L’IMMIGRAZIONE dal Nord Africa che l’Europa rifiuta, è il sintomo della crisi dell’Europa stessa – Possibili scenari di un’Europa virtuosa con il fenomeno migratorio e con la grande GEOAREA ARABA del Mediterraneo (la proposta di nascita di una nuova AUTORITA’ EURO-ARABA basata sullo sviluppo economico mediterraneo)

mappa tratta da "il Gazzettino" (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA) - COS’E’ LA CONVENZIONE DI SCHENGEN (da ANSA.IT MONDO). LA CONVENZIONE DI SCHENGEN (dalla piccola città lussemburghese al confine con la Germania dove è stata firmata nel 1985), è un accordo intergovernativo entrato in vigore nel 1995 che abolisce i controlli sulle persone alle frontiere tra i Paesi firmatari. LA CONVENZIONE PREVEDE anche l'armonizzazione dei controlli alle frontiere esterne dell'area Schengen e l'introduzione tra i Paesi firmatari di una politica comune in materia di visti d'ingresso e di cooperazione di polizia e giudiziaria. Lo spazio Schengen, anche detto area di libero movimento, consente ai cittadini europei di muoversi da un Paese all'altro senza controlli. DAL DICEMBRE 2007 SONO SALITI A 25 i Paesi che aderiscono a Schengen. Gran Bretagna e Irlanda non hanno aderito all'accordo che invece viene applicato da altri 22 Paesi europei: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia. TRE I PAESI NON UE: Norvegia, Islanda e Svizzera. Un Paese che fa parte dell'area Schengen può sospendere l'applicazione dell'accordo ma solo per un periodo limitato e per motivi eccezionali. La Convenzione di Schengen fu firmata il 19 giugno 1990 da Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. L'ITALIA ADERÌ POCHI MESI DOPO, IL 27 NOVEMBRE (LA RATIFICA RISALE AL 1993). Del 1991 è l'adesione di Spagna e Portogallo. La Convenzione è però entrata in vigore solo nel 1995 tra sette Paesi: Italia e Grecia hanno rimosso i controlli alle frontiere per l'area Schengen poco dopo. Successivamente l'area di Schengen si è estesa a Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia, Islanda e Norvegia. (da http://www.ansa.it/ )

   Situazione grave per l’unità europea. Venerdì scorso, 8 aprile, la Commissaria europea agli Affari interni Cecilia Malmstróm ha comunicato all’Italia che i «permessi di soggiorno temporanei» che l`Italia sta dando agli immigrati tunisini, per sei mesi, non valgono come passaporti di libera circolazione nell’Unione europea, cioè nei paesi che hanno sottoscritto il trattato di Schengen (vedi la mappa qui sopra).

   Situazione (europea) ancor peggiorata tre giorni dopo (lunedì 11 aprile) quando si sono ritrovati, a discutere e decidere il destino dei 23.000 immigrati tunisini sbarcati in questi ultimi trenta giorni a Lampedusa, i ministri degli interni di tutti i 27 Paesi che formano l’Unione Europea. La linea italiana di accordare permessi temporanei e farli rientrare (questi permessi) nel trattato di Schengen (cioè veri e propri passaporti temporanei di libera circolazione in Europa degli immigrati), è stata questa volta non solo bocciata dalla Commissaria europea, ma, politicamente (e questo conta molto di più) da tutti i ministri europei. In primis la Francia e la Germania.

   La concessione di permessi temporanei, si è detto, non fa scattare «automaticamente» la libera circolazione nell`area di Schengen. Non solo: è stato risposto con un «no» alla richiesta italiana di applicazione della direttiva sulla “protezione europea”, quella che autorizza appunto i permessi temporanei. La protezione è prevista dal Trattato di Schengen, ma solo per profughi scampati a guerre e persecuzioni: non vale per i tunisini, che sono giovani, almeno questo appare, in cerca di fortuna in Europa fuori da condizioni di povertà nel nord Africa (non si è tenuto conto del particolare momento di trasformazione che la Tunisia vive in questo momento).

Due donne sono morte (mercoledì 13) a Pantelleria nella ressa durante lo sbarco di 250 profughi da un vecchio peschereccio. L’imbarcazione era stata soccorsa da una motovedetta della Guardia costiera, ma a causa di una manovra sbagliata è finita in una spiaggia a qualche centinaio di metri dal molo e si è arenata su un fondale di circa un metro di profondità. Tra i migranti si è scatenato il panico e tutti si sono gettati in acqua, in una calca che ha travolto le due donne, probabilmente spintonate e calpestate dai compagni, tanto da annegare nonostante l’acqua arrivasse appena ai fianchi. I cadaveri sono stati recuperati dalla Guardia costiera e traslati nel cimitero di Pantelleria

   A cercar di rimediare la (grave) situazione politica è comunque adesso intervenuto il presidente della Commissione europea Barroso, condividendo l’operato dell’Italia. Ma gli altri paesi (Francia e Germania in primis, ora anche Belgio e però un po’ tutti) non ne vogliono sapere di dar ragione all’Italia. Quel che non condivide in particolare la Germania è che il numero di immigrati arrivati a Lampedusa, in “carico” all’Italia, è assai esiguo (23.000) rispetto ad altre crisi internazionali (come quella dei Balcani della prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, dove in pochi mesi la Germania si accollò, senza protestare 500.000 profughi). Ma, al di là di chi può aver ragione o meno, la tensione fra paesi dell’UE e la crisi del “non controllo” di quel che accadde in Nord Africa adesso (sì l’immigrazione ma anche il “come proseguire” l’intervento armato in Libia contro Gheddafi) ebbene tutto questo denota una Comunità Europea in piena confusione, che non riesce a governare autorevolmente gli eventi. E’ il tema di questo post.

   Tutto giusto. Inoppugnabile, da un punto di vista “tecnico-giuridico”, l’atteggiamento europeo nei confronti dei “permessi” concessi dall’Italia di libera circolazione. Ma ha dato molto il senso di volersene “lavare le mani” (del fenomeno migratorio nordafricano verso l’Italia di adesso). E l’arrabbiatura italiana (specie del ministro degli Interni) che ha portato fino a dire che, se l’Europa non condivide con l’Italia il problema immigrati che fuggono dal Nord Africa, allora tanto vale uscire dall’Unione europea, ebbene tutto questo ha dimostrato (ancora una volta) lo sfaldamento europeo.

   Una Germania che, forte di un’economia positiva e in crescita, vuole imporre le sue regole (economiche, ma non solo) al resto dell’Unione. Una Francia che non vuole gli immigrati tunisini (la maggior parte interessato, per la loro storia di colonizzazione francofona, a raggiungere quel paese) che blocca la frontiera a Ventimiglia. Tutti, la Francia in primis (ma anche la Germania e tutti gli altri) per motivi elettorali interni: gli immigrati e ogni politica di apertura fa perdere voti ai governi e presidenti in carica (Sarkozy che vuol essere rieletto…): una popolazione europea, forse un po’ xenofoba in questo momento di crisi economica, di disoccupazione (ma gli immigrati è dimostrato che occupano posti di lavoro che gli indigeni europei non vogliono…), una popolazione europea anche in crisi di valori e di progetti per il futuro, che si chiude in se stessa e chiede al governo di fermare giovani che “vogliono muoversi” dai loro paesi, viaggiare, mettersi in gioco (difficile negarli questo diritto alla mobilità e, ancor di più, in futuro fermarli e costringerli a stare a casa).

   Allora la sensazione è che l’Unione Europea non sia all’altezza: che viva le onde migratorie come emergenza temporanea, non come profonda mutazione geografica, umana, antropologica, economica, politica che il mondo sta vivendo (e i paesi arabi con i giovani in rivolta ne sono l’espressione più visibile). In crisi gli Stati e le istituzioni europee: i primi perché sempre alle prese con scadenze elettorali, le seconde perché intimidite dalle resistenze nazionali

   Questa sensazione di “Europa inadeguata” è ben descritta dall’articolo che qui vi proponiamo di Barbara Spinelli (dopo quello “assai forte” di Giorgio Ferrari, di AVVENIRE, che contesta l’Europa, in primis la Francia di Sarkozy disponibile a bombardare la Libia – per motivi elettorali -, e per gli stessi motivi elettorali a non accogliere gli immigrati in questo tempo di sconvolgimenti per il Nord Africa).

   Nell’articolo della Spinelli si rileva che, da quando vige il Trattato di Lisbona (sottoscritto a fine 2007 e entrato in vigore nel dicembre 2009), molte cose sono cambiate nell’Unione. Le politiche di immigrazione erano in gran parte nazionali, prima del Trattato. Ora sono di competenza comunitaria. Manca però l’aver “pensato”, progettato una politica verso i paesi arabi, di cooperazione e sviluppo. Tuttora non ci sono norme chiare sull’asilo, sull’integrazione dei migranti, né c’è un corpo comune di polizia di frontiera (non ci sono le risorse per tale politica perché gli Stati negano tale possibilità a Bruxelles).

   Allora le questioni, oltre all’emergenza dei 23.000 immigrati (che non ci appare completamente seria: già la Caritas italiana, con le sue diramazioni in ogni luogo, ha dato la disponibilità ad accogliere una buona parte di quelli immigrati; ma anche comuni e regioni non hanno mostrato contrarietà all’ospitalità, contrarietà – a volte un po’ paranoiche – che altri invece hanno espresso), la vera questione, dicevamo, è individuare una linea credibile e fattibile che dia RISPOSTE EUROPEE “globali”, concrete ed adeguate a tutti quei giovani (dal nord Africa) che guardano all’Europa come a un luogo nel quale andarci.

   Ovvio che la cosa non è realizzabile senza una gestione virtuosa europea. Ma un maggior rapporto di interscambio (di permanenze temporanee, per studio, formazione lavoro…) può avvenire, può esserci. L’integrazione euro-mediterranea potrebbe permettere spostamenti provvisori, nella logica di un nuovo progetto europeo per l’area del Mediterraneo.

   Su questo era iniziato un processo virtuoso a Barcellona nel 1995. Il PROCESSO DI BARCELLONA: appunto nel 1995 era iniziato un percorso di avvicinamento dell’Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attraverso la cosiddetta COOPERAZIONE EURO-MEDITERRANEA. Il 27 e 28 novembre 1995 a BARCELLONA, gli allora 15 paesi membri dell’UNIONE EUROPEA (ora siamo a 27) ed altre nazioni mediterranee decidono di realizzare nel “mare nostrum” un mercato di libero scambio.

   E così nasce L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO, un organismo internazionale (che finora non è stato per niente operativo) ispirato al modello dell’UNIONE EUROPEA, che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo. I motivi per i quali questo organismo è rimasto inoperoso sono molti: forse non se ne sentiva la necessità politica (gli scambi unilaterali tra ciascun stato europeo e i singoli stati nordafricani autoritari funzionavano meglio….); crisi ed emergenze internazionali che hanno distratto dalla necessità di proseguire il cammino; nell’Unione per il Mediterraneo poi ci sono anche paesi che forse c’entrano poco, nel nord Europa, del centro Africa…. poi in particolare la solita inerzia e debolezza politica europea (sintomatico che sia stata costituita, l’Unione, solo nel 2007/2008, dodici anni dopo Barcellona, portata avanti da Sarkozy in una “sua” fase elettorale…).

   Ora è da capire che se la volontà di ripristinare lo spirito di cooperazione mediterranea proposto nel 1995 a Barcellona, e la conseguente “scatola ora vuota” dell’ “Unione per il Mediterraneo”; oppure se si può pensare a qualcos’altro. Barbara Spinelli, nell’articolo che proponiamo in questo post, dice e cita «la proposta dell’ex ministro socialista Vauzelle, e del presidente del consiglio italiano del Movimento Federalista europeo Virgilio Dastoli, che propongono una cooperazione euro-araba gestita da un’Autorità stile Ceca (la prima Comunità del carbone e dell’acciaio). Come allora viviamo una Grande Trasformazione, e Monnet resta un lume: “Gli uomini sono necessari al cambiamento, le istituzioni servono a farlo vivere”». E’ una proposta (e visione “profetica”) che riteniamo molto seria.

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BOMBE SÌ, PROFUGHI NO

di Giorgio Ferrari, da “AVVENIRE” del 12/4/2011

   È possibile vergognarsi dell’Europa? Della civilissima Europa, della culla della tolleranza, dell’esprit des lois, del sogno carolingio di un’unica grande nazione con comuni radici culturali, di quel mosaico di Stati finalmente pacificati dopo due conflitti mondiali e milioni di morti il cui traguardo più nobile e insieme più esaltante è (ma forse dovremmo dire: era) lo spazio di Schengen, incommensurabile conquista etica in un continente candidato a non avere mai più frontiere interne?
   Sì, è possibile, e per quanto ci riguarda sta accadendo in queste ore e in questi giorni convulsi, dove quel club di ventisette nazioni che si proclama come “Unione Europea” sta offrendo al mondo – ma soprattutto a se stesso, alla propria sotterranea coscienza – la peggiore delle immagini possibili.

   Com’era largamente previsto, lunedì in Lussemburgo è stata respinta la proposta italiana di protezione temporanea per i profughi dai Paesi del Nord Africa, la benedetta e ormai famigerata “Direttiva 55” che prevede l’immediata concessione dello status di rifugiato per un periodo di tempo limitato «a tutte quelle persone che fuggono da Paesi in cui la loro vita sarebbe a repentaglio in caso di rientro», persone che l’articolo 2 della Direttiva qualifica come «in fuga da zone di conflitto armato o di violenza endemica» o essere «a serio rischio, o essere state vittima, di sistematiche o generalizzate violazioni dei loro diritti umani».

   Un ritratto quasi perfetto di quelle migliaia di migranti in fuga dalle coste del Nord Africa, ma al tempo stesso un identikit che non convince la commissaria per gli Affari Interni Cecilia Malmström e ancor meno gli Stati membri, che ieri pomeriggio hanno sonoramente bocciato le richieste italiane, concedendo soltanto un’estensione dell’accordo italo-francese sul pattugliamento delle coste tunisine.
   Sul drammatico problema dei profughi nordafricani si è largamente speculato in ogni direzione, vuoi amplificandone a dismisura la portata catastrofica (per numero di immigrati e per l’impatto sociale che avrebbero sul territorio), vuoi brandendoli come spauracchio nei confronti di una anacronistica koiné: in altre parole, appena al di là delle frasi di circostanza, l’Europa non ha fatto altro che considerare questi poveri migranti come un vascello di appestati da tenere alla larga dalle mura fortificate del continente.

   Quella stessa Europa che – pur nel guazzabuglio politico e diplomatico nel quale è usa navigare, dove ciascuno si muove in ordine sparso e spinto da interessi e pressioni interne che nulla hanno a che fare con la politica estera comune della quale la Ue dovrebbe farsi carico – ha impiegato molto meno tempo ad adottare l’opzione militare. Come dire, bombe sì, profughi no.
   E sorvoliamo sui doppi e tripli giochi di cui la Francia si è resa protagonista: mentre Sarkozy scriveva a Barroso una lettera di critiche all’Italia e suggeriva di “chiudere” Schengen, il suo ministro mostrava solidarietà al nostro governo.
   A proposito del quale, pur nella discutibile sequenza di talune scelte ondivaghe, non possiamo non rimarcare come in breve tempo sia avvenuto un sostanziale recupero di civiltà, passando dal meccanico respingimento dei migranti che si presentavano alle porte di casa a quell’accoglimento provvisorio che implica il guardare in faccia le persone, per riconoscerne i diversi casi, e che può preludere all’attribuzione dello status di rifugiato. Era ora.

   Ma questa giusta svolta (ieri riconfermata dal ministro Maroni) ha fatto levare gli scudi a mezza Europa (e quella che conta c’è tutta). Un’Europa dove, giova ricordarlo, dalla Francia alla Danimarca, dal Belgio alla Svezia, dall’Ungheria alla Finlandia e all’Olanda s’indovina lo strepito sempre più rumoroso delle destre xenofobe e sotto traccia la palpabile paura dei governanti di perdere consenso se non ne inseguono gli umori.

   Valga per tutti il cinico commento di ieri di un diplomatico inglese: «Per ogni immigrato che passa è un voto in meno ai governi moderati». Ed eccola qui, finalmente la ratio, la chiave di questa contabilità da retrobottega che si maschera dietro i Trattati e si nasconde dietro solidarietà fumose e inconsistenti: paura di perdere il potere e il consenso. Una miopia politica che si avvicina alla cecità.
   Sì, riconosciamolo, se non con la Ue in quanto istituzione (e le parole concilianti di Barroso ieri sera l’hanno reso evidente), c’è sicuramente una crisi in atto fra l’Italia e i governi europei. E non siamo certo noi italiani a doverci vergognare. (Giorgio Ferrari)

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IL TEMPO DEI PROFETI

di Barbara Spinelli, da “la Repubblica” del 12/4/2011
  
Il Presidente Napolitano, che quando parla d’Europa usa veder lontano e ha sguardo profetico, ha fatto capire nel giorni scorsi quel che più le manca, oggi: il senso dell’emergenza, quando una crisi vasta s’abbatte su di essa non occasionalmente ma durevolmente; l’incapacità di cogliere queste occasioni per fare passi avanti nell’Unione anziché perdersi in “ritorsioni, dispetti, divisioni, separazioni”.

   Son settimane che ci si sta disperdendo così, attorno all’arrivo in Italia di immigrati dal Sud del Mediterraneo. Numericamente l’afflusso è ben minore di quello conosciuto dagli europei nelle guerre balcaniche, ma i tempi sono cambiati. Lo sconquasso economico li ha resi più fragili, impauriti, rancorosi verso le istituzioni comunitarie e le sue leggi.

   Durante il conflitto in Kosovo la Germania accolse oltre 500mila profughi, e nessuno accusò l’Europa o si sentì solo come si sente Roma. Nessuno disse, come Berlusconi sabato a Lampedusa: “Se non fosse possibile arrivare a una visione comune, meglio dividersi”. O come Maroni, ieri dopo il vertice europeo dei ministri dell’Interno che ha isolato l’Italia: “Mi chiedo se ha senso rimanere nell’Unione: meglio soli che male accompagnati”. La sordità alle parole di Napolitano è totale.
   La democrazia stessa, che contraddistingue gli Stati europei e spinge i governi a preoccuparsi più dell’applauso immediato che della politica più saggia, si trasforma da farmaco in veleno. Di qui la sensazione che l’Unione non sia all’altezza: che viva le onde migratorie come emergenza temporanea, non come profonda mutazione.

   Governi e classi dirigenti sono schiavi del consenso democratico anziché esserne padroni e pedagoghi con visioni lunghe. Non a caso abbiamo parlato di spirito profetico a proposito di Napolitano. È la schiavitù del consenso a secernere dispetti, rancori, furberie. Tra le furberie che ci hanno isolato c’è la protezione temporanea eccezionale che il nostro governo ha concesso a 23.000 immigrati. La protezione è prevista dal Trattato di Schengen, ma solo per profughi scampati a guerre e persecuzioni: non vale per i tunisini, come ci hanno ricordato ieri la Commissione e gli Stati alleati. Non è violando le regole che l’Italia suscita solidarietà. Può solo acutizzare le diffidenze: un altro veleno che mina l’Unione.
   Per questo vale la pena soffermarsi sul significato, in politica, dello spirito profetico. Vuol dire guardare a distanza, intuire le future insidie del presente, ma innanzitutto comporta un’operazione verità: è dire le cose come stanno, non come ce le raccontiamo e le raccontiamo per turlupinare, istupidire, e inacidire gli elettori.  Di questo non è capace Berlusconi ma neanche gli altri Stati e le istituzioni europee: i primi perché sempre alle prese con scadenze elettorali, le seconde perché intimidite dalle resistenze nazionali. La lentezza con cui si risponde alle rivoluzioni arabe non è la causa ma l’effetto di questi mali.
   LA PRIMA VERITÀ non detta è quasi banale, e concerne l’intervento in Libia e il nostro voler pesare sui presenti sconvolgimenti arabi e musulmani. Condotta con l’intento di apparire attivi, la guerra sta confermando il contrario: una grande immobilità e vuoto di idee. È un attivarsi magari sensato all’inizio, ma che mai ha calcolato le conseguenze (compresa un’eventuale vittoria di Gheddafi) sui paesi arabi-africani e sui nostri. Fra le conseguenze c’è l’esodo di popoli. Un esodo da assumere, se davvero vogliamo esserci in quel che lì si sta facendo. Invece siamo entrati in guerra senza pensarci, né prepararci.
   LA SECONDA VERITÀ, non meno cruciale, riguarda l’Europa e i suoi Stati. L’occultamento è in questo caso massiccio, ed è il motivo per cui il capro espiatorio della crisi migratoria non è l’Italia come gridano i nostri ministri ma – se non si inizia a parlar chiaro – l’Unione stessa. L’evidenza negata è che da quando vige il Trattato di Lisbona, molte cose sono cambiate nell’Unione. Le politiche di immigrazione erano in gran parte nazionali, prima del Trattato. Ora sono di competenza comunitaria, e la sovranità è passata all’Unione in quanto tale. Questo anche se agli Stati vengono lasciati, ambiguamente, ampli spazi di manovra, in particolare sul “volume degli ingressi da paesi terzi”.
   Risultato: l’Unione, anche perché guidata a Bruxelles da un Presidente debole, prono agli Stati, non sa che fare della propria sovranità. Non ha una politica verso i paesi arabi, di cooperazione e sviluppo. Tuttora non ha norme chiare sull’asilo, sull’integrazione dei migranti, né possiede il corpo comune di polizia di frontiera che aveva promesso.

   Ma soprattutto, non ha le risorse per tale politica perché gli Stati gliele negano, riducendo la sovranità delegata a una fodera senza spada. Per questo alcuni spiriti preveggenti (l’ex ministro socialista Vauzelle, il presidente del consiglio italiano del Movimento europeo Virgilio Dastoli) propongono una cooperazione euro-araba gestita da un’Autorità stile Ceca (la prima Comunità del carbone e dell’acciaio). Come allora viviamo una Grande Trasformazione, e Monnet resta un lume: “Gli uomini sono necessari al cambiamento, le istituzioni servono a farlo vivere”.
   Se il Trattato di Lisbona significasse qualcosa, non dovrebbero essere Berlusconi e Frattini a negoziare con Tunisia o Egitto, con Lega araba o Unione africana. Dovrebbero essere il commissario all’immigrazione Cecilia Malmström e il rappresentante della politica estera Catherine Ashton. Resta che per negoziare ci vogliono progetti, iniziative: e questi mancano perché mancano risorse comuni. La condotta dei governi europei è schizoide, e tanto più menzognera: gli Stati hanno avuto la preveggenza di delegare all’Europa una parte consistente di sovranità, su immigrazione e altre politiche, ma fanno finta di non averlo fatto, e ora accusano l’Europa come se gli attori del Mediterraneo fossero ancora Stati-nazione autosufficienti.
   LA TERZA OPERAZIONE-VERITÀ, fondamentale, ha come oggetto l’immigrazione e il multiculturalismo. È forse il terreno dove il mentire è più diffuso, tra i governanti, essendo legato alla questione della democrazia, del consenso, della mancata pedagogia, degli annunci diseducativi. Risale all’ottobre scorso la dichiarazione di Angela Merkel, secondo cui il multiculturalismo ha fatto fallimento. Poco dopo, il 5 febbraio in una conferenza a Monaco sulla sicurezza, il premier britannico Cameron ha decretato la sconfitta di trent’anni di dottrina multiculturale.

   Il fatto è che il multiculturalismo non è una dottrina, un’opinione. È un mero dato di fatto: in nazioni da tempo multietniche come Francia, Inghilterra o Germania, e adesso anche in Italia e nei paesi scandinavi.  L’operazione verità non consiste nel proclamare fallito il multiculturalismo: se un dato di fatto esiste, fallisce solo se estirpi o assimili forzatamente i diversi. Se fossero veritieri, i governi dovrebbero dire: il multiculturalismo c’è già, solo che noi – Stati sovrani per finta – non abbiamo saputo né sappiamo governarlo.
   Dire la verità sull’immigrazione è essenziale per l’Europa perché solo in tal modo essa può osare e fare piani sul futuro. Urge cominciare a dire quanti immigrati saranno necessari nei prossimi 20 anni, e quali risorse dovranno esser mobilitate: sia per mitigare gli arrivi cooperando con i paesi africani o arabi, sia edificando politiche di inclusione per gli immigrati economici e per i profughi (la frontiera spesso è labile: la povertà inflitta è una forma di guerra).
   Tutto questo costerà soldi, immaginazione, pensiero durevole. Comporterà, non per ultimo, un ripensamento della democrazia. Ci sono cose che non si possono fare perché maturano nei tempi lunghi e l’elettorato capisce solo i risultati immediati, spiega l’economista Raghuram Rajan in un articolo magistrale sulle crisi del debito (Project Syndacate, 9 aprile 2011).

   Il bisogno di immigrati che avremo fra qualche decennio in un’Europa che invecchia è, paradossalmente, quello che dà forza ai nazional-populisti: in Italia, Francia, Belgio, Olanda, Ungheria, Svezia, Finlandia. Il dilemma delle democrazie è questo, oggi. Esso costringe governanti e governati a fare quel che non vogliono: smettere l’inganno delle sovranità nazionali, guardare alto e lontano, insomma pensare. E far politica, ma con lo spirito profetico che vede la possibile rovina (il “passo indietro” paventato da Napolitano) e la via d’uscita non meno possibile, se è vero che il futuro non cessa d’essere aperto. (Barbara Spinelli)

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13/04/2011 ore 23.30 – EMERGENZA SBARCHI la “LA STAMPA.IT” online

MARONI: “FARE CIRCOLARE I MIGRANTI IN EUROPA O SOSPENDERE SCHENGEN”

L’aut aut del ministro leghista: “Spero che non si arrivi a tanto” – Speroni choc: possiamo sparare

   Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano auspica che sull’immigrazione «si trovino soluzioni concordate a livello europeo» così come il premier Silvio Berlusconi si dice certo che «l’Europa si impegnerà». Ma la tensione tra i paesi europei e l’Italia sulla circolazione degli immigrati resta e oggi, dopo la Francia e la Germania, si aggiunge il Belgio che annuncia il controllo dei turisti alle frontiere. Paletti e resistenze che spingono il ministro Roberto Maroni a fare la voce grossa: «Con i permessi le frontiere sono aperte o non c’è più Schengen».
  Tra rimpatri «per chiudere il rubinetto», come dicono Maroni e Calderoli, accoglienza e permessi, il governo punta a superare l’emergenza immigrazione, segnata oggi da un’altra tragedia del mare a Lampedusa. Ma le risposte concrete non sedano gli ardori leghisti e oggi, dopo Castelli, anche l’europarlamentare del Carroccio Francesco Speroni invita a «mitragliare i barconi», provocando la levata di scudi dell’opposizione. Boutade che tocca al ministro Umberto Bossi frenare, sperando che «non si arrivi a tanto». Più che con gli immigrati, il Senatùr preferisce prendersela con i francesi incitando a boicottare i loro prodotti per il veto alla libera circolazione degli immigrati con permessi di soggiorno temporaneo.
   Agli stop d’oltralpe e tedeschi, oggi si aggiunge il Belgio che farà controlli severi alle frontiere a tutti i turisti e respingerà i tunisini che non soddisfano i criteri. Limitazioni che Maroni non accetta: «Ci sono regole sulla libera circolazione. O sospendono Schengen o non possono non farli entrare. Mi auguro che non si arrivi alla sospensione dell’accordo, perchè sarebbe la fine dell’Europa». Fiducioso, però, sull’impegno dell’Europa è il premier Silvio Berlusconi che si fa garante anche sui governatori leghisti riguardo all’accoglienza ai migranti. Quanto alla libera circolazione, il presidente del consiglio assicura che «c’è una collaborazione assolutamente piena e la Commissione ha certificato che il permesso di soggiorno temporaneo funziona». Certo, assicura il premier per calmare i maldipancia leghisti, i permessi, 10mila tra una settimana, e l’accoglienza non sono l’unica strategia del governo italiano per superare l’emergenza.
   Da alcuni giorni, spiega Berlusconi, «con due voli al giorno abbiamo cominciato i rimpatri» così come a Tunisi «abbiamo detto, ed è stato detto anche da Barroso con grande chiarezza, che l’Europa è pronta ad aiutare l’economia del paese soltanto se la Tunisia si impegnerà nel contenere quello che fino ad oggi è stato un vero e proprio tsunami». E, in una telefonata con il presidente della commissione Ue, il premier avrebbe anche chiesto l’impegno affinchè ogni Stato europeo concorra al blocco navale nel controllo delle coste. Una collaborazione «su soluzioni concordate a livello europeo» che si augura il Capo dello Stato Giorgio Napolitano dopo un colloquio con il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus.

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NON SERVONO COLPI DI TESTA

di Gian Enrico Rusconi, da “la Stampa” del 12/4/2011

   Bastano 22 mila profughi indesiderati per rovinare nel giro di quarantotto ore il lavoro di decenni di costruzione europea? La frase di Roberto Maroni che si chiede «se ha senso rimanere nell’Unione europea.  Meglio soli che male accompagnati» – è molto grave. Sproporzionata. In realtà rivela di colpo l’incultura europea di parte della nostra classe politica. Governo compreso. Aspettiamo adesso una chiara responsabile dichiarazione del presidente del Consiglio. Quella del ministro dell’Interno infatti non è la solita «battuta leghista» da non prendere troppo sul serio.
   Ma intanto – comunque vada – da oggi l’Europa non sarà più quella di prima. E non solo per colpa degli italiani che erano attesi al varco della crisi finanziaria (con la litania sempre ripetuta che dopo l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo sarebbe stata la volta dell’Italia). Gli italiani invece hanno turbato l’Europa con una decisione apparentemente meno drammatica, che di colpo però ha mostrato le nuove ansie profonde dell’Europa dei governi. Si ha l’impressione infatti che crei più preoccupazione la prospettiva di dover forzatamente accogliere profughi indesiderati che non accollarsi i costi supplementari del salvataggio finanziario greco o portoghese. Se è così l’Europa è davvero cambiata.
   Non è chiaro se nella rigida reazione dei ministri europei che rivendicano la corretta interpretazione delle regole Schengen di contro all’iniziativa italiana, ci sia soltanto l’esigenza che «le regole vanno rispettate». O non ci sia anche il sospetto che il ministro italiano abbia tentato di forzare la mano creando un fatto compiuto.  Confermando ancora una volta che gli italiani sono sempre un po’ disinvolti quando si tratta di interpretare le norme. Soprattutto in presenza di un governo che non brilla certo per entusiasmo europeo. Per tacere d’altro.  È antipatico scrivere queste cose, ma sarebbe ipocrita tacerle.
   Se è così, si rivela un altro tassello della mutazione dello spirito europeo. Questa volta imputabile anche alla situazione italiana. La straordinaria storia del ruolo determinante e insostituibile dell’Italia nella costruzione europea – non solo dai mitici inizi degli Anni Cinquanta ma per tutti i decenni successivi – sembra archeologia. Peggio, rischia di essere retorica – dopo le infrazioni continue, le inadempienze, le sciatterie italiane nei rapporti con Bruxelles.

   L’Europa si è ridotta ad un fastidioso controllore, ad un deposito di risorse da strappare con complicate pratiche burocratiche. In ogni caso un’istituzione da trattare in modo strumentale – do ut des. Maroni ha ricordato polemicamente che l’Italia ha mostrato la sua solidarietà verso la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo.  «Ma a noi, in questa situazione di grave emergenza, è stato detto “cara Italia, sono affari tuoi e devi fare da sola”. L’Unione europea è un’istituzione che si attiva subito solo per salvare banche e per dichiarare guerre, ma quando si tratta di esprimere solidarietà a un Paese come l’Italia, si nasconde».
   I concetti-chiave del ragionamento sono «emergenza e solidarietà». La controversia sta proprio nella loro interpretazione. Ciò che per il governo italiano è «emergenza e necessità di solidarietà» non lo è per i partner europei. Invece proprio da questi valori – riferiti ovviamente ad altri contenuti – è nata e si è sviluppata l’Europa. Questo ciclo si sta chiudendo?

   Mi chiedo che cosa pensa davvero la grande maggioranza della popolazione italiana, francese o tedesca. Al momento sembra silenziosamente schierata dietro i rispettivi governi. Mi chiedo ad esempio che cosa pensano i Verdi tedeschi che insieme ad un’Europa denuclearizzata ed ecologica, la vogliono più solidale anche nei confronti dei migranti. Si accontenteranno delle cifre che il governo di Berlino elenca per mostrare la sua generosità (in un sottinteso confronto polemico con l’Italia)? Sarà importante vedere come l’opinione pubblica europea reagirà nei prossimi giorni se il governo italiano decidesse qualche colpo di testa. O viceversa se l’Europa posta di fronte ad una situazione di grave disagio di un suo membro importante mutasse atteggiamento.
   Per il momento dunque la parola e l’iniziativa rimangono ai governi. Innanzitutto al governo italiano, che si trova davanti ad una prova molto seria del suo europeismo. Se è convinto d’avere buone ragioni, si ricordi che le virtù delle vecchie classi politiche europee di fronte alle difficoltà che sembravano insormontabili, erano la ferma pazienza e la ricerca ostinata dell’accordo. Non la ricerca del consenso elettorale domestico ad ogni costo. Tanto meno i ricatti di rompere con i partner. Non ci sarebbe stata l’Europa. (Gian Enrico Rusconi)

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IL RITORNO DELL’EUROPA DELLE NAZIONI

di Boris Biancheri, da “la Stampa” del 12/4/2011

   Il nulla di fatto con cui si è concluso il Consiglio dei ministri dell’Interno europei a Lussemburgo e il «no» opposto dagli Stati membri alle richieste italiane di collaborazione nelle attività di prevenzione e di assorbimento dell’immigrazione clandestina non è cosa che potrà essere facilmente dimenticata. Raramente abbiamo chiesto all’Europa qualcosa con tanta insistenza. E ancor più raro che gli altri abbiano risposto seccamente di no, malgrado una certa comprensione dimostrata verso la posizione italiana da parte della Commissione europea.
   Il problema è che, in un certo senso, tutti hanno ragione. Ha ragione il governo italiano quando dice che l’afflusso sulle nostre coste di 25.000 clandestini che non possono essere lasciati affogare, e soprattutto delle centinaia di migliaia che potrebbero seguirli, costituisce per noi una vera emergenza. Lo dice perché così l’ha giudicata senza esitazione l’opinione pubblica italiana, a Roma, a Lampedusa, nei Comuni e nelle Province del Sud come in quelli del Nord, e tutta la televisione e la stampa italiana si sono fatte coralmente interpreti di questa emergenza.

   Ha anche ragione il governo italiano quando dice che il Trattato di Schengen non è stato concepito unicamente allo scopo di evitare ai viaggiatori europei di fare la coda alle frontiere, ma è stato concepito per fare dell’Europa uno spazio territoriale omogeneo dove si circola, si lavora e si vive liberamente. I francesi che respingono, o i tedeschi che minacciano di respingere, le persone di pelle un po’ scura alle quali l’Italia dà un permesso di soggiorno temporaneo, sono forse in regola con la lettera ma non interpretano lo spirito del trattato.
   Ma hanno anche ragione coloro che ribattono che, per una nazione come l’Italia di 57 milioni di abitanti, 25.000 rifugiati sono poca cosa e che al tempo delle guerre balcaniche loro ne hanno accolti ben di più. E che non è colpa loro se l’Italia possiede delle isole così vicine alle coste africane che si possono quasi raggiungere a nuoto. Tutti hanno ragione, dunque. Ma siccome ieri a chiedere c’era uno solo e a dir di no erano in tanti, il risultato è stato quello che sappiamo. Ci si può chiedere: si doveva agire diversamente? E’ la nostra politica estera, la nostra diplomazia che ha fatto fallimento?
   Certe frasi forti pronunciate dal nostro presidente del Consiglio o dai suoi ministri forse non hanno aiutato. Ma con ogni probabilità, quale che fosse stata la strategia, il risultato sarebbe stato lo stesso. Il controllo dell’immigrazione costituisce oggi uno dei temi politicamente più sensibili per tutti: per noi per primi, come la Lega sottolinea ogni giorno e come gli italiani confermano giudicando 25.000 immigrati un’emergenza; ma anche per Sarkozy che ha fatto al riguardo rigorose promesse al suo elettorato; o per Angela Merkel che dichiara che il multiculturalismo è ormai finito. L’immigrazione è allo stesso tempo il sintomo e la causa di una ri-nazionalizzazione dell’Europa fin troppo evidente.
   Quale che sia la delusione, parlare di uscire da Schengen (per non dire di uscire dall’Europa) non ha evidentemente alcun senso. Intanto nessuno ci crederebbe. I 25.000 che sono entrati finiranno alla lunga con l’andarsene in buona parte altrove, in Francia speriamo per loro. Questo, a dire il vero, rischia poi di attirarne altri.

   Ma soprattutto è bene tener presente che, ove i flussi di immigrazione clandestina dovessero moltiplicarsi, ci toccherà farvi fronte da soli e cercare di controllarli con azioni o accordi bilaterali come quelli che a suo tempo facemmo con Gheddafi e che ora cerchiamo di fare con la Tunisia. Senza illusioni che altri intervenga per farlo in vece nostra.

   Quanto a una certa debolezza della nostra politica estera e a un atteggiamento di alcuni nostri partners europei che tendono a sottovalutare le nostre esigenze e il nostro ruolo internazionale, tutto ciò che si può dire è che non potrebbe essere diversamente dato che hanno sotto gli occhi i girotondi, le risse, gli insulti che caratterizzano ogni aspetto e ogni giorno della vita politica italiana e ai quali la triste giornata di ieri fornirà sicuramente nuovi spunti. (Boris Biancheri)

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GUERRA IN LIBIA

L’ALTERNATIVA DEL DIAVOLO DURA SCELTA PER L’OCCIDENTE

di LUCIO CARACCIOLO, da “il Mattino di Padova” del 12/4/2011

(Lucio Caracciolo è direttore di LIMES. La rivista è in edicola in questi giorni con il quaderno speciale dal titolo «LA GUERRA DI LIBIA». Il volume è interamente dedicato al conflitto che sta insanguinando il paese nordafricano)

   La Libia non esiste più. E forse non esisterà mai più. Sono bastate poche settimane di guerra per dividerne il territorio in due parti: la Tripolitania, in mano a Gheddafi, e la Cirenaica, in buona parte ancora controllata dai ribelli. Questo confine non è accidentale. Le due macroregioni libiche hanno storia, cultura e basi economiche alquanto diverse.
   Fummo noi italiani, infatti, a riunirle negli anni Trenta, dopo aver sottratto Tripolitania e Cirenaica al pur teorico controllo di Costantinopoli. Oggi sembra che la creatura reinventata dal fascismo sia destinata a separarsi lungo quelle linee che sotto il Duce volemmo riunire. Se non interverranno fattori esterni, Tripoli non potrà più governare Bengasi né Bengasi Tripoli.
   Non si tratta solo del regime di Gheddafi contro i ribelli. Indipendentemente da chi potrà un giorno subentrare al Colonnello e dal tipo di potere che si consoliderà in Cirenaica, le differenze strutturali tra i due pezzi di Libia paiono inconciliabili. Oggi la guerra è un avanti e indietro lungo la via litoranea che collega Tripoli a Bengasi.
   La posta in gioco prioritaria è il controllo dei terminali petroliferi da cui dipende l’esportazione della principale ricchezza di quei territori. Sotto questo profilo, Gheddafi è in nettissimo vantaggio. Suoi sono infatti oltre nove decimi delle risorse energetiche del paese. Suoi anche tutti i terminali di export, meno Tobruk. Ciò vuol dire che nel medio periodo, il governo di Tripoli potrà fruire di risorse economiche inattingibili per i ribelli.

   Dopo avere scatenato l’intervento «umanitario» che avrebbe dovuto proteggere le popolazioni locali dalla repressione del Colonnello e possibilmente provocarne la caduta, i paesi Nato sono in panne. Il segretario generale di quel che resta dell’Alleanza Atlantica il danese Rasmussen, ammette che «non c’è una soluzione militare, ma solo politica». Ma quale potrebbe essere questa soluzione dal momento che abbiamo posto come precondizione a qualsiasi accordo la resa di Gheddafi e il suo trasferimento presso la Corte penale internazionale? Al momento, non se ne vede l’ombra.

   La delegazione dell’Unione africana, presieduta dal leader sudafricano Jacob Zuma, ha ottenuto da Gheddafi l’approvazione del suo piano di cessate il fuoco accompagnato da alcune riforme. Ma il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi si rifiuta di scendere a patti con il Colonnello. In questo facendosi forte dell’appoggio dei principali paesi occidentali. Bisognerà vedere fino a che punto questi paesi continueranno a sostenere la rivolta.

   Perché presto potrebbero sentirsi costretti a scegliere fra due alternative assai poco appetibili: la pace con Gheddafi, più o meno riabilitato, o l’intervento militare diretto sul terreno per sconfiggere il Colonnello. Per quest’ultima ipotesi scarseggiano sia la volontà politica che le risorse militari ed economiche.  La prima ipotesi equivale invece a perdere la faccia.

   E’ molto probabile che ci inventeremo qualche terza via, tanto per guadagnare tempo. Dopodiché ci ritroveremo al bivio fra le due stesse «alternative del diavolo» che avremo voluto schivare. Sempre che nel frattempo Gheddafi non sia riuscito a sconfiggere militarmente i ribelli. (Lucio Caracciolo)

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Cronache

Ore 21.00 del 13/04/2011 – EMERGENZA IMMIGRAZIONE- LA GIORNATA – Da “LA STAMPA.IT” online

PANTELLERIA, AFFONDA UN BARCONE LIBICO DUE DONNE MORTE NELLA FUGA A NUOTO

Imbarcazione si incaglia sugli scogli. Gli immigrati raggiungono la riva

   Due donne sono morte questa mattina a Pantelleria nella ressa durante lo sbarco di 250 profughi da un vecchio peschereccio. L’imbarcazione era stata soccorsa da una motovedetta della Guardia costiera, ma a causa di una manovra sbagliata è finita in una spiaggia a qualche centinaio di metri dal molo e si è arenata su un fondale di circa un metro di profondità.

   Tra i migranti si è scatenato il panico e tutti si sono gettati in acqua, in una calca che ha travolto le due donne, probabilmente spintonate e calpestate dai compagni, tanto da annegare nonostante l’acqua arrivasse appena ai fianchi. I cadaveri sono stati recuperati dalla Guardia costiera e traslati nel cimitero di Pantelleria. È giunta intanto nel porto di Catania la nave traghetto «Excelsior» partita ieri da Lampedusa con a bordo circa 700 tunisini. Saranno 335 gli immigrati che sbarcheranno per essere trasferiti nel «Villaggio della solidarietà» di Mineo.
   Gli altri ripartiranno per una destinazione che non è stata ancora resa nota. Nel «Villaggio della solidarietà» sono ospitati circa 2.000 extracomunitari. «Il sovraffollamento delle ultime settimane sull’isola di Lampedusa, ora in via di risoluzione, desta concrete preoccupazioni sotto il profilo igienico e ambientale, ma fortunatamente non sono emersi al momento quadri clinici legati a malattie infettive, quali quelle su cui spesso la stampa pone accenti allarmistici quanto ingiustificati, come tbc e meningite».

   Lo assicura il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, nel messaggio inviato al ministro della Salute, Ferruccio Fazio, al meeting dei ministri della Salute dei paesi Ue e i rappresentanti dell’OMS e della Commissione europea.Ma quanti sono gli immigrati che sono sbarcati in questi mesi in Italia? Ventisettemila. Tanti sono stati, ad oggi, dall’inizio della crisi in Nord Africa. La maggior parte di origini tunisine (l’80%), la restante parte proveniente dal Nord Africa e dal sub-Sahara. Lo ha detto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio.
   Sul fronte del dibattito politico dopo l’appello della Chiesa, ribadito oggi dal cardinal Bagnasco («è necessaria una azione rapida e concreta»), il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha definito «altamente apprezzabili» le «preoccupazioni che si riflettono nelle dichiarazioni dei massimi vertici della Chiesa sul tema immigrati». Il Capo dello Stato, ha definito la libera circolazione dei cittadini «attraverso frontiere non più insormontabili» una delle maggiori conquiste nel processo di integrazioni europea«. È intanto polemica sulla frase choc del leghista Castelli sull’ipotesi di un utilizzo delle armi. »La frase va circostanziata, è stata estrapolata e manipolata«, ha spiegato il capogruppo della Lega alla Camera, Marco Reguzzoni.

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3 thoughts on “L’IMMIGRAZIONE dal Nord Africa che l’Europa rifiuta, è il sintomo della crisi dell’Europa stessa – Possibili scenari di un’Europa virtuosa con il fenomeno migratorio e con la grande GEOAREA ARABA del Mediterraneo (la proposta di nascita di una nuova AUTORITA’ EURO-ARABA basata sullo sviluppo economico mediterraneo)

  1. EMIGRATO lunedì 2 maggio 2011 / 21:20

    –Il più grande esodo migratorio della storia moderna è stato quello degli Italiani.

    –A partire dal 1861 sono state registrate più di ventiquattro milioni di partenze. Nell’arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all’ammontare della popolazione al momento dell’Unità d’Italia si avventurava verso l’ignoto.

    –Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 l’esodo interessò prevalentemente le regioni settentrionali con tre regioni che fornirono da sole il 47 per cento dell’intero contingente migratorio: il Veneto (17,9), il Friuli Venezia Giulia (16,1 per cento) e il Piemonte (12,5 per cento).

    –Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle regioni meridionali. Con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania e Sicilia, e quasi nove milioni da tutta Italia.

    –Gli italiani sono sempre al primo posto tra le popolazioni migranti comunitarie (1.185.700 di cui 563.000 in Germania, 252.800 in Francia e 216.000 in Belgio) seguiti da portoghesi, spagnoli e greci. Gli italiani all’estero secondo le stime del Ministero per gli Affari Esteri erano nel 1986 5.115.747, di cui il 43 per cento nelle Americhe e il 42,9 in Europa. L’entità delle collettività di origine italiana ammonta invece a decine di milioni, comprendendo i discendenti degli immigrati nei vari paesi. Al primo posto troviamo l’Argentina con 15 milioni di persone, gli Stati Uniti con 12 milioni, il Brasile con 8 milioni, il Canada con un milione e l’Australia con 540.000 persone…

    — E oggi non sappiamo più se sentirci europei (italiani ?) e allo stesso tempo non vogliamo gli extracomunitari…

  2. Giulia venerdì 23 settembre 2011 / 10:04

    MA UN CONTO ERA ANDARE ALL’ESTERO SAPENDO CHE CI SAREBBE STATO LAVORO, E UN CONTO E’ VENIRE IN ITALIA DOVE NON CI SONO PROSPETTIVE, TRANNE ESSERE ARRUOLATI NELLA MALAVITA.

    • lucapiccin sabato 24 settembre 2011 / 8:58

      Purtroppo il CAPITALE ha esteso i suoi tentacoli nel mondo intero, mentre il LAVORO ha perso molto del potere che aveva conquistato. In poche parole, attualmente il capitale si riorganizza su scala globale, infischiandosene degli stati nazionali (permettendosi perfino di dare loro i voti attraverso le varie agenzie di notazione) e mettendo in concorrenza i lavoratori del mondo intero. C’è poco da accusare questi ultimi: è forse una colpa cercare fortuna in un paese dove le condizioni sociali sono (ancora per poco tempo) migliori che nel proprio?

      Cosa dovrebbero dire i lavoratori del Kenya quando una marea di somali arrivano nel loro paese? “Fuori tutti i clandestini”?!?
      Divide et impera era valido 2000 anni fa e lo è ancora.
      Mentre il capitale approfitta delle sue contraddizioni, mettendoci paura (aiuto la crisi), noi ci affrontiamo gli uni contro gli altri, anziché metterci d’accordo per mandare a casa una volta per tutte politici corrotti e speculatori che accumulano somme di ricchezze mai cosi grandi nella storia dell’Uomo.
      Andate a vedervi la schifosa classifica annuale di Forbes per rendervene conto almeno un po’. Scoprirete in quali settori si diventa miliardari e che anche paesi un tempo arretrati oggi possono annoverare nuovi membri del club dei super-ricchi, proprio mentre gran parte della loro popolazione vive di stenti (India, Messico, …).

      Sarebbe ora di cambiare il nostro modo di pensare, per esempio anziché pensare ad assicurare i mercati e le borse, dovremmo essere tutti più umani e pensare al nostro prossimo che sta soffrendo e che “certe cose” non si ripetano mai più.

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