26 APRILE di 25 ANNI FA: la tragedia della centrale nucleare di CERNOBYL – Ora si discute dei REFERENDUM DEL 12-13 GIUGNO: sul non ritorno al nucleare, ma anche sulla NON PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA (un miscuglio coerente di scelte presenti e future nella politica ambientale)

IL PARCO GIOCHI DI PRIPYAT - Pripyat è una "città fantasma" che si trova in Ucraina vicino alla centrale nucleare di Cernobyl, è stata evacuata completamente in tutta fretta nel 1986 dopo l'esplosione nella centrale, da allora è rimasta deserta nessuno è più tornato ad abitarvi, pur mostrando i segni del tempo è rimasta come l'hanno lasciata con gli appartamenti con ancora gli arredi, i negozi con la merce sugli scafali, i giardini pubblici con ancora le giostre, è rimasto tutto lì da allora......

– 26 APRILE 1986 (25 ANNI FA): IL DISASTRO DI CERNOBYL – Il disastro di Černobyl’ è stato il più grave incidente nucleare della storia. Insieme all’incidente avvenuto nella centrale di FUKUSHIMA DAI ICHI nel 2011 è stato classificato con il livello 7 (il massimo) della scala INES dell’IAEA.

– AVVENNE il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:45 presso la CENTRALE NUCLEARE LENIN DI ČERNOBYL’, IN UCRAINA NEI PRESSI DELLA BIELORUSSIA. Nel corso di un test definito “di sicurezza” (già eseguito senza problemi di sorta sul reattore n°3), furono paradossalmente violate tutte le regole di sicurezza e di buon senso portando ad un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore numero 4 della centrale: si determinò la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno ed ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria, a sua volta, innescò una fortissima esplosione e lo scoperchiamento del reattore.

– UNA NUBE DI MATERIALI RADIOATTIVI FUORIUSCÌ DAL REATTORE e ricadde su vaste aree intorno alla centrale che furono pesantemente contaminate, rendendo necessaria l’evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone.  Nubi radioattive raggiunsero anche l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, raggiungendo anche l’Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria e i Balcani, fino anche a porzioni della costa orientale del Nord America.

– IL RAPPORTO UFFICIALE redatto da agenzie dell’ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) stila un bilancio di 65 MORTI ACCERTATI CON SICUREZZA E ALTRI 4.000 PRESUNTI (che non sarà possibile associare direttamente al disastro) per tumori e leucemie su un arco di 80 anni. IL BILANCIO UFFICIALE È CONTESTATO da associazioni antinucleariste internazionali fra le quali GREENPEACE che presenta una stima di fino a 6.000.000 DI DECESSI SU SCALA MONDIALE NEL CORSO DI 70 ANNI, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro secondo lo specifico modello adottato nell’analisi. Altre associazioni ambientaliste, come il gruppo dei Verdi del parlamento europeo pur concordando sulla stima dei 65 morti accertati del rapporto ufficiale ONU, se ne differenzia e lo contesta sulle morti presunte che stima piuttosto in 30.000 ~ 60.000 (da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

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   Solo un appunto (almeno in questo post) sulla assai seria questione nucleare. Ciò che, a nostro avviso, fa del disastro della centrale nucleare di Fukushima in Giappone un caso di irreversibile chiusura a ogni possibilità di costruire altre centrali (almeno nel mondo “democratico”, e in ogni caso quelle centrali che già ci sono statene certi che continueranno ad esserci…), è che il disastro di Fukushima viene recepito da tutto il mondo, specie forse in Europa (pur accaduto nel lontano oriente, il Giappone) come qualcosa che non ha paragoni rispetto a Cernobyl: lì si trattava di una centrale opera della fine dell’impero sovietico, per definizione obsoleta, superata; qui invece riguarda il mito giapponese che è quello occidentale della massima “efficienza tecnologica”: dappertutto poteva accadere una tragedia così grande, ma non in Giappone.

   Mentre si mostravano gli effetti del terribile terremoto sulla efficiente società giapponese (la terra tremava e i filmati subito dopo messi in rete mostravano che la gente si preoccupava a che i libri non cadessero dagli scaffali; oppure il pezzo di autostrada sventrato dalla scossa e ricostruito in tre giorni…), ebbene non stava andando così come appariva nel “mito dell’efficienza e della tecnologia antisismica”: lo tsunami (imprevisto!) devastava la vita delle persone, e, appunto, le centrali nucleari non reggevano all’urto delle scosse, sommergendo (quella di Fukusima) di radiazioni popolazioni a un raggio di centinaia di chilometri….

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   Ma qui, in questo post, negli articoli che seguono, vorremmo concentrarci un po’ SUI DUE REFERENDUM “SULL’ACQUA” come bene pubblico, da non privatizzare. Noi conserviamo dei dubbi che l’acqua gestita dal pubblico “sia bello”, mentre gestita dai privati “sia brutto” per definizione. Però riconosciamo che l’argomento è delicato, che non si può rischiare di non avere il controllo su un bene così essenziale per la vita di ciascun esse umano, degli animali, dell’ecosistema tutto. Anche se ci pare di aver capito che l’abolizione (chiesta da uno dei referendum sull’acqua) dell’art. 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n.112, porterà a conseguenze su altri settori, altri servizi strategici, che forse non è per niente male ci sia la concorrenza privata: e cioè il trasporto pubblico locale e la gestione della spazzatura (lo smaltimento nelle città dei rifiuti). Poco male, si dirà: ci sarà la necessità legislativa di ripristinare per trasporti e spazzatura la regola della concorrenza che il referendum abrogativo (se vincente e se raggiunge il quorum di votanti del 50%) eliminerebbe (su questa cosa abbiamo riportato, in ultima parte di questo post, un interessante dibattito sviluppatosi in questi giorni sul sito de “la Voce.info” che vi invitiamo sicuramente ad andare a leggere).

(DUE I REFERENDUM DEL 12-13 GIUGNO SULL’ACQUA: 1) Il PRIMO richiede l’abrogazione dell’art. 23 bis Legge 133/08 e sue successive modifiche introdotte con l’Art. 15 del Decreto Ronchi (D.L. 135/2009); annullando tale articolo (che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati o a società a capitale misto pubblico-privato) si vuole contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici. 2) Il SECONDO richiede l’abrogazione della parte dell’art. 154 del Decreto Ambientale 152/06 relativa alla remunerazione del capitale investito; si tratta di un decreto che, integrando e in parte sostituendo la Legge Galli (n. 36 del 1994), stabilisce che “la tariffa è determinata tenendo conto […] dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito […]”; abrogando questa parte di articolo si annulla il principio del profitto minimo garantito, rendendo l’acqua un investimento non più così conveniente)

 A parte i dubbi che abbiamo sulle attuali gestioni pubbliche, sarebbero comunque interessanti le conseguenze sul tema “acqua” (parliamo sempre in caso di vittoria dell’abrogazione) perché, crediamo e speriamo, si costringerà il “pubblico” a funzionare davvero: magari a togliere le rendite parassitarie che gli enti locali esercitano dentro ai servizi alla collettività.

   Il contesto della attuale legge sulla cosiddetta privatizzazione della gestione dell’acqua (il Decreto Legge Ronchi) effettivamente sembra palesemente un regalo all’introduzione di grandi gruppi privati nel business di un servizio cui nessuno può rinunciare… Però così com’è adesso non va lo stesso bene: parliamo di sprechi assurdi del “bene acqua”; di società sì pubbliche ma molto spesso, come si diceva per il famoso caso dell’Acquedotto Pugliese, prima che “dare acqua” ai cittadini, danno “da mangiare” a stuoli di persone inserite in consigli di amministrazione e altre strutture parallele (consulenze, etc.) che alimentano (appunto danno da vivere) a un sottopotere fatto di inefficienze e parassitismi che i contribuenti, noi, paghiamo…

   Pertanto ragioniamo sì di un sistema di privatizzazione cui riconosciamo la pericolosità e il fatto che non ci convince, non ci possa piacere… Ma non per questo dimentichiamo e sottovalutiamo gli sprechi, le inefficienze, il parassitismo che si “attacca” al business dell’acqua: tutto questo è una cosa da eliminare se, come speriamo, il referendum abrogativo passasse.

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 ACQUA E NUCLEARE, UNA GUIDA AI REFERENDUM DEL 12 E 13 GIUGNO

di Andrea Degl’Innocenti, dal sito http://www.perterra.org/  (17/4/2011)

   Di seguito cercheremo di capire perché è importante – ma più che importante fondamentale, essenziale – che il 12 e il 13 giugno prossimi una gran folla di gente vinca l’apatia dell’afa estiva, si stacchi dal ventilatore e si rechi alle urne a votare. Mi scuso fin da subito per i toni un po’ più colloquiali e spicci di quanto si dovrebbe che userò nel corso dell’articolo, ma è bene intendersi fin da adesso: qui è in gioco una buona fetta del nostro futuro, e di quello dei nostri figli e nipoti.

   Sono quattro i referendum in questione: due riguardano l’acqua, uno il nucleare, uno il legittimo impedimento. Di quest’ultimo non ci occuperemo in questa sede, dato che si tratta di un argomento molto circostanziato, che poco ha a che fare con gli altri due.

   Iniziamo col chiarire un aspetto tecnico, che so per esperienza non essere così immediato. Chi vorrà affermare, in sede referendaria, che l’acqua è un bene comune e che il nucleare deve essere messo definitivamente al bando, dovrà votare per tre volte SI. Poi analizzeremo nel dettaglio cosa significa ciascuno di questi sì, ma vorrei fosse chiaro fin da ora che anche per dire no al nucleare va sbarrata la casella del sì.

  Se infatti è abbastanza intuitivo che si debba votare sì per l’acqua pubblica, potrebbe apparire un controsenso, a chi non abbia qualche nozione giurisprudenziale, barrare il sì per fermare il nucleare. La ragione di questo apparente controsenso va ricercata nelle regole dell’istituto referendario. Sebbene nel nostro paese siano costituzionalmente previste quattro diverse forme di referendum, l’unica di fatto utilizzata è il referendum abrogativo.

   Quello cioè che chiede agli elettori se vogliono abrogare – ovvero sopprimere – una determinata legge o parte di essa. Tutti i referendum abrogativi iniziano così: “volete voi che sia abrogato” eccetera eccetera. Ecco quindi che per dire no al nucleare vi sarà chiesto di abrogare la norma che sancisce la sua introduzione nella legislazione italiana. Fatta questa doverosa precisazione andiamo ad analizzare più nel dettaglio i contenuti dei tre referendum.

L’ACQUA

Partiamo dall’acqua, e scusatemi se mi dilungherò un po’ nelle spiegazioni, ma è giusto che chi andrà a votare abbia tutte le informazioni necessarie per prendere liberamente e consapevolmente la sua decisione.  La mia esperienza ai banchetti di raccolta firme mi dice che molto poco si sa sul processo di privatizzazione da anni in atto in Italia. A chi volesse approfondire l’argomento, consiglio di leggere il libro “L’acqua è una merce” di Luca Martinelli. Qui ci limiteremo a richiamare le due principali tappe della privatizzazione: la legge Galli ed il decreto Ronchi.

   La legge Galli, numero 36 del 1994, suddivideva il territorio italiano in una serie di Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) all’interno dei quali “l’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue” doveva essere gestito da un unico soggetto ‘affidatario’.

   Le caratteristiche dell’affidatario potevano essere le seguenti: una società per azioni a totale capitale pubblico (che prende il nome di in house); un partner privato da affiancare al vecchio gestore pubblico, scelto con gara aperta a tutti i concorrenti europei; un soggetto privato.

   La legge, inoltre, introduceva il principio del full recovery cost: sanciva cioè che tutto il costo della gestione del servizio idrico fosse caricato sulla bolletta e non rientrasse più fra gli ambiti della fiscalità generale (fatto di dubbia costituzionalità, visto che così il prezzo perde ogni rapporto con il reddito di chi usufruisce). In particolare veniva stabilito un addebito in bolletta che garantisse un 7% di guadagno minimo al gestore. L’acqua fu resa, di colpo, un investimento molto appetibile.

   Il decreto Ronchi, decreto legge numero 135 del 2009, trasformata nella legge Ronchi-Fitto nel novembre dello stesso anno, ha completato l’opera di privatizzazione mettendo definitivamente al bando tutti quei comuni che avevano scelto la gestione in house. Si tratta di una legge sull’attuazione degli obblighi comunitari e i servizi pubblici locali che all’articolo 15 – quello incriminato – recita “adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici di rilevanza economica”. È chiaro fin da subito, dunque, che l’acqua è considerata alla stregua di una merce.

   Nella legge, poi, sono presenti alcune incongruenze che rendono chiaro come la tanto sbandierata “liberalizzazione dei servizi” si traduca in una svendita a favore dei grandi investitori privati. La prima viene definita da Daniele Martinelli “paradosso del mercato”: si prevede che tutti i soggetti privati scelti con affidamento diretto per affiancare i gestori pubblici mantengano le proprie quote, e che la partecipazione degli enti locali in queste società scenda sotto la soglia del 30 per cento entro il 2015.

   In altre parole, da un lato viene rivelato che alcuni soggetti privati si sono inseriti nella gestione pubblica dei servizi idrici senza passare per alcuna gara (come invece previsto dalla legge Galli); dall’altro viene concesso a tali soggetti di restare “in sella”, anzi di accrescere la propria partecipazione a discapito del pubblico, contraddicendo la legge del mercato (e della concorrenza) sul cui altare sono state sacrificate le gestioni in house.

   La seconda incongruenza viene definita “fallimento del mercato”: la legge prevede infatti che in alcune “situazioni eccezionali”, determinate da “caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale […] l’affidamento può avvenire a società a capitale interamente pubblico”. Ciò significa che il privato sarà libero di investire solo laddove ritiene possibile garantirsi un profitto.

   Dopo questo excursus negli aspetti giurisprudenziali del processo di privatizzazione, occorre smentire alcuni luoghi comuni, confezionati ad arte, che circolano da tempo fra coloro che osteggiano i referendum e continuano a ripetere come un mantra che “privato è bello”. Eccoli di seguito.

Privatizzazione=efficienza, efficacia, economicità. Partiamo da quello forse più utilizzato dai fautori delle privatizzazioni: le famose “3 e” che caratterizzerebbero in positivo il privato rispetto ad un pubblico per assioma lento, inefficiente e caro. Partiamo dall’ultima “e”, l’economicità, dimostratasi fin da subito del tutto inveritiera.

   I comuni che hanno già sperimentato l’affidamento privato sanno bene che nella maggior parte dei casi le bollette hanno subìto impennate significative. In Toscana, una delle prime regioni ad adeguarsi quasi completamente alle norme di privatizzazione, si beve l’acqua più cara d’Italia, con un aumento tariffario che nell’ultimo anno è stato dell’11,8 per cento. L’aumento dei prezzi – che gli stessi fautori della privatizzazione si sono trovati costretti ad ammettere – viene generalmente giustificato con la scusa degli investimenti: le bollette sono più care perché sono stati fatti più investimenti per migliorare le reti idriche, che in Italia versano in condizioni disastrose (si perde quasi il 50 per cento dell’acqua potabile).

   Ma non è così. Gli investimenti necessari sono tanti di tale portata che nessun privato ha la capacità – e l’intenzione – di sobbarcarseli. Lo dimostra un’indagine di Mediobanca: il miglior acquedotto d’Italia – a livello infrastrutturale – è quello di Milano e provincia, gestito da Metropolitana Milanese (100% del Comune di Milano) e da Amiacque (100% pubblica); il peggiore è quello romano, gestito da Acea, una delle società più invischiate nel processo di privatizzazione, sulla quale hanno già messo le mani il Gruppo Caltagirone ed una multinazionale francese del calibro di GDF Suez.

Privatizzare=liberalizzare. Un’altra tecnica molto in voga al giorno d’oggi è quella di cambiare le parole lasciandone invariato il significato. Ecco quindi che i temibili inceneritori diventano dei più rassicuranti “termovalorizzatori”, ed ecco che le privatizzazioni diventano liberalizzazioni. Ma se già questa pratica di scambio è odiosa a prescindere, nel caso dell’acqua risulta persino spudoratamente menzognera. Quando si parla di liberalizzazione infatti, si parla di apertura al mercato e alla concorrenza. Nella gestione del servizio idrico, invece, non c’è nessuna concorrenza. Una volta che il privato si è aggiudicato la gara d’appalto, egli resta in una condizione di assoluto monopolio per 20-30 anni, la durata del contratto. Altro che liberalizzazione, qui si sostituisce il tanto biasimato “monopolio pubblico” – già di per sè una contraddizione in termini – con un ben peggiore “monopolio privato”.

Gestione privata=acqua pubblica. Infine ecco il più infido degli inganni, quello che vuole che ad essere privatizzata sia solo la gestione del servizio, mentre l’acqua, la sostanza, rimarrebbe un bene comune inalienabile. E ci mancherebbe! Nessuno sarebbe in grado, anche volendo, di appropriarsi e ingabbiare una risorsa che sgorga dalla terra e cade dal cielo. Ma ciò che interessa l’uomo nella sua vita di tutti i giorni è la sua gestione: chi porta l’acqua nella sua casa, a che prezzo e di quale qualità. Ci interessa che venga garantito a tutti il libero accesso alla risorsa. Che importa che questa sia formalmente di tutti se poi non tutti possono permettersela?

Ecco allora che per riaffermare la proprietà – o gestione che dir si voglia – comune dell’acqua sono stati elaborati due quesiti referendari (erano inizialmente tre ma uno non ha passato il vaglio della Corte Costituzionale).

   Il primo richiede l’abrogazione dell’art. 23 bis Legge 133/08 e sue successive modifiche introdotte con l’Art. 15 del famoso Decreto Ronchi, di cui abbiamo già parlato prima (D.L. 135/2009); annullando tale articolo – che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati o a società a capitale misto pubblico-privato – si vuole contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici.

   Il secondo richiede l’abrogazione della parte dell’art. 154 del Decreto Ambientale 152/06 relativa alla remunerazione del capitale investito; si tratta di un decreto che, integrando e in parte sostituendo la Legge Galli, stabilisce che “la tariffa è determinata tenendo conto […] dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito […]”; abrogando questa parte di articolo si annulla il principio del profitto minimo garantito, rendendo l’acqua un investimento non più così conveniente.

IL NUCLEARE

   Per quanto possa sembrare strano, non tutti sanno che l’Italia ha un trascorso abbastanza significativo di produzione di energia nucleare. La storia del nucleare nel nostro paese è iniziata nel 1963, con la costruzione della prima centrale, a Latina. Seguirono, nel giro di neanche un decennio, le centrali di Sessa Aurunca, Trino e Caorso. Già nel 1966 l’Italia era il terzo paese per produzione di energia nucleare al mondo, dopo Usa e Inghilterra.

   Poi nel 1986 il mondo intero fu scosso dal disastro di Cernobyl e l’energia nucleare si rivelò all’improvviso per quello che è: un pericolosissimo ordigno pronto ad esplodere in qualsiasi istante. In Italia si decise di correre ai ripari indicendo un referendum. Quasi 30 milioni di elettori accorsero alle urne per bandire definitivamente, così almeno speravano, le centrali nucleari dal nostro paese. Nel 1990 l’ultima centrale venne dismessa. Dunque è durata poco più di vent’anni l’esperienza nucleare italiana, ma questi sono bastati a produrre scorie radioattive di cui il paese non sa come liberarsi, che ancora oggi inquinano mari e terreni coltivati.

   Poi, a 18 anni di distanza, con il decreto-legge numero 112 del 2008 il Governo ha deciso di tornare indietro, annullando la volontà dei cittadini e reintroducendo l’energia nucleare. Il decreto è stato poi convertito nella legge 133/2008, approvata dal Senato con 154 voti a favore, un solo voto contrario e un solo astenuto, con Pd e Idv che hanno abbandonato l’Aula al momento del voto. A poco sono valse le proteste ed i ricorsi intentati dalle regioni: il nucleare in Italia “s’ha da fare”.

   Il problema maggiore che si sono trovati ad affrontare il Governo e la potente lobby del nucleare, è stato come convincere le persone – in buona parte le stesse che nell’87 dissero di no – che il nucleare è cosa buona e giusta; come mascherare la belva da cucciolo. Ecco allora che, scervellandosi, si sono inventati una sequela di fandonie persino più colossali ed abbondanti di quelle sull’acqua.

   Alcune sono menzogne spudorate: “il nucleare è una fonte di energia rinnovabile”, “il nucleare sarà la prossima fonte energetica del futuro nel mondo”; è ovvio che il nucleare non è un’energia rinnovabile in quanto si basa sullo sfruttamento di una materia prima, l’uranio, presente in natura in quantità finite (per non dire scarse), e di conseguenza è altrettanto palese che l’energia del futuro non sarà quella nucleare.

   Altre più sottili: “il nucleare è pulito”, “il nucleare aiuta a ridurre il surriscaldamento del pianeta”; certo il nucleare è più pulito rispetto ad una centrale a carbone in termini di emissioni, ma come vedremo le perdite radioattive in seguito agli incidenti ed il problema delle scorie rendono quella nucleare un’energia tutt’altro che pulita. Altre ancora, infine, erano considerate quasi dei dati di fatto assodati prima che l’ennesimo disastro, quello di Fukushima, svelasse al mondo intero la loro natura menzognera: “il nucleare di nuova generazione è sicuro”, “un disastro come quello di Cernobyl’ non potrà più ripetersi”.  Questa sequela di luoghi comuni e falsità serve a coprire le tre grandi aree problematiche che riguardano il nucleare: la sicurezza, lo smaltimento delle scorie e l’antidemocraticità.

La sicurezza. Dicevamo che la lobby dei nuclearisti era quasi riuscita a convincere il mondo sulla sicurezza delle nuove centrali nucleari. È stato necessario un altro disastro di portata planetaria per svelare le fragili basi su cui poggiavano i loro teoremi. Ma Cernobyl’ e Fukushima sono solo due dei casi più eclatanti di una miriade di incidenti che costellano la storia dell’energia nucleare.

   In 50 anni si sono verificati circa 150 incidenti nucleari, di cui 14 compresi fra i livelli 4 e 7 della scala di pericolosità stilata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il fatto è che la presunta sicurezza delle centrali si basa su una concezione di rischio relativa a ciascuna zona. In Giappone, ad esempio, nessuno pensava che potesse arrivare un terremoto superiore agli 8,5 gradi della scala Richter, dunque le centrali erano progettate per resistere a scosse fino a quella entità. Poi è arrivato un sisma di 8,9 e le strutture non hanno retto.

   Le centrali italiane saranno costruite per resistere a delle scosse di circa 7,1 gradi, ma nessuno ci assicura che un giorno non arriverà un sisma più potente. Quello della sicurezza, poi, non è certo l’unico problema relativo all’energia nucleare. Forse è il più eclatante, probabilmente non il più pericoloso.

Lo smaltimento delle scorie. I rifiuti delle centrali nucleari, le cosiddette scorie, restano radioattive per un tempo che supera i 200mila anni. In queste poche parole sta racchiuso l’aspetto più oscuro e spaventoso dell’energia nucleare. È evidente infatti che, per quanto si affannino in molti a ribadire la sicurezza dello stoccaggio delle scorie, non esiste nessun materiale, né il vetro, né l’acciaio (attualmente i due materiali più usati per contenere i rifiuti radioattivi) capaci di durare tutto questo tempo. Stiamo caricando delle bombe ad orologeria sulle spalle delle generazioni a venire. Ci abbiamo riempito il mare, rimpinzato il ventre della terra.

   La follia di questa operazione risulta evidente da un dibattito attualmente in corso fra i “filosofi” del nucleare: se sia meglio segnalare la presenza delle scorie alle future generazioni o nasconderle in luoghi dove si pensa che nessuno andrà a scavare. Da una parte c’è chi ipotizza di costruire degli enormi segnali di pericolo in un linguaggio comprensibile alle future civiltà in corrispondenza delle discariche di scorie, poste in genere a grandi profondità in bolle di argilla. Dall’altro c’è chi si chiede se una costruzione non possa invece sortire l’effetto contrario, ovvero attirare l’attenzione e spingere ad indagare, scavando; dunque, se non sia meglio stipare i rifiuti tossici in luoghi il più possibile anonimi e privi d’interesse.

   Ma chi può prevedere come sarà un luogo fra 200mila anni? Chi può immaginare come sarà il mondo allora? È come se l’uomo di Neanderthal si fosse dovuto preoccupare di comunicare con noi: siamo sicuri che avremmo recepito il messaggio?

L’antidemocraticità. Un’ultima area problematica relativa all’energia nucleare è quella della mancanza di democrazia nella sua gestione. Le centrali nucleari, nel mondo, sono sotto il diretto controllo degli eserciti o di collegi specifici, che possono decidere quali informazioni diramare, quali tenere segrete. Come ammette Renaud Abord de Chatillon, ingegnere membro del Corps des Mines (il collegio che controlla il nucleare in Francia), “l’industria del nucleare non sa che farsene della democrazia, è simile ad un’aristocrazia repubblicana. E dove c’è aristocrazia non c’è spazio della democrazia”.

   La segretezza che circonda il nucleare ha indotto molti a pensare che il nucleare civile, quello usato per la produzione di energia, nella maggior parte dei casi non sia che una mera copertura per i programmi nucleari militari. Come sostiene il fisico Amory Lovins, “l’elettricità in una centrale nucleare non è che un sottoprodotto”.

   Per fermare il ritorno del nucleare in Italia il quesito referendario presentato dall’Italia dei Valori propone di abrogare l’articolo 7, comma 1, lettera d del decreto-legge 112 del 2008, che prevede la “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.

CONNESSIONI

   Lungi dall’essere due temi distanti l’uno dall’altro, acqua e nucleare presentano una fitta rete di connessioni. L’acqua infatti è sempre il primo elemento a fare le spese dell’inquinamento radioattivo, e la contaminazione delle falde acquifere da parte delle scorie nucleari è ad oggi uno dei rischi maggiori per il pianeta. Nell’attuale cataclisma Giapponese l’acqua del mare nei pressi della centrale di Fukushima è stata uno dei rilevatori più lampanti del tasso di contaminazione raggiunto (la radioattività era di 7,5 milioni di volte superiore al normale).

   Inoltre è con l’acqua che si raffreddano le centrali e nell’acqua vengono lasciate riposare per 5-10 anni le barre di uranio dopo essere state utilizzate nelle centrali. Dunque sbarrare un sì contro il nucleare significa anche garantirsi un accesso ad un’acqua sicura e non contaminata, mentre riaffermare che l’acqua è di tutti significa anche avere il controllo sugli usi che se ne fanno e sul suo stato. Se l’acqua è privatizzata, niente impedisce a chi gestisce una centrale nucleare di controllare localmente la risorsa idrica, di modo da bypassare i controlli e poter riversare liberamente i liquami radioattivi.

DEMOCRAZIA DIRETTA E PARTECIPATIVA

   Vorrei concludere questa panoramica con una considerazione sul valore simbolico dello strumento referendario all’interno del processo di riappropriazione di due beni comuni fondamentali come l’acqua e l’energia. Il referendum è uno strumento di democrazia diretta, l’unico – se si escludono le leggi di iniziativa popolare, così poco considerate in Parlamento – che permette ai cittadini di dire la loro, di incidere sulla configurazione societaria senza passare per interposta persona.

   Ma il referendum è anche il punto culminante di un cambiamento sociale di cui tutti noi ci possiamo fare portavoce. Un cambiamento che è già in atto e che afferma che non tutto può essere considerato una merce, che esistono dei beni che appartengono a tutti e degli argomenti su cui tutti hanno il diritto di prendere decisioni. Il compito che ci spetta non si può ridurre all’atto di andare a votare. Quello sarà solo l’ultimo atto. Se vogliamo veramente riappropriarci della nostra facoltà decisionale, di quella sovranità che ci è assegnata dalla costituzione e sottratta, ogni giorno, da chi usa la politica come uno strumento per curare i propri interessi, dobbiamo darci da fare fin da adesso. Dobbiamo immettere le nostre conoscenze in rete, fare rete noi stessi. E per reti non intendo semplicemente il web, o internet; internet è solo un esempio di rete. La rete è piuttosto una forma, un modello sul cui stampo si configurano le relazioni sociali contemporanee. Dunque mettere un contenuto in rete significa condividerlo all’interno delle proprie reti di relazioni sociali, con i mezzi di cui si dispone. Si può fare un video e metterlo su Youtube, o realizzare un progetto assieme ad altre persone, così come si possono condividere le proprie informazioni con il barista che ti prepara il caffè la mattina, o con il fornaio o i colleghi di lavoro. Solo così sarà possibile diffondere il cambiamento. Solo così potremo sperare che il 12 e 13 giugno 25 milioni di italiani e più escano di casa e vadano a votare per i referendum. (ANDREA DEGL’INNOCENTI, 17/4/2011)

(dal sito http://www.perterra.org/, che è un blog d’informazione non periodica sui seguenti temi: decrescita felice, semplicità volontaria,  iniziative di transizione, bioregionalismo, ecologia profonda, agricoltura sostenibile, alimentazione naturale e filiere corte, ecc… Il sito viene gestito dal Circolo MDF (Movimento Decrescita Felice) dell’Area Metropolitana di Milano – Il Movimento per la decrescita felice si propone di mettere in rete le esperienze di persone e gruppi che hanno deciso di vivere meglio consumando meno; di incoraggiare rapporti interpersonali fondati sul dono e la reciprocità anziché sulla competizione e la concorrenza; di utilizzare e favorire la diffusione delle tecnologie che riducono l’impronta ecologica, gli sprechi energetici e la produzione di rifiuti; di impegnarsi politicamente affinché questi obiettivi siano perseguiti anche dalle pubbliche amministrazioni, dallo Stato e dagli organismi internazionali.
A tal fine MDF promuove un paradigma culturale alternativo al sistema dei valori fondato sull’ossessione della crescita economica illimitata che caratterizza il modo di produzione industriale. Dall’attuale concezione di un «fare finalizzato a fare sempre di piú», il lavoro dovrà tornare a essere un «fare bene» finalizzato a rendere il mondo più bello e ospitale per tutti i viventi)

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SALVIAMO L`ACQUA DALLE LITI IDEOLOGICHE

di SERGIO RIZZO, da “Il Corriere della Sera” del 23/4/2011

   Ci manca soltanto che con qualche geniale trovata adesso si cerchi di evitare pure il referendum sulla privatizzazione dell`acqua. Anche se non ci sarebbe da sorprendersi, visto com`è andata a finire con il nucleare, abrogato per legge giusto un mese del voto. Ma è bene dire con chiarezza che in questo caso una furbizia del genere sarebbe ancora più inaccettabile. Altra faccenda è il merito della questione.

   C`è chi sospetta (e forse non ha nemmeno tutti i torti) che la legge con la quale si vuole imporre ai Comuni la cessione della maggioranza delle loro società idriche sembra fatta apposta per favorire alcuni grandi privati i quali hanno già messo un piedino in quel business e in questo modo se ne potrebbero definitivamente appropriare.

   Ciò non toglie, tuttavia, che il problema della qualità e del costo dei servizi pubblici locali, gestiti dai Comuni (e perciò dalla politica) in regime di monopolio sia terribilmente serio. Andrebbe perciò affrontato senza pregiudizi ideologici di qualunque natura, esattamente come il dibattito sul nostro futuro energetico. Cosa purtroppo impossibile, allo stato attuale.

   Fermo restando che l`acqua è un bene pubblico e questo non è in discussione, in Italia la gestione delle reti e del servizio è pressoché interamente nelle mani di azionisti anch`essi pubblici. Ciò nonostante le tariffe imposte da costoro sono spesso non proporzionate alla scadente qualità della materia e della distribuzione. E non parliamo soltanto del profondo Sud.

   Per dirne una, nel nostro Paese le perdite toccano livelli inaccettabili: più del 30 per cento, oltre quattro volte quelle degli acquedotti tedeschi. Il che significa che ogni anno perdiamo circa 2 miliardi e mezzo di euro, una somma che potrebbe compensare la perdita di gettito subita dai Comuni a causa della decisione, per alcuni sciagurata, di abolire del tutto l`Ici sulla prima casa.

   Il governatore della Puglia Nichi Vendola, secondo il quale la privatizzazione «è una bestemmia in chiesa», conosce bene la materia. Sa quello che ha trovato all`Acquedotto pugliese, il più grande d`Europa e interamente pubblico, quando è arrivato alla Regione: perdite che sfioravano il 50%, morosità alle stelle, produttività sotto i tacchi.

   E conosce lo sforzo immane che stanno ancora facendo gli uomini da lui collocati al timone di quell`azienda per riportare la situazione a livelli umani. Basta leggere il bilancio: per tamponare le perdite, in tre anni si è dovuto intervenire in 143 Comuni e sostituire qualcosa come 300 mila contatori. Ma non va molto meglio, per esempio, neppure a Latina, dove la gestione è in mano a una società nella quale qualche anno fa un socio privato, la francese Veolia, ha acquisito il 49% del capitale.

   Fra il 2007 e il 2008 sono state accumulate perdite per più di 6 milioni di euro e per riportare il conto economico in equilibrio c`è voluto un piano di lacrime e sangue. Sorvoliamo poi sul contenzioso e sulla morosità.

   Per non parlare di quando sono gli azionisti pubblici a scimmiottare (maldestramente) i privati. Basta andarsi a riguardare le inchieste televisive come quella realizzata qualche tempo fa da Riccardo lacona per Raitre, che illustrava la spaventosa situazione di Agrigento. Città nella quale il servizio idrico è gestita da un`azienda privatistica i cui soci di maggioranza sono però gli enti locali.

   Non mancano, è vero, esempi virtuosi di servizi idrici amministrati dal pubblico. Come è incontestabile che dove la gestione privata si dimostra efficiente (dare un`occhiata in Francia) non si scende certamente in piazza contro l`esproprio del bene collettivo.

   L`argomento è delicatissimo, perché non si possono scegliere i tubi che ti portano l`acqua a casa, come si sceglie la compagnia telefonica. Il fatto è che nel nostro sterile dibattito tutto ideologico l`unico assente è il cittadino.

   Nessuno parla, per esempio, di come garantire buona qualità (dappertutto) e tariffe eque (dappertutto): una garanzia che non è legata alla natura pubblica o privata di chi gestisce il servizio.   Piuttosto, all`esistenza di un soggetto indipendente e con ampi poteri per vigilare e se del caso sanzionare severamente i comportamenti scorretti. C`è una struttura apposita al ministero dell`Ambiente: usiamo quella, magari potenziandola.

   Oppure affidiamo il compito all`authority per l`energia e il gas. Ma di questo, nella legge, non c`è nemmeno un accenno. Eppure proprio da qui bisognerebbe iniziare. (Sergio Rizzo)

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 ACQUA

UNA PRIVATIZZAZIONE DA OLTRE 64 MILIARDI
RINCARI E INTERESSI NEL BUSINESS DELL’ORO BLU

– Negli ultimi otto anni le bollette per gli italiani sono già salite del 65%. Un mercato ricchissimo in cui è indispensabile una riforma della rete: secondo il Censis gli acquedotti del nostro Paese perdono per strada 47 litri ogni cento trasportati –

di Francesco Mimmo, da “la Repubblica” del 22/4/2011

   Sull’acqua c’è una partita miliardaria che con la promessa di servizi più efficienti apre la strada a grandi business. La corsa alla spartizione della torta dell’oro blu è già partita, l’unico ostacolo è il referendum. Il voto del 12-13 giugno è il “fermo” nel meccanismo che dopo la riforma del 2008 viaggia in discesa verso la privatizzazione dei servizi idrici. Si vota per abrogare la legge che affida alle imprese private la gestione delle risorse idriche, entro la fine dell’anno.

   Vuol dire il mercato delle bollette, già aumentato del 65% negli ultimi otto anni, e la gestione degli investimenti per ristrutturare la rete degli acquedotti stimata in 64 miliardi (in 30 anni) che saranno in parte finanziati dallo Stato e in parte ancora dalle bollette, destinate quindi a crescere ancora. Un mercato già ricco, visto che ogni italiano spende in media 301 euro all’anno per l’acqua (erano 182 nel 2002), e che lo sarà sempre di più.
L’Italia è piena d’acqua. La pioggia “regala” tremila metri cubi di acqua pro capite all’anno, 157 miliardi in totale. Non tutta può essere immagazzinata, naturalmente. Ma il fatto che di tutta quell’acqua alla fine ai rubinetti ne arrivino solo 136 metri cubi a testa indica la natura e le dimensioni del problema. E’ la rete idrica, infatti, la malattia del sistema.

   Gli acquedotti italiani sono dei veri e propri colabrodi che, secondo dati Censis di fine 2010, perdono per strada 47 litri ogni cento trasportati con un forte danno economico. I picchi di spreco sono altissimi: a Bari per esempio, bisogna mettere in rete 206 litri di acqua per farne uscire 100 dai rubinetti, a Palermo 188. Ci sono anche esempi di virtù, come Milano dove si perdono solo 11 litri ogni cento. Ma siamo nel complesso ben distanti dagli altri paesi europei. In Germania si perdono sette litri ogni cento (e viene considerato uno scandalo, sottolinea il Censis), 13 in media in Europa.
Dunque una riforma della rete è indispensabile. Un primo tentativo c’è stato nel ’96 con la legge Galli che ha tolto la gestione ai Comuni e l’ha affidata ai 92 Ato (Ambiti territoriali ottimali) che dovevano programmare gli interventi per migliorare la rete e poi riaffidare il servizio.

   Con gli Ato sono arrivate anche tariffe rigide: aumento massimo del 5% annuo delle bollette e un 7% di rendimento garantito al gestore. Ma la riforma non è mai arrivata in porto. Nella stragrande maggioranza dei casi la gestione della rete è tornata in mano ad enti pubblici e solo metà degli investimenti previsti è andata a buon fine, anche perché lo Stato dal ’96 ha tagliato da 2.000 a 700 milioni gli stanziamenti per acquedotti, fogne e depuratori.
Nel 2008 è arrivata la riforma pro-privati che il referendum vuole abrogare. Il boccone più grande sono quei 64 miliardi di interventi necessari per la ristrutturazione che solo per il 14%, stima il Censis, arriveranno da fondi pubblici. Il resto sarà pescato dalle bollette, con un aumento nei prossimi dieci anni che le stesse aziende del settore idrico, attraverso il centro studi Utilitatis, stimano in un +18%. (Francesco Mimmo)

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IL CASO

REFERENDUM, A RISCHIO ANCHE QUELLO SULL’ACQUA
ROMANI: “MEGLIO APPROFONDIMENTO LEGISLATIVO”

– Dopo quella sul nucleare, l’esecutivo vorrebbe vanificare anche la consultazione sulla privatizzazione delle risorse idriche. Il ministro delle Sviluppo economico prospetta un intervento ad hoc. Rivolta dell’opposizione –

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 22/4/2011

   Dopo il nucleare l’acqua. Il governo apre alla possibilità di un secondo intervento legislativo ad hoc, per bloccare sul filo del traguardo anche il referendum sulla privatizzazione delle risorse idriche. Lo ha detto chiaramente il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani a Radio Anch’io: “Su questo tema, di grande rilevanza, sarebbe meglio fare un approfondimento legislativo”. Sulla stessa lunghezza d’onda si era già espresso il sottosegretario Stefano Saglia.
La sortita di Romani è servita a raccogliere le sollecitazioni venute da Roberto Bazzano, presidente di Federutility, la federazione che riunisce i gestori degli acquedotti (“Chiediamoci seriamente se non sia il caso di evitare un referendum che ha sempre più un taglio puramente ideologico”). Ma ha suscitato le proteste del Comitato referendario e dell’opposizione.
“E’ un colpo di mano, si vuole togliere la voce ai cittadini: evidentemente c’è chi ritiene che le consultazioni popolari sui temi concreti facciano saltare le decisioni prese da pochi nell’interesse di pochi”, accusa il presidente del Wwf, Stefano Leoni.
Per i comitati che hanno raccolto un milione e 400 mila firme a sostegno del referendum si tratta di uno scippo. “Prima hanno buttato dalla finestra 350 milioni di euro pur di evitare l’accorpamento con le amministrative”, ricorda Luca Martinelli, del Comitato promotore referendario. “Adesso provano a togliere di mezzo altri due quesiti, in modo da lasciare solo quello sul legittimo impedimento, su cui non sembra che il Parlamento intenda modificare il quadro legislativo”.
Secondo i promotori del referendum sull’acqua, l’abrogazione di una parte della legge Ronchi non basterebbe però a bloccare entrambi i quesiti perché uno dei due fa riferimento a un quadro di privatizzazione che ha cominciato a delinearsi con la legge Galli del 1994.
“E’ in atto un secondo tentativo di truffa”, accusa il leader dei Verdi Angelo Bonelli. “Sul nucleare il governo ha già cancellato le norme su cui poggiano i quesiti referendari dicendo esplicitamente che valuterà se reinserirle in un secondo tempo con modifiche trascurabili. Significa prendere in giro gli italiani e violare la Costituzione che assegna ai cittadini la possibilità di esprimersi direttamente attraverso i referendum”.
“E’ l’ennesimo tentativo di scardinare le basi della nostra democrazia, ma la parola ora passerà alla Corte di Cassazione”, aggiunge Valerio Calzolaio, coordinatore del Forum Sel sui beni comuni. “E va ricordato che abbiamo un sistema legislativo che offre una serie di paletti a protezione del voto popolare. Una volta avviato il processo referendario un’abrogazione delle norme, o attraverso le urne o attraverso un preventivo intervento normativo, ha effetti giuridici abrogativi che durano cinque anni”. (Antonio Cianciullo)

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I DANNI COLLATERALI DI UN REFERENDUM

di Andrea Boitani e Marco Ponti 20.04.2011 da http://www.lavoce.info/

In nome dell’acqua pubblica, uno dei quesiti referendari propone l’abrogazione di un intero articolo di legge (il 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n.112, più volte modificato). Inutile dire che (contrariamente a quanto vogliono farci credere i pasdaran del referendum) quell’articolo di legge non ha nulla a che fare con la proprietà della “risorsa acqua”, ma solo con le modalità di gestione del servizio idrico.

   È invece utile sottolineare che il 23 bis (come viene familiarmente chiamato dagli addetti ai lavori) riguarda anche altri servizi pubblici locali, tra cui i trasporti. L’eventuale abrogazione del 23 bis, dunque, riporterebbe il trasporto locale alle norme vigenti prima del giugno 2008. Qualcuno potrebbe fare spallucce e dire “poco male: dopotutto, il 23 bis non innovava granché”. Certo, il 23 bis non era la rivoluzione che alcuni speravano (e altri temevano); ma rispetto alla normativa precedente qualche pregio l’aveva. Vale la pena ricordare che – abrogato il 23 bis – tornerebbero a valere esclusivamente le norme del pasticciato e reticente Regolamento europeo CE/1370/2007 e dell’ormai lontano D.Lgs. 422 del 1997, nelle parti migliori purtroppo superato proprio dal Regolamento europeo.

   Non fosse altro, il 23 bis dice almeno con chiarezza che la modalità ordinaria di affidamento dei servizi è “la procedura competitiva ad evidenza pubblica” e pone una serie di vincoli agli affidamenti “in house”, cui invece il citato Regolamento comunitario lascia più o meno libero corso. Dunque, se il 23 bis verrà abrogato con il referendum del 12 giugno, liberi tutti di ricorrere al “fatto in casa”.
Chissà come è contento il sindaco di Roma Alemanno del regalo che gli vogliono confezionare le vestali dell’acqua pubblica! Proprio nei giorni scorsi, in previsione di un esito abrogativo del referendum, il leader capitolino ha stretto accordi con i sindacati per confermare ad libitum il regime “in house” del trasporto pubblico romano (il fascino del “casereccio” a Roma è irresistibile) e ha poi accettato le dimissioni di quell’amministratore delegato che, nella bufera dei mesi scorsi, era stato nominato alla guida dell’Atac per riportare un po’ di ordine e di moralità in azienda.

   Purtroppo, il regalo non sarà solo per Alemanno: infatti è ormai esplicita e dichiarata la volontà di buona parte degli amministratori locali di non fare gare per diminuire il costo dei servizi locali, anche in caso di sprechi vistosi o gestioni dissennate: sono certi che le loro imprese non potranno fallire e che i contribuenti (e gli utenti) alla fine saranno chiamati a pagare.

   Sono anche convinti, evidentemente, che perderanno meno consensi così facendo piuttosto che ottenendo gestioni più sane e meno costose. Anche solo per dare loro finalmente torto, sarebbe bello che il quesito referendario venisse sonoramente bocciato.

I COMMENTI A QUEST’ARTICOLO APPARSO SU “LA VOCE.INFO” (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002265.html)

remunerazione del capitale e remunerazione del consenso

Nome: gianmario nava  Data: 22.04.2011

Ho firmato per il referendum e ci sono ottimi motivi per bocciare quella legge ma ho anche chiesto pubblicamente al presidente della azienda pubblica dell’acquedotto di Torino quale fosse il modello di gestione pubblica vincente da esportare e imporre dove la altrettanto pubblica gestione ha fallito non ho avuto risposta evidentemente non hanno un “modello” e non basta dire “bene pubblico”! C’è un mantra liberista e uno pubblicista non mi interessano mi interessa invece smontare le pastette di alemanno e quelle del gruppo che governa l’acqua a torino (sempre i soliti, da trent’anni, con società miste, dove non si capisce il confine tra politica e gestione e non si sa se si può fare di meglio o no) e che il primo faccia buchi nell’acque e il secondo utili e qualità poco mi importa, l’impressione è che “bene comune” non coincida con “gestione politica” risentirsi per i toni dell’interlocutore è un segno di grande debolezza e le domande rimangono sul tavolo: è vero o no che il referendum avrà effetti collaterali non positivi? e nel caso, il gioco vale la candela? Ci sono contromisure efficaci da mettere in campo? Cordialità

commento

Nome: Individualismo collettivo  Data: 22.04.2011

Beh, fatto il referendum si può sempre fare una legge che lo supera o no? Immagino che pensiate che chi legge il vostro sito abbia qualche informazione di come funziona la cosa pubblica,perciò che questo articolo sia una presa per i fondelli dei vostri lettori. Niente di più facile prendano la parte riguardante i traporti e la riapprovino in parlamento. Vi sembra così difficile?

finalmente 10 righe di trasparenza

Nome: Simone  Data: 22.04.2011

Complimenti agli autori per aver scritto in poche righe la semplice realtà dei fatti in uno tsunami di demagogia. Fantastico sarebbe stato vedere anche una noticina con riportato semplicemente il testo dell’articolo ma rassegnamoci.
Egregi Autori, vincere la sfida concorrenziale nella palude del semipubblico in Italia è quasi impossibile, perchè non esiste una reale forza di progesso nella società e nella politica.

Un vicolo cieco

Nome: Giuseppe Palermo  Data: 22.04.2011

Finalmente qualcuno avverte che il refendum non riguarda l’acqua ma tutti i pubblici servizi. Ma se il reg. CE1370/2007 è in effetti reticente e pasticciato, lo stesso non può dirsi dal complesso della normativa e della giurisprudenza comunitarie, recepite e ben riassunte dalla nostra Corte Costituzionale (sent. 439/2008): o gare di evidenza pubblica o, in casi circoscritti, gestione inhouse. Solo che gran parte delle multiservizi ora esistenti non rispondono affatto ai criteri del “controllo analogo”. L’inhouse all’italiana, cioè, è già fuorilegge. Ma è materialmente possibile regolarizzare queste situazioni nella direzione a cui obbliga l’abolizione del 23bis (ritorno alle municipalizzate e alle aziende speciali)? Ve l’immaginate p. es. il comune di Roma che si ricompra il 49% dell’Acea? Un brutto pasticcio e un vicolo cieco, che aiuterà solo gli speculatori e i monopolisti.

Il senso del referendum sull’acqua va oltre l’articolo di legge

Nome: Massimo Sabbatini  Data: 21.04.2011

Il senso del referendum per la difesa dell’acqua pubblica va ben oltre gli articoli di legge che si vogliono abrogare. E’ il solo modo che i cittadini hanno per dire ai governanti che esistono dei beni pubblici che devono essere tenuti fuori dalle logiche del profitto. I pasdaran del liberismo non vogliono capire che il pubblico è il modo più democratico ed economico di gestire i servizi. Eppure il ragionamento è così semplice: ogni servizio pubblico ha un costo in beni (p. es. nel caso dell’acqua captazione, trasporto, depurazione, manutenzione impianti; nel caso del trasporto pubblico acquisto di mezzi, manutenzione, pezzi di ricambio, carburante; etc.) e in retribuzione del personale; il suo scopo è fornire un servizio alla cittadinanza. Non appena diventa privato, il suo scopo cambia: diventa garantire un profitto a qualcuno, il dividendo agli azionisti e i superstipendi ai manager, amministratori e amici. Nei casi in cui il servizio pubblico lascia a desiderare è proprio perché lo gestiscono “privatamente”, cfr. Alemanno&friends. Se fosse veramente pubblico, cioè controllato da noi cittadini, sarebbe ben più efficiente ed economico.

Una cosa che si dimentica sul referendum

Nome: Franco REFERENDO  Data: 21.04.2011

Diventa allarmante l’impegno diretto (da parte della maggioranza governativa) e…indiretto (da parte della critica politica,come nel caso dell’articolo commentato) nell’affossare l’interesse a partecipare ai referenda, anche a quelli che dovranno pur essere votati al di là di eventuale pronuncia della Corte di Cassazione aull’ultroneità di quello termonucleare. La cosa che più non mi piace è che non si tiene in alcun conto l’obbligo del legislatore di regolare il vuoto lasciato dalla norma abrogata e questo la dice lunga sulla radicalizzazione dello scontro poltico, che evidentemente troverebbe una sua vera ragione d’essere nel solo referendum contro il legittimo impedimento. Non sarà forse che gli intelletti …regolatori postabrogazione non si risveglino lmprovvisamente e sapientemente una volta che i sondaggi dicessero che il popolo italiano andrà ln massa al referendum principalmente se non soltanto per abolire il legittimo impedimento?

Ma a Milano l’acqua pubblica funziona: perché privatizzarla forzatamente?

Nome: luigi del monte  Data: 21.04.2011

il ministro Fitto in un intervista dopo l’approvazione della suddetta legge aveva promesso che ci sarebbe stata una norma che istituiva una sorta di authority con poteri sanzionatori in modo che la privatizzazione risultasse efficace. Non so che fine abbia fatto la proposta… credo comunque, come il precedente commentatore, che il problema sia il controllo del privato e la programmazione che deve rimanere pubblica. Poi perchè gli acquedotti milanese che sono gestiti bene devono andare ai privati? Tante socetà private che gestiscono l’acqua nel sud fanno acqua da tutte le parti perchè gli amministratori non sono capace a scegliere e a sanzionare gli errori. Se un comune non è capace di gestire un servizio (acqua, rifiuti, trasporti) sarà mai capace di sanzionare il privato?

non facciamo propaganda

Nome: Bellavita  Data: 21.04.2011

I due quesiti sull’acqua non creano degli obblighi, li levano. Un legislatore distratto, frettoloso o complice ha imposto ai comuni l’obbligo di privatizzare entro il 2011 il 40% delle società di pubbici servizi, quindi causa affollamento sul mercato, svenderle. Un altro dello stesso tipo ha imposto l’obbligo di mettere in tariffa un utile del 7%, un regalo enorme, di questi tempi, per un servizio in regime di monopolio. Se passa il referendum ogni comune sarà libero di fare come gli pare: vendere, non vendere, fissare la tariffa. Io avrei preferito un referendum che abolisse l’obbligo di trasformare le municipalizzate in spa. Il che comporta un trasferimento di risorse dai comuni allo stato, sotto forma di imposte e mancate “bollette regalo”. per Torino, 70 mil. di euro all’anno. Ma vedo, invece dei conti, la trita polemica sul pubblico inefficiente. E il privato ladro, come nel caso Telecom, no? E lo stato che garantisce controlli complici? E’ possibile che il pubblico usi troppo personale, ma è anche probabile che il privato ne usi poco: Gli interventi sui guasti devono essere immediati, per questo ci deve essere sempre una squadretta che gioca a carte…

UN ERRORE LIBERALIZZARE

Nome: Luciano Galbiati  Data: 20.04.2011

Il termine “liberalizzazione” assume, specialmente a sinistra, significati decisamente impropri. Quasi una nuova declinazione del concetto di “giustizia sociale” (con molti ripensamenti,per la verità). In realtà è un monumentale malinteso. La definizione più adatta di tale termine è la seguente: “deregolamentazione dei mercati e privatizzazione dei servizi pubblici”. Mi domando quali mirabolanti benefici abbiano tratto lavoratori e consumatori dalla “liberalizzazione” della luce, del gas, delle assicurazioni, deli’acqua (dove operante), del welfare, ma soprattutto del mercato del lavoro. Nel migliore dei casi si è semplicemente trasformato un ente pubblico in Spa; nel peggiore si è trasferito un monopolio (o una posizione di rendita) dal pubblico ai privati. Per quanto riguarda il mercato del lavoro la “deregolamentazione” si è rivelata fallimentare (a danno del lavoratori). Gli elettori chiedono (da tempo) alla politica azioni finalizzate al governo della globalizzazione e alla ri-regolazione dei mercati. Superare la fascinazione intellettuale esercitata (per troppi anni) da iper-liberismo e consumerismo estremista credo sia già un bel risultato, per tutti.

23 bis, Acqua, Tram e Spazzatura

Nome: Ugo Mattei  Data: 20.04.2011

A parte il solito tono aggressivo e insolente che si commenta da solo, Boitani e Ponti ribadiscono il mantra e confermano i limiti (ormai davvero imbarazzanti) della loro professione. In primo luogo, ignorano quanto tutti fuorché gli economisti neoliberisti sanno da oltre mezzo secolo: separare la proprietà dalla gestione, particolarmente in ambiti come i servizi pubblici, ma anche in via generale, è operazione strutturalmente impossibile e quindi fondamentalmente ideologica. Berle e Means hanno mostrato come il management (avido di profitti e benefici privati) sia il vero proprietario. Oggi la nozione giuridica di bene comune delegittima interamente anche sul piano teorico ogni operazione di riduttivismo positivistico: non ci basta che l’acqua sia pubblica. Deve essere governata come un bene comune! Inoltre i nostri irriducibili neoliberisti assumono una petizione di principio che non fa onore a una rivista avente qualche pretesa di scientificità. La “gara”, aprendo al privato, darebbe risultati più desiderabili della gestione in house! La gara per un monopolio naturale, in regime di asimmetria informativa grave, porta conseguenze disastrose per l’interesse pubblico.

i danni collaterali di un referendum

Nome: paolo baretta  Data: 20.04.2011

Trovo difficile condividere quanto scritto da Boitani e Ponti, ma obietto in particolare la foga terminologica dell’intervento: si potrebbe, credo, sostenere le ragioni di una posizione senza forzatamente definire i sostenitori dell’opinione diversa “pasdaran” e “vestali”; e si potrebbe augurare un risultato del referendum senza augurarsi che gli avversari siano “sonoramente” bocciati, ma solo, nel caso, sconfitti. Spiace, ma questo di Boitani e Ponti pare così un intervento da pasdaran; lo stile conta (e lavoce.info solitamente quest’assunto lo sposa).

Pasdaran?

Nome: Damiano  Data: 20.04.2011

Non conoscevo questa parola e allora ho cercato su Wikipedia che mi da questa definizione: Il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, meglio noto con l’espressione Guardiani della rivoluzione o, dal persiano, Pasdaran, è un corpo militare istituito in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979. I pasdaran sono massimamente fedeli al Capo Supremo (detto anche Capo spirituale), il Grande ayatollah Khomeini. Al loro interno esistono, poi, delle milizie volontarie organizzate militarmente dette basiji, in cui si arruolano i più giovani….. Non capisco cosa centri con il tema in discussione, evidentemente è ancora da coltivare la capacità di confrontarsi con idee diverse dalle nostre senza appiccicare inutili etichette a chi non la pensa come noi. Penso che un cittadino responsabile vada a votare ai referendum e sceglie Si oppure No. Penso che lo stesso cittadino possa controllare i propri amministratori locali e anche qui, quando è ora, scegliere se riconfermarli o mandarli a casa. Esistono molti esempi virtuosi di gestione in house, in primis in materia di acqua, perchè non ne parlate? O è più comodo continuare il giochino del “Dagli al pubblico”?

Le parole contano

Nome: Juan Carlos De Martin  Data: 20.04.2011

Pasdaran? Vestali? Penso che le parole abbiano un peso e che termini simili non siano consoni allo stile della voce.info.

Speranze demagogiche

Nome: g. crosasso  Data: 20.04.2011

Non è vero che il problema sia l’affidamento in house, tanto che la direttiva europea infatti lo consente, il problema, come sempre in Italia, è la verifica dell’efficacia e della qualità del servizio. E’ quindi demagogico “sperare” come fanno Boitani e Ponti che il referendum fallisca per vedere funzionare i servizi di trasporto. Perchè anche sui servizi ai privati il problema continua ad essere il controllo della qualità degli stessi. Inviterei gli autori a smettere i panni dei difensori ad oltranza della privatizzazione dei servizi pubblici e a ipotizzare invece la soluzione al problema: il controllo dell’efficacia e della qualità dei servizi sia pubblici sia privati, non l’affidamento! Ve ne saremmo lieti. PS anche il servizio energetico giapponese dato ai privati (gestione centrali nucleari) non mi sembra sia garanzia di efficienza, qualità e trasparenza!

LA RISPOSTA AI COMMENTI

di Andrea Boitani 22.04.2011

Cari lettori,
“300 parole” è una rubrica  in cui i redattori de lavoce.info esprimono punti di vista con lo stile – talvolta polemico e caustico – che caratterizza i “corsivi” della carta stampata. Può dunque rientrare in questo stile l’uso di qualche metafora “forte”.  Se “vestale” –ancorché usato ironicamente- è tutto fuorché un termine con accezione negativa, il termine pasdaran, come nota l’accorto lettore , individua un combattente guidato dalla fede. Appunto.
Ma l’aspetto più rilevante è un altro: ancora una volta notiamo come il tema dell’acqua pubblica tenda immancabilmente a scatenare reazioni viscerali. Proprio per questo lavoce.info ha organizzato, in occasione del Festival dell’economia di Trento, una serie di “pro e contro”, uno dei quali, il 4 giugno a Rovereto avrà come titolo: “La gestione dell’acqua deve essere totalmente pubblica?”
In quest’occasione i partecipanti all’evento verranno chiamati a votare prima e dopo il confronto tra i relatori. Sarà un esperimento interessante per valutare il valore aggiunto del Festival nel cambiare le percezioni.
Tra i relatori vi sarò anche Ugo Mattei. Dispiace che giudichi il nostro tono “aggressivo e insolente”. Gli assicuriamo che il confronto in occasione del Festival non lo sarà, anzi sarà caratterizzato dall’approccio scientifico che  sempre accompagna gli articoli de lavoce e il festival stesso.
Proprio su queste colonne,  infatti, abbiamo già ampiamente trattato l’argomento  (si veda gli articoli di Scarpa, Ponti, Massarutto) evidenziando in più occasioni come il dibattito mediatico sulla cosiddetta “privatizzazione dell’acqua” sia stato fuorviante visto che il 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 prevede cambi il meccanismo di affidamento e non la proprietà dell’impresa.
Tuttavia l’argomento dell’intervento non era questo, bensì le conseguenze su settori, come quello dei trasporti locali, che con l’acqua nulla hanno che fare e che verrebbero toccati dall’eventuale abrogazione del 23 bis… (Andrea Boitani – http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002265.html )

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ECCO DI SEGUITO L’ARTICOLO 23BIS (CONTESTATO PERCHE’ RIGUARDA ANCHE IL TRASPORTO LOCALE E LA SPAZZATURA) CHE UNO DEI REFERENDUM SULL’ACQUA CHIEDE DI ABROGARE:

Articolo 23 bis del decreto 112/2008 convertito dalla legge 133/2008

Servizi pubblici locali di rilevanza economica – modificato l’art.113 del TUEL, 267/2000

In vigore dal 21 agosto (data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge 133 del 2008, di conversione del decreto legge 112 del 2008), le norme sui servizi pubblici locali di rilevanza economica, che hanno modificato l’art. 113 del TUEL (approvato con il decreto legislativo 267 del 2000).

Di seguito, il testo dell’art. 23-bis.

DECRETO LEGGE 25 GIUGNO 2008 N. 112
“Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”
(coordinato con le modifiche introdotte dalla legge di conversione, legge 6 agosto 2008 n. 133)
(…)
ART. 23-BIS.
Servizi pubblici locali di rilevanza economica
1. Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonche’ di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili.
2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità europea e dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità.
3. In deroga alle modalità di affidamento ordinario di cui al comma 2, per situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria.
4. Nei casi di cui al comma 3, l’ente affidante deve dare adeguata pubblicità alla scelta, motivandola in base ad un’analisi del mercato e contestualmente trasmettere una relazione contenente gli esiti della predetta verifica all’Autorità garante della concorrenza e del mercato e alle autorità di regolazione del settore, ove costituite, per l’espressione di un parere sui profili di competenza da rendere entro sessanta giorni dalla ricezione della predetta relazione.
5. Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati.
6. E’ consentito l’affidamento simultaneo con gara di una pluralità di servizi pubblici locali nei casi in cui possa essere dimostrato che tale scelta sia economicamente vantaggiosa. In questo caso la durata dell’affidamento, unica per tutti i servizi, non può essere superiore alla media calcolata sulla base della durata degli affidamenti indicata dalle discipline di settore.
7. Le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle rispettive competenze e d’intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, possono definire, nel rispetto delle normative settoriali, i bacini di gara per i diversi servizi, in maniera da consentire lo sfruttamento delle economie di scala e di scopo e favorire una maggiore efficienza ed efficacia nell’espletamento dei servizi, nonche’ l’integrazione di servizi a domanda debole nel quadro di servizi più redditizi, garantendo il raggiungimento della dimensione minima efficiente a livello di impianto per più soggetti gestori e la copertura degli obblighi di servizio universale.
8. Salvo quanto previsto dal comma 10, lettera e) le concessioni relative al servizio idrico integrato rilasciate con procedure diverse dall’evidenza pubblica cessano comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2010, senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante. Sono escluse dalla cessazione le concessioni affidate ai sensi del comma 3.
9. I soggetti titolari della gestione di servizi pubblici locali non affidati mediante le procedure competitive di cui al comma 2, nonche’ i soggetti cui e’ affidata la gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni patrimoniali degli enti locali, qualora separata dall’attività di erogazione dei servizi, non possono acquisire la gestione di servizi ulteriori ovvero in ambiti territoriali diversi, ne’ svolgere servizi o attività per altri enti pubblici o privati, ne’ direttamente, ne’ tramite loro controllanti o altre società che siano da essi controllate o partecipate, ne’ partecipando a gare. Il divieto di cui al periodo precedente non si applica alle società quotate in mercati regolamentati. I soggetti affidatari diretti di servizi pubblici locali possono comunque concorrere alla prima gara svolta per l’affidamento, mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica, dello specifico servizio già a loro affidato. In ogni caso, entro la data del 31 dicembre 2010, per l’affidamento dei servizi si procede mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica.
10. Il Governo, su proposta del Ministro per i rapporti con le regioni ed entro centottanta giorni alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, nonche’ le competenti Commissioni parlamentari, emana uno o più regolamenti, ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, al fine di:
a) prevedere l’assoggettamento dei soggetti affidatari diretti di servizi pubblici locali al patto di stabilità interno e l’osservanza da parte delle società in house e delle società a partecipazione mista pubblica e privata di procedure ad evidenza pubblica per l’acquisto di beni e servizi e l’assunzione di personale;
b) prevedere, in attuazione dei principi di proporzionalità e di adeguatezza di cui all’articolo 118 della Costituzione, che i comuni con un limitato numero di residenti possano svolgere le funzioni relative alla gestione dei servizi pubblici locali in forma associata;
c) prevedere una netta distinzione tra le funzioni di regolazione e le funzioni di gestione dei servizi pubblici locali, anche attraverso la revisione della disciplina sulle incompatibilità;
d) armonizzare la nuova disciplina e quella di settore applicabile ai diversi servizi pubblici locali, individuando le norme applicabili in via generale per l’affidamento di tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica in materia di rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas, nonche’ in materia di acqua;
e) disciplinare, per i settori diversi da quello idrico, fermo restando il limite massimo stabilito dall’ordinamento di ciascun settore per la cessazione degli affidamenti effettuati con procedure diverse dall’evidenza pubblica o da quella di cui al comma 3, la fase transitoria, ai fini del progressivo allineamento delle gestioni in essere alle disposizioni di cui al presente articolo, prevedendo tempi differenziati e che gli affidamenti diretti in essere debbano cessare alla scadenza, con esclusione di ogni proroga o rinnovo;
f) prevedere l’applicazione del principio di reciprocità ai fini dell’ammissione alle gare di imprese estere;
g) limitare, secondo criteri di proporzionalità, sussidiarietà orizzontale e razionalità economica, i casi di gestione in regime d’esclusiva dei servizi pubblici locali, liberalizzando le altre attività economiche di prestazione di servizi di interesse generale in ambito locale compatibili con le garanzie di universalità ed accessibilità del servizio pubblico locale;
h) prevedere nella disciplina degli affidamenti idonee forme di ammortamento degli investimenti e una durata degli affidamenti strettamente proporzionale e mai superiore ai tempi di recupero degli investimenti;
i) disciplinare, in ogni caso di subentro, la cessione dei beni, di proprietà del precedente gestore, necessari per la prosecuzione del servizio;
l) prevedere adeguati strumenti di tutela non giurisdizionale anche con riguardo agli utenti dei servizi;
m) individuare espressamente le norme abrogate ai sensi del presente articolo.
11. L’articolo 113 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, e’ abrogato nelle parti incompatibili con le disposizioni di cui al presente articolo.
12. Restano salve le procedure di affidamento già avviate alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
(…)

…………..

ALTRI DUE NOSTRI ARTICOLI (DELL’AUTUNNO 2009) SULL’ARGOMENTO:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/11/30/i-privati-entrano-nella-gestione-della-pubblica-acqua-pericoli-e-paure-motivate-che-un-bene-primario-comune-non-sia-piu-bene-di-tutti/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/09/12/la-privatizzazione-dell%e2%80%99acqua-e-altri-servizi-alla-persona-e-di-fatto-avvenuta-come-ora-la-comunita-puo-garantire-i-cittadini-nella-tutela-di-servizi-fondamentali/

………….

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