ADDIO AL PROGETTO di ritorno al NUCLEARE IN ITALIA? Molto dipenderà dalle capacità di pensare un sistema di AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA – E non solo dalle tradizionali fonti rinnovabili ma da nuove tecnologie “oltre il nucleare” (come le “tre idee” di Rubbia)

centrali in Europa – da http://www.ansa.it/ (CLICCA NELL’IMMAGINE PER INGRANDIRE)

Dall’era del petrolio e del nucleare a quella delle rinnovabili la transizione sarà inevitabilmente lunga e graduale. Ci riferiamo all’Europa, e al mondo intero, specie a quei paesi, come il Giappone (ora in piena emergenza radioattiva con milioni di persone contaminate dalle radiazioni!), che hanno affidato a queste due fonti energetiche (nucleare e petrolio) la maggior parte del loro sviluppo.

E per il nucleare la comunità internazionale sente la necessità di un nuovo radicale check-up: è di questi giorni, tra le varie proposte all’interno di singoli stati che sono coinvolti in questo tipo di produzione energetica, l’idea del presidente francese Nicolas Sarkozy di un summit mondiale per rivedere e ridefinire le regole internazionali sulla sicurezza nucleare. Il contesto è già stato fissato, con data e luogo del forum che vedrà al tavolo i potenti del globo: G8, prossimo maggio, a Beauville (Parigi).

Ci sono paesi che “vogliono entrare” nella produzione nucleare, come l’Italia (in ogni caso grande consumatrice di energia prodotta, in Francia, appunto da centrali nucleari); paesi poi di “nuovo sviluppo”, come la Cina, l’India, il Brasile, il Sud Africa… dove progetti di nucleare civile sono in corso in modo massiccio. E il disastro giapponese è probabile che in quei paesi possa passare inosservato: la ragion politica di sviluppo “costi quel che costi” farà sì che si ignorino le incognite, i pericoli, gli incidenti alle centrali atomiche, come il disastro giapponese sta cambiando per sempre quel paese.

Non sarà così in Italia, crediamo (cioè non ci si dimenticherà di Fukushima); ed è probabile che la moratoria di un anno decisa dal governo per l’iter di costruzione delle prime centrali nucleari italiane (dopo chiaramente le “vecchie” superate centrali bloccate dal referendum del 1987: Caorso – Piacenza -, Garigliano – Sessa Aurunca, Caserta -, Trino VercelleseLatina Borgo Sabotino), questa moratoria forse è il “de profundis” per chi sperava, voleva, il riaprirsi del “progetto nucleare” in Italia.

da http://www.ansa.it/ (CLICCA NELL’IMMAGINE PER INGRANDIRE)

In questo post diamo conto in primis di un’esperienza di “idee alternative” al progetto atomico in modo scientifico che sta facendo Carlo Rubbia, Nobel per la fisica nel 1984 (sempre lui: diamo atto che questo nostro scienziato cerca sempre soluzioni alternative di grande valore) (nel post presentiamo una scheda sulla sua attività scientifica negli anni). E dopo l’esperienza spagnola di centrali solari, Rubbia, dal giugno scorso direttore scientifico dell`Institute for advanced sustainability studies di Potsdam, vicino a Berlino, sta appunto mettendo concretamente in piedi un “laboratorio di idee” per tecnologie di sviluppo energetico che non si riferiscano solamente alle fonti rinnovabili (che restano comunque l’elemento su cui contare di più), e che allo stesso tempo vadano oltre la tecnologia nucleare, e guardino a sviluppi tecnologici nuovi (come l’idrogeno, elemento molto amato da Rubbia) che stanno a dimostrare che “l’elemento nucleare” non può essere il solo con il quale il mondo scientifico si deve confrontare. Ma altre strade sono praticabili, meno pericolose e inquinanti, e la ricerca applicata è un passo necessario per trovare soluzioni di produzione energetica nuova ed efficace. Ecco, partiamo da questo, dalla nuova avventura scientifica di Rubbia, per addentrarci sulle nuove possibilità “oltre il nucleare”. Perché non possano più esistere altre Fukushima.

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Il Nobel Carlo Rubbia e le tre idee di Potsdam

“I NUOVI REATTORI SICURI? SOLO COSMESI”

di Danilo Taino, da “Il Corriere della Sera” del 28/3/2011

BERLINO – La crisi di Fukushima non chiuderà l`era nucleare, secondo il Premio Nobel Carlo Rubbia. Apre però una fase nella quale le idee nuove per produrre energia avranno un impatto molto maggiore. Nel nucleare ma anche in campi alternativi: non tanto i soliti solare, vento, biomasse ma tecnologie nuove, mai pensate prima.

Rubbia è dal giugno scorso il direttore scientifico dell`Institute for advanced sustainability studies di Potsdam, vicino a Berlino. Si tratta di un centro sostenuto dal governo tedesco e dalle maggiori istituzioni di ricerca della Germania nel quale lavorano fisici, chimici, economisti, scienziati sociali di tutto il mondo.

Obiettivo, produrre idee. «Una fabbrica di idee da mettere a disposizione di tutti, del governo tedesco ma anche al resto del mondo», spiega Rubbia. All`istituto di Potsdam, voluto da Angela Merkel, il professore dedica la metà del suo tempo. In questa intervista, racconta come vede il mondo dell`energia dopo Fukushima e rivela tre idee piuttosto straordinarie elaborate dal super think-tank che dirige.

Per quel che riguarda il nucleare, Rubbia dice che la reazione «dell`intellighenzia sarà di fare piccole modifiche, di mettere le pompe più in alto per proteggerle dallo tsunami. Ma il problema è diverso: le centrali di oggi si fondano su modelli probabilistici. I quali dicono che ci vorrebbero centomila reattori per avere un incidente grave all`anno. Invece non è così, perché la concatenazione degli eventi l`incidente lo fa succedere. Occorre passare a un modello deterministico, dove l`incidente non può accadere. Anche quando si parla di reattori di terza generazione, si parla di cambiamenti cosmetici, serve altro».

L`altro a cui si riferisce Rubbia sono le centrali a torio. Le propone da tempo ma la novità sta nel fatto che l`iniziativa di svilupparle è stata presa da cinesi e indiani. Pechino l`ha lanciata ufficialmente a fine gennaio, Delhi ha in corso studi avanzati. In altre parole, i due maggiori Paesi emergenti, affamati di energia, hanno deciso di prendere la leadership nel futuro del nucleare, prima di Stati Uniti ed Europa. Una centrale a torio – spiega Rubbia – ha i vantaggi di non produrre plutonio per usi militari, di lasciare scorie che si esauriscono in un tempo limitato – quattro-cinque secoli – rispetto all`uranio e quindi possono essere controllate e soprattutto di potere essere spenta quando si vuole.

«In più – dice Rubbia – per produrre un giga watt servono tre milioni e mezzo di tonnellate di carbone l`anno, oppure 200 tonnellate di uranio 235. Ma di torio ne basta una tonnellata l`anno e il torio è abbondantissimo in natura, ce n`è molto anche nell`Italia centrale». È questa, secondo il Premio Nobel, la strada nucleare da seguire dopo Fukushima: al momento, l`iniziativa è in mano a cinesi e indiani, i quali calcolano che il torio potrebbe garantire le loro esigenze energetiche per i prossimi 20-30 mila anni. «Piuttosto che investire 30 miliardi nel nucleare vecchio, l`Italia farebbe bene a investirne tre in questa tecnologia», dice il professore.

Le unthinkable ideas di Rubbia & C, le idee impensabili frutto dei primi mesi di lavoro a Potsdam, aprono invece territori nuovi. Eccone tre.

Prima: stabilito che catturare l`anidride carbonica e metterla nel terreno non funziona – «E difficile, costoso, gli ambientalisti sono contrari» – l`idea è quella di bruciare fossili senza produrre anidride carbonica. Invece di usare direttamente il gas metano, lo si scompone in un tubo a mille gradi in idrogeno e carbonio: l`idrogeno diventa il combustibile pulito e il black carbon diventa la base di altri prodotti, dalle fibre a elementi sintetici.

Seconda idea: dal momento che il petrolio non serve solo a produrre energia elettrica ma si usa anche nelle automobili, negli aerei, nei fertilizzanti, nelle materie plastiche, con cosa sostituirlo quando scarseggerà? “Con un liquido, come fanno i brasiliani con l`etanolo prodotto dalla piante – dice Rubbia -. Ma la nostra idea è di catturare l`anidride carbonica che già viene prodotta ed è già anche pagata e mischiarla con idrogeno per produrre metanolo, poi trasformabile in tanti modi, dall`etanolo all`urea, alle resine. Così l`anidride carbonica da passività si trasforma in asset».

Terza strada, i clatrati, in particolare il cosiddetto burning ice, ghiaccio che brucia. «Si tratta di una sostanza chimica nella quale molecole di acqua formano un lattice solido che racchiude al proprio interno metano – spiega il professore -. Di recente si è scoperto che di questa sostanza ce n`è un`enorme quantità nel mondo, in sedimenti profondi e nei fondali degli oceani: le stime attuali, conservative, indicano una potenzialità di diecimila giga tonnellate, un`enormità confrontata con le poche centinaia di giga tonnellate di metano e petrolio convenzionali». Questo per dire che, dopo Fukushima, la questione energetica potrebbe non essere poi così disperata. A guardarla da Potsdam. (Danilo Taino)

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CHI È CARLO RUBBIA?

(da http://web.tiscali.it/zona.nucleare/ )

Carlo Rubbia è nato a Gorizia nel 1934. Dopo aver concluso gli studi universitari presso l’ Università di Pisa (1957), si è trasferito a New York, lavorando per circa un anno alla Columbia University. Ha proseguito le sue ricerche in Italia, presso l’ Università di Roma La Sapienza, divenendo nel 1960 ricercatore dell’Organizzazione europea per la ricerca nucleare, il CERN di Ginevra. Qui ha partecipato a esperimenti sulle interazioni deboli al sincrociclotrone, al protosincrotrone, al collisionatore di fasci protonici. Dal 1971 al 1988 è stato professore di fisica alla Harvard University, nel Massachussetts. Dal 1990 al 1993 ha ricoperto la carica di direttore generale del CERN. Nel 1994 ha assunto la direzione dell’ International Center for Theoretical Physics di Trieste. Attualmente insegna anche Complementi di fisica superiore a Pavia.
Tra i prestigiosi riconoscimenti ottenuti per le sue ricerche, Carlo Rubbia ha ricevuto nel 1984 anche il premio Nobel per la fisica, che ha condiviso con il collega olandese Simon van der Meer.

Nella menzione ufficiale dell’Accademia svedese i due fisici vengono premiati “per il loro decisivo contributo al grande progetto che condusse alla scoperta delle particelle di campo W e Z, mediatrici dell’interazione debole”.  L’interazione debole è uno dei quattro fondamentali campi di forza dell’universo (la gravità, l’elettromagnetismo, l’interazione nucleare forte e l’interazione nucleare debole): opera nel profondo della materia, laddove risiedono quark e leptoni.

Fra i suoi lavori più importanti vanno ricordati: la scoperta del processo di decadimento beta del pione positivo; la prima osservazione della cattura del muone in idrogeno; la determinazione della violazione della parità del decadimento beta dell’iperone lambda; l’osservazione di correnti deboli neutre (prima prova dell’esistenza di un bosone neutro).

Tali esperimenti furono effettuati presso diversi acceleratori negli Stati Uniti (al Fermilab, nell’Illinois, ed al Brookhaven National Laboratori di Long Island, NY) e a Ginevra.
Inoltre Rubbia propose e realizzò al CERN un nuovo acceleratore di particelle in cui si fece collidere un fascio di antiprotoni con un fascio di protoni, allo scopo di raggiungere energie tali da consentire la produzione di bosoni vettori intermedi (particelle circa cento volte più pesanti dei protoni). La realizzazione di questo acceleratore richiese lo sviluppo di tecniche innovative, in particolare per la creazione e l’accumulazione di antiprotoni in un fascio di alta densità.

La proposta di Rubbia di convertire il superprotosincrotrone del CERN in un anello di collisione per protoni e antiprotoni ha permesso di raggiungere energie sufficienti per osservare eventi in cui si producono i bosoni intermedi W e Z. La realizzazione dell’esperimento è stata resa possibile dall’invenzione, ad opera di Simon van der Meer, di un metodo elettronico per ottenere fasci densi e concentrati di antiprotoni. La scoperta di queste particelle elementari, annunciata nel 1983, confermò l’unificazione delle forze elettromagnetiche e dell’interazione debole, costituendo un passo fondamentale nello sviluppo della fisica moderna.
L’attività di ricerca di Rubbia ha coperto diversi campi della fisica, quali lo studio dei neutrini cosmici, l’analisi della stabilità del protone, il progetto di una fusione nucleare controllata e il progetto di un reattore nucleare basato sull’utilizzo di torio come materiale radioattivo. L’ attività più recente di Carlo Rubbia è rivolta al problema della produzione di energia mediante nuove tecnologie; attualmente egli è Presidente dell’ ENEA, l’ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente dal 1999.
Il progetto del prof. Rubbia, chiamato «progetto Archimede», punta sulla captazione e accumulo di raggi solari con specchi parabolici per arrivare, con una tecnologia innovativa Enea, alla disponibilità di energia. Si utilizzano raggi del sole che vengono raccolti e concentrati da un sistema di specchi parabolici in grado di captare in modo continuativo le radiazioni solari che sono poi concentrate su un tubo assorbente, di nuova generazione tecnologica, posto sul fuoco delle parabole, al cui interno scorre un fluido termovettore. Questo si scalda raggiungendo temperature molto elevate e si convoglia in un serbatoio a caldo. Da qui passa in uno scambiatore, in cui cede parte del calore che produrrà vapore da immettere nel gruppo turbine, già operanti, di una centrale (a questo scopo è stata scelta la centrale Enel di Priolo).

Il fluido del termovettore è di fatto un comune fertilizzante, quindi né infiammabile né inquinante e può raggiungere temperature elevatissime. A 550° si può svolgere l’operazione sopradescritta per produrre energia elettrica, ad oltre 850° si può operare per ottenere idrogeno. Un aspetto primario del progetto è che si ha la possibilità di accumulo, pertanto anche nelle giornate piovose il processo può andare avanti, così dicasi di notte. La prima applicazione pratica sarà alla centrale Enel di Priolo (Siracusa), come già detto, da 720 mw di potenza e si potrà arrivare a produrre circa 30 mw col «progetto Archimede ». Si tenga conto tuttavia che per ogni mw prodotto occorre un’area operativa di 2 ettari.

Ecco perché se il «progetto Archimede» fosse attuabile in grandi aree assolate e libere, come ne esistono in Africa, la produzione elettrica, per questa via, avrebbe ben altre proporzioni. La produzione poi potrebbe essere trasportata dove si vuole con elettrodotti. Comunque la scelta di Priolo non è a caso ma dettata dal tipo di centrale già operante in loco che è a ciclo combinato.
Il progetto nasce dalle sinergie di Enel ed Enea, insieme per l’ energia solare: nasce così il Progetto Archimede, la prima applicazione a livello mondiale di integrazione tra un ciclo combinato a gas e un impianto solare termodinamico, basato su una tecnologia fortemente innovativa elaborata dall’ Enea e sviluppata dallo stesso commissario dell’ ente, il premio Nobel Carlo Rubbia.

La centrale Enel di Priolo Gargallo (Siracusa) sarà la sede della sperimentazione. Il grande impianto solare, che sorgerà in un’area adiacente di proprietà dall ‘Enel, incrementerà la potenza della centrale di circa 20 MW e consentirà di produrre: energia elettrica aggiuntiva di fonte solare capace di soddisfare il fabbisogno di una città di 20 mila abitanti, un risparmio di 12 mila e 500 tonnellate equivalenti di petrolio all’anno, minori emissioni di CO2 per 40 mila tonnellate all’anno.
Carlo Rubbia è membro delle seguenti accademie: Accademia dei Lincei, Accademia dei XL, American Academy of Arts and Sciences, Ateneo Veneto, European Academy of Sciences, Accademia Pontificia delle Scienze, Royal Society, Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti, Accademia Sovietica delle Scienze, Accademia Polacca delle Scienze.

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L’ESEMPIO DEI 7.000 COMUNI SULLA VIA DEL SOLE E DEL VENTO

di Giovanni Valentini, da “la Repubblica” del 30/3/2011

Non poteva risultare più tempestivo e attuale il quinto Rapporto annuale di Legambiente sui “Comuni rinnovabili”, quelli cioè che ricavano energia dal sole, dal vento, dai corsi d’acqua, dal calore della terra o dalle biomasse.

E non solo perché rilancia la speranza delle fonti alternative, all’indomani del disastro di Fukushima e della moratoria nucleare. Ma anche perché s’inscrive in un filone che potrebbe essere definito “federalismo energetico“, imperniato su una produzione diffusa nel territorio contrapposta a quella tradizionale concentrata nei grandi impianti.

Di fronte alla catastrofe giapponese, il mondo intero è costretto oggi a interrogarsi su un nuovo modello di sviluppo sostenibile, in linea con la green economy, compatibile innanzitutto con il rispetto della salute e la tutela dell’ambiente. È la base di quella “democrazia energetica” che ormai s’ impone su scala planetaria.

Dall’era del petrolio a quella delle rinnovabili, la transizione sarà inevitabilmente lunga e graduale, ma si tratta evidentemente di una strada obbligata per tutto il genere umano. Il monito che arriva da Fukushima, come già un quarto di secolo fa da Chernobyl, è tanto chiaro quanto severo: non c’è progresso al di fuori della sicurezza.

L’energia nucleare – ha avvertito ancora ieri il Premio Nobel per la Fisica, Carlo Rubbia – non risolve da sola il problema e comunque non è ineluttabile. Tocca ai cittadini scegliere e decidere. Quello offerto dagli oltre settemila Comuni italiani che ospitano almeno un impianto di energia rinnovabile, censiti dal Rapporto 2011 di Legambiente, è dunque un esempio virtuoso che va seguito e valorizzato.

La crescita del fenomeno, negli ultimi cinque anni, è stata senz’altro confortante, al di là di qualsiasi previsione o aspettativa. Testimonia una consapevolezza e un senso di responsabilità molto più avanzati a livello locale che a livello centrale. È l’ Italia dei “mille campanili” che si richiama alla propria storia e alle proprie radici per rivendicare l’ identità nazionale, applicandola alla questione energetica. – Giovanni Valentini

 

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REFERENDUM, UNO SU DUE PRONTO AD ANDARE A VOTARE

da “LA STAMPA” del 30/3/2011- Sondaggio dell’Istituto Piepoli

la domanda: COME LEI SA, IL 12 E 13 GIUGNO Si ANDRA` A VOTARE PER I REFERENDUM, CHE RIGUARDANO TRE TEMI: IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO, LA LIBERALIZZAZIONE DELL`ACQUA E IL RITORNO ALL`ENERGIA NUCLEARE.

ANDRA` A VOTARE PER I REFERENDUM?

– il 54% pensa di andare a votare

Per quale di questi tre referendum lei si sente più motivato ad andare a votare?

1-NUCLEARE: 50%

2-LIBERALIZZAZIONE DELL’ACQUA: 23%

3-LEGITTIMO IMPEDIMENTO: 11%

senza opinione: 16%

Il sondaggio, è stato eseguito il 28 Marzo 2011, per la Stampa con metodologia C.A.T.I., su un campione di 500 casi rappresentativo della popolazione italiana maschi e femmine dai 18 anni, segmentato per sesso, età, grandi ripartizioni geografiche e ampiezza centri all`universo della popolazione. Il documento sul sito www.agcom.it [.]

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INDAGINE DEL SENATO SULL’ATOMO ITALIANO

di Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore” del 31/3/2011

Parte la stretta “politica” sul nucleare italiano. La commissione Ambiente del Senato ha deciso di aprire un’indagine conoscitiva sulla sicurezza delle istallazioni atomiche presenti in Italia. Non sarebbe ancora fissato il calendario delle audizioni, ma in programma c’è l’ascolto di tutte le istituzioni e delle aziende interessate dal settore atomico, a cominciare dall’Ispra, l’istituto pubblico che è il braccio operativo del ministero dell’Ambiente, e dalla Sogin, la spa pubblica che gestisce le quattro vecchie centrali in dismissione e gli stoccaggi di scorie.
L’Italia ha una presenza nucleare che risale alle origini della tecnologia atomica: negli anni 50 e 60 era il paese europeo con la maggiore potenza istallata di centrali atomiche e vantava la centrale più grande del momento. Poi le scelte degli altri paesi europei (a cominciare da Francia, Inghilterra e Germania) e le cautele italiane hanno portato a un sorpasso rapido, e il referendum del novembre ’87 ha fermato del tutto gli impianti.
Le istallazioni più importanti sono Caorso (Piacenza), Garigliano (Sessa Aurunca, Caserta), Trino Vercellese e Latina Borgo Sabotino. Inoltre, poco lontano da Trino, c’è il polo atomico di Saluggia (Vercelli) con gli impianti sperimentali Eurex, l’eredità del vecchio reattore Avogadro e le lavorazioni della Sorin. In Basilicata spicca la Trisaia Rotondella (Matera). Inoltre ci sono numerosi depositi di scorie (il più importante è adiacente alla sede Enea della Casaccia, alle porte di Roma). (Jacopo Giliberto)

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PRO NUCLEARE – intervista al professor ZICHICHI

“L’ITALIA NON PUO’ RINUNCIARE AL NUCLEARE”

di Nino Sunseri, dal “GIORNALE DI SICILIA” del 30/3/2011

– Il prof. Antonino Zichichi: «II nostro Paese senza energia atomica nel futuro crollerebbe a livello di terzo mondo» –

Il professor Zichichi non cambia idea. Nemmeno l`esplosione di Fukushima e i problemi di sicurezza che stanno emergendo gli hanno fatto mutare opinione sull`atomo.

Professore, ci spiega le ragioni di tanta fiducia?

L`incidente di Fukushima è un esempio di come viene manipolata l`opinione pubblica. Le informazioni su cui fare previsioni erano l`esatto contrario di ciò che pretendevano i catastrofisti. Nel giorno in cui è avvenuto il terremoto i tecnici di Tepco, il gestore dell`impianto, erano impegnati a Fukushima sulla sicurezza dei reattori. Nessuna notizia faceva prevedere catastrofiche conseguenze.

E infatti i sette reattori in attività si sono automaticamente spenti (contrariamente a Chernobyl) immediatamente dopo la scossa del terremoto.  Quando è arrivata l`onda erano bloccati. Gli altri tre erano fermi per lavori di manutenzione. Se non ci fossero stati il terremoto potentissimo e lo tsunami di violenza inaudita – come mai accaduto negli ultimi 1242 anni – ancora oggi non sapremmo nulla dei dieci reattori di Fukushima.

È stata la violenza della natura che ha strappato il lurido drappo che copriva la violazione delle regole per la gestione di quella tecnologia che ha permesso al Giappone di diventare la terza potenza economica mondiale. Se la Tepco avesse fatto il suo dovere, i catastrofisti sarebbero stati sbugiardati.  La lezione che viene dal Giappone resta di straordinario valore. Il fuoco nucleare di pace ha permesso ad una nazione – vittima con Hiroshima e Nagasaki del fuoco nucleare di guerra – di diventare uno dei Paesi più ricchi e tecnologicamente avanzati del mondo.

Perché considera un errore l`uscita dal nucleare dell`Italia?

Perché vuol dire rinunciare alla libertà energetica. Bloccando il nucleare l`Italia resterà fuori dalla competizione tecnologica mondiale che non può essere né nel solare né nell`eolico ma in quel “fuoco” che – dopo diecimila anni di civiltà – Enrico Fermi riuscì ad accendere a Chicago il 2 dicembre 1942. Un fuoco che permette di risparmiare un milione di volte in quantità di materia da distruggere al fine di produrre la stessa quantità di energia.

La sicurezza del fuoco nucleare di pace non dipende dalla scienza né dalla tecnologia che da essa nasce. Ma, come ebbe a dire Einstein, da coloro che privi di scrupoli riescono a entrare nella macchina operativa. Il disastro di Chernobyl fu causato dai dirigenti del reattore n° 4 che volevano vincere il “Premio Lenin”. Il disastro di Fukushima dalla irresponsabilità politica.

Perché pensa che il futuro resta legato indissolubilmente al nucleare?

Nella vicina Africa e nel mondo ci sono cinque miliardi e mezzo di persone che vorrebbero avere la stessa quantità di energia di cui gode il miliardo di privilegiati che vivono nei Paesi industrializzati (noi tra questi). Né il solare né l`eolico potranno soddisfarne i bisogni. Prima o poi potrebbero scoppiare rivolte popolari per evitare l`esportazione del combustibile esistente a casa loro. L`Italia senza energia nucleare crollerebbe in pochi anni a livello di terzo mondo.

Come risolvere il problema delle scorie?

Il problema delle scorie non è di natura scientifico-tecnologica ma esclusivamente economica. Costa molto meno seppellirle in posti geologicamente sicuri invece di trasformarle in scorie a vita confrontabile alla nostra: invece di migliaia di anni, cento anni. Se proprio fosse necessario sapremmo come distruggerle.

Quanto influisce l`uomo sul riscaldamento globale?

Il motore meteorologico non l`ha fatto l`uomo. Quando proviamo a calcolarne la potenza, conoscendo le proprietà fisiche dell`atmosfera e l`energia che ci regala il sole, vien fuori che le attività umane incidono non più del dieci per cento, forse il quattro. Il resto dipende da fenomeni naturali che esistono dai tempi in cui su questo satellite del sole è nata la vita. L`uomo non c`era, il motore meteorologico sì. (Nino Sunseri

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PER L’ITALIA FORNITORI DI ENERGIA ALTERNATIVI MA CON COSTI EXTRA

di Federico Rendina, da “il Sole 24ore” del 30/3/2011

Pochi problemi sia per le forniture di idrocarburi all’Italia che per i conti del gigante Eni, se la crisi si risolverà entro un paio di mesi. E un warning energetico per il nostro Paese sarà evitato – dicono gli analisti – anche in uno scenario più problematico, con tutto il 2011 a secco di petrolio e metano libico. Ma in questo caso l’Eni comincerà inevitabilmente a patire.
C’è di buono, per la sicurezza energetica dell’Italia, e in parte anche per l’Eni, che quell’onda lunga della crisi globale che ha depresso la richiesta europea di prodotti petroliferi si fa ancora sentire. Il mercato, specie quello del gas, continua ad essere “lungo”. Tant’è che nelle settimane precedenti la rivolta di Tripoli ci si domandava addirittura dove mettere tutta la capacità aggiuntiva che nei prossimi anni dovrebbe venire dal nuovo gasdotto Algeria-Italia “Galsi” da 10 miliardi di metri cubi l’anno, da aggiungere ai tubi che faranno capolino da Oriente (Nabucco, South Stream) e ai futuri rigassificatori italiani in lista d’attesa.
Buon per l’Eni, che riesce a tamponare, almeno per ora, lo sconquasso di una Libia da cui ricavava, attraverso joint integrate di produzione in loco, oltre il 10% del suo gas e poco meno del 25% del suo petrolio, per un totale di 280 mila Boe (barili equivalenti) al giorno, spartiti per quasi il 60% nel gas e per poco più del 40% in petrolio.

Per sostituire gli 8 miliardi di metri cubi di gas libico tagliati con la chiusura del gasdotto Greenstream l’Eni ha perfino risolto un problema su un altro versante, riattivando quasi 6 miliardi di prelievi su base annua dalla Russia, impegnati con i contratti pluriennali take or pay ma non ritirati (ma da pagare comunque, almeno in parte) proprio in conseguenza della contrazione congiunturale dei consumi. Un miliardo di metri cubi sostitutivi viene poi dall’Algeria, il resto dalla Norvegia. Senza tanti problemi neanche sul fronte dei prezzi, vista la almeno parziale compensazione del “ripristino” dei take or pay russi.
C’è poi da dire che proprio nel gas (ma solo nel gas) l’attività di estrazione in Libia continua, per una quota valutata dagli uomini Eni in circa il 30%. Si tratta comunque di gas “bloccato” nel Paese, buono – chiariscono all’Eni – per alimentare le centrali elettriche locali. Diverso, certamente più oneroso ma difficilmente quantificabile, l’extra-onere per compensare la mancata estrazione-import di petrolio libico.

L’Eni rastrella il necessario nel mercato spot tipico di questo settore, con extracosti determinati dall’aumento delle quotazioni del periodo, che d’altro canto premiano le attività di upstream Eni in giro per il mondo. Crisi tutto sommato tamponata per l’Eni anche sul fronte finanziario, confermano gli analisti. Che però pronosticano una penalizzazione consistente qualora lo scenario “tampone” diventasse più strutturale: se il blocco libico dovesse protrarsi per l’intero 2011 i maggiori istituti di analisi assegnano al gruppo una contrazione dell’Ebit tra il 9% (Credit Suisse) e l’11% (Mediobanca).
Certo, in caso di crisi lunga anche lo scenario globale sugli approvvigionamenti italiani si farebbe più problematico. Con un inevitabile warning da combinare con l’altra grande incognita energetica: la crisi del nucleare innescata dal disastro giapponese.
Ed ecco che riaffiora qui da noi, complice l’incognita sul futuro del piano di rientro nel nucleare, il dibattito sull’opportunità-dovere di sbloccare le nostre timidezze nell’estrazione di petrolio e gas nazionali. Specie nell’offshore qualcosa si muove, ma con le solite contrapposizioni all’interno stesso del Governo. Il ministero dello Sviluppo preme. È già in pista il primo decreto attuativo dello “sblocca upstream” pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 21 marzo, che introduce una certificazione per le società di esplorazione ma prevede anche autorizzazioni più rapide. Tutto dovrà però passare dal setaccio del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, ancora asserragliata sui provvedimenti che invece chiudono ulteriormente i margini delle operazioni petrolifere italiane, specie in mare. (Federico Rendina)

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ITALIA, BOOM DEL VERDE MA IL FUTURO È A RISCHIO

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 30/3/2011

Il 2010 è stato un anno eccezionale secondo un rapporto di Legambiente: il 22 per cento dei consumi da fonte pulita. Ora però, senza un piano di incentivi, le rinnovabili non riusciranno a sostenere la competizione internazionale. Più di una lampadina su 5 si è accesa, nell´ultimo anno, grazie alla “elettricità green”.

L´Italia lontana dai riflettori è alle volte migliore della sua immagine pubblica. Il mondo ammira il modello tedesco, per la sistematica moltiplicazione delle fonti di energia pulita che ha creato 350 mila posti di lavoro, e guarda con perplessità al nostro procedere a strappi, senza regia, con tanti ripensamenti.

Eppure, alla fine, i campioni italiani tengono testa ai tedeschi: Lecce fornisce più elettricità verde di Friburgo, mito dell´ecologia nordica; Prato allo Stelvio nel 2010 ha vinto il campionato europeo delle rinnovabili; 20 Comuni sono al 100 per cento rinnovabili, cioè producono in modo sostenibile sia l´elettricità che il calore necessari a tutte le case; 964 Comuni (più di uno su otto) generano più elettricità da fonte rinnovabile di quanta ne consumano.

È lo scenario a sorpresa che emerge dal rapporto «Comuni rinnovabili 2011», realizzato da Legambiente con il contributo del Gse e di Sorgenia. Nel 2010 più di una lampadina su 5 si è accesa grazie al sole, al vento, all´acqua. Il 22 per cento dei consumi elettrici viene alimentato da una fonte rinnovabile attraverso una rete di impianti diffusi sul territorio che ha già raggiunto dimensioni consistenti.

«Se si sta alle polemiche che dominano la comunicazione, in Italia esistono solo grandi impianti che creano problemi», osserva Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente. «La realtà è molto diversa. È fatta di 200 mila impianti distribuiti nel territorio in modo uniforme, da Nord a Sud. L´energia green è presente nel 94 per cento dei Comuni e continua ad aumentare il numero delle famiglie che sceglie di produrre in modo pulito l´elettricità che consuma. Ma per andare avanti bisogna smettere di fare la guerra alle rinnovabili: senza un piano di incentivi credibile l´Italia non riuscirà a reggere la competizione dei paesi meglio organizzati».

Per il momento, sorretto dallo slancio degli ultimi anni, il sistema tiene. I Comuni del solare sono 7.273. Quelli dell´eolico sono 374 e nel 2010 hanno dato elettricità pulita a tre milioni e mezzo di famiglie. Quelli del mini idroelettrico sono 946 (producono elettricità per 1,6 milioni di famiglie). Quelli della geotermia sono 290 (elettricità per 2 milioni di famiglie). Quelli della biomassa 1.033 (elettricità per 3 milioni di famiglie, molto teleriscaldamento).

E i due campioni 2010 hanno prestazioni formidabili: Morgex (Aosta), ha messo assieme un impianto a biomasse, una rete di teleriscaldamento di 10 chilometri, idroelettrico e fotovoltaico, e a Brunico (Bolzano) sono stati installati 840 metri quadrati di solare termico, 3.100 chilowatt di fotovoltaico, 4.400 chilowatt di mini idroelettrico, un impianto a biomassa e uno a biogas allacciati a una rete di teleriscaldamento di 120 chilometri.

Ma, in assenza di una guida governativa e con un decreto legislativo che a inizio marzo ha stracciato la road map per le rinnovabili appena firmata cancellando retroattivamente gli impegni, l´Italia rischia di perdere il prossimo campionato. Quello decisivo. (Antonio Cianciullo)

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SARKOZY: VERTICE DEL G8 SULLA SICUREZZA NUCLEARE

di Marco Berti, da “IL MESSAGGERO” del 1/4/2011

– GIAPPONE. Mille vittime dello tsunami non sono state ancora sepolte: i corpi sono radioattivi –  Il premier giapponese: Fukushima sarà smantellata –

L`idea è del presidente francese Nicolas Sarkozy, un summit mondiale per rivedere e ridefinire le regole internazionali sulla sicurezza nucleare. Il dinamico presidente francese ha già anche fissato contesto, data e luogo del forum che vedrà al tavolo i potenti del globo: G8, prossimo maggio, Beauville (Parigi).

Sarkozy ha lanciato la proposta ieri durante la sua visita a Tokyo, in Giappone, subito dopo il vertice del G20 di Nanchino. «Il mondo ha bisogno dell`energia nucleare, che mantiene tutta la sua validità, al fine di tagliare le emissioni di Co2 – ha chiarito durante una conferenza stampa con il premier nipponico Naoto Kan – tuttavia nuove norme di sicurezza internazionale devono essere messe a punto».

E quello che sta accadendo a Fukushima è la prova provata della bontà della proposta francese. Ne è consapevole lo stesso Naoto Kan che ieri ha confermato quanto già ipotizzato il giorno prima, condividendo la proposta di Sarkozy: «La centrale nucleare di Fukushima sarà smantellata, rivedremo da zero il piano di costruzione di nuove centrali nucleari».

«Una volta che l`incidente sarà circoscritto, abbiamo bisogno di valutare il sistema attuale in cui viene lasciata la gestione degli impianti al settore privato», ha aggiunto il premier, secondo cui la «priorità è portare l`impianto in una condizione di sicurezza. L`incidente di Fukushiina è stato un intreccio di fattori eccezionali e la sua esperienza deve essere condivisa con la comunità internazionale».

Del resto, i provvedimenti tardivi e in parte superficiali adottati dal Tepco, la società che gestisce l`impianto, finalizzati in un primo tempo a salvaguardare in primo luogo il futuro della centrale, non sembrano ottenere risultati positivi: la radioattività nella zona aumenta e il raffreddamento del combustibile nucleare è in stallo. Basti pensare che lo iodio radioattivo nelle acque marine appena fuori da Fukushima ha superato di 4.385 volte i limiti legali, quando il giorno prima era a quota 3355.

Non solo, ma dopo le verdure contaminate, livelli definiti «abnormi» di cesio sono stati rilevati nella carne di manzo proveniente dall`area di Fukushima. La Tepco, inoltre, ha fatto sapere di aver individuato acque sotterranee intorno al reattore n. 1 con valori di radioattività pari a 10.000 volte il tetto massimo consentito.

In questo scenario catastrofico, c`è anche un risvolto macabro: un migliaio di salme di vittime dello tsunami dell`11 marzo giacciono ancora insepolte nell`area attorno alla centrale di Fukushima perché sono radioattive e le autorità si stanno chiedendo cosa farne. Andare a recuperare i corpi pone a rischio la salute del personale incaricato e le stesse salme, essendo radioattive, rappresentano un pericolo per i medici legali e i parenti dei defunti. Anche piccole parti del corpo, che potrebbero essere usate per estrarne il Dna e identificare le vittime, dovrebbero essere prima decontaminate.

In Italia, nove persone facenti parte del della squadra del “Maggio fiorentino” in tournée in Giappone nei giorni del sisma sono risultate contaminate, in modo leggero da Cesio 137. (Marco Berti)

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STORIA DEL NUCLEARE
(in particolare “Storia del nucleare in Italia”)

Dal sito http://www.zonanucleare.com/

Fu il fisico italiano Enrico Fermi a innescare la prima reazione nucleare a catena controllata della storia: utilizzò uranio naturale all’interno di un blocco di grafite pura che rallentava i neutroni. Fu questo il primo “reattore nucleare” (“pila atomica” di Fermi C.P.1 – Chicago Pile Number One) ed era il 2 dicembre 1942. Inizia l’ era atomica. La pila di Fermi conteneva già tutte le indicazioni sia per la produzione di energia nucleare sia per l’ esplosione nucleare, entrambe basate sullo stesso elemento chiave della reazione a catena, il processo di fissione. La pila di Fermi era dunque una creatura tecnologica straordinaria. A partire da quel modello abbiamo costruito macchine sempre più grandi, più complesse, più potenti. Durante la sua permanenza negli Usa, Fermi partecipò attivamente al “Progetto Manhattan” e quindi alla creazione della prima bomba atomica.

La prima utilizzazione pratica della reazione di fissione ci fu con la distruzione di Hiroshima e Nagasaki che, segnò la fine della seconda guerra mondiale. Nella bomba atomica la reazione diventa esplosiva perché vengono messi a contatto rapidamente due masse “subcritiche” sì che il sistema ottenuto risulti, nel complesso, superiore alla massa “critica”. La massa critica rappresenta la più piccola quantità di materiale fissibile necessaria per autosostenere la reazione a catena. Nelle centrali nucleari la reazione a catena viene controllata e regolata usando barre di cadmio o grafite o acciaio al boro che hanno la capacità di catturare facilmente i neutroni.

Nel reattore si occupano di queste funzioni le barre di regolazione. Una regolazione del reattore è assicurata anche dall’acqua che, raffreddando il nocciolo, si trasforma di conseguenza in vapore: essa assorbe, rallentandoli, una certa quantità di neutroni. Il vapore acqueo ottenuto viene inviato alla turbina che, associata all’alternatore, è in grado di generare energia elettrica.

Sia il fungo atomico sulle città di Hiroshima e Nagasaky (in Giappone) e le relative immagini di distruzione sia la guerra fredda basata sul deterrente delle testate nucleari sia lo spettro della guerra nucleare e delle armi di distruzione di massa non sono che diversi aspetti del nucleare: ed è stato proprio l’aspetto bellico quello che più di tutti ha spesso portato a demonizzare “in toto” il nucleare come fonte di energia in ambito civile.

La figura dell’ “esperto qualificato” ha a lungo mantenuto nell’ immaginario collettivo il ruolo di persona “super partes” che si dedica al progresso e al bene della collettività prima di tutto. Nell’ ambito del nucleare (ma non solo) tale visione si è nel tempo appannata anche, e forse soprattutto, a causa del rapporto considerato a volte troppo stretto tra potere politico-militare e scienza. Col tempo dunque l’ atomo di pace viene sempre più visto come atomo di guerra per la presenza dell’ uranio 238 che fa del reattore una macchina per produrre il plutonio, l’ingrediente più comune delle bombe A. Il plutonio si forma spontaneamente durante il processo di fissione, insieme agli altri isotopi più o meno instabili, le famose scorie radioattive generate dalla trasformazione dell’uranio.

In Italia si dedicarono a studi per lo sfruttamento dell’ energia nucleare enti come il Cise ed il Cnrn (poi Cnen dal 1960). L’ Italia si lanciò con passione nello studio per lo sfruttamento dell’energia nucleare e nel 1959 fu costruito il primo reattore di ricerca ad Ispra (Varese). Gli investimenti ed il favore dell’opinione pubblica nei confronti dell’ iniziativa furono notevoli tanto che nel 1966 si raggiunse una produzione di 3,9 miliardi di kWh: l’ Italia era il terzo produttore al mondo di energia elettrica di origine nucleare. Questo ciclo espansivo si chiuderà con l’ attivazione della centrale di Caorso (Piacenza) nel 1980.
Inevitabilmente, la storia del nucleare in Italia tocca anche aspetti delicati della recente vita politica e scientifica del paese.

L’esempio più famoso è il “caso Ippolito“, che divise l’opinione pubblica (e politica) italiana negli anni Sessanta. L’ ingegnere Felice Ippolito fu tra i primi a intraprendere le ricerche di uranio in Italia sul finire degli anni Quaranta. Egli fu poi segretario del primo Comitato nazionale ricerche nucleari (CNRN), creato nel 1952, e segretario generale quando il Comitato fu trasformato in Comitato nazionale energia nucleare (CNEN) nel 1960. Il Comitato fu l’ ente governativo italiano incaricato di promuovere un programma di ricerca e sviluppo in campo nucleare inteso come progetto di diversificazione energetica e di politica industriale. Nel 1963 Ippolito fu processato e condannato per illeciti penali concernenti lo svolgimento delle sue funzioni di responsabile di un ente pubblico: fu condannato a 11 anni di carcere. Poi, nel 1966 verrà graziato dal Presidente della Repubblica Saragat e sarà eletto deputato al Parlamento Europeo.
Si trattò di un processo che suscitò grande scalpore e che modificò l’ evoluzione della politica energetica e della ricerca scientifica in Italia. In seguito al “caso Ippolito”, infatti, si verificò un brusco rallentamento dei grandi programmi di ricerca nucleare. Alcuni hanno dato un’ interpretazione del caso Ippolito in termini di “complotto” per porre fine a una politica di diversificazione energetica che toccava forti interessi economici e politici, in particolare quelli dell’ industria petrolifera internazionale.

L’ incidente nella centrale nucleare di Three Miles Island (Pennsylvania – Stati Uniti) nel 1979 diede inizio a una crescente sfiducia dell’ opinione pubblica nei confronti dell’ utilizzo del nucleare in ambito civile. Ma fu nel 1986 con l’ esplosione di un reattore della centrale nucleare di Chernobyl (attuale Bielorussia – allora Unione Sovietica) che nacque un vero e proprio atteggiamento critico nei confronti dell’ energia nucleare e i rischi che possono essere determinati da un errore umano o da una violazione delle misure di sicurezza.
In Italia, il disastro di Chernobyl bloccò l’attuazione di una parte del Piano Energetico Nazionale che prevedeva l’ apertura di cantieri per nuove centrali nucleari. Il Parlamento discusse della politica energetica e con due risoluzioni impegnò il Governo a convocare una Conferenza Nazionale sull’Energia, con il compito di fornire contributi informativi e di approfondimento per una verifica delle scelte di politica energetica, con particolare riguardo allo sviluppo della componente nucleare.
L’ 8 novembre 1987 si svolsero tre referendum sul nucleare (e due sulla giustizia): la maggioranza degli italiani che andò alle urne votò per il “Sì”, abrogando una serie di norme e orientando le successive scelte dell’ Italia in ambito energetico verso una direzione di sfavore nei confronti del nucleare.
Pertanto sebbene ci siano alcuni motivi da tenere presente nel considerare l’ istituto del referendum, che in occasione del cosiddetto “referendum sul nucleare” non è stato e non poteva essere “nucleare si, nucleare no”, comunque sia con il referendum abrogativo del 1987 è stato “di fatto” sancito l’abbandono da parte dell’ Italia del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico ed infatti di lì a poco le quattro centrali nucleari in Italia furono chiuse.

Tuttavia, nonostante siano passati tanti anni, i rifiuti radioattivi ancora oggi sono custoditi non in condizione di massima sicurezza in più località (generalmente nei pressi delle vecchie centrali nucleari).

Inoltre resta ancora da effettuare il totale smantellamento, la rimozione e la decontaminazione (operazioni definite di “decommissioning”)  di strutture e componenti degli impianti nucleari in Italia.
Sia delle centrali nucleari ex-Enel: Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina, Garigliano (Caserta). Sia degli impianti del ciclo del combustibile ex-Enea: EUREX di Saluggia (Vercelli), FN-Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo (Alessandria), OPEC in Casaccia (Roma), Plutonio in Casaccia (Roma), ITREC in Trisaia – Rotondella (Matera)

Diversi sono i motivi per cui il problema della sistemazione definitiva di tutto il materiale radioattivo e degli alti costi relativi al loro smaltimento è ancora da risolvere. Il governo ha attualmente affidato questo compito alla Sogin. (DA http://www.zonanucleare.com/complementi/storia_nucleare.htm )

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Altri vecchi (ma non superati) articoli sulla “questione nucleare

NUCLEARE, TUTTI I DUBBI

di Giorgio Nebbia (da Liberazione dell’11/2//2010)

Il decreto governativo che avvia (vorrebbe avviare) la costruzione delle quattro centrali nucleari che tanto stanno a cuore al potere economico e finanziario, è destinato ad innescare una lunga stagione di conflitti, simili a quelli che negli anni settanta e ottanta hanno affossato l’altro programma nucleare del governo di allora. Tanto per cominciare il governo dovrebbe trovare qualche posto, forse un paio di posti, in cui mettere le centrali e in Italia non c’è nessun luogo adatto, sulla base dei parametri che il decreto dice che dovranno essere presi in considerazione.

Un luogo che abbia a disposizione grandi quantità di acqua di raffreddamento delle turbine, in cui non venga alterata la biodiversità, in condizioni geologiche e geofisiche in grado di sostenere l’impatto di grandi strutture come quelle delle centrali nucleari con reattori del tipo EPR3, di progetto e costruzione francese; un luogo in cui non esistano rilevanti presenze paesaggistiche e storico-architettoniche, di facile accessibilità, distante da aree abitate e da infrastrutture di trasporti, in cui sia accessibile il collegamento alla rete elettrica nazionale e lontano da rischi potenziali di attività umane.

Un insediamento nel sito di cui si parla maggiormente, quello di Montalto di Castro, accanto alla centrale termoelettrica a carbone da 2400 megawatt, potrebbe usare per il raffreddamento l’acqua del mare in cui peraltro già arrivano le acque calde rigettate dalla centrale a carbone, ma il sito è a ridosso della linea ferroviaria e della statale Aurelia, le due grandi vie di comunicazione che collegano il Sud d’Italia con il Nord e la Francia; l’aria di Montalto è già inquinata dai fumi del carbone e tutto intorno sono sorti insediamenti turistici.

Nei mesi scorsi il governo, come cortina fumogena, ha fatto mettere in circolazione vari nomi di altre località in cui potrebbero essere insediate le centrali, da Termini Imerese, al delta del Po, dalla Puglia, al Molise, a Caorso, dove, nella golena del Po, giace la vecchia centrale nucleare abbandonata. Un attento esame mostra che nessun luogo in Italia è adatto come sito per una centrale nucleare secondo le norme di sicurezza internazionali.

Il governo, che con un’altra legge ha deciso di insediare le centrali nucleari scavalcando gli enti locali, cercherà forse di utilizzare terre demaniali o militarizzate, ma anche così, per far passare il milione di tonnellate di cemento, acciaio, macchinari, cariche di combustibile nucleare e cantieri, finirebbe per scontarsi con vincoli territoriali e diritti umani. E i diritti umani non saranno facilmente soffocati neanche con l’intervento delle forze armate.

Ancora peggiore è la situazione per quanto riguarda la sistemazione dei residui delle attività nucleari, dei materiali altamente radioattivi già accumulati durante la prima sciagurata avventura nucleare italiana e di quelli che nuove centrali produrrebbero in continuazione e per decenni in futuro.

Da decenni in tutto il mondo i vari paesi cercano una sepoltura sicura per le scorie radioattive che debbono essere tenute lontano dalle acque e da qualsiasi forma di vita, in cimiteri che dovrebbero essere sicuri e inaccessibili per migliaia e diecine di migliaia di anni.

Proprio di recente le due più “favorite” proposte di depositi sotterranei di scorie nucleari, quella nella montagna di Yucca Mountain nel Nevada, negli Stati Uniti, e quella nei giacimenti sotterranei di sale di Gorleben in Germania, sono state abbandonate dai rispettivi governi perché considerate inaffidabili. E così i milioni di tonnellate di scorie radioattive restano sparse nel mondo, in Inghilterra, e negli Stati Uniti, in Francia e Giappone, in Russia e Cina — e in Italia, una condanna per le generazioni future che dovranno fare la guardia a questi depositi per tempi lunghissimi; quando saranno passati tanti secoli quanti quelli che ci separano dai tempi dei Faraoni, molte scorie radioattive, prodotte dalle attività militari e dalle centrali commerciali nel mondo, avranno ancora il 70 per cento della radioattività odierna. E in queste condizioni volete continuare a moltiplicare le centrali nucleari e proprio in Italia e proprio quando altri paesi nucleari si stanno disimpegnando dall’avventura in cui si sono impantanati anni fa ?

Le società industriali e quelle che si stanno avviando sulla via della modernità avranno bisogno di energia, ma per fare che cosa? di elettricità per far funzionare quali macchine e dispositivi? per produrre quali merci? Per motivi ecologici e geopolitica è certo necessario utilizzare di meno le fonti combustibili fossili: carbone, petrolio, gas naturale; la soluzione però deve essere cercata non certo nell’energia nucleare, ma nella revisione dei cicli produttivi e dei consumi, nell’uso delle fonti di energia rinnovabili tutte derivate, direttamente e indirettamente, dal Sole: l’unico reattore nucleare accettabile, alla distanza di sicurezza di 150 milioni di chilometri, che trattiene al suo interno le sue scorie radioattive e che funziona senza incidenti inviandoci tutta l’energia ci cui abbiamo bisogno per sempre.

L’enorme quantità di soldi che dovrebbero essere investiti in un programma di centrali nucleari consentirebbe, in alternativa, reali progressi nell’utilizzazione delle fonti energetiche rinnovabili che assicurano, loro sì, lavoro, ed energia pulita disponibili ogni anno, indipendenti dalle importazioni di materie o di tecnologie. Le centrali nucleari appaiono così il volto più vistoso della megamacchina di cui parlava Lewis Mumford nel 1970, la struttura tecnologica con cui il potere economico manifesta la sua violenza contro le popolazioni e l’ambiente. (Giorgio Nebbia)

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“Prefazione” di Giorgio Nebbia al libro “SCORIE (l’irrisolto nucleare)” di Virginio Bettini, ed. UTET libreria, Torino, 2006
La radioattività è sempre esistita intorno a noi. Georg Bauer, detto Agricola (1494-1555), nel suo trattato di tecnologia mineraria, racconta che i minatori che scavavano minerali di argento nelle montagne metallifere a Joachimsthal (Jachimov, nella Repubblica Ceca), si ammalavano perché l’aria era infestata da «spiritelli maligni», che probabilmente erano i vapori di radon emessi dall’uranio e dal radio presenti nelle rocce. La parte che non serviva a fini metallurgici veniva scaricata come inutili scorie nei pressi delle miniere.

E quando Marie Curie (1867-1934), per la sua tesi di laurea, cercò di identificare la misteriosa sostanza che accompagnava l’uranio e che impressionava le lastre fotografiche molto più dello stesso uranio, si fece mandare, a sue spese — una povera studentessa polacca a Parigi, moglie di un assistente universitario — un carico di scorie proprio da Joachimsthal.

Ci vollero mesi per scomporre quei detriti rocciosi, per separare gradualmente una frazione ricca di uranio e per frazionare dai sali di uranio i sali della sostanza, molto più radioattiva, che fu chiamata radio. Il genio era stato fatto uscire dalla bottiglia magica ed era ora possibile guardarlo in faccia: il raggio che uccide e risana, che permette di fermare il cancro, ma che, nello stesso tempo, provoca il cancro se una persona sana viene esposta troppo a lungo a esso; di tumore morì, per il prolungato contatto con i sali di radio e polonio, la stessa Marie Curie.

I primi decenni del Novecento furono segnati dalle prime attività industriali di estrazione dei minerali di uranio, di produzione di uranio e radio e dalla scoperta che molte morti di lavoratori dovevano essere attribuite alla esposizione alla radioattività delle scorie di varie attività minerarie e metallurgiche (una pagina della storia ecologica e industriale tutta ancora da scrivere).

Ma la storia delle scorie radioattive di cui parla questo libro comincia un po’ più tardi; le ricerche dei Curie e dei pionieri stimolarono la curiosità e la voglia di capire perché alcuni elementi potevano liberare materia ed energia. Nel corso di pochi anni fu ricostruita la struttura del nucleo atomico e fu possibile osservare che in alcuni elementi, per esposizione alle nuove particelle, alfa e beta, e alle radiazioni gamma, i nuclei originali si trasformano nei nuclei dello stesso o di altri elementi; l’analisi dei bilanci energetici di queste trasformazioni mostrò ben presto che alcuni nuclei di elementi pesanti, come uranio e torio, addirittura subiscono fissione con «perdita di massa» e liberazione di una grande quantità di energia, proprio come Einstein aveva previsto mezzo secolo prima, descrivendo il processo che si ha ogni volta che una massa «si trasforma» in energia.

I lettori perdonino questa esposizione imprecisa e popolare.

Intanto siamo arrivati al 1939 e alla gente del mestiere apparve chiaro che «sarebbe dovuto» essere possibile, con adatti accorgimenti tecnici, provocare artificialmente la fissione dei nuclei di uranio e «raccogliere» il calore così liberato da usare al posto di quello che allora era ottenuto bruciando il carbone o il petrolio. Il 2 dicembre 1942, come è ben noto, Fermi e altri scienziati dimostrarono sperimentalmente che era possibile produrre, per fissione nucleare, energia sia per azionare navi, sia come esplosivo militare.

La vera storia delle scorie radioattive, con cui abbiamo a che fare oggi, cominciò con una gigantesca catena di imprese industriali e impegni finanziari: bisognava trovare minerali di uranio, che esistono in natura, sia pure non molto abbondanti; trattare meccanicamente e chimicamente questi minerali, lasciandosi dietro quel po’ di radio e di radon che sempre accompagna le rocce contenenti uranio (le prime scorie nucleari sono quelle di miniera), per ottenere l’ossido di uranio come «yellow cake» (1 tonnellata di ossido si lascia dietro circa 500 tonnellate di scorie minerarie e chimiche in qualche misura radioattive); bisognava trasformare l’ossido di uranio in fluoruro di uranio, una forma chimica che consente la separazione dell’isotopo-238, il più abbondante (99,3% del totale), dall’isotopo-235 (0,7% del totale), l’unico capace di subire fissione. Sono così stati inventati diversi sistemi di separazione dei fluoruri dei due isotopi, dotati di diversa volatilità, o per diffusione gassosa o per centrifugazione.

In ciascun passaggio si formavano residui contenenti uranio-238, «impoveriti» del più «utile» uranio-235, residui blandamente radioattivi e inutili, fino a quando l’uranio non ha trovato impiego in leghe metalliche, adatte per proiettili perforanti, per corazze di carri armati e in alcuni altri usi industriali. Uso già fatto dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, come ricorda nelle sue memorie il ministro nazista degli armamenti Albert Speer.

Ma la vera merce preziosa è l’uranio arricchito, contenente circa il 3% di uranio-235, adatto per alimentare i reattori commerciali, o contenente oltre il 70-80% di uranio-235, adatto per bombe atomiche.

L’«età dell’oro», si fa per dire, o l’«età della morte», è quella degli anni dal 1942 al 1945; in quel brevissimo periodo si è capito tutto quello che occorreva per la bomba. Nel corso del processo di fissione nucleare – durante il bombardamento dell’uranio-235 con neutroni di adatta energia – insieme all’energia si forma un’affollata popolazione di altri elementi radioattivi quasi tutti fino allora sconosciuti; alcuni, come il plutonio, più «pesanti» dell’uranio e anch’essi «fissili», si formano per «attivazione» dell’uranio; uranio e nuclei transuranici per fissione generano vari frammenti radioattivi, con peso atomico di circa la metà di quello dell’uranio (cesio, rubidio, stronzio, iodio eccetera); inoltre i flussi di neutroni interagiscono con i metalli e i materiali da costruzione della struttura dei reattori che si trasformano, per «attivazione», in altri isotopi radioattivi.

Per la fretta di fabbricare sufficiente uranio e plutonio per le prime tre bombe atomiche, quelle di Alamagordo, Hiroshima e Nagasaki, le enormi quantità di scorie radioattive furono sistemate, per lo più sotto forma di soluzioni, alla meglio, nel sottosuolo, intorno ad Hanford, nello stato di Washington, dove furono installati i primi grandi impianti industriali e altrove; non c’era molto tempo da dedicare alla chimica e alla tecnologia dei rifiuti; tanto è vero che molti sono ancora lì, da qualche parte, nel sottosuolo.

Dal 1945 in avanti la formazione di scorie radioattive si è fatta sempre più rapida. L’Unione Sovietica si è inserita subito nelle attività nucleari; Inghilterra, Francia e Cina sono ormai membri del club delle potenze nucleari ufficiali; India, Pakistan e Israele hanno proprie potenzialità industriali nucleari militari; centinaia di centrali nucleari commerciali e militari, centinaia di reattori sperimentali sono sparsi nel mondo, alcuni con il loro carico di materiali radioattivi.

Tali materiali sono costituiti dal «combustibile irraggiato», le barre di uranio estratte dai reattori dopo uno o due anni di funzionamento e contenenti uranio-238, una parte residua di uranio-235, elementi transuranici e prodotti di fissione. Vi sono poi le scorie dei processi di «ritrattamento» condotti per recuperare uranio e plutonio dal combustibile irraggiato, i residui di materiali usati in medicina e diagnostica, i residui di materiali industriali (dalle punte dei parafulmini, ai dispositivi per eliminare l’elettricità statica negli ambienti di lavoro), materiali da costruzione che sono stati esposti a flussi radioattivi e in cui si sono formati elementi radioattivi di attivazione, rottami metallici contenenti metalli radioattivi (rottami e scorie di alluminio, acciaio eccetera) formatisi durante lo smantellamento di impianti o per eventi accidentali.

Si tratta di materiali diversissimi che sono classificati grossolanamente in categorie a seconda del tempo di dimezzamento, considerando che possono essere posti in depositi che debbono essere tenuti sotto controllo per mesi, o per anni e decenni o per migliaia di anni. Si tratta di uno dei capitoli più straordinari della chimica dei rifiuti, perché la loro pericolosità per la vita varia a seconda della composizione chimica, che a sua volta varia continuamente nel tempo.

Credo che nessuno sappia esattamente dove questi materiali siano, sul pianeta, che composizione abbiano e come circolino e circoleranno nella biosfera. Ci sono schegge di informazioni, associate ad alcuni incidenti, come quello di Celiabinsk nell’Unione sovietica, filtrato attraverso le maglie del segreto militare, perché alcuni biologi sovietici hanno descritto, in riviste di pubblica circolazione, come si stavano disperdendo nell’ambiente alcuni composti radioattivi che erano evidentemente stati «liberati» in seguito a un incidente o a un incendio in un deposito di scorie.

Altre fughe di materiali radioattivi si sono verificate a Sellafield in Inghilterra, in Francia e forse altrove, ma le informazioni disponibili costituiscono un capitolo ancora inesplorato della storia dell’ambiente.

Il nocciolo del dibattito, quello cui è principalmente dedicato questo libro, riguarda il tentativo di fornire una risposta alla domanda: dove metteremo le scorie radioattive esistenti, note e inventariate e quelle che continuamente si stanno formando? La risposta ragionevole è: nessuno lo sa. Nelle miniere di sale abbandonate? In terreni argillosi? In fondo al mare? Nello spazio interplanetario, lanciate da speciali missili? Pochi problemi tecnico-scientifici hanno avuto risposte fantasiose e speranzose come quello dello smaltimento per tempi lunghi e lunghissimi delle scorie nucleari.

L’aspetto drammatico è che, in totale mancanza di certezze, si continua a costruire centrali nucleari e a produrre scorie con attività commerciali e militari.

L’esposizione dei fatti in questo libro induce ad alcune considerazioni.

Primo. E possibile uscire dalla trappola in cui siamo caduti, è possibile rimettere il genio nella bottiglia? La risposta è «no». Con le scorie radioattive dovremo convivere per tutta la vita e anzi la loro quantità tenderà a crescere e assumerà, col passare del tempo, anche nuovi caratteri. Si pensi ai materiali metallici che sono radioattivi per esposizione, più o meno lunga, ad irraggiamento e che finiscono nei rottami metallici, che a loro volta sono incorporati nei metalli e negli oggetti di consumo domestico. Ci sono già state numerose segnalazioni di scorie e residui di lavorazioni metalliche che si sono rivelati radioattivi, scoperti alle dogane miscelati a rottami metallici, finiti poi in discariche o in fonderia, anche in Italia.

Circolano continue proposte, cui fa cenno anche questo libro, sul trattamento in speciali reattori dei prodotti di fissione e attivazione in modo da modificarne la composizione chimica e la radioattività, ma un’attenta analisi di tali proposte di improponibili «spallazioni», mostra che si esce da una trappola per cadere in un’altra e che il tutto è utile essenzialmente a spillare finanziamenti dai governi creduloni.

Così come sono insensate le proposte di costruire reattori nucleari «puliti» a fusione; ogni tanto qualcuno si presenta sulla scena anche in Italia (come è successo in Basilicata), promettendo una cornucopia di denaro e visibilità a quel paesino che accetterà di ospitare nel suo territorio qualche miracolosa nuova soluzione di impianto che dovrebbe, attraverso la fusione nucleare, fornire energia illimitata a basso prezzo. Non si tiene mai conto di tutte le code avvelenate che la fusione, qualora funzionasse, al di fuori delle bombe a idrogeno, in maniera controllata, genererebbe sotto for- ma di scorie radioattive, sulla cui composizione e sepoltura eterna si sa ancora meno di quanto si sappia sulle scorie delle centrali a fissione.

Secondo. Possiamo seppellire le scorie radioattive in qualche deposito per il quale possiamo chiedere alle generazioni future una sorveglianza affidabile? La risposta è «no».

Il libro riporta nel testo la celebre frase di Alvin Weinberg: «Noi nucleari proponiamo un patto col diavolo: possiamo fornire energia a condizione che le società future assicurino una stabilità politica e istituzioni quali mai si sono avute finora».

Ma proprio questa condizione è irrealizzabile e anche se fosse realizzabile dovrebbe fare i conti con problemi di cui non si vede la soluzione. Abbastanza curiosamente su tali problemi hanno richiamato l’attenzione studiosi che non sono sociologi, né ingegneri, né moralisti, ma semiologi, studiosi di meccanismi di comunicazione.

Si fa presto a dire «diecimila anni» (che comunque è meno della metà del periodo in cui la radioattività del plutonio-239, uno dei prodotti che si formano per attivazione nei reattori nucleari, il più pericoloso per la vita, perde metà della sua radioattività), ma in quale maniera sarà possibile avvertire coloro che vivranno fra diecimila anni, accanto a un deposito di scorie nucleari, che devono continuare a vigilare attentamente perché il materiale depositato non sia esposto a infiltrazioni di acqua, non venga a contatto con forme viventi?

Il semiologo americano Thomas Sebock nel 1984 ha scritto, per conto dell’Office of Nuclear Waste Isolation, un saggio intitolato: Pandora’s box: why and how to communicate 10.000 years into the future, «General Semantics Bulletion», 1984, 49, pp. 23-45, un tema ripreso da Umberto Eco nello scritto: «Alla ricerca di una lingua perfetta».

Diecimila anni sono un periodo nel quale possono nascere e scomparire interi imperi; appena pochi secoli dopo la fine dei faraoni era scomparsa anche la conoscenza di come leggere i geroglifici. Se dovessimo mettere un avviso, all’ingresso dei depositi di scorie: «Attenzione: non avvicinatevi», in quale lingua dovremmo scrivere il messaggio? Con quali segni? Chi tramanderà la leggibilità di tale messaggio?

Sebock ha scartato immediatamente la possibilità dell’uso di qualsiasi tipo di messaggio verbale o di segnale elettrico che richiederebbe una fonte di elettricità continua, o messaggio olfattorio, che sarebbe di breve durata, o qualsiasi forma di ideogramma o pittogramma. Sebock ha notato che oggi, quando osserviamo le pitture rupestri delle società primitive di poche migliaia di anni fa, ci è difficile dire se i personaggi stavano cacciando o ballando o combattendo fra loro.

Sebock ha suggerito che occorrerebbe organizzare una «casta sacerdotale atomica», un «atomic priesthood», di durata eterna, in grado e col compito di tramandarsi nel corso delle 300 generazioni che si susseguirebbero nei diecimila anni, la lingua e il significato di quel cartello apposto sul cimitero delle scorie radioattive e dei residui delle centrali e degli impianti contenenti materiali radioattivi.

E poi su quale supporto l’eventuale messaggio custodito dai sacerdoti atomici può essere tramandato a tutti gli abitanti del pianeta per 300 generazioni? Vari autori hanno trattato, dopo Sebock, il problema della comunicazione del pericolo a chi vivrà fra migliaia di anni.

Il 27 settembre 2005 il notiziario telematico «Apogeonline», nel citare un progetto inglese di otto miliardi di sterline per un deposito in cui stivare i residui dello smantellamento delle centrali nucleari, si soffermava sul tipo di supporto materiale sul quale si dovrebbero depositare, per le generazioni future, le informazioni sulla pericolosità del contenuto del deposito di scorie radioattive, con tanto dei necessari dati, diagrammi e disegni tecnici. Si possono scartare subito i supporti informatici, dal momento che la maggior parte del materiale informatico odierno sarà illeggibile fra poche diecine d’anni. Qualcuno ha pensato di ricorrere … ai papiri, i supporti che ci sono pervenuti quasi leggibili, sia pure quasi incomprensibili, a quattromila anni dalla loro redazione.

Terzo. Si possono, in qualche maniera, attenuare le conseguenze negative della gestione delle scorie nucleari? Sì e no.

I professori di tecnologie nucleari accusano i critici di questa forma di energia di aver provocato una disaffezione e un disincanto dei giovani universitari verso questa branca dell’ingegneria e della chimica. A mio modesto parere, invece, proprio l’attuale situazione potrebbe mobilitare e attrarre molti giovani verso gli studi di tecnologia nucleare. I giovani dovrebbero occuparsi del nucleare con coraggio, non per alimentare fumose speranze e illusioni di un mondo pieno di centrali nucleari che ci libererebbero dalla schiavitù del petrolio e dallo spettro dell’effetto serra, di centrali a fusione, un po’ calda o un po’ fredda, di sempre «più perfette» bombe e bombette nucleari, capaci di stanare i terroristi dalle caverne, ma per affrontare i giganteschi problemi chimici, fisici, ingegneristici, biologici, urbanistici, geologici, economici, istituzionali, associati alla sistemazione delle scorie delle centrali, delle fabbriche di armi atomiche, dei rottami radioattivi, per la sistemazione dei tanti materiali radioattivi intorno a noi.

Forse a questi studenti futuri di tecnologie nucleari bisognerebbe richiedere, come si fa col giuramento di Ippocrate per i medici, di impegnarsi per fermare la proliferazione di impianti nucleari commerciali e militari che producono quelle scorie su cui loro dovranno lavorare per seppellirle. Se questa grande rivoluzione non sarà fatta e non sarà accettata da tutti i paesi, l’umanità sarà dilaniata da conflitti sempre più gravi e costosi.

Quarto. Qualsiasi successo di qualsiasi tecnologia di sepoltura dei materiali radioattivi sarà impossibile senza una partecipazione e una cultura popolare. Purtroppo i movimenti di contestazione si sono sempre rivelati di breve durata; finito il pericolo (annullato il progetto di costruzione di una centrale o di un deposito di scorie «a casa sua»), ciascuno torna al suo lavoro e dimentica tutto.

L’autore di questo libro ricorda che riuscimmo ad allontanare il pericolo delle centrali nucleari a Montalto di Castro e a Carovigno, a Mantova e a Termoli eccetera, cominciando con un’alfabetizzazione tecnico-scientifica delle popolazioni locali che, dopo qualche settimana, sapevano replicare alle sirene dell’ENEA e dell’Enel contestando i singoli dati a suon di neutroni, di rem, di tossicità del cesio e dello stronzio! Che fine ha fatto questo patrimonio di cultura popolare? Direi che è scomparso. Chi, fra i ventenni di oggi, ha mai sentito parlare delle lotte di San Benedetto Po, che pure durarono alcuni anni? Sono scomparsi i documenti, gli archivi, le persone. Ma del resto chi, fra i ventenni di oggi, sa che cosa è successo a Hiroshima, al di là di una generica risposta: «bomba atomica», o a Chernobyl, al di là di una generica risposta: «centrale nucleare»?

Perfino le più recenti lotte popolari contro il progetto di confinamento di scorie radioattive in una caverna da scavare in un deposito di sale nel sottosuolo di Scanzano, in Basilicata, sono ormai un ricordo. Per ricostruire la passione civile di quel novembre 2003 ormai restano le rassegne stampa e il documentato libro di Rossella Montemurro, «I giorni di Scanzano. Cronaca di un accidente nucleare», Roma, Ediesse, 2004. Smantellate le trivelle a Scanzano, il fiammifero acceso delle scorie nucleari passerà a qualche altro paese d’Italia che dovrà ricominciare il cammino di informazione e documentazione per far fronte a chi ne vorrà usare il territorio per crearvi il mortale cimitero.

Ai tempi di Scanzano mi ero permesso di suggerire di organizzare, sulla base delle conoscenze acquisite nelle settimane di lotta, un centro nazionale di documentazione popolare che permettesse di socializzare tali conoscenze con le molte future «Scanzano» che sono e saranno investite da simili problemi. Finora ben poco si è fatto, nonostante qualche buon sito e blog su Internet, che però passa quasi inosservato nel gran chiasso della rete globale.

Nello stesso tempo continua vivace il lavoro, presso i centri del potere politico ed economico, dei gruppi di propaganda filonucleare che, con l’aiuto di diligenti scienziati, di quei nipotini del dott. Ure che minimizzava qualsiasi pericolo e danno della nascente rivoluzione industriale inglese, tranquillizzano sulla fattibilità di depositi di scorie e sulla convenienza di nuove centrali nucleari.

Quinto. Alla luce dell’attuale situazione dobbiamo imporci di fermare non solo la costruzione di nuove centrali nucleari, ma di fermare gradualmente il funzionamento delle centrali esistenti e soprattutto le operazioni dei reattori che producono i materiali fissili, il cui possesso è desiderato sia dalle potenze nucleari, sia dai paesi con ambizioni nucleari, sia dai gruppi terroristici.

Dobbiamo impegnarci perché sia fatto qualche passo, davvero, verso l’attuazione di quanto disposto dall’«articolo sei» del trat- tato di non proliferazione nucleare che impone ai paesi firmatari di avviare iniziative concrete per un disarmo totale nucleare, premessa per un disarmo totale planetario. Disarmo nucleare significa rallentare e fermare le attività di arricchimento dell’uranio, solo apparentemente giustificate dall’alimentazione dei reattori commerciali e le attività di recupero del plutonio dal combustibile irraggiato, solo apparentemente giustificato dall’alimentazione con ossidi misti di uranio e plutonio dei reattori commerciali.

Il disarmo nucleare e la disattivazione delle armi nucleari esistenti metterebbero in circolazione enormi quantità di materiali radioattivi che vanno ad aggiungersi a quello esistente, ma almeno potrebbero segnare un rallentamento e la fine della produzione di sostanze e scorie radioattive. Se ci fermassimo oggi ci sarebbe già un bel da fare lungo decenni per sistemare le scorie esistenti, ma almeno non aumenterebbe ulteriormente la massa di materiali mortali con i quali fare i conti in futuro.

Eppure il mondo va avanti proprio in direzione opposta, con proliferazione delle attività nucleari, sia commerciali, sia militari. Lo dimostrano anche i dibattiti del 2005 sui tentativi di fermare la corsa agli armamenti nucleari di Iran e Corea del Nord, paesi che si dichiarano disposti a rinunciare alla produzione di armi a condizione che possano moltiplicare le centrali nucleari commerciali. Intanto i paesi nucleari «ufficiali» continuano a perfezionare le proprie armi nucleari, sempre «più perfette» piccole e devastanti e continuano a tenere in efficienza le trentamila bombe nucleari esistenti nel mondo, cinquemila in stato di permanente allarme, ormai insensato davanti alla fine di un ruolo di deterrenza che ne ha giustificato per decenni l’esistenza: tu, nemico, non lancerai una bomba nucleare contro di me, altrimenti le mie bombe nucleari ti stermineranno. Ma chi è oggi, nell’era dei commerci globali, il nemico se non noi stessi?

Il fervore nucleare commerciale e militare è confermato dalla ripresa dell’estrazione e del commercio dell’uranio il cui prezzo, sceso e rimasto a lungo al livello di una diecina di dollari per libbra di ossido, un quarto dei 40 dollari per libbra che era il prezzo ai tempi del trionfo del nucleare (anni 1960-1980), dall’inizio del 2000 ha ricominciato ad aumentare, a 30 dollari per libbra nel 2005, come risultato di nuove attività di estrazione e di arricchimento. L’ossido di uranio estratto dalle miniere è passato da 41 a 48 mila tonnellate dal 2000 al 2005.

Sesto. Chi ci salverà? «Forse» la conoscenza diffusa, «forse» la presa di coscienza popolare dei pericoli cui stiamo andando incontro come umanità. Purtroppo i temi trattati in questo libro sono assenti dal dibattito e dai programmi politici, dal chiacchiericcio sulla crescita-decrescita, su un’ipotetica futura società sobria e felice. Parlate, parlate, fate incontri e convegni: intanto chi veramente conta, nel complesso militare-industriale, si frega le mani per la contentezza, va avanti a passo sicuro e, nel nome dei propri affari, aiuta il mondo a scivolare verso un abisso di instabilità, insicurezza e violenza. Giorgio Nebbia

………………..

“Introduzione” di Virginio Bettini al suo libro “SCORIE (l’irrisolto nucleare)”, ed. UTET libreria, Torino, 2006
In Cento soli (approssimazione del Bhagavadgita: «Se nel cielo divampasse simultaneamente la luce di mille soli, sarebbe come lo splendore dell’Onnipotente», citato da J. Robert Oppenheimer, allibito da ciò che aveva contribuito a creare, quando la prima atomica incendiò il deserto del New Mexico), il fotografo americano Michael Light ha raccolto cento fotografie ufficiali tratte dall’archivio dei laboratori di Los Alamos e dagli archivi di stato americani (Light, 2004).

Tra queste immagini di esplosioni nucleari ne ho individuato una, a mio avviso molto significativa: l’esplosione della bomba atomica Climax, 61 kilotoni, avvenuta nel 1953 nel deserto del Nevada, dove gli Stati Uniti collocheranno le proprie scorie nucleari. Un perfetto fungo premonitore.

Chiuso il libro di Light, ho compiuto due passi indietro. Sono andato a rileggermi i due testi che avevo pubblicato a cavallo degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso sui problemi della incompatibilità ambientale del nucleare, con riferimento ai problemi dei siti possibili ove confinare le scorie, ovvero i «siti impossibili» che segnavano pollice verso per il nucleare (Bettini, 1978, 1981). Ho anche ritrovato un articolo che scrissi venti anni fa sul quotidiano «Avvenire» (Bettini, 1985) in cui si esaminavano alcuni siti «possibili» per i rifiuti nucleari prodotti negli Stati Uniti: Deaf Smith County nel Texas, Hanford nello Stato di Washington e Yucca Mountain in Nevada, Davis Canyon, ai margini del Parco Nazionale dei Canyons, in Utah e il giacimento di sale di Richton Dome in Mississippi.

Si avviava il primo scontro sui siti destinati al confinamento delle scorie che avrebbe visto perizie, controperizie, confronti, dibattiti pubblici, valutazioni di impatto ambientale, per finire nell’ovvio, ovvero la scelta del sito ben controllato dai militari: Yucca Mountain.

Il sito nel Texas, Deaf Smith County, cinquanta kilometri da Amarillo, è stato scartato in quanto zona agricola con riserve idriche destinate anche a Stati limitrofi. Hanford, Stato di Washington, avrebbe potuto contaminare le falde sotterranee e il fiume Columbia. Davis Canyon si trova ai margini di un Parco Nazionale, mentre il giacimento di sale di Richton Dome non è considerato sicuro.

La scelta quindi è caduta su Yucca Mountain perché sito più consono luogo alla filosofia nucleare: all’interno della A51, sito di test nucleari superficiali e sotterranei, di un’ipotetica presenza extraterrestre, ma, fondamentale, completamente sotto controllo militare.

Ho visitato il sito nell’aprile del 2004 e ne ho scritto per «Il Manifesto» (Bettini, 2004).

Ho trascorso tutto il mese di giugno 2005 tra la Biblioteca del Congresso a Washington, dove ho potuto accedere ai documenti delle audizioni sui diversi siti, le aree del Panhandle Texano e del Paradox Basin, tra Utah e Colorado. Non mi è stato concesso l’accesso ad Hanford. Ho ascoltato tanti pareri e ho maturato le mie impressioni da sessantenne, impegnato da trent’anni contro il nucleare.

Questo libro ve le propone, ma in primo luogo vorrei che leggeste qual’è stato il primo impatto con la realtà di Yucca Mountain. Virginio Bettini

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Recensione e ripresa di parti del libro

“Scorie. L’irrisolto nucleare” un libro di Virginio Bettini (edizioni UTET, 2006)

Negli Stati Uniti come luogo di deposito delle scorie nucleari è stato scelto Yucca Mountain, nel Nevada, un’area collocata all’interno della A 51, sito di test nucleari superficiali e sotterranei, di un’ipotetica presenza extraterrestre, ma soprattutto, completamente sotto controllo militare. In Italia un tentativo simile è stato fatto a Scanzano Jonico suscitando un’agguerrita protesta da parte degli abitanti della regione. Il nocciolo del dibattito, quello a cui è principalmente dedicato “Scorie”, riguarda il tentativo di dare una risposta alla domanda: dove metteremo le scorie radioattive esistenti, e quelle che continuamente si stanno formando? Nelle miniere di sale abbandonate? In fondo al mare? Nello spazio interplanetario, lanciate da speciali missili? Pochi problemi tecnico-scientifici hanno avuto risposte fantasiose e speranzose come quello dello smaltimento delle scorie nucleari.

Pagina 132

3.7 Nessuna scelta dopo la rivolta di Scanzano
Al momento attuale la situazione delle scorie nel nostro paese è la seguente: 1.500 tonnellate di combustibile irraggiato, provenienti dai vecchi impianti di Latina e del Garigliano sono stoccate in Gran Bretagna, a Sellafield.  Altre 62 tonnellate di combustibile irraggiato, non inviate al riprocessamento in Gran Bretagna, sono immagazzinate presso il disattivato reattore Superphenix di Creys Malville. Il 99% della radioattività italiana sarà trattato in Francia o in Inghilterra. Si tratta delle barre di combustibile irraggiato che sono l’eredità dell’esperienza nucleare conclusasi nel 1987.

L’uranio e il plutonio, il 97% del materiale, verranno riutilizzati e a noi tornerà un 3% di cui non sapremo cosa fare. Ce le rimanderanno a casa entro 20 anni.

L’allora ministro delle attività produttive, Antonio Marzano, ha firmato, il 2 dicembre 2004, un decreto che in pratica cancella quello dei 2001, il quale prevedeva lo stoccaggio nelle centrali. La Sogin, la società pubblica presieduta dal generale Carlo Jean, pubblicamente bocciata dalla rivolta di Scanzano, ha scelto un’uscita laterale di una certa sicurezza: avviare una gara d’appalto rivolta ai due impianti europei in grado di trattare le scorie, l’impianto Bnfl di Sellafield in Inghilterra e l’impianto Cogema di La Hague, in Francia.

Invierà, al migliore offerente, 235 tonnellate di combustibile irraggiato a un costo che si aggira attorno ai 300 milioni di euro. Sogin non avrà problemi economici. Dal 2001, ogni italiano, per ogni kilowattora consumato, versa 1,22 lire per lo smaltimento del parco rifiuti nucleari. Tra l’aprile del 2003 e il gennaio 2005 hanno preso la strada di Sellafield le 53 tonnellate stoccate nel deposito Avogadro di Saluggia (Vercelli). Le scorie non rientreranno prima del 2012.  Costo 80 milioni di euro, grazie a un contratto che risale al 1980.

Le barre, lunghe 4 metri e del diametro di un centimetro, viaggiano in contenitori corazzati a prova di arma anticarro chiamati cask. Caricati su camion o treni speciali fino a Dunquerque, da dove si imbarcano per l’Inghilterra. Le scorie ad alta attività che l’Italia prima o poi dovrà riprendersi, torneranno trasformate in manufatti di vetro vulcanico, una sorta di ossidiana, disperse nell’impasto con cui si fa il vetro e inglobate in colonne alte 1 metro e mezzo (Porqueddu, 2004).

(…)

La mancanza di una linea comune, di un progetto che consenta di affrontare il problema delle scorie nucleari condiziona la possibilità di collaborazione. I laboratori e le lobbies nucleari non si confrontano, si combattono, e la globalizzazione non favorisce il dialogo.

Si rilevano anche casi di ritorno a vecchi errori, come in Russia. I russi stanno ipotizzando di riattivare la vecchia discarica di Mayak, negli Urali, dove, negli anni Cinquanta del Novecento, i rifiuti nucleari raggiunsero il fiume, contaminando 272.000 persone.

Una sola esplosione in un limitato deposito di rifiuti nucleari, sempre in Unione Sovietica, nel 1957, a Celiabinsk, rese sterili migliaia di ettari di territorio, provocando tumori nella popolazione. A questo proposito consiglio ai lettori, se già non lo conoscono, il libro di Medvedev «Disastro atomico in URSS» che riguarda specificamente l’incidente alle scorie radioattive di Celiabinsk. Putin ora avrebbe deciso di riaprire l’area per importare scorie fino a 20.000 tonnellate, il che significherebbe 20 miliardi di dollari cash, con le conseguenze di un costo, in prospettiva, incalcolabile in termini di rischio e danno ambientale per le generazioni future. (Virginio Bettini)
“Scorie. L’irrisolto nucleare”

3.8 La Corte Costituzionale cancella la protesta antinucleare

La sentenza numero 62 emessa dalla Corte costituzionale, in data 13 gennaio 2005, ha praticamente cancellato le proteste antinucleari delle Regioni Sardegna, Basilicata e Calabria che, nel 2003, con tre leggi regionali, dichiararono denuclearizzato il proprio territorio.

Una dichiarazione d’illegittimità dal punto di vista giuridico, una stroncatura dal punto di vista politico.

Dopo questa sentenza della Corte, nessuna regione potrà autoproclamarsi denuclearizzata, come non potrà impedire che, sul proprio territorio, transiti materiale nucleare. Al tempo stesso però il Governo, che dispone di competenza esclusiva dal punto di vista ambientale, non dovrebbe più poter decidere da solo per quanto attiene alla localizzazione d’impianti e depositi, ma dovrebbe basarsi sull’accordo con le regioni interessate.

Un colpo al cerchio ed uno alla botte, lontano dalla chiarezza e sempre più nell’equivoco (Massari, 2005). La decisione è grave perché, se la linea dell’Unione Europea si mantiene al livello di lasciare a ciascuno stato membro l’iniziativa per la soluzione del problema delle scorie nucleari e la questione non viene affrontata a scala globale in maniera seria e definitiva, in Italia il sito di Scanzano resterà ipotesi aperta nonostante le affermazioni dei politici e la scarsa chiarezza degli scienziati allineati.

Ora però l’ineffabile generale Jean, commissario straordinario della Sogin, ci riprova disponendo la creazione di un nuovo sito a Saluggia, senza VIA e senza che il Comune modifichi il piano regolatore. Vince, in negativo, il principio dell’interesse nazionale. Il sito di Saluggia ospita tre impianti nucleari ed oltre 4.000 m3 di rifiuti radioattivi. Si tratta di una «pattumiera nucleare» che andrebbe messa in sicurezza al più presto. A Saluggia si sta configurando un vero e proprio, futuro deposito di rifiuti nucleari di tipo D-2, a bassa radioattività e D-3, ad alta attività, integrato nel deposito Cemex (Massari, 2006b).

Il comune di Saluggia non ha approvato il piano di variante che consente gli interventi Sogin. Lo ha solo adottato. Il Parco del Po, in cui è localizzato il centro di 4.000 abitanti di Saluggia, non ha riconosciuto alcuna urgenza o necessità: «ha solo preso atto» (Massari, 2006b). (Virgionio Bettini)

“Scorie. L’irrisolto nucleare”

Pagina 139

4. Principi di precauzione
Abbiamo visto come il problema delle scorie nucleari non si risolva semplicemente attraverso ipotesi di stoccaggio in strutture geologiche profonde. Dopo la separazione dell’uranio e del plutonio, gli altri elementi pesanti e i prodotti di fissione rappresentano, per i reattori ad acqua, una massa di circa il 3% del combustibile irraggiato.

In un primo momento sono collocati, sotto forma di soluzione liquida, in contenitori di acciaio a doppia parete, poi vetrificati in borosilicati per resistere a eventuali aggressioni fisico-chimiche. I rifiuti ad alta attività sono trattati con cemento speciale o fusi in lingotti metallici, quelli a media o debole attività sono inglobati in cemento, resine o bitume.

Siamo quindi a una svolta importante. Fino a ora, se le emissioni alfa di lungo periodo erano sufficientemente deboli, lo stoccaggio avveniva in superficie, basti pensare al centro di stoccaggio della Manica, presso l’impianto francese di La Hague, ormai saturo, che presenta una capacità di 500.000 metri cubi e al nuovo deposito francese di Soulaines-Dhuys nella Aube.

I tempi non sono certamente brevi, ma, in alcune centinaia d’anni, la radioattività di questi prodotti sarà irrilevante e i siti di stoccaggio potrebbero essere recuperati (Reuss, 1999).

I prodotti che contengono quantità notevoli di emettitori alfa pongono invece un problema a lungo termine, di milioni di anni, in particolare quando si tratta di combustibile irradiato che non sia stato ritrattato. In Francia, al momento, le scorie ritrattate e vetrificate sono provvisoriamente stoccate in pozzi di cemento ventilati nei pressi degli impianti di vetrificazione di La Hague sulla Manica e di Marcoule (Gard).

Anche se non è urgente — il limite è stato fissato per il 2010 circa — una decisione deve essere presa. Una soluzione radicale sarebbe l’invio di questi materiali verso il sole, una soluzione che però non sembra affatto realista, considerate le incognite delle tecniche spaziali. La soluzione più semplice sarebbe la sistemazione a centinaia di metri di profondità in formazioni geologiche stabili e impermeabili, in siti in cui il rischio di future intrusioni umane sia debole.

Si studia anche l’incenerimento di questi noccioli pesanti nel reattore (oppure utilizzando un acceleratore di particelle): sotto l’azione dei neutroni essi subirebbero finalmente la fissione, trasformandosi in prodotti il cui periodo sarebbe più breve (meno di una decina d’anni per la maggior parte). Questo problema — che interessa le generazioni a venire — impone di valutare e considerare non solo gli aspetti tecnici, ma anche quelli sociali ed etici (Reuss, 1999).

Ipotesi «creative» di smaltimento delle scorie non sono mancate in passato, anche se le grandi potenze nucleari si stavano sempre più orientando verso lo smaltimento in profondità, in formazioni geologiche stabili. Si tratta delle soluzioni cui abbiamo già accennato nel secondo capitolo, ma che necessitano di alcune righe di approfondimento.

Negli anni Settanta del secolo scorso si parlava della possibilità di collocare i contenitori dei rifiuti nucleari sulla calotta dell’Antartide, dove, grazie al calore prodotto, avrebbero fuso il ghiaccio, aprendosi la strada verso la sottostante piattaforma rocciosa.

Il vantaggio di quest’ipotesi starebbe in una situazione di bassa densità di popolazione in area polare e nella stabilità stessa dei ghiacci. L’ipotesi viene messa in gioco dalle prospettive di cambiamento climatico, dai costi e dalle condizioni meteo. Resta il fatto che questa soluzione può essere presentata solo come elemento di cronaca storica, avendo il Trattato Antartico del 1959 proibito ogni stoccaggio di materiale nucleare e scorie sul continente Antartico.

Un’altra, non so fino a che punto originale e scientificamente attendibile proposta, è stata quella di collocare i contenitori sul fondo dell’oceano in aree di movimenti geologici, in modo che le scorie potessero essere inglobate nella crosta terrestre. La Convenzione di Londra, dell’ottobre 1993, ha bandito, fino al 2018, la possibilità di stoccare le scorie sul fondo del mare. Dopo il 2018, la «sub-seabed disposal option», potrà essere ridiscussa e riconsiderata a intervalli di 25 anni.

Erano i tempi in cui il nucleare era definito «scelta responsabile» dal FIEN, il Forum Italiano per l’Energia Nucleare (FIEN, 1977), sulla base della semplice constatazione che i rifiuti nucleari prodotti per fornire tutta l’energia elettrica consumata da un individuo per la durata della vita sarebbero pari al volume di 100 compresse di aspirina.

Negli anni Settanta, nel nostro paese, quando sembrava che nulla si sarebbe potuto opporre alla continua, indisturbata crescita del nucleare, la parola d’ordine in tema di scorie era: minimizzare. Si riteneva istruttivo fornire una dimensione pratica che traducesse le cifre delle scorie naturali. «Se tutta l’energia elettrica prodotta in Italia (160 miliardi di kWh nel 1976) fosse generata con energia nucleare (in quel tempo era meno del 3%), le scorie fortemente radioattive ammonterebbero a 0,2 g pro abitante/anno, all’incirca un chicco di riso. Tenendo conto del sistema di contenimento si arriva al volume pratico di immagazzinamento di 1 cm3 pro abitante/anno» (Knoepfel, 1979).

Areva ha acquistato su «Le Monde» un’intera pagina, il 31 marzo 2005, per porre ai cittadini la seguente domanda: «Come ottimizzare la gestione del combustibile nucleare usato?».  Ecco la risposta: «Le soluzioni ad alta tecnologia proposte da Areva consentono di riciclare, dopo trattamento, il 96% del combustibile usato. Soluzioni che permettono di gestire le scorie nucleari finali dividendo per 10 la loro tossicità e per 5 il loro volume».

Il tasto battuto è sempre il solito: in termini volumetrici, la quantità di scorie prodotte dai reattori oggi in funzione è veramente bassa.

Se il riprocessamento è adeguato, un impianto da 1000 MW, produce solo 5 metri cubi di scorie ad alta radioattività in un anno. Il volume delle scorie nucleari ad alta radioattività, generato ogni anno in Europa, assomma a 500 m3, che rappresentano un modesto 0,005% di tutti i residui tossici industriali.

L’inventiva umana può trovare una soluzione nella sfida per il loro smaltimento (Johnston, 2005). I sostenitori del nucleare ritengono che non si tratti di un problema di quantità. Il problema vero, irrisolvibile, sta nell’ormai indiscussa incapacità di isolare i rifiuti nucleari non solo dall’ambiente umano, ma anche dal complesso dei cicli biogeochimici, per centinaia di migliaia/milioni d’anni, in modo che essi possano ritornare ai livelli di radioattività del fondo naturale. Un’impresa praticamente impossibile.  (Virginio Bettini)

Carlo Rubbia, Nobel per la fisica nel 1984
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One thought on “ADDIO AL PROGETTO di ritorno al NUCLEARE IN ITALIA? Molto dipenderà dalle capacità di pensare un sistema di AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA – E non solo dalle tradizionali fonti rinnovabili ma da nuove tecnologie “oltre il nucleare” (come le “tre idee” di Rubbia)

  1. Agata domenica 3 aprile 2011 / 16:42

    Mi credete se vi dico che non riesco a capire come abbia fatto il Giappone (paese così illuminato) a fidarsi del nucleare… visto che si tratta di un’area ad ALTISSIMO rischio sismico?
    SOLO interessi economici?
    Ma poi … non sarebbe meglio programmare una VIA davvero illuminata, così che si sappia con sincerità “cosa si rischia”?
    Ma i MEDIA ci dicono la verità?

    Perdonatemi per queste domande e ad maiora.

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