L’ANTIEUROPEISMO che si diffonde: la necessità di una forte azione di RIPRESA DELLO SPIRITO EUROPEO, per rispondere alle grandi sfide del nostro tempo con progetti di pace, sviluppo, salvaguardia del pianeta

protesta a Budapest contro la nuova costituzione - UNGHERIA, APPROVATA UNA NUOVA COSTITUZIONE ULTRACONSERVATRICE - LA "NAZIONE POLITICA" IDENTIFICATA CON LA "NAZIONE ETNICA", discriminando di fatto le minoranze non magiare - Il parlamento ungherese ha approvato una nuova costituzione ultraconservatrice con i soli voti del centrodestra al governo, che occupa i due terzi dei seggi. La nuova costituzione é passata con 262 sì, 44 no e una astensione. FRA I PUNTI CONTROVERSI che danno alla costituzione un carattere fortemente conservatore, autoritario e nazionalistico, IL RIFERIMENTO NEL PREAMBOLO A DIO E CRISTIANESIMO COME "ELEMENTI UNIFICANTI" DELLA NAZIONE. E a proposito di questultima, LA "NAZIONE POLITICA" VIENE IDENTIFICATA CON LA "NAZIONE ETNICA", DISCRIMINANDO DI FATTO LE MINORANZE NON MAGIARE che vivono nel Paese, e prevede il DIRITTO DI VOTO ANCHE PER GLI UNGHERESI CHE VIVONO NEI PAESI VICINI, con il rischio, prevedono gli analisti, di creare attriti con Slovacchia e Romania, dove vivono forti minoranze magiare. Il testo apre la porta alla PROIBIZIONE PER LEGGE DELLABORTO, prevedendo che "la vita del feto sia protetta dal momento del concepimento". Vengono RISTRETTE LE COMPETENZE DELLA CORTE COSTITUZIONALE, escludendo i campi economico e sociale, ed ESTESA LINFLUENZA DEL POTERE ESECUTIVO SUL GIUDIZIARIO, lultimo potere dello stato che fino a oggi era ancora indipendente. (19/4/2011 da http://www.saturnonotizie.it/ )

   La Finlandia è l´ultimo dei Paesi europei dove l´estrema destra ha trionfato alle urne presentandosi su una piattaforma xenofoba e anti-europea. Il 17 aprile scorso i «Veri Finlandesi», partito dell’euroscettico, antieuropeista e nazional-populista Timo Soini sono stati i veri trionfatori delle elezioni, appaiandosi allo stesso livello di risultato elettorale (sul 20%) agli altri due partiti tradizionali della scena politica finlandese (i socialdemocratici e i conservatori). Contemporaneamente il parlamento dell’Ungheria ha approvato una costituzione che riconosce diritti e cittadinanza su base etnica (la cosiddetta “nazione etnica” tanto tristemente pericolosa e truce come si è sviluppata nella ex Iugoslavia negli anni ’90, a partire dalla Croazia).  E, in Ungheria, nella costituzione, privilegiando l’etnia magiara su altri cittadini di altra provenienza etnica, si incentiva l’ “appartenenza etnica” anche fuori del paese, con il diritto di voto delle comunità ungheresi presenti in altri stati (Slovacchia e Romania in particolare). Tutto questo in un’Europa centrale dove guerre e tragedie dei secoli scorsi hanno spesso mischiato popolazioni e nazionalismi (e non è proprio il caso di incominciare a separare su base etnica i territori).

   Ma i partiti xenofobi, ultranazionalisti, nei vari Paesi europei vincono un po’ dappertutto, o quasi: oltre a Finlandia e Ungheria, anche in Svezia, Belgio, Danimarca, Olanda, Austria… ma anche la Francia di Sarkozy, preoccupata della crescita dell’ultranazionalista Marine Le Pen per le presidenziali dell’anno prossimo, sta dando segni di chiusura; come dimostra l’episodio del freno ai profughi tunisini provenienti dall’Italia.

   Di tutto questo diamo conto negli articoli che seguono, secondo noi significativi, ripresi da vari giornali in questi giorni: dell’antieuropeismo che si sta impossessando della politica nei paesi europei (e del rifiuto di ogni idea di solidarietà, di dialogo con mondi e popoli più poveri); della mancanza di qualsiasi unità di intenti del continente europeo nella scena economica e politica mondiale (dove altri paesi stanno sopravanzando, come Brasile, Cina, India…). E cercando di capire come uscirne da questo “egoismo nazionalista”.

   Per dire la nostra qui, vien da pensare che quanto sta accadendo, cioè queste chiusure nazionalistiche nei confronti di altre religioni, etnie, della mancanza di necessarie collaborazioni tra gli stati europei, ebbene tutto questo sia un’ultima resistenza di partiti, popolazioni, persone (come noi, se si vuole, gente comune…) che inconsciamente capiscono che il mondo sta cambiando vorticosamente, è già cambiato; e vi è una difficoltà ad accettare questa situazione nuova; a dover cambiare noi stessi.

   Il corso storico dei processi globali è già più che mai attuato: l’economia, la tecnologia, la comunicazione sono oramai globali. E manca una forza autorevole, riconosciuta, “democratica” che governi questi fenomeni che si sviluppano da sè (internet, gli scambi commerciali mondiali, le nuove innovazioni tecnologiche…).      L’idea di governo mondiale peraltro richiede un controbilanciamento di poteri anche verso il basso: stati, georegioni, comunità territoriali che ora si confrontano con l’era globale (persone nuove che arrivano, un’economia su larga scala…), ebbene queste realtà richiedono forse maggiore attenzione, e che esse possano perseguire una presa di coscienza e un “giusto potere” che a loro spetta.

   Per questo l’idea federalista può essere efficacie (federalismo verso il basso e verso l’alto: la comunità locale che gestisce poteri a lei consoni; la persona che ha riconosciuti i propri diritti fondamentali e diventa protagonista nella propria libertà; gli stati e il governo mondiale che garantiscono ad esempio la pace, lo sviluppo, l’integrità della biosfera…).  Ad esempio, nell’economia agricola di cui parliamo spesso in questi post, l’idea di privilegiare e valorizzare le coltivazioni e i prodotti locali, ma in una rete internazionale di piccoli e medi coltivatori, con regole condivise di salubrità e gusto dei prodotti, e condizioni di vita dignitose per i produttori contadini, ebbene, questo ci fa capire come l’irreversibile processo “macro” dell’economia agricola deve avere ben chiaro e riconoscere la presenza “protagonista” delle piccole realtà contadine, agricole, rurali, ognuna con la sua specificità.

   Così sembra essere nel processo europeo: le sempre più preoccupanti diffuse spinte nazionalistiche reazionarie, xenofone di questi mesi e anni, forse non sono altro che le paure di non essere in grado di gestire il fenomeno di una “grande Europa”, autorevole, solidale, rivolta alla pace e allo sviluppo mondiale. E che questo non vuol dire eliminare il “senso delle comunità”, ma metterle tra loro in rete per essere più efficaci in ogni azione. E pertanto ci sarà la necessità di far capire, governare, questa realtà europea peraltro ineluttabile e che sicuramente gran parte dei cittadini dei vari stati non hanno ancora compreso nella sua importanza come processo virtuoso.

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DOPO IL VOTO IN FINLANDIA

L’ORA DELLA VERITÀ PER L’EUROPA

di Enzo Bettiza, da “la Stampa” del 19/4/2011

   L’ultimo colpo alla botte sempre più vuota dell’Unione europea lo ha sferrato la Finlandia, con un risultato elettorale non solo esiziale in sè, ma anche spia paradigmatica della brutta aria che tira su quasi tutti i Paesi comunitari.
   I «Veri Finlandesi» dell’euroscettico e nazionalpopulista Timo Soini sono stati i veri trionfatori di una gara che, in convenzionali e vaghi termini statistici, li mette al «terzo posto». Ma se analizziamo più da vicino il risultato, vediamo che la sostanza politica della classifica è quanto mai opinabile.

   L’impressionante marea di voti ha posto in realtà il partito dell’antieuropeista Soini quasi al secondo posto e non lontano dal primo, con un 19,6 per cento contro il 19,8 dei socialdemocratici e forse il 20 dei conservatori: ai quali, dopo il tracollo del partito centrista della premier uscente Kiviniemi, spetterà l’onere spinoso di formare la nuova coalizione di governo.
   Ma non basta. I dati del recente passato ci dicono che il trionfo di Soini è stato altrettanto schiacciante quanto imprevedibile. Il suo partito xenofobo ha spiccato infatti un balzo gigantesco dallo scarno 4 per cento del 2007, quintuplicando i seggi da 6 a 38, mentre i conservatori con la loro vittoria di Pirro ne perdono 6 e i socialdemocratici 2.
   È possibile quindi che i «Veri Finlandesi» possano entrare nella futura coalizione, ottenendo qualche ministero pesante nei settori dell’economia e dell’immigrazione. Però, se ne restassero esclusi, la loro prepotenza anche numerica dai banchi d’opposizione si farebbe sentire comunque su uno dei nodi più delicati della politica europea del prossimo governo di Helsinki: il salvataggio finanziario del Portogallo, che richiede l’unanimità dei 17 membri dell’Eurozona, e già da tempo suscita il crescente malumore della maggioranza dei finlandesi. «Quale Portogallo?», obietta Soini. «Si è già visto che il pacchetto di aiuti alla Grecia e all’Irlanda non ha funzionato».
   Se poi spostiamo lo sguardo su altri territori scandinavi e dell’Europa nordica, che sta diventando sempre più nordista, ci accorgiamo che la musica non cambia e anzi si fa più minacciosa. In Svezia, i cosiddetti «democratici», che rappresentano l’estrema destra, sono riusciti lo scorso settembre a entrare per la prima volta nella Camera dei deputati superando la soglia di sbarramento; un partito analogo è presente nel parlamento danese; in Olanda gli ultranazionalisti di Geert Wilders, nonostante la campagna ostile all’aiuto ai Paesi europei in bancarotta, sono stati accettati come forza di sostegno dal governo di minoranza; in Belgio il populismo regionalista di Bart De Wewer paralizza da circa dodici mesi la formazione di un nuovo esecutivo. Un anno senza governo: caso limite fra le democrazie europee.
   Che dire inoltre dell’affondamento di tutte le regole antidoganali di Schengen, voluto e imposto dalla Francia all’Italia, con colpi bassi di polizia intesi a impedire l’arrivo da Ventimiglia o da Bardonecchia di migranti tunisini di lingua francese? Forse non ci si rende del tutto conto che si tratta di un affondamento delle stesse basi di libertà e di convivenza civile su cui, dai tempi della Ceca, ormai leggendari, avevamo cercato di creare un continente transnazionale che oggi chiamiamo Unione Europea con parole vuote e fatti che la contraddicono alla radice.

   Oggi la linea storta di Sarkozy in crisi elettorale, incalzato da Marine Le Pen in testa ai sondaggi per il primo turno delle presidenziali 2012, non appare altro che una replica esasperata e isolazionista della politica della «sedia vuota» di De Gaulle. Non ritroviamo qualcosa del Generale che abbandonò la Nato, che sognò un’Antieuropa carolingia, nel modo con cui il suo ultimo erede si è lanciato quasi da solo, o malamente scortato, nella guerra calda in Libia e nella guerra fredda con l’Italia?

   Non sappiamo ancora se tutto questo basterà a Sarkozy per soffocare il canto della sirena Marine, la quale, per batterlo in curva, promette ai moltissimi francesi che la ascoltano addirittura un referendum sull’uscita dall’Unione europea. Di certo sappiamo che Sarkozy sta già rispondendo alla rivale con le sue personalissime e implicite azioni poco europee, per non dire antieuropee. Un grande e sincero europeista come Robert Schuman, autore del «piano S» da cui nacque la Ceca, si rivolterà nella tomba.
   La verità amara è che nulla, purtroppo quasi nulla, dell’Europa immaginata dai «padri fondatori» alla Schuman ha attecchito in profondità. L’Europa ha sempre affossato gli strumenti che avrebbero potuto darle il prestigio e la forza di competere con le maggiori potenze del mondo. Ha bocciato l’idea di un esercito comune, di una politica estera comune, di un vero presidente eletto e riconosciuto da tutti gli europei.

   Non è andata al di là dell’euro, dando al presidente della Banca Centrale di Francoforte quasi la supplenza di un capo di Stato; ma ora, con l’euro pure in crisi, si vede che da Francoforte potevano e possono partire solo impulsi per salvare banche e banchieri, ma assai meno i cittadini impoveriti di Atene, di Dublino, di Lisbona. Meno ancora per fronteggiare le sfide delle potenze emergenti o già emerse da secoli come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti.
   Si direbbe che l’attuale Europa divisa, autolesionista, acefala, dove è di moda celebrare in primissimo luogo il glorioso passato nazionale, sia giunta al momento della verità: andare avanti, o indietreggiare e sfasciare quel poco che s’è fatto? La cosa peggiore sarebbe, in ogni caso, che tutti quanti gli europei diventassero prima o poi «veri finlandesi». (Enzo Bettiza)

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LE PEN E GLI ALTRI, L’ONDA LUNGA XENOFOBA

di Giovanni Maria Del Re, da “AVVENIRE” del 19/4/2011

   Dopo Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Danimarca, Ungheria, Austria, con la Finlandia l`estremismo populista, xenofobo ed euroscettico conquista una nuova pedina, aumentando l`allarme tra gli europeisti.  «Quello che manca in Europa – ha commentato a caldo il commissario agli Affari Interni Cecilia Malmstróm – oggi è leadership e solidarietà». La svedese si riferisce anzitutto alla xenofobia, ma il discorso si allarga anche al dilagare dell`euroscetticismo in tutto il Vecchia continente.

   Non a caso, a Bruxelles la preoccupazione cresce, tanto più che, proprio sotto la spinta dell`avanzata della destra populista, anche i partiti tradizionali si irrigidiscono sempre più su posizioni nazionalistiche. Complice la crisi economica, i miliardi spesi per salvare interi Stati e la fallita integrazione degli immigrati, il mix xenofobia- euroscetticismo dilaga anche in nazioni che sono al cuore dell`Europa, a cominciare dalla Francia.

   Solo pochi giorni fa, Marine Le Pen, capo del Front National, in costante aumento nei sondaggi, ha detto senza mezzi termini che se vincerà alle presidenziali farà uscire Parigi dall`Ue. Nel vicino Belgio, da quasi un anno senza governo, ago della bilancia resta il separatista fiammingo Bart DeWever, capo della Nuova alleanza fiamminga (N-VA), che il 13 giugno scorso è divenuta la maggiore forza politica con il 17,4%.

   Ostile all`Europa è anche, nella vicina Olanda, il Partito della Libertà (Pvv) di Geerd Wilders, dal giugno scorso terza forza politica, che vuole vietare l`islam e ridurre i pagamenti all`Ue dando precedenza ai «veri olandesi». In Danimarca centrale è la figura di Pia Kjaersgaard, capo del Partito popolare danese (Dvp), propugnatore dello stop agli immigrati, che ha ottenuto il 13,8% nel 2007 e sostiene dall`esterno il governo di minoranza di centro-destra del premier Lars Lokke Rasmussen.

   Nella vicina Svezia, lo scorso settembre, è entrato in Parlamento il partito dei Democratici Svedesi di Jimmie Akeson, anch’esso sostenitore di slogan anti-immigrati e anti-Ue. In Ungheria il 2010 ha visto il trionfo dei nazional-conservatori di Fidesz dell`attuale premier Viktor Orban, che hanno ottenuto i due terzi dei seggi e proprio in questi giorni stanno attuando una controversa riforma costituzionale. In Austria i liberal-nazionali (Fpoe) già di Jórg Haider e ora guidati dal suo ancor più acceso erede Heinz-Christian Strache, dal 2008 sono terza forza politica con il 17,5% su posizioni nettamente anti-immigrati e anti-Ue.

   La politica “tradizionale”, e l`Europa, devono porsi seri interrogativi su un “movimento” che sta diventando ormai, ironia della sorte, paneuropeo. (Giovanni Maria Del Re)

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BURUMA: “I VECCHI PARTITI NON TROVANO RISPOSTE PER L´EUROPA SPAVENTATA DALLA GLOBALIZZAZIONE”

di Francesca Caferri, da “la Repubblica” del 19/4/2011

– L´analisi dell´intellettuale olandese: “Ecco perché l´avanzata dei movimenti estremisti è destinata a continuare” –

   Una società incapace di dare risposte alle paure e agli interrogativi che ha di fronte, sempre più ripiegata su stessa e pronta ad ascoltare le sirene dell´estrema destra. È un ritratto impietoso quello che della sua Europa traccia Ian Buruma, uno dei più noti intellettuali del vecchio continente e uno dei primi a riflettere sui motivi che stanno dietro la crescita degli estremismi in Occidente. «Convivere con valori che non si condividono è il prezzo da pagare per stare in una società pluralistica», ha scritto recentemente riferendosi al divieto di burqa in Francia. Una frase che oggi Buruma applica anche all´ascesa dei partiti di estrema destra.

Professor Buruma, la Finlandia è l´ultimo dei Paesi europei dove l´estrema destra ha trionfato alle urne presentandosi su una piattaforma xenofoba e anti-europea: come dobbiamo leggere questo segnale?

«È parte di un fenomeno allargato. Quella a cui assistiamo nei Paesi occidentali è la reazione della gente che accusa le elite politiche di tutto quello che sta accadendo, dall´emigrazione alla globalizzazione. Ci sono interi gruppi sociali che sono stati lasciati indietro dalla globalizzazione: alle loro paure oggi rispondono fenomeni come quello di Sarah Palin negli Stati Uniti o dell´estrema destra in Europa. Il loro risentimento non si dirige verso le banche o il sistema finanziario, ma verso chi ha una certa visione del mondo, esce da certe università: i cosiddetti radical chic, identificati politicamente con i partiti progressisti».

E che risposta danno questi partiti?

«Di fronte a tutto questo i rappresentanti dei diversi centro-sinistra devono ancora trovare una voce nuova: per ora non hanno individuato le soluzioni. In particolare in Italia mi sembrano disastrosi. Non possono più tornare alle vecchie idee della social-democrazia, perché non sono più adatte. Allo stesso tempo non possono continuare a definire i partiti di destra solo con le categorie del populismo e del razzismo. Devono cominciare a prenderli sul serio e considerarli come reali avversari politici: ma non è una cosa che vedo accadere».

Che evoluzione vede invece per i partiti di destra?

«Li vedo crescere ancora, ma fino a quando continueranno a muoversi in un ambito democratico e non prenderanno la via della violenza non rappresenteranno un pericolo vero e proprio: piuttosto, una sfida politica e intellettuale. Non siamo di fronte a un ritorno del Fascismo e del Nazismo, non siamo negli anni ‘30: non sono neanche certo che si possa parlare in modo generico di partiti di estrema destra, perché in ogni Paese c´è una realtà diversa. Non definirei per esempio “estrema destra” quella che si sta affermando in Olanda: è un fenomeno nuovo, più complesso».

Qualunque sia l´etichetta, la grande sconfitta sembra l´Europa: perché l´Unione è incapace di reagire?

«L´Europa in questa fase è oggetto di odio e rancore: una brutta posizione per dare risposte. Del resto, entrare nella politica nazionale dei vari Paesi non è suo compito: ed è anche pericoloso. Bruxelles non può farlo se non di fronte a realtà che non sono più democratiche: e al momento neanche l´Ungheria, dove pure c´è una situazione difficile, rientra in questa categoria».

Lei sembra molto pessimista…

«Lo sono, ma nel breve periodo. Questo fenomeno non sparirà: è possibile anzi che cresca ancora. Gli Stati Uniti in questo senso sono una realtà interessante da seguire: l´ascesa del Tea Party è stata rapida e significativa, ora bisognerà vedere se si affermerà a scapito dei repubblicani o piuttosto dei democratici. Personalmente penso che faranno molto male al partito repubblicano: se riuscissero a imporre un loro candidato nella corsa alla Casa Bianca per il 2012 sarebbe davvero preoccupante».

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ALLARME EUROPEO PER LA NUOVA COSTITUZIONE UNGHERESE

– Il partito conservatore Fidesz approva contro il parere dell’opposizione una nuova Carta: limitati i poteri della Corte costituzionale e introdotti riferimenti alla “cristianità della nazione”. Bruxelles: occorre più condivisione –

di David Saltuari da http://tg24.sky.it/ del 18/4/2011
   Tra le proteste dei partiti di opposizione l’Ungheria ha deciso di dotarsi di una nuova costituzione. L’unico partito che l’ha votata, però, è stato Fidesz, del premier conservatore  Victor Orban, che gode della maggioranza di due terzi necessaria ad approvarla da solo. Socialisti e verdi hanno abbandonato l’aula prima del voto, in segno di protesta, mentre il partito di estrema destra Jobbik ha votato contro. 

   La nuova legge fondamentale ridisegna l’assetto istituzionale magiaro, riducendo le possibilità di intervento degli organi di controllo come la Corte Costituzionale e aumentando i poteri d’intervento dell’esecutivo.  Secondo molti analisti viene così messo in discussione il normale bilanciamento tra poteri. Dal canto suo Orban rivendica invece di aver portato a compimento il processo di democratizzazione iniziato con la caduta del comunismo. L’attuale costituzione, infatti, era ancora quella del 1949, con una serie di modifiche apportate nel 1989. La nuova legge fondamentale entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2012.
Radici cristiane nel preambolo – Tra i punti più controversi c’è il preambolo in cui si rivendicano le parti del territorio magiaro che alla fine della prima guerra mondiale vennero assegnati a Romania, Austria e Slovacchia (una formulazione che ha parecchio innervosito i paesi vicini). Nell’introduzione della nuove legge, inoltre, è scritto che viene “onorata la sacra la corona di re Stefano che da più di mille anni rappresenta l’unità della nazione” e si fa riferimento al cristianesimo come elemento fondante della nazione. Viene inoltre ribadito che il matrimonio è solo quello tra un uomo e una donna e si sostiene che “la vita del feto va protetta fin dal suo concepimento”.
Impalcatura dello Stato – A preoccupare però i partiti di opposizione sono soprattutto le limitazioni imposte alla Corte Costituzionale, che dal 1° gennaio non potrà più decidere su alcune leggi, prime fra tutte quelle di naturale fiscale. Viene inoltre introdotto l’obbligo di una maggioranza qualificata su diversi temi: per introdurre nuove tasse  sarà necessario approvarle con una maggioranza di due terzi, rendendo quasi intoccabili le riforme create dall’attuale governo. Sulla legge finanziaria, inoltre, viene introdotta la possibilità di veto da parte del Consiglio di bilancio, una sorte di Corte dei conti, i cui membri, in carica per i prossimi sette anni, verranno nominati proprio da Fidesz.

   Viene creata, inoltre, la norma secondo cui, se il parlamento non è in grado di approvare una legge finanziaria entro il 31 marzo di ogni anno, il presidente della Repubblica (per i prossimi anni Pál Schmitt, proprio del Fidesz) lo può sciogliere e indire nuove elezioni. Soprattutto queste due ultime norme rischiano, secondo molti osservatori, di garantire al partito del premier un controllo su parlamento e governo anche nel caso di una sconfitta elettorale alle prossime elezioni del 2014.
L’Unione Europa è preoccupata – Critiche alla nuova carta costituzionale sono arrivate anche dall’Unione Europa, che, per bocca della Commissione di Venezia, organo consultivo della Ue in materia di diritti e democrazia, ha stigmatizzato l’esclusione delle forze di opposizione alla stesura del testo. Ulteriori critiche sono state mosse alla trasparenza e alle procedure con le quali si è arrivati alla riforma.

   Una prima bozza della nuova costituzione è stata resa pubblica soltanto il 14 marzo, impedendo un vero dibattito pubblico, e si è arrivato al voto finale senza una reale discussione parlamentare. Una costituzione, si legge nel documento della Commissione, dovrebbe invece poter contare sulla più vasta partecipazione e approvazione possibile.

   Tutte critiche che Orban ha respinto, sostenendo che è stato proprio il popolo ungherese a concedergli con il voto la maggioranza necessaria a votare la nuova costituzione anche senza il consenso degli altri partiti. A intervenire è stato anche Barroso, che al Parlamento europeo ha fatto sapere di seguire la vicenda con grande attenzione. Ma i margini di intervento di Bruxelles, per ora, non sembrano andare oltre la moral suasion.
Budapest – Bruxelles: un rapporto difficile – Non è la prima volta che Budapest si trova sotto la lente d’ingrandimento della Ue. Lo scorso dicembre venne approvata una legge sui media, che di fatto limitava molto la libertà di stampa. Dopo le critiche arrivate dall’Europa e dalla Germania, il governo di Orban aveva in parte modificato il testo.
   Ma a preoccupare recentemente l’Ue è anche l’attività di Jobbik, il partito di estrema destra che alle ultime elezioni ha raggiunto il 17%. Benché abbia votato contro, secondo diversi osservatori il partito xenofobo ha partecipato alla stesura di alcune parti del testo. Nelle ultime settimane inoltre i membri del partito si sono resi protagonisti di una serie di azioni contro i rom. Con il tacito benestare delle forze dell’ordine, diverse centinaia di miliziani in uniforme nera hanno pattugliate le vie delle cittadine di Gyongyospata e Hajduhadhaz, chiedendo i documenti alle persone che incontravano per la strada.

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STANCA DEGLI ALLEATI ATLANTICI, MERKEL PROVA A FARE TUTTO DA SE

da “IL FOGLIO” del 19 aprile 2011

• Per lo Spiegel Berlino ha una politica estera “suicida”,`Tutte le fratture fra la Germania e la comunità internazionale

Berlino – Lo Spiegel online ha definito ieri “suicida” l`attuale politica estera della Germania. In un articolo firmato dal giornalista Ulrich Fichtner, il magazine tedesco accusa il governo di avere adottato una politica di isolamento, che mette Berlino di traverso con il resto dell`Europa e anche con l`America su quasi tutti i dossier internazionali.

   Doppiamente suicida è stato astenersi il 17 marzo dal voto sulla risoluzione 1973 dell`Onu, perché il documento che autorizzava l`istituzione di una “no fly zone” sulla Libia era stato steso tenendo conto delle perplessità tedesche: in altre parole, vietava di inviare truppe di terra.

   Svenja Sinjen dell`istituto per lo studio della politica estera (Dgap) è una delle poche esperte di politica militare e di sicurezza che, pur criticando la decisione di Berlino, avrebbe avuto forti perplessità anche nel caso di un “sì”. “Se un paese come la Germania approva una risoluzione, allora deve parteciparvi – dice al Foglio – Lo deve fare anche se, sul piano formale, non vi è obbligata”. Insomma, per quanto irritante per gli alleati, quell`astensione era l`unica coerente, così come coerente è stata a quel punto la scelta di riportare sotto il comando tedesco le due fregate che si trovavano nel Mediterraneo in missione di sorveglianza della Nato.

   In nome della coerenza, la Germania rischia però di mettere in pericolo la possibilità di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell`Onu, e di restare isolata. “Direi che tutto questo dipenderà dal fatto se la Libia resterà un caso a sé oppure no”, ribatte Sinjen. Secondo le ricostruzioni, buona parte della strategia tedesca all`Onu è stata determinata dall`ostinazione del ministro degli Esteri, Guido Westerwelle.

   Al vertice della Nato a Berlino, settimana scorsa, gli è toccato smentire chi lo accusava di voler dividere il mondo in buoni e cattivi, non senza ribadire che le difficoltà incontrate nel frattempo dagli alleati in Libia danno ragione ai timori tedeschi: c`è il pericolo reale di infilarsi in un conflitto senza via d`uscita.

   Berlino insiste su una ipotetica “soluzione politica”, e dice di essere disponibile a inviare soldati per una eventuale missione di aiuti umanitari, il che vuol dire truppe di terra. “Per i tedeschi, gli interventi militari restano altamente problematici – spiega Sinjen – Ma è più facile trovare consenso per quelli umanitari, per quanto anche questi possono subire un`escalation”. L`ambiguità è latente ma, aggiunge Sinjen, anche la coalizione dei volenterosi non ha calcolato tutte le possibili conseguenze dell`intervento militare.

   “La storia ha dimostrato che non esistono guerre chirurgiche – dice Sinjen – Resta il pericolo che anche l`intervento in Libia possa trasformarsi in un secondo Afghanistan, se alla fine si dovesse decidere di mandare truppe di terra”.

   La Libia, però, non è l`unico caso nel quale la Germania sembra aver imboccato una strada diversa. In febbraio, durante la sua visita in Israele, Angela Merkel ha criticato la politica degli insediamenti, mentre alle richieste del premier di Gerusalemme, Benjamin Netanyahu di aumentare le sanzioni contro l`Iran ha risposto con un secco “no”. Berlino resiste anche alle pressioni americane che riguardano l`European Iranian Trade Bank, con sede ad Amburgo: da lì passerebbero fondi iraniani che violano le sanzioni imposte al regime di Teheran, ma la Germania sostiene che non ci siano attività illegali.

   C`è stato anche il voto tedesco a favore di una bozza di risoluzione dell`Onu che condannava gli insediamenti israeliani, bloccato poi dal veto americano. I rapporti transatlantici non sono idilliaci. Ma anche in Europa l`ostinazione tedesca è sempre meno popolare.

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IL RAGAZZO PRODIGIO CHE PUO’ SALVARE IL PORTOGALLO

di Maria Serena Natale, da “Il Corriere della Sera” del 19/4/2011

– Katainen, leader dei conservatori, ha preso solo 5 seggi più di Soini, il tribuno dei nazionalisti contrario al fondo Ue – A 39 anni, il futuro premier finlandese dovrà vedersela con l`ultradestra euroscettica –

HELSINKI – La sindrome di Helsinki si allunga sull`Europa. Sulla piazza del Commercio di Lisbona cominciano i colloqui tra il governo del socialista dimissionario José Socrates e la troika che stabilirà i termini dell`eventuale salvataggio del Portogallo (Commissione Ue, Bce, Fini).

   Tremila chilometri più a nord, sul Baltico ancora di ghiaccio, il re della lunga notte finlandese Timo Soini parla via radio al Paese incredulo: «Le nostre vacche saranno munte in Finlandia, non daremo il loro latte in elemosina».

   Al voto di domenica i Veri finlandesi, formazione xenofoba e populista guidata da Soini, sono arrivati terzi con 39 seggi sui 200 del Parlamento monocamerale, diventando un interlocutore imprescindibile nella trattativa per la formazione della nuova maggioranza.

   Hanno sparigliato le carte agitando lo spettro degli ingressi incontrollati in un Paese con uno dei tassi d`immigrazione più bassi d`Europa e solleticando i risentimenti delle classi più deboli nei confronti degli Stati «dissipatori» che chiedono aiuti mentre il welfare finlandese continua a perdere pezzi. Finora Helsinki si è impegnata a garantire circa 20 miliardi di euro per i meccanismi europei di stabilità.

   Soini ha sempre escluso di poter entrare in una coalizione pronta a garantire nuovi prestiti e ha fatto del salvataggio portoghese il primo bersaglio dei suoi attacchi: «Il meccanismo di stabilità è inefficace. Questo voto è stato un referendum sulla politica europea», ha ripetuto ieri. Secondo le stime del commissario Ue per gli Affari economici e monetari Olli Rehn, finlandese, il piano chiesto da Lisbona dovrebbe comportare prestiti per 80 miliardi di euro. L`approvazione dei pacchetti richiede l`unanimità dei 17 membri dell`eurozona.

   Critici sulle politiche finanziarie Ue anche i Socialdemocratici di Jutta Urpilainen, secondo partito con 42 seggi, storicamente europeisti ma ora disposti ad aiutare Lisbona solo in cambio di maggiori garanzie e piani più dettagliati sugli aggiustamenti di bilancio dei Paesi da soccorrere. Il difficile compito di trovare una mediazione e formare un governo che non si lasci paralizzare dalle tensioni euroscettiche spetta al futuro premier Jyrki Katainen, 39enne leader della Coalizione nazionale, partito di centro-destra arrivato primo con 44 seggi.

   Immancabili occhiali rettangolari e aria da bravo ragazzo, per la stampa «Jyrki Boy», è descritto dai collaboratori come un leader capace di stemperare i conflitti e delegare le responsabilità, ma troppo cerebrale. Da ministro delle Finanze si è guadagnato autorevolezza e fama di solido europeista, in campagna elettorale ha puntato tutto sul tema della responsabilità.

   «Katainen è l`uomo giusto, giovane ma con esperienza e capace di porre questioni di principio – dice al Corriere Tapani Ruokanen, direttore dell`autorevole settimanale Suomen Kuvalehti -. Abbiamo già avuto, a metà degli anni Novanta, un governo arcobaleno con ex comunisti e conservatori, una coalizione tanto ampia può funzionare.

La vera incognita è il futuro di Soini, che pur di compattare un elettorato molto eterogeneo ha promesso di tutto e si ritrova con un partito a rischio implosione». La Commissione europea ieri ha ribadito di confidare «che la Finlandia continuerà a onorare gli impegni presi». Da Helsinki Katainen risponde: «Siamo sempre stati un risolutore, non la causa dei problemi ». (Maria Serena Natale)

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L’ EUROPA CHE VERRA’ – PERCHÉ BISOGNA PARLARE CON L’ ISLAM

di ALAINE TOURAINE – da “la Repubblica” del 13/5/2010

   Perché il Mediterraneo? Perché il Mediterraneo rivolto a Oriente? La non difficile risposta a queste domande sta in un nome: Islam. Oggi ci viene chiesto di dar vita a un’ Europa politica e internazionale, un’Europa che, per sua stessa decisione, non svolge alcun ruolo sulla scena internazionale, dalla quale è assente. Questa è la sostanza.

   Che guardi a nord, a sud,a est o a ovest, l’ Europa non interviene in alcun luogo e il suo posto al mondo retrocede per svariate ragioni: demografiche, economiche, perfino culturali, poiché non viviamo più in un mondo unico che è estensione dell’ Europa, e soprattutto dell’ Europa occidentale. La globalizzazione non è più appannaggio del solo sistema economico.

   Siamo ormai obbligati a pensare i nostri problemi sociali e politici inseriti in un contesto mondiale, perché oggi la questione dominante è: un mondo diverso e in cui le parti si conoscono ancora molto poco possiede realtà e diritti universali? (…)

   Formuliamo un’ ipotesi utilizzando il più semplice dei termini: gli Stati Uniti hanno intrapreso dei conflitti con nazioni, popoli, popolazioni e Stati musulmani la cui caratteristica è di essere stati a lungo colonizzati e di non essere mai riusciti a costruire uno Stato nazionale. Il caso più estremo è quello dei palestinesi, la cui esistenza stessa fu messa in questione dalla Lega Araba nel 1948 quando attaccava violentemente l’insediamento di Israele sulle terre arabe. Ma pressoché ovunque nel mondo arabo non è esistito lo Stato nazionale. (…)

   Questa breve evocazione non fa forse risaltare la necessità per l’ Europa di stabilire rapporti con il mondo islamico su una base completamente diversa, rivolgendosi a paesi che non sono stati colonizzati e che hanno sempre avuto un forte Stato nazionale. La prima a rispondere a questa definizione è la Turchia, che ha addirittura conquistato e a lungo occupato una parte dell’ Europa e le cui successive forme di Stato sono state sempre forti, soprattutto con il kemalismo e la volontà dei giovani ottomani di adottare una vita politica e di Stato ispirata al modello europeo.

   Si potrebbe dire pressoché la stessa cosa dell’ Iran, colonizzato soltanto dalla Turchia, dove la teocrazia resta al potere solo grazie al terrore e a risultati elettorali falsati. Alcuni, soprattutto gli Stati Uniti, sono grandemente tentati dal dare l’assalto alla Repubblica islamica, il che rappresenta una strada molto più rischiosa e meno efficace della fiducia riposta nella popolazione iraniana, la quale non vive affatto isolata, grazie soprattutto a Internet, e la cui coscienza della contraddizione generale tra le sue ispirazioni e gli obblighi del regime islamico aumenta.

   È dunque innanzitutto con la Turchia e poi, dopo la propria auto-trasformazione, con l’Iran che è necessario stabilire rapporti che non siano né di conquista, né di diffusione dei modelli politici e culturali europei. È con la Turchia, in maniera diretta e completa, cioè all’interno dell’organizzazione europea stessa e senza mettere in causa l’attaccamento della maggior parte della popolazione turca all’Islam, che bisogna intraprendere questa grande ricerca di ciò che abbiamo in comune e di ciò che abbiamo di diverso tra un mondo e l’altro, iniziando con lo sbarazzarci della definizione di civiltà data da Samuel Huntington che porta in sè inevitabilmente la guerra. (…)

   E qui torno all’idea con cui ho aperto: questo obiettivo non è separabile dalla creazione degli obiettivi politici dell’Europa, cioè quegli obiettivi che danno all’Europa un ruolo attivo nell’analisi e nella trattazione dei problemi internazionali. Non è il semplice appello alla conoscenza dell’ altro che può svegliare l’Europa. È il suo impegno reale, pratico, vale a dire politico, di poter dimostrare ai propri amici come anche ai propri nemici di essere capace di creare con l’Islam, con alcune parti dell’Islam per iniziare, dei rapporti che escludano ogni jihad, ogni azione armata e ogni terrorismo. Bisogna insistere su questo punto perché niente è possibile senza un risveglio politico e intellettuale degli europei. (…)

   Da molto tempo ormai sappiamo che ogni soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi implica la totale accettazione dello Stato palestinese. Gli Stati Uniti si sono impegnati con Israele e continuano a manifestare timori nei confronti del mondo palestinese. Gli europei non possono considerare la scomparsa di Israele, paese molto più vicino al mondo europeo degli altri paesi della regione e che resta, almeno per gli uomini della mia generazione, il paese istituito per dare una risposta creatrice alla Shoah.

   Ma gli europei, che hanno conosciuto la decolonizzazione, capiscono la volontà dei palestinesi di essere cittadini di uno Stato nazionale. Nella situazione in cui ci troviamo si può dire, anche se con prudenza, che i rapporti tra israeliani e palestinesi possono essere facilitati dalla presenza congiunta di americani ed europei nella ricerca di una soluzione. Gli europei contribuiscono fortemente alla sopravvivenza dei palestinesi e solo qualche estremista di destra e di sinistra nega il diritto di Israele all’esistenza. Gli americani, dal canto loro, hanno intrapreso sempre di più la ricerca di una soluzione che comporta l’esistenza di due Stati nazionali.

   (…) Solo loro possono assumere un linguaggio che rispetti la moschea di Omar tanto quanto il muro del pianto e il diritto al ritorno di coloro che sono stati cacciati dalle proprie terre sin dal 1948, diritto che si sa che non può essere rivendicato ed esercitato ovunque senza un’ ingestibile catastrofe, ma che può essere accettato, come deve esserlo per tutti, l’ esistenza garantita di Israele. – ALAIN TOURAINE

……………..

EUROPA, IL VENTO FINLANDESE CHE FARA’ IMPLODERE L’UNIONE

di Giancesare Flesca, da “il Mattino di Padova” del 19/4/2011

   Non ci fosse di mezzo il destino di quei nuovi alieni che sono i migranti, il balletto a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi alla frontiera di Ventimiglia sembrerebbe un’opera buffa. Di qua il rodomonte italiano che deve accontentare la xenofobia leghista, di là un presidente sull’orlo del baratro, insidiato da sondaggi che lo vedono perdente nello scontro con il populismo ancora più severo verso gli stranieri di Marine Le Pen. 

   Due grandi potenze occidentali, due paesi cofondatori dell’Unione Europea giocano meschinamente a scaricabarile con qualche migliaio di poveri disgraziati, cacciati dall’Italia con una furba interpretazione degli accordi di Schengen, respinti dalla Francia con un’interpretazione capziosa degli stessi accordi.

   Accordi europei, assai difficili da far vivere come sembra difficile rianimare la stessa Europa unita. Messa troppo spesso sotto accusa da un continente sul quale fischia forte il vento dell’euroscetticismo, e in qualche caso dell’eurofobia.
   L’ultimo caso viene dalla Finlandia, dove alle elezioni ha vinto – diventando determinante per la formazione di un nuovo governo – il partito dei Veri Finnici: naturalmente anti-europeo e fortemente contrario ai salvataggi che Bruxelles ha intrapreso per risolvere le crisi greche, irlandesi e portoghesi. E il populismo anti-europeo si fa più forte quanto maggiore è una risposta dai vertici sull’assetto definitivo dell’Euro.

   Il caso finlandese è tutt’altro che isolato. Vi sono infatti paesi come l’Olanda o il Belgio dove partiti nazional-populisti criticano in maniera sempre più preoccupante i vertici dell’Unione e l’Unione stessa, dalla quale uscire al più presto, come ha detto per poi correggersi il ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni, la cui cultura politica è dello stesso ceppo di quelle demagogiche nord europee o di quelle del compianto leader austriaco Jorg Haider, col quale i nostri leghisti facevano pappa e ciccia.
   Ma come si è arrivati a tutto ciò? Com’è possibile una così sconcertante mancanza di solidarietà in un continente che si dice legato alla sua matrice cristiana? Evidentemente le mura maestre dell’Unione Europea non sono così forti da respingere gli egoismi e le miserie dei suoi stati membri, a partire da quelli più importanti come la Francia che esorcizza i suoi “sans papiers” e la Germania, dove un quotidiano importante e assai popolare come la “Bild” orchestra da mesi una campagna contro i salvataggi degli stati in difficoltà, raccogliendo una qualche simpatia anche dai liberal dell’Fdp. Questi salvagente lanciati dalla tolda della nave ammiraglia di Bruxelles sono diventati il cuore dell’antieuropeismo.
   Se ieri l’Unione zoppicava per la mancanza di una coscienza politica comune a questi elementi si sono aggiunti come catalizzatori della crisi gli obblighi finanziari necessari alla sopravvivenza dell’euro, e in definitiva dell’Europa stessa.
   Ma che cos’è l’Europa se non quello che vogliono gli stati membri? Una burocrazia micidiale e costosissima, un linguaggio di ardua comprensione destinato a complicare ancor più e a rendere più lontani i cittadini europei. Nessuno dei quali sa dire che cosa contengano in realtà trattati come quelli di Schengen, visto che li si può interpretare in un modo o nel suo contrario senza l’intervento di un organo ben più autorevole della attuale Commissione per dirimere la faccenda. 

   In mancanza di un vigoroso rilancio, l’Unione Europea rischia di implodere come l’Impero sovietico. Si deve riconquistare la fiducia della gente comune, in Italia come in Finlandia, per scuotere il dinosauro ferito. E’ un’impresa che toccherà alle generazioni più giovani, se noi riusciremo a convincerle che essere europei significa «costituire l’identità super partes multietnica e non religiosa», come scrive Timothy Garton Ash nel suo libro Free World. Se questo non avverrà, saranno i nostri figli a celebrare la scomparsa dell’Unione Europea. (Giancesare Flesca) 

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