MIGRANTI, profughi (clandestini?), da SUD a NORD del MEDITERRANEO: in cerca di libertà, di benessere (forse d’avventura per alcuni… ma il DIRITTO ALLA MOBILITA’ non è per tutti?) – l’angoscia primordiale di un’Europa senza progetto

Migranti in fuga dalla tendopoli di Manduria, in Puglia

   Le immagini che abbiamo visto, stiamo vedendo, alla tv di persone che fuggono (dalla tendopoli di Manduria in Puglia), a qualcuno avranno fatto venire in mente altre immagini simili (in film, documentari) che abbiamo già visto in passato. Questa volta sono quelle di giovani tunisini che fuggono dal campo profughi, e vogliono andare verso l’Europa centrale, la Francia in particolare. E’, come dicevamo, un’immagine simbolo di altre che sono accadute e accadono nella storia dell’uomo (appunto ben rappresentate nelle nostre visioni filmiche: fuga da carceri, campi di lavoro coatto, lager, città assediate…. cioè fuga da situazioni di costrizione, voglia di riacquistare libertà e futuro….).

   Qui si tratta di qualcosa di diverso rispetto a persecuzioni; lo spirito del “fuggire”, cercare la libertà è rappresentato qui da giovani (solo giovani) dei paesi del sud del Mediterraneo (in particolare tunisini) che “cercano l’avventura” per superare due ostacoli alla loro vita: la miseria e la “non libertà”… e il desiderio di “conoscere il mondo libero” rappresentato dall’Europa che loro considerano più accattivante della loro quotidianità a casa – e forse può esser vero -.

   La riflessione demografica che in questo post facciamo (riprendendo qualche studio e articolo di giornali di attenti osservatori) parte dal dire che i paesi del sud del Mediterraneo si stanno assestando su trend demografici “accettabili”. Come rileva Ersilia Francesca (docente di Storia Contemporanea dell’Economia del Medio Oriente e Nord Africa presso l’Istituto universitario L’Orientale di Napoli), la riva sud del Mediterraneo, così come altre aree in via di sviluppo, ha vissuto nel corso del XX secolo un processo di transizione demografica che è caratterizzato dal calo delle nascite, dalla netta diminuzione della mortalità infantile e dall’aumento della speranza di vita.

fuga dal campo di Manduria

   E nei paesi della sponda sud del Mediterraneo il tasso di natalità è sceso da 6,2 figli per donna nel 1980 a 3,2 nel 2002… ancor meno la Tunisia che ha raggiunto un tasso di fertilità simile o inferiore alla media mondiale (2,6 figli nel 2002). Ma il recente passato segna il trend dominante in questo momento: ci sono tanti giovani, nati negli anni dell’alto livello demografico che ora si affacciano al mondo: oggi, dei 180milioni di abitanti della sponda sud mediterranea, circa 70 milioni (40%) hanno tra i 15 e i 34 anni; tra il 1990 e il 2002 il loro livello di istruzione è salito dal 63,9% al 76,3%. Il resto lo fanno i mezzi di informazione (internet e tutto quel che ne deriva, i social network, youtube, twiter, eccetera, poi i telefonini…) che crea un villaggio globale (per niente virtuale) ancora non vissuto in Tunisia, nel Maghreb, nei paesi arabi. E la ricerca di quel “villaggio globale dei giovani” porta a salire in barconi, a correre con gambe buone che nessun campo profughi contiene, cercando lo spirito della nuova era di libertà (meglio poveri e in difficoltà ma “sentendosi” liberi nelle banlieu di Parigi, che sempre poveri e nemmeno tanto liberi a Tunisi…).

   E non è detto che non si trovi lavoro, anzi. Ad esempio, per l’Italia, il sociologo-economista Luca Ricolfi rileva (nel primo articolo che qui proponiamo) che in Italia cala sì il lavoro degli italiani, ma aumenta quello degli stranieri: e questo non per un politica “contro gli italiani” ma perché gli stranieri si adattano di più a fare qualsiasi lavoro, anche se in tasca hanno una laurea, cioè un livello di capacità e istruzione con il quale difficilmente un italiano accetterebbe di fare lavori manuali del tutto normalmente dignitosi, uguali agli altri (camerieri, pizzaioli, fattorini, autisti, badanti, muratori….), ma che sono sempre meno appetibili agli “italiani doc”.

   Pertanto gli sbarchi, la “voglia di provare” ad arrivare nell’occidente, più “libero”, che appare più adatto a offrire opportunità e modi di essere e di vivere “felici” (il consumo, la moda, lo spostarsi senza problemi…) (e son cose, lo si voglia o meno, che piacciono a tutti…) è fenomeno comprensibile, non è l’invasione degli unni, e tantomeno lo tsunami di cui parla Berlusconi.

    Chiaro che se fosse solo un problema italiano, allora sarebbe da preoccuparsi della tenuta del paese, della capacità di far fronte ad altri arrivi (oltre ai ventimila finora sbarcati a Lampedusa). Ma non lo è. Per dire, lo è di più per la Francia, alla quale i tunisini mostrano di volerla preferire (ben più dell’Italia), perché conoscono la lingua, hanno magari lì amici o parenti….

   E la “minaccia” del governo italiano nei confronti della Francia (al blocco a Ventimiglia adottato dai francesi nei confronti dei tunisini in fuga dai campi profughi nel meridione) di dare a queste persone un permesso di soggiorno temporaneo illimitato a viaggiare in tutti i paesi dell’UE, ha subito coinvolto, positivamente, i recalcitranti paesi europei d’oltralpe a farsi anch’essi un po’ carico dei flussi migratori di queste settimane. E non si capisce poi il perché accada che vi sia una tenuta assai blanda nel controllo sui campi profughi, che i loro occupanti se ne vadano così facilmente: ma lo si sta facendo volutamente, o è perché proprio non ci riesce? Dubbio amletico… o si sta volutamente creando un’emergenza?… per motivi altri, magari elettorali; che di fatto sì c’è, l’emergenza, ma non è così grave come la si vuol far apparire…

   Insomma tutto questo è per dire che noi, l’Europa, non potrà non rapportarsi adesso e nei prossimi anni con le speranze e il desiderio di vivere la libertà cittadina europea, di viaggiare, di questi giovani (che gridano in coro “liberté, liberté”) nati nella sponda sud di quel che sempre abbiamo chiamato “mare nostrum” (se vogliamo che lo sia ancora…). E’ da capire se proposte di interscambio, gemellaggio (un “erasmus” euro-mediterraneo, stage e soggiorni di formazione-lavoro, interscambi e soggiorni di comunità, un turismo intelligente, società imprenditive comuni di sviluppo di progetti economici…) possano diventare modi di integrazione europea e di sviluppo del Maghreb; e che quei paesi possano offrire ai loro cittadini strumenti di libertà e benessere che perlomeno frenino un poco il desiderio di emigrazione.

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immigrati a Lampedusa – STRAGE IN LIBIA: 68 CADAVERI IN MARE, quasi certamente di migranti morti durante una traversata verso le coste italiane, sono stati recuperati davanti alle coste libiche, nei pressi di Tripoli. La notizia, che risale a giovedì scorso, è stata confermata all’ANSA da padre Joseph Cassar, responsabile del servizio dei Gesuiti per i rifugiati a Malta, che ha detto di averla appresa da alcuni profughi eritrei che si trovano ancora in Libia. I corpi sono stati sepolti nella stessa giornata di giovedì senza che fossero stati riconosciuti. Le vittime potrebbero far parte del gruppo di 68 MIGRANTI, IN GRAN PARTE SOMALI ED ERITREI, PARTITO DALLE COSTE LIBICHE e di cui non si avevano più notizie dal 25 marzo scorso. A dare l’allarme era stato don Mosè Zerai, presidente dell’agenzia Habesha che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo. Il sacerdote aveva ricevuto una richiesta di aiuto lanciata attraverso un satellitare dagli immigrati che avevano riferito di trovarsi in difficoltà, senza viveri e con poco carburante. Un altro barcone con 335 persone a bordo risulta disperso da due settimane. L’agenzia Habesha e l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) anche in questo caso hanno dato l’allarme chiedendo che vengano intensificate le ricerche nel Mediterraneo. (da lastampa.it del 3/4/2011)

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AGLI STRANIERI I NUOVI POSTI DI LAVORO

di Luca Ricolfi, da “la Stampa” del 2/4/2011

   La situazione a Lampedusa si complica. Il mare grosso impedisce l’arrivo di nuovi migranti, ma anche il trasferimento sul continente delle migliaia di persone sbarcate nelle ultime settimane. Le navi che dovevano assicurare «in 48-60 ore» (parole di Berlusconi) lo sgombero dell’isola non riescono nemmeno ad attraccare, mentre i tunisini ammassati nella tendopoli pugliese di Manduria fuggono (o sono lasciati fuggire?) scavalcando esili reti di recinzione, o passando attraverso varchi lasciati aperti.

   Quanto alle Regioni che avevano dato la loro disponibilità a gestire i nuovi arrivati, una dopo l’altra fanno marcia indietro, o come minimo costellano di innumerevoli paletti e distinguo la loro volontà di accoglienza: sì ma solo i rifugiati politici, sì ma non nelle tendopoli, sì ma solo se nessun’altra regione si tira indietro.
   Bruttissime figure, dunque, sono in arrivo per il governo in generale (l’ennesima promessa tradita) e per la Lega in particolare, pronta a fare la faccia feroce in campagna elettorale, ma impotente – come chiunque – al momento di affrontare il problema dell’immigrazione.
   Già, ma qual è il problema? In questi giorni ho sentito due versioni. Una dice: se l’Europa se ne lava le mani, e noi italiani non riusciamo a rimandarli indietro rapidamente, il segnale di impotenza che inviamo a tutti i disperati del Nord Africa avrà conseguenze catastrofiche, perché i 20 mila migranti di questi mesi (tanti ma non tantissimi) potrebbero rapidamente diventare 50 mila, 500 mila, 1 milione. Per non parlare dei problemi di legalità: uno Stato serio non può accettare che sul proprio territorio circolino o transitino migliaia di persone non identificate, non tutte alla ricerca di un lavoro con cui campare.
   C’è anche una seconda versione, che capita di ascoltare soprattutto in casa leghista: li vogliamo rimandare a casa perché in Italia c’è la crisi, manca il lavoro, e quel poco che c’è non basta nemmeno agli italiani. Insomma, i tunisini li vogliamo mandare via non perché siamo razzisti, ma perché c’è la disoccupazione. La prima versione del problema immigrati – un Paese ha diritto di limitare gli ingressi e far rispettare le leggi – pone un mucchio di problemi morali, giuridici, pratici, ma è comprensibile, al limite del puro buonsenso. Sulla seconda versione, che sottolinea la mancanza di lavoro, ho invece molti dubbi. Sembra logica anch’essa, ma lo è meno di quanto appaia a prima vista.
   Giusto ieri l’Istat ha comunicato i dati definitivi sull’andamento dell’occupazione nel 2010, nonché i dati provvisori dei primi due mesi dell’anno. Ebbene, quei dati ci forniscono un quadro del mercato del lavoro tutt’altro che sorprendente per gli studiosi, ma in forte contrasto con molte credenze diffuse nel mondo della politica e dei media. Proviamo a sintetizzare.

   Nei primi tre anni della crisi, ossia fra la fine del 2007 e la fine del 2010, l’occupazione in Italia è diminuita di circa 400 mila unità (senza contare la cassa integrazione). Quella variazione, tuttavia, è il saldo fra un crollo dell’occupazione degli italiani, che hanno perso quasi 1 milione di posti di lavoro, e un’esplosione dell’occupazione degli stranieri, che ne hanno conquistati quasi 600 mila. Nel 2007, prima della crisi e dopo quasi vent’anni di immigrazione, gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e mezzo, tre anni dopo erano diventati 2 milioni 145 mila, quasi il 40% in più. Un boom di posti di lavoro nel pieno della più grave crisi dal 1929.
   Come è possibile? In parte lo sappiamo: gli italiani, pur non essendo molto più istruiti degli stranieri regolarmente residenti in Italia, non sono disposti a fare tutta una serie di lavori che gli stranieri invece accettano. Ma questa non è una novità. La novità è che durante la crisi l’occupazione straniera è esplosa, e continua a crescere a un ritmo elevatissimo. Anche nell’ultimo anno, con i primi timidi segnali di ripresa, gli italiani hanno perso qualcosa come 166 mila posti di lavoro, mentre gli stranieri ne hanno guadagnati ben 179 mila (+9,1%).
   È possibile che una parte dei nuovi posti di lavoro siano state semplici regolarizzazioni, soprattutto relative a «badanti» già occupate. Ma questo meccanismo può spiegare solo una parte dell’aumento, visto che – nonostante la drammatica crisi dell’edilizia – l’occupazione degli stranieri maschi è aumentata di quasi il 30% in soli 3 anni, e continua ad aumentare anche in questi mesi.
   La realtà, forse, è un’altra, più difficile da digerire per noi italiani. Nella crisi, il nostro sistema produttivo è diventato ancor meno capace di prima di generare posti accettabili per gli italiani. È per questo che gli immigrati regolari stanno lentamente, ma implacabilmente, diventando uno dei segmenti più dinamici e attivi della società italiana, come mostrano l’andamento del tasso di disoccupazione (in calo per gli stranieri ma non per gli italiani), il contributo al Pil, il valore delle rimesse verso i Paesi d’origine, il moltiplicarsi in ogni parte d’Italia delle partite Iva e delle micro-imprese gestite da immigrati: negozi, bar, officine, aziende di trasporti e di servizi.

   È triste ammetterlo, ma gli stranieri occupati in Italia sono diversi da noi non già perché «loro» sono meno istruiti e meno ricchi, ma perché somigliano a quel che noi stessi eravamo negli Anni 50: un popolo uscito da mille difficoltà e determinato a conquistarsi un futuro a colpi di sacrifici e duro lavoro.
   Visto da questa angolatura il problema dell’immigrazione assume contorni un po’ diversi. Sul versante del mercato del lavoro, il problema dell’Italia – per ora – non è di essere invasa dagli stranieri, ma di essere più adatta agli stranieri che agli italiani. Il nostro guaio non è che gli stranieri ci portano via i posti di lavoro, ma che ci ostiniamo a creare posti che né noi né i nostri figli sono disposti a occupare.

   Camerieri, pizzaioli, fattorini, autisti, badanti, muratori continuano a servire al sistema Italia. Molto meno ingegneri, tecnici specializzati, ricercatori, tutti mestieri per i quali – se si è davvero bravi – forse è meglio guardare alle opportunità che si creano negli altri Paesi avanzati che sulla scuola, la ricerca e la cultura hanno puntato più di noi. (Luca Ricolfi)

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LA MINACCIA È UN’OCCASIONE

di Mario Sechi, da “IL TEMPO” del 2/4/2011

– Serve un piano di accoglienza e rimpatri degno di una nazione civile come l’Italia. Nel governo purtroppo fino all’altro ieri ha prevalso la linea celodurista di Bossi ma così si contribuisce solo a far rumore e invece l’Italia ha bisogno di una forte, dura e risoluta azione diplomatica con l’Unione Europea. –

   Siamo entrati in un’era di shock globali, di sfide e confronti che non prevedono alcuna opzione: non puoi pensare di ritirarti, di fare spallucce. Sono problemi che arrivano lo stesso, che tu lo voglia o meno. Uno di questi si chiama demografia e quando si mixa con la fame e l’aspirazione alla libertà produce inevitabilmente movimenti di massa migratori. Il Tempo è stato uno dei primi giornali a dipingere uno scenario realistico di quel che sarebbe accaduto con la caduta del muro del Maghreb.

   Nel governo purtroppo fino all’altro ieri ha prevalso la linea celodurista di Bossi. Attenzione, non dico che la Lega non abbia ragioni sul tema, ma facendo bum! si contribuisce solo a far rumore e invece l’Italia ha bisogno di una forte, dura e risoluta azione diplomatica con l’Unione Europea – perché questo è un problema di tutti – e di un piano di accoglienza e rimpatri degno di una nazione civile come l’Italia.

   Berlusconi ieri è finalmente uscito dalla dimensione surreale dello shopping di ville a Lampedusa e ha fatto un passo avanti nell’unica direzione possibile: provocare un intervento a livello europeo, uscire dall’isolamento in cui ci siamo cacciati con le nostre mani, mettere la Francia di fronte alle sue responsabilità. Sarkozy ha sparato per primo in Libia ma non può pensare di fare lo gnorri sugli immigrati. L’Italia ha sottostimato quanto sta accadendo nel Nord Africa e sulla Libia ha commesso errori serissimi, ma non per questo deve ora stare all’angolo a guardare gli immigrati che arrivano e subire i diktat del Carroccio.

   Lo tsunami umano di cui parla Berlusconi per una volta non è una delle trovate di marketing politico del Cavaliere: esiste ed è una cosa che non possiamo né evitare né fronteggiare da soli. Il futuro si sta compiendo davanti ai nostri occhi: si disegnano nuovi assetti geopolitici. Ai cittadini italiani ed europei questo scenario va spiegato, i governanti non devono mentire solo per guadagnare un punto in più nei sondaggi. La demografia è uno degli elementi che fanno e disfano le grandi potenze.

   I Paesi del Nord Africa sono popolati di giovani che hanno un’età media di 25 anni, noi viaggiamo intorno ai 50. Siamo vecchi e non facciamo figli. Dobbiamo dunque ripensare le nostre politiche sulla famiglia e nello stesso tempo architettare un piano di cooperazione economica – minimo di dimensione europea – per aiutare questi paesi a entrare nel mondo della libertà e del mercato. Solo così quella che oggi viene percepita come una minaccia, domani sarà la più grande occasione per noi. Se non facciamo questo, saremo travolti dalla Storia e dai nostri errori. Vincerà la demografia perché non abbiamo usato l’intelligenza. (Mario Sechi)

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LA STAMPA.IT ONLINE – 3/04/2011 – LA TRAGEDIA UMANA

Strage in Libia: 68 cadaveri in mare – Altre fughe di migranti da Manduria – I gesuiti: i corpi a largo di Tripoli. – Lampedusa tra arrivi e partenze

   La guerra civile che insanguina la Libia ha causato, sia pure indirettamente, altre vittime. Una settantina di profughi che stavano cercando di sfuggire alle persecuzioni e alle violenze nel confitto tra ribelli e lealisti sarebbero morti durante la traversata verso le coste italiane. L’ennesima strage di migranti in pochi giorni, legata alla nuova ondata di sbarchi dal Nord Africa.
   A raccontare i particolari di questa tragedia, tenuta nascosta fino ad ora dalle autorità libiche, è stato padre Joseph Cassar, un gesuita responsabile del servizio per i rifugiati a Malta. Secondo quanto ha riferito all’ANSA i cadaveri dei migranti, una settantina in tutto, sarebbero stati recuperati in mare giovedì scorso davanti alle coste libiche. «Ho appreso la notizia – spiega il sacerdote – da una persona di cui non posso rivelare l’identità per non mettere a repentaglio la sua vita. Mi ha telefonato ieri, puntualizzando che le autorità libiche avevano fatto seppellire i corpi senza nemmeno procedere alla loro identificazione».
   Il gesuita, che da diversi anni si occupa di assistenza ai rifugiati, sottolinea che la sua fonte «è assolutamente attendibile» e che in passato «ha fornito altre notizie sulla situazione in Libia che hanno trovato puntualmente riscontro». «Mi ha detto – aggiunge – che i morti erano tutti africani provenienti da paesi dell’Africa sub sahariana». Le vittime potrebbero far parte del gruppo di 68 profughi, in gran parte somali ed eritrei, partito su un gommone dalle coste libiche e di cui non si avevano più notizie dal 25 marzo scorso. A dare l’allarme era stato un altro sacerdote, Don Mosè Zerai, presidente dell’Agenzia Habesha, che come Padre Joseph si occupa di rifugiati e richiedenti asilo. Il religioso aveva ricevuto una richiesta d’aiuto lanciata attraverso un satellitare dagli immigrati che avevano detto di trovarsi in difficoltà, senza viveri e con poco carburante.
   Non è l’unico Sos lanciato dalle coste libiche. Un altro barcone con 335 persone a bordo risulta disperso da due settimane. L’agenzia Habesha e l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) da diversi giorni sollecitano le autorità italiane e la Nato a intensificare le ricerche nel Mediterraneo. «Non dobbiamo mollare – ribadisce Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr in Italia – anche perchè non abbiamo nessuna certezza sull’identità delle circa 70 vittime, che potrebbero non avere nulla a che fare con il gommone. L’esperienza insegna che imbarcazioni alla deriva sono state soccorse anche dopo venti giorni e che è ancora possibile salvare la vita di centinaia di persone». Il rischio di fare naufragio o di morire di stenti durante la traversata non sembra tuttavia fermare l’esodo dei profughi verso l’Europa. I 70 disperati morti in mare sono vittime innocenti e senza nome di una guerra che non gli appartiene.
QUI MANDURIA
Intanto proseguono le fughe di disperati dalle tendopoli. Oggi alla tendopoli di Manduria si è ripetuta la stessa scena di ieri: una parte della recinzione che viene sfondata e a centinaia che fuggono invadendo l’area d’ingresso del campo e la strada provinciale che porta ad Oria (Brindisi). Ieri all’imbrunire erano stati in 900 a compiere il gesto, partendo dal Campo 2; oggi nel pomeriggio in 300 hanno buttato giù una parte della recinzione del Campo 1, danneggiando parzialmente anche quella dell’altro campo, e hanno fatto la stessa cosa. L’esito però è stato diverso. Mentre ieri erano poi rientrati quasi tutti nella tendopoli, stasera sono emerse le prime rigidità tra gli immigrati, frutto anche del fatto che una parte di loro è ospitata nel campo già da dieci giorni.
Gruppi di tunisini sono tornati sui loro passi, ma circa 200 connazionali sono rimasti fuori. Il questore di Taranto, Enzo Mangini, ha cercato di intavolare una trattativa con gli immigrati, chiedendo che tornassero al campo e di nominare una mini-delegazione con la quale discutere dei problemi della tendopoli, in attesa che a giorni possa arrivare un provvedimento che li tolga dalla clandestinità. Trattativa fallita, e a questo punto un centinaio di immigrati, dopo una riunione, ha preso posizione nel terreno di fronte all’ingresso dell’area della tendopoli. Tutti seduti facendo sentire la loro voce al grido di “asilo”, riferendosi alla richiesta di ottenere asilo politico, e “libertà”, con l’intenzione di trascorrere la notte all’aperto.
QUI LAMPEDUSA
I numeri dicono che l’isola si sta svuotando. La contabilità dei trasferimenti iniziata ieri, parla di 2.272 migranti portati via in meno di 24 ore. Nell’isola rimangono 2.010 extracomunitari, compresi i 632 giunti oggi con altri sette barconi. Già, perchè la contabilità è una partita doppia: partenze e arrivi. In queste ore si attendono altri extracomunitari: al largo di Lampedusa, infatti, sono stati intercettati due barconi con circa 200 persone, che quando saranno in vista del porto avranno di fronte altri migranti in partenza: due navi, La Superba e la Clodia stanno caricando buona parte di quei 1.740, un numero che da queste parti non fa paura ma che preoccupa il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Intanto, nell’isola la disputa non ha nulla di politico: è una battaglia tra chi non vede l’ora di partire e chi deve organizzare i trasferimenti. Oggi, quando la tensione vissuta nei giorni scorsi sembrava placata, i 36 minori ricoverati in un locale della parrocchia hanno dato fuoco alla struttura, bruciando materassi, frantumando i vetri delle finestre e scardinando porte. Il locale ha subito danni considerevoli, qualcuno dei ragazzi si è fatto male: uno, per protesta, si è ferito con un pezzo di vetro, procurandosi tagli al torace e al braccio.

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E a Zarzis la polizia non controlla più

I GENDARMI GUADAGNANO 250 EURO, MEGLIO I PATTI CON GLI SCAFISTI

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 3/4/2011

ZARZIS (TUNISIA) – I battelli degli emigranti sono partiti sabato all’alba, dal solito molo. Zeppi: 150, forse più, ciascuno, che si spenzolano dalle fiancate, ma non c’è rischio con il mare che sembra madreperla e gli strappi della brezza che riconfortano gli smunti stantuffi dei motori verso il largo. Come al solito, strepiti luci schiamazzi un subbuglio infernale. Era già chiaro e si vedevano ancora, nettissime, le sagome all’orizzonte ormai avviate verso le piattaforme petrolifere che tracciano la rotta verso Lampedusa. Ieri sera erano pronte altre partenze; arriveranno, i barconi, a Lampedusa quando la visita di Berlusconi e Maroni a Tunisi sta per iniziare.
   La sede della polizia centrale di Zarzis è una casetta bianca che splende al sole come una ricotta, le volanti giapponesi denunciano stagioni lunghe e faticose sulle strade scalcinate della città. Il vice capo, lui, dispone di un pick up fiammante. E’ cortesissimo ma spiega che i clandestini non sono affar suo, si occupa della città della terraferma e istituzionalmente e praticamente ha già un grandaffare.

   Al piantone, mitra francese e uniforme blu che supererebbe qualsiasi ispezione pestifera, chiedo quanto guadagnano gli agenti: poco più di cinquecento dinari al mese (250 euro) «per ora…». Hanno appena ricevuto l’aumento rivoluzionario, ai tempi di Ben Ali, il dittatore ne prendevano 430 per tener buona la gente. Il governo nuovo ha largheggiato per cementare fedeltà non proprio travolgenti, nonostante le avarizie del satrapo.
   Ci indirizzano alla guardia nazionale del porto. Sì, i clandestini sono affar loro. La caserma è proprio a fianco del molo da cui sono partiti poche ore prima i barconi dei clandestini. Mistero. Una prima constatazione turba: la caserma chiude alle 22 e riapre alle sette. «Ma abbiamo una pattuglia che circola sul lungomare e una vedetta in acqua costantemente». E allora, i barconi di stanotte? Si stupiscono: «Barconi… impossibile, da altri posti forse… accidenti, controlleremo. Comunque rivolgetevi al comando generale a Djerba».
   Venerdì, giorno della preghiera, a Tunisi: giovani e poliziotti si danno con buona vena battaglia nel centro, sembrano tornati i giorni della rivoluzione. Il gruppo più numeroso è formato da barbus, da islamici che esigono che niqab e hijab diventino obbligatori per le donne.

   Nell’agenda degli interlocutori di Berlusconi domani, il presidente Fouaad Mebazan e il primo ministro Beji Essebi, ci sono impigli come questi. I clandestini sono, in fondo, un contorno. Loro sono leader, come dire, ad interim: nel senso che cercano di stare a galla su un vulcano ancora vivo e incandescente. Dirigono una rivoluzione in sospeso, tra parentesi, che non dimentica la loro anagrafe politica, in gran parte di ex gerarchi del dittatore cacciato dalla furia delle piazze. Gettano continuamente zavorra, l’ultimo pochi giorni fa, il ministro degli Farhat Rashi: peccato, era considerato un eroe della rivoluzione perché aveva smantellato la sicurezza di stato, la polizia politica del regime.
   In attesa delle elezioni di luglio (se non arriveranno altri sconquassi, seconde ondate o controrivoluzioni), la Tunisia non può promettere nulla se non dicendo bugie, «non rispettare i patti» come accusa Berlusconi è una necessità. Accettare il ritorno a casa forzato di migliaia di giovani che sono partiti per Lampedusa e l’Europa sarebbe per «i provvisori» del Palazzo di Cartagine una forma di suicidio.

   La immigrazione, clandestina o no, verso l’Europa è una conquista della rivoluzione, dopo gli anni di Ben Ali per cui gli scafisti rischiavano trent’anni e i passeggeri tre e non partiva una barca. «C’è la democrazia, ho il diritto di andarmi a cercare la felicità», dice proprio così, «la felicità», sintetizzando un ragazzo che si è imbarcato ieri sera.
   E’ stato il blocco delle partenze che ha trasformato i tassi di disoccupazione giovanile nella rivoluzione verde. I barconi sono un miracoloso sfogo sociale, tolgono ribelli dalle piazze e aumentano il fatturato delle rimesse.
   La giustificazione ufficiale della Tunisia è la mancanza di mezzi per prevenire e controllare. Ma vedette, radar e jeep non basteranno. La polizia tunisina è in pezzi: era un pilastro del regime ed è assediata da una ostilità profonda e generale. E poi con 250 euro al mese accettare mazzette dai passeur per non vedere non è una scelta etica, è un mezzo di sopravvivenza. (Domenico Quirico)

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Antropologia

MAGHREB, GOVERNI IN CERCA DI LEGITTIMAZIONE

di ERSILIA FRANCESCA (docente di Storia Contemporanea dell’Economia del Medio Oriente e Nord Africa presso l’Istituto universitario L’Orientale di Napoli)

da http://news.denaro.it/ del 26 marzo 2011

   È recentemente uscito un interessante volume a cura di due studiosi italiani, Italo Pardo e Giuliana B. Prato, Citizenship and the Legitimacy of Governance Anthropology in the Mediterranean Region, (Ashgate Ed., dicembre 2010) che analizza il complesso e controverso rapporto tra legittimità politica, potere e cittadinanza nel bacino del Mediterraneo.

   Dieci interessanti studi (più un’introduzione dei curatori) incentrati sui paesi della UE (tra cui un’inquietante analisi del rapporto tra governance e emergenza rifiuti a Napoli), sugli stati post-comunisti (Albania) e su alcuni paesi del Medio Oriente (Libano e Israele) dai quali si evince che, nella discussione su cittadinanza e legittimità della governance nel bacino del Mediterraneo, risultano cruciali i rapporti tra moralità politica, certezza del diritto e società civile.

   Il Mediterraneo può essere lo spazio storico-culturale studiato da Braudel, o lo spazio lirico e letterario di Camus e Gide, o lo spazio frantumato ma comune narrato da Matvejevic, ma anche uno spazio che si presta all’analisi antropologica e politologica offerta da questo libro, da cui emerge un quadro non di certo rassicurante di una regione disomogenea ma al contempo legata da tratti comuni e da profondi e prolungati scambi culturali, sociali ed economici. 

   La sua riva settentrionale è in ritardo rispetto al Nord Europa, mentre la riva sud non è riuscita, nonostante l’implementazione del Partenariato Euromediterraneo (1995) a raggiungere standard comparabili con i paesi europei. Senza contare le fratture e i conflitti che continuano a dilaniare il Mediterraneo e che, in questi ultimi mesi con le rivolte nei paesi del Maghreb e nel mondo arabo e la guerra in Libia, occupano l’attenzione del media e preoccupano le nostre coscienze.
   Com’è ben noto la rivolta per la democrazia in Tunisia ha alimentato le speranze di altre popolazioni: le rivolte si sono propagate in Algeria, Egitto, Giordania, Marocco, Yemen, Bahreyn, Oman, Siria e persino Arabia Saudita. In tutti questi paesi un modello di sviluppo poco dinamico, segnato dal clientelismo e dalla corruzione, un controllo brutale della popolazione e l’assenza di apertura della scena politica hanno fortemente represso la società civile e consentito il permanere di governi autoritari e brutali.

   L’attuale situazione degli stati arabi va analizzata anche tenendo conto del processo di decolonizzazione, avviatosi con la fine della II Guerra Mondiale, che ha permesso a numerose nazioni di conseguire l’indipendenza e poter così cogliere le occasioni di sviluppo e utilizzare per fini interni le disponibilità di risorse naturali.

   Ma molti paesi hanno costruito istituzioni fragili, non supportate da una società civile evoluta, posto anche il ritardo nei processi educativi. Altra grande speranza fallita è quella rappresentata dall’idea che i paesi arabi e islamici potessero beneficiare del generale processo di globalizzazione. Oggi ci troviamo nel pieno della crisi del neo-liberismo che, nei paesi arabi, ha avuto come risultato di causare il sempre maggiore arricchimento di pochi e l’impoverimento di molti.

   È mancata una rete di protezione a favore degli strati inferiori a cui si chiedeva di cercare una strada che non hanno affatto trovato nel mondo dell’iniziativa individuale e delle opportunità create da uno sviluppo che non ha mai raggiunto la misura sperata. Le oligarchie dominanti hanno dato con successo l’assalto ai governi e alla ricchezza nazionale, smontando i tradizionali impianti di welfare e le politiche assistenzialiste che garantivano le fasce meno agiate.
   Come mette in luce Hicham Ben Abdallah El Alaoui, si assiste oggi al fallimento dell’obiettivo primario dei piani di aggiustamento strutturale nell’area sud del Mediterraneo (comprese le privatizzazioni e la riduzione delle sovvenzioni statali) e degli accordi di libero scambio: incentivare gli investimenti e la creazione di nuove imprese facendo così emergere nuovi classi medie che, in simbiosi con altre forze nazionali e internazionali, avrebbero avviato la regione sulla strada del dinamismo economico e della democrazia.

   Come già accaduto in altre parti del mondo, classi imprenditoriali indipendenti avrebbero funzionato da catalizzatori delle trasformazioni politiche. Così il Nord Africa e il Medio Oriente sarebbero entrati a far parte del movimento di progresso planetario. Vent’anni dopo il bilancio di queste speranze è desolante.

   Sul piano economico, se le politiche neoliberiste hanno stimolato la crescita, non hanno però trasformato i paesi dell’area mediorientale in elementi dinamici dell’economia mondiale e non hanno alleggerito né la miseria né le ingiustizie sociali.

   Se da una parte i paesi petroliferi sono estremamente ricchi e fanno sentire il loro peso nei mercati internazionali con strumenti quali i fondi sovrani, la maggioranza dei paesi arabi continua a confrontarsi con il problema della povertà e della diseguaglianza. Le relazioni sociali clientelari non si sono spezzate: gli uomini d’affari devono allo stato le loro reti di influenza e i loro contratti, mentre delle privatizzazioni hanno spesso beneficiato élite vicine alle classi di governo.

   Dall’inizio degli anni ’90, la liberalizzazione economica e politica non ha permesso di far avanzare idee progressiste e laiche tra le classi medie e popolari. L’islamismo, nelle sue diverse forme, ha catalizzato il malcontento popolare e le esigenze di cambiamento anche di gruppi tradizionalmente laici, come gli studenti.

   La liberalizzazione economica, più o meno “imposta” dall’occidente nell’ultimo ventennio, non ha dato avvio allo sperato processo di liberalizzazione politica, modernizzazione e secolarizzazione. Le classi dirigenti non sono riuscite a coinvolgere l’islam e la popolazione in un più vasto progetto di riforma; privi così di un vero sostegno democratico all’interno della nazione, molti governi si sono trovati ostaggio dell’appoggio politico ed economico internazionale.
   I paesi arabi escono da un lungo processo di neutralizzazione del gioco politico: partiti, sindacati e associazioni lottano per garantirsi uno spazio, ma nel muro di assenza di democrazia e partecipazione si è fortunatamente aperta una falla: internet, social network (facebook, twitter youtube in particolare) e telefonia mobile, simboli della partecipazione dei paesi arabi al capitalismo “globale”, sono diventati lo strumento per consentire, soprattutto alle giovani generazioni, di mobilitare le masse.

   Nel panorama di incertezza palpabile, dovuto alla quasi assenza di una classe dirigente politica autonoma, capace di garantire il ricambio del potere e la transizione verso un regime democratico, la gioventù sembra essere l’asso nella manica di una società in cerca di democrazia.
   La riva sud del Mediterraneo, così come altre aree in via di sviluppo, ha vissuto nel corso del XX secolo un processo di transizione demografica, caratterizzato dal calo delle nascite, dalla netta diminuzione della mortalità infantile e dall’aumento della speranza di vita.

   Il rapido passaggio da una società pre-industriale ad una industrializzata, la crescita del tasso di istruzione femminile e l’accesso delle donne al mercato del lavoro, il calo dei matrimoni precoci grazie alle norme sull’età minima matrimoniale introdotte nei codici, hanno fatto scendere il tasso di natalità da 6,2 figli per donna nel 1980 a 3,2 nel 2002.

   Il trend demografico varia molto da paese a paese così, mentre alcuni paesi, come la Tunisia, hanno raggiunto un tasso di fertilità simile o inferiore alla media mondiale (2,6 figli nel 2002), il tasso di fecondità rimane alto nei paesi più poveri e a vocazione agricola (Gibuti, Yemen) o in quelli più tradizionali (Oman, Arabia Saudita, Libia).

   Se nei prossimi decenni molti paesi arabi dovranno affrontare il problema di una popolazione che invecchia, oggi dei 180milioni di abitanti circa 70 milioni (40%) hanno tra i 15 e i 34 anni; tra il 1990 e il 2002 il loro livello di istruzione è salito dal 63,9% al 76,3%. La Tunisia è il paese la cui popolazione è tra le più istruite e più secolari del mondo arabo: il sogno dell’ascesa sociale tramite lo studio e il lavoro – cavallo di battaglia delle politiche del “padre della nazione” Habib Bourghiba (1956-1987) – ha creato corti di giovani diplomati e laureati che premono sul mercato del lavoro.

   Disoccupazione giovanile e femminile è il grande male che affligge i paesi arabi della riva sud del Mediterraneo. In Tunisia esplode come problema dopo il suicidio di Mohamed Bouazizi (26 anni, venditore ambulante in possesso di un diploma di scuola secondaria) a Sidi Bouzid, ma disoccupazione e carenze del sistema educativo sono comuni a tutti i paesi arabi: dei 70milioni di giovani arabi, il 15% degli uomini e il 47% delle donne – ossia circa 20milioni di persone (di cui ¾ giovani donne) – non sono nel sistema educativo né nel mercato del lavoro. Altri 5milioni sono disoccupati, con un’ampia maggioranza alla ricerca del primo impiego. Due terzi dei restanti 45milioni di giovani si barcamenano tra lavoro informale e salari al di sotto della soglia di sussistenza.
   L’occupazione è considerata una delle maggiori sfide economiche che i paesi dell’area devono affrontare. Tuttavia la questione, nonostante la sua rilevanza sociale ed economica, non ha avuto sufficiente attenzione a livello nazionale ed internazionale così da essere trasposta in politiche economiche coerenti con le scelte macroeconomiche che gli stati hanno implementato.

   In particolare non si è tenuto sufficientemente conto dell’impatto della liberalizzazione economica e dei programmi di cooperazione internazionale sulla crescente forza lavoro disponibile, sul problema della disoccupazione/sottoccupazione femminile e giovanile (soprattutto di giovani laureati con la conseguente “fuga dei cervelli”), dell’interazione tra lavoro formale e informale e della spinta all’emigrazione.

   Secondo un rapporto del Forum Euro-Méditerranéen des Instituts Economiques (FEMISE) entro il 2020 si dovrebbero creare, nell’area MENA, 22 milioni di nuovi posti di lavoro (ossia una media di crescita dell’1,9% all’anno) per scongiurare un aumento del già alto (15%) tasso di disoccupazione. Entro tale data, il numero stimato dei disoccupati supererà i 12 milioni (di cui la metà in Egitto e Turchia) su una popolazione in età lavorativa di circa 130milioni.

   Oltre al malessere giovanile altro grave problema che tormenta la società civile nei paesi arabi della riva sud è la scarsa partecipazione femminile. Come sottolinea Samir Amin, esiste un legame tra autocrazia e carattere patriarcale di un sistema di valori sociali, intendendo il “patriarcato” in un’accezione ampia, che supera la semplice idea di “maschilismo”, per delineare un sistema fondato sul dovere di obbedienza e sulla sacralità delle gerarchie a tutti i livelli: famiglia, scuola, impresa, amministrazione statale. Il potere autocratico fonda la sua legittimità sulla tradizione e su forme di controllo che escludono le donne da ogni forma di responsabilità.
   Gli anni dal dopoguerra ad oggi hanno visto un intensificarsi di sforzi per migliorare la condizione giuridica e professionale delle donne. I risultati sono, in parte, contraddittori, essi mostrano la volontà di favorire l’accesso delle donne al mercato del lavoro ma anche l’intento di tenerle lontane dai processi decisionali.

   Mentre le disparità sono state pressoché superate nell’ambito dei diritti politici, dell’istruzione, della tutela della salute, sul piano dei rapporti familiari la lotta alle disuguaglianze di genere trova forti ostacoli nella salvaguardia di radici culturali, tradizioni storiche e valori religiosi, percepiti come inviolabili. Diritto di famiglia, diritto ereditario, alcuni ambiti del diritto penale, diritto alla trasmissione della cittadinanza ai figli registrano ancora il permanere di forti disparità tra uomini e donne.
   Nonostante queste difficoltà, le relazioni di genere nel Maghreb e nel mondo arabo sono in netta transizione. Le donne, e soprattutto le giovani donne, trovano nell’accesso all’istruzione e al mondo del lavoro la possibilità di rinegoziare il loro ruolo nell’ambito della famiglia e della società, spostando i confini dei tradizionali rapporti tra i sessi a loro vantaggio.

   Maggiore visibilità e mobilità femminile, riconcettualizzate come componenti strutturali delle società contemporanee, portano ad una generale revisione dei paradigmi interpretativi dei ruoli di genere nella riva sud del Mediterraneo. L’augurio è che davvero i giovani (comprese le giovani donne) sappiano guidare la transizione dei paesi arabi verso nuove forme di democrazia partecipata. (Ersilia Francesca)

(da http://news.denaro.it/ “Il Denaro”: è un sito-blog di Napoli, della Campania, molto interessante; che si presenta in face book come “gruppo editoriale aperto ai mercati internazionali e teso a trasmettere valore, attraverso lo sviluppo della comunicazione multimediale e scambio di informazioni d’affari, a beneficio di imprese e istituzioni dell’Area EuroMed”)

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SE IO FOSSI UN TUNISINO

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 2/4/2011

   Mettiamo che io sia un tunisino di vent´anni su uno spiazzo di Lampedusa. Aspetto di essere imbarcato ma sotto il maestrale il mare urla e biancheggia. La polizia ci ha tolto, uno per uno, le cinture dei calzoni e i lacci delle scarpe. (Dove le metteranno? Ce le restituiranno?) Perché ce le tolgono? Come potremmo minacciarli con i lacci da scarpa? Forse vogliono impedirci di impiccarci. Ma allora sta per succedere qualcosa di così terribile che vorremo suicidarci? In ogni caso, è davvero umiliante essere spogliati dei lacci e restare coi pantaloni in mano.
   Mettiamo che io sia un poliziotto di vent´anni e stia ritirando lacci e cinture a questi tunisini, ragazzi per lo più, che continuano a dire “Italia Italia” e “Libertà libertà”. Mi hanno mandato qua – avrei voluto venirci in vacanza – e da 48 ore stiamo occupandoci, senza dormire e mangiando male, di questi disgraziati che non mangiano e non dormono. Pare che, una volta salpati, li porteremo indietro a loro insaputa in Tunisia. Sarà per questo che gli leviamo cinture e lacci, perché non si impicchino per disperazione. Ma se si immagina che possano farlo, che cos´altro si deve aspettarsi che facciano?
   Mettiamo che io sia un abitante di Lampedusa, non so, un pescatore. Non ho niente, davvero, contro questi spiaggiati. Le loro facce mi sono familiari, con tanti di loro ho parlato. So quanti se ne perdono in questo mare di annegati. So che vengono a cercare l´Italia, l´Europa, e l´Europa e l´Italia li fermano qui, a Lampedusa, e la mia isola diventa una zattera alla deriva che affonda sotto il peso dei suoi naufraghi, e nessuno vuole soccorrerla.
   Mettiamo che io sia io. Mi è facile (all´inizio, almeno) mettermi nei panni di un ragazzo tunisino o di un poliziotto in trasferta a Lampedusa. Nei panni miei, mi chiedo costernato come siamo arrivati a questo punto. Dopotutto, sono sì e no due mesi. Si è gridato all´invasione, all´Europa indifferente, e si è lasciato che l´alta marea di persone sommergesse Lampedusa, giorno dietro giorno, fino a devastarne la vita quotidiana, e abbandonando all´indecenza i nuovi arrivati.

   Dapprincipio mi sono detto, ci siamo detti in tanti, che era la scelta deliberata e allegra di un governo alle prese con un mare di guai: era così infatti, e poi la Libia e il Giappone sarebbero arrivati di rincalzo a far da palo a un governo che intanto borseggiava il processo breve e qualche altra porcheria d´interesse privato.

  Fino al giorno in cui il gioco si è svelato teatralmente sulla doppia scena della visita del capo del governo a Lampedusa, un´esibizione con pochi eguali nella storia del caudillismo contemporaneo, e del parlamento, un parlamento senza eguali nella democrazia contemporanea.

   Ma intanto si capiva che il cinismo grossolano di quel calcolo si andava ritorcendo giorno dietro giorno contro i suoi autori, e che prendeva il sopravvento la loro insipienza. Hanno detto di tutto – che li pagheremo perché tornino indietro, che gli faremo un campo di tende perché restino nell´isola, che li manderemo a casa della Merkel, che li riporteremo manu militari al loro paese, nolenti loro e il loro governo e le loro acque territoriali: e fatto niente.

   Il maestrale ha regalato una dilazione di forza maggiore. Ma le scadenze sempre più solenni e ultimative del capo e dei suoi uomini – 24 ore, 48, 60, e tutto sarà risolto! – suonavano vecchie, e mostravano la sostanza. C´è una moltitudine di rifiuti da smaltire, come a Napoli, come all´Aquila. Monnezza a Napoli, terremotati all´Aquila, rifiuti extracomunitari a Lampedusa: e la stessa soluzione, spazzarli qua e là, alla rinfusa, con le cattive o con le buone – le buone, una villa trattata su e-bay, un nobel o un casinò a Chiaiano o Lampedusa o Manduria.

   Quanto alle cattive, basta un tipo addolcito dalla malattia che biascica “Fuori dalle palle!”, e l´intendenza seguirà. Così la vergogna travolge gli argini, sommerge prima i piani alti, poi i mediani, infine anche i piani bassi e gli scantinati.
   In questa combinazione di trivialità, incapacità e inumanità non è facile dire che cosa bisognerebbe fare. È più facile farlo. O almeno, qualcuno lo fa. Ieri monsignor Crociata ha comunicato per conto della Cei che «come Chiesa italiana attraverso le diocesi e le strutture della Caritas, abbiamo individuato 2.500 posti disponibili per accogliere altrettanti immigrati in 93 diocesi italiane». Il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, ha sventato l´ukaz ministeriale che concentrava e recintava nella palude di Coltano (Pisa) centinaia di migranti così da avventarli contro la gente del posto e, capolavoro, i residenti rom, offrendo di ospitare lo stesso numero di persone in strutture di località diverse e in gruppi di poche decine, e «senza filo spinato».

   Immagino che iniziative così ce ne siano tante e ignorate, a compensare gli smaglianti rifiuti di autorità varie di ogni latitudine – e specialmente delle più alte. Andrebbero censite e messe a frutto, tanto più di fronte alla disfatta di un modo di governo che si nutre propagandisticamente dell´emergenza e nell´emergenza vera soccombe.
   Mettiamo dunque che io sia io, nei miei panni, e ciascuno di noi si metta nei suoi panni personali. La cosa ci riguarda? O pretendiamo che la nostra condizione di individui ci esoneri (e ci impoverisca) di una parte di responsabilità? Ci sono tutti questi esseri umani che si mettono in viaggio avventurosamente e dolorosamente in cerca di una vita migliore, che somigli un poco di più alla nostra.

   Vedete, ogni discorso sull´immigrazione, sui profughi e sui viaggiatori (i “clandestini”!) che non rinunci del tutto alla nostalgia per una fraternità umana, viene tacciato subito di buonismo, cioè di una bontà di maniera.  E messo a tacere dalla frase definitiva: “Prenditeli a casa tua!” La frase è cattivista, ma ha una sua utilità, e non è affatto imbattibile. Non solo perché ci sono molte persone che se li prendono, “a casa propria”.

   Ma mi interessa che cosa fanno gli altri, che cosa facciamo noi altri. Avere una casa propria, e “una stanza tutta per sé”, è ancora un gran privilegio sul nostro pianeta, ma è anche una condizione preziosa di libertà e di civiltà. I privilegi, anche quelli che non implicano una soperchieria diretta sulla povertà altrui, sono a rischio.

  I nostri pezzi grossi si riempiono la bocca di parole tolte al loro contesto reale. Berlusconi ieri, Dio lo perdoni e non lo sentano a Sendai, ammoniva sullo «tsunami umano» che ci sta travolgendo; e in Tunisia sono entrati 200 mila profughi dalla Libia.

   Così è per la parola “invasione”: «È una vera e propria invasione!». No, naturalmente. Non è un´invasione vera e propria. Ma le invasioni succedono davvero, sono successe al tramonto di altri imperi, e quando succedono, abbiano una ragione o no (se la fanno, una ragione), entrano senza bussare. Finché dura, assottigliandosi, l´età del nostro privilegio, piuttosto che gridare “Fuori dalle palle!”, conviene versare il nostro modesto contributo supplementare per l´usufrutto del metro quadrato che ci è toccato in sorte.

   Se non siamo tipi da spartire il mantello col povero che trema, e anzi per tenercelo, il mantello, regalargli un cappotto in saldo, prima che gli venga un´altra idea. Spendere qualche energia e qualche soldo in aiuti, prima di rovinarsi in guardie giurate. Ho detto che conviene: se poi ci riuscisse di farlo con una specie di gioia, sarebbe fantastico. (Adriano Sofri)

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(un vecchio studio dello studio di scienze demografiche, prof. Massimo Livi Bacci, del 2003, ma con tematiche ancora assai attuali)

L’EUROPA E I SUOI VICINI: SOCIETÀ, POPOLAZIONE E MIGRAZIONI

Massimo Livi Bacci, Centro Studi “Livio Livi”

Conferenza Partenariato interregionale e politiche migratorie

Bari, 23-24 Ottobre 2003

Una premessa

   Come far fronte, in Europa, ad una situazione di scarse risorse umane, oramai consolidata dalle tendenze demografiche dell’ultimo mezzo secolo? È questo un problema la cui soluzione – che solo in parte dipenderà da scelte politiche – oscilla tra due estremi. Da un lato sta il modello della società chiusa, avvolta nelle sue profonde tradizioni, che valorizza al massimo le proprie declinanti risorse numeriche per aumentarne la produttività, alla ricerca di politiche sociali e di valori ideali che rinforzino una natalità molto debole e attenuino le conseguenze negative di una struttura per età e per generazioni sbilanciata a sfavore dei giovani.

   In questa società l’immigrazione è fenomeno del tutto marginale e comunque ininfluente sul tessuto sociale. Al lato opposto sta un altro modello, di società aperta, che sfrutta al massimo le opportunità date da un’offerta per ora quasi illimitata di candidati all’immigrazione, che investe con larghezza nella loro integrazione, impegnata nel governare e guidare un cambiamento ricco di opportunità ma anche di tensioni.

  Sono due modelli possibili, ma molto diversi, e le preferenze per l’uno, o per l’altro, dipendono da motivi complessi, tanto storici e culturali quanto di necessità e convenienza. Questi due modelli, tra l’altro, corrispondono a filosofie diverse di concepire la continuità nel tempo di una società e i modi della sua riproduzione. Nel primo, la continuità della società – assicurata dal succedersi delle generazioni – avviene quasi esclusivamente con la riproduzione biologica (natalità).

   Nel secondo la riproduzione è biologica ma anche sociale: i nuovi componenti della società sono sia i figli degli autoctoni, sia coloro che vengono reclutati, o ammessi, o di fatto accolti mediante l’immigrazione. Nel mondo sviluppato attuale convivono paesi come il Giappone, dove l’immigrazione è solo fenomeno marginale (lo stock di stranieri è inferiore all’1 per cento del totale), e paesi come l’Australia, il Canada o la Svizzera nei quali l’immigrazione è una componente potente del rinnovo della società (lo stock di stranieri si avvicina o supera il 20 per cento).

   Per mezzo millennio, dall’epoca delle grandi esplorazioni oceaniche e delle prime colonizzazioni fino all’ultima parte del ventesimo secolo, l’Europa è stata esportatrice di risorse umane insediando e popolando America e Africa australe, Oceania e Siberia. Questo ciclo si è esaurito ed ha invertito il suo segno, in coincidenza non casuale con il delinearsi di un ciclo di demografia debole del continente. Uno dei problemi centrali del ventunesimo secolo sarà il confronto delle società ricche con le grandi

migrazioni e il lento configurarsi di una posizione continentale sul grado di chiusura o di apertura della società.

Il 2025 è vicino. Senza l’apporto dell’immigrazione, l’orizzonte europeo sarebbe di netto declino demografico.   La forte caduta delle nascite negli ultimi tre decenni e la bassa propensione attuale ad avere figli (pur con qualche prospettiva di debole ripresa) determinano le condizioni del declino: poche le entrate nelle età riproduttive nei prossimi tre decenni, debole il flusso delle nascite, in molte parti d’Europa superato, e anche abbondantemente, dal flusso dei decessi alimentato da una popolazione molto anziana in forte crescita.

  Supponendo nulla l’immigrazione, l’intera Europa – dall’Atlantico agli Urali – scenderebbe da 727 milioni di abitanti del 2000 a 603 milioni del 2050 (United Nations, 2001); nel contempo la popolazione del Nord Africa (stati rivieraschi e Sudan) crescerebbe da 174 a 304 milioni di abitanti. Il rapporto tra questi due segmenti del Nord e del Sud del mondo passa da oltre quattro a meno di due volte nel giro di mezzo secolo. Non occorre scavare ulteriormente per dare per verificato quanto detto all’inizio: l’Europa ha imboccato un ciclo di scarse risorse umane. Ma ipotizzare un’assenza di movimenti migratori – la società perfettamente chiusa – è solo un esercizio teorico. I numeri del futuro saranno sicuramente e notevolmente diversi da quelli sopra indicati.

   Conviene dunque accorciare l’orizzonte e ragionare su dati robusti. Prendiamo due date di riferimento: il 2005 (possiamo dire di esserci, mancando poco più di un anno al suo inizio) (ndr: l’articolo che vi stiamo proponendo in questo post è stato scritto nel 2003) e il 2025. Consideriamo un solo indicatore demografico basato su dati certi e disponibili e non su ipotesi da verificare (l’andamento futuro della natalità o della sopravvivenza): il rapporto tra i bambini sotto i 5 anni e gli adulti tra i 30 e i 35 anni che possiamo considerare come i loro (potenziali) genitori.

   Questo semplice rapporto ha un valore predittivo della domanda (teorica) di immigrazione. Più basso è il rapporto e meno capaci sono le generazioni appena nate di rimpiazzare i loro genitori nelle attività di produzione di ricchezza e di cultura, nei rapporti sociali e familiari. Sarebbe poi facile estendere questo rapporto ad altre coppie di classi di età, intervallate da una trentina d’anni (la durata di una generazione) ottenendo ulteriori analoghe e simili informazioni. Ma ai nostri fini un unico indicatore è più che sufficiente.

   Ebbene, considerando i 15 paesi della UE, tale rapporto è mediamente del 68 per cento – 68 bambini debbono sostituire 100 genitori-adulti – di circa un terzo sotto il perfetto rimpiazzo. Pensiamo alla produzione di ricchezza: è possibile che in certi settori una forza-lavoro ridotta di un terzo possa produrre tanto quanto, o anche di più, della generazione precedente. L’aumento della produttività serve, appunto, a dell’industria manifatturiera.

   Ma in altri settori ciò non è possibile, per esempio nel grande comparto dei servizi alla persona, nei quali la produttività aumenta poco o nulla. Se consideriamo invece la cultura, le attività sociali di vario ordine e tipo, i rapporti interpersonali e familiari, le nuove generazioni non saranno in grado di sostituire gli adulti se non a prezzo di una riduzione globale delle dimensioni e forse anche dello spessore della società.

  Insomma questo indicatore ci dice che nicchie produttive e funzioni sociali potrebbero rimanere vuote. Forse che i 10 nuovi paesi di prossima entrata nell’Unione, con i loro 75 milioni di abitanti, attenueranno il potenziale deficit? Certamente no: in questi paesi la natalità è mediamente più bassa che tra i 15, ed il rapporto bambini/adulti-genitori è appena del 61 per cento. Né diversa (almeno per il momento) è la situazione nei sette paesi dell’area balcanica, non UE, dove tale rapporto è pari al 69 per cento. Ma nei paesi delle rive Est e Sud del Mediterraneo, dove il controllo delle nascite, pur diffondendosi, è fenomeno relativamente recente e la natalità è ancora alta (relativamente all’Europa), il rapporto è fortemente superiore a 100: 111 in Turchia, 135 nel Maghreb, 155 in Egitto. Ciò naturalmente segnala una possibile pressione migratoria tanto più elevata quanto più elevato è il rapporto.

   Un altro modo di guardare alla realtà, su dati robusti e sicuri, consiste nel vedere l’evoluzione della popolazione in età attiva e giovane, nel caso specifico tra i 20 e i 40 anni. Da questa fascia di età proviene la grande maggioranza degli emigranti. Ed a questi giovani è affidata la crescita di un sistema economico, la mobilità della società, l’innovazione, l’imprenditorialità, il progresso tecnico, il rinnovo della conoscenza. Comparando l’evoluzione di questa classe di età, sempre nel ventennio 2005-2025, ci si affida a dati sicuri: nel 2025, coloro che avranno tra 20 e 40 anni sono già oggi, fine 2003, quasi tutti nati – non ci si deve dunque affidare ad ipotesi circa l’evoluzione della natalità. Cosa dunque avverrebbe di questo vitale settore della popolazione nei prossimi vent’anni? Ebbene, nella UE-15, si profila una riduzione di circa un quinto del contingente, mentre nei 10 paesi di prossima entrata nell’Unione il declino è addirittura di un quarto, come negli altri sette paesi dell’area balcanica. Al contrario, i giovani in età attiva sono in espansione negli altri paesi mediterranei: espansione lieve in Turchia (6 per cento), e sostenuta nel Maghreb (un quinto) e in Egitto (un terzo).

   Ricapitolando: la bassa pressione demografica Europea, misurata da dati robusti con valore prospettivo (e non su scenari ipotetici), si estende sicuramente nel prossimo ventennio. Essa è all’incirca uniforme nei vari aggregati – per la UE-15, per i 10 paesi di prossima entrata, per i sette dell’area balcanica – cosicché l’allargamento dell’Europa (salvo l’eventuale entrata della Turchia) se porta un aumento di territorio e di popolazione, non è destinata a modificare la situazione strutturale. Nei paesi Mediterranei non Europei, la potenziale spinta emigratoria sussiste, anche se attenuata – nelle sue determinanti demografiche – rispetto al passato.

   Orizzonti più lontani. Un cenno I fenomeni migratori sono di lunga portata ed è naturale guardare ad orizzonti più lontani. Poiché le pressioni – di carattere demografico – sono collegate essenzialmente alla dinamica delle nascite, ci si può domandare quali siano le prospettive di lungo periodo e se tra le aree prossime all’Europa vi sia tendenza ad una convergenza o ad un ampliamento del divario. Attualmente, il divario in termni di fecondità (TFT, numero medio di figli per donna) tra grandi aree europee è relativamente modesto: 1,5 per l’UE-15, 1,3 per i 10 prossimi membri, 1,6 per i 7 paesi balcanici. Tuttavia le prospettive sono diverse: nei paesi della UE-15 la fecondità è bassa da decenni, è in parte collegata ad un progressivo ritardo delle coppie nella decisione di mettere al mondo figli, ma questo ritardo si è fermato e in alcuni paesi si è verificata un’inversione di tendenza.

   Una ripresa graduale della fecondità che riporti l’insieme dell’area a livelli meno depressi è plausibile. Ma occorrerebbe anche una graduale ristrutturazione dei sistemi di welfare che non si limitasse a rendere sostenibili i costi della previdenza ma rafforzasse i trasferimenti per famiglie e figli. Non è forse un caso che i paesi dove il sistema di welfare per le famiglie e i figli è più generoso – paesi scandinavi e Francia – abbiano una natalità moderatamente bassa, mentre quelli nei quali il sistema è più avaro (i paesi mediterranei) la fecondità sia particolarmente depressa.

   Possiamo pensare, infatti, che la maggiore o minore generosità dei trasferimenti pubblici sia un indicatore di una organizzazione generale della società (nelle sue varie componenti pubbliche e private istituzionali, culturali ecc) più o meno favorevole a famiglie e figli e che quindi agisca in direzione conforme sui costi – economici e psicologici – della riproduzione.

   Nella maggior parte degli altri paesi europei (i 10 nuovi membri UE e i 7 balcanici), la fecondità profondamente depressa ha origini più recenti, radicata nel crollo del sistema politico-sociale, nell’accettazione di un’economia di mercato e di modelli di consumo radicalmente diversi. In questi paesi è arduo intravedere una ripresa, tanto che non è impossibile immaginare che proprio questa area possa, nel lungo termine nel caso di sostenuta crescita, generare essa stessa domanda di immigrazione La società islamica è tutt’altro che immobile.

   Ancora verso il 1970, il controllo delle nascite era praticamente sconosciuto, l’età al matrimonio delle donne molto bassa, e ben inferiore a 20 anni; il numero medio di figli per donna tra 6 e 7. Poche e limitate le eccezioni. Trent’anni più tardi il quadro è estremamente variegato coesistendo paesi dove nulla è cambiato con paesi non lontani da comportamenti tipici del mondo occidentale.

   Nel mondo mediterraneo e nel vicino e medio oriente i mutamenti sono stati notevoli: due dei paesi più popolosi –Turchia e Egitto – hanno moderato la loro riproduttività avvicinandosi rispettivamente a 2,5 e 3 figli per donna. Nei paesi del Maghreb la limitazione delle nascite, ancora largamente sconosciuta negli anni’70, si è diffusa e rafforzata e si stima che nel 2001 le donne tunisine abbiano raggiunto un indice di fecondità pari a 2 e che quelle marocchine e algerine si avvicinino a 2,5. Più di questa riduzione sorprende però la rapidissima crescita dell’età al matrimonio oggi giunta a 27-28 anni contro i circa 18 anni degli anni ’50 e ’60. Nei tre paesi, più le donne sono istruite e più si sposano tardi, segnale indubbio che cultura, autonomia e indipendenza crescono in stretta associazione. L’aumento dell’età al matrimonio, e la forte diffusione della contraccezione nel matrimonio (predominano spirale e sterilizzazione in Tunisia, pillola in Marocco e Algeria), sono stati gli strumenti della rivoluzione demografica.

   Ma le cause profonde di questa rivoluzione vanno ricercate – secondo gli specialisti del mondo maghrebino – in un indebolimento dell’autorità patriarcale e nel rafforzamento della condizione femminile (maggiore istruzione, lavoro più diffuso), negli accresciuti investimenti sui figli. Molti osservatori si spingono oltre e ritengono che i paesi del Maghreb stiano ricalcando, con una generazione di ritardo, le orme delle società del Nord del Mediterraneo.

   Se la diminuzione della natalità dovesse continuare, come è probabile, tra qualche decennio le popolazioni nordafricane potrebbero sperimentare quei problemi, propri dei paesi ricchi, legati al processo d’invecchiamento. La diga opposta dall’Islam al controllo delle nascite è fragile e in molti contesti sono i leader religiosi stessi che aiutano ad abbatterla. Il futuro sembra dunque delineare una convergenza dei processi riproduttivi tra aree del sud e dell’est del mediterraneo e l’Europa, soprattutto quella un tempo definita occidentale. E’ possibile che verso la metà del secolo la diversa pressione demografica non sia più un fattore rilevante nel determinare i flussi migratori. Ma, s’intende, è un futuro ancora lontano parecchi decenni.

Demografia e domanda d’immigrazione. In che misura la depressa demografia del continente implicherà un aumento della domanda d’immigrazione? In molti paesi europei i livelli di disoccupazione sono elevati e i tassi di attività relativamente bassi, soprattutto tra le donne o nella popolazione matura.

   Ciò significa che esiste una forza di lavoro di “riserva” che può essere recuperata al sistema produttivo. Inoltre l’abbondanza di manodopera a basso costo, proveniente da paesi non UE, permette di tenere in vita attività che andrebbero ristrutturate o ridimensionate, trascurando investimenti e mantenendo bassi i livelli di salario e di produttività, e perpetuando una forte segmentazione del mercato del lavoro.

   Per buona parte dell’Unione Europea, si osserva, non ci sarebbe necessità di sostenuti flussi di immigrazione, poiché il riassorbimento della disoccupazione, adeguate riforme che mantengano al lavoro gli anziani e aumentino i tassi di attività di donne e maturi, aumenti di produttività in alcuni settori, possono permettere di sostenere lo sviluppo senza incorrere in forti strozzature del mercato del lavoro.

   Perfino in Italia, che avrà il calo più forte della popolazione giovane in età attiva (20- 40 anni, – 32 per cento tra il 2005 e il 2025), il riassorbimento della disoccupazione e n innalzamento dei tassi di attività femminili al livello degli uomini contrasterebbe il declino della forza di lavoro. Questa teoria vera in astratto, lo è un po’ meno nella realtà. Anzitutto la depressione demografica implicita nella situazione attuale, è destinata ad aggravarsi nel tempo ben oltre la data scelta come riferimento, il 2025. Inoltre la situazione dei paesi europei (limitandosi ai 15 della UE) è assai differenziata, e se il ragionamento può tenere per paesi come la Francia e la Gran Bretagna, vicini ad un equilibrio demografico, lo è assai meno per Germania, Italia e Spagna dove le prospettive demografiche sono orientate ad un netto declino.

   Ma oltre queste considerazioni di natura soprattutto demografica, altre ve ne sono non meno importanti. La prima è che il rapido aumento della popolazione anziana (+ 32 % gli oltre 65 anni nei prossimi venti anni) determina senza dubbio un forte aumento della domanda di servizi personali – settore, come già prima ricordato a bassa e poco dinamica produttività e con scarse attrattive per la manodopera nazionale.

   Un’altra considerazione è che lo sviluppo della produttività con una forza di lavoro nella quale l’ incidenza dei più anziani cresce rapidamente e quella dei giovani diminuisce con analogo passo risulterà senza dubbio rallentato.

   Il terzo punto riguarda il potenziale conflitto tra crescita del grado di attività femminile, riduzione nei benefici del welfare e ripresa della natalità. Anche con politiche avanzate di conciliazione tra riproduzione, allevamento e lavoro, resta il fatto che la crescita dell’attività femminile incontra dei limiti. Infine, le ricche società europee sembrano esprimere una domanda di lavoro non episodica o frammentaria, ma di massa, anche per attività di alto livello, per esempio nei settori dell’informatica, della salute, nelle professioni tecniche.

   Altre professioni poco qualificate – agricoltura e edilizia – sono fortemente tributarie all’immigrazione ed è poco probabile che tornino ad attirare manodopera nazionale. In generale, una grande e ricca società di diverse centinaia di milioni di abitanti, come l’Europa, esprime una varietà di motivi di attrazione: offre cultura e formazione a studenti e lavoratori; sollecita movimenti transfrontalieri; moltiplica la mobilità del personale delle imprese multinazionali; sviluppa movimenti temporanei di persone legate ai servizi o all’agricoltura.

   Le stesse comunità straniere innestano processi di “catene migratorie” che tendono a render più facile l’insediamento – e l’impiego – di nuove generazioni di immigrati. Ritorno, infine, ad una considerazione molto generale: negli ultimi venti anni la popolazione in età attiva dell’Unione Europea si è accresciuta a buon ritmo, e lo stock di immigrati si è accresciuto.

   È mai pensabile che non intervenga un’accelerazione del fenomeno nei prossimi decenni durante i quali, invece, gli attivi diminuiscono?

Mobilità internazionale e mobilità interna. Nel 2000, nella UE-15, venivano rilevati ufficialmente circa 19 milioni di stranieri, per il 70 per cento di provenienza non UE, pari al 5 per cento circa della popolazione totale.(SOPEMI, 2003). Se si tiene conto dei flussi successivi al 2000, dell’incidenza – notevole in certi paesi – degli stranieri clandestini o a-legali (quasi tutti extra UE); di coloro che, pur regolari, sfuggono alle statistiche, non è arrischiato fissare vicino ai 20 milioni, a fine 2003, l’ammontare degli stranieri non comunitari.

   Un fenomeno caratteristico è la modesta incidenza della mobilità intraeuropea. Eppure il principio della libera circolazione è contenuto nel Trattato di Roma del 1957, ma a tale principio si è dato corso con fatica e lentezza. Si calcola (SOPEMI 2003) che appena 2 europei ogni 1000 abitanti varchino, in qualità di migranti, i confini nazionali per andare in altro paese UE.

   Negli Stati Uniti – quando suddivisi nelle 9 aree geografiche (di dimensioni demografiche comparabili al “paese medio” europeo – l’incidenza dei migranti intraregionali è 7-8 volte quella intraeuropea, e circa 15 persone ogni 1000 abitanti varcano, ogni anno, i confini regionali. L’area europea è lontana dall’essere un vero mercato del lavoro privo di ostacoli alla circolazione. Varie sono le spiegazioni della bassa mobilità intraeuropea: dalle barriere linguistiche, alla difficile “portabilità” delle prerogative previdenziali, ai mille sottili ostacoli burocratici che sfuggono o aggirano la legislazione comunitaria.

   Tuttavia non solo è bassa la mobilità intraeuropea, ma lo è anche quella interna a ciascun paese; anzi questa, in molti casi, descrive una tendenza discendente nel tempo. Non è qui il caso di approfondire le ragioni della scarsa mobilità europea, che dipende dal forte radicamento culturale comunitario, dai maggiori costi economici collegati allo spostamento, dalla forte incidenza della proprietà della casa ed agli costi di transazione, dall’alto grado di invecchiamento e dai modi di funzionamento dello stesso mercato del lavoro. 

   Del resto il sintomo più evidente del malfunzionamento del mercato del lavoro sta nel permanere di differenze tra paesi, strutturali e macroscopiche, nei tassi di disoccupazione, compresi (2003) tra il 4 e il 13 per cento; queste disparità sono ancora più forti all’interno di alcuni paesi. La bassa mobilità interna non permette un’allocazione efficiente delle risorse umane nell’ambito dell’Europa ed è un fattore non secondario dell’alta domanda di manodopera non comunitaria.

La Commissione ha lanciato nel 2002 un piano d’azione per facilitare la mobilità geografica: è un passo nella giusta direzione, ma occorre ben altro per incidere sui fattori strutturali che la condizionano. Le disuguaglianze economiche e le migrazioni Negli ultimi cinquanta anni si sono rafforzati i fattori di spinta dell’emigrazione dal Sud al Nord del mondo legati alle differenze di reddito. Se si considerano le differenze assolute tra il GNP pro-capite (espresso in parità di acquisto equivalenti) dei paesi ricchi e il GNP pro-capite nei tre continenti “poveri” (America Latina, Africa e Asia), si trova che queste sono fortemente e ininterrottamente aumentate, tra il 1950 e il 1999, da 5000-6000 dollari a 14000-19000 (Livi Bacci, 2003). Insomma l’incentivo (teorico) allo spostamento si è grandemente accresciuto.

   Ancora più sorprendente è constatare che durante il mezzo secolo considerato anche le differenze relative – espresse dai rapporti tra reddito pro-capite nei paesi ricchi e i redditi procapite (rispettivamente) di America Latina, Africa e Asia – sono aumentate in due casi su tre. Tali rapporti, infatti, sono cresciuti, da 3 a 5 in America Latina e da 8 a 16 in Africa; solo in Asia la forbice si è richiusa, da un rapporto pari a 9 a uno pari a 7, in parte per merito del velocissimo sviluppo del Giappone e di altre economie del Sud Est del continente (Idem). Analoghi risultati si ottengono restringendo l’osservazioni alle aree che ci interessano: il rapporto tra GNP pro-capite della Germania e quello della Turchia, nel 1950, era pari a 3,3, ma nel 1994 era cresciuto a 3,8; quello tra Francia e Marocco è cresciuto, tra le due date, da 3,1 a 7,7; quello tra Regno Unito e Bangladesh da 12,4 a 21,9.

   Si tratta di paesi a due a due legati da rapporti di migrazione (Maddison, 1995). I processi di mondializzazione hanno allargato – in questa fase storica – le differenze sia assolute che relative tra Nord e Sud e questo processo non sarà invertito tanto presto. Nell’attualità (2002) il reddito pro-capite della UE-15 è di circa $ 22000, quello dei 10 membri entranti è pari a $ 5000, e quello dei 7 paesi balcanici $ 2000. La Turchia è accreditata di un GNP pro capite di $ 2500, mentre la media dei paesi Nordafricani è di $ 1500 (World Bank 2003).

   Si teme che questi divari – e l’eventuale loro ampliarsi – accentuino le spinte ad emigrare esaltando la percezione dei vantaggi conseguenti alla migrazione, tanto più che i costi della migrazione (viaggio, primo insediamento, acquisizione dell’informazione) sono storicamente in diminuzione. La pressione migratoria est-ovest o sud-nord sarebbe quindi destinata a crescere non solo per i fattori demografici già discussi, ma anche per i fattori economici brevemente delineati.

   Questa visione va, in qualche misura, moderata. Studi concreti mostrano che quando il rapporto tra salari nel paese di partenza e salari nel paese di arrivo scende sotto 5:1 o 4:1 la spinta migratoria si attenua e si annulla, pur in presenza di un accresciuto “divario” assoluto retributivo (United Nations, 1998: 152). Ciò può interpretarsi come effetto di un aumento esponenziale, al crescere del benessere del paese di partenza, dei costi indiretti dell’emigrazione.

   In particolare la crescita del livello d’istruzione amplifica fortemente la percezione dei costi indiretti – affettivi, psicologici e sociali – legati alla separazione dalla famiglia, dalla cultura e dall’ambiente di origine. Se la forbice economica ricchi-poveri si allarga, quella sociale, legata all’istruzione, si restringe frenando la spinta a emigrare.

   Si possono così individuare stadi diversi nella propensione a migrare, determinati dal giuoco rispettivo dei costi e dei benefici della migrazione. I paesi molto poveri e in qualche modo esclusi dai processi di globalizzazione, hanno scarsa propensione ad emigrare, benché i benefici attesi possano essere molto considerevoli. Il “costo” di entrata nelle correnti migratorie è elevato, mancando la conoscenza e le risorse per competere con correnti già esistenti, preferite nei paesi di destinazione.

   Potrebbe spiegarsi così il caso dei paesi sub-sahariani che nonostante arretramenti di reddito non hanno sviluppato consistenti flussi di emigrazione verso i paesi ricchi. Quando lo sviluppo si pone in moto, il costo relativo di “entrata” nei flussi migratori diminuisce (maggiore istruzione, nuova capacità di affrontare il costo di spostamento e del primo insediamento ecc) relativamente ai benefici e i flussi migratori si rafforzano.

   Così si spiega il paradosso dell’Asia, dove i paesi più poveri (Afghanistan, Laos, Vietnam, Cambogia) sono rimasti esclusi dalle correnti internazionali, mentre paesi in forte sviluppo (Indonesia, Malesia, Corea del Sud, Tailandia) hanno contribuito ai flussi migratori verso i paesi Asiatici occidentali produttori di petrolio (United Nations 1998: 150-51). In uno stadio successivo, durante il quale si raggiungono più alti livelli di istruzione, moderati livelli di benessere, aspettative di ulteriore crescita, il costo relativo di abbandono del proprio paese comincia ad aumentare e la propensione a migrare decresce. Si spiega così, in larga parte, l’esaurirsi dei flussi di emigrazione dall’Europa mediterranea verso l’Europa più ricca durante gli anni ’70; il mancato avverarsi delle previsioni di esodo verso occidente delle popolazioni colpite dal crollo dell’Unione Sovietica; la scarsa mobilità interna alla UE nonostante il permanere di forti sperequazioni di reddito. Quali conclusioni si possono trarre da queste considerazioni? La prima è che nonostante l’ampio divario economico, è dubbio che i nuovi paesi entranti nell’Unione, la cui depressione demografica è maggiore di quella dei 15, possano esprimere a lungo termine intensi flussi di emigrazione. Maggiore potrebbe essere la potenzialità migratoria dei 7 paesi balcanici, assai più poveri, anche se con demografia altrettanto debole di quella dei 10. Per i paesi del Nord Africa il discorso è senza dubbio diverso: economia e demografia esplicano forze convergenti in sostegno dell’emigrazione.

Conclusioni. Le forze “naturali”, non governate da politiche, proiettano un futuro (due-tre decenni) di accentuazione sia della domanda d’immigrazione da parte dei paesi “forti” dell’Europa sia dell’offerta da parte dei paesi prossimi all’Europa delle rive sud ed est del mediterraneo. Più a lungo, convergenza demografica e crescita economica delle aree del Sud prossimo possono attenuare, anche sensibilmente, la pressione migratoria. Le prospettive di migrazione est-ovest, dai 10 nuovi membri ai paesi UE-15, contemplano flussi tutto sommato modesti e non prolungati nel tempo. Intermedia è la situazione dei 7 paesi balcanici. Non è compito di queste pagine entrare nel merito delle politiche migratorie, tema approfondito in altre relazioni di questo Convegno. Vanno tuttavia discussi alcuni importanti punti. In primo luogo la necessità che l’Europa affini le proprie strategie migratorie. Esiste una contraddizione di fondo tra la difesa ad oltranza delle prerogative nazionali su tutti i principali aspetti della politica migratoria (dalla programmazione e selezione dei flussi alla concessione della cittadinanza) e l’obbiettivo di un mercato del lavoro unico, libero da intralci e trasparente. Questa contraddizione deve essere risolta, e l’unica soluzione possibile, nel lungo periodo, deve assicurare che chi è ammesso possa liberamente spostarsi come qualsiasi altro cittadino europeo. Ma, detto questo, c’è anche la necessità di definire la labile e mobile frontiera tra prerogative delle politiche nazionali (oggi) e dell’Unione (domani) e prerogative delle istituzioni sub-nazionali (regionali, municipali ecc) che sono chiamate a sopportare gran parte del peso dell’accoglienza e dell’integrazione.

   L’immigrazione è un fenomeno largamente positivo, ma richiede alti investimenti – in scuola e formazione, alloggio ecc – che le istituzioni locali sono spesso incapaci di affrontare senza un sostegno della comunità nazionale o sopranazionale. In molti paesi europei (Francia e Regno Unito, Italia e Spagna) vi è una fortissima concentrazione regionale e metropolitana della presenza degli immigrati, e poiché i processi migratori spesso si rafforzano “a catena”, o per prossimità geografica, la concentrazione tende a conservarsi o accentuarsi. Avviene così che le istituzioni locali si trovano ad affrontare compiti e oneri sproporzionati rispetto alla media nazionale o comunitaria. E’ questo l’ambito principale dell’azione regionale in tema di politiche migratorie. Gli altri ambiti, segnalati in altra relazione (Pastore 2003) che riguardano selezione, formazione e ammissione dei candidati migranti; i trasferimenti sicuri delle rimesse; la valorizzazione delle capacità acquisite dagli immigrati per lo sviluppo delle aree di origine e il reinserimento degli espulsi, sono importanti ma richiedono progettualità e risorse oggi scarsamente presenti.

   Va infine discussa la possibilità che i paesi di immigrazione, nel governare il fenomeno, si orientino verso criteri di ammissione che privilegino i profili specifici – con riguardo alle caratteristiche demografiche, di formazione, di professionalità, di cultura – rispetto ai criteri finora dominanti, legati a vincoli storici o di prossimità geografica. Ciò potrebbe alterare la “geografia” (già adesso abbastanza variata) di origine dell’immigrazione allargando il ventaglio dei paesi di provenienza dei flussi.

   Questa tendenza sarebbe in linea con una maturazione dei processi di globalizzazione che finora non hanno modificato i “sistemi migratori” in termini di poli di attrazione e di provenienze dei flussi. Ma potrebbe entrare in concorrenza, se non in conflitto, con i flussi migratori tradizionali di provenienza soprattutto mediterranea.

(Versione provvisoria riveduta, 21 Ottobre 2003)

Riferimenti Bibliografici

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DELTA, Paris

International Organization for Migration, World Migration 2003, Geneva

Lindert, Peter H. e Jeffrey Williamson (2001a), Does Globalization Make the World more Unequal?, NBER

Working Paper n. 8228.

Livi Bacci, Massimo (2003), Integrazione, disuguaglianza, migrazioni, in Quadrio Curzio, A. (a cura di), in

corso di stampa, Il Mulino, Bologna, 2003

Maddison, Angus (1995), Monitoring the World Economy 1820-1992, Paris, OECD

OCDE (2003), Tendances des migrations internationales, SOPEMI 2002th

Stalker, P.(2000), Workers Without Frontiers: The Impact of Globalization on International Migration, Geneva,

International Labor Organization

Tapinos, George and Daniel Delaunay (2000), Can One Really Talk of the Globalization of Migration Flows?,

in Globalization, Migration and Development, OECD, Paris

UNHCR (2000), Refugees and Others of Concern to UNHCR. 1999 Statistical Overview, Geneva

United Nations (1998), World Population Monitoring 1997. International Migration and Development, New York

United Nations (2001), World Population Prospects. The 2000 Revision, New York

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United Nations (2003), World Population Prospects. The 2002 Revision, New York

World Bank (2002), Globalization, Growth and Poverty, Oxford University Press, New York

World Bank (2003), World Development Report 2004: Making Services Work for the Poor, New York, 2003

Zlotnik, Hania (1998), International Migration 1995-96: An Overview, Population and Development

Review, vol. 24, n. 3

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2 thoughts on “MIGRANTI, profughi (clandestini?), da SUD a NORD del MEDITERRANEO: in cerca di libertà, di benessere (forse d’avventura per alcuni… ma il DIRITTO ALLA MOBILITA’ non è per tutti?) – l’angoscia primordiale di un’Europa senza progetto

  1. LUCA martedì 5 aprile 2011 / 7:42

    Prima ancora di bombardare un territorio sarebbe necessario di studiarlo, per capirne la geografia, i rapporti sociali e spaziali degli attori che si muovono all’interno e all’esterno di esso.

    Perché prima si appoggiano regimi liberticidi (talebani in Afghanistan, giunte militari in Sud America o in Indonesia, apartheid in Sud Africa, despoti nei paesi arabi) per poi rimuoverli con la forza?

    Se il commercio e il mercato rivendicano l’imperiosa e assoluta necessità di abbattere ogni barriera in favore del libero scambio,
    perché le persone non possono avere il diritto di muoversi e di spostarsi?

    Più chiaramente : perché Gheddafi è stato ricevuto 11 volte dal governo Berlusconi ma anche da Sarkozy e perché quest’ultimo è ora il principale nemico del leader libico? Non c’è forse un legame tra l’opposizione a Gheddafi, i rapporti politici tra Italia e Libia e il fatto che ENI è presente da tempo in Libia tirandone profitto, mentre la maggioranza della popolazione non riceve nessuna redistribuzione della ricchezza?

    Il petrolio costerà più caro negli anni a venire e forse allora capiremo qualcosa in più, mentre il risveglio arabo ci dice che queste persone sono molto più vicine di quanto si creda, e giustamente esse ambiscono a un miglioramento delle condizioni di vita; le imprese che si installeranno nei paesi arabi non potranno più predare come prima, ma dovranno (o dovrebbero?) lasciare una parte dei loro profitti ai territori locali perché questi possano sviluppare le strutture necessarie come scuole, ospedali e altre infrastrutture e servizi.

    Questa sarebbe la strada maestra per dire “STOP IMMIGRAZIONE”, non certo fucilarli al largo delle nostre coste o quando saranno negli aranceti a lavorare per un piatto di pasta mentre i giovani italiani sono disoccupati !

    Ma finché queste mie parole visionarie saranno criticate e giudicate con disprezzo io sono certo che le immagini tristi e i discorsi rivoltanti saranno sempre all’ordine del giorno e le persone desiderose di cercare altrove un’opportunità avranno meno valore del gasolio che ci inquina anima e corpo.

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