SPRECO DI TERRITORIO e CONFUSIONE EDILIZIA: città e paesi nel disagio di un PROGETTO URBANISTICO CHE MANCA – le tante RIFORME (di pianificazione urbana, di razionalizzazione dei comuni e creazione di aree metropolitane, di sviluppo agricolo eco-compatibile…) DA INIZIARE

Ecco il progetto della MOTORCITY VENETA che dovrebbe essere realizzato nei comuni veronesi di Trevenzuolo e Vigasio - un intervento esteso su 460 ettari, con una pista automobilistica di 5 chilometri, un parco divertimenti stile Gardaland, un centro commerciale che sarà il più grande d’Europa, 3 alberghi con 1000 stanze, un parco scientifico tecnologico non ben precisato… - Per far fronte ai costi è già stato autorizzato il centro commerciale di ben 190.000 metri quadrati – Forse non si realizzerà del tutto ma qualcosa di sicuramente enorme, nella cementificazione, resterà…

   Diamo conto qui, oltre che di esempi di scellerati progetti urbanistici, anche di ipotesi di “cambiamento di metodo”, di riforma di uno sviluppo confuso ed eccessivo dei nostri “ambienti di vita”, sia nel “micro” che nel “macro” (il nostro quartiere, città, periferia, ma anche le regioni e l’intero Paese).

   In questo senso Legambiente ha dedicato il suo rapporto annuale per il 2011 Ambiente Italia, in particolare allo spreco del territorio. In Italia vengono consumati mediamente oltre 500 chilometri quadrati di territorio all’anno. E’ come se ogni quattro mesi spuntasse una città uguale all’area urbanizzata del comune di Milano.  Nonostante ciò, tante persone rimangono senza casa perché non se la possono permettere.

   Negli ultimi 15 anni, il consumo di suolo è cresciuto in modo del tutto incontrollato, e la realtà fisica dell’Italia è ormai composta da informi fenomeni insediativi: estese periferie diffuse, grappoli disordinati di sobborghi residenziali, blocchi commerciali connessi da arterie stradali. Ma, dice Legambiente nel suo Rapporto “Ambiente Italia”, quantificare il fenomeno non è facile, perché le banche dati sono eterogenee e poco aggiornate, e perché la pressione sul territorio è ampliata da carenze di pianificazione e abusivismo edilizio, caratteristici del nostro Paese.

   Su questo svetta l’azione (edilizia, speculativa…) sempre più negativa dei Comuni. Per poter sopravvivere, essi, alle loro spese correnti (non parliamo di investimenti sul miglioramento dei servizi o infrastrutture che necessiterebbero…). L’ultimo decreto del Governo Milleproroghe, già approvato dal Parlamento, aiuta in questo gli enti locali: si continua infatti a consentire ai Comuni, per i prossimi due anni, di adoperare il 75% degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti, incentivando quindi a rilasciare permessi a edificare anche laddove non sarebbero necessarie nuove costruzioni, per pagare gli stipendi dei dipendenti.

COLONNA DESMAN, UNA TORRE DI 300 METRI SUL GRATICOLATO ROMANO - Un progetto ambizioso per rilanciare il turismo nell'area della terraferma veneziana: una torre alta 300 metri a forma di colonna romana che dovrebbe sorgere a Mirano, così da dominare l'area del Graticolato Romano. Nei progetti è alta 300 metri, 14 in meno della Torre Eiffel. (da “la Nuova Venezia” dell’1/10/2011)

   In Italia, insomma, non si punta sul recupero dell’esistente ma sulla trasformazione di nuove aree, e non si investe nella mobilità sostenibile: periferie diffuse che non vengono inserite virtuosamente in aree metropolitane (con la forte salvaguarda di tutto il verde, il “non edificato” rimasto), e che così non godono neppure di servizi importanti (tra i quali la mobilità pubblica) che invece le città, bene e male, a volte hanno.

   Ma va pure detto che il “rapporto Legambiente” cerca di lasciare un segno di “speranza”: fa sì vedere l’Italia in difficoltà sulla maggior parte dei settori ambientali (l’inquinamento atmosferico acuto da polveri sottili; la mobilità pubblica che non c’è fuori dei maggiori centri, città; appunto l’edilizia sconsiderata e disequilibrata…). Ma, il rapporto, mostra anche cose positive, elementi di novità: specie nelle energie da fonti rinnovabili in crescita (ma ora è da vedere con il disincentivo al fotovoltaico deciso dal governo… l’emanazione del nuovo decreto è slittata in questi giorni, vedremo quel che ne uscirà…), e con apprezzabili risultati nello smaltimento degli rifiuti solidi urbani (ci si riferisce al nord naturalmente, con risultati in alcune regioni eccellenti superiori a qualsiasi altro Paese d’Europa (Veneto, Lombardia..), ma non certo a quel che accade a Napoli, a Palermo…

  Insomma tutto questo per dire che siamo presi male, da un punto di vista ambientale, urbanistico (e l’ambiente rappresenta lo sviluppo generale del futuro prossimo…) ma se vogliamo iniziare una vera stagione di cambiamento, di riforme in tutti i settori (economici, di pianificazione ambientale, istituzionali di revisione dell’assetto di comuni e provincie…) ce la possiamo fare…

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AMBIENTE ITALIA 2011 DEDICATO AL CONSUMO DI SUOLO

dal sito http://www.legambiente.it/

– Ogni anno consumati 500 km2 di territorio. Nel rapporto annuale di Legambiente elaborato dall’istituto di ricerche Ambiente Italia tutti gli indicatori dello stato di salute dell’ambiente nel Paese –

   In Italia vengono consumati mediamente oltre 500 chilometri quadrati di territorio all’anno. E’ come se ogni quattro mesi spuntasse una città uguale all’area urbanizzata del comune di Milano.  Nonostante ciò, tante persone rimangono senza casa perché non se la possono permettere. Un bel paradosso al quale Legambiente ha dedicato il suo rapporto annuale Ambiente Italia, presentato il 4 marzo scorso.

   (…) La stima più attendibile – e, secondo Legambiente, comunque prudenziale – di superfici urbanizzate è di 2.350.000 ettari. Una estensione equivalente a quella di Puglia e Molise messe insieme, pari al 7,6% del territorio nazionale e a 415 metri quadri per abitante. Negli ultimi 15 anni, il consumo di suolo è, infatti, cresciuto in modo abnorme e incontrollato e la realtà fisica dell’Italia è ormai composta da informi fenomeni insediativi: estese periferie diffuse, grappoli disordinati di sobborghi residenziali, blocchi commerciali connessi da arterie stradali.

   Ma quantificare il fenomeno non è facile, perché le banche dati sono eterogenee e poco aggiornate, e perché la pressione sul territorio è ampliata da carenze di pianificazione e abusivismo edilizio, caratteristici del nostro Paese.

   Per fare chiarezza sulle dimensioni della crescita di superfici urbanizzate, Legambiente e l’Istituto nazionale di urbanistica hanno dato vita al Centro di ricerca sui consumi di suolo, con il supporto scientifico del Dipartimento di architettura e pianificazione del Politecnico di Milano, iniziando la raccolta di tutti i dati disponibili e accompagnandola da un sistematico approfondimento scientifico.

   La fotografia del consumo di suolo scattata nel 2010 nelle regioni italiane mostrava la Lombardia in testa con il 14% di superfici artificiali sul totale della sua estensione, il Veneto con l’11%, la Campania con il 10,7%, il Lazio e l’Emilia Romagna con il 9%.

   I primi risultati del Centro di ricerca hanno, però, evidenziato come – accanto alla situazione di pesante sovraccarico urbanistico che caratterizza le regioni appena citate – Molise, Puglia e Basilicata, pur conservando un forte carattere rurale, stiano conoscendo dinamiche di crescita particolarmente accelerata delle superfici urbanizzate. La maggior parte delle trasformazioni avviene a carico dei suoli agricoli, e solo in minor misura a carico di terreni incolti o boschivi, coerentemente con quanto osservato nel resto d’Europa.

   Il consumo di suolo, infatti, non è una prerogativa italiana. La Commissione europea ci conferma che siamo nella media dei principali paesi Ue, anche se alcuni caratteri dei processi di urbanizzazione a noi propri rendono la situazione complessa. In particolare, le periferie delle nostre principali aree urbane crescono senza un progetto metropolitano e ambientale, di trasporto pubblico e di servizi. Mentre nelle aree di maggior pregio, tra cui le coste, una produzione dissennata di seconde case ha cementificato gli ultimi lembi ancora liberi di territorio e zone a rischio idrogeologico, abusivamente o con il benestare di piani regolatori.

   “Il consumo di suolo – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – è oggi un indicatore dei problemi del Paese. La crescita di questi anni, senza criteri o regole, è tra le ragioni dei periodici problemi di dissesto idrogeologico e tra le cause di congestione e inquinamento delle città, dell’eccessiva emissione di CO2 e della perdita di valore di tanti paesaggi italiani e ha inciso sulla qualità dei territori producendo dispersione e disgregazione sociale. Occorre fare come negli altri paesi europei dove lo si contrasta attraverso precise normative di tutela e con limiti alla crescita urbana, ma anche con la realizzazione di edilizia pubblica per chi ne ha veramente bisogno e interventi di riqualificazione e densificazione urbana, fermando così la speculazione edilizia. Esattamente il contrario di quanto adottato nell’ultimo decreto Milleproroghe che continua a consentire ai Comuni, per i prossimi due anni, di adoperare il 75% degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti e incentiva, e quindi a rilasciare permessi a edificare anche laddove non sarebbero necessarie nuove costruzioni, per pagare gli stipendi dei dipendenti”.

   A Napoli e a Milano, nel 2007, le superfici impermeabili coprivano il 62% del suolo comunale. Eppure, a fronte di 4 milioni di abitazioni circa, realizzate negli ultimi 15 anni, nelle grandi città italiane almeno 200.000 famiglie non riescono a pagare il mutuo o la rata dell’affitto. Nelle stesse città dove l’emergenza sfratti è più pesante, quasi un milione di case risultano vuote perché economicamente irraggiungibili da chi ne avrebbe bisogno.

   Nel 2009, in testa alle città con il maggior numero di case vuote c’era Roma con 245.142 abitazioni, seguita da Cosenza (165.398), Palermo (149.894), Torino (144.398) e Catania (109.573). Nello stesso periodo, il maggior numero di sfratti è stato eseguito a Roma (8.729), a Firenze (2.895), a Napoli (2.722), a Milano (2.574) e a Torino (2.296).

   Il caso di Roma (in cima a entrambe le classifiche) è emblematico e merita di essere analizzato. Sia perché, negli ultimi anni, il territorio romano ha visto una fortissima crescita edilizia, sia perché il comune di Roma è il più grande in Italia in termini di superficie e di popolazione. Uno studio originale e inedito sulle trasformazioni dei suoli a usi urbani nei comuni di Roma e Fiumicino tra il 1993 e il 2008 rivela come, in 15 anni, questi siano aumentati del 12% a Roma (con 4.800 ettari trasformati, quasi tre volte il tessuto “storico” della città compreso entro le Mura Aureliane) e del 10% a Fiumicino (con 400 ettari).

   Una superficie notevole, pari complessivamente all’estensione dell’intero comune di Bolzano. Nello stesso arco di tempo, a Roma la popolazione è aumentata di 30.887 abitanti, con una media di 150 metri quadrati di suoli trasformati per ogni nuovo abitante. La trasformazione ha interessato in particolare suoli agricoli (Roma è il più grande comune agricolo d’Europa) ma anche importanti porzioni di aree naturali. Sono scomparsi 4.384 ettari di aree agricole, il 13% del totale e 416 di bosco e vegetazione riparia. Ora, in base ai piani regolatori vigenti nei comuni di Roma e Fiumicino e ai programmi in atto, è prevedibile un ulteriore consumo di 9.700 ettari, prevalentemente agricoli, ossia più di quanto sia stato trasformato tra il 1993 e il 2008.

   In Italia, insomma, non si punta sul recupero dell’esistente ma sulla trasformazione di nuove aree, non si investe nella mobilità sostenibile, e le città sono sempre più congestionate e inquinate. E’ chiaro come, negli ultimi 20 anni, non si sia costruito per rispondere alle domande di abitazioni ma alla speculazione immobiliare e finanziaria, e la grave situazione di disagio sociale riscontrabile in molti centri urbani rispecchia una crisi che non riguarda solo il settore edilizio ma attraversa tutto il Paese.

   “Non è vero che gli italiani non siano stati colpiti dalla finanza creativa – ha commentato Duccio Bianchi, curatore del rapporto Ambiente Italia 2011 -. Nella recessione che si è innescata nel 2008 e acuita l’anno successivo, l’Italia ha pagato più degli altri paesi europei e più delle altre economie avanzate. Oppure sbagliano Eurostat, Fondo monetario, Ocse e Banca mondiale”.

   Il nostro Pil pro capite del 2009 è, infatti, inferiore dell’ 8% a quello del 2007 e inferiore addirittura del 4% rispetto al 2000. Mentre il paese ‘sfortunato’ a cui spesso si confronta l’Italia, la Spagna, ha visto scendere il Pil pro capite 2009 solo del 5% rispetto al 2007 e salire del 7% rispetto al 2000.

   Sono soprattutto i giovani, già dalla metà degli anni 90, a pagare la bassa dinamicità dell’economia e della società italiana, tassi di crescita dimezzati rispetto al resto d’Europa, assenza di strumenti di protezione sociale.

   Ma la recessione mondiale ha impattato anche su alcuni processi di grande rilevanza ambientale, primo tra tutti la trasformazione del sistema energetico e delle sue risorse. Sul fronte dell’efficienza e del contenimento delle emissioni, ha facilitato il ruolo da pioniera dell’Europa, che è enormemente avanti a tutte le altre economie.

   I dati sul 2009 mostrano che la Ue conseguirà nel suo insieme gli obiettivi di Kyoto ed è sulla strada per raggiungere nel 2020 gli obiettivi di riduzione del 20% sulle emissioni del 1990. Solo l’Italia – che nel 1990 non aveva nucleare e aveva pochissimo carbone da ridurre, basse emissioni pro capite e una delle migliori intensità energetiche della Ue – corre il rischio di essere l’unico paese europeo che non raggiunge gli obiettivi di Kyoto.

   Eppure la meta è a portata di mano, così come è possibile raggiungere gli  obiettivi al 2020 per le rinnovabili e la riduzione della CO2. Un esempio chiarissimo di come l’Italia possa attivare un’industria nazionale dell’efficienza energetica è la misura delle detrazioni fiscali del 55% sulla ristrutturazione energetica nell’edilizia. Nel periodo 2007-2009 sono stati attivati complessivamente 590.000 interventi, con un investimento (tutto privato) di 7,9 miliardi di euro. “L’Italia deve smettere di remare contro lo sviluppo delle rinnovabili – ha aggiunto Duccio Bianchi – perché, quando la politica lo ha permesso, il territorio ha dimostrato di avere le capacità per una svolta energetica pulita. Lo stop al consumo di suolo e la risposta ai problemi della casa e delle città va di pari passo con una riqualificazione energetica complessiva del patrimonio edilizio”.

   Scorrendo i dati raccolti da Ambiente Italia 2011 emerge la fotografia di un Paese per molti versi problematico, che più di altri ha subito gli effetti della recessione economica, eppure con grandi possibilità di ripresa e risorse in grado di determinare passi avanti significativi verso la modernità e un maggiore benessere.

   IN NEGATIVO, i parametri e i settori relativi alla vita nelle città: la mobilità delle persone in Italia è infatti, tra le più alte d’Europa. I mezzi privati coprono circa l’82% della domanda. L’Italia presenta ormai da anni un tasso di motorizzazione (numero di auto ogni 1.000 abitanti) decisamente superiore alla media europea. Nel 2008, ad esempio, il valore del Belpaese è stato pari a 601 auto ogni 1.000 abitanti (erano 598 nel 2007 e 483 nel 2000) contro le 470 dell’Unione europea, le 498 della Francia, le 475 del Regno Unito.

   Ci si muove quindi sempre in auto(12.070 passeggeri per Km/abitante), pochissimo in tram o metro (109 passeggeri) e poco in treno (835). Il parco veicolare, nel 2009, risulta composto  da  6.118.098 motocicli, pari al 12,7% del totale (erano 5.858.094 nel 2008) e 36.371.790 auto, pari al 75,7% (erano 36.105.183) mentre sono solo 98.724 gli autobus, pari allo 0,2% del totale. Gli incidenti nel 2009 sono 218.963 con 4.237 morti e 307.258 feriti, in lieve calo rispetto al 2008 (quando gli incidenti erano 230.871 con 4.725 morti e 310.745 feriti). In Europa registriamo comunque un’altissima mortalità stradale (79 morti per milione di abitanti), superando di gran lunga  paesi come la Germania (54), e il Regno Unito (43).

   Un settore già problematico che ha visto la sua situazione aggravarsi ulteriormente tra il 2007 e il 2008, è quello del trasporto merci, con ben il 71,9% delle merci che viaggia su strada (era il 70,6 l’anno precedente). Su ferro viaggia solo il 9,8% delle derrate (era il 10,2 nel 2007), mentre il 18,3% si muove tramite navigazione. Considerando solo il trasporto merci via terra, vediamo che in Italia solo il 12% del trasporto avviene su ferro, a differenza del 25% della Germania o del 39% dell’Austria ma anche del 17% della Francia.

   Polveri sottili e ossidi di azoto restano due emergenze per la qualità dell’aria nelle città. Nel 2009 peggiora leggermente la situazione per il biossido di azoto, con circa il 67% dei comuni capoluogo (era il 64% nel 2008) dove la media annuale supera il valore limite (40 microgrammi/mc) in almeno una centralina di monitoraggio. La situazione è più grave nelle grandi città dove solo 3 su 14 presentano un valore medio di tutte le centraline inferiore al limite previsto. Riduzione più netta per l’inquinamento da polveri sottili che comunque, nel 2009 registra situazioni particolarmente critiche in gran parte delle città della Pianura Padana.

   L’analisi della dimensione socio economica indica poi, che il tasso di occupazione (considerata tra i 15 e 64 anni), nel 2009 in Italia è il più basso tra i paesi industrializzati: 57,5%, con netta differenza tra maschi (68,6%) e femmine (46,4%). In Europa è pari al 64,6 con punte del 76,4% in Norvegia. Anche il tasso di educazione universitaria è tra i più bassi: 20,2%, ben lontano dal 44,7 della Danimarca ma anche dal 40,1 del Regno Unito o dal 43,3 della Francia. In Europa è pari al 32,3. Stessa solfa per la spesa per ricerca e sviluppo, per la quale nel 2008 l’Italia ha impegnato l’1,18% del PIL, a differenza della Svezia (3,75%) ma anche della Francia (2,02%) o della Germania (2,63%).

   IN POSITIVO invece, si registra la situazione del settore energetico, dove continua la riduzione dei consumi delle materie prime, che passano così da 191 milioni di Tep a circa 180 milioni (-5,8%). A decrescere è la produzione energetica da fonti non rinnovabili: la produzione di petrolio cala, infatti, di circa 5 milioni di Tep (-5,3% del totale), cala pure la produzione di gas naturale (-5,6%) e di combustibili solidi (carbone) anche se in modo meno marcato. In controtendenza, la produzione da fonti rinnovabili che tra il 2008 e il 2009 sale di +2,3 milioni di Tep (13,5%) confermando il trend dell’ultimo decennio (+49%).

   Dopo anni di crescita incontrastata, diminuisce dal 2008 pure la produzione dei rifiuti urbani, attestandosi a poco meno di 32,5 milioni di tonnellate (-0,22% rispetto al 2007). A livello procapite si passa da 546 kg/ab del 2007 a 541 kg/ab del 2008.

   La raccolta differenziata è passata dal 7,1% del 1996 al 30,6% del 2008 (arrivando a quasi 10 milioni di tonnellate), anche se nel 2008 solo sette regioni hanno superato il 35% di raccolta differenziata (obiettivo normativo per il 2003) e si accentua lo scarto tra le regioni del Nord e quelle meridionali. Al Sud solo la Sardegna presenta valori significativi di raccolta differenziata (34,7%), mentre le altre restano ferme al palo, in particolare il Molise (6,5%) e la Sicilia (6,7%). Se carta e cartone, frazione organica e verde costituiscono la base fondamentale del sistema di recupero, l’invio in discarica rappresenta ancora la più diffusa forma di smaltimento, anche se la quota conferita è in diminuzione (dai 21,7 milioni di tonnellate del 1999 ai 15,9 milioni del 2008, cioè dal 76,7% del 1999 al 49,2% del 2008).

   Sempre positivo poi, il trend dell’agricoltura biologica che in Europa riguarda l’1,7% della superficie agricola totale ma solo in Italia è pari al 7,9% con 1.106.683 ettari di terreno in conversione o convertiti nel 2009 (erano 1.002.414 nel 2008).

Un altro dato positivo riguarda la tutela delle risorse naturali: l’estensione delle foreste nel 2010 raggiunge, infatti, i 9.149 mila ettari (erano 8.759 nel 2005). Vaste e numerose anche le superfici sottoposte a tutela, con 2.288 Siti d’interesse comunitario (14,3% del totale) e 597 siti zone di protezione speciale (13,6%), complessivamente meno estese dei siti spagnoli (rispettivamente il 24,5% e il 20,6%) ma più ampi e numerosi di Francia, Germania e Regno Unito.

– Ambiente Italia 2011, il consumo di suolo in Italia – annuario di Legambiente elaborato dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia – è a cura di Duccio Bianchi e Edoardo Zanchini – edito da Edizioni Ambiente – 2011 – pagine: 256 – euro 22,00

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VIA COL VENETO 2: LA VENDETTA

da http://www.ilgiornaledellarchitettura.com/ n. 91 del febbraio 2011

– La nuova legge regionale approvata a fine dicembre conferma la tendenza a un allargamento delle maglie delle possibilità edificatorie –

Venezia. Il Consiglio regionale, con la legge n. 30 del 23 dicembre 2010, ha approvato importanti modifiche alla legge urbanistica regionale n. 11 del 2004 (norme per il governo del territorio): di fatto un allargamento delle possibilità edificatorie. In primis le attività in zona rurale, consentendo da ora la realizzazione d’interventi edilizi in quelle aree anche a chi non è imprenditore agricolo; un’altra modifica concerne le norme riguardanti il regime transitorio previsto dalla legge stabilendo che, a seguito dell’approvazione del Piano di assetto del territorio (Pat), il Prg vigente, per le parti compatibili, diverrà a tutti gli effetti Piano degli interventi (Pi); infine è stata prorogata al 31 dicembre 2011 la deroga al divieto, per i comuni sprovvisti di Pat (più del 60%), di adottare varianti allo strumento urbanistico generale.

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STORIA DI UN AUTODROMO DOVE AL POSTO DELLE F.1 CORRONO SOLO GLI STIPENDI

di Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 27/4/2011
VENEZIA. Hanno provato a venderlo agli Emirati Arabi, ai cinesi, a chissà quanti fondi d’investimento, perfino a Gheddafi. E non è stata la guerra in Libia a mandare a monte l’affare. L’autodrono del Veneto, nato per far correre le monoposto di F.1, sta facendo correre solo gli stipendi dei consiglieri. L’ultimo arrivato nel Cda è Roberto Bissoli, l’indimenticabile Rambo dei tempi della Dc.
   Poi passato all’Udc, poi al Pdl e oggi referente nel Veneto del neo-ministro all’agricoltura Saverio Romano. Bissoli è stato nominato il 20 aprile scorso, assieme a Martino Dall’Oca, veronese come lui, presidente uscente della società, che si chiama come l’obiettivo da raggiungere: Autodromo del Veneto spa. Ma da 10 anni l’obiettivo si vede solo nel sito http://www.autodromodelveneto.it. Un sito che ha solo la home page (!), dove campeggia una maestosa vista dell’autodromo, con le gradinate e perfino le silhouettes degli spettatori che guardano le piste deserte. Il disegnatore ha dimenticato le macchine, cioè il soggetto di tutto l’ambaradan: che abbia avuto delle premonizioni?
 Il socio pubblico. In Autodromo del Veneto spa, Bissoli e Dall’Oca rappresentano Veneto Sviluppo, finanziaria della Regione titolare del 27% della società. Il 13 aprile il socio pubblico si sveglia. In VI commissione si tiene un’audizione che semina perplessità tra i consiglieri. Sembrano la bella addormentata nel bosco: ops, da 10 anni qualcuno sta cercando di mettere in piedi un’operazione faraonica ad alto rischio imprenditoriale e finanziario con i soldi della Regione? L’audizione era chiesta da Gustavo Franchetto, consigliere di Idv: «Su una rivista di motori – spiega – avevo letto che la giunta regionale avrebbe stanziato per l’autodromo 780 milioni a fronte di 720 dei privati. Non potevo crederci».
 Notizia fasulla. Infatti non corrisponde: l’operazione resta da un miliardo e mezzo ma la Regione non metterà un centesimo. La garanzia viene data in aula dall’assessore Roberto Ciambetti, durante la discussione sul bilancio. Può tirare un respiro di sollievo Franchetto, ma resta da chiarire un punto: «Com’è possibile realizzare un intervento esteso su 460 ettari, con una pista automobilistica di 5 chilometri, un parco divertimenti stile Gardaland, un centro commerciale che sarà il più grande d’Europa, 3 alberghi con 1000 stanze, un parco scientifico tecnologico che finirà per essere l’ennesima zona industriale, senza che la programmazione regionale ci metta il naso?».
 I proponenti. Il 13 aprile arrivano in commissione a dare spiegazioni il presidente della spa Dall’Oca con il progettista Stefano Montanari, i sindaci di Trevenzuolo Osvaldo Zoccatelli e di Vigasio Daniela Contri, Comuni sui quali sorgerà l’autodromo, già battezzato MotorCity (come mai viene in mente Veneto City?). Ma più che spiegazioni sono intimazioni: «La società ha speso 100 milioni per acquistare i terreni», fa sapere Dall’Oca. «I progetti esecutivi sono già autorizzati, compreso l’ok della commissione Via regionale – dice Montanari – i cantieri sono pronti a partire per essere completati entro il 2015». Morale: impossibile ormai fermare la macchina che si è messa in moto (!).
 I commissari. Usciti i proponenti, i commissari si confrontano. Tutti sono perplessi meno Dario Bond, che sarà anche capogruppo del Pdl, ma non ha licenza di uccidere come James. Non sono convinti Carlo Alberto Tesserin, Andrea Causin, Pietrangelo Pettenò, Roberto Fasoli, Franco Bonfante. Problematico Nereo Laroni: «Ero entrato prevenuto, ma l’esposizione dell’architetto mi ha fatto ricredere. La parte commerciale è specifica, legata ai motori, revocarla adesso in corso d’opera ci esporrebbe giuridicamente ad un’azione di rivalsa dalla società».
 Auto o botteghe? «Non è così – obietta Bonfante – nessuna azione di rivalsa è possibile contro il legislatore. Ci mancherebbe, non si farebbero più leggi! Qui sostengono che l’autodromo non si regge senza il centro commerciale. Ne consegue che non è un autodromo, ma un centro commerciale, chiamiamolo con il suo nome. Peraltro un centro di 190.000 metri quadrati, quando tutti i centri commerciali esistenti in provincia di Verona messi insieme fanno un totale di 160.000. Questa misura assurda è stata possibile grazie ad una leggina votata di notte, alla scadenza della legislatura nel 2005.

   Una di quelle norme incomprensibili: al comma tal dei tali invece di “nei” si scriva “ai”. A verbale di quella seduta risulta che Mauro Tosi di Rc chiese al presidente Enrico Cavaliere cosa voleva dire. Cavaliere rispose: è una modifica tecnica. Tutti votarono senza sapere, esclusi ovviamente i promotori della furbata. La norma precedente dava la possibilità di derogare “nei limiti della programmazione” e grazie alla modifica divenne “derogare ai limiti della programmazione”. Cioè libertà assoluta». Bonfante ha presentato un progetto di legge perché il centro commerciale venga ricompreso nella programmazione regionale: si annuncia la madre di tutte le battaglie.
 Squadra corse. E’ strano ma nessuno si chieda chi correrà nell’Autodromo del Veneto. Pare che sia una domanda cretina. Perché la risposta è nessuno. «Non c’è nessuna possibilità che si facciano gare di F.1 – dice Bonfante -. Correrebbero solo le auto in prova». – Renzo Mazzaro

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COSA NE SARÀ DELLE NOSTRE CITTA’

di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 3/6/2010

   La città e i suoi malesseri. La città e la sua storia. Le riflessioni si rincorrono e si scontrano, escono libri (…). Questo interesse si manifesta mentre si fa più acuta una contraddizione: chi vive in città – lo ha accertato l’Onu – è diventato maggioranza nel pianeta. Contemporaneamente la città è cambiata fin quasi a essere irriconoscibile.

   Al punto da indurre uno storico dell’ architettura di grande esperienza e lungimiranza, come Leonardo Benevolo, a ipotizzare che si stia chiudendo un ciclo. «Mentre fino a qualche decennio fa distinguere la città dal territorio organizzato diversamente era alla portata di tutti», spiega, «oggi la differenza fra un dentro e un fuori della città è diventata più difficile da percepire. E abbiamo davanti la prospettiva di un’ esperienza storica che volge al termine».

   Le città si trasformano, eppure poche altre volte come in questi ultimi tempi, la città è stata oggetto di ricerche. Gli urbanisti dialogano con gli economisti. E, insieme, consultano antropologi e sociologi. Molto successo hanno anche in Italia le riflessioni dell’ americana Sasskia Sassen, che studia le “città globali“, quelle che intrecciano rapporti fra loro al di là degli stati nazionali.

   O, all’ inverso, le indagini dello storico Mike Davis, che analizza gli slum sparsi fra Africa, Centro e Sud America e Asia. Benevolo, dal canto suo, si produce in una perfetta e simmetrica periodizzazione: «Dietro di noi ci sono due fasi che durano entrambe, grosso modo, cinquemila anni: l’età neolitica e l’età che comincia, fra IV e III millennio a. C., con la nascita della città». Ora questo secondo ciclo sta arrivando a conclusione sotto i nostri occhi.

   E dopo? «Certo non c’è il vuoto, quel vuoto, per esempio, che si presentava al cospetto dell’uomo del Neolitico». Una delle caratteristiche che segna per le città un passaggio di stato, è l’ elemento della sua finitezza. Le città da alcuni decenni hanno perso il senso del limite. Non solo l’hanno spostato oltre, sempre più oltre, ma l’hanno scavalcato e ora l’ignorano. Fisicamente e concettualmente. Al posto della città c’è la “città diffusa” – un’ espressione introdotta da Francesco Indovina negli anni Novanta del Novecento. 

   Anche per un urbanista come Bernardo Secchi, che ha lavorato molto in Italia e poi ad Anversa, Rouen, Rennes e Ginevra e ora è impegnato a Parigi, «stiamo assistendo a un passaggio epocale». Ma la città non scompare, aggiunge Secchi. Inoltre la “città diffusa” è una formula che si riferisce «a situazioni molto differenti. Differentemente declinata nel Veneto, in Lombardia, nelle Marche o nel Salento, nelle Fiandre, in Bretagna o nel nord del Portogallo, a Taiwan o nelle aree interne della Cina».

   Fra gli urbanisti le posizioni si divaricano. C’è chi, come Secchi, ritiene che la città diffusa non sia il male assoluto. «La nuova forma di città», spiega, «con la sua grana larga, con i suoi vasti spazi interclusi, inedificati e tuttora destinati all’agricoltura, offre grandi opportunità per politiche che si confrontino seriamente con i problemi ambientali».

   I danni della dispersione abitativa sono invece sottolineati da Vezio De Lucia, per cinque anni assessore a Napoli, autore di molti piani regolatori e di un libro appena pubblicato, Le mie città (Diabasis, pagg. 210, euro 18). Il prodotto della città diffusa è, a suo giudizio, soprattutto il consumo del suolo, bene irriproducibile. «In Italia il problema del contenimento dell’espansione disordinata della città è sconosciuto», sostiene l’urbanista. «La Germania», aggiunge, «ha elaborato un piano per la riduzione del consumo di suolo da 130 a 30 ettari giornalieri. La Gran Bretagna protegge con le sue green belt, le cinture verdi, un milione e mezzo di ettari – il 12 per cento dell’ intero paese – e consente nuove edificazioni a patto di riutilizzare prevalentemente aree già urbanizzate e dismesse. In Francia si evita la dispersione urbana con leggi che impongono di costruire esclusivamente in continuità con le zone urbanizzate».

   La città che supera i suoi limiti può farlo in modo regolato oppure affidandosi solo al mercato o, peggio, alla speculazione. Fra Emilia, Lombardia e Veneto la città invade la campagna senza trasmetterle qualità urbana e anzi disseminandola di case, stabilimenti e centri commerciali che le impediscono comunque di restare campagna.

   Stando ai dati contenuti nel libro curato da Paola Bonora e Pierluigi Cervellati, Per una nuova urbanità dopo l’ alluvione immobiliarista (pubblicato da Diabasis) la superficie urbanizzata in Italia tra il 1956 e il 2001 è aumentata del 500 per cento. Ma la questione, riportata all’Italia, viene condensata in un interrogativo: quanta consapevolezza di questo fenomeno c’è a livello politico?

   Giuseppe Campos Venuti, fra i più illustri urbanisti italiani, ha dovuto scorrere per tre volte l’elenco dei nuovi assessori della Regione Emilia Romagna per convincersi che non ce n’era nessuno incaricato all’urbanistica. Il racconto della sua stupefatta scoperta l’ha consegnato alle pagine bolognesi di Repubblica, definendo la scelta «sconcertante e incomprensibile».

   D’altronde, ricorda Campos Venuti, «la società non ama l’urbanistica». E questa espressione l’ha anche usata per intitolare un capitolo del libro-intervista che ha appena pubblicato, Città senza cultura (Laterza, pagg. 190, euro 12, a cura di Federico Oliva).

   Non sono solo gli urbanisti a interrogarsi sulla questione urbana. L’economista Antonio Calafati, professore ad Ancona, sostiene che «in Italia non ci sono più città, ma sistemi urbani, nei quali le città storiche si sono dissolte». È accaduto al Nord, nelle zone industriali, aggiunge Calafati, ma persino in quelle marginali.  A questo fenomeno, però, non ha corrisposto una integrazione istituzionale.

   Sono rimasti in piedi le competenze dei singoli comuni, poi della provincia, anzi delle province, infine delle regioni. Queste aree che si andavano formando, insiste Calafati, non hanno governo. Non hanno strategie né progetti. Non sono luoghi, a differenza di altre realtà europee, che agevolino sviluppo economico. Insomma, consumano suolo, ma non sono occasioni di crescita.

   Calafati ha da poco pubblicato un libro su questi argomenti, si intitola Economie in cerca di città (Donzelli, pagg. 147, euro 25). La questione urbana, sostiene, «dovrebbe essere affrontata con urgenza, in quanto costituisce una delle principali ragioni del declino economico del paese». E così le città, che nella storia sono sempre state il luogo dell’ innovazione, ridotte in Italia a sistemi urbani senza governo, l’innovazione rischiano di frenarla. – FRANCESCO ERBANI

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VENETO: SCENARI DI SPRECO AMBIENTALE

di Francesco Vallerani, da “il Giornale dell’Architettura” n. 88, ottobre 2010

   Il susseguirsi delle vicende territoriali responsabili del consumo di suolo in quello che si poteva definire il «paesaggio palladiano» sta subendo un’incontrollata accelerazione su tutti i fronti, cioè in ognuna delle articolate tipologie morfologiche che lo compongono.

   Non passa giorno senza che sulle cronache locali non compaia una notizia relativa a procedure di cementificazione, a irregolarità e a reati ambientali, a progetti di espansione edilizia e della viabilità, a commenti entusiastici del fare, ma anche a lamenti accorati per il disagio di vivere in un paesaggio in frenetica e acritica trasformazione.

   Ciò che sta accadendo e che accadrà non era certo tra le aspettative che gli ingenui caldeggiavano all’indomani dell’emanazione della nuova legge urbanistica regionale (n. 11 del 2004), con il roboante seguito di consistenti declaratorie circa l’urgenza di salvare il salvabile del bel paesaggio veneto. Si pensava davvero all’avvio di un nuovo corso.

   Emblematico, a tal proposito, è il testo della cosiddetta Carta di Asiago, sorta di manifesto che delinea il contesto culturale e strategico entro cui si colloca la suddetta legge. Nella Carta si sottolineava la necessità di un nuovo atteggiamento, più attento alla qualità ambientale e alla crescente domanda di bellezza, tanto da rilevare che «la coscienza dei cittadini veneti è oggi maggiormente sensibile alla tutela dello scenario ambientale e alla salvaguardia dei contenuti culturali della civiltà veneta».

   E invece? I sogni si stanno affievolendo giorno dopo giorno, con la stesura di un piano regolatore dopo l’altro, intrisi di varianti che esprimono la criptica narrazione dei tecnici a favore del solito e indisturbato prosieguo della rendita parassitaria; e quindi ancora ruspe e betoniere e scavi e fossati intubati e nuove strade e nuove rotatorie e nuovi lotti residenziali e per la logistica.

   La breve stagione della speranza ha lasciato il campo alla realtà del più greve utilitarismo, del più forsennato assalto al territorio, avviando una corsa ad accaparrarsi ciò che resta dei suoli edificabili, facilitati da un governo centrale del tutto immune alle più ovvie attenzioni per il suolo e il sedimentarsi geostorico del bene paesaggio.
   Voci consapevoli e competenti si levano sempre più numerose per rammentare il rischio di un definitivo e irreparabile degrado, a causa dello straordinario intensificarsi di progetti di diverse tipologie, ma accomunati dal filo conduttore del consumo di suolo, della densificazione urbana, dell’elevato impatto affaristico.

   La cornice normativa del Piano territoriale regionale viene definita da Edoardo Salzano una «bella confezione» con però all’interno una certa vaghezza e genericità, con notevoli picchi d’imprecisione e banalità retoriche che non confortano le aspettative di una saggia e condivisa pianificazione. Ben più preoccupante è il tema dei grandi assi infrastrutturali e dei connessi progetti strategici incoraggiati dalla legge n. 443 del 21 dicembre 2001 (cosiddetta legge Obiettivo), anche alla luce dell’intesa generale quadro del 6 novembre 2009 tra il governo centrale e la Regione.

   Tra le infrastrutture d’interesse nazionale e regionale sono previste centinaia di chilometri di nuova viabilità per traffico su gomma, che quasi sempre attivano il solito gioco delle plusvalenze sui terreni attorno agli svincoli, attorno ai caselli per il pedaggio, a ridosso anche di apparentemente innocue intersecazioni con la viabilità secondaria.

   Inoltre, come se i progetti strategici non bastassero, bisogna tener conto degli infiniti interventi a livello locale per adeguare la rete esistente alla proliferazione delle varianti urbanistiche, residenziali, produttive e commerciali, che necessitano di «più rapidi» collegamenti. Insomma, un brulicare di cantieri che nemmeno la crisi è riuscita a razionalizzare e a ridimensionare. Insomma, dobbiamo aspettarci di tutto nei prossimi anni e quindi bisognerà intensificare la vigilanza e stimolare la consapevolezza tra i più, disattenti e assopiti nelle vuote seduzioni del pensiero unico. (Francesco Vallerani)

……………..

CEMENTIFICAZIONE

BASTA CON LE RUSPE, SALVIAMO L’ITALIA

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 18/1/2011

– In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l’equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il piano casa il processo ha avuto un’accelerazione. Appello per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi –

   Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell’Italia, un’enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l’avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.
   I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future.

   Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l’equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un’area equivalente sei volte a PiazzaDuomo a Milano.

   E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d’Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all’agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.
   Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po’ per l’Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall’articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori.

   Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l’installazione d’impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal “Movimento Stop al Consumo del Territorio”.

   In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici – quelli mangia-agricoltura – essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.
   Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall’alluvione che l’ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l’equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.
   Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d’importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l’osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un’indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un’impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l’Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s’impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.
   Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l’ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall’oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un’energia pulita anche da noi nell’ennesimo modo di lucrare a danno della Terra.

   Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l’impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade.

   La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d’Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell’eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge.

   È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento “Stop al Consumo del Territorio”, tra i più attivi, e subito salta agli occhi l’elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.
   Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l’eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l’obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo.

   Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l’Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E’ come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.
   Il problema poi s’incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l’agricoltura da un po’ di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell’Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: “I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa”.

   Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l’agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.
   Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero.

   Non un blocco totale dell’edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.
   Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell’Agricoltura, quello dell’Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni.

   Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d’accordo e disposti a unire le forze.

   È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l’urlo di milioni d’italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un’ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c’è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l’anima, tutti i giorni. (Carlo Petrini)

……………………..

IL CASO “MOLE ANTONELLIANA” A TORINO

 

TORINO, LA MOLE ANTONELLIANA “NASCOSTA”

 – Il palazzo che “nasconderà” la Mole – da “la Stampa” del 24/4/2011 –

   L’EDIFICIO DI 7 PIANI CHE DOVREBBE SORGERE ACCANTO ALLA MOLE DIVIDE LA CITTÀ. I contrari: «Soffocherà un simbolo». I proprietari: «Sarà un’opera d’arte» – L’accusa: «GIÙ LE MANI DALLA MOLE. QUELL’EDIFICIO SOFFOCHERÀ PER SEMPRE IL SIMBOLO DI TORINO». La difesa: «Lasceremo alla città UN IMMOBILE CHE PASSERÀ ALLA STORIA. SARÀ COME UNA SCULTURA: un palazzo moderno, interprete del tessuto ottocentesco circostante». 

   Guelfi contro ghibellini, le ragioni del no e quelle del sì. Sul condominio di sette piani che potrebbe essere costruito in via Riberi angolo via Ferrari, a seguito di una vendita del Comune, il dibattito si fa sempre più accanito.

   DA UNA PARTE I CITTADINI, GUIDATI DAI RESIDENTI E SOSTENUTI DAGLI AMBIENTALISTI, DAL FAI E DA UN PEZZO DEL MONDO POLITICO, che annunciano battaglia alla futura amministrazione, quando sarà il momento di dare il via libera all’opera.

   DALL’ALTRA, I PROPRIETARI E I PROGETTISTI di quello che si annuncia essere il caseggiato più lussuoso (e costoso) della città. – ARBITRI DELLA PARTITA EDILIZIA, LO STESSO COMUNE E LA SOPRINTENDENZA. Il primo ha già dato parere positivo, due anni fa. Ha creato una variante al piano regolatore, che consente la riconversione del basso caseggiato ora esistente in alloggi privati.

   Obiettivo? «L’opportunità di FARE CASSA», sono state le ragioni dell’assessore all’Urbanistica Mario Viano. Nell’ultimo Consiglio, Palazzo Civico non è però riuscito a votare l’esecutività del progetto. Il parere della soprintendente per i Beni Architettonici, Luisa Papotti, resta ancora in sospeso: «Sono in attesa di maggiori dettagli», ha dichiarato. (…)

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8 thoughts on “SPRECO DI TERRITORIO e CONFUSIONE EDILIZIA: città e paesi nel disagio di un PROGETTO URBANISTICO CHE MANCA – le tante RIFORME (di pianificazione urbana, di razionalizzazione dei comuni e creazione di aree metropolitane, di sviluppo agricolo eco-compatibile…) DA INIZIARE

  1. LUCA lunedì 2 maggio 2011 / 22:03

    Petrini si lamenta che “per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.”

    In Francia è un organismo pubblico (SAFER Société d’aménagement foncier et d’établissement rural) a far notare che tra il 1988 e il 2000 sono stati persi 720 000 ettari di Superficie Agricola Utilizzata, circa 60 000 ha all’anno, quasi il doppio che la Germania per uno stesso modello di sviluppo economico.

    Ci rendiamo conto della devastazione che stiamo vivendo ?

    A suo tempo proponevo di inserire un link a Slow Food vicino a quello di Paseaggi Veneti SOS. Oggi l’amico Petrini rilancia…

    Come dice Vitaliano Trevisan : “La gente del resto si adatta a tutto, è incredibile ma è così. La gente si adatta a vivere in posti assolutamente invivibili, come del resto si adatta a respirare un’aria irrespirabile e a mangiare del cibo immangiabile…”

  2. Anna martedì 3 maggio 2011 / 21:23

    Ho letto attentamente solo l’ultimo degli articoli che hai pubblicato. Hai ragione a parlare di progetti scellerati di costruzione.
    Abbiamo visto tutti quello che è capitato in Veneto, nel mese di novembre, con l’alluvione. Non sarebbe successo tutto quel cataclisma, se il territorio non fosse stato così martoriato da un’edilizia inutile.
    Io vivo a Milano, che tu citi in diversi punti dell’articolo. Ebbene ci sono tantissimi quartieri nuovissimi con moltissime case invendute e, in alcuni casi, i cantieri sono stati lasciati a metà, causa crisi e mancanza di soldi per finire le costruzioni.
    Il progetto Ex Binda ne è un esempio lampante. Appartamenti venduti alla strasferica cifra di 3000 € al mq che nessuno compra. A chi giova tutto ciò? Praticamente solo a quelli che si sono arricchiti con quelle speculazioni edilizie. Ormai è risaputo che da anni la gente non compra più a Milano, a causa dei prezzi troppo elevati. Tanto valeva lasciassero il vecchio pioppeto e facessero dei progetti di parchi e giardini in quell’area. Avremmo avuto un ottimo polmone verde, che sarebbe servito a combattere le polveri sottili e l’inquinamento impazzito.

  3. Anna martedì 3 maggio 2011 / 21:26

    Scusami, mi sono dilungata eccessivamente nel mio commento, ma tornerò a leggere il resto, perché ho capito che siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

    • LUCA mercoledì 4 maggio 2011 / 6:16

      Geografi, urbanisti, “planners”, architetti, designers, senza dimenticare molti contadini e i loro clienti, hanno gli occhi puntati su questo progetto :
      http://www.nutriremilano.it/
      realizzato nell’ambito dell’expo 2015, molto interessante e esemplare, senz’altro ben più meritevole che tutti gli obbrobri degli “archistar”.

      A segnalare anche nell’ambito dei giochi olimpici di Londra 2012 quest’altro progetto inglobante i rapporti città-campagna, anch’esso meritevole di attenzione :
      http://www.sustainweb.org/

      Perché ogni progetto riesca è essenziale la partecipazione, e questa passa per un atto cosciente di ciascuno di noi : ricordiamoci che attraverso ogni nostro acquisto, ogni nostra preferenza per un prodotto piuttosto che un’altro, noi esprimiamo un voto economico prima ancora che politico.

  4. Anna mercoledì 4 maggio 2011 / 22:12

    Ho finito adesso di leggere l’intervento di Carlo Petrini sul consumo scellerato del territorio, che condivido anche nei minimi particolari. Infatti la preoccupazione di Petrini, è esattamente la mia.

    Ed è uno dei motivi per cui ho aperto il mio blog, dopo aver fatto studi approfonditi sul settore agricolo e la sua crisi economica, per più di un anno.
    Tutto si incastra perfettamente. Chi odia il cemento e vorrebbe fermare la corsa all’edilizia speculativa, non può non essere preoccupato anche della crisi del settore agricolo, e di conseguenza, probabilmente vorrebbe un consumo di beni più oculato, rispetto al consumismo esasperato che tutti conosciamo, che tra le altre cose, è causa principale dell’attuale inquinamento atmosferico.

    Ed è giustissimo evidenziare anche l’incongruenza di una costruzione massiccia di impianti fotovoltaici o solari installati sui terreni fertili, che provocano enormi danni all’ambiente e perdita di risorse alimentari, quando i proprietari di quei campi potrebbero avere più o meno la stessa quantità di pannelli con guadagni quasi analoghi, posandoli sopra le loro serre agricole – continuando quindi a produrre i loro raccolti – o sui tetti delle costruzioni già esistenti: case, stalle e fienili.

    Il problema vero, è convincerli che usando i loro terreni in quel modo, danneggiano tutti.
    Ed è necessario offrirgli delle alternative, che permettano di continuare a fare il loro lavoro, spronandoli a vendere direttamente i loro raccolti senza intermediari, baipassando le filiere che sono le vere responsabili dei mancati guadagni.
    Credo che questo sia il primo passo essenziale, da fare, per cominciare a recuperare almeno una parte di territorio. E sarà il tema che affronterò nei prossimi giorni nel mio blog.

  5. Anna mercoledì 4 maggio 2011 / 22:16

    Devo ringraziarti Luca per i link che mi hai inserito nel commento precedente.
    Ho aperto il mio blog solo ieri mattina, con calma ci darò un’occhiata. Ma è evidente che trattano argomenti che mi interessano moltissimo. Soprattutto il primo che riguarda la città di Milano.

    • LUCA venerdì 6 maggio 2011 / 10:05

      Ah ! Sono contento che ci sono connazionali come te che non sono passivi di fronte a certe scelte scellerate.
      E mi fa piacere che le idee circolano e altri blog fioriscono : verro’ farti visita allora !
      Che tutti i nostri post siano il germe di una trasformazione virtuosa !

  6. Anna venerdì 6 maggio 2011 / 12:43

    Ciao Luca, non sono passiva su questi argomenti, ma molto molto recettiva. Da anni mi interesso di ecologia e di ambiente. Anche perché vivo in una città che mette a rischio la salute dei suoi abitanti con lo smog alle stelle e non fa mai niente per incentivare ad usare i mezzi pubblici.

    Sono convinta che dobbiamo essere noi a far maturare nella gente un germe virtuoso. E se parlo con le persone che conosco, vedo che è un interesse molto forte quello sull’ambiente. E non solo sull’inquinamento.

    Il discorso del nucleare e dei disastri ambientali attecchisce parecchio. Le risorse energetiche alternative pure. Forse sono incanalati male e ci sono poche discussioni in giro.
    Dovremmo tutti fare un passaparola e far discutere le persone su questi argomenti.

    Io vorrei avere un po’ più di tempo per farlo. Purtroppo, penso come tutti, incastro questo blog fra il lavoro fuori casa e gli impegni domestici.

    Secondo me ambiente, agricoltura, ecologia ed uso delle risorse in modo sostenibile, fanno parte di un unico grande argomento. Ho gioito quando ho visto a Report che c’è un’associazione di Comuni Virtuosi con assessori all’ambiente che si danno da fare per cambiare il loro territorio in modo sostenibile. E leggo sempre con interesse i blog di Boschini sul Fatto Quotidiano, che è relatore di questa associazione, e altri che parlano degli stessi argomenti.
    Nel mio piccolo continuerò a battermi strenuamente per far passare dei concetti virtuosi. E mi fa piacere avere scambi di idee con persone che la pensano allo stesso modo.
    Attenderò i tuoi commenti di là e spero che gli spunti che ho scritto siano di tuo interesse. ciao e grazie della chiacchierata.

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