la “RIVOLUZIONE DELLA LIBERTA’ E DEI DIRITTI UMANI” nel MONDO ARABO è probabile non si fermerà – Mentre l’ITALIA, anziché porsi da protagonista mediatrice di strumenti democratici e di nuovo sviluppo nel Mediterraneo, teme solo invasioni di migranti

Immagine da INVICTUS, di Clint Eastwood, sull’epopea sudafricana di Nelson Mandela: “ DOBBIAMO SORPERENDERLI CON LA MODERAZIONE E CON LA GENEROSITA’ ” Trovare i nuovi Mandela dei paesi arabi, che uniscano le nazioni – I PAESI ARABI HANNO BISOGNO DI DOTARSI DI LIBERTA’, DI ESSERE AIUTATI DA ARBITRI ESTERNI (L’Europa), e poi trovare il loro Mandela – l´Iraq ci ha insegnato che, sebbene gli arbitri esterni possono essere necessari, non sono tuttavia sufficienti. Alla fine dell´anno lasceremo l´Iraq. Soltanto gli iracheni potranno sostenere la loro democrazia una volta che saremo partiti. La stessa cosa vale per tutti gli altri popoli arabi che sperano di avanzare nella transizione verso l´autogoverno. Quei Paesi devono trovare i propri arbitri, i loro Nelson Mandela. Vale a dire, sciiti, sunniti e capi tribali che si alzino e dicano gli uni agli altri quello che il personaggio di Mandela dice dei sudafricani bianchi nel film Invictus: «Dobbiamo sorprenderli con la moderazione e con la generosità». (di THOMAS L. FRIEDMAN, “New York Times” del 28/3/2011)

   Anche in Siria l’opposizione alla dittatura, fino a pochi giorni fa impensabilmente, si allarga. E ricordiamo che “noi” qualcosa lo potremmo dire, essendo l’Italia il primo partner commerciale europeo della Repubblica siriana.

  Ma vogliamo qui parlare di quale può essere la strada “verso la democrazia e libertà” che dovrebbero seguire paesi come Libia, Siria, Yemen, Egitto, Tunisia. E di tutti i paesi arabi del Mediterraneo e del vicino Oriente che stanno vivendo una situazione di “non ritorno” per le torve dittature che bloccavano ogni possibilità di sviluppo dei diritti umani di libertà di giovani, delle donne, dell’apertura al mondo, anche di un’uscire da una povertà latente diffusa (seppure spesso sono paesi che hanno le materie prime energetiche fondamentali del momento…).

   E, negli articoli che seguono (vi invitiamo a leggerli per la loro qualità e intensità), vi si mette in rilievo che ci sono potenzialità e “trappole” in questa transizione che presenta il mondo arabo. Thomas Friedman (è il primo articolo), editorialista del New York Times, nel parlare di quel che può ora succedere nei paesi del mondo arabo, a catena (cioè non è ancora finita…) investiti dalla “rivoluzione dei giovani”, dal desiderio di libertà, Friedman parte da quella che secondo lui è la lezione importantissima della vicenda dell’Iraq: sul modo di gestire il passaggio verso il governo democratico di uno Stato arabo multi settario, una volta che il coperchio è saltato. Friedman ritiene che vi sono, in primis, tre “necessità” per un processo virtuoso di democrazia: 1)i cittadini, 2)l’autodeterminazione, 3)la libertà… quest’ultima cosa, la libertà, è la più “strategica” importante, per una transizione democratica “felice” (riguarda il rapporto “istituzioni-cittadini”. Una volta rimosso il coperchio autoritario, le tensioni esplodono ancor di più se mancano questi tre elementi….

Siria: manifestazione per Basher al-Assad, pro-regime - SIRIA: IL GOVERNO RASSEGNA LE DIMISSIONI - A Damasco e in molte altre città il regime ha portato in piazza decine di migliaia di sostenitori - DAMASCO - E' presto per dire che sia quella decisiva, ma in Siria una svolta c'è stata. Il governo siriano guidato dal premier Naji Otri ha deciso di lasciare: lo ha annunciato la televisione di Stato. Il presidente Bashar al Assad ha accettato le dimissioni in blocco dell'esecutivo, peraltro anticipate da fonti vicine al governo di Damasco. Il nuovo esecutivo, la cui composizione sarà resa nota nei prossimi giorni, dovrà occuparsi dell'applicazione delle riforme promesse dallo stesso Assad. L'uscita di scena del governo arriva in un momento in cui il regime deve affrontare una protesta popolare senza precedenti, repressa con violenza: Assad, al potere dal 2000, dovrebbe tuttavia annunciare in breve tempo una serie di riforme tra cui l'abolizione dello stato di emergenza, in vigore dal 1963 e che di fatto priva i cittadini della maggior parte dei diritti. MANIFESTAZIONE PRO REGIME - A Damasco e in molte altre città siriane il regime ha portato in piazza decine di migliaia di sostenitori con bandiere nazionali e i poster di Assad. La tv ha dato ampio spazio ai cortei per quella che è stata ribattezzata come la Giornata della lealtà alla nazione (da “il Corriere della Sera.it”, ore 22.00 del 29/3/2011)

   Ad esempio nelle realtà territoriali tribali, multietniche, come è formata la nazione libica, ma pensiamo alle etnie della ex Iugoslavia “esplose” pochi anni dopo la morte del dittatore Tito (e in Iraq, finita la dittatura di Sadam Hussein, le diversità tra iracheni curdi, sciiti e sunniti sono esplose anch’esse in modo incredibile, con massacri e kamikaze sui civili ogni giorno dal 2003 al 2009… e pure ieri a TIKRIT c’è stata una bomba in un edificio pubblico che ha ucciso 50 persone…)… Insomma quando “salta il coperchio” della dura e a volte atroce dittatura “unificante” con la forza, c’è il rischio che ognuno vada per la sua strada, se non prevale un’idea di “unica nazione”, in cui ci si riconosce “cittadini” e in cui vengono creati principi di libertà dove sia chiaro e regolamentato (da una costituzione, da leggi) il rapporto del cittadino con la comunità e quelle che sono le libertà fondamentali di cui ciascuno ha diritto (è da notare che lo spirito unitario degli iracheni, che ha impedito la guerra civile, è stato positivamente provato dalle elezioni: quando ci sono state nel “dopo Sadam” sono andati in massa a votare, mettendo palesemente in crisi le fazioni che si combattevano -e si combattono ancora- a bombe, kamikaze e stragi sui civili, non riconoscendo il governo unitario).

  Poi Friedman dice che, oltre a “cittadinanza, autodeterminazione, libertà”, serve all’inizio del processo di liberazione dai dittatori, avere un credibile “arbitro neutrale”, durante tutta la fase della transizione (a volte lo è l’esercito: viene in mente il Portogallo nel 1974 con la “rivoluzione dei garofani”; in Egitto adesso è l’esercito a guidare la transizione…) (ma l’arbitro neutrale può essere una nazione esterna: e chi meglio dell’Europa, che parlasse in modo univoco, lo potrebbe fare in Libia? Ma anche l’Europa potrebbe avere adesso il ruolo di arbitro neutrale con la Siria, lo Yemen, e tutti i paesi arabi che “verranno alla libertà”, nel tentativo di democrazia con queste rivolte dei giovani…

   Per finire Fredman dice che, dopo l’arbitro neutrale, i Paesi giunti alla libertà e alla democrazia, dovranno “trovare” piccoli Mandela: figure, personaggi, che garantiscano una leadership unitaria, riuscendo a far andare oltre ogni contrapposizione interna, superandola (cita su questo la rappresentazione dell’azione “pacifica unitaria” tra neri e bianchi di Mandela, che si può vedere ben rappresnetata nel film “Invictus” di Clint Eastwood).

   Poi proponiamo in questo post un’intervista di Maurizio Molinari al politogo USA Parag Khanna (esperto di strategia della «New American Foundation» di Washington: le sue tesi sui “nuovi stati che vogliono democrazia” è illustrata in «How to Run the World» –Come governare il mondo). Ai governanti che tentano di salvare Stati artificiali come lo sono certe dittature arabe, temendo l’«avvento dei terroristi», Khanna risponde che «se il problema sono gli Stati falliti la soluzione non sono i governi centralizzati» ma l’autodeterminazione dei popoli che vi risiedono. In concreto ciò significa che il XXI secolo potrebbe veder nascere una moltitudine di nuove nazioni (tanti più stati di quel che ci sono adesso!), genesi del «Rinascimento» che Khanna vede all’orizzonte, destinato ad essere basato su un documento già esistente che rappresenta il legame fra presente e futuro: la Dichiarazione universale dei diritti umani (e scusate se è poco!).

   Per finire sul comportamento dell’Italia in queste settimane… Sembra che tutto si concentri sul (effettivamente serio) “problema Lampedusa”, e sulle circa in tutto ventimila persone sbarcate in Sicilia dal Nord Africa. Problema rispettabile e preoccupante sicuramente (ne parliamo qui con delle proposte, su un articolo dal “sole 24ore”, di Giorgio Barba Navaretti). Ma l’impreparazione alla provvisoria accoglienza di questi giorni pare forse un po’ “voluta”, cercata. E telegiornali e mass-media si concentrano giustamente lì, trascurando che quel che accade nel nord Africa e Vicino Oriente potrebbe essere un’opportunità di “nuovo mondo”, di nuovo sviluppo, cui l’Italia tra tutti gli stessi paesi europei è sicuramente la più interessata; e per questo dovrebbe svolgere un’azione politica virtuosa nella rinnovata geo-area mediterranea.

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LA SCOMMESSA DEL MONDO ARABO

IN CERCA DEI PICCOLI MANDELA PER CREARE LE NUOVE DEMOCRAZIE

di Thomas L. Friedman, “New York Times”, (tratto da “la Repubblica” del 28/3/2011)
– L´America deve prepararsi a fare da arbitro in quei Paesi, come Libia e Yemen, dove mancano del tutto le basi per la transizione – La gente lotta per governi più rappresentativi: è ciò di cui ha bisogno per superare il divario che la affligge in termini di libertà e diritti –
   Oggi che la Libia, lo Yemen e la Siria sono tutti coinvolti nella ribellione, non è esagerato sostenere che, per 350 milioni di arabi, il coperchio autoritario che per secoli ha soffocato la libertà nel mondo arabo potrebbe saltare tutto in una volta. Personalmente, ritengo che, con il tempo, ciò è esattamente quello che accadrà. Preparatevi a sloggiare, autocrati arabi: e anche tu, Ahmadinejad.
   Da persona che ha sempre creduto nel potenziale democratico di questa parte del mondo, sono allo stesso tempo fiducioso e preoccupato sulle prospettive. Fiducioso perché i popoli arabi lottano per un governo più rappresentativo e onesto, che è ciò di cui hanno bisogno per superare l´enorme divario in termini di istruzione, libertà e autonomia delle donne, un divario che li ha tenuti in posizione arretrata.  Ma compiere un tale passo significa attraversare un terreno minato fatto di problemi tribali, settari e di governance.
   Il modo migliore per comprendere le potenzialità e le trappole che questa transizione presenta, è quello di pensare all´Iraq. So che in America la guerra in Iraq e lo sforzo per costruire la democrazia che ne è seguito ha costituito un elemento di divisione tale che nessuno desidera parlarne. Oggi però ne parleremo, perché quell´esperienza ci ha dato una lezione importantissima sul modo di gestire il passaggio verso il governo democratico di uno Stato arabo multi-settario, una volta che il coperchio è saltato.
   La democrazia richiede tre cose: i cittadini, vale a dire persone che si considerano parte di una comunità nazionale indifferenziata, nella quale chiunque può essere governante o governato. Richiede autodeterminazione, cioè l´andare a votare. E richiede ciò che Michael Mandelbaum definisce “libertà” (liberty). «Mentre votare determina chi governa – spiega Mandelbaum – la libertà determina ciò che i governi possono o non possono fare. Il termine libertà abbraccia tutte le regole e i limiti che governano la politica, la giustizia, l´economia e la religione».
   E costruire la libertà è davvero difficile. Sarà molto arduo in quei Paesi mediorientali caratterizzati da grandi maggioranze omogenee, come l´Egitto, la Tunisia e l´Iran, dove già esiste un forte senso della cittadinanza e dove, grosso modo, l´unità nazionale è data per scontata. Lo sarà doppiamente in tutti gli altri Paesi, divisi da identità tribali, etniche e settarie e dove la minaccia della guerra civile è sempre presente.
   Nessun Paese, sotto questo aspetto, era più diviso dell´Iraq. Che cosa abbiamo imparato da quell´esperienza? Per prima cosa abbiamo visto che, una volta rimosso il coperchio autoritario, le tensioni tra iracheni curdi, sciiti e sunniti sono esplose e ogni fazione ha messo alla prova la forza dell´altra in una guerra civile strisciante.

   Ma abbiamo appreso anche che, oltre a quella guerra, molti iracheni hanno espresso il desiderio, altrettanto forte, di vivere insieme da cittadini. Nonostante tutti gli sforzi feroci di Al Qaeda per scatenare in Iraq una guerra civile su vasta scala, ciò non è accaduto. Nelle ultime elezioni irachene, il candidato che ha conquistato più seggi, lo sciita Ayad Allawi, ha presentato un programma che coinvolgeva anche i sunniti.

   La lezione da trarne è che sebbene le identità settarie siano profondamente radicate e possano esplodere da un momento all´altro, nel Medio Oriente di oggi, più urbanizzato, più connesso e in cui si usano di più i social network, sono presenti anche forti controtendenze.
   «Nel mondo arabo esiste un problema di cittadinanza – sostiene Michael Young, autore libanese di The Ghosts of Martyr´s Square – ma ciò accade in parte perché questi regimi non hanno mai permesso alla loro gente di essere cittadini. Malgrado questo, possiamo vedere in che modo i manifestanti in Siria abbiano cercato di mantenere un comportamento non violento e di parlare di libertà a nome dell´intera nazione».
   La lezione numero due: ciò che è stato cruciale nell´impedire, in Iraq, che la guerra civile strisciante esplodesse, ciò che è stato cruciale nella stesura della loro Costituzione circa il modo di vivere insieme e ciò che è stato cruciale nell´aiutare gli iracheni a gestire elezioni eque è stato il fatto di avere un credibile arbitro neutrale durante tutta la fase della transizione: gli Stati Uniti.
   L´America ha svolto il suo ruolo ad un prezzo sbalorditivo e non sempre in modo perfetto, ma lo ha svolto.  In Egitto, è l´esercito egiziano a interpretare il ruolo di arbitro. Qualcuno dovrà farlo in tutti questi Paesi in rivolta in modo da poter gettare con successo le basi della democrazia e della libertà. Chi farà da arbitro in Libia, in Siria, nello Yemen?
   L´ultima cosa che l´Iraq ci ha insegnato è che, sebbene gli arbitri esterni possono essere necessari, non sono tuttavia sufficienti. Alla fine dell´anno lasceremo l´Iraq. Soltanto gli iracheni potranno sostenere la loro democrazia una volta che saremo partiti. La stessa cosa vale per tutti gli altri popoli arabi che sperano di avanzare nella transizione verso l´autogoverno. Quei Paesi devono trovare i propri arbitri, i loro Nelson Mandela. Vale a dire, sciiti, sunniti e capi tribali che si alzino e dicano gli uni agli altri quello che il personaggio di Mandela dice dei sudafricani bianchi nel film Invictus: «Dobbiamo sorprenderli con la moderazione e con la generosità».
   Questo è ciò che i nuovi leader dei ribelli arabi dovranno fare: sorprendersi e sorprendere gli altri con una forte volontà di unità, reciproco rispetto e democrazia. Più Mandela arabi emergeranno, più essi saranno in grado di gestire le proprie transizioni, senza generali dell´esercito o elementi esterni. Emergeranno? Stiamo a vedere e speriamo. Non c´è altra scelta. I coperchi stanno saltando. (Thomas L. Friedman – Copyright New York Times – La Repubblica, Traduzione di Antonella Cesarini)

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Medioriente dietro la crisi

DOPO LE COLONIE, IL RINASCIMENTO

La tesi del politologo Usa Parag Khanna: sono saltati i confini disegnati nell’800, ora tutto cambierà
di Maurizio Molinari
, da “la Stampa” del 27/3/2011
– I NUOVI PARAMETRI – I Paesi si definiscono su base etnica o religiosa. A dispetto dei confini – L’ENTROPIA UNIVERSALE – Pashtunistan, Kurdistan, Beluchistan: si fondano su identità preesistenti –
   Le rivolte arabe come l’inefficacia dell’Onu e la debolezza dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) sono manifestazioni dello stesso fenomeno: la dissoluzione dell’architettura internazionale frutto dell’era coloniale, che schiude le porte a un «nuovo Rinascimento» destinato ad avere per protagonisti popoli definiti su base etnica, individui armati di cellulari e gruppi accomunati da perseguire singoli obiettivi.  

   È questa la tesi che Parag Khanna, 34 anni, esperto di strategia della «New American Foundation» di Washington, illustrata nelle 221 pagine di «How to Run the World» (Come governare il mondo), offrendo una chiave di lettura per comprendere quanto sta avvenendo da Tripoli a Srinagar.
   «Chi si è affrettato a dichiarare morta la globalizzazione deve ricredersi, siamo nel bel mezzo di una dissoluzione degli Stati post-coloniali destinata a far emergere popoli congelati dalla Storia» sostiene Khanna, parlando di «entropia universale», un movimento «dall’ordine medioevale in cui viviamo» a una «fase di disordine» segnata da «forza di idee, identità e individui», i cui sintomi sono nelle nuove tecnologie vettori di libertà, nella moltiplicazione di associazioni che perseguono obiettivi come le fonti alternative di energia e nel risveglio di etnie congelate da intese fra potenze risalenti all’800.
   Per motivare questa tesi, Khanna esamina quanto sta avvenendo sul terreno. In Africa i confini fra gli Stati sono nella maggioranza dei casi ancora quelli disegnati dal Congresso di Berlino del 1884, quando a guidare la Germania era Bismarck, con il risultato di avere in Sudan uno Stato grande il doppio dell’Alaska in via di disintegrazione – dalla recente indipendenza del Sud alle violenze in Darfur -, in Nigeria una delle maggiori potenze petrolifere lacerata dalle faide fra cristiani e musulmani, e nella Repubblica democratica del Congo una «obsoleta finzione» voluta da Leopoldo II del Belgio per controllare le miniere di cobalto a dispetto delle differenze fra oltre 200 etnie.
   In Medio Oriente è invece l’eredità dell’accordo SykesPicot del 1916, con la spartizione dei territori dell’Impero Ottomano fra Londra e Parigi, a essere all’origine di confini fittizi: dall’Iraq del dopo-Saddam, dove a imporsi sono sciiti, sunniti e curdi, all’ex Palestina britannica dove esiste la Giordania – artificialmente creata nel 1922 – mentre manca uno Stato per i palestinesi a fianco di Israele. Post-coloniali sono anche i confini della Libia governata da Gheddafi, che prima di essere invasa dagli italiani nel 1911 era divisa nelle stesse Tripolitania, Cirenaica e Fezzan che stanno riemergendo adesso.
   Spostandosi verso l’Asia centrale lo scenario non cambia perché Iran, Afghanistan e Pakistan sono Stati che le potenze coloniali crearono attorno a gruppi etnici – persiani e pashtun – a dispetto di altri, come i beluchi.

   Per Khanna, se il «vecchio colonialismo» generò confini artificiali – come quelli che lacerano il Kashmirc’è un «nuovo colonialismo» che vorrebbe mantenerli ma si scontra con «l’entropia universale» destinata a cambiare la geopolitica con l’affermarsi di realtà come il Pashtunistan, il Beluchistan o il Kurdistan, fondate sull’identità di popoli realmente esistenti in «zone del mondo ricche di risorse lungo l’antica Via della Seta».
   Ai governanti che tentano di salvare Stati artificiali come la Somalia temendo l’«avvento dei terroristi», Khanna risponde che «se il problema sono gli Stati falliti la soluzione non sono i governi centralizzati» ma l’autodeterminazione dei popoli che vi risiedono.

   In concreto ciò significa che il XXI secolo potrebbe veder nascere una moltitudine di nuove nazioni portando a un «risveglio della diplomazia che è il secondo mestiere più antico del mondo», con il risultato di far emergere «un mosaico di movimenti, accordi, network e codici» destinati a sostituire organizzazioni internazionali centralizzate al punto da risultare immobili, come dimostra il fallimento del Wto sul commercio globale e l’incapacità della Conferenza di Copenhagen di arrivare a un accordo sul clima, «sebbene una moltitudine di individui e Ong già operino singolarmente contro i gas serra mentre una nuova generazione di mercanti domina gli scambi globali».

   È questa la genesi del «Rinascimento» che Khanna vede all’orizzonte, destinato a essere però basato su un documento già esistente che rappresenta il legame fra presente e futuro: la Dichiarazione universale dei diritti umani. (Maurizio Molinari)

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Intervista a Moshe Maoz (Israele)
«L’OCCIDENTE STA A GUARDARE: ADESSO TOCCARE LA SIRIA SIGNIFICA SFIDARE TEHERAN»
di Francesco Battistini, da “il Corriere della Sera” del 28/3/2011
   Nonostante i 76 anni, il professore guarda Al Jazeera fino a tardi: «Immagini straordinarie…» . Non si perde nulla dallo Stato caserma: «Vedere la gente che strappa i ritratti degli Assad, impensabile…» . Tira fuori un’intervista di poco tempo fa, al Wall Street Journal, Bashar che cercava di svettare: «Diceva che il suo regime era più stabile di Mubarak..».

   Pochi come il professor Moshe Maoz, in Israele, sanno che cosa dicono quando parlano di Siria: cattedra di Storia del Medio Oriente alla Hebrew University, insegnamento a Oxford, alla Columbia e a Harvard, già consigliere di Ben-Gurion, di Weizman, di Rabin e di Peres nei rapporti sempre problematici con le volpi di Damasco, autore nel 1995 del libro «Siria e Israele: dalla guerra alla pace», Maoz ha consegnato qualche settimana fa in tipografia un saggio sugli «Sviluppi politici e socioeconomici della Siria moderna».

   Eppure, confessa, ci capisce poco: «È difficile prevedere come va a finire. Guardi l’Egitto: sono passati quasi tre mesi e non è spuntato un leader…».

La fine della legge marziale è una svolta o un bluff?

«Dal 1963, da quando il partito Baath è al potere, non c’è mai stato un governo siriano senza stato d’emergenza. Le incarcerazioni senza processo, il bavaglio ai media, la cancellazione dei diritti sono parte della Siria moderna. Bashar non può farne a meno. Bisogna capire quali riforme seguiranno: se saranno elezioni vere, il Baath è già morto».

Perché l’ideologia baathista è incompatibile con la democrazia?

«Esatto. In Siria, il Baath coincide con gli Assad come in Iraq coincideva con Saddam. Governo e partito sono la stessa cosa. Impossibile che sia il governo a voltare pagina. Il Baath può sopravvivere solo in una situazione di caos, ma come uno degli elementi, altrimenti è destinato a sparire come in tutto il Medio Oriente».

Colpisce il silenzio dell’Occidente: un ministro italiano, Tremonti, lo attribuisce al fatto che non ci sia petrolio…

«Per la verità, un po’ di petrolio c’è anche in Siria. Ma l’interesse dell’Occidente qui è d’altro tipo: questo è uno Stato-chiave nell’”asse del male”. Americani ed europei avrebbero interesse ad appoggiare un cambiamento, perché Damasco è una via di controllo sul Libano e sull’Iraq. Se non lo fanno, è perché toccare la Siria significa sfiorare l’Iran. E ogni Paese dell’Occidente, quando si parla d’Iran, ha interessi propri e ben differenziati».

Israele per chi tifa?

«Da quando sono cominciate queste rivoluzioni d’inverno, Israele è preoccupato. Assad cerca da anni la pace con Israele, è Israele che non l’ha mai voluta. E allora la nascita d’uno Stato democratico, sarebbe un vantaggio. In realtà, nessuno ci crede: la democrazia non si fa solo con le elezioni, ci vogliono le tradizioni.  Qualche seme democratico non darà grandi frutti. Meglio lo status quo. Perché la vera preoccupazione israeliana è l’Iran. Con tutte queste rivolte, nessuno si occupa del programma nucleare iraniano».

Sta dicendo che l’Iran ha interesse a questa rivoluzione?

«Fa comodo, finché è in Tunisia. Ma in Siria, ayatollah e Hezbollah continuano ad appoggiare Assad. Non hanno interesse al fatto che cada. Hanno paura di questo cambiamento anche più dell’Occidente».

Ma lei crede alla casuale concatenazione di queste rivolte?

«Sono rivoluzioni che accomuniamo, ma molto diverse. Nascono tutte da fattori come la situazione economica e la corruzione dei governi. Di Paese in Paese, però, cambiano. Altrimenti, non si spiegherebbe perché al Cairo c’è adesso una dirigenza militare, sostenuta dal popolo, assai vicina alla dinastia alauita, minoranza contestata dal popolo, che comanda a Damasco. Bisogna guardare il cambiamento con le differenze dovute. In Siria, lo scontro fra società laica e religiosa, sarà più importante che altrove. E, più che altrove, sarà difficile capire con chi stare». (Francesco Battistini)

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A DAMASCO IL GORGO DEL MONDO

di Lucia Annunziata, da “la Stampa” del 28/3/2011

   La Siria sta rapidamente raggiungendo un punto di non ritorno. Di fronte al presidente Assad si apre un bivio molto semplice: di qua le riforme, di là la repressione. Quale sarà la direzione che Damasco prenderà si saprà in non tanto tempo.
   Ieri le cose lasciavano sperare: sono state annunciate la cancellazione dopo 48 anni dello stato d’emergenza imposto nel 1963 e le dimissioni dell’attuale gabinetto di governo. Ma alla fin fine, come ci hanno insegnato fin qui le altre rivolte arabe, il livello di riforme necessarie a calmare le acque o è molto alto o è inesistente.

   E la leadership dell’erede del Leone di Damasco, come lo definisce nella sua migliore biografia Patrick Seal, non ha mai dato fin qui particolari segni di forti capacità né strategiche né politiche – nemmeno nel senso di forza repressiva che il padre era capace di scatenare.
   Per cui, se tanto dà tanto, al di là anche delle intenzioni della presidenza, molto presto la Siria potrebbe diventare terreno di intervento di altre potenze regionali. Non intendiamo qui né un’occupazione militare né tanto meno un intervento diretto degli occidentali.
   I giochi dentro questa nazione sono però troppi e troppo aperti perché la rivolta contro gli Assad proceda troppo a lungo e vada fuori controllo. La ribellione siriana sarà pure, infatti, parte dell’onda delle rivoluzioni popolari del Nord Africa, ma sposta l’asse della storia dal Mediterraneo alla regione a più alta tensione del mondo il triangolo petrolifero tra Iran, Iraq e Arabia Saudita. Il paradosso è dunque che proprio un Paese senza petrolio, qual è la Siria, rischia di aprire una falla nel faticoso equilibrio che negli ultimi dieci anni si è costruito intorno alla cassaforte energetica mondiale.
   L’importanza di Damasco è scritta sulla carta geografica, dove si colloca, oggi come nei secoli scorsi, al centro di un vasto incrocio. Sul vicino Libano esercita da anni un protettorato senza scrupoli, che negli anni ha fatto sentire il suo pugno di ferro nei momenti chiave dal bombardamento contro il generale cristiano maronita Michel Aoun a Beirut Est, con cannoni di lunga gittata, nel 1989, all’uccisione nel 2005 dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri che aveva guidato la rinascita del Libano dopo la Guerra civile.   

   Oggi il ruolo di Damasco è quello di costituire un santuario politico per gli Hezbollah che senza governare pienamente controllano la vita politica in Libano, e per le forze palestinesi radicali di Hamas nella Striscia di Gaza: è tramite la Siria, infatti, che arriva a questi movimenti l’appoggio logistico (armi) e politico dell’Iran.
   A proposito di religione, va notato che la Siria è governata dagli Assad che sono una minoranza sciita alawita in un Paese a maggioranza sunnita. L’esatto contrario di quel che è stato l’Iraq di Saddam Hussein, per intenderci. Il che la dice lunga nel rapporto con l’Iraq attuale.
   La tensione inter-islamica è all’origine di uno degli episodi della formazione della Siria moderna la cui memoria oggi rischia di avere molto peso negli eventi di questi giorni: nel 1982, nella città di Hama, Assad padre sterminò ventimila persone per dare una lezione ai Fratelli Musulmani. Oggi però l’esercito popolare è a maggioranza sunnita, e questo mette a rischio la coesione dell’intervento del governo centrale.
   Delle frontiere che la Siria ha con Israele e con la Turchia, e del ruolo che ha nella politica di questi due Paesi, si sa molto. Infine va considerato il legame, anche sociale, fra la Giordania e la Siria, entrambi Paesi con una vasta popolazione di palestinesi, retaggio del conflitto arabo-israeliano. E in Giordania l’opposizione islamista agita le piazze e ha chiesto le dimissioni del primo ministro Maaruf Bakhit. Quante possibilità ci sono che questo gorgo non diventi un ingovernabile caos che si scarica su tutti i Paesi confinanti?
   Per Washington infatti la Siria pone un serio dilemma. L’indebolimento degli Assad sarebbe positivo per gli Usa perché indebolirebbe l’influenza regionale iraniana. Ma una crisi non risolta bene e presto rischierebbe di scalfire il precario equilibrio iracheno. Per ora si sa che a Damasco il nuovo ambasciatore Usa, Robert Ford, sta fortemente consigliando al Presidente la via delle riforme.
   Ma lo scenario è pronto, come si diceva, per una sorta di apertura a un intervento di potenze esterne. È possibile che più o meno apertamente si muova l’Iran: un po’ di settimane fa, come si ricorderà, subito dopo la caduta di Mubarak, il Canale di Suez fu attraversato da due navi da guerra iraniane. La loro apparizione nel Mediterraneo suscitò allarme. Quelle navi erano dirette in Siria, e ancora lì stanno.

   Si muove tuttavia anche la Turchia, altra potenza che in questa crisi libica ha assunto peraltro un maggior ruolo nei confronti degli Stati Uniti. Fra Istanbul e Damasco corrono relazioni, anche recenti, «fraterne», con una vigile presenza dell’abile Erdogan sul fragile giovane Assad. Un altro dilemma dunque si è aperto, un altro gioco nel Grande Gioco. Un altro possibile deragliamento del mondo arabo, in una maniera o nell’altra, è dietro l’angolo. (Lucia Annunziata)

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LIBIA

INTERVENTISMO ALL’ITALIANA

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 28/3/2011

   La Libia rivela l’Italia. E gli italiani. Riflessi nello specchio libico, periodicamente riscopriamo alcuni caratteri che ci rendono riconoscibili a noi stessi e al mondo. Purtroppo non i migliori. La prima volta fu cent’anni fa, quando la “Grande Proletaria” volse alla conquista di Tripolitania e Cirenaica.
   Fu un esperimento coloniale lungo trent’anni. L’Italia del “Sacro Cinquantenario” – ancor più quella del Duce – si pensava portatrice di civiltà in un paese di barbari indolenti e fraudolenti. Andammo per inventarci un impero proprio mentre si avvicinava il crollo dei grandi imperi europei, al cui rango pretendevamo di elevarci. Non sapevamo quasi nulla delle terre e delle genti da redimere. Solo che ci erano inferiori. Sicché quando i libici, in specie le tribù della Cirenaica, si ribellarono al padrone, ne sterminammo a man salva alcune decine di migliaia (almeno), e ancor più ne deportammo. In perfetto stile razzista.

   Tutto finì con la disfatta nella seconda guerra mondiale, prologo della perdita delle colonie. Gli ultimi italiani pensò Gheddafi a cacciarli, nel 1970. Ma sia l’Italia democristiana che l’attuale mantennero con il colonnello un rapporto di utilità (energia) e protezione (rispetto al terrorismo islamico e ai flussi migratori), coltivato spesso in barba agli alleati occidentali – quando erano davvero tali.

   Oggi l’Italia del Centocinquantenario riscopre se stessa intervenendo in Libia nella “guerra umanitaria” fermissimamente voluta da Sarkozy per ragioni di prestigio, d’influenza, ma soprattutto per restare all’Eliseo.  Infatti interveniamo all’italiana: malvolentieri, senza impegnarci a fondo né credere in quel poco che diciamo, nella certezza di contribuire a minare i nostri interessi economici e di sicurezza. E di non poter fare altrimenti.

   Berlusconi si dispiace per Gheddafi, tiene il muso a Sarkozy, inventa improbabili iniziative diplomatiche.  Nessuno lo prende – ci prende – sul serio. Né lo farà mai, finché noi continueremo a non prenderci sul serio.  Non sappiamo come la guerra di Libia andrà a finire. Sappiamo però che l’avremo comunque persa. E con essa la faccia, com’è giusto che sia per chi in ogni crisi corre ad attendarsi fra due sedie.

   Peggio. Nella guerra di Libia riaffiora la vena razzista che pensavamo di aver sepolto con il fascismo. Il trattamento che riserviamo ai migranti – circa 18 mila da gennaio a oggi – fortunosamente sbarcati in Italia in questi mesi di crisi arabe a ripetizione non è degno della nostra storia, pur con tanta partecipazione celebrata nella festa del 17 marzo. A forza di disputare sul loro status giuridico – profughi, clandestini o quant’altro – tendiamo a dimenticare che sono persone.
   Malgrado l’impegno di molti, funzionari pubblici e volontari, abbiamo lasciato che Lampedusa si trasformasse in un girone dell’inferno. Per i migranti come per gli abitanti dell’isola. In un clima da 8 settembre, dove ognuno cerca di scaricare le responsabilità sull’altro. E dove la solidarietà fra italiani, e fra noi e persone comunque sofferenti, sembra evaporare al contatto con l’emergenza.

   Un paese di sessanta milioni di anime, in maggioranza più che benestanti, dimentica le sue antiche tradizioni civili e si lascia agitare dalla fobia dell’invasione. Questa sarebbe l’Italia unita di cui abbiamo appena festeggiato i primi centocinquant’anni?

   Il nostro modo di (non) partecipare alla campagna di Libia e di (non) accogliere uomini, donne, bambini e bambine che attraversano il Canale di Sicilia – una modesta percentuale degli irregolari che ogni anno vengono da noi soprattutto via terra – ci dice molto sull’istinto xenofobo che corre sotto la pelle di buona parte della nostra classe politica e della nostra società. Non vogliamo capire che intorno a noi il mondo corre e non aspetta chi sta fermo, abbarbicato alla cultura della rendita, nella voluta ignoranza di quanto accade oltre le nostre frontiere.

   Abbiamo salutato con notevole freddezza le rivoluzioni tuttora incompiute di Tunisia e d’Egitto. Inizialmente simpatizzando, ma non troppo, con i giovani e con i nuovi attori che vorrebbero finalmente aprire la sponda Sud del Mediterraneo a orizzonti di libertà e di giustizia. L’umore è rapidamente cambiato. Sono bastati gli sbarchi a Lampedusa di alcune migliaia di persone per rivelare il retropensiero non solo leghista: “Aridatece er puzzone”.

   Qualcuno riporti Ben Ali a Tunisi e Mubarak al Cairo. E se Gheddafi non ce la fa, provvediamo a sostituirlo con un altro dittatore disposto a bloccare con qualsiasi mezzo – certo non gratuitamente – l’invasione incombente di pezzenti e postulanti. Non siamo ancora alla “difesa della razza”. Ma non è mai troppo presto per difenderci da analoghi orrori, di cui potremmo incolpare soltanto noi stessi. (Lucio Caracciolo)

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summit del Gruppo di contatto sulla Libia

L’ITALIA: GHEDDAFI VADA IN ESILIO – FRATTINI: «CNT DI BENGASI È CREDIBILE»

«È l’opzione migliore». Con Roma anche Madrid – Parigi pronta a dare aiuto militare ai ribelli

da “il Corriere della Sera.it” delle ore 21.00 del 29/3/2011

   Trentasette ministri degli Esteri di Europa, Paesi Arabi, Africani e i vertici delle principali organizzazioni internazionali, dall’Onu alla Nato, dalla Lega Araba, all’Ue e l’Organizzazione dei Paesi islamici (Oic) si sono riuniti a Lancaster House a Londra, sede di rappresentanza del Foreign Office.

   È il summit del Gruppo di contatto sulla Libia che intende trovare una via d’uscita alla crisi libica e sul dopo Gheddafi, dove sembra prendere sempre più piede l’ipotesi dell’esilio del Colonnello in un Paese africano. Opzione avanzata dal ministro degli Esteri Franco Frattini, e sostenuta tra gli altri dalla omologa spagnola Trinidad Jimenez.

   Presenti anche i vertici del Consiglio Nazionale Transitorio dei ribelli di Bengasi, la maggiore forza di opposizione al Colonnello, guidata da Muahammed Jabril. Ad aprire i lavori il premier britannico David Cameron, che cederà la guida al ministro degli Esteri William Hague. Assente a sorpresa l’Unione africana cui il Gheddafi si è affidato per la soluzione della crisi attraverso una road- map.

TRATTATIVE – Nel giorno del Summit di Londra, si moltiplicano le voci su una possibile trattativa che aprirebbe la strada all’esilio del leader libico. Il ministro degli Esteri libico Musa Kusa – secondo fonti stampa – si trova in Tunisia, dove starebbe trattando con delegati italiani una «agevole via di uscita» per il Raìs. Voce confermata da al Jazeera secondo la quale Kusa potrebbe raggiungere l’Italia.

   Lunedì il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini aveva dichiarato che «vi sono paesi africani che potrebbero offrire ospitalità» al colonnello, anche se «non ci sono ancora proposte formali» e il capo della diplomazia spagnola Jimenez e quello britannico Hague non escludono l’ipotesi che – dice la Jimenez – sarebbe ancora «giuridicamente» possibile (il Tribunale Penale Internazionale non ha ancora formalizzato alcuna accusa contro il Raìs).

ARMI E DIALOGO – Mentre il Regno Unito non è impegnato a negoziare un’uscita di Muammar Gheddafi dalla Libia, («questo non impedisce ad altri di farlo», ha detto il ministro degli Esteri britannico William Hague), il ministro Frattini dichiara di considerare il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi un «interlocutore sempre più credibile», «specialmente dopo la pubblicazione» del suo manifesto politico».

   Al termine del Summit, il ministro Frattini traccia un bilancio parlando di «risultato politico estremamente positivo» e di «unità di visione sul fatto che la missione nel paese non è un fine». L’obiettivo, sostiene il ministro italiano, è una soluzione politica. Tra i trentasette ministri riuniti a Londra c’è condivisione sul fatto che spetti ai libici decidere il loro futuro attraverso un processo a cui «Gheddafi non partecipi» e il Cnt alla guida.

   «Il Raìs deve lasciare», aggiunge Frattini ribadendo l’esigenza di «sostenere un’azione condivisa per l’avvio di un dialogo che includa tutte le parti del territorio libico, sia i gruppi tribali come tutte le forze organizzate in vista di un percorso che potrebbe portare alla definizione di una Costituzione». In questo contesto «il cessate il fuoco è certamente indispensabile» e ha come precondizione l’uscita di Gheddafi «altrimenti – ha spiegato il ministro – si rischierebbe un paese diviso in due».

AIUTI – Il sostegno umanitario, di cui fa parte la missione Ue con quartier generale operativo a Roma, è stato oggetto del confronto del ministro italiano con il colleghi di Qatar, EAU e Turchia. «Come Italia continueremo ad essere protagonisti delle azioni umanitarie e stiamo pensando con questi paesi a corridoi che non riguardino solo l’est ma anche a zone come Misurata che, quando le truppe di Gheddafi si ritireranno, resterà abbandonata alla devastazione».

FRANCIA – La Francia è pronta a discutere con gli alleati un aiuto militare agli insorti in Libia. Lo ha dichiarato il capo della diplomazia francese, Alain Juppé, sottolineando che non è previsto dalle recenti risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Libia. «Non è quello che prevede la risoluzione 1973, né la risoluzione 1970. Per il momento la Francia si attiene alla stretta applicazione della risoluzione. Questa dice, noi siamo pronti a discuterne con i nostri partner», ha dichiarato il ministro.

   In precedenza, l’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite Susan Rice aveva affermato che gli Stati Uniti non «escludono» di fornire assistenza anche militare ai ribelli libici. «Abbiamo ed è di tutta evidenza un grande interesse a che Gheddafi lasci il potere» ha detto la Rice alla tv Abc ricordando che se la missione autorizzata dall’Onu ha il fine di «proteggere i civili» l’obiettivo di fondo è la caduta del leader libico.

SALVACONDOTTO – Al termine della conferenza internazionale di Londra il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha sottolineato che Gheddafi «deve lasciare» la Libia, ma la coalizione internazionale «non può promettergli un salvacondotto». «Pensiamo innanzi tutto a che lasci il paese», ha detto il ministro italiano, poi «le conseguenze» delle azioni del Raìs libico «sono nelle mani del tribunale internazionale», la Cpi. «Nessuno potrebbe impegnarsi a una immunità giurisdizionale, assolutamente nessuno – ha ribadito il titolare della Farnesina – men che meno l’Italia che è paese fondatore della Corte Penale internazionale».

   L’esilio di Gheddafi è stato comunque uno degli argomenti trattati nella conferenza di Londra, ha confermato Frattini. Il ministro italiano, però, non si è sbilanciato sulle candidature. Quanto al coinvolgimento di paesi africani, Frattini si è limitato a osservare che «quella di un paese africano è una delle opzioni, non è un segreto che l’Unione Africana può esercitare una leva politica di pressione». «Quello che è indispensabile è che vi siano paesi disponibili ad accogliere Gheddafi e la sua famiglia, e ovviamente far finire questa situazione che altrimenti potrebbe prolungarsi per qualche tempo» ha aggiunto Frattini, ma «perché queste cose abbiano successo devono essere discrete».

VOCI – Oltre alla voci relative alla misteriosa missione di Musa Kusa un’indiretta conferma della pista dell’esilio viene dalle stesse dichiarazioni rilasciate da Gheddafi questa mattina.«Lasciate che sia l’Unione africana a gestire la crisi, la Libia accetterà tutto quello che l’Ua deciderà» ha dichiarato oggi Gheddafi, nel messaggio pubblicato dall’agenzia ufficiale Jana. L’Ua ha proposto una cessazione immediata dei combattimenti e l’apertura di un dialogo tra libici, preliminare a una «transizione» democratica ma nella sua mediazione sarebbe presente – seppur non esplicitata – anche la carta dell’esilio.

DEGNI DI HITLER – Nel suo discorso, Gheddafi si è anche rivolto al «gruppo di contatto» invitando la coalizione a interrompere l’offensiva contro la Libia. Un’azione degna di Hitler, ha aggiunto: «Lasciate la Libia ai libici, state eseguendo un’operazione di sterminio, state distruggendo un popolo che viveva in pace e in sicurezza, state per distruggere un paese in corso di sviluppo».

IL CONSIGLIO DI TRANSIZIONE – Non si accontenta dell’esilio il Consiglio Nazionale di Transizione libico. «La soluzione ideale non è mandare in esilio Gheddafi ma portarlo a processo», ha ribadito Guma el-Gamaty, membro del Consiglio. «I crimini commessi contro il popolo libico non possono essere dimenticati». Guma el-Gamaty ha parlato anche del futuro del Paese e ha ribadito che il Consiglio faciliterà la nascita di una costituzione. «Non è nostro compito promulgarla», ha però detto. «Noi ci occuperemo di mettere a punto una bozza. Poi sarà la volta di un organo rappresentativo della popolazione libica. Il risultato sarà poi sottoposto a referendum».

FINO ALL’USCITA DI SCENA DEL RAIS – Dopo l’esordio a Londra, a livello ministeriale, il gruppo di contatto sulla Libia si riunirà in Qatar e poi a Roma. Questa formula, riferiscono fonti diplomatiche, proseguirà i lavori stabilmente – le date non sono state fissate – con riunioni periodiche fino alla fine della crisi libica con l’uscita di scena di Muammar Gheddafi e la completa democratizzazione del Paese. Redazione online Corriere della sera.it del 29 marzo 2011

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Libia/Italia

LA VIDEOCONFERENZA E IL CAOS IMMIGRATI L’ITALIA RESTA DA SOLA

di Massimo Franco, da “Il Corriere della Sera” del 29/3/2011

   La riunione straordinaria del Consiglio dei ministri di domani è la fotografia fedele di un governo investito dall`emergenza dell`immigrazione; e costretto a prevedere misure che sperava di non dover prendere. Si può anche criticare il Viminale di imprevidenza, come fa l`opposizione, di fronte alle ondate di clandestini che si riversano sull`isola di Lampedusa.

   Ma la solitudine dell`Italia rispetto al resto dell`Europa è palpabile. L`ultima conferma è arrivata ieri sera con la videoconferenza dei leader di Germania, Francia e Gran Bretagna insieme col presidente Usa, Barack Obama: l`ufficializzazione della marginalità italiana sulla questione libica, e la smentita bruciante di un asse italo-tedesco.

   Al governo di Roma rimane soltanto il costo crescente della missione: gli sbarchi a ripetizione, e le tensioni sociali. Il tema diventa quello di evitare proteste clamorose della popolazione di Lampedusa, già in incubazione; distribuire il carico degli immigrati nelle regioni; e rimandare dall`altra parte del Mediterraneo le barche cariche di disperati: se non altro per ricevere l`attenzione dell`Europa. Il governo italiano sta maturando la convinzione che oltre confine l`emergenza lasci indifferenti.

   In più, cresce la consapevolezza che svuotare una Lampedusa al collasso e attuare la politica dei respingimenti non basterà. II Consiglio dei ministri di domani cercherà di valutare se e come funzioni l`accordo con la Tunisia per limitare le partenze dal Nord Africa; e accelererà lo smistamento dei clandestini oggi a Lampedusa. Si parla di tredici possibili soluzioni.

   Il Viminale spera di creare nuovi centri in Campania, Liguria, Veneto, Toscana: operazione osteggiata dagli enti locali che temono scelte definitive, con il voto amministrativo alle porte. È miope e perfino pericoloso ricorrere a quelle che il presidente della Repubblica ha definito ieri all`Onu «soluzioni sbrigative». Giorgio Napolitano ha difeso l`intervento contro Gheddafi e ricordato che l`Italia per anni ha «esportato» e non accolto immigrati.

   Ma appare impossibile risolvere il problema senza un coordinamento europeo; e senza un piano di aiuti ai Paesi del Maghreb, che scoraggi l`esodo. «E un`illusione piantonare le coste di un continente intero», ha spiegato ieri il capo dei vescovi, cardinale Angelo Bagnasco. «Oltre che dell`apporto generoso delle regioni d`Italia, c`è bisogno dell`Ue».

   In realtà, lo scontro fra il ministro dell`Interno, Roberto Maroni e il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, dice che la generosità regionale è in bilico. L`ipotesi di «tendopoli in Val Padana» si aggiunge allo scontento del governatore della Puglia, Nichi Vendola, per quella creata a Manduria. L`esigenza di distinguere fra profughi da tenere e clandestini da rimpatriare è facile solo sulla carta. E l`emergenza di Lampedusa viene bollata dalle opposizioni come «uno spot elettorale della Lega». Eppure, Maroni e il leader lumbard Umberto Bossi, ieri sera a Milano a parlare di immigrati, confermavano solo la sensazione della drammatica impotenza italiana. (Massimo Franco)

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E L’ITALIA RESTA FUORI DAL TAVOLO DEI GRANDI

di Paolo Iorio da “IL RIFORMISTA” del 29/3/2011

BRUXELLES – I grandi del mondo si confrontano in video-conferenza sulla missione in Libia e l`Italia non viene nemmeno convocata. Il ministro degli esteri Franco Frattini prova a far buon viso a cattivo gioco: «Non si sta decidendo niente e l`Italia non soffre affatto da sindrome di esclusione».

   Più che lecito nutrire qualche dubbio, perché alla videoconferenza partecipano oltre al “nemico” Nicolas Sarkozy e al co-belligerante David Cameron anche Barack Obama e perfino l`astensionista Angela Merkel.  Noi no. E mentre il tandem franco-britannico dovrebbe presentarsi compatto oggi alla prima riunione del “Gruppo di Contatto” a Londra, l`asse Roma-Berlino dura il tempo di un titolo.

   Quello lanciato da Repubblica domenica su un`intervista a Franco Frattini e poi sgonfiato con il passare delle ore. «Non c`è una posizione comunque, ci sono contatti e scambi di informazioni», ricalibrano dalla Farnesina. Una precisazione determinata da un fatto molto semplice: da Berlino erano caduti tutti dalle nuvole.

   La Germania, dice un portavoce del ministero degli Esteri tedesco, «è in costante contatto con tutti i suoi partner internazionali, anche con l`Italia, ma non solo». Niente piano comune, quindi. «Ci sono stati degli scambi di opinioni in vista della riunione di Londra (di oggi del gruppo di contatto sulla Libia, ndr) continuano dal ministero degli Esteri italiano c`è vicinanza tra noi e la Germania, ma non c`è una posizione comune».

   Anche perché, se su una via diplomatica Roma e Berlino potrebbero pure trovarsi d`accordo, restano ancora assai lontane su altre questioni relazionate al caos libico, come quella della ripartizione nella Ue dei migranti che stanno arrivando a migliaia a Lampedusa. Se l`Italia potrebbe quindi avere tutto l`interesse ad agganciare la Germania per recuperare il terreno diplomatico perso di fronte all`irruenza di Sarkozy e preparare un terreno propizio a una condivisione dell`onere migratorio, il discorso inverso non sembra funzionare.

   E così Parigi e Londra continuano di comune accordo a premere sull`acceleratore, Berlino continua a frenare e Roma, penalizzata a livello diplomatico da un governo che non ha le idee proprio chiarissime – soprattutto in Berlusconi e Maroni – sull`utilità dell`intervento militare a cui partecipa, cerca di giocare di sponda, senza però avvisare la sponda di turno.

   «Ci sono stati scambi di lettere con i direttori politici di altri paesi – dicono sempre dalla Farnesina – in questo quadro l`Italia cerca una soluzione che passi per il cessate il fuoco. Prematuro invece dire che cosa sarà di Gheddafi in futuro». Frattini insiste sull`idea dell`esilio: «Vi sono paesi africani ha detto ieri – che potrebbero offrirgli ospitalità», anche se al momento «non ci sono proposte formali. Gheddafi deve comprendere che da parte sua sarebbe un gesto di coraggio dire “me ne devo andare”».

   Sarkozy e Cameron hanno anticipato la riunione di Londra con una decisa dichiarazione congiunta. «Gheddafi se ne deve andare immediatamente», il diktat rivolto dai due leader europei al Colonnello e girato anche ai suoi accoliti: «Arrendetevi, prima che sia troppo tardi».

   «Ci appelliamo a tutti i libici che ritengono che Gheddafi stia portando il paese alla catastrofe a mobilitarsi subito per dar vita a un processo di transizione», si legge ancora. Sarkozy e Cameron sponsorizzano il Consiglio nazionale di Bengasi (riconosciuto da Parigi e ieri anche dal Qatar), di cui lodano il «ruolo pionieristico» nella rivolta, ma poi allargano l`invito a scendere in politica anche «ai rappresentanti della società civile e a tutti quanti vogliono partecipare a un processo di transizione verso la democrazia».

   «Li esortiamo – insistono Sarkozy e Cameron – a instaurare un dialogo politico nazionale che porti a un processo di transizione rappresentativo, a una riforma costituzionale e all`organizzazione di elezioni libere e regolari». Intanto continuano a bombardare il suolo libico, in attesa che da giovedì il comando delle operazioni belliche passi definitivamente alla Nato.

   Oggi a Londra verranno messe sul tavolo delle opzioni diplomatiche da far convergere in un piano da attuare, presumibilmente, solo dopo che l`aviazione franco-britannica avrà completato la sua opera. Parigi, spalleggiata da Londra, ha le idee chiare e le porta avanti. Frattini meno, e probabilmente cercherà di recuperare il terreno perduto sul campo, tessendo contatti con altri paesi meno decisionisti e puntando anche sull`incontro di domani a Washington con Hillary Clinton. (Paolo Iorio)

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L’ACCOGLIENZA NON SA FAR DI CONTO

di Giorgio Barba Navaretti, da “IL SOLE 24 ORE” del 29/3/2011

– Più filtri per rendere l`immigrazione funzionale al sistema Italia –

   I governatori e i sindaci fanno a gara nel dichiararsi pronti ad accogliere o respingere i migranti di Lampedusa. A tener distanti gli estremi del veneto Zaia («prendiamo solo profughi, assoluta indisponibilità ai clandestini») e del pugliese Vendola («luogo deputato per l`accoglienza») ci sono calcoli politici e ammicchi populisti a elettori molto diversi. Ma se fosse invece l`economia a guidarne le dichiarazioni, entrambi sarebbero più cauti e forse convergerebbero su un giusto mezzo.

   L`esito probabile di quanto sta accadendo in questi giorni sulle coste del Mediterraneo è un aumento permanente di nuovi immigrati in cerca di lavoro. Le immagini in presa diretta televisiva di giovani uomini con un sacchetto sulle spalle, che saltano le esili reti di cinta dei campi d`accoglienza per disperdersi nelle campagne non lasciano molti dubbi in merito.

   Le rigorose misure di rimpatrio non andranno molto oltre il raschiare la pentola. E anche la distinzione tra rifugiati politici e clandestini nel lungo periodo, dal punto di vista del mercato del lavoro, non è di grande rilievo. I primi presto o tardi dovranno lavorare e i secondi in questi frangenti sono quasi impossibili da identificare.

   Il conto economico di Zaia e Vendola deve dunque conciliare il costo dell`accoglienza nel breve periodo con le possibilità d`inserire gli immigrati nel mercato del lavoro. I dati sulla distribuzione geografica della popolazione straniera in Italia ci dicono che le condizioni dei due governatori sono molto diverse.

   Mentre in Veneto, come in tutte le regioni del Nord e del Centro, la proporzione degli stranieri rispetto alla popolazione residente è di circa il 10%, in Puglia è circa il 2 per cento. Dato che gli immigrati vanno soprattutto dove c`è maggiore possibilità di lavorare, è molto probabile che domani i nuovi arrivati sciameranno verso il Nord del Paese e oltre-frontiera.

   Il futuro economico dei rifugiati politici deve dunque essere governato, dalla politica migratoria nazionale, con l`obiettivo d`inserire i profughi più rapidamente possibile nel mercato del lavoro, possibilmente in modo equilibrato sul territorio. Ma la politica migratoria italiana non è adeguata da questo punto di vista.

   La combinazione tra la restrizione dei flussi in arrivo e amnistie periodiche rende difficile il match tra domanda e offerta di lavoro e fa lievitare il numero dei clandestini, che in Italia sono oltre il 17% della popolazione residente straniera, ben più che in altri Paesi europei.

   La clandestinità aumenta le tensioni sociali, alimenta l`economia sommersa e favorisce la criminalità. È soprattutto per questa ragione che la forte concentrazione degli immigrati al Nord determina problemi di congestione difficili da risolvere e che a loro volta rafforzano l`appeal politico di misure restrittive.

   Gestire i flussi migratori vuol dire in sostanza introdurre strumenti selettivi sui permessi di soggiorno volti a rafforzare l`incontro tra le competenze dei lavoratori stranieri e le richieste del mercato del lavoro e minimizzare i tempi e i numeri dei clandestini.

   Che senso ha parlare di selettività di fronte a un`emergenza umanitaria, di fronte a migliaia di persone che chiedono asilo politico e che non possono essere rispedite nel loro paese? Ne ha comunque molto. Se in Italia avessimo in passato riflettuto sugli strumenti necessari a conciliare domanda e offerta di lavoro immigrato, avremmo oggi delle basi informative che ci permetterebbero di trovare più rapidamente e con maggiore efficacia lavoro anche per gli asylum seekers.

   Zaia ha tanti immigrati perché sul suo territorio ci sono più imprese che li richiedono di quanto non ce ne siano in Puglia. Ma una politica migratoria più attenta alle esigenze del mercato del lavoro potrebbe favorire una maggiore permanenza dei nuovi migranti in regioni come la Puglia, dove c`è comunque una maggiore possibilità d`inserire lavoratori stranieri di quanto non indichino i dati aggregati dell`Istat.

   Il ministro Maroni, giustamente, invoca l`aiuto europeo nella gestione dei rifugiati. Dovrebbe però spingersi oltre a favore di un`armonizzazione delle politiche migratorie nella Unione Europea. Il problema dei rifugiati del Nordafrica non sarà più solo nostro, di Lampedusa, di Vendola o di Zaia, nel momento in cui sarà possibile trasferirli nell`Unione, dove c`è bisogno del loro lavoro, evitando drammatici fenomeni di congestione.

   Il ragionamento economico, insomma, ci ricorda che l`emergenza umanitaria si tradurrà presto in un problema di mercato del lavoro che va oltre i confini delle nostre regioni. Ma che allo stesso tempo tutte le regioni, sia al Nord che al Sud, anche nell`emergenza, beneficerebbero moltissimo di una politica europea coordinata che concili domanda e offerta di lavoratori stranieri. (Giorgio Barba Navaretti)

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LIBIA

TRA LONDRA E WASHINGTON COSI’ L’ITALIA LAVORA AL DOPO GHEDDAFI

da “IL FOGLIO” del 29/3/2011

   Verificare le reali intenzioni della Francia intorno all`ipotesi di una soluzione politica del conflitto, stringere – se possibile – l`asse “dei cauti” con la Germania di Angela Merkel, spingere sul coinvolgimento attivo dell`Unione africana per favorire l`esilio di Muammar Gheddafì. Questi gli obiettivi del ministro, degli Esteri Franco Frattini che oggi partecipa a Londra alla riunione del gruppo di contatto Nato sulla missione libica. Una trasferta dedicata ai rivolgimenti del nord Africa che il ministro completerà domani, quando incontrerà a Washington il segretario di stato americano Hillary Clinton.

   “E` la Lega araba a dover trovare una soluzione sul possibile esilio di Gheddafi. Ci sono paesi disponibili ad accoglierlo – ha detto ieri Frattini – a Londra occorrerà trovare una soluzione politica condivisa che unisca e non divida, anche con la Francia. Il nostro obiettivo dev`essere mantenere unita la Libia”.

   E` da verificare che la strategia italiana sia compatibile con la baldanza interventista francese (un po` attenuatasi almeno sotto il profilo delle dichiarazioni pubbliche). Ed è altresì da verificare la disponibilità della Germania a rafforzare la linea di condotta italiana, che per la verità evidenzia qualche sfumatura di diversità anche all`interno della stessa compagine di governo.

   E non solo per il nervosismo della Lega e di Roberto Maroni. Il ministro Frattini esprime infatti una linea di cauto ottimismo, che tuttavia non sembra aderire allo spirito più scettico manifestato da Silvio Berlusconi (sabato sul Corriere della Sera) nei confronti di una soluzione morbida che spinga il dittatore sulla strada dell`esilio. “Per quel che lo conosco, non credo possano esserci piani per un suo esilio. Dopo essere stato alla guida della rivoluzione e aver retto iI suo paese per quarantadue anni, lui sì sente il padre della patria. Andrà avanti fino alla fine”, ha detto il premier.

   Tuttavia è a questa soluzione che lavorano il governo e la diplomazia, mantenendo defilata la figura del premier (possibile asso da giocare in caso di futuri contatti con un Gheddafi indebolito ma politicamente vivo). Frattini ha avuto ieri un colloquio con il segretario del Consiglio nazionale libico, organismo che guida la ribellione. Il ministro degli Esteri ha confermato a Mustafa Abdul Jalil il pieno sostegno dell`Italia alle attività dell`opposizione.

   All`origine dell`apparente doppia strategia ci sono anche i sospetti che gravano sull`asse anglofrancese e sui suoi interessi in Libia. Ma se il vertice di oggi dovesse andare davvero bene, ovvero se la Francia dovesse risultare affidabile, potrebbero anche intervenire novità nell`atteggiamento finora adottato da Berlusconi.

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GLI USA: L’ESERCITO NON FRENI LA RIVOLTA

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 26/3/2011

– Il Dipartimento di Stato è pronto a riproporre le sanzioni per colpire i responsabili delle stragi – Il capo del Pentagono Gates: “Prenda esempio dall`Egitto”- La Casa Bianca: “repressione brutale” –

NEWYORK – Robert Gates chiede all`esercito di Damasco di non ostacolare le proteste di piazza in Siria e la Casa Bianca denuncia la «brutale repressione» messa in atto dal regime di Bashar al Assad con una duplice mossa che svela la volontà di Washington di sostenere le manifestazioni in corso in diverse città.

   Il primo a parlare è il capo del Pentagono che, durante la tappa a Tel Aviv del suo viaggio in Medio Oriente, si rivolge a sorpresa alle forze armate siriane: «Sono appena arrivato dall`Egitto dove l`esercito si è fatto da parte durante le manifestazioni, consentendo al popolo di dimostrare e di conseguenza rendendo possibile una risoluzione. I siriani potrebbero trarre lezione da questo».

   Gates tiene a sottolineare le similitudini fra le proteste in Siria e quanto sta avvenendo in altri Paesi arabi: «Il governo siriano si sta confrontando con la stessa sfida degli altri governi della regione: affrontare le inattese istanze politiche ed economiche della popolazione».

   Da qui la richiesta al presidente Bashar al Assad di «ascoltare la voce del suo popolo» e l`accento sul ruolo delle forze armate, adoperando la stessa espressione «empower a revolution» (rendere possibile una rivoluzione) che il presidente Barack Obama usò rivolgendosi ai generali egiziani per chiedere loro di non sostenere il presidente Hosni Mubarak, oramai avversato dalla maggioranza della popolazione.

   Poche ore dopo l`affondo di Gates, è la Casa Bianca a farsi sentire, con il portavoce Jay Carney che condanna le violenze ricorrendo a un linguaggio fra i più aspri finora adoperati sulle rivolte arabe:

«Gli Stati Uniti condannano con forza la brutale repressione delle dimostrazioni da parte del governo siriano, in particolare le violenze e le uccisioni che sono avvenute per mano delle forze di sicurezza. Siamo inoltre turbati dagli arresti arbitrari compiuti contro attivisti dei diritti umani e altre persone».

   Da qui la conclusione, che ricorda da vicino il linguaggio usato nei confronti del regime di Muammar Gheddafi negli ultimi giorni: «I responsabili delle violenze devono rispondere dei loro atti, gli Stati Uniti sono a favore del rispetto dei diritti universali, inclusa la libertà di espressione e di assemblea, e credono che i governi debbano rispondere alle legittime aspirazioni dei loro popoli».

   La richiesta della Casa Bianca a Bashar al Assad è esplicita: «Ci appelliamo al governo siriano affinché contenga le proprie azioni e rispetti il diritto della sua gente, e ci appelliamo a tutti i cittadíní affinché esercitino i loro diritti pacificamente». Anche questa formulazione ripete l`approccio all`Egitto, quando la Casa Bianca si rivolse ai manifestanti di piazza Tahrir invocando la rinuncia alla violenza.

   In serata sono i portavoce del Dipartimento di Stato a rilanciare toni e termini nei confronti di Damasco, disegnando una pressione in crescita che segna una brusca inversione di rotta rispetto alla decisione presa dall`Amministrazione Obama nel 2010 di far tornare un ambasciatore Usa nella sede di Damasco, scoperta da anni.

   Jeffrey White, ex analista dell`intelligence sul Medio Oriente e oggi in forza al «Washington Institute», prevede due possibili interventi della Casa Bianca per accrescere la pressione su Assad: «Fare leva sulle vigenti sanzioni economiche per colpire i responsabili della repressione» e «agire assieme agli alleati europei e alla Turchia per spingere il presidente ad annunciare una chiara agenda di riforme interne e consentire una pacifica soluzione della crisi». Se la previsione di White si rivelerà giusta, Washington potrebbe presto bussare alle porte dell`Italia, primo partner commerciale europeo della Repubblica siriana. (Maurizio Molinari)

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UN`ALBA CONTRO LE DITTATURE

di GIORGIO NAPOLITANO, dall’intervento all’ONU del 28/3/2011 (tratto da “il Tempo” del 29/3/2011)

   Presidente Deiss, Segretario Generale Ban, Rappresentanti Permanenti, è per me un grande onore rivolgermi all`Assemblea Generale in un momento estremamente impegnativo per tutti. Siaamo dinanzi a serie minacce alla pace e alla sicurezza internazionali, focolai di instabilità politica, disordini economici e finanziari e disastri naturali senza precedenti. Venti di libertà, domande di dignità umana e giustizia sociale si levano con forza attraverso il mondo.

   Dobbiamo pronunciarci in difesa dei diritti umani come fondamento della stabilità politica e di una crescita sostenibile. Dobbiamo rafforzare la legittimità internazionale e lo Stato di diritto. Dobbiamo rinnovare il nostro impegno per un sistema multilaterale di relazioni internazionali. Abbiamo bisogno delle Nazioni Unite.

(…) Noi, Italiani, Europei percepiamo noi stessi come parte del Mediterraneo. Mari ed oceani uniscono i popoli e i loro destini. Il nostro futuro risiede in un partenariato condiviso con i nostri amici in Nord Africa, nel Medio Oriente, nel Golfo.

   Nelle ultime settimane e mesi un`ondata di disordini e malcontento ha sconvolto molti paesi nella regione. La popolazione è scesa in strada. Non nascondo la nostra preoccupazione rispetto a questa piega degli eventi. Nessuno gradisce l`instabilità alla propria porta di casa. In alcuni casi tuttavia la stabilità era più fragile e precaria di quanto non apparisse e noi stessi avremmo dovuto essere maggiormente consapevoli delle possibili conseguenze di forme autoritarie di governo e della corruzione diffusa nei circoli ristretti al potere.

   Di converso, il percorso che molti governi hanno ora coraggiosamente intrapreso nella direzione del negoziato politico, del dialogo con la società civile e della partecipazione democratica, comporterà un rafforzamento delle istituzioni statali e della legge. La democrazia avanzerà, dall`interno e senza essere imposta da fuori. Saranno così poste fondamenta solide e credibili per la crescita economica e un benessere più diffuso. Il futuro dei nostri partners e amici del Mediterraneo è nelle loro mani. Essi devono tuttavia sapere che non rimarranno soli, né isolati, né dimenticati. L`Italia e l`Europa sono pronte ad unire le forze con loro e a sostenere i loro sforzi di rinnovamento politico, sociale ed economico.

(…) Su ciò si gioca una stabilizzazione di lungo periodo. I suoi fondamenti sono da ricercarsi in fattori quali la libertà, la fioritura della società civile, il rispetto dei diritti umani, il progresso democratico, la riconciliazione nazionale e il buon governo.

   Nessuno di questi fattori era sfortunatamente presente nel caso della Libia. Il governo libico ha rigettato numerosi appelli internazionali, inclusa una richiesta unanime proveniente da questa Assemblea, e ha risposto al dissenso con la repressione, alla protesta civile con la forza militare, su una scala senza precedenti. Il mondo non poteva assistere senza reagire alle molte vittime e alle distruzioni massicce inflitte dal leader libico alla sua stessa popolazione.

   La responsabilità di proteggere ricade sulle Nazioni Unite, e del resto il Capitolo VII della Carta contempla specificamente l`uso della forza per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. In Libia siamo per l`appunto impegnati a proteggere la popolazione civile e a fare rispettare la Carta delle Nazioni Unite, agendo nella piena legittimità internazionale conferita dalla Risoluzione 1973 approvata lo scorso 17 marzo dal Consiglio di Sicurezza. Non sottovalutiamo nel modo più assoluto i costi umani e i rischi delle azioni militari.

   Nelle missioni internazionali all`estero l`Italia ha pagato un alto prezzo in termini di vite umane e di sofferenza. Tuttavia, come ho avuto modo di affermare a Ginevra parlando al Consiglio per i Diritti Umani lo scorso 4 marzo, la protezione giuridica internazionale dei Diritti Umani è al centro del sistema delle Nazioni Unite, come testimonia la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. (…) Di conseguenza, violazioni massicce dei Diritti Umani rendono un regime illegittimo e lo pongono al di fuori della comunità degli Stati.

   Si tratta di una nozione cruciale, che si sta sempre più affermando, come è dimostrato anche dall`approvazione della Risoluzione 1973. Questo non significa pretendere di esportare uno specifico modello di democrazia, bensì promuovere e proteggere i diritti fondamentali, civili e politici, e le libertà religiose, come precondizione per l`autonoma realizzazione, dal basso e con modalità diverse per ogni singolo Paese, di sistemi democratici.

   La Libia appartiene ad una regione che sta affrontando un profondo cambiamento, che ha preso origine da principi comuni, principi di giustizia e progresso, di tolleranza e di dignità per ogni essere umano, come affermato dal Presidente Obama nel suo discorso al Cairo del giugno 2009. Noi tutti condividiamo questi medesimi valori. Recentemente riaffermati dalla Lega Araba, essi sono divenuti un faro per la trasformazione in atto nel Mediterraneo.

(…) Signor Presidente, all`alba del nuovo millennio le Nazioni Unite devono confrontarsi con sfide vecchie e nuove. Mentre rimangono di fondamentale importanza il perseguimento della pace e della sicurezza, la difesa dei diritti umani e la promozione di uno sviluppo sostenibile, il mondo sta diventando sempre più complesso e ricco di contraddizioni. Per un verso, la cooperazione internazionale ha avuto successo nello sconfiggere la povertà assoluta e la miseria di una parte significativa dell`umanità. Sfortunatamente, tuttavia, a partire dal 2008, la grave crisi finanziaria ha messo in luce i drammatici squilibri dell`economia e della finanza internazionali.

(…) La finanza e gli strumenti finanziari si evolvono velocemente, troppo velocemente per consentire agli Stati di reagire in tempo utile. Non si tratta di un fallimento della globalizzazione, ma piuttosto del governo internazionale dell`economia. Per milioni di persone la globalizzazione ha rappresentato un potente motore di crescita e di benessere. (…) D`altro canto, naturalmente, anche i problemi si sono globalizzati, al punto che gli Stati sovrani non sono più in grado di affrontarli su base nazionale. La globalizzazione dei problemi richiede la globalizzazione delle soluzioni.

   In campo economico, questo è un mondo ormai trasformato rispetto a quello di Bretton Woods. (…) La crisi ha avuto probabilmente come suo principale fattore l`indebolimento delle vecchie autorità di regolazione dei mercati e il ritardo, se non la riluttanza, nel definire nuove regole e le relative Istituzioni.

   È in questa direzione che il SG Ban Ki Moon incita indefessamente le Nazioni Unite a far avanzare la loro agenda. La stabilità mondiale è minacciata anche da disastri naturali, profondi cambiamenti, sconvolgimenti politici.

(…) Consentitemi di cogliere questa opportunità per rinnovare la mia solidarietà al popolo giapponese per le sofferenze ad esso inflitte dal devastante tsunami e la mia ammirazione per la sua forza d`animo. È tempo che la comunità internazionale ricambi la generosità che il Giappone non ha mai mancato di dimostrare in simili avversità. Determinati sconvolgimenti politici possono essere spiegati come una conseguenza positiva della globalizzazione che ha fatto sentire ciascuno cittadino di un mondo più ampio. Sta per tramontare l`èra dei regimi che nascondono la verità, limitano il movimento delle persone e fanno ricorso a menzogne, alla corruzione e a false rappresentazioni del mondo esterno. Non è più tempo per riforme cosmetiche e limitate.

(…) Il mondo ha una chiara responsabilità non solo nell`aiutare questa nuova alba a divenire una realtà ma anche nell`intervenire ovunque dittature, violenze e oscurantismo tentino di contrastare il nuovo. La comunità internazionale deve fare propria la domanda di libertà, giustizia, e più eque opportunità che sale da società così a lungo mantenute sotto il giogo della violenza e dell`oppressione.

   La stabilità e le libertà democratiche non sono tra loro alternative. Al contrario, esse si rafforzano a vicenda. Nessun Paese può procedere da solo. Queste sfide devono essere affrontate sulla base della legittimità internazionale. La governance di un mondo complesso ed interconnesso potrebbe e dovrebbe essere sviluppata in vario modo, attraverso istituzioni nuove e riformate, in maniera da ottenere la massima efficienza ed efficacia possibili.

   Resta il fatto che la base politica e giuridica deve sempre essere incardinata nelle Nazioni Unite. Sono consapevole del dibattito attualmente in corso sulla necessità di una maggiore cooperazione tra le Nazioni Unite e la nuove forme di governance internazionale che questa Assemblea Generale ha avviato con spirito costruttivo.

(…) Al fine di rafforzare il mantenimento della Pace e della sicurezza a livello internazionale, qualsiasi ipotesi di riforma del Consiglio di Sicurezza dovrebbe permettere a quest`ultimo di divenire più rappresentativo, efficiente e responsabile nei confronti degli Stati membri. Abbiamo bisogno di raggiungere un consenso, molto più che per ogni altra parte della Carta. Noi tutti condividiamo l`obbiettivo della governance internazionale, la pace e la sicurezza.

   Tutti gli Stati membri devono potersi riconoscere nella riforma del Consiglio di Sicurezza. Signor Presidente, l`Europa è in prima linea davanti alle sfide odierne. (…) Abbiamo oggi bisogno di più Europa. (…) Le circostanze attuali impongono più integrazioni ed una maggiore condivisione di sovranità specialmente nel settore della politica economica e monetaria. Per noi europei questa è un`assoluta necessità: non è possibile alcuna marcia indietro dalla moneta unica che 17 Stati membri liberamente hanno scelto di condividere. (…) Dobbiamo essere orgogliosi del nostro percorso dalle ceneri e dalle rovine ad una prospera unione di popoli e di governi.

   Quello che noi abbiamo ottenuto in Europa in termini di pace, stabilità, prosperità e giustizia, è proprio quanto la Carta delle Nazioni Unite rappresenta nel mondo. L`Italia non ha mai vacillato nel suo sostegno alle Nazioni Unite, foro di massima legittimità per la promozione dei valori fondamentali dell`umanità. Nazioni Unite forti e autorevoli sono nel precipuo interesse della Comunità internazionale.

(…) Non soltanto sosteniamo finanziariamente le missioni delle Nazioni Unite, ma forniamo anche le risorse umane, l`equipaggiamento, le capacità necessari per attuare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Nei contesti post-bellici Nazioni, popolazioni, donne e bambini ripongono le loro speranze per un futuro migliore nella bandiera delle Nazioni Unite.

   Le loro aspettative devono essere soddisfatte. (…) Permettetemi ora di soffermarmi brevemente su alcune tematiche che stanno particolarmente a cuore all`Italia. La nostra contrarietà alla pena di morte scaturisce da una solida ed antica convinzione sull`inviolabilità del diritto alla vita. (…) Vogliamo portare all`attenzione del mondo la drammatica condizione dei bambini nei conflitti armati. Sosteniamo un progetto di addestramento per i caschi blu che dovranno far fronte a tale situazione sul terreno. Ci siamo impegnati ad eliminare tutte le forme di violenza contro le donne e in particolare alla pratica della mutilazione genitale femminile.

(…) L`Italia continuerà a chiedere alle Nazioni Unite di essere in prima linea nelle prevenzione del genocidio, la lotta contro ogni forma di discriminazione, la difesa delle minoranze e la protezione delle minoranze religiose.

Grazie. Giorgio Napolitano

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