NORDEST CAMBIATO: da CIVILTÀ CONTADINA povera, a IPERSVILUPPO (economico, ora in trasformazione) più difficile DA IDENTIFICARE (a livello sociale, culturale, territoriale). La GEOGRAFIA DI UN’AREA IN DIVENIRE

IL VENETO DEI CONTADINI (1921-1932) - Foto di PAUL SCHEUERMEIER, etno-linguista svizzero (1888-1973) tratta da “il Gazzettino” del 5/4/2011 che a sua volta la ha ripresa dal libro di Paul Scheuermeier “IL VENETO DEI CONTADINI (1921-1932)” edito da ANGELO COLLA, Vicenza (collana patrocinata dalla Regione Veneto di "Studi e Ricerche sulle Culture Popolari Venete”)

   Lasciamo da parte, per una volta, parlando “solo” di Nordest (ma ribadiamo che tante altre parte d’Italia vivono gli stesso fenomeni) la questione ambientale, del dissesto del territorio (le recenti alluvioni…), il caos urbanistico (la città diffusa…), l’accorpamento dei comuni in “città” che a noi sta un po’ a cuore. Parliamo invece, senza voler essere per niente esaustivi, di “economia” del nordest che cambia; anche di immigrati come “nuove persone” che vengono a vivere in un’area che da sempre (secoli) ha avuto influenze e “travasamenti stranieri” (Venezia e la sua vocazione commerciale, ma anche la discesa dei barbari e la collocazione, questa sì millenaria, tra oriente bizantino mischiato e discesa di tribù dall’Europa centrale, “barbare”, di spirito germanico: l’arte, la creatività dell’oriente mischiato allo spirito pratico teutonico)… 

   Perdonateci queste farneticazioni: ma è per dimostrare, da subito, che se “spirito veneto”, del nordest, si parla, questo è riferito a un miscuglio di etnie, provenienze, che nel nordest d’Italia si son avute, si sono incontrate, e ancora si incontrano; e che tentano di declinare adesso, come una volta, insieme, un progetto di benessere possibile da praticare ora e nei prossimi decenni. 

   Pertanto popolo veneto come popolo meticcio che si riconosce in primis nella volontà di raggiungere (mantenere) il benessere; magari popolo poco incline a ideologizzare la propria vita e costumi (ma così è di tutto il mondo crediamo…), pochissimo attento al suo ambiente, con qualche spinta a chiudersi in se nei momenti di difficoltà…

   Nel primo articolo che vi proponiamo, Adriano Favaro (giornalista del Gazzettino, ma anche studioso di tematiche antropologiche in varie parti del mondo) presenta un libro: una ricerca linguistica di un etno-linguista svizzero (Paul Scheuermeier, morto nel 1973) fatta nelle campagne venete (da Mirano vicino Venezia alle pendici del Grappa…), ricerca da Scheuermeier svolta negli anni tra il 1921 e il 1932 nel “Veneto dei contadini”: parole e immagini (era anche un buon fotografo) che dimostrano l’assoluta (o quasi) assenza di rapporto tra questo Veneto di adesso con quello contadino di allora. Partiamo da questo (il dialetto, la lingua descritta da Scheuermeier) per parlare di Veneto contadino del tutto cambiato in cinquant’anni e meno, e di che futuro aspetta l’area denominata Nordest…

NANOTECNOLOGIE IN VENETO E LORO APPLICAZIONI AI MATERIALI - Le nanotecnologie sono lINSIEME DI METODI E TECNICHE PER LA MANIPOLAZIONE DELLA MATERIA SU SCALA ATOMICA E MOLECOLARE e hanno lobiettivo di costruire materiali e prodotti con speciali caratteristiche chimico-fisiche

   A noi viene da pensare, forse, a qualche forma linguistica che sicuramente il Veneto è riuscito a mantenere (almeno adesso nei più anziani, sopra i quarant’anni) rispetto ad altre aree d’Italia. Viene in mente un altro libro assai importante, di Luigi Meneghello, “Libera Nos a Malo”, dove lo scrittore vicentino (scomparso nel giugno 2007), si confronta con la lingua veneta del passato, dicendo e dimostrando che le “parole vissute”, del quotidiano mondo contadino, erano parole “fisicamente materiali”. Quando si diceva “cavalièr” per parlare di quello che in lingua italiana si traduce in “baco da seta”, tradizione micro-economica molto importante della famiglie contadine venete della prima metà del ‘900, nonb si parlava di un assiom linguistico per descrivere una cosa, ma si intendeva la parola (cavalièr) come cosa materiale, viva, reale, vissuta, ben oltre la mediocre traduzione in italiano (baco da seta).

   Lo stesso fenomeno linguistico lo intravedeva Paulo Freire (scomparso una quindicina di anni fa, educatore, tra i fautori della “teologia della liberazione” che univa socialismo a cristianesimo, antropologo, famoso il suo libro “la pedagogia degli oppressi”) dove, parlando delle tribù amazzoniche brasiliane, diceva che “la lingua è realtà” il termine “acqua” (da noi qui volgarmente tradotto) per gli indios era “acqua vera” elemento reale di vita, non appunto una rappresentazione linguistica…

   E’ da capire se il Nordest di adesso (“Nordest” ascrivibile, oltre al Veneto, a modi culturali ed economici identificabili comuni del tutto uguali anche nell’area del Friuli – ma non a quella della “Venezia Giulia” -, forse un po’ meno a quella trentina anche se più influenzata dall’influsso mitteleuropeo – per niente all’Alto Adige/Sud Tirolo -…), che rapporto possa ancora avere (questo Nordest) con la “sua lingua”, i suoi modi di sviluppo economico; e con altre persone che vengono da lontano… con una sua identità particolare, ora che siamo nel mondo globalizzato.

   Ci fa pensare che “tutto sia in divenire” (anche nel passaggio da civiltà contadina a qualcosa del tutto diverso, dove comunque la terra, l’agricoltura, c’è ancora, eccome!… ma in modo diverso, una società rurale urbanizzata senza che ci sia “la città”…). E non si può dare un giudizio univoco, “mettere il cappello” a questo divenire economico, sociale, linguistico, industrial-artigianale…; non si può individuare un “pensiero unico”, ma avere un approccio umile, di analisi e studio a ciò che accadde, e a proposte virtuose per identificare uno sviluppo che possa piacere ai giovani e ai bambini di adesso, e alle future generazioni.

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IL VENETO DEI CONTADINI TRAVOLTO DALLA STORIA

di ADRIANO FAVARO, da “il Gazzettino” del 5/4/2011

– L’etno-linguista Paul Scheuermeier a caccia di parole e immagini – Un lavoro svolto tra il 1921 e il 1932 che ora restituisce la memoria rimossa –

   Nell’era in cui i dialetti diventano strumenti di un’epopea che spesso assomiglia a una crociata basterà fermarsi a leggere “Il Veneto dei contadini (1921-1932)” per garantirsi un equilibrio socio-linguistico (e quindi inesorabilmente anche politico) che a molti, a Nordest, sembra evaso, come il senno di Astolfo.  L’opera (…) è il lavoro di un etno-linguista, lo svizzero Paul Scheuermeier, edito da Angelo Colla, Vicenza.
      Il volume è una di quelle opere indispensabili per capire il mondo dei contadini veneti a ridosso della prima guerra mondiale; e appartiene a una collana patrocinata dalla Regione Veneto di “Studi e Ricerche sulle Culture Popolari Venete”.

   La ricerca di Scheuermeier comincia nell’ambito di quell’enorme lavoro che è l’AIS (Atlante Italo Svizzero), attuale ancor’oggi, fatto di centinaia di tavole dove vengono collocati i termini dialettali dell’Italia (e del Canton Ticino). Al giovane linguista (…) è affidato il compito di muoversi a Nordest. Lo fa, come tradizione, in modo sistematico, portandosi anche una macchina fotografica con la quale documenterà (strumento obbligatorio assieme ai disegni) gli oggetti di cui trascrive, non senza difficoltà, i termini con i quali vengono indicati gli oggetti.
      E basterà vedere le foto, una collezione da meritare una mostra permanente, per scoprire quanto distante sia quel Veneto da quello di oggi. Abisso vertiginoso perché quasi tutti gli oggetti descritti sono finiti nei musei etnografici. Ma anche struggente dispersione etnica: qui oggi lo zurighese Paul Scheuermeier (1888-1973) – collega di Jaberg, Jud, Rohlfs – si sentirebbe smarrito e confuso. A lui grande linguista e attentissimo fotografo, potrebbero venire in soccorso solo i saggi – pubblicati assieme ai suoi appunti e foto – di Glauco Sanga, Daniela Perco, Danilo Gasparini, John Trumper, Alberto Zamboni, Maria Teresa Vigolo, Carla Gentili.

   Scritti che spiegano in certo modo anche l’attualità di quegli incontri e i tormenti dello studioso che riflette da Romano, centro sulle pendici del Grappa: «Scrivo in una stalla tra 9 bestie principali che mi lanciano contro “boasse” e innumerevoli nipoti tra i 4 e 8 anni, che si avvicendano continuamente, rampolli dei 16 figli del 76enne informatore. Un contadino intelligente, sveglio, carattere tenace di montanaro. Solo che l’insegnamento del Parroco ha lasciato tracce visibili sul linguaggio del vecchio sacrestano. Devo dire: purtroppo? Sempre lo steso dilemma: cos’è peggio. Un semi selvaggio che non mi capisce e che fa di tutto un miscuglio? Oppure uno che capisce, anche le frasi, e per questo falsa la pronuncia genuina? Entrambe mandano spesso in bestia il mungitore». Un mungitore che si lamentava perché ovunque i dialetti risentivano della lingua veneziana. Come adesso.
      C’è tutto in questo passaggio: la coscienza dei mutamenti costantemente in corso, la struttura sociale, il disagio del vivere di una comunità, la povertà e l’orgoglio. E per questo bisognerebbe leggerli tutti nelle scuole questi appunti, a voce alta, compreso l’esemplare l’approfondimento su Mirano dal 1930 al 1932. Tra i nati dell’epoca molti sono ancora vivi. Ma la loro memoria – da tempo – è stata offuscata. Se figli e nipoti non la sanno più leggere questo è uno strumento di rianimazione. E di cultura, purissima. (Adriano Favaro)

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«ADDIO AL NORDEST. IL MODELLO PERDE CONFINI E IDENTITÀ»

di FRANCESCO JORI, da “il Mattino di Padova” del 13/3/2011

– LA NORD REGIONE DIVENTA GLOBALE – Addio vecchio Nordest. Se ne occupa il numero monografico della rivista «Economia e società regionale» dell’Ires veneto (istituto di ricerche economiche e sociali), con contributi di diversi studiosi, da Enzo Rullani a Giancarlo Corò, da Roberto Grandinetti a Bruno Anastasia, da Paolo Perulli a Marco Bettiol. Sono tematiche affrontate anche da un libro di recente uscita, edito da Mondadori, «Il Veneto – Nord regione globale», a cura di Paolo Perulli (e molti altri studiosi del “sistema veneto”, ndr) –

PADOVA. Troppo piccolo per aderire al globale, troppo grande per rientrare nel locale. Vittima della nuova natura del villaggio-mondo, il Nordest scivola impercettibilmente tra le categorie obsolete. Ma in compenso, riassorbito in un più ampio Nord, va ad occupare un’inedita terza via tra globalizzazione e localismo: come spiega Roberto Grandinetti, docente del dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Padova e presidente dell’Ires veneto.  

Grandinetti, il Nordest sta perdendo una sua identità per diventare parte di un Nord regione globale?    «Si deve sempre prestare attenzione nel sostituire aggregazioni o territori definiti in un certo modo con altri. Ma certo, se guardiamo a una serie di processi rilevanti, soprattutto riferiti alle imprese industriali più dinamiche, dobbiamo registrare che si sta andando ben oltre i confini del classico distretto industriale, e anche di quelli regionali. E ne esce appunto un Nord regione globale, Emilia-Romagna inclusa».  

Ma è solo un’esperienza-pilota degli attori più intraprendenti, o si muove qualcosa di più diffuso? «Ci sono processi in atto anche su altri piani, dal sistema insediativo al mercato del lavoro, che ci autorizzano a dire che la vera macroregione oggi è il Nord. Tra il globale e il locale c’è spazio per un livello intermedio, che per l’impresa ma anche per altri players è il Nord, territorio in cui si addensano una serie di processi. Il che, peraltro, non vuol dire farlo diventare ciò che non è, e cioè una regione unica».  

È la fine della distinzione tra il Nordest del fai-da-te e il Nordovest del triangolo industriale che drenava risorse dall’esterno, manodopera inclusa?  «In realtà già il Nordest classico era ed è qualcosa di diverso dai confini geografici canonici: tale ad esempio da includere il Friuli ma non certo la Venezia Giulia, una parte del Trentino ma non certo l’Alto Adige. La stessa Lombardia, se si eccettua l’area metropolitana milanese, è stata ed è molto simile al Nordest, mentre Piemonte e Liguria stanno accentuando semmai le differenze rispetto alla realtà lombarda».

   Dunque un’evoluzione-rivoluzione strisciante in atto da tempo?  «Diciamo che il classico modello di sviluppo del Nordest di cui si è parlato per anni diventa ormai una convenzione, e che viene emergendo un’omogeneità socio-economica di fondo. È sparita quella compenetrazione solidissima tra società ed economia che aveva a lungo caratterizzato il vecchio Nordest».  

Che ricadute comporta?  «Ne cito una tra le più rilevanti. La natalità aziendale a Nordest non è mai stata un problema; ma oggi, proprio come le famiglie che fanno meno figli, le vecchie imprese ne fanno nascere sempre meno di nuove. La natalità reale delle aziende non è quella delle Camere di Commercio, in gran parte amministrativa e fittizia: è molto più bassa. E questo non è un dato solo economico, ma anche sociale: è più difficile fare impresa oggi, in condizioni di maggior rischio e precarietà. Il che pone un problema di riproducibilità che è necessario affrontare».  

Le classi dirigenti ne sono consapevoli?  «Diciamo che c’è stato un modello di sviluppo del Nordest di cui abbiamo beneficiato un po’ tutti: ma tutti abbiamo sottovalutato quali siano le condizioni di riproducibilità del benessere indotto da quel modello. Oggi non si tratta più di far nascere imprese di subfornitura o di lasciare l’iniziativa allo spontaneismo. Occorrono diversi fattori, inclusa la presenza di università che sappiano dare un contributo alla natalità di imprese innovative».  

C’è qualche segnale da parte del sistema Nordest?  «Ci sono associazioni imprenditoriali che si stanno ponendo concretamente il problema, come Unindustria Treviso: cosa fare per diventare incubatori di nuova imprenditorialità. Università, istituzioni, soggetti economici devono porsi l’obiettivo di far diventare il Nordest un sistema regionale di innovazione; come successo ad esempio in Germania con il Baden-Wurttemberg, reinventato rispetto al vecchio modello manifatturiero». (Francesco Jori)

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NORDEST, FUTURO NELLE NANOTECNOLOGIE

Sta cambiando tutto: microcere, farmaci mirati, pentole di rame con i manici che non scottano

da “il Gazzettino” del 18/10/2010

   Per molto tempo è stato difficile, e in parte lo è anche adesso, spiegare a chi di scienza non ha troppa competenza, quale siano le applicazioni pratiche delle nanotecnologie. Tutto però sta diventando più facile – anche se ancora restano mediamente complessi e perfino oscuri molti sofisticati meccanismi – perché le applicazioni delle nanotecnologie hanno coinvolto terreni insospettabili .

   Quelli che seguono sono alcuni esempi delle applicazioni pratiche delle nanotecnologie (…).  Il risultato di una politica scientifica avviata da Venezia e Padova che ha trasformato quest’area del Veneto del distretto italiano delle nanotecnologie. Un settore dove, nel 2006 il mercato era di 60 miliardi di dollari e che è stimato, per il 2015, a mille miliardi.
      Un investimento che porterà il futuro a Nordest nei prossimi anni e che è destinato a trasformare la faccia di molta parte dell’economia e delle produzioni in Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ecco alcuni esempi di come “idee” sulle nanotecnologie siamo diventate pratica. Copiando spesso quello che già accade in natura. E superandola.
      MANICI ROVENTI – Si chiama ”Nanà” ed è la pentola che ha mandato in pensione le presine. Vincitrice della finale Star Cup Veneto 2009 Nanà ha manici che non si surriscaldano perché il rame è rivestito di una vernice di ossido di titanio.
      EFFETTO LOTO – Le foglie del nastruzio restano pulite perché le goccioline d’acqua scorrono via dalla superficie senza aderirvi. Questo “effetto” è già utilizzato in molti prodotti , ad esempio pitture per esterni sulle quali l’acqua scivola via portando con sé lo sporco. O come le ceramiche sanitarie sempre pulite perché costruite nella parte della superficie esterna con l’effetto loto.
      IL GECO – Il piccolo geco ha la possibilità di restare appeso ad un soffitto perché i suoi polpastrelli sono ricoperti di peli finissimi che penetrano nelle piccolissime fessure delle superfici. Lo stesso principio adottato nel film “Spider Man”. Le nanotecnologie fatte a Nordest stanno applicando questo principio su superfici e strutture sempre più differenti. Con lo stesso principio basta una vernice adeguata sul vetro delle automobili per dire addio al tergicristallo.
      VETRO SOLARE – La vernice fotovoltaica può trasformare un normale vetro in un collettore di energia solare.
      FARMACI MIRATI – Il 18% delle nanotecnologie viene applicato nell’industria per farmaci che arrivano (con nano macchine) solo sulla parte malata. Già adesso l’ossido di titanio viene impiegato per le creme da viso e particelle di silicato per i dentifrici che “ricostruiscono”.
      PAVIMENTI – Da tempo è in commercio una cera brevettata al Vega di Marghera che contiene particelle nano: coprono i microspazi del pavimento. Lucidità e spessore assieme, una rivoluzione.
      ARTE – Il nanotech ha anche un aspetto estetico. Da anni sono state allestite mostre visibili solo con potentissimi microscopi: frammenti di natura in mano ad alcuni sono capaci di emozionare come le grandi opere. Anche alcuni batteri sono stati già “arruolati” come pittori.
      EVEREST – Al campo base dell’Everest gli italiani del Cnr (collaborano anche le Università di Padova e Venezia) hanno allestito un laboratorio che misura le micro polveri trasportate dai deserti dell’Asia o dell’Africa sul tetto del mondo.

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IMMIGRATI E NORDEST

(da “il Gazzettino 10/8/2010) – SCENDONO I TIMORI E SALGONO I SENTIMENTI POSITIVI LEGATI AGLI IMMIGRATI: l’OSSERVATORIO SUL NORDEST, curato da Demos per Il Gazzettino, si occupa dei – contrastanti – sentimenti suscitati dall’immigrazione. È il 36% dei rispondenti a dichiararsi d’accordo con l’idea che “Gli immigrati sono un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone”, mentre IL 48% SOSTIENE CHE “LA PRESENZA DEGLI IMMIGRATI FAVORISCE LA NOSTRA APERTURA CULTURALE”.

   L’integrazione dei migranti, poi, passa soprattutto attraverso il lavoro regolare e il pagamento delle tasse: è il 64% a ritenere che questa sia la componente fondamentale per considerarli “inseriti”. IL TIMORE CHE HA ACCOMPAGNATO NEGLI ULTIMI ANNI LA PERCEZIONE DEGLI STRANIERI SEMBRA ESSERSI RITIRATO. Complice anche un netto calo della rappresentazione mass-mediatica dell’immigrazione come fonte di criminalità (Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, Demos-Osservatorio di Pavia), tale inversione sembra favorire uno sguardo più positivo rispetto al processo migratorio.

   Così, vediamo come sia IL 36% DEI NORDESTINI A INDIVIDUARE UN LEGAME TRA IMMIGRATI E PROBLEMI DI ORDINE PUBBLICO; RISPETTO AL 2009, IL DATO È IN CALO di circa sei punti percentuali. Nello stesso arco di tempo, invece, SONO AUMENTATI DI CIRCA DIECI PUNTI PERCENTUALI QUANTI RITENGONO GLI IMMIGRATI UNA FONTE DI APERTURA CULTURALE (48%).  Confrontando Italia e Nord Est, poi, vediamo come entrambi i contesti riconoscano l’apporto positivo dell’immigrazione in misura piuttosto simile (rispettivamente, 50 e 48%).

   L’associazione immigrati-sicurezza, invece, è più presente tra i nordestini (36%) che nell’intera penisola (31%). I profili delineati dalle due opinioni appaiono quasi speculari. Quanti vedono nell’immigrazione prima di tutto un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza sono in misura maggiore persone tra i 45 e i 64 anni, in possesso di un basso livello di istruzione e residenti in comuni con meno di 15mila abitanti. Dal punto di vista socio-professionale, invece, questa posizione è presente soprattutto tra operai e imprenditori, mentre, guardando al fattore politico, emergono gli elettori di Lega Nord e Udc.
   COLORO CHE VEDONO NEGLI IMMIGRATI PRINCIPALMENTE LE POTENZIALITÀ DI APERTURA E ARRICCHIMENTO SONO PER LO PIÙ GIOVANI CON MENO DI 34 ANNI, DIPLOMATI O LAUREATI E RESIDENTI IN CITTÀ CON OLTRE 50MILA ABITANTI. Questa posizione è presente in misura maggiore tra impiegati e studenti, mentre, se guardiamo all’orientamento politico, ritroviamo in misura maggiore elettori di Pd, Idv e partiti della sinistra radicale. Liberi professionisti, disoccupati e persone di età compresa tra i 45 e i 54 anni, invece, mostrano sia timore che percezione di arricchimento, e costituiscono un’area di ambiguità degna di attenzione.

   E quando i nordestini considerano gli immigrati integrati? Il consenso verso il lavoro regolare e il pagamento delle tasse (64%) è piuttosto ampio e trasversale. Lo seguono, a distanza, la conoscenza di lingua e tradizioni nazionali (21%) e le amicizie con persone italiane (12%). Guardando all’orientamento politico, vediamo che tra gli elettori della Lega Nord è presente un approccio decisamente laburista, mentre quelli del Pd considerano altresì importante che gli immigrati abbiano amici italiani. I simpatizzanti dell’Idv, invece, associano al lavoro la conoscenza della lingua e delle tradizioni nazionali, mentre quelli dell’Udc si mostrano più sensibili della media sia rispetto al fattore sociale sia rispetto alla conoscenza dell’italiano.

STATISTICA IMMIGRATI (CLICCARE SULLIMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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NORDEST, COME ERAVAMO E COSA SIAMO DIVENTATI. I CONTI TRENT’ANNI DOPO

di EMILIO RANDON, da “il Mattino di Padova” del 3/3/2011

– due studiosi a confronto sul modello veneto –

   Biografia intellettuale di una generazione davanti allo specchio del Nordest, gioco bello e spericolato che i redattori della rivista «Economia e società regionale» hanno avuto il coraggio di fare nell’ultimo numero della pubblicazione edita dell’Ires Veneto. A proprio rischio e pericolo, senza rete.

   Si sono costretti a pensare a come erano 30 anni fa, hanno riesumato le vecchie idee, gli antichi schemi interpretativi con cui leggevano il Nordest, le analisi fatte e le previsioni che allora sembravano ardite per metterle a confronto con la realtà di adesso. Ci hanno preso molto, molto non hanno visto, parecchio hanno dovuto remare contro.

   Enzo Rullani e Bruno Anastasia sono i professori che firmano l’articolo in duetto. Negli anni ’80 nessuno dei due era organico alla sinistra.  Entrambi periferici all’Accademia, ma anche così lo specchio non fa sconti, tornano indietro gli ottimismi, le ingenuità con cui guardavano al modello nordestino, la generosità e anche il coraggio con cui si opposero ai riflessi d’ordine di un’intellighenzia accademica formatasi sulla vulgata marxista.

   Il modello socioeconomico veneto, negli anni’70 veniva chiamato con orrore post-fordista, a sinistra se ne aspettava l’implosione con l’inevitabile disastro sociale. Invece il modello è cresciuto ed è ancora qua, non ha diffuso miseria, né imbarbarimento umano, tutt’altro. Ora qualcuno riconosce: non era l’ultimo tentativo del capitalismo di fregarli – forse il capitalismo non voleva fregare nessuno – inoltre cosa fatta capo ha, il modello si è realizzato hegelianamente a destra, fatto alla sua maniera, senza lasciarsi indovinare, portatore di gioie e di dolori, discutibile, persino disprezzabile, ma funzionante.  

   Lo specchio del 2011 lusinga i due autori, ne riconosce le buone intuizioni di allora, Rullani e Anastasia devono solo difendersi da un eccesso di compiacimento. Ma alla fine ammettono: era difficile capire, forse non capimmo granché, a parte la certezza che quello era il futuro e che non era necessariamente un male.  

   Autori della recherche sono dunque Enzo Rullani e Bruno Anastasia. Nel gennaio del 1982 erano rispettivamente un noto professore di Ca’ Foscari e un giovane neo laureato, insieme dettero alle stampe la loro madeleine con un titolo necessariamente anodino, «La nuova periferia industriale. Saggio sul modello Veneto». A distanza di quasi trent’anni, con Giancarlo Corò nel ruolo di sensale, si sono posti «l’impertinente domanda: che ne è oggi delle analisi di allora?», ovvero: di che gusto sa la madeleine?  Di gioventù e di tumultuose speranze naturalmente.

   Ma già allora «la storia del capitalismo reale, lo si capirà più avanti, aveva ormai cambiato corso». Partivano dalla convinzione che il Veneto il fordismo – cioè il modello produttivo della grande fabbrica organizzata – l’aveva saltato a piè pari per approdare al post, in uno schema diffuso di piccole e medie aziende che spuntavano nelle campagne sostituendo il lavoro contadino. «A destra pensavano che quel modo di produrre e di organizzare il mondo fosse la via maestra del progresso», a sinistra, c’era la disperazione, un’antipatia che divertiva lo stesso capo della Cgil Trentin: «In pochi anni il mondo post fordista si popolò di orfani del fordismo – osservava il sindacalista – persone, partiti e organizzazioni che continuavano a rimpiargene i riti, i miti, la potenza di fuoco», ancora di più rimpiangevano «la perduta centralità politica».  

   E loro, gli scienziati sociali, allora che facevano? «C’erano gli osservatori “resistenti”, il nuovo, emerso dall’evoluzione spontanea, era assimilato al capitalismo “sottoscala”. Noi non si era orfani del passato, ma piuttosto neonati scarsamente consapevoli di quello che ci aspettava». «Soprattutto non riuscivamo a immaginare quale tipo di futuro avrebbe avuto un sistema nato da una genesi involontaria e inaspettata». «Il sistema era intimamente contraddittorio, portava crescita ma era fortemente dissipativo». «Ci siano accorti in ritardo e con qualche rimpianto del potere dissipativo dello sviluppo avviato a Nordest. Erodeva risorse, territorio, operosità, infrastrutture».

   «Ce n’era abbastanza per immaginare fin dall’inizio che la traiettoria spontanea e inconsapevole della crescita non sarebbe andata avanti a lungo senza aggiustamenti». «Diciamo che nel Nordest pre-2000 c’è stata una diffusa sperimentazione anarchica, ma anche una assai più limitata consapevolezza teorica e programmatica di quanto stava succedendo sotto gli occhi di tutti».  

   Dice Anastasia, «mi sembrava che non si potesse passare il tempo nell’attesa (inutile) del crack del capitalismo e che si dovesse prendere sul serio il cambiamento… spesso mi sembrava che ogni cambiamento fosse disinvoltamente interpretato come un trucco del capitalismo per nascondere il consueto piano diabolico finalizzato allo sfruttamento universale».  

   E Rullani: «Ci sembrava del tutto ragionevole prendere sul serio il nuovo e non considerarlo semplicemente ritardo o, peggio, sintomo di sottosviluppo…negli ambienti intellettuali e politici di allora rimanemmo abbastanza isolati. Il nostro comunque era un impegno intellettuale, più che di sperimentazione e di azione: abbiamo cercato di affermare e argomentare la tesi che nel mondo non c’è un unico modello di capitalismo.

   Come diceva Ruffolo: “Il capitalismo ha i secoli contati”. Anastasia fa la somma di torti e ragioni: «Nella sostanza avevamo visto giusto, il modello era forte, è cresciuto pur mantenendo una certa predisposizione all’industrializzazione senza fatture, e ciò avvalora le nostre vecchie analisi che ne esaltavano il potenziale… allora alcune parole non esistevano, mancava il termine globalizzazione, non c’era nemmeno la parola distretti.

   Oggi il modello non deve fare i conti con la vecchia resistenza ideologica, piuttosto con un atteggiamento che ritiene possibile la riduzione della straordinaria complessità sociale in cui viviamo semplicemente negandola, fingendo che anziché innovazione e conoscenza bastino il recupero delle tradizioni e la fedeltà al localismo».  Rullani: «Sono passati 30 anni, la realtà è andata dove noi dicevamo anche se il pregiudizio su questa direzione ritenuta anomala non è scomparso… ma dobbiamo anche dire che abbiamo fallito nel trasformare questo oggetto – il capitalismo d’impresa diffusa – in un laboratorio di sperimentazione per far prendere coscienza di sé agli attori che lo stavano costruendo».  

   E adesso? Cosa prevedono adesso i due scienziati sociali? «Oggi abbiamo a disposizione una forma di flessibilità negativa, diciamo che finora è stata la non-organizzazione che ci ha reso flessibili. Ciò può diventare una iattura. C’è materia per un nuovo patto per lo sviluppo. Bisogna imparare a vivere e lavorare in rete, adottando oltre alla propria identità anche una visione condivisa dei problemi e dei traguardi da raggiungere».

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ARATURA – IL VENETO DEI CONTADINI (1921-1932) – Foto di PAUL SCHEUERMEIER, etno-linguista svizzero (1888-1973) tratta da “il Gazzettino” del 5/4/2011 che a sua volta la ha ripresa dal libro di Paul Scheuermeier “IL VENETO DEI CONTADINI (1921-1932)” edito da ANGELO COLLA, Vicenza (collana patrocinata dalla Regione Veneto di “Studi e Ricerche sulle Culture Popolari Venete”)
IL VENETO DEI CONTADINI (1921-1932) - Foto di PAUL SCHEUERMEIER, etno-linguista svizzero (1888-1973) tratta da “il Gazzettino” del 5/4/2011 che a sua volta la ha ripresa dal libro di Paul Scheuermeier “IL VENETO DEI CONTADINI (1921-1932)” edito da ANGELO COLLA, Vicenza (collana patrocinata dalla Regione Veneto di "Studi e Ricerche sulle Culture Popolari Venete”)

One thought on “NORDEST CAMBIATO: da CIVILTÀ CONTADINA povera, a IPERSVILUPPO (economico, ora in trasformazione) più difficile DA IDENTIFICARE (a livello sociale, culturale, territoriale). La GEOGRAFIA DI UN’AREA IN DIVENIRE

  1. Una veneta domenica 6 luglio 2014 / 10:43

    I veneti sono un popolo meticcio tanto quanto lo sono gli inglesi o i francesi.
    Voi buonisti usate sempre questo termine, a me come veneta non piace e non sono leghista.
    A proposito della lega nord, a me sembra che, poiché questa vuole valorizzare i dialetti (nooo, oddio, che perfidi!), voi che le date contro li denigrate…

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