto la specie del terrorismo e dell’ideologia dello scontro fra civiltà) e la richiesta di una democratizzazione del mondo arabo. Ma noi esitiamo, impauriti dallo “spettro khomeinista”, e non scommettiamo su di loro perché temiamo il prevalere di un’anima integralista. Un esito possibile, ma non scontato.

   Lo scenario che oggi abbiamo davanti è ricco d’incognite, ma l’Occidente, e in particolare l’Europa, hanno la possibilità di dimostrare che i propri interessi non sono meglio tutelati da un dittatore sanguinario, ma dall’apertura di un processo democratico, che deve trovare un attivo sostegno e non la nostra cinica indifferenza sul filo di un realismo privo di ideali. Non farlo sarebbe la vera sconfitta politica, culturale e civile. (Miguel Gotor)

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GLI INSORTI CONSEGNANO LE MAPPE «ECCO GLI OBIETTIVI DA COLPIRE»

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 19/3/2011

– «Viva l’Onu, grazie Italia» . Ma è allarme: le truppe non si fermano –

Bengasi — Sarà il sole. Ieri il cielo terso, l’aria frizzante addolcita dal profumo di salsedine sul lungomare hanno accarezzato i sogni risorti della rivoluzione libica. Addirittura i suoi dirigenti si sono goduti l’incredibile, insperato, miracoloso privilegio di consegnare alla Nato i loro desiderata sugli obiettivi nemici da colpire con i jet avveniristici lontani anni luce dalle armi vetuste raccolte negli arsenali locali.

   «Abbiamo fornito una mappa delle truppe nemiche, segnalando le unità che si dovrebbero fermare», specificano. Due giorni fa, quando ancora gli uomini e le donne della rivolta a Bengasi temevano di venire annullati entro poche ore dall’avanzata delle truppe di Gheddafi, una plumbea cappa di nubi era appesantita dal vento polveroso del deserto. Il mutamento d’umore in poche ore è stato radicale, totale.

   «Stavamo preparandoci a morire. Avevamo quasi interiorizzato la prospettiva del fallimento. Poi, in pochi minuti, ascoltando la decisione del Consiglio di sicurezza al Palazzo di Vetro, abbiamo capito che non solo saremmo sopravvissuti, ma soprattutto che i nostri obiettivi sono più vicini che mai. Possiamo ancora lottare per creare la democrazia e la libertà nel nostro Paese», sostiene Mustafa Gheriani, volto noto tra gli uomini dell’ufficio stampa nell’ex Tribunale municipale.

   Trovati anche i 4 giornalisti del New York Times dispersi da martedì: secondo il quotidiano il governo libico ha garantito agli Usa la loro liberazione. Ieri mattina, arrivando dopo 24 ore trascorse a Tobruk, abbiamo trovato la città felicemente spossata. A terra migliaia di bossoli vuoti di ogni calibro, il resto dei colpi sparati di continuo da mezzanotte alle cinque di mattina a ringraziare la comunità internazionale per la scelta di imporre la «no-fly zone» e persino aprire la possibilità di raid diretti sulle truppe mandate da Tripoli.

   Sui muri troneggiano i cartelli «Grazie Francia» . «Viva l’Onu, viva la Nato, viva Sarkozy» , scrivono sui palazzi del centro. L’entusiasmo e il senso di gratitudine sono tali che per una volta si attenuano anche le critiche contro Berlusconi. «Il governo italiano ha mantenuto un atteggiamento molto ambiguo all’inizio di questa crisi. Uno dei più deludenti. Ma ora Berlusconi promette che gli aerei inglesi e francesi potranno usare le basi nel Meridione. Grazie Italia!», sostiene un consigliere del governo provvisorio incaricato delle questioni di politica estera.

   Da questa nuova posizione di forza non hanno alcuna remora nel rifiutare l’offerta di cessate il fuoco che arriva da Gheddafi nel primo pomeriggio. «Il dittatore si dimostra il falso di sempre. Al mondo annuncia il suo cessate il fuoco unilaterale. Ma sul terreno continua i bombardamenti, gli attacchi contro la popolazione inerme. Deve andarsene. Con lui non c’è alcuno spazio di negoziato. Vogliamo processarlo per crimini contro l’umanità assieme ai suoi figli» , dichiara Abdel Hafiz Ghoga, vicepresidente del Consiglio nazionale, il governo provvisorio in funzione dal 27 febbraio.

   Tocca al portavoce del nuovo Stato maggiore militare, Khaled El Sayed, dettagliare quelle che definisce le «violazioni» dei miliziani del dittatore. A suo dire, ieri anche nel pomeriggio — quindi dopo la votazione della Risoluzione 1973 dell’Onu e persino dopo l’annuncio del cessate il fuoco da Tripoli — sono state violentemente colpite alcune zone a sud della capitale, Misurata e il centro di Ajdabiya.

   «A Misurata ci sono le perdite più gravi: 26 morti e 83 feriti civili. È stato colpito anche il grande ospedale centrale di Ras Tuba, dove sono ricoverate molte delle vittime» , specifica. L’attenzione resta intanto concentrata su Ajdabiya. Tre giorni fa era diventata l’ultima linea di resistenza delle forze rivoluzionarie, prima della paventata caduta di Bengasi 160 chilometri più a est. Ora potrebbe diventare il ponte di lancio della nuova controffensiva contro Gheddafi.

   Tuttavia la situazione sul campo resta confusa. Le avanguardie di Gheddafi sembra abbiano circondato il nucleo urbano, ma rinunciando per il momento a prendere l’autostrada del deserto che da qui in 450 chilometri porta allo snodo di Tobruk circondando l’intera Cirenaica. In serata alcune pattuglie si stavano invece facendo strada direttamente su Bengasi. Combattimenti erano segnalati a meno di 50 chilometri dal centro. El Sayed ha lasciato capire che proprio queste avanguardie potrebbero venire colpite dagli aerei francesi nelle prossime ore. «Nella nostra lista di obiettivi prioritari segnalati alla Nato ci sono ai primi posti le truppe di Gheddafi che più direttamente minacciano le città» , ha detto. (Lorenzo Cremonesi)

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EUROPA-LIBIA, L’ORGOGLIO RITROVATO: IN EXTREMIS E NON DA TUTTI

di Antonio Puri Purini, da “Il Corriere della Sera” del 19/3/2011

   Stati Uniti ed Europa hanno corso un grave rischio: mancare l`appuntamento con la storica opportunità di gestire congiuntamente, con fermezza e visione strategica, una tragica fase dei sovvertimenti nell`Africa del Nord.

   E questo per l`incapacità euro-americana di trovare un comune terreno d`intesa. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza sul cessate il fuoco e la protezione dei civili ha fatto rientrare questo pericolo. Sarebbe stato un disastro se la comunità occidentale, espressione massima dei valori della dignità della persona umana, si fosse rivelata incapace di gestire la crisi della Libia ed impotente di fronte alle minacce di Gheddafi.

   La vicenda libica ha anche dimostrato i margini ristretti in cui operano gli Stati Uniti e ha reso l`Europa ancora più piccola, se non misera, di quanto non fosse. Gli Stati Uniti sono partiti da un`iniziale posizione durissima contro Gheddafi, salvo però bloccarsi davanti alla prospettiva di un complicato intervento armato (no-fly zone, embargo navale, impiego di truppe).

   La prudenza di Obama ha rasentato la passività: avrebbe voluto liberarsi di Gheddafi ma senza ripetere gli errori di Bush ed evitando che la Libia potesse trasformarsi in una faccenda americana. L`Europa, che avrebbe potuto aiutarlo a tracciare un percorso comune euro-americano, si è ben guardata dall`inviare segnali credibili e contrapposti a Gheddafi (messa in guardia) ed all`opposizione (aiuti di sostanza).

   Le divisioni dell`Unione Europea sulla Libia la dicono lunga su quanto sia prematuro l`appello ad un`Europa capace di parlare con una sola voce (tantomeno con quella della taciturna baronessa Ashton) sulla politica estera.

   D`altra parte, sembrava che tutto fosse fatto e che, anche senza interventi esterni, il colonnello sarebbe stato obbligato a lasciare il proprio Paese: il Consiglio di Sicurezza aveva dato il via (prematuramente) all`attivazione del Tribunale penale internazionale, Gheddafi era stato invitato a farsi da parte, il Consiglio Europeo gli aveva tolto ogni legittimità internazionale, il Regno Unito lo aveva definito un reietto.

   Nel frattempo, la situazione politico-militare in Libia si è modificata a svantaggio dei rivoltosi. L`ipotesi originaria di creare una zona d`interdizione aerea (la no fly zone appunto) appariva superata dagli sviluppi sul terreno. Bisogna dare atto a Sarkozy, assecondato da Cameron, che è stato il solo ad aver visto giusto ed a perseguire un disegno coerente. Era evidente che unicamente interventi militari mirati avrebbero potuto bloccare, dopo la riconquista di gran parte del territorio nazionale, un dittatore assetato di vendetta. Adesso, egli rappresenta l`onore e l`unità dell`Europa.

   Questo peserà anche su altri fronti della collaborazione intereuropea. Tanto peggio per gli europei incapaci di guardare alto. Dispiace dirlo ma Germania ed Italia hanno fallito: rimane incomprensibile la fretta con cui hanno liquidato l`ipotesi di un intervento militare quando non vi erano altre possibilità per proteggere la popolazione civile.

   Ed ora che cosa si fa? L`impotenza dell`Europa rimane un dato di fatto, proprio mentre gli Stati Uniti avrebbero più bisogno del suo sostegno. L`applicazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza pone l`Unione Europea di fronte alle proprie responsabilità. L`improvvisa accelerazione delle ultime ore ricorda agli europei che l`ispirazione può essere una necessità, che l`unità racchiude la stessa ragion d`essere del progetto unitario europeo, che a volte il realismo ed il cinismo politico deve cedere il passo a motivazioni ideali ed etiche.

   Questo riguarda anche l`Italia. Non siamo stati gli unici a fare la corte alla Libia ma abbiamo esagerato nel farne il perno della nostra politica mediterranea nell`illusione di risolvere, una volta per tutte, l`immigrazione clandestina.

   Ma con quanta consapevolezza dei nostri autentici interessi? Secondo il buon senso, avremmo dovuto sottrarci ai ricatti di Gheddafi, alle opacità di tante operazioni economiche, al mito della dipendenza energetica dalla Libia. Le insistenze franco-britanniche sull`intervento militare non erano il sintomo di una bieca quanto inesistente congiura (menzionata dal presidente della Regione Lombardia Formigoni al Corriere della Sera) per scalzare gli interessi economici dell`Italia dalla Libia.

   Una volta tanto, riflettevano una ripugnanza contro un individuo spregevole assecondato oltre il ragionevole dai Paesi occidentali convintisi finalmente che i valori dell`Europa sarebbero stati irrisi per decenni qualora l`Europa stessa fosse rimasta inattiva. Per fortuna, l`epitaffio di questa vicenda non è stato rappresentato dal «non disturbo Gheddafi» pronunciato dal presidente del Consiglio nei primi giorni della sollevazione popolare. Questo è innanzitutto il momento di tappare la bocca al colonnello.

   Verrà poi il momento di un messaggio compatto di apertura etica, politica, economica nei confronti della Libia basato sulla partecipazione e sul coinvolgimento di cui l`Italia potrà essere parte responsabile. (Antonio Puri Purini)

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CONCILIARE VALORI E INTERESSI

di Marta Dassù, da “la Stampa” del 19/3/2011

   La partita è appena cominciata. Si svolge nel nostro cortile di casa. Coinvolge interessi essenziali del nostro Paese, dalle forniture energetiche al controllo dei flussi migratori. Non sarà una partita breve: come dice la sua storia personale, Muammar Gheddafi giocherà una serie di mosse e cercherà di farcela pagare, prima di cedere. Ha cominciato subito, a poche ore dalla Risoluzione con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha autorizzato «tutte le misure necessarie per proteggere i civili sotto minaccia di attacco in Libia».
   E’ la formula standard (tutte le misure necessarie) per il ricorso alla forza: il preludio ad attacchi mirati, non solo a quella «no fly zone» decisa quasi fuori tempo massimo.

   Come ha risposto il Raiss di Tripoli? Ha dichiarato, attraverso la voce del ministro degli Esteri libico, un cessate-il-fuoco unilaterale, invitando la comunità internazionale a verificarlo sul terreno. La scommessa di Gheddafi è che una mossa del genere complichi le scelte occidentali, gettando una manciata di sabbia nei motori, già accesi, dei bombardieri francesi e inglesi.
   Facciamo – per capire meglio le regole della partita e i suoi giocatori – un passo indietro. La decisione di picchiare duro sulle forze del Raiss, prevenendo così un attacco finale a Bengasi, è stata trainata dalla Francia: Nicolas Sarkozy ha deciso di puntare tutte le sue carte sulla caduta del Raiss, per recuperare prestigio domestico e per fare dimenticare i legami fra il suo governo e il regime di Ben Ali in Tunisia.

   La foga di Parigi ha scosso anche Londra, rimasta su una posizione più cauta; accettata la linea interventista, David Cameron ha cercato a sua volta di smuovere Washington dall’attendismo delle ultime due settimane.

   Il resto lo hanno fatto le minacce di Gheddafi; quando il Raiss di Tripoli ha annunciato che avrebbe azzerato l’opposizione di Bengasi, Barack Obama ha capito di non potere più esitare. Pena una perdita secca della credibilità degli Stati Uniti, già messa duramente in discussione nel Golfo: l’intervento saudita in Bahrein, senza concertazione con Washington, è stato un campanello di allarme.

   E’ un’America riluttante, insomma, quella che ha appena deciso, contro il parere dei suoi militari, di intervenire di nuovo in un Paese arabo. Riluttante al punto da lasciare in modo esplicito la «guida» – così ha detto ieri Obama – ai due Paesi europei del Consiglio di sicurezza e a nazioni arabe.
   La Germania, da parte sua, ha deciso di restare defilata: l’astensione in Consiglio di sicurezza, insieme a quella di Cina, Russia, India, Brasile, conferma le priorità tutte elettorali di Angela Merkel e dimostra che Berlino non sa o non vuole esercitare una leadership internazionale.

   Al di là della grande partita sull’euro, la visione tedesca del mondo sembra a tratti mercantilista, a tratti isolazionista. Vicina alla Cina nelle discussioni G-20 sugli equilibri commerciali e monetari; vicina alla Russia sui problemi della sicurezza europea, vicina ad entrambe sulla Libia: Berlino gioca in proprio.

   L’Italia ha, in questa vicenda, una posizione molto più delicata di quella tedesca. Ha alle spalle il peso della storia coloniale; ha interessi economici in gioco molto più sostanziali; è direttamente esposta alle ritorsioni di Gheddafi; ha molto da perdere, e poco da guadagnare, da una spaccatura fra Tripolitania e Cirenaica. E ha in casa le basi da cui partiranno i raid militari. Sono fattori che dovrebbero spingere il nostro Paese verso l’intervento attivo o verso una posizione passiva?
   Una discussione onesta su questo punto – sui costi e benefici di una scelta cruciale di politica estera – sarebbe salutare. Per troppo tempo, siamo stati abituati a ragionare solo in termini di allineamenti: con l’America o contro, con la Nato o fuori, con la Germania o con la Francia, e così via. Oggi, il gioco internazionale è diventato più libero: una condizione che aumenta, con i rischi, anche le responsabilità nazionali.

   Se ragioniamo in questi termini – gli interessi dell’Italia e le sue responsabilità come Paese democratico – esiste una domanda essenziale a cui rispondere, di tipo real-politico; ed esiste un atteggiamento a cui tendere, di tipo idealistico. La domanda è sempre la stessa: la traiettoria politica di Gheddafi è finita? Ma la seconda risoluzione dell’Onu modifica la risposta: probabilmente sì.

   Potrà volerci tempo, come è stato nel caso di Milosevic o in quello di Saddam Hussein, ma la fine del Raiss è cominciata. E se è davvero così, l’Italia non ha nessun interesse a lasciare che siano la Francia e la Gran Bretagna a disegnare il futuro della Libia. Una linea di disimpegno alla tedesca, nel nostro cortile di casa, non sarebbe pagante. Del resto, lo scenario peggiore, per l’Italia, sarebbe un Gheddafi apertamente «nemico» ma ancora in sella, con i rischi e i costi (sanzioni petrolifere) della situazione.

   Anche lo scenario di una guerra protratta fra tribù, con la frantumazione della Libia, sarebbe pessimo per il nostro Paese: avremmo una Grande Somalia appena al di là del Mediterraneo. L’intervento internazionale, per essere utile, dovrà riuscire a evitare il primo scenario senza lasciarsi alle spalle il secondo.
   L’atteggiamento a cui tendere è quello richiamato da Giorgio Napolitano, nelle sue parole di ieri a Torino: «Nelle prossime ore dovremo prendere decisioni difficili, impegnative, rispetto a ciò che sta accadendo in Libia… Se pensiamo a ciò che è stato il nostro Risorgimento, innanzitutto come movimento liberatore, non possiamo rimanere indifferenti rispetto alla sistematica repressione di fondamentali libertà e diritti».

   Per un caso della storia, il 150° anniversario dell’Unità d’Italia avviene nel pieno della crisi libica e 100 anni dopo la spedizione coloniale di Giolitti. Un’occasione giusta per cercare di conciliare, nella politica estera dell’Italia, interessi e valori. (Marta Dassù)

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LA PISTOLA DELL`OCCIDENTE

di Guido Rampoldi, da “la Repubblica” del 19/3/2011

   La guerra che sembra cominciare non è lontana come l`Iraq né remota come l`Afghanistan. La Libia appartiene alla nostra geografia – è a un tiro di Scud da Lampedusa – e alle pagine della nostra storia (non le migliori: laggiù la nostra aviazione inventò il bombardamento di popolazioni civili, 1911). E` perfino un pezzo non irrilevante della nostra economia. E tutto questo rende ancora più surreale la casualità con la quale all`improvviso urgenze morali, calcoli altrui, evanescenze nostre e pochezze europee, ci catapultano in un conflitto.

   Un conflitto non solo assai rischioso, per noi più che per altri, ma soprattutto al momento estraneo a ogni razionalità strategica. A quanto pare bombarderanno, bombarderemo, senza avere un disegno chiaro, una nitida prospettiva di quel che sarà e di quel che vogliamo che sia.

   Forse è tardi per riuscire a inventare quella “soluzione politica”, peraltro invocata dalla risoluzione Onu, che potrebbe scongiurare l`irreparabile. Ma non tentare sarebbe criminale. Avendo poggiato una pistola sul tavolo, adesso l`Occidente ha la forza per fare quel che avrebbe dovuto fare molto prima, appoggiare con determinazione il cessate il fuoco e il negoziato tra regime e insorti.

   E il modo più efficace per fermare l`offensiva di Gheddafi, e se qualcuno la giudicasse una soluzione compromissoria, troppo accomodante verso il dittatore, consideri che a proporla è anche il Crisis Group, un pensatoio internazionale che fu battistrada dell`interventismo liberale nell`ex Jugoslavia: tutt`altro che pacifisti.

   Secondo il Crisis Group, distruggere l`aviazione libica non cambierebbe sostanzialmente i rapporti di forza tra le truppe di Gheddafi, ben addestrate e ben armate, e la baraonda degli insorti. Stando ad altri osservatori, è perlomeno dubbio che azioni militari più incisive possano dischiudere l`alba di una vittoriosa guerra di liberazione.

   E anche in quel caso, un lungo conflitto interno di fatto consegnerebbe la Libia libertaria al primato delle armi e delle milizie. Milizie tribali, islamiche, panarabe, patriottiche, di ventura: in ogni caso formazioni guerriere che tendono ad affezionarsi al comando e coltivano un`idea molto sbrigativa dello stato di diritto. Il loro mettere radici in Libia non sarebbe un buon auspicio per il futuro del Paese. Potrebbe risultare devastante per la regione e fatale all`unità territoriale della Libia.

   Se la “no fly-zone” non è decisiva, come tutti grossomodo convengono, perché in queste settimane non siamo riusciti a produrre altro che una soluzione che non risolve? Innanzitutto perché la Libia oggi dà la misura del pressappochismo delle classi dirigenti europee. Governi e informazione hanno capito poco di quel che stava accadendo.

   Hanno scambiato il totalitarismo libico per il dispotismo egiziano e si sono illusi che Gheddafi avrebbe fatto la fine di Mubarak. Ma il personale “rivoluzionario” di uno Stato totalitario non è riciclabile e in genere paga con la vita lo sfasciarsi del regime. Tanto più se, come in Libia, ha commesso per quarant`anni ogni sorta di violenza e di arbitrio.

   In altre parole la fine del regime libico somiglierebbe più alla fine del fascismo che al crollo dei socialismi reali europei o dei dispotismi arabi. Per questo la gente di Gheddafi combatterà fino all`ultimo uomo, almeno fin quando non ricevesse garanzie. Farà quadrato intorno alla “Revoluzione” e al suo Capo, Gheddafi, non per convinzione o per devozione, ma perché altrimenti finirebbe al muro.

   Avendo deciso che Gheddafi aveva le ore contate, gli europei hanno ritenuto opportuno far dimenticare le compromissioni del passato scaricando il libico alla velocità con cui non avevano scaricato Ben Ali e Mubarak. Fino a ieri soci e amici del dittatore, d`un tratto gli intimavano di togliersi dai piedi. Per la stampa era un buffone ridicolo. Il Pazzo di Tripoli. Un rottame. Uno sconfitto.

   Due settimane più tardi dobbiamo constatare che il pazzo non è tanto pazzo, se è riuscito a metterci nei guai rimontando una situazione militare che pareva disperata. Tuttavia Gheddafi è solo. Se fosse il paranoico che ci raccontiamo, la sua solitudine lo lascerebbe indifferente. Ma all`opposto, l`uomo è assai pragmatico.

   Nel 2006 il feroce realismo che lo guida gli suggerì di pagare tutti i prezzi che l`Occidente chiedeva, anche i più umilianti, pur di non essere più un pariah della comunità internazionale. Lo stesso realismo con cui allora chiuse nell`armadio l`arsenale ideologico della “rivoluzione libica”, oggi potrebbe consigliargli di accettare un compromesso sul futuro della Libia. E a questo probabilmente lavorano quei Paesi che intravedono nella pochezza politica dell`Europa occidentale l`occasione di entrare nella regione (o di tornarvi, nel caso della Turchia).

   Quanto al futuro di Gheddafi, sei anni fa, quando lo intervistai, mi sembrò arcistufo del suo ruolo di Ultimo Condottiero rivoluzionario. Aveva trescato con ogni movimento armato, nel tentativo di inventarsi come il nuovo Nasser arabo, il Bolivar africano, il faro della lotta al colonialismo, all`imperialismo, eccetera eccetera.

   Gli era andata sempre male. In queste settimane ha rischiato di essere spodestato dall`unica rivoluzione ancora possibile, quella contro i dittatori come lui. Per quanto il suo cinismo sia sconfinato, dubito che arda dalla voglia di emulare in Cirenaica il maresciallo Graziani, sterminatore fascistissimo.

   Se gli si offrisse una sorta di esilio interno, però ben mascherato, e corredato di garanzie per sé e peri suoi figli, forse potrebbe accettare. In ogni caso non è uno sciocco e non scapperà all`estero, dove la sua condizione diventerebbe precaria. Dunque il negoziato va tentato. Ed è ipocrita che gli occidentali lo pensino ma non lo dicano, prigionieri come sono di una moralità a buon mercato che prescrive di non parlare con Gheddafi perché ha sparato sul Popolo.

   Questa è non soltanto una tesi puerile (se decidessimo che non si parla con chi “ha sparato sul Popolo” dovremmo chiudere un bel po` di ambasciate, a cominciare da Teheran, Pechino e Ryad), ma anche un`ostentazione di rigore etico troppo facile per essere autentico.

   Mimare intransigenza morale è da sempre il modo più efficace per dissimulare il proprio opportunismo. In politica estera ogni etica che non sia fasulla non può sottrarsi al metodo che la filosofia chiama consequenzialismo: a decidere la moralità delle nostre scelte non è soltanto la loro adesione a un principio astratto, ma soprattutto i risultati che quelle scelte concretamente producono. In altre parole non si fa peccato a sparare sui caccia di Gheddafi, se questo davvero ferma le sue truppe.

   Ma se bombardare significa continuare a illudere gli insorti nella vittoria militare e a incitarli a non trattare, magari unicamente perché in Europa qualche Napoleone da strapazzo deve gonfiar le penne e qualche sodalizio petrolifero vuole affacciarsi sui pozzi di Bengasi, allora quello non sarebbe soltanto un errore, sarebbe un crimine.

   E stavolta non ci sarebbe perdonato. Basta seguire la tv al Jazeera per constatare i mutevoli umori delle opinioni pubbliche arabe. Prima irate per l`inazione degli amici europei di Gheddafi, ora guardano con circospezione, se non con sospetto, all`attivismo di Francia e Gran Bretagna sulla stessa sponda del Mediterraneo che le vide protagoniste dell`ultima avventura coloniale, lo sfortunato tentativo di riprendersi il canale di Suez (1956).

   E’ vero, non c`è pace senza giustizia, come ci ricordano i radicali. Ma è vero anche che talvolta i tempi della pace e i tempi della giustizia non coincidono. Colui che accolse come eroi gli assassini dell`Achille Lauro, solo per citare una delle tante colpe di Gheddafi, merita mille volte di finire davanti alla Corte penale internazionale. Ma ora è più urgente salvare la Libia dal baratro in cui il regime la sta precipitando.

   E comunque la verità forse è ancora troppo ingombrante perché riesca ad entrare in un`aula di giustizia. Tra i giornalisti britannici che seguirono il processo per la strage di Lockerbie, non pochi si convinsero che il condannato, una spia libica, fosse innocente. E che la verità andasse cercata in una terribile sequenza temporale: quattro mesi prima che una bomba facesse esplodere un aereo della Pan American nei cieli scozzesi, nel Golfo Persico una nave da guerra americana aveva abbattuto un aereo di linea della Iran Air, forse impegnato in attività di spionaggio elettronico (ma di questo non avevano colpa i passeggeri).

   Se si fosse accertata una responsabilità iraniana, Londra e Washington non avrebbero potuto esimersi dal considerare l`attentato un atto di guerra, con tutto ciò che ne conseguiva. Le altre ipotesi (i siriani, la provocazione di uno spionaggio alleato) non erano meno impegnative. Se invece il colpevole fosse stato il Pazzo di Tripoli, la faccenda si poteva ancora maneggiare. E questo, non solo gli affari petroliferi, spiegherebbe perché in seguito le autorità britanniche abbiano rimpatriato il condannato libico con il pretesto di inesistenti ragioni di salute.

   Detto altrimenti: la storia è più complicata delle nostre categorie morali (e attribuire a Gheddafi tutto ciò che preferiamo credere – deliri, stragi che forse non ha commesso, vaniloqui da Macbeth del deserto ormai assediato e vinto – a quanto pare non aiuta a togliercelo di torno). (Guido Rampoldi)

………….

LIBIA

L’ASSEDIO DEL COLONELLO GELA LA FESTA DI BENGASI

Tra gli shabab che inneggiano all'”ombrello dell’Onu”. Ma dopo i festeggiamenti è tornata l’angoscia: le truppe di Gheddafi a un passo dalla città degli insorti. La loro avanzata ha provocato una nuova fuga

di BERNARDO VALLI

BENGASI – La notizia ha investito la città a tarda sera, ventiquattro ore dopo la dichiarazione dell’Onu sulla no-fly zone e dopo una giornata di euforia. I difensori della città avevano sparato per ore sul lungomare, sotto le finestre dell’hotel Almoran, raffiche interminabili alle quali rispondevano altre raffiche, sempre di Kalashnikov.
   Ed era uno spreco di munizioni che durava da ventiquattr’ore. Da quando, nella tarda sera di giovedì, il Consiglio di sicurezza aveva fatto il suo annuncio. Qui, a Bengasi, e anche a Tobruk, in tutta la Cirenaica liberata dalla dittatura di Gheddafi l’annuncio era stato accolto come una vittoria.
   Una vittoria autentica perché l’Onu, si pensava, aveva riconosciuto i diritti della Libia in rivolta e condannato senza appello la Libia del raìs. Al raìs in quelle ore veniva dedicato sempre sul lungomare di Bengasi un numero di sberleffi, di insulti, non inferiore a quello dei proiettili sparati per aria.
   Sono sceso in strada per chiedere a un ragazzo in tuta mimetica perché continuava a sventagliare raffiche di mitra contro il cielo, proprio sotto la mia finestra. Mi ha detto che festeggiava “l’ombrello”. Sì, ha detto proprio così: per lui infatti la no-fly zone è un ombrello che i paesi amici hanno aperto su Bengasi per impedire a Gheddafi di bombardarla con i suoi aerei.
   L’avvenimento andava festeggiato. Appena fatto buio alle raffiche di mitra si sono aggiunti i fuochi d’artificio. Poi la notizia, lanciata da Al Jazeera, che annunciava un’avanzata a raffica delle truppe di Gheddafi. Erano a cinquanta chilometri dalla periferia. Colonne di macchine si sono avviate verso il Sud per sfuggire ai mercenari.
   La spiegazione dello shabab, del ragazzo combattente, era ingenua, semplice e tuttavia esatta. Lui e i tanti altri giovani che sparavano per aria si sentivano abbandonati dal resto del mondo. I mercenari di Gheddafi avanzavano, occupavano una dopo l’altra le città allineate sulla riva del Mediterraneo, cancellavano le conquiste dell’insurrezione, e i potenti della terra che l’avevano incoraggiata se ne stavano con le mani in mano. Tante parole e niente fatti.

   Bengasi era sul punto di precipitare di nuovo nel silenzio dei quarant’anni di dittatura. Ed ecco infine la decisione dell’Onu. Il mondo si era ricordato di loro, e adesso i shabab esprimevano la gioia sprecando le munizioni che dovevano servire a difendere la città. Celebravano “l’ombrello” che li proteggeva dagli aerei contro i quali non potevano nulla, ma inneggiavano anche allo schiaffo inflitto dal mondo a Gheddafi. Uno schiaffo mortale.
   Il crepitio ininterrotto dei Kalashnikov teneva sveglia la città assonnata per i festeggiamenti della notte. La gente era appena uscita dalle moschee, dove dopo le preghiere i mullah avevano recitato versetti appropriati del Corano per condannare il raìs di Tripoli, umiliato dall’Onu. Davanti al tribunale, affacciato sul Mediterraneo, in un quartiere che per le sue case stile “littorio” dell’epoca coloniale italiana ricorda la nostra città di Latina (in un’edizione sbrecciata), c’era una folla eccitata che sventolava le bandiere della nuova Libia, anche se si trattava di bandiere dell’epoca di re Idriss.

   Nell’edificio del tribunale era installato il Consiglio nazionale, il comitato di liberazione che funziona da governo. Sulla facciata era appesa, grande come un lenzuolo, una bandiera francese, la sola bandiera occidentale, in omaggio alla Francia di Sarkozy, che per prima ha ricevuto a Parigi i rappresentanti dell’insurrezione, ai quali ha promesso un riconoscimento in dovuta regola. E che poi, con la Gran Bretagna di Cameron, e con l’appoggio decisivo anche se più defilato degli Stati Uniti, ha spinto il Consiglio di sicurezza ad approvare la risoluzione che il shabab con il Kalashnikov sotto la mia finestra chiama “l’ombrello”.
   La Francia ha promesso anche un intervento aereo nel caso Gheddafi continuasse a minacciare la popolazione civile. Gli apparecchi, mi ha detto Ali, l’ex ufficiale di Marina che mi fa da guida, sono già pronti sulle piste di volo italiane, appena al di là del Mediterraneo. Così mi mette, in quanto italiano, tra gli amici della nuova Libia. Sono ore che a Bengasi è facile ricevere riconoscimenti più o meno meritati.
   Poi la doccia fredda, terribile, la notizia che le truppe di Gheddafi avanzavano rapidamente nonostante l’Onu e la minaccia d’incursione degli aerei angloamericani. Dietro l’aria di festa che regnava in Cirenaica montava l’inquietudine per i gheddafisti a cinquanta chilometri.
   Era stata evitata la disfatta che sembrava imminente negli ultimi giorni, quando i soldati di Tripoli avanzavano incontrando scarsa resistenza, e adesso la minaccia riemergeva. L’esercito ribelle che non ha mai dato l’impressione di essere un vero esercito, veniva nuovamente sorpreso. A volte era persino introvabile. Era uno spettacolo un po’ patetico. Tanto entusiasmo e così poca organizzazione. Tanta ingenuità animata da un’autentica voglia di liberarsi da una dittatura grottesca. Più sinistra che ridicola per chi la subiva. Ed era inutile chiedere agli insorti un programma, un progetto per una Libia democratica. Non si esce in un mese con delle idee chiare dopo quarant’anni di Gheddafi al potere.
   Questo autentico, ingenuo entusiasmo, accompagnato in queste ore da una gentilezza che sembra spensierata, è il segno di un’impressionante fragilità. Negli ultimi giorni, con l’avvicinarsi delle truppe di Gheddafi, le decine di migliaia di bandiere, dissepolte o cucite in gran fretta che sventolavano sui tetti e pendevano dai balconi, erano sparite.

   La gente era demoralizzata. O prudente. Tra Tobruk e Bengasi, il tragitto che ho percorso in sei ore, seguendo spesso il tracciato della vecchia “Balbia” (strada voluta dal governatore coloniale Italo Balbo) le bandiere erano ricomparse. E Bengasi si era di nuovo imbandierata. La Libia liberata non si sentiva più sola, aveva ripreso coraggio. Anche se nessuno credeva nelle promesse di cessate il fuoco del regime di Tripoli, “bugiardo” era l’insulto più frequente indirizzato a Gheddafi. Nessuno pensa che fosse attendibile la sua promessa di adeguarsi alla risoluzione dell’Onu. Egli avrebbe tentato il tutto per sfuggire alle limitazioni impostegli dalla società internazionale.
   E infatti ieri le sue truppe hanno compiuto un balzo in avanti sulla strada della costa mediterranea, avvicinandosi a Bengasi dalla quale si troverebbe a poco più di cinquanta chilometri. E hanno bombardato Misurata, che si diceva fosse sotto il controllo delle truppe leali al raìs. Ci sarebbero stati venticinque morti, in gran parte civili. Sono notizie incontrollabili, ma è evidente che la risoluzione del Consiglio di sicurezza, e l’impegno anglofrancese di promuovere incursioni mirate nel caso Gheddafi non cessasse di colpire la popolazione, hanno ringagliardito i nidi di resistenza. Insomma sono in pochi a credere che il potere del raìs di Tripoli sia agonizzante.
   La riconquista della Cirenaica perduta è stata fermata o frenata. Ma il suo bastione tripolino potrebbe resistere a lungo ed egli tenta in queste ore, in barba all’Onu, di entrare a Bengasi. (19 marzo 2011) Bernardo Valli

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One thought on ““ODISSEY DAWN” (“Alba di Odissea”) – LA GUERRA IN LIBIA – l’Onu, l’Occidente, l’Europa si fanno carico di porre fine alla dittatura libica – con tutti i rischi – ma ora il dialogo con il mondo arabo e africano diventa importante (perché non appaia un ritorno coloniale)

  1. Agata domenica 20 marzo 2011 / 15:38

    Mi chiedo soltanto:
    perchè solo alcuni “genocidi” rientrano nella sfera degli “aiuti umanitari” mentre altri passano senza che nessuno se ne curi?
    E’ una questione di risorse “materiali ed immateriali”?
    Tiriamo fuori la teoria di Turow ad esempio?
    I mezzi di comunicazione quale “realtà raccontano”?

    Perdonatemi per queste domande e ad maiora.

    ps – http://www.avsi.org (ad esempio)

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