La nuova GUERRA DI LIBIA (questa volta combattuta per i diritti di democrazia dei giovani di quel paese) vede la FRANCIA e l’ITALIA (e l’Inghilterra) per la prima volta crederci nel progetto di un NUOVO MEDITERRANEO (ma gli sviluppi della guerra sono imprevedibili)

   Posto che noi avevamo dei dubbi sull’opportunità di un intervento diretto dell’Italia sul territorio libico (mai una nazione che ha avuto un passato imperialista dovrebbe tornare in quel paese direttamente….) ma che era importante l’appoggio forte e indiretto italiano con la logistica del suo territorio (le basi militari in primis), ebbene, stante la situazione, delicata, di queste ore, di questi giorni, si capisce che ormai “ci siamo dentro” a questo conflitto contro Gheddafi e il forte apparato militare e sociale che ancora lo sostiene.

   E’ da capire il perché del “tirarsi fuori” della Germania: se dato dal suo terribile passato storico, del secolo scorso, allora forse è una scelta saggia non voler occuparsi di questioni (militari) esterne al proprio paese. Se invece è per motivi meramente elettorali (della cancelliera Merkel, che domenica prossima la sua coalizione ha il test elettorale più importante dell’anno, in Renania-Palatinato e soprattutto in Baden-.Wurttemberg) allora il puro calcolo elettorale non fa bene alla Germania come paese che vuol essere autorevole nel contesto internazionale. Se poi è perché alla Germania non interessa la politica mediterranea, quel che lì accade, allora è ancora meno bene.

Il decollo di due Tornado impegnati nei raid sul territorio libico

   Ora il punto delicato dell’intervento libico sembra essere la parziale dissociazione della Lega araba, dopo aver approvato l’intervento: necessaria è la sua partecipazione, la sua approvazione, in un conflitto che interessa un paese arabo. Ma è pur vero che i 22 paesi che formano questa “lega” hanno i loro bei problemi interni: la rivolta iniziata in Libia contro la dittatura è qualcosa che interessa pure loro, ciascuno nel proprio paese: giovani che si ribellano alle dittature, che chiedono di poter vivere in modo diverso (e in quei paesi i giovani sotto i trent’anni sono il 70% della popolazione). Pertanto la Lega Araba è fatta di regimi ora contestati.

   L’altra questione che viene sollevata è quella di affidare il comando all’ONU (lo chiede, ad esempio, l’Italia: ora è in mano agli americani; seppur Obama, in visita in America Latina, mostra di voler un ruolo secondario rispetto agli europei e al mondo arabo). L’ONU di per sè non è in grado né di avere truppe motivate, né di coordinare alcunché (da tempo in questo blog, nei post di “geopolitica” parliamo della necessità di addivenire a un “governo mondiale”…). Questo tema sta portando pure a un duro scontro tra Francia e Italia. Il ministro degli Esteri Frattini contesta a Parigi di dare un’interpretazione troppo ampia del mandato della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza Onu. La Francia, dal canto suo, dice di voler applicare pienamente e unicamente la risoluzione delle Nazioni Unite.

   C’è poi il protagonismo della Francia: nel bene e nel male ha smosso la situazione, e ha sopperito alla leadership europea che non esiste (pur il probabile muoversi di Sarkozy può essere strumentale: il far vedere all’interno del suo paese – tra poco dovrà confrontarsi con la necessità di essere rieletto…- che lui ora rappresenta la passata “grandeur” francese).

   Da più parti (la Lega Araba, ma non solo…) si propone che l’intervento si limiti alla sola “no fly zone”, cioè che non ci siano incursioni dal cielo contro la popolazione di Bengasi e altre città in mano ai ribelli. Ora questo parziale intervento porterebbe a un irrigidimento della situazione e salverebbe Gheddafi. Il paese diviso in due: lui, il raìs, e gli oppositori al suo regime. Una situazione a nostro avviso insostenibile.

   Andare incontro a una nazione divisa in due porterebbe Gheddafi, che è abilissimo come stratega, massacratore di persone senza alcuna seppur minima remora morale (remora che anche i dittatori a volte dimostrano: in fondo Mubarak e la sua cricca se ne sono andati senza provocare spargimenti di sangue…), porterebbe Gheddafi ad avere il tempo di riorganizzarsi, magari con l’omicidio politico diffuso; e la rete dei tanti suoi sostenitori così compromessi con il regime (e beneficiari dei suoi tanti soldi intascati da petrolio e gas), disposti a tutto pur di sopravvivere con il raìs.

   A questo punto la coalizione europea, americana, ma anche araba in parte (il Qatar ha mandato degli aerei…) deve riuscire a porre fine a ogni potere di Gheddafi. Ciò non toglie, messo in una condizione di non operare, che pur di spargere ancora inutile sangue di innocenti, che gli venga proposto un esilio in qualche paese dell’America latina disposto ad ospitare lui e la sua famiglia (non in Africa, la sua influenza tornerebbe…).

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L’INCERTO DESTINO DEL MARE NOSTRUM

di PEDRAG MATVEJEVIC, da “la Repubblica” del 21/3/2011

   Il passato del Mediterraneo ha visto e vissuto numerosi periodi di pace e di guerra. Il mondo latino era orgoglioso di aver imposto sulle nostre sponde un`epoca eccezionale, quella della pax romana, forse la più lunga pace nel passato del Mare Nostrum. Abbiamo conosciuto, invece, innumerevoli scontri fra stati, nazioni, fedi, città, regioni. Lasciamo alla “storia di lungo periodo” le enumerazioni abituali di questi eventi che vanno dalla preistoria ai tempi moderni.

   Anche nella nostra epoca ci siamo dovuti confrontare con varie fratture che si trasformavano in tensioni o addirittura in conflitti bellici: Maghreb, Mashrek, Spagna, Grecia, Cipro, Balcani, ex-Jugoslavia, Palestina, e via di seguito…

   L`immagine che da tempo ci offre il Mediterraneo non è affatto rassicurante. La sua riva settentrionale presenta un ritardo rispetto al Nord Europa, e altrettanto la riva meridionale rispetto a quelle europee. Tanto a Nord quanto a Sud, l`insieme del bacino si lega con difficoltà al retroterra continentale. In alcuni momenti non fu davvero possibile considerare questo mare come un “insieme” senza tener conto della fratture che lo dividevano, dei conflitti che continuano a dilaniarlo.

   L`Unione europea si è compiuta senza tener conto delle specificità del Mediterraneo. Nasceva un`Europa separata dalla “culla dell`Europa”. Come se una persona si potesse formare dopo esser stata privata della sua infanzia o della sua adolescenza. Le spiegazioni che se ne davano, banali e ripetitive, non riuscivano a convincere coloro ai quali erano dirette. Non ci credevano forse neanche quelli che le proponevano.

   I parametri con i quali si osservano dal Nord europeo il presente e l`avvenire del Mediterraneo non concordano da tempo con quelli del Sud. Le griglie di lettura sono state molto diverse. Ai nostri giorni, già prima che accada questa nuova guerra in Maghreb e in Mashrek, le rive del Mediterraneo non avevano in comune che le loro insoddisfazioni.

   Questo nostro mare assomiglia, già da tempo, ad una frontiera marittima che si estende dal Levante al Ponente separando l`Europa dall`Africa e dall`Asia Minore. L`identità dell`essere vi rimane tesa e sensibile, invece l`identità del fare riesce con difficoltà a compiersi e soddisfarsi.

   Le decisioni relative alla sorte del Mediterraneo sono state prese, tante volte, al di fuori di esso o senza di esso. Ciò genera frustrazioni e anche fantasmi. Le frammentazioni vi prevalgono da tempo sulle convergenze. Si profila all`orizzonte, non soltanto nella nostra epoca, un pessimismo storico. Siamo stati più di una volta testimoni, anche sulle sponde meridionali dei paesi europei, di un “crepuscolarismo” particolare. La figura del Sisifo è forse l`unica grande metafora mitologica, riemersa nel secolo ventesimo. Le coscienze mediterranee si allarmavano e, ogni tanto, provavano ad organizzarsi, cercando d`includere anche le sponde africane.

   Le loro esigenze hanno suscitato, nel corso degli ultimi decenni, numerosi piani e programmi: le Carte di Atene, di Marsiglia e di Genova, il Piano d`Azione per il Mediterraneo (PAM) e il Piano Blu di Sophia-Antipolis che proiettava l`avvenire dell`intero mare nostro «all`orizzonte del 2025», le Dichiarazioni di Tunisi, Napoli, Malta, Palma di Maiorca, le Conferenze euromediterranee di Barcellona, Malta, Palermo.

   Simili sforzi, lodevoli e generosi nelle intenzioni, stimolati o sorretti più di una volta da commissioni governative o da istituzioni internazionali, non hanno conseguito che risultati scarsi e limitati. Il Mediterraneo “vi rimaneva dietro” (sono le parole di un poeta). Percepire il Mediterraneo partendo solamente dal suo passato rimane un`abitudine tenace, tanto sul litorale quanto nell`entroterra. “La patria dei miti” ha molto sofferto delle mitologie che essa stessa ha generato o che altri hanno nutrito.

Questo spazio ricco di storia è stato spesso vittima degli storicismi. A cosa serviva ribadire, con rassegnazione o con esasperazione, le aggressioni che continuavano a subire le sponde di questo mare?

   Nulla ci autorizza, in questo momento che scuote questo spazio con una guerra di cui gli esiti sono imprevedibili, a farle passare sotto silenzio: degrado ambientale, inquinamenti sordidi, iniziative selvagge, movimenti demografici mal controllati, corruzione nel senso letterale o figurato, mancanza di ordine e scarsità di disciplina, localismi, regionalismi, e quanti altri “ismi” ancora.

   Il Mediterraneo non è comunque il solo responsabile di questo stato di cose. Le sue migliori tradizioni (quelle che associano l`arte e l`arte di vivere!) si sono opposte, tante volte, invano. Abbiamo visto i progetti della Conferenza di Barcellona, con l`idea di “partenariato”, finire in un fallimento scoraggiante. Il tentativo del presidente Sarkozy di fare una nuova “Unione per il Mediterraneo” è stato accolto con disprezzo dall`Europa continentale (dalla Germania in primo luogo).

   Infatti, la proposta francese era fatta in fretta e poco preparata. Il Mediterraneo si presenta da tempo come uno stato di cose, ma non riesce a diventare un progetto. La sola paura dell`immigrazione proveniente dalla costa Sud non basta per determinare una politica ragionata. La costa Sud mantiene le sue riserve, non dimenticando l`esperienza del colonialismo.

   Entrambe le rive furono molto più importanti sulle carte utilizzate dagli strateghi che non su quelle che dispiegano gli economisti. Questo succede di nuovo, in un altro modo, ai nostri giorni – in questa guerra che inizia sul territorio del Libano ed intorno ad esso. Speriamo che possa salvare una parte degli «umiliati e offesi» che sono insorti contro l`ingiustizia e la tirannia. Forse questo potrebbe cambiare il destino del Mediterraneo? Il Mare Nostro lo merita su tutte le sue sponde. (PEDRAG MATVEJEVIC)

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“LA NO FLY ZONE MODELLO BOSNIA RISCHIA DI FALLIRE”

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 21/3/2011

Kaplan: temo si arriverà stallo –

RIO DE JANEIRO – “Stanno tentando di far cadere Gheddafi come avvenne con Milosevic negli Anni Novanta”: Robert Kaplan, stratega militare del «Center for New American Security» di Washington legge così le mosse della coalizione, precisando però che «questa volta potremmo fallire».

Da dove viene il parallelo fra Gheddafi e Milosevic?

«Dal tipo di operazione militare condotta dagli alleati. In Libia vogliono imporre una no fly zone come la Nato fece nel 1994 sui cieli della Bosnia e anche nel 1999 sul Kosovo, conducendo una campagna aerea di 99 giorni. Ma quelle due operazioni militari non portarono alla caduta di Milosevic perché una no fly zone non è in grado di innescare cambiamenti di regime».

Dunque Gheddafi potrebbe rimanere in sella…

«Le no fly zone nei Balcani indebolirono Slobodan Milosevic, presidente della Federazione ex Jugoslava, fino al punto di innescare una dinamica interna alla Serbia che portò ad un cambio di regime a Belgrado. Da quanto appare in Libia l`intento è simile, indebolire militarmente Gheddafi fino al punto da portare qualcuno del suo campo a prendere l`iniziativa per eliminarlo o allontanarlo dal potere».

Può funzionare?

«Devo ammettere che ho qualche dubbio. La Libia non è la Serbia: non ha la stessa identità unitaria di Stato e non ha forze politiche interne. La Libia in realtà come Stato non, esiste perché a prevalere sono piuttosto le identità regionali in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Dunque se la no fly zone riesce a salvare Bengasi e indebolire Gheddafi in Cirenaica non significa che ciò avverrà anche in Tripolitana. Per non parlare del Fezzan, una grande regione desertica della quale nessuno sta parlando».

Ciò significa andare incontro a una nazione divisa?

«Il rischio per la coalizione alleata che ha lanciato l`attacco è di portare ad una situazione di stallo: la Cirenaica in mano ai ribelli, la Tripolitana a Gheddafi e il Fezzan senza governo».

Quali sono le opzioni che Barack Obama ha per scongiurare tale scenario?

«Obama finora è stato molto abile. Sostenere la coalizione senza guidarla significa mettersi al riparo dal rischio di un fallimento. Se l`operazione dovesse non riuscire, o portare ad uno stallo, non sarà Washington ad avere la responsabilità di gestirla ma gli alleati europei, a cominciare da Parigi e Londra, che più hanno premuto per lanciare l`attacco».

Cosa pensa delle indiscrezioni che circolano sull`impegno di truppe speciali occidentali contro le forze di Gheddafi?

« È quanto venne fatto in Afghanistan nel 2001 con l`invio di centinaia di uomini divisi in squadre di 12 unità a sostegno dell`Alleanza del Nord contro i taleban. Ma questa volta il Presidente si è impegnato con gli americani a non mandare truppe di terra, dunque se avesse ordinato l`impiego di unità speciali avrebbe mentito alla nazione. E mi pare improbabile». (Maurizio Molinari)

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voci sulla morte di khamis, figlio del raìs

ALTRI ATTACCHI SU TRIPOLI, IL GOVERNO LIBICO: «MISURATA E’ LIBERA, MOLTI MORTI A SIRTE»

da “CORRIERE DELLA SERA ONLINE”, sera del 21/3/2011

   La coalizione ha colpito l’aeroporto di Sirte. Il governo libico: «in questo raid molte vittime tra i civili»

La guerra in Libia non si ferma ma si complica, almeno sul piano politico, perché si è aperta una discussione interna alle forze della coalizione internazionale su come gestire il comando delle operazioni. Mentre il governo di Gheddafi ha comunicato di aver ripreso il controllo di Misurata, Tripoli è tornata sotto attacco. Alle 20.05 il fuoco della contraerea ha aperto il fuoco tentando di contrastare i raid aerei. Secondo testimoni oculari sarebbe stata bombardata la zona del porto e sono state viste fiamme alzarsi subito dopo le esplosioni mentre non risulta colpita la caserma di Bab el Azizia, residenza del Colonnello. La coalizione ha colpito anche altri porti e lo scalo aereo di Sirte. Lo afferma il portavoce del governo libico comunicando che i raid hanno causato molte vittime anche tra la popolazione civile.

TERZO GIORNO DI GUERRA – Le forze lealiste libiche, dopo gli attacchi aerei autorizzati dall’Onu si sono definitivamente ritirate da Bengasi. Lo ha detto un funzionario della sicurezza nazionale Usa. Il funzionario, che ha preferito rimanere anonimo, ha spiegato che le avanzate delle forze di Gheddafi contro Bengasi, Ajdabiya e Misurata «si sono fermate» come conseguenza dell’azione militare delle forze Usa ed europee iniziata sabato. Ma le forze del Raìs restano attive. E gli Stati Uniti, ha aggiunto il funzionario, non credono che il leader libico rispetti la promessa di un cessate il fuoco. Secondo la tv al Jazeera, le forze fedeli a Gheddafi hanno bombardato per diverse ore Zintan, nella Libia occidentale.L’operazione «Odissey Dawn» è così giunta al terzo giorno e ha visto per la seconda volto l’impiego diretto di aerei italiani tra i quali anche due F16, un elicottero e tre caccia di tipo Tornado. Fino ad ora però nessun velivolo italiano avrebbe lanciato missili. «Domenica sera nella missione condotta in Libia abbiamo solo pattugliato la zona nei pressi di Bengasi ma non abbiamo ritenuto di lanciare i missili contro i radar» aveva detto infatti Nicola Scolari, 38 anni, uno dei tre piloti che aveva partecipato alla missione italiana contro la Libia. Secondo l’ammiraglio americano Mike Mullen, capo degli Stati maggiori riuniti Usa la prima ondata di attacchi ha permesso di stabilire la no-fly zone sulla Libia. E’ poi iniziata la seconda fase, quella che prevede l’attacco alle forze di rifornimento delle truppe del Colonnello Gheddafi..

SCUDI UMANI – Il regime libico avrebbe agito usando mezzi non convenzionali. Il Regno Unito ha detto che una delle proprie missioni di bombardamento sulla Libia è stata annullata domenica per evitare di fare vittime tra i civili. «Riteniamo che un numero indefinito di civili si siano spostati nell’area che intendevamo prendere come obiettivo», ha riferito il ministero della Difesa inglese. La televisione di Stato libica ha affermato che i sostenitori di Gheddafi si sono diretti verso gli aeroporti per fungere da scudi umani. Una notizia quest’ultima confermata anche dagli insorti.

VITTIME – Intanto c’è un primo bilancio del conflitto sul campo tra le forze del Colonnello e gli insorti. Sono oltre 8.000 i ribelli rimasti uccisi dall’inizio della rivolta al regime libico Gheddafi. «I nostri morti e martiri sono più di 8.000», ha detto a Sky News il portavoce del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi, Hafiz Ghoga, che ha anche criticato gli appunti mossi domenica dal Segretario generale della Lega araba, Amr Moussa, ai bombardamenti lanciati dalla comunità internazionale in Libia. Un portavoce del governo francese ha invece detto di non avere informazioni sul fatto che civili siano rimasti uccisi negli attacchi sulla Libia da parte della coalizione.

GIALLO SULLA MORTE DI KHAMIS GHEDDAFI – In giornata sono anche circolate voci circa la morte di Khamis Gheddafi, figlio del colonnello Muammar, che sarebbe deceduto domenica a Tripoli. Secondo quanto ha annunciato il sito dell’opposizione libica «Al-Manara», Khamis sarebbe morto per le ferite riportate nei giorni scorsi, quando un pilota dell’aviazione libica passato con l’opposizione avrebbe aperto il fuoco contro di lui nei pressi della caserma di Bab al-Aziziya, nel centro di Tripoli. La notizia non è stata ancora confermata, ma sta già facendo il giro dei media arabi. Khamis Gheddafi era a capo di una delle brigate del regime impegnate a combattere contro gli insorti. Sesto dei figli del colonnello, aveva il grado di capitano dell’esercito ed era responsabile del reclutamento e dell’addestramento dei soldati mercenari africani. (Corriere della Sera online della sera del 21/3/2011)

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LA LEGA ARABA: INTERVENTO ILLEGALE –  GLI USA REPLICANO: E’ SU MANDATO ONU

da “il Messaggero” del 21/3/2011

– Il Pentagono: «Le forze della coalizione non daranno la caccia a Gheddafi» – Ma l`alleanza sulla risoluzione é già messa duramente alla prova – Moussa: abbiamo chiesto la no-fly zone, non questo attacco –

NEW YORK – Sono appena passati due giorni dall`inizio dell`intervento franco-inglese-americano in Libia, e tre dal passaggio all`Onu della risoluzione 1973 che l`ha autorizzata, e la fragilità del filo che lega la coalizione occidentale agli improvvisati alleati orientali è già messa alla prova.

   E’ stato il presidente della Lega Araba Amr Moussa a prendere la parola ieri di fronte all`agenzia di stampa ufficiale per il Medio Oriente: «Quello che sta accadendo in Libia è ben diverso dall`obiettivo dichiarato dì imporre ,una “no fly zone – ha detto Moussa – Noi volevamo proteggere i civili, e non aggiungere le nostre bombe a quelle di chi già li sta colpendo». Immediate le risposte dei diretti interessati.

   Da Londra il ministero degli Esteri: «A differenza di Gheddafi, la coalizione non attacca i civili»; e da Parigi il ministero della Difesa: «La Francia applica pienamente e unicamente la risoluzione Onu».

   Anche Obama che era in Brasile all`inizio di un viaggio di stato in Sud America, tra due calci al pallone in una favela di Rio de Janeiro, e il bagno di folla nel teatro Municipale della Città, ha trovato il modo di far replicare: «La risoluzione fatta propria dagli Arabi e dal consiglio di Sicurezza fa riferimento a tutte le misure necessarie per proteggere i civili, e ciò include, ma va oltre, la no fly zone».

   Il Pentagono ha poi precisato che le forze della coalizione «non daranno la caccia a Gheddafi». Tutti gli obiettivi sin qui previsti sono stati colpiti, e nessun aereo è stato intercettato. Non era difficile prevedere che la formula adottata venerdì scorso nell`ultima bozza al Palazzo di Vetro sarebbe stato motivo di future contestazioni.

   Hillary Clinton è riuscita al termine di un intensa settimana di negoziato tra Parigi e il Cairo, ad affiancare il concetto del blocco aereo, e quindi dì un`azione limitata all`intervento dell`aviazione militare, a quello del supporto ai civili, che ampia lo scopo della missione fuori da ogni limite preconcetto.

   L`ambiguità delle parole ha permesso il passaggio della risoluzione in Consiglio di Sicurezza, ma ora che si è passati a metterla in atto, la contraddizione rischia di aprire linee di frattura tra gli stessi firmatari. Dei Paesi arabi che avevano sostenuto il processo all`Onu, il solo Qatar ha mosso passi concreti mettendo a disposizione quattro aerei militari, mentre si aspetta ancora la discesa in campo promessa dalla Giordania.

   Tra i 22 membri della Lega Araba stanno invece emergendo posizioni diverse. L`avvocato Islam Lufty, leader dei Fratelli Musulmani in Egitto, ha detto ieri che a titolo personale dissente dall`intervento in Libia perché sospetta disegni neocoloniali e interessi sul petrolio da parte dei Paesi della coalizione. Algeria e Siria erano all`opposizione fin dal 12 di marzo, quando la Lega si è schierata a favore del blocco aereo.

   La Turchia che non fa parte dell`associazione ma che mantiene un rapporto dì buon vicinato, ha fatto invece sentire ieri la sua voce di dissenso a Bruxelles, dove gli ambasciatori dì 28 paesi stanno cercando di decidere l`ingresso collettivo nella missione libica. Ankara si è fatta portavoce per conto del governo Gheddafi della denuncia dei danni collaterali tra i civili libici, provocati dai bombardamenti alleati. Inoltre, l`ambasciatore turco contesta il ruolo di comando della missione che la Francia vorrebbe imprimere all`iniziativa atlantica. La posizione turca ha impedito ieri sera l`adozione di una linea di condotta, e una nuova riunione è stata fissata per questa mattina.

   Nel dibattito delle ultime ore spicca l`assenza di un pronunciamento da parte del “convitato di pietra” al Qaeda, che pure è stato chiamato in ballo così spesso da Gheddafi come lo spauracchio da agitare agli occhi dell`occidente per legittimare la permanenza della sua dittatura. Ambivalente invece resta la posizione dell`Iran e degli Hezbollah libanesi: da una parte hanno denunciato la violenza della repressione del raìs contro il suo stesso popolo libico; dall`altra il leader sciita libanese Nasrallah ha denunciato ieri in televisione l`intervento degli alleati come l`inizio di una nuova occupazione, colonizzazione e divisione della terra araba.

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BARACK “GUERRIERO RILUTTANTE” CHE TIENE DEFILATA L’AMERICA

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della Sera” del 21/3/2011

– Il viaggio non rinviato in Brasile nonostante l`intervento –

RIO DE JANEIRO (Brasile) – Quattro calci al pallone insieme ai bimbi della «favela» Cidade de Deus, poi con Michelle e le figlie, Sasha e Malia, in un centro sociale ad applaudire i ragazzi del borgo coi loro tamburi di latta che si sono esibiti nella «capoeira», l`arte marziale brasiliana.

   E, a sera, dopo un discorso alla gente di Rio pronunciato nello storico Teatro Municipal, la classica gita al Corcovado per ammirare la statua del Cristo Redentore e lo spettacolo della baia illuminata nella notte. Il tutto inframmezzato dai «brìefing» sull`andamento delle operazioni militari nel Golfo della Sirte del suo Consigliere per la sicurezza nazionale, Toni Donilon, e dai colloqui con Hillary Clinton, col ministro della Difesa, Bob Gates, e col generale Carter Ham, capo dell`operazione «Odyssey Dawn».

   Strana domenica, quella di Barack Obama, che nel suo primo giorno da «commander in chief» di una nuova offensiva militare Usa – la prima lanciata dalla sua Amministrazione – ha vestito i panni del politico, del papà e del turista più che quelli del comandante militare.

   Una stranezza voluta. Nei giorni scorsi il presidente americano aveva fatto di tutto per evitare di aprire un terzo fronte nel mondo musulmano: la Libia dopo Iraq e Afghanistan, i conflitti ereditati da Bush. E anche quando si è reso conto che il rischio di un massacro degli oppositori di Gheddafi imponeva un intervento, ha cercato di non finire al centro del palcoscenico.

   Dopo il via libera del Consiglio di Sicurezza dell`Onu all` intervento militare, molti si aspettavano il rinvio della visita del presidente in America Latina. Non sarebbe stata una novità per un leader che ha cancellato per ben due volte, ad esempio, una missione in Indonesia.

   Obama, invece, ha deciso di andare comunque e ha scelto di lasciare inalterato il programma: il «guerriero riluttante» ha cercato di ridimensionare la portata dell`intervento americano, ha provato ad affidare il comando della missione ai partner europei e si è sforzato di rassicurare i cittadini americani, già provati psicologicamente (e ormai anche economicamente) dall`impegno armato quasi decennale in Afghanistan e Iraq: «Sono consapevole dei rischi ai quali andiamo incontro e vi assicuro che non ho deciso l`attacco a cuor leggero. Abbiamo preso in considerazione l`intervento armato solo quando tutte le altre opzioni sono cadute: non potevamo restare inerti davanti al massacro degli oppositori del regime di Gheddafi».

   Prudenze e spiegazioni che non gli hanno risparmiato attacchi a raffica: la sinistra teme che Obama stia trascinando il Paese in una nuova avventura dalle prospettive incerte, mentre i conservatori lo accusano di essersi mosso troppo tardi (John McCain) e di dare al mondo l`immagine di una presidenza incerta, debole (Newt Gingrich). In realtà anche la destra è divisa, coi «Tea Party» contrari all`intervento.

   Così alla fine anche lo «speaker» della Camera, John Boehner, scende in campo per criticare Obama, ma si limita a chiedergli di spiegare con più chiarezza le sue ragioni al Congresso, prima di autorizzare qualunque «salto di qualità» dell`offensiva.

   Il presidente, però, spera di non doversi trovare davanti a un simile problema: ha sollecitato gli alleati a fare la loro parte dopo l`attacco missilistico inizialmente scatenato dagli Usa per distruggere le difese antiaeree libiche e spera ancora in un`operazione-lampo capace di cogliere in pochi giorni gli obiettivi fissati.

   Ma gli Usa e i suoi alleati possono accontentarsi di evitare lo sterminio dei ribelli di Bengasi? Si fermeranno anche se Gheddafi riuscirà a restare al potere a Tripoli? Obama spera di non doversi trovare davanti a un dilemma di questo tipo e per ora si limita a definire il suo nuovo paradigma in materia di intervento umanitario.

   Le ragioni politiche della nuova «dottrina» le ha messe nero su bianco il Segretario di Stato Hillary Clinton: gli Usa si sono mossi per impedire il massacro dei ribelli, per evitare che dalla Libia partano impulsi destabilizzanti verso Egitto e Tunisia, Paesi impegnati in un delicato processo di democratizzazione, e per non lasciare impuniti i crimini contro l`umanità di Gheddafi.

   Definita con Hillary la cornice diplomatica e di diritto internazionale, il presidente ieri ha cercato di parlare ai popoli, elogiando il Brasile per i suoi straordinari successi economici, ma anche perché ha saputo cancellare la macchia della dittatura militare e trasformarsi in una democrazia ormai ben radicata.  

   Un`esperienza presentata come un modello anche al mondo arabo, dall`Egitto al «popolo libico che si oppone con coraggio a un regime deciso a brutalizzare i suoi stessi cittadini».

   Storie, fedi e sistemi diversi, ma per Obama i valori che hanno portato il Brasile al benessere e alla democrazia sono gli stessi che animano i giovani che da Tunisi al Cairo chiedono libertà e rispetto della loro dignità: «Non sono aspirazioni degli americani o dei brasiliani, idee dell`Occidente: sono valori universali. Li sosterremo ovunque». (Massimo Gaggi)

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UN NUOVO KOSOVO PER OBAMA

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 21/3/2011

– La dottrina del Presidente ricalca l`intervento del 1999. L`America non vuole rovesciare Gheddafi –

RIO DE JANEIRO La gestione dell`attacco alla Libia dalla «war room» che accompagna ovunque il Presidente degli Stati Uniti mette in luce l`affermarsi di una dottrina Obama sull`intervento umanitario come anche le impreviste difficoltà che l`amministrazione di Washington sta incontrando nel trovare alleati per metterla in atto, a cominciare dalla brusca marcia indietro della Lega Araba.

   A disegnare i quattro pilastri dell`approccio della Casa Bianca a «Odyssey Dawn» sono le parole del Presidente: pronunciate durante i briefing di venerdì a bordo dell`Air Force One in volo sulle Americhe, nel messaggio alla nazione letto sabato da Brasilia e ripetute nella «war room» creata ieri in una zona protetta di Rio de Janeiro. Nelle dettagliate disposizioni che dà al generale Carter Ham sull`attacco aeronavale come in quelle che recapita al segretario di Stato Clinton sulla necessità di sostenere una solida coalizione, Obama mette l`accento su termini e principi che si ripetono con insistenza. Ecco quali sono.

Primo: l`ordine dato al Pentagono è di condurre un`«operazione limitata» con l`impiego di forze aeronavali ma senza il ricorso a truppe terrestri, richiamandosi così ai precedenti degli interventi militari di Bill Clinton in Bosnia e Kosovo negli Anni Novanta.

Secondo: gli Usa «partecipano» a una coalizione «che non guidano» e quindi il distacco netto è da quanto fatto da tutti i predecessori dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a conferma che la sua idea di leadership americana nel mondo è quella che declinò nel corso del primo viaggio in Europa nel 2009, quando parlò di «impegno per aiutare il mondo a trovare le soluzioni migliori ai problemi comuni».

Terzo: l`intervento militare punta a «proteggere civili» e non a «rovesciare un regime», dunque più in sintonia con le guerre di Clinton in Bosnia e Kosovo che non con quelle di George W. Bush in Afghanistan e Iraq.

Quarto: «la solida legittimazione internazionale» che proviene dalla risoluzione dell`Onu 1973, più esplicita nel prevedere il ricorso alla forza rispetto a quelle a cui la Nato si richiamò per il Kosovo, per non parlare dell`Iraq di Bush, quando l`Onu si divise.

   Ciò che tiene assieme questi quattro pilastri è la convinzione del Presidente americano, espressa nel discorso pronunciato ieri nel Teatro Municipale di Rio de Janeiro, che riflettano i «principi comuni delle nostre nazioni», ovvero «credere nel potere e nella promessa della democrazia» come «forma migliore per promuovere la crescita e la prosperità di ogni essere umano».

   Ma il problema con cui la Casa Bianca si sta scontrando in queste ore è che la dottrina di Obama deve fare i conti con le difficoltà di una coalizione che stenta a nascere. Il caso più evidente è quello della Lega Araba che dopo aver appoggiato la no fly zone nel vertice di sabato scorso, nelle ultime 24 ore con il segretario Amr Moussa ha fatto marcia indietro affermando che «l`attacco è andato oltre i nostri obiettivi perché noi volevamo proteggere i civili, non ucciderli». E tale capovolgimento di posizione spiega come fra i 22 Stati membri solo il Qatar abbia accettato di partecipare all`attacco.

   Sebbene Obama abbia chiamato lo sceicco degli Emirati Arabi e Joe Biden abbia fatto lo stesso con i leader di Algeria e Kuwait, non sono arrivati altri assensi. L`Unione Africana è ancora più ostile alla guerra e con un comunicato diramato da Nouakchott, in Mauritania, chiede «l`immediata fine di tutti gli attacchi alla Libia» limitandosi a domandare a Gheddafi di far arrivare «aiuti umanitari a chi ne ha bisogno». 

   Senza un consistente numero di alleati arabi e africani la coalizione rischia di assomigliare troppo alla Nato, anche perché le potenze economiche emergenti – Brasile, India, Indonesia e Turchia – hanno fatto capire che preferiscono restare alla finestra. La Russia fra l`altro chiede la «fine degli attacchi contro gli obiettivi non militari», mentre la Cina con il proprio ministro degli Esteri Yang Jiechi esprime un «rammarico» che punta a raccogliere consensi in Africa e Sud America, dove i suoi investimenti già rivaleggiano a testa alta con quelli americani. (Maurizio Molinari)

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IL SOTTILE CONFINE TRA CONFLITTI GIUSTI O INGIUSTI

di Armando Torno, da “il Corriere della Sera” del 21/3/2011

   C`è una guerra giusta? O tutto ciò che necessita di violenza è ingiusto? Al di là di ogni risposta possibile, è il caso di ricordare che le ragioni e le obiezioni hanno la stessa età dell`uomo.

   Nel primo conflitto del Golfo si diffuse il concetto di «bombe intelligenti» e nel 2002 il presidente George W. Bush parlò di «guerra preventiva», ma questi termini non erano nuovi: li utilizzò Joseph Goebbels nel 1940 e `41 per i bombardamenti su Londra – «soltanto» dove c`erano arsenali – e per l`attacco alla Russia, sferrato per prevenire l`offensiva di Stalin.

   Due millenni di cristianesimo hanno posto in luce mille argomentazioni, ma è certo che nel 1947 il cardinale Alfredo Ottaviani, da taluni chiamato «il carabiniere della fede», nella terza edizione delle sue Institutiones iuris publici ecclesiastici inserì un nuovo paragrafo dal titolo «Bellum omnino interdicendum», ovvero «La guerra va vietata del tutto».

   Questo non chiuse la questione, tanto che Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, ricorda che il tirannicidio – fortunata idea dei gesuiti – venne ancora accettato nella Populorum progressio, l`enciclica di Paolo VI del 1967: si può capire una insurrezione rivoluzionaria «nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuocia in modo pericoloso al bene comune del Paese».

   Del resto, Agostino nella Città di Dio ammette che la Chiesa possa usare la forza «per ricondurre al proprio seno i figli che essa ha perduti». Insomma, è lecita una costrizione al bene; e dove c`è guerra con ingiustizia e oppressione il cristiano può ristabilire la pace ricorrendo alla violenza. Anche Martin Lutero non si allontanò datali concezioni. Nello scritto Contro le saccheggiatrici e assassine bande di contadini l`ex monaco esorta i principi tedeschi alla repressione di quei delinquenti, da «scannare come cani arrabbiati».

   Giovanni Reale, filosofo credente, sottolinea: «La guerra di per sè è un male, ma talvolta è una difesa necessaria. Lo è non tanto per l`individuo singolo, ma nel caso ci siano dei popoli e un tiranno, il quale considera proprietà sua personale uno Stato di cui dovrebbe essere il tutore». Precisa: «Sovente per difendere se stesso questo tiranno attacca i sudditi: allora la guerra è socialmente giustificata, giacché evita un male che colpisce la maggioranza per ottenere il contrario». Infine: «Quando c`è concordia tra gli Stati come nel caso attuale e, come ora, si sono registrate titubanza, attesa e ripensamenti, significa che non è una guerra improvvisata e a suo modo è giustificata; o, quanto meno, le ragioni sono state correttamente valutate».

   Il filosofo Emanuele Severino, invece, propone una lettura di metodo: «La distinzione tra giusto e ingiusto presuppone che l`etica, soprattutto quella tradizionale, sia viva. Ma poiché ci troviamo nel tempo in cui la crisi della verità porta con sè la crisi dell`etica, ne viene che “guerra giusta” può essere soltanto quella vincente. Il problema si sposta a questo punto sul significato della parola “vincere”».

   Ma l`ultima osservazione contiene una problematica complessa, con la quale si misurano non poche opinioni attuali. D`altra parte, Niccolò Machiavelli nelle Istorie fiorentine ne aveva messo a nudo una parte sostanziosa: «Coloro che vincono, in qualunque modo vincano, mai non ne riportano vergogna».

   Monsignor Paglia, dopo l`osservazione fatta, confida: «Ogni guerra è una sconfitta. È una sconfitta della ragione che mostra il suo fallimento. Le armi sono più forti delle parole». Poi, riprendendo il filo dell`attualità: «Nel caso libico, e non solo, non possiamo non esaminare i comportamenti scorretti del passato che hanno indebolito la ragione: c`è quindi bisogno di un serio esame di coscienza. Non si doveva forse intervenire prima? I ritardi non complicano la situazione?».

   Vi è dell`altro. Il vescovo tocca nervi scoperti partendo da una riflessione della sapienza rabbinica: «Subito dopo l`uscita dal Mar Rosso, gli ebrei cantarono vittoria e gli angeli, udendo quegli inni di gioia, si avvicinarono a Dio chiedendo di parteciparvi. Ma Dio disse: “Come posso esultare mentre alcuni miei figli sono travolti dal mare?”». E poi Vincenzo Paglia non dimentica il costo umano: «Non si può non essere preoccupati delle sorti dei civili e della cura dei feriti».

   Anche Giovanni Reale: «Occorre vedere come si fa la guerra. Questo richiederebbe ulteriori approfondimenti; comunque, anche in tal caso, si dovrebbe usare lo stretto necessario, il minimo possibile. Che diventa dal punto di vista del valore il massimo».

   Aristotele afferma nella Politica – e lo riprese in altre opere – che la guerra è strumento al servizio della pace, rampognando le potenze militariste come Sparta. Per Von Clausewitz è «una continuazione della politica con altri mezzi», mentre lo spagnolo Francisco de Vitoria nel De iure belli (1539) impostò la problematica della guerra giusta in termini ancora utili.

   Tito Livio ne intuì la natura: «Bellum se ipse alet», ovvero «La guerra nutre se stessa» (Ab urbe condita, XXXIV, 9); forse per questo la giusta e l`ingiusta a volte si confondono. Ma è altresì vero che molta filosofia moderna non si pose il problema e preferì lasciarlo alla teologia. Il socialista Proudhon vi vedeva un «fatto divino» e l`influente Hegel aveva insegnato – nelle lezioni di filosofia del diritto – che essa è un bene, giacché conserva la «salute etica dei popoli», utile come lo spirare dei venti che preserva il mare dalla putrefazione.

   Il futurista Marinetti aggiungerà che è «igiene del mondo». Ma, tra i possibili esempi, non va dimenticato l`acutissimo Hobbes: si accorse della complessa natura della guerra, giacché in essa legalizziamo quella violenza che ci giunge dalla natura. Dostoevskij risponderà disperato ne I demoni: «Gli uomini sono cattivi perché non si accorgono di essere buoni». (Armando Torno)

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IL PIANTO VIA RADIO DEL GENERALE RIBELLE

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 21/3/2011

Bengasi – A volte ho l`impressione che pianga. La sua voce si frantuma in singhiozzi. Eppure il generale Abdul Fatah Yunis è un duro. Era un fedele di Gheddafi, è stato il suo ministro degli Interni, ma ancora prima del 17 febbraio si è schierato con gli insorti nella clandestinità.

   E adesso è il comandante dello sbrindellato esercito della Libia libera e cerca di recuperare il suo vecchio compagno d`armi. Il generale Mohammed al Ayat, infatti, è rimasto con il raìs. Lo supplica, gli lancia interminabili appelli attraverso la radio degli insorti.

   Gli ricorda gli amici comuni, il tempo passato insieme, gli stretti rapporti tra le loro famiglie. Si commuove. Quasi singhiozza in preda a un`emozione, forse autentica. Vieni con noi Mohammed; con Gheddafi non hai un avvenire; il suo potere è agonizzante.

   Yunis insiste: i tempi stringono, hai ancora poche ore per decidere, devi abbracciare la rivoluzione. Presto sarà troppo tardi. La voce del generale Yunis rimbalza in tutte le città della Cirenaica e in quelle della Tripolitania ancora in mano al raìs. Qui a Bengasi la diffondono gli altoparlanti appesi ai lampioni. Non penso proprio che dove Gheddafi comanda ancora sia diffusa con tanto fervore. Gli insorti tentano di spogliare Gheddafi del suo esercito, di isolarlo nel bunker di Tripoli, e invitano i soldati a disertare. Se uno dei loro generali più noti, Mohammed al Ayat, si lasciasse convincere dal vecchio amico Yunis, sarebbe un bel colpo.

   Alcuni reparti leali al raìs infiltratisi nella periferia occidentale di Bengasi, poche ore prima dell`inizio dell`operazione Odissea, quando i Mirage e i Rafale francesi non sorvolavano ancora Bengasi, hanno gettato le armi.

   Nel palazzo del tribunale, sede del Consiglio nazionale che funziona da comitato di liberazione e da governo provvisorio, mi raccontano di aver trovato quindici soldati con le mani legate e freddati con un colpo alla nuca. Erano disertori. Giustiziati, mi assicurano, dai compagni. Avevano rifiutato di combattere.

   Ma i responsabili dell`insurrezione non si fanno molte illusioni. Il grosso delle truppe, sbarcate in prossimità del porto, o arrivate dalla strada costiera o da quella interna del deserto, si è ritirato e adesso si trova a quaranta chilometri a ovest da Bengasi. Si sarebbe messo al riparo per sfuggire alle incursioni aeree inglesi e francesi, il cui obiettivo è quello di distruggere la logistica dell`esercito di Gheddafi, e di frantumarlo per renderlo inoffensivo.

   Ma quei reparti, costretti a ritirarsi, e senz`altro intimoriti dagli attacchi aerei anche se non diretti contro di loro, ripartiranno presto all`attacco. Nella sede in cui alberga il Consiglio nazionale non prevale l`ottimismo. Vi regna un`agitazione nevrotica. Gli avvenimenti la giustificano.

   L`accoglienza è comunque generosa. Tutti sono ansiosi di raccontare. Tra computer e kalashnikov, tra tute mimetiche e blue jeans, sorrisi e comandi gridati, riesco a cogliere a stento qualche frammento di quei racconti che mi si riversano addosso.

   No, la guerra non è finita con l`intervento degli aerei occidentali, approvato dagli arabi. Gheddafi ripartirà gagliardo con la repressione appena le incursioni cesseranno. Ci vuole altro per stanarlo. La decisione del Consiglio di sicurezza è provvidenziale. E una vitale boccata d`aria, ma altre dure prove aspettano la Libia libera.

   Mi accorgo che è scomparsa la bandiera francese, grande come un lenzuolo, fino a venerdì appesa sulla facciata dell`edificio. La gratitudine si è già esaurita? Mi assicurano che non è così. Se non c`è più è colpa del vento del Mediterraneo che l`ha strappata. Un`altra versione è che alle insegne della Francia si devono aggiungere quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Insomma, l`omaggio deve assumere nuove proporzioni, visto che i missili destinati a Gheddafi sono di tante nazionalità.

   C`è stata una caccia all`uomo negli ultimi due giorni a Bengasi. Quando le truppe di Gheddafi, venerdì, si sono avvicinate alla periferia, in vari quartieri è emersa quella che un miliziano chiama la «quinta colonna». I partigiani del raìs erano rintanati tra la popolazione.

   Erano abitanti della città, o uomini arrivati da fuori. In vari quartieri, anche nel centro, sono usciti allo scoperto armi alla mano, per dare l`impressione che i soldati sbarcati in prossimità del porto, o arrivati sulla strada della costa, o dal deserto, stessero per occupare la città. Ma la «quinta colonna» non sapeva che gli insorti erano riusciti a frenare l`offensiva e che poi avevano disperso gli attaccanti, facendo almeno un centinaio di prigionieri e altrettanti morti. Le talpe di Gheddafi, annidate nel cuore di Bengasi, hanno cercato di ritornare nei loro nascondigli, ma molti sono stati riconosciuti, catturati e uccisi. E la caccia è continuata sanguinosa per ore.

   Fra i soldati di Gheddafi che hanno cercato di infiltrarsi a Bengasi non mancavano gli stranieri. Si calcola che nell`insieme della Libia siano almeno diecimila, tra i quali alcune centinaia provenienti dal Ciad. Ma non mancano gli etiopi, i sudanesi e i nigeriani. Sono mercenari africani impegnati in una guerra che non è la loro. Non hanno via di scampo. Disertare è difficile. Alcuni sono dispersi nella remota periferia di Bengasi e le sporadiche sparatorie di cui si sentono spesso i rumori rivelano la caccia in corso a quegli uomini braccati, libici o stranieri che siano.

   Gli africani sono i residui della politica panafricana promossa da Gheddafi, negli anni Settanta deluso dal rifiuto degli arabi di considerarlo il loro leader. Sono anche il frutto della sua interessata generosità nei confronti dei dittatori subsahariani, che in ricambio hanno fornito dei mercenari. I quali sono per i libici dei fantasmi, e come tali suscitano terrore. Il paese è così un arsenale di uomini armati che gli aerei anglofrancesi, benedetti dall`Onu, riusciranno difficilmente a disperdere. (Bernardo Valli)

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L’OBBLIGO E’ DI PENSARE AL DOPO GHEDDAFI

di Giuseppe Mammarella, da “il Messaggero” del 21/3/2011

   E’ da un pezzo che Gheddafi sarebbe dovuto andarsene; dopo quarant`anni di potere un leader privo di ogni legittimazione democratica diventa inevitabilmente un despota e un dittatore secondo un processo irreversibile.

   Fallita la rivoluzione della Jamairia, fallito il tentativo di presentarsi al mondo arabo come un nuovo Nasser a Gheddafi restavano solo una politica estera erratica e contraddittoria, vacillante tra il tentativo di sovvertire l`ordine internazionale attraverso il ricorso al terrorismo e quello di una fittizia legittimazione in seno alla comunità internazionale.

   Nonché una politica interna dove l`abile azione di equilibrio tra le varie tribù in cui è divisa la società libica era sostenuta dall`uso della forza spesso brutale con il disprezzo di ogni diritto umano e dì ogni principio naturale. Tutto questo è crollato quando il mondo arabo è stato scosso da un sommovimento che nasce dalla maturazione politica di nuove generazioni e di nuove classi sociali a cui si contrappongono l`egoismo e le chiusure dei gruppi dominanti.

   In Egitto dove la società ha un`articolazione che segue quelle tradizionali dei Paesi evoluti o in fase di evoluzione c`è la possibilità e la speranza che le classi al potere si aprano agli apporti di quelle emergenze.  In altri Paesi come la Libia, lo Yemen e il Bahrain dove al potere c`è un uomo, una famiglia o un clan non c`è che una soluzione possibile: l`uscita di scena dei despota e del dittatore.

   Se ciò non è successo prima in Libia è stato per la condiscendenza del mondo occidentale e per la rete di interessi costruita con lungimiranza dal dittatore e dalla ricchezza del Paese da lui spregiudicatamente utilizzata per mantenersi al potere.

   La fine di una dittatura avviene quasi sempre in circostanze traumatiche ma deve avere i suoi tempi e una sua necessaria preparazione affinché si svolga con il minimo dispendio di perdite umane e il più rapido ritorno possibile alla normalità. Nel caso della Libia un ritorno alla normalità senza eccessivi traumi è augurabile non solo per il popolo libico ma anche per quelli mediterranei.

   La Libia non è la Tunisia dove lo stato di crisi del Paese è valutabile solo in termini di sofferenze umane alle quali, sia detto senza equivoci, la comunità internazionale ha il dovere di venire incontro per ridurle nei limiti del possibile.

   Dalle risorse della Libia in gas e petrolio dipendono, chi più chi meno, alcune delle maggiori economie dei Paesi europei. La crisi che potrebbe derivare dalla indisponibilità di quelle risorse per un lungo periodo non colpirebbe soltanto i Paesi che più direttamente ne sono dipendenti ma la stessa economia europea e quelle occidentali nel suo complesso, specie in una fase in cui con la tragedia giapponese si è aperta una nuova falla nell`economia internazionale.

   Sia l`esigenza di risparmiare al popolo libico le conseguenze di una guerra crudele e rovinosa che potrebbe colpire e rendere a lungo improduttiva la maggiore fonte di ricchezza del Paese, che quella delle economia europee che potrebbero restare senza le risorse energetiche che le sono necessarie, pongono ambedue il problema di una strategia diversa da quella scelta dai Paesi che sembrano decisi ad usare la forza per provocare la fine della dittatura.

   C`è il pericolo che i bombardamenti mirati si allarghino dagli obiettivi militari a quelli nelle città dove risiedono i centri vitali del potere del raiss e che dai bombardamenti aerei il conflitto si estenda fino a richiedere l`uso di commandos e magari di truppe di terra in un`escalation che se alla fine riuscisse ad annientare il dittatore e le sue forze rischierebbe di fare terra bruciata delle sue città e delle sue installazioni.

   Il rischio è tanto più grave in quanto manca per il dopo Gheddafi un programma comune dei Paesi coalizzati contro il dittatore, i quali agiscono ognuno per promuovere interessi nazionali o ambizioni personali inevitabilmente contrastanti.

   Inoltre il rischio è che le forze rivoluzionarie, nel clima di reciproca violenza che inevitabilmente si instaurerà, non riescano a costruire un`alternativa di governo valida e tale da pacificare il Paese ed a riportarlo alla normalità.

   Più che ad una crociata per portare libertà e determinazione ad un popolo che non le ha mai avute, l`intervento in Libia rischia di trasformarsi in una nuova avventura con più di un`analogia con quelle nelle quali l`Occidente è ancora pericolosamente coinvolto. (Giuseppe Mammarella)

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