GUERRA IN LIBIA, e si infiamma anche la SIRIA – il declino della leadership USA, i nuovi paesi emergenti (BRIC, Brasile Russia India Cina) e la crescente complessità delle mappe geopolitiche mondiali (ma sarà mai possibile un governo mondiale, democratico e dei diritti umani, rappresentativo di tutti i popoli?)

(cliccare sull’immagine per ingrandirla) E adesso si infiamma la SIRIA, il paese arabo mediterraneo, mediorientale, con una dittatura tra le più dure (e se accade pure lì vuol dire che le rivoluzioni “anti-regimi” del mondo arabo non si fermano all’episodio libico). E manifestazioni di rivolta ci sono pure in GIORDANIA

   I giovani che sbarcano a Lampedusa, è da chiedersi cosa cercano? Osservatori e testimoni diretti parlano sì della possibilità che vi siano perseguitati politici; e che l’elemento comune sia la povertà, la ricerca di lavoro. E’ però anche possibile che, in maggioranza, siano il frutto degli stessi elementi di quella rivoluzione che ha infiammato Tunisia, Egitto, Libia, e ora anche Siria, forse Giordania, e un po’ tutti i paesi del mondo arabo…. Cercano, quei giovani, “l’occidente”, un’idea di libertà, di poter spostarsi e vivere la loro avventura umana da giovani, come è permesso e realizzabile (se vogliono) dalla maggior parte dei giovani europei, e in genere della parte nord del pianeta….Un’avventura umana, fatta di conoscenza di luoghi e persone.

   Pertanto non è da stupirsi che molto spesso siano, questi giovani che sbarcano a Lampedusa, muniti dei feticci della civiltà tecnologica (i cellulari, prodotto industriale che si può avere a pochissimi soldi, sono più diffusi nell’Africa “povera” che in molte altre parti del mondo “ricco”) (e le griffe della moda occidentale si possono comprare, contraffati, con pochi soldi…). Quei giovani, che vedono (hanno visto) il mondo da “Al Jazeera” (strategico questo decennio della televisione araba…all’inizio sembrava fosse nata per sostenere integralismi islamici, e invece ha svolta un ruolo di sviluppo della libertà fondamentale…), o che posseggono il collegamento ad internet, questo mondo solo visto “in immagine”, lo vogliono visitare e vivere davvero… 

la protesta anti-regime a DAMASCO

  Che fare? Come negargli questa “libertà”? Come fargli capire che i nostri paesi sono in crisi, che non c’è lavoro, e “l’avventura” in giro per l’Europa (possibile a noi, ai nostri giovani) a loro dovrebbe essere preclusa? Sembra una cosa ingiusta e difficile impedire la mobilità delle persone; o il desiderio di farsi una vita in un paese diverso da quello in cui sono nate. E qui in primis è il vero grande problema, dramma, cioè economico, di un occidente, un nord del mondo in crisi di sviluppo economico, incapace di darsi altri connotati nel creare benessere e lavoro per tutti…

… L’ “Unione per il Mediterraneo”, organismo poco operante nato dall’Unione Europea ritrovatasi a Barcellona nel 1995, organismo al quale l’unico vero impulso in questi anni sembra aver tentato di darlo il presidente francese Sarkozy, l’ “Unione per il Mediterraneo” tra i suoi progetti futuri (speriamo che con quel che sta succedendo si attivi al più presto) vi è quello di creare un grande ERASMUS per i paesi del Nord Africa, studenti del Sud del Mare Nostrum che si interscambiano con i nostri… oppure, per chi non studia o non ha studiato, progetti di formazione professionale, ad esempio nel campo agro-industriale, nell’informatica avanzata, nei mestieri più disparati….. sarebbe magari qualcosa di meno banale che “girare a caso” (anche se a una certa età magari ci vuole un po’ anche questo…).

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   Tornando alla crisi libica, alla guerra in corso (guerra è), oltre ad attrarre l’attenzione massima in quell’area (mentre episodi duri di repressione accadono in Siria, o non si parla più di quel che sta ora accadendo in Tunisia, Egitto, e gli altri paesi arabi…), tornando alla Libia va detto che il numero dei paesi entusiasti (dell’intervento militare) cala giorno dopo giorno. Cresce, al contrario, quello dei governi che si preparano a mediare con Gheddafi, o che hanno già cominciato a farlo (cosa questa per noi preoccupante, se la Libia non vedrà andarsene il suo dittatore…).

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   E proprio dall’episodio della Libia di questi giorni si intravede più che mai (ed è il tema principale degli articoli che qui di seguito abbiamo inserito in questo post) come si sta delineando un nuovo ordine internazionale: l’America, gli Stati Uniti, che perdono il loro predominio, la leadership internazionale (anche sotto l’effetto della crisi economica: e fare la guerra su territori di cui non c’è interesse, costa senza averne vantaggi…).  America oltreché sfiancata da quasi un decennio di combattimenti in Afghanistan e Iraq – lo «stato di guerra» più lungo della storia americana – e da una gravissima crisi economico-finanziaria.

   E i leader mondiali – a partire da quelli europei – sono tutt`altro che pronti ad entrare in questa nuova èra di “assenza” della leadership americana; e in pochi sembrano alla ricerca degli attrezzi necessari per affrontare i problemi nuovi (riportiamo qui, per primo, un articolo di Massimo Gaggi, dal “Corriere della Sera” dove l’editorialista si chiede: chi comanda, chi paga, come costruire il consenso?) (ora ci si sta posizionando sul “chi comanda, sui rapporti di forza nuovi che si stanno instaurando).

   Quel che è certo è che la guerra libica ha messo in ombra la “primavera” del mondo arabo, che non sembra però interrompersi (dagli episodi della Siria di queste ore…), e che avrebbe come non mai la necessità di avere l’attenzione mediatica del mondo per contare veramente (e in questi giorni abbiamo poi da fare i conti, assai concreti e di sofferenza, con la tragedia giapponese, anch’essa nel turbinìo della nostra incapacità di fare scelte ragionevoli, lì sulla catastrofe atomica e su come uscirne). I paesi del mondo arabo del Mediterraneo e del Vicino Oriente, le loro istanze democratiche di libertà, non possono essere liquidati con una repressione restauratrice. Per questo sarebbe essenziale, sia per gli osservatori sia per i decisori della politica estera, tenere attentamente d`occhio gli sviluppi politici dell`intera area, e che la politica (almeno quella europea) smettesse di litigare al suo interno tra singoli interessi nazionali, e avesse un piano più chiaro di quel che c’è adesso (che non si capisce bene cosa sia).

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CHE SUCCEDE IN UN MONDO CON MENO AMERICA

di Massimo Gaggi, da “Il Corriere della Sera” del 24/3/2011

   Un presidente il cui stile di comando è quello di un «capo del cerimoniale del Pianeta», accusa un ex consigliere per la sicurezza nazionale nella Casa Bianca di Bill Clinton. E mentre lo storico Niall Ferguson scomoda Shakespeare per dipingere un Barack Obama metà Amleto, metà Macbeth – dilaniato dai dubbi, spinto all`azione da cattivi consiglieri – l`Economist sostiene che il leader americano brilla per prudenza, ma non ha mai un guizzo di coraggio politico. Quel coraggio politico che fa grande un presidente e gli assicura il rispetto del mondo.

   Personalizzare la questione, insistere sulle incertezze del «guerriero riluttante», può essere legittimo, ma serve a poco: meglio prendere atto che quello che sta scorrendo sotto i nostri occhi è solo un assaggio di ciò che avverrà col declino della leadership americana. Un evento evocato da anni e che era atteso da molti con malcelata impazienza.

   Certo, ci sono i conflitti interni di un uomo che cerca di conciliare le nobili aspirazioni di un Nobel per la Pace con le responsabilità del commander–in-chief delle forze armate Usa, in questi giorni all`attacco in Libia. Ma queste sono tensioni che il presidente ha imparato ad amministrare, come ha spiegato ancora ieri in un`intervista televisiva.

   Lo ha dimostrato, ad esempio, ordinando raid degli aerei senza pilota della Cia contro le basi della guerriglia talebana in Afghanistan e Pakistan molto più numerosi e devastanti rispetto a quelli dell`era Bush. In questi giorni stiamo assistendo soprattutto al parziale sfarinamento della leadership di un Paese sfiancato da quasi un decennio di combattimenti in Afghanistan e Iraq – lo «stato di guerra» più lungo della storia americana – e da una gravissima crisi economico-finanziaria.

   Tutto ciò sta facendo perdere poco a poco agli Stati Uniti la saldezza psicologica, la volontà politica, l`energia economica e anche la disponibilità di un dispositivo militare un tempo virtualmente illimitato: i fattori che hanno fin qui consentito a questo Paese di esercitare il ruolo di «gendarme del mondo».

   Nulla di rovinoso, se il mondo si fosse preparato a entrare in quella epoca del nuovo equilibrio multipolare che lo stesso Obama ha più volte invocato contrapponendo, almeno a parole, la sua visione di «presidente del dialogo» all`unipolarismo dell`era Bush.

   Quello che è accaduto in questi giorni rende purtroppo evidente che non solo i leader mondiali – a partire da quelli europei – sono tutt`altro che pronti ad entrare in questa nuova era, ma che in pochi sembrano alla ricerca degli attrezzi necessari per affrontare i problemi nuovi e formidabili che derivano dall`incrocio tra il declino della leadership Usa e la crescente complessità delle mappe geopolitiche.

   Mappe nelle quali non solo si sono moltiplicati i focolai di tensione e sono emerse nuove, spregiudicate potenze regionali, ma costellate anche da dittatori – ora sfidati da forze ribelli – che non sono più i capi delle povere tribù di un tempo: spesso sono «raìs» che hanno accumulato miliardi spesi per acquistare armi sofisticate, per dotarsi di eserciti di mercenari e, magari com`è avvenuto nel caso della Libia – anche per procurarsi i giudizi generosi di centri studi e di intellettuali autorevoli, disposti a «certificare» il ravvedimento di un colonnello fin lì considerato il capo di uno «Stato canaglia».

   Le dispute di questi giorni, è vero, hanno fatto improvvisamente emergere il vuoto di autorità che rischia di essere lasciato dagli Stati Uniti, ma questo è solo il primo di una serie di problemi. Entrando in una nuova realtà multipolare i leader della comunità internazionale dovranno affrontare almeno tre ordini di sfide: 1)chi comanda, 2)chi paga, 3)come si costruisce il consenso di popoli con interessi e sensibilità diverse su una specifica azione di «polizia internazionale».

   Per ora ci si sta concentrando sulla soluzione del primo nodo: bisogna tranquillizzare l`Onu e la Lega Araba, conciliare nel cuore dell`Europa l`interventismo francese col «neutralismo» tedesco ed evitare che si ripeta lo spettacolo inquietante di una disputa tra Londra e Washington sulla legittimità di un attacco mirato alla persona di Gheddafi.

   Però in prospettiva le altre due questioni diventeranno altrettanto importanti. Già oggi, nell`America attanagliata da una crisi di bilancio senza precedenti, è cominciata la contabilità del costo di ogni missile Tomahawk lanciato sulla Libia, di ogni missione di sorvolo della Cirenaica.

   Appena atterrato a Washington, di rientro dalla sua prima missione nell`America latina, Obama ha trovato la richiesta del capo della maggioranza repubblicana alla Camera, John Boehner, di andare a riferire al Congresso sull`attacco in Libia. Molti leader conservatori sono favorevoli all`intervento, ma cresce – a destra come a sinistra – l`opposizione di chi non vuole, invece, che i soldi dei contribuenti siano spesi per sostenere un nuovo conflitto nel quale non sono in gioco interessi vitali degli Usa.

   Insomma, prima o poi gli altri protagonisti del mondo multipolare dovranno assumersi non solo più responsabilità politiche ma anche una quota maggiore degli oneri che tuttora gravano in massima parte sul dispositivo bellico Usa.

   Infine la costruzione del consenso: forse la sfida più difficile di tutte perché mentre un dittatore riesce comunque a galvanizzare i suoi con poche parole d`ordine – combattere per la terra, la casa, il proprio dio – l`esperienza dimostra che è assai più arduo dare morale, motivazioni forti, a una coalizione di Paesi con storie, culture e interessi diversi. (Massimo Gaggi)

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BRIC, IL QUADRILATERO DELLA NON-INTERFERENZA

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 25/3/2011

   Brasilia-Mosca-Delhi-Pechino: è un quadrilatero del nuovo ordine mondiale, il club della “non-interferenza”, la vera novità di questa prima settimana di intervento militare in Libia. Ieri al Consiglio di sicurezza dell`Onu le loro critiche alla “no-fly zone” hanno lanciato un messaggio al mondo arabo: esiste un`altra sponda, rispetto all`America e ai suoi alleati europei.

   Considerato come il presidente dell`èra post-atlantica, dotato di una visione autenticamente globale anche per motivi biografici, Barack Obama ha già contribuito a disegnare una nuova realtà della politica internazionale. Purtroppo per lui, è una realtà che nasce senza e contro gli Stati Uniti, come un`alternativa all`ordine dell`Occidente”.

   Sono i Bric: le iniziali di Brasile, Russia, India, Cina. Luna sigla nata da anni nel mondo dell`economia e della finanza, per designare le quattro maggiori potenze emergenti (oggi abbondantemente emerse). Per la prima volta, è sulla Libia che il club economico si è fatto alleanza diplomatica.

   Prefigura un`alternativa alla coalizione che faticosamente Obama ha messo insieme sotto il cappello della Nato. Ad aprile si terrà un vertice dei Bric che sarà ospitato in Cina, nella città di Sanya. Per la prima volta a quel summit i quattro grandi non-occidentali parleranno non più soltanto di commercio e finanza, energia e valute, ma anche di politica estera. E’ una rottura gravida di conseguenze, se i Bric decidono di usare il proprio peso economico trasformandolo anche in leva diplomatica.

   Tra loro siedono due potenze politico-militari “storiche” dotate del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza Onu – Russia e Cina -, ma anche due candidati a entrare come nuovi membri permanenti nel Consiglio quando passerà la riforma dell`Onu: India e Brasile.

   Delhi e Brasilia sono la prima e la quarta democrazia del mondo per popolazione. Hanno evidenti affinità di valori con l`Occidente, come ha sottolineato Obama nel suo viaggio appena concluso in Brasile. La neopresidente Dilma Roussef, nell`accogliere Obama ha rivendicato orgogliosamente il diritto del suo paese a entrare nel Consiglio di sicurezza con lo status di Vip e il diritto di veto, ma non ha concesso un millimetro sulla no-fly zone.

   Sulla Libia il club è stato compatto, senza distinguo. Tutti e quattro i nuovi big si sono astenuti sulla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza. E appena le operazioni militari sono iniziate, è partita una bordata di critiche. «Si rischia un disastro umanitario», è l`avvertimento dei cinesi. «Sento un linguaggio da nuova crociata», ha rincarato il premier russo Vladimir Putin. Gli americani hanno tentato di minimizzare le critiche russo-cinesi. «Nulla di nuovo sotto il sole», è la prima reazione di Washington.

   Sulla posizione di Mosca si è fatto notare il bisticcio tra Putin e Medvedev, preludio di una campagna elettorale per la presidenza, dove Putin giocherà la carta del nazionalismo anti-occidentale mentre Medvedv incassa dagli Usa la promessa di un ingresso nel Wto. In quanto alla Cina, gli americani hanno attribuito le sue denunce a «ipersensibilità interna sull`ingerenza nel rispetto dei diritti umani». A Pechino – questa è l`analisi degli Usa – la classe dirigente vive con nervosismo l`onda delle rivoluzioni antiautoritarie nel mondo arabo, teme il contagio, perciò disapprova l`intervento Onu in favore dei popoli che si ribellano contro i propri regimi.

   Tuttavia il linguaggio dei cinesi – «ecco la terza guerra dell`Occidente contro il mondo islamico, e un`altra guerra per il petrolio» ha fatto breccia anche in Turchia, un membro della Nato, il cui premier all`inizio dell`intervento militare ha usato parole molto simili ai cinesi.

   E poi c`è l`India, la grande democrazia visitata da Obama a novembre, quando il presidente americano appoggiò con forza la “promozione” di Delhi a membro permanente del Consiglio Onu. «Nessuno può arrogarsi il diritto di cambiare i regimi di altri paesi», ha ammonito il ministro delle Finanze e presidente della Camera di Delhi. «Va rispettata la sovranità e l`integrità territoriale della Libia», gli ha fatto eco l`ambasciatore indiano all`Onu.

   Il club dei Bric fa nuovi proseliti come il Sudafrica: che aveva appoggiato la “no fly zone” ma ora si associa alle critiche sulla sua applicazione. La loro scommessa: nel nuovo assetto che emergerà dalle convulsioni del mondo islamico, c`è posto per un`alternativa all`abbraccio dell`Occidente. (Federico Rampini)

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LA RIVOLTA ARABA

S’INFIAMMA LA SIRIA, DECINE DI MORTI – FUOCO ALLA STATUA DELL’EX PRESIDENTE

da “la Stampa.it”, redazione online, sera del 25/3/2011

– La polizia spara contro la folla «A Daraa i morti sono decine» –

   Aleppo, Latakia, Hama, Homs, Damasco, Sanamein, Daraa: questa, da nord a sud, la mappa delle proteste in Siria, dove una nuova giornata di manifestazioni e violente repressioni spinge il Paese verso il punto di rottura già raggiunto in altri regimi autocrati del mondo arabo.
   Sembra dunque essere il turno di Bashar al-Assad, presidente ereditario dal 2000, dopo il regime trentennale del padre Hafez, espressione di una minoranza sciita in un Paese prevalentemente sunnita, che dal 1963 vive sotto lo stato d’emergenza, che assicura alle autorità poteri quasi assoluti. La situazione più drammatica si vive a Daraa, nell’estremo sud del Paese, dove le proteste vanno avanti da giorni, nonostante i morti. Oggi, le forze di sicurezza avrebbero ancora una volta sparato contro i manifestanti riuniti in centro, vicino alla casa del governatore rimosso pochi giorni fa dal suo incarico. Alcune fonti parlano di 25 morti, anche se non ci sono informazioni ufficiali. I manifestanti avrebbero dato fuoco alla statua dell’ex presidente siriano, Hafez al-Assad.

le manifestazioni in Siria

   La polizia è inoltre impegnata a bloccare l’ingresso in città, cuore della protesta contro il regime. Per questo, avrebbe sparato a un gruppo di persone che si dirigeva verso Daraa. Lo ha riferito un militante del Movimento per i diritti dell’uomo. Le vittime sarebbero state colpite a Sanamein, che si trova 40 chilometri a nord. Il governo, tramite la portavoce del ministro dell’Informazione, si è difeso: «La polizia non spara contro i manifestanti pacifici. La forza è usata contro chi, a sua volta, spara contro le forze di sicurezza» ha dichiarato Reem Haddad alla tv al-Jazeera.
   Le proteste, intanto, si diffondono in altre città: le forze di sicurezza avrebbero ucciso tre persone nel distretto di Mouadamieh, a Damasco, dove la folla, scesa in piazza per protestare contro la repressione delle manifestazioni a Deraa, avrebbe affrontato una carovana di supporter del presidente, arrivati per disperdere i dimostranti. Movimenti di protesta si sono spontaneamente formati a Latakia – dove almeno una persona, secondo i dimostranti, sarebbe stata uccisa – Aleppo, Homs e Hama, città resa tristemente famosa dal padre dell’attuale presidente, che la bombardò nel 1982 per reprimere una rivolta guidata dai Fratelli musulmani, uccidendo decine di migliaia di persone.

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L’ASSE ROMA-MOSCA-ANKARA LAVORA ALLA MEDIAZIONE CON IL REGIME DI GHEDDAFI

– L’Italia, la Russia e la Turchia cooperano con la comunità internazionale, ma hanno aperto la pista diplomatica – Battaglia a Misurata – La guida della missione verso la Nato –

da “IL FOGLIO” del 25/3/2011 

   Un caccia francese ha distrutto un jet della famiglia Gheddafi che tentava di violare la “no fly zone” in vigore sui cieli della Libia. Il raid è avvenuto ieri su Misurata ed è stato confermato da fonti americane. Non è l`unico attacco portato a termine dalla coalizione: gli aerei europei hanno sorvolato Tripoli e si sono spinti sino a Sabha, che si trova a 750 chilometri dalla costa.

   La maggior parte degli obiettivi militari risulta distrutta dopo una settimana di bombardamenti. La flotta aerea di Gheddafi non esiste più, le strade intorno a Bengasi sono pulite e le strutture difensive del regime hanno ormai ceduto.

   Ma gli scontri tra l`esercito e i ribelli proseguono da Ajdabiya a Misurata, e i caccia alleati non possono fare molto per fermarli. Questo punto è ben chiaro agli ambasciatori che si muovono da giorni nei corridoi della Nato così come al governo francese, che rimane l`unico vero sostenitore della guerra contro Gheddafi. Il ministro degli Esteri di Parigi, Alain Juppé, ha domandato pazienza ai partner europei e ha aggiunto che la campagna potrebbe durare “giorni o settimane”.

   Il numero dei paesi entusiasti cala giorno dopo giorno. Cresce, al contrario, quello dei governi che si preparano a mediare con Gheddafi – o che hanno già cominciato a farlo. Gli impegni assunti con la Nato non impediscono a Roma di cercare una soluzione diplomatica alla crisi: il capo della Farnesina, Franco Frattini, ha avuto ieri un colloquio con il leader dei ribelli e ha rinnovato il sostegno al cessate il fuoco in Libia.

   Sulla stessa linea è la Turchia, che fa parte della Nato e ha un ruolo di leadership nel medio oriente. Pochi giorni fa, il premier Recep Tayyip Erdogan diceva che non avrebbe mai appoggiato un intervento militare, ma l`attivismo di Nicolas Sarkozy lo ha convinto a cambiare opinione. Erdogan ha compreso che l`unico modo per avere influenza in questa fase è ridurre il peso dei francesi trasferendo il comando delle operazioni al Patto atlantico.

   Il governo di Ankara ha garantito quattro navi e un sommergibile alla causa, e ha annunciato che la guida militare passerà alla Nato “nel giro di due giorni” – la regia politica sarà affidata a un “gruppo internazionale di alto livello”, come avviene con la missione Isaf. La Turchia ha ancora diplomatici a Tripoli: i quattro giornalisti del New York Times liberati in settimana dall`esercito sono stati consegnati proprio all`ambasciatore turco, segno che i contatti fra i due governi sono costanti.

   Con Italia e Turchia si muove la Russia, uno dei paesi del Consiglio di sicurezza che si sono astenuti al momento di votare la “no fly zone”. Il presidente, Dmitri Medvedev, ha accolto tutte le decisioni della comunità internazionale, ma ha un canale aperto per la mediazione. Mosca ha appena nominato un nuovo inviato nell`Africa del nord, Mikhail Margelov, lo stesso uomo che ha gestito il dossier Sudan. “Non sappiamo se le trattative porteranno risultati – dice oggi Margelov – Quello di cui siamo certi è che la Russia ci può provare”.

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COSI’ LA TURCHIA RISCOPRE LA NATO CONTRO SARKOZY

di Soriano Iolanda, da “IL RIFORMISTA” del 25/3/2011

Istanbul – Il parlamento turco, ieri, ha approvato il piano del governo per l`invio di cinque navi militari e un sottomarino al largo delle coste libiche per dare corso alla risoluzione delle Nazioni Unite contro il regime di Muahamar Gheddafi, prendendo così parte ufficialmente alle operazioni militari della Nato.

   La Turchia – unico paese musulmano a far parte dell`alleanza militare atlantica – insiste perché il comando delle operazioni sia totalmente assunto dalla Nato, temendo che gli stati che guidano la coalizione dei «volenterosi» – in particolare la Francia – abbiano come solo interesse quello di mettere le mani sulle risorse minerarie della Libia.

   Ankara, che fino a pochi giorni fa era contraria a qualsiasi intervento militare, si dice oggi d`accordo sulla necessità di imporre una no-fly zone. A una sola condizione, però: che essa serva a proteggere la popolazione civile dalle ritorsioni di Gheddafi e che sia gestita interamente dal comando Nato.

   La Turchia è in effetti molto contrariata dall`iper-attivismo del presidente francese Nicholas Sarkozy. Tanto che in questa occasione pure il presidente della Repubblica, Abdullah Gul, solitamente molto istituzionale e diplomatico, non ha risparmiato a Parigi delle critiche velate ma molto dure: «L`obiettivo essenziale della missione – ha detto Gul – è quello di proteggere la libertà del popolo e mettere fine all`oppressione», ma «purtroppo è chiaro che alcuni paesi sono guidati solamente dall`opportunismo». E riferendosi ancora a Sarkozy, Gul ha detto che «coloro che fino a ieri intrattenevano relazioni strette con i dittatori oggi hanno un comportamento eccessivo, che fa sorgere dei sospetti».

   Parole a parte, però, la Turchia non si è sottratta al suo impegno con la Nato. Sia perché era per certi versi «inevitabile», come fanno notare alcuni analisti; sia perché è molto più facile cercare di contenere l`irruenza «occidentale» dall`interno piuttosto che rimanendo alle porte.

   Così, mentre il capo dello Stato turco invitava Gheddafi a dimettersi, per evitare che la Libia venga «saccheggiata» com`è già accaduto all`Iraq, l`alto comandante militare della Nato James Stravridis arrivava in Turchia. Per incontrare mercoledì sera il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, col quale ha concordato i dettagli strategici della partecipazione militare; e poi ieri i vertici dell`esercito turco, per definire i particolari della partecipazione militare.

   Di ieri è anche la notizia che Davutoglu parteciperà alla Conferenza sulla Libia che si terrà a Londra il 29 marzo. Sigillando così il pieno coinvolgimento di Ankara nella gestione della crisi. Anche se da una posizione più cauta e riflessiva. La Turchia ha infatti cercato di evitare sino all`ultimo minuto l`intervento armato nei confronti della Libia. E diversamente da quanto fece nel caso delle sollevazioni egiziane – quando invitò l`ex presidente Hosni Mubarak a dimettersi per accogliere la domanda di cambiamento del suo popolo – il primo ministro Recep Tayyip Erdogan si è mostrato in questa circostanza molto più attento al mantenimento dello status quo.

   Il motivo di questa presa di posizione conservatrice ha poco a che fare con la politica e molto invece con l`economia. Gli affari della Turchia in Libia sono infatti ingentissimi. Basti pensare che nel 2009 il governo di Erdogan siglò un accordo con Gheddafi per eliminare i visti tra i due paesi e consentire la libera circolazione delle persone. E nell`ultimo anno le esportazioni turche nel paese arabo sono cresciute a dismisura.  

   Continuando un trend positivo che, a partire dal 2000, non ha conosciuto nessuna battuta d`arresto, soprattutto nel settore edile. Fino ad arrivare al punto che nel 2010 le compagnie di Ankara hanno firmato progetti per un valore complessivo di 15 miliardi di dollari.

   Certo è che il continuo differenziarsi della Turchia dalle posizioni dei suoi alleati storici (Stati Uniti ed Europa) sottolineano ancora una volta che Ankara non vuole più essere un appendice occidentale nel medioriente.

   Perché – com`è nelle intenzioni “neo-ottomane” di Erdogan e Davutoglu – il suo obiettivo principale è quello di assurgere al ruolo di potenza regionale di riferimento. Anche se nello specifico caso libico, a ormai pochi mesi dalle elezioni politiche di giugno, i freni e la retorica di Erdogan servono anche a stimolare i sentimenti del suo elettorato musulmano. Sempre molto contrariato dagli interventi occidentali nei paesi islamici. Considerati né più né meno che delle indebite ingerenze negli affari di altri popoli. (Soriano Iolanda)

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IL PREZZO DELLA DEMOCRAZIA

di Giovanni Sabbatucci, da “il Messaggero” del 25/3/2011

   Impegnati come siamo a seguire i bollettini di guerra per capire quante probabilità abbia il colonnello Gheddafi di restare in sella, a decifrare gli equilibri interni di una coalizione internazionale discorde e incerta come non mai, a registrare le ricadute (per la verità non esaltanti) degli avvenimenti libici sulla nostra scena politica, abbiamo finito col perdere di vista il quadro generale.

   Abbiamo di fatto dimenticato il fenomeno epocale da cui tutto era partito, nemmeno tre mesi fa, e che tante attese e tanto interesse aveva suscitato in tutto l`Occidente: parlo di quel vasto movimento popolare che, nato in Tunisia come “rivoluzione dei gelsomini”, era poi dilagato con sorprendente rapidità dal Maghreb in tutta l`area mediorientale, abbattendo regimi autoritari di diverso conio, sin allora ritenuti inattaccabili, o scuotendone comunque la stabilità.

   Eppure, nella fase in cui il movimento sembrava aver raggiunto il suo apice, non erano certo mancati i commenti enfatici e i paragoni impegnativi. Era stato evocato il mitico 1848, l’ “anno dei portenti”, la “primavera dei popoli”, quando il contagio rivoluzionario si propagava da una capitale europea all`altra a una velocità miracolosamente superiore a quella dei mezzi di comunicazione allora disponibili: una primavera interrotta prematuramente dalla gelata repressiva e restauratrice, non senza però aver seminato potenti germi di trasformazione politica.

   Altri avevano chiamato in causa la più recente (e fortunata) esperienza del 1989-90 nell`Europa orientale, che aveva visto le dittature comuniste cadere come birilli e l`involucro delle sedicenti “democrazie popolari” sgretolarsi all`improvviso come un guscio vuoto. Paragoni impegnativi, appunto. Forse eccessivi o prematuri, a fronte di un sommovimento politico di cui non erano ben conosciute le reali componenti e non si potevano prevedere gli esiti finali (il precedente dell`Iran dopo la cacciata dello Scià suggeriva un supplemento di prudenza).

   Ma il fenomeno era comunque di straordinario interesse. E la sola possibilità che una parte almeno del mondo arabo-islamico potesse intraprendere, in forme tutte da scoprire, il cammino verso la democrazia giustificava il massimo dell`attenzione. Oggi di tutto questo non si parla quasi più.

   Sappiamo pochissimo del dopo-Mubarak in Egitto e del dopo-Ben Ali in Tunisia. E la stessa repressione della protesta da parte del regime siriano (la più chiusa e impenetrabile fra le dittature nazionaliste del Medio Oriente) ha avuto scarsa eco sulla nostra stampa.

   Quasi che, dal momento in cui il ciclone ha coinvolto la Libia, la vera partita si giocasse attorno alla figura di Gheddafi: figura sicuramente importante (soprattutto per noi, purtroppo), come il Paese di cui è stato il capo per oltre quarant`anni, ma decisamente eccentrica rispetto ai modelli e alle dinamiche dominanti nell`area mediorientale.

   E invece sarebbe essenziale, sia per gli osservatori sia per i decisori della politica estera, tenere attentamente d`occhio gli sviluppi politici dell`intera area. Le incognite, lo abbiamo visto, sono tante e gli esiti tutt`altro che scontati. Ma l`avvio di un percorso di democratizzazione nell`unica modalità legittima e possibile (quella delle elezioni libere) potrebbe almeno aiutarci a capire che cosa possano esprimere oggi, in termini di contenuti politici e di leadership, popolazioni che sono state interessate negli ultimi anni da intensi processi di cambiamento economico e sociale, se non altro perché esposte alla penetrazione di nuovi mezzi di comunicazione di massa e di nuovi modelli globali.

   La realtà potrebbe risultare terrificante, come quella rivelata dalla vittoria integralista nelle elezioni algerine del 1992. Ma potrebbe anche riservarci sorprese positive (da allora molte cose sono cambiate, non sempre in peggio). E con quella realtà dovremo comunque confrontarci, sapendo di non poter più contare sulla falsa stabilità garantita dallo schermo di regimi autoritari rivelatisi logori e privi di solide basi di consenso.

   Qualche cosa, intanto, le democrazie occidentali dovrebbero averla imparata. Se è vero che imporre la democrazia con le armi è impresa difficile, e spesso dannosa, non è meno vero che favorire, incoraggiare, aiutare l`affermazione della democrazia con tutti i mezzi possibili, in primo luogo con quelli politici ed economici, è pratica utile, oltre che virtuosa. Al contrario, appoggiarsi ai tiranni – militari o civili, laici o religiosi – può portare qualche vantaggio a breve termine. Ma è esercizio pericoloso nel tempo lungo. E, a conti fatti, non si dimostra nemmeno un buon affare. (Giovanni Sabbatucci)

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MA IL BEDUINO NON PUO’ VINCERE

di Mario Sechi, da “IL TEMPO” del 25/3/2011  

   Siamo al settimo giorno di raid aerei in Libia, la campagna militare va avanti con disciplina ed efficacia, mentre la confusione regna sovrana sul piano politico. I caccia della coalizione hanno spianato la forza aerea di Gheddafi, questo significa che la terza dimensione della guerra (quella del cielo) per le forze lealiste non esiste più.

   Sul mare il Colonnello non ha alcuna possibilità di azione, al condottiero beduino dunque restano la fanteria leggera, l`artiglieria terrestre e la cavalleria corazzata. Non è poco, ma tutto questo significa che Gheddafi ha uno spazio di manovra limitato, i suoi pezzi nel teatro di guerra non possono muoversi sui grandi spazi del deserto senza diventare un bersaglio facile e il conflitto vira decisamente verso una dimensione «urbana» che poi alla fine si ridurrà all`assedio della Capitale, Tripoli.

   Il Colonnello ha davanti a sè una lezione che sono certo ha colto: la trasformazione dello scontro classico in una guerra asimmetrica. Muammar è un grande capo militare: altri eserciti di fronte alla prima ondata di missili si sarebbero sfasciati, le forze lealiste invece resistono e soprattutto attaccano.

   Ma non ci sono dubbi, la strada è segnata: Gheddafi non può vincere, può solo sperare di trasformare il conflitto in una guerra di «botola e pacco sorpresa» tra le vie della capitale libica e nei centri popolati.

   Pensare che la Libia si trasformi nel nuovo Iraq è sbagliato: il Paese di Saddam aveva 31 milioni di abitanti, la Libia non arriva a 6 milioni e mezzo. Percorrere la via diplomatica è un`opzione, ma deve esser chiaro che il Colonnello è già senza scampo. Solo un`Europa misera, ripiegata su se stessa, divisa politicamente e priva di coraggio può pensare di lasciarlo al suo posto e, di fatto, fargli vincere la guerra. (Mario Sechi)

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E IL PENTAGONO GIA’ IMMAGINA UNA LIBIA DIVISA

di Diego Fabbri, da “IL RIFORMISTA” del 25/3/2011

   Tempi duri per Obama. Di ritorno da un viaggio di cinque giorni in America Latina, il presidente americano ha trovato sulla sua scrivania una pila di pratiche da sbrigare. L`improvviso mutamento di strategia riguardante la Libia – dall`iniziale approccio esclusivamente diplomatico, all`attuale interventismo limitato – ha spiazzato i principali esponenti del Congresso che ora accusano la Casa Bianca d`essersi preoccupata fin troppo di concertare la propria azione con quella dei leader internazionali, dimenticandosi di spiegare al Parlamento le ragioni del fulmineo cambio di rotta.

   Dell` intervento militare, tanto a destra quanto a sinistra, si contesta la reale importanza per l`interesse nazionale, gli astronomici costi economici connessi con l`imposizione della no-fly zone, nonché l`assenza di una chiara exit-strategy.

   Perplessità reiterate da John Boehner, lo Speaker della Camera, che in una lettera ha rimproverato ad Obama «d`aver deciso l`attacco contro Gheddafi senza consultarsi con il Campidoglio e senza risolvere l`esistente contraddizione tra l`obiettivo dichiarato dell`amministrazione la rimozione del raìs – e la risoluzione dell`Onu che si propone soltanto di proteggere la popolazione civile».

   Peraltro a dar man forte a chi vorrebbe incriminare il presidente, ci si è messo un video datato 2007 in cui il vicepresidente Joe Biden, temendo un imminente attacco all`Iran, si diceva favorevole all`impeachment nel caso in cui «Bush avesse deciso l`impiego delle forze armate senza chiedere l`approvazione del Congresso».

   Così, per correre ai ripari e cercare di stemperare la situazione, la Casa Bianca ha iniziato nelle ultime ore una contro-offensiva interna, tesa a spiegare le ragioni e i tempi della guerra. Martedì sera Dennis Ross, il responsabile della strategia presidenziale per il Medio Oriente, Derek Chollet, Capo pianificazione del National Security Council, e Gene Cretz, l`ambasciatore in Libia, si sono incontrati con diversi esperti di politica internazionale ed alcuni parlamentari per convincerli dell`efficacia dell`azione militare.

   Nel corso della riunione che doveva rimanere riservata, Ross ha spiegato come «quello attuale sia un conflitto limitato nei tempi e nei mezzi, necessario per scongiurare la concreta possibilità che 100mila persone finissero massacrate dalle milizie di Gheddafi e che la comunità internazionale dovesse assistere a una Srebrenica gigante».

   Dopo le critiche avanzate nei giorni scorsi da molti Democrat alla svolta interventista della Casa Bianca, finalmente mercoledì alcuni influenti senatori liberal, tra questi Carl Levin e Jack Reed rispettivamente presidente e vicepresidente della Commissione per le Forze armate del Senato, hanno difeso la no-fly zone sottolineando come «sia stata proprio la Lega Araba a chiedere alla comunità internazionale di proteggere la popolazione libica dalla furia del raìs». E per una volta ha messo i piedi nell`arena lo stesso Obama che, prima di rientrare da El Salvador, ha voluto rispondere a chi lo invita a riconsegnare il Nobel per la pace dicendo «di non cogliere nessuna contraddizione tra il suo ruolo di Comandante dell`esercito e quello di difensore della pace internazionale».

   Giustificazioni che per ora non riescono a ridurre l`alto livello di tensione che si respira a Washington. Il presidente della Commissione per gli Affari Esteri della Camera, la repubblicana Ileana Ros-Lehtinen, ha infatti invitato la Clinton a presentarsi al più presto al Congresso per chiarire «quale siano i reali propositi della missione e annunciare quando questa si concluderà».

   Un compito non da poco per il Segretario di Stato, visti i dubbi in cui è tuttora avvolto il futuro di Odyssey Dawn.Volendo stare alle dichiarazioni ufficiali, già nei prossimi giorni gli Stati Uniti cederanno il comando della missione (alla Nato?) e ridurranno significativamente il proprio impegno militare.

   Più difficile capire quando potrà considerarsi realmente conclusa l`operazione e se l`obiettivo della stessa sia o meno la cacciata di Gheddafi. A dissipare l`incertezza giungono però fonti interne del Pentagono che al Riformista spiegano come la Casa Bianca, determinata ad evitare l`impiego di truppe di terra, consideri – già nel breve periodo – la partizione della Libia tra Tripolitania e Cirenaica la soluzione più auspicabile per porre fine alla guerra civile e scongiurare il perpetrarsi di altre violenze.

   Nella consapevolezza che, isolato economicamente dal resto del mondo, il raìs dovrà sedersi al tavolo delle trattative e negoziare la sua uscita di scena. (Diego Fabbri)

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COSI’ SARKOZY SI E’ ARRESO AGLI ALLEATI

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 25/3/2011

   L’accordo è arrivato nel tardo pomeriggio, dopo una conferenza telefonica tra i ministri degli Esteri di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Turchia. Il comando delle operazioni militari in Libia passerà integralmente alla Nato. Già entro domenica l`Alleanza erediterà dall`Africa Command americano (US Africom) la gestione della no fly zone.

   Cioè della pura e semplice interdizione aerea. Poi, entro martedì, in coincidenza con la Conferenza al vertice della coalizione che si terrà a Londra, la Nato assumerà anche la direzione della no fly zone plus, brutto termine che sta ad indicare anche le missioni di bombardamento delle milizie di Gheddafi che attaccano i civili.

   A questo punto tutte le attività militari saranno concentrate sotto il comando di Shape (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), a Mons: dal pattugliamento marittimo per il controllo sull`embargo, all`interdizione aerea, alle missioni di attacco al suolo.

   Sul modello di quanto già avviene per l`Isaf, la missione in Afghanistan, la direzione politica sarà esercitata dal Consiglio Atlantico, allargato per l`occasione ai rappresentanti dei Paesi non Nato che fanno parte della coalizione, come per esempio Qatar ed Emirati.

   Alla fine sia la Francia sia la Turchia hanno ceduto alla pressione della stragrande maggioranza degli alleati, che volevano riportare la catena di comando sotto l`ombrello atlantico. I francesi potranno tuttavia salvare la faccia dicendo che sarà la conferenza di Londra tra i ministri degli Esteri della coalizione a fornire “l`ombrello politico-strategico” sotto cui agirà la Nato.

   La Turchia, che si era sentita offesa per non essere stata invitata da Sarkozy al vertice di Parigi (come non era stato invitato il segretario generale della Nato), può consolarsi avendo dimostrato la propria ineludibilità nella macchina dell`Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti, che hanno fretta di passare la mano nella gestione della crisi libica, possono dichiararsi soddisfatti. La Gran Bretagna, che con la Francia sarà quella che reggerà il peso maggiore dello sforzo militare soprattutto per le missioni di bombardamento, alla fine ha ottenuto tutto quello che voleva, come spesso succede.

   Anche l`Italia può dirsi soddisfatta: il passaggio dell`operazione sotto il comando Nato risponde alle nostre esigenze. E ci permetterà di partecipare all`operazione entro i limiti che il governo si è imposto. Sebbene il comando sarà unico per tutte e tre le missioni, embargo, interdizione aerea e bombardamento, ogni Paese avrà libertà di decidere a quale partecipare e a quale no, semplicemente selezionando i mezzi che metterà a disposizione. La Turchia, per esempio, fornirà solo navi per il pattugliamento marittimo. L`Italia darà navi e aerei per il controllo dell`embargo e della no-fly zone. La Germania non darà nulla. Francesi, inglesi, americani e forse altri Paesi daranno anche cacciabombardieri per neutralizzare le milizie del Colonnello.

   La notizia dell`accordo è arrivata a rasserenare gli animi dei capi di governo riuniti a Bruxelles per il vertice Ue. I Ventisette hanno ascoltato le proposte della Merkel, che vuole ovviare alla latitanza tedesca proponendo un rafforzamento dell`embargo sul petrolio, senza troppe preoccupazioni. L`Italia ha indicato di non essere contraria «in linea di principio», precisando però di ritenere più opportuno una decisione assunta nella cornice dell`Onu.

   Nella notte si è riunito a New York il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il segretario generale Ban Ki Moon ha avvertito Tripoli: «Ulteriori misure che vanno al di là della risoluzione 1973» potrebbero essere adottate se la Libia non seguirà le richieste della comunità internazionale.

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IL CUORE DELLA RIVOLTA BLOCCATO NELLA SABBIA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 24/3/2011

BENGASI – AJDABIYA un rischia di diventare un nome maledetto. Adesso, nella guerra civile promossa a crisi internazionale, quel banale borgo, che se ha un`anima l`ha ben nascosta, è una località strategicamente rilevante.

   I giovani combattenti (shaIbab) della Libia libera dovrebbero espugnarlo. Dovrebbero riuscirci al più presto. Se non ce la fanno sono guai per tutti. Salvo per Gheddafi che lo controlla. Per ora le notizie non sono buone. Ajdabiya era un grosso centro senza alcun interesse.

   Uno non ci pensava neppure di passare un week-end all`hotel Amai, appostato a nord della città, in direzione di Tripoli. Soltanto per i mercanti provenienti dal Sahara era una meta ambita. Dopo estenuanti cammellate potevano bagnarsi i piedi nel Mediterraneo che è a due passi.

   Per i camionisti era un incrocio importante perché da lì si diramano le strade per Bengasi, Kufra, Tobruk, Sirte. Inoltre a ovest, sempre di Ajdabiya, ci sono gran parte dei giacimenti petroliferi. Gli insorti hanno perduto Ajdabiya quando i gheddafisti sono partiti alla riconquista delle città ribelli. Se adesso riuscissero a recuperarla la grande operazione aerea benedetta dall`Onu potrebbe segnare un importante punto in proprio favore. Sarebbe un successo. Significherebbe che l`appoggio degli aerei della coalizione ai giovani combattenti della Libia libera serve a qualcosa; e che i tempi della no-flyzone non rischiano di allungarsi troppo, perché dopo Ajdabiya gli insorti risalirebbero verso ovest e recupererebbero Brega, Ras Lanuf, e, perché no? Sirte, fino a ridurre lo spazio di Gheddafi, arroccato a Tripoli.

   Ma i combattenti della Libia libera sono insabbiati davanti ad Ajdabiya. Non avanzano. Non ce la fanno. Sono li nel deserto che guardano le mura della città con i kalashnikov puntanti, svelti nel disperdersi al primo missile o colpo di mortaio. Non c`è ombra di un comando, sembra che ogni combattente agisca di propria iniziativa, come e quando vuole.

   Si ha l`impressione che uno shabab si alzi dal letto quando gli conviene, vada al fronte, poi a casa all`ora di pranzo, con un mezzo proprio se ce l`ha e, poi ritorni davanti ad Ajdabiya fino al tramonto. I tempi rischiano di allungarsi, e l`impegno delle potenze occidentali di diventare più pesante.

   Sarebbe ingiusto dare addosso a giovani, spesso imberbi, perché non mettono abbastanza in gioco la loro vita. L`entusiasmo e il coraggio che non mancano, sono insufficienti per affrontare una forza militare addestrata e meglio armata qual è l`esercito di Gheddafi. Non c`è shabab che non avanzi le stesse ragioni per spiegare i motivi dello sconforto generale. L`impotenza davanti a Ajdabiya, benché spiegabile, è umiliante.

   Loro, i gheddafisti, hanno le “cavallette”. Le cavallette sono i razzi che piovono come la grandine sugli attaccanti armati di soli mitra, armi utili soltanto in scontri di città, di casa in casa, di strada in strada e non per espugnare una città. Hanno anche qualche carro armato, «quei figli di sharmutta», puttana, che tengono a distanza i nemici grazie ai loro cannoni con gittate senza concorrenza.

   Hanno perduto l`aviazione; anche gli aerei risparmiati dai Mirages e dai Tornado della coalizione sono infatti inchiodati a terra dalla no-fly zone; la quale non consente loro di decollare. Ma resistono lo stesso, «quei figli di sharmutta», e bloccano quella che doveva essere la grande controffensiva degli insorti.

   Dall`America è arrivato un generale, libico s`intende, che dovrebbe porre rimedio alla scarsa preparazione militare dei giovani combattenti, più manifestanti armati che soldati. Si chiama Khalifa Hefter e, prima di litigare con Gheddafi ha comandato le truppe libiche nel Ciad. Molti contano su di lui. Ma il generale Hefter ha bisogno di tempo e il tempo scarseggia.

   Da Bengasi è partito un Sos diretto alla delegazione libica dell`Onu, di New York, passata da tempo con la Libia libera, affinché chieda un impegno più forte della coalizione contro i gheddafisti. Più incursioni, più bombe.

   La tattica prevista era probabilmente quella di tagliare le linee di rifornimento alle città conquistate dai gheddafisti e allineate lungo la costa mediterranea di milleduecento chilometri, da Tripoli a Bengasi. Città, in particolare quelle orientali, a grande distanza una dall`altra, quindi con una logistica vulnerabile. Una volta isolate dovevano diventare una facile presa per gli insorti.

   La resistenza di Ajdabiya ha dimostrato che non è così, i giovani della Libia libera non sono in grado, almeno per ora di lanciare un`offensiva efficace. La nuova tattica chiede più impegno da parte della coalizione, più spregiudicatezza nella scelta degli obiettivi, e soprattutto più tempo. Perché adesso bisogna attendere che le guarnigioni gheddafiste soffrano dell`isolamento al punto da non poter resistere alla popolazione ostile.

   Oppure aspettare un`erosione dell`alleanza tribale su cui Gheddafi si appoggia. Quelli della tribù Warfalla, numerosa e potente, non sempre fedele a Gheddafi, ma una decisiva componente del suo schieramento, potrebbe riservare sorprese. Si tratta tuttavia di semplici ipotesi avanzate in soccorso della debolezza militare obiettiva della Libia libera.

   Finora non si può certo dire che la coalizione abbia fallito i suoi primi obiettivi. I Mirages e i Rafales francesi hanno sparato con precisione i colpi iniziali alle porte di Bengasi, dove ci sono ancora i carri armati sventrati dai loro missili. I jet francesi hanno di fatto salvato Bengasi, dove venerdì sera si erano già infiltrate le avanguardie gheddafiste. Adesso nella città domina l`angoscia.

   Si teme che le incursioni aeree della coalizione non siano sufficienti e che la Libia libera non sia in grado di difendersi da sola, quando quelle incursioni cesseranno. Si teme, insomma, che il ritorno di Gheddafi non sia affatto scongiurato. A Bengasi ritornerà la tranquillità quando il raìs non sarà più di questa terra. (Bernardo Valli)

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L'UNIONE PER IL MEDITERRANEO è un organismo internazionale (che finora non è stato per niente operativo) ispirato al modello dell'UNIONE EUROPEA, che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo (pur questo non costituendo una prerogativa unica). È stato presentato al VERTICE DI PARIGI il 13 luglio 2008 dal presidente francese NICOLAS SARKOZY. L'UNIONE PER IL MEDITERRANEO è una conseguenza politica-operativa del PROCESSO DI BARCELLONA, che dal 1995 ha iniziato un percorso di avvicinamento dell'Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attraverso appunto la COOPERAZIONE EURO-MEDITERRANEA
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One thought on “GUERRA IN LIBIA, e si infiamma anche la SIRIA – il declino della leadership USA, i nuovi paesi emergenti (BRIC, Brasile Russia India Cina) e la crescente complessità delle mappe geopolitiche mondiali (ma sarà mai possibile un governo mondiale, democratico e dei diritti umani, rappresentativo di tutti i popoli?)

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