OSAMA BIN LADEN sconfitto dalla NON RIVOLTA del mondo arabo contro l’Occidente – I giovani dell’Islam chiedono libertà, democrazia e sviluppo (non chiudiamo la porta a queste richieste)

ABBOTTABAD (Pakistan) È LA CITTÀ PIÙ IMPORTANTE SULLA KARAKORUM HIGHWAY, L'AUTOSTRADA CHE DA ISLAMABAD CONDUCE IN CINA ATTRAVERSO I PASSI DELL'ALTO KASHMIR. Curioso, poco lontano si trova Tarbela, dove è situato uno dei maggiori centri di addestramento per le truppe speciali pakistane (vi era passato anche l'ex presidente Musharraf durante i primi anni della sua carriera militare). LE ZONE ATTORNO AD ABBOTTABAD SONO NOTE PER ESSERE ABITATE DA UNA POPOLAZIONE PARTICOLARMENTE RELIGIOSA DI ETNIA A MAGGIORANZA PASHTOUN. Pochi chilometri dopo la città, la strada entra in una regione fatta di gole rocciose e montagne impervie. Su di una vasta parete di roccia è possibile leggere una gigantesca scritta in inglese: "I'm proud to be Muslim" (Sono fiero di essere musulmano). (da “Corriere.it”, Lorenzo Cremonese)

   Quel che appare a tutti significativo nelle ore dell’uccisione di Osama bin Laden, è che probabilmente egli non contava più niente, e la sua forza era data in particolare dalla paura che c’era nei suoi confronti nel mondo occidentale (che c’è anche in queste ore di paventate vendette delle fazioni più estremiste del terrorismo internazionale). Le “vie del terrorismo” probabilmente sono più frammentate e seguono altre strade rispetto all’ultimo decennio di attentati, cioè alle Torri Gemelle, a Madrid, a Londra.

   Ma noi pensiamo, forse volutamente troppo con ottimismo, che la morte di bin Laden segna la fine della rivolta (…araba? islamica? del Medio Oriente?…) contro un mondo (l’America, l’Europa…) che deteneva (detiene ora un po’ meno) il potere di controllo delle fonti di ricchezza del consumo globale (energetiche, tecnologiche…).

Dopo 3.519 giorni dall’11 settembre Osama bin Laden è stato ucciso in Pakistan con un colpo di pistola alla testa da truppe speciali americane, in collaborazione con militari pachistani. Il presidente americano Barack Obama lo ha annunciato agli Stati Uniti il 2 maggio 2011

   Ma è un avvenimento (la fine della rivolta integralista contro l’occidente) che avviene sì ma non va disatteso, cioè richiede risposte positive da parte nostra. Sintomatico che nelle rivolte di piazza dei giovani del mondo arabo di questi mesi mai si sia bruciata una bandiera americana, né si sia inneggiato contro Israele e/o il mondo occidentale. Piuttosto il terrorismo che da quei luoghi in questo momento ne esce, è quello dei vecchi regimi oramai del tutto antipopolari (ammesso che lo siano mai stati in qualche frangente “popolari”) che esercitano il “terrore” nei confronti della stessa propria popolazione: pensiamo a quel che sta accadendo in Siria (perché non si fa niente per fermare i massacri in quel Paese?), oppure a quel che accade periodicamente in Iran ogniqualvolta il movimento dei giovani (lì identificato nel cosiddetto movimento verde) scende in piazza contro l’oligarchia di potere.

  E noi pensiamo che sbagliato sia un atteggiamento occidentale di “non azione”; di non fattivo appoggio alle spinte nuove che da lì vengono. E’ un fatto, sottolineato ma molti, che i giovani tunisini (e di altri paesi arabi) “in cerca d’Europa”, in fondo non fanno altro che RECLAMARE UNA CITTADINANZA COSMOPOLITA, concessa ai giovani dell’Europa, degli Stati Uniti, di altri paesi ricchi o emergenti, e che non si capisce perché a loro debba essere negata, impedita.

   Vero è che non è possibile farsi carico dello sviluppo e della garanzia di una cittadinanza universale supportata da forme di attenzione e carichi economici per milioni di giovani dei paesi arabi; e che lì da loro si debbano pensare le basi dello sviluppo, del benessere, della democrazia. E che, come sempre accade, ogni sviluppo non può essere meramente importato, ma deve auto-generarsi in loco; ma pur vero è che esso (sviluppo) va fortemente aiutato (da chi potrebbe farlo, cioè noi).  

ABBOTTABAD, la città a 150 chilometri a nord della capitale del Pakistan Islamabad, dove viveva bin Laden

   Insomma questo per dire che, nella ricerca di quel che dovrebbe essere il successore di bin Laden nel movimento Al Qaeda cui i giornali e gli esperti si esercitano in queste ore, verrebbe da pensare che importante è creare le condizioni affinché non esista successore di un movimento assassino e terrorista. Per questo (da quel che sta accadendo straordinariamente e positivamente in questi mesi nella sponda sud del Mediterraneo e in quasi tutti i paesi mediorientali) vi è la necessità di non chiudere la porta in faccia a chi chiede rinnovamento, libertà e aiuto.

…………….

SCACCO AL RE DEL TERRORE. O NO?

di Fabrizio Maronta – da LIMES – Repubblica, del 2/5/2011

– L’America festeggia. Contro lo spettro del terrorismo, ma anche contro il declino militare ed economico. Il colpo grosso di Obama. La scomparsa di Bin Laden un formidabile momento di verità e una cartina al tornasole del terrorismo islamico. –

   L’America che in queste ore riempie i suoi luoghi-simbolo, da Times Square alla Casa Bianca, con scene di giubilo quali di solito solo lo sport sa suscitare, celebra una vittoria e tenta di esorcizzare una debolezza.  La prima si è fatta attendere molto, ma alla fine è arrivata: 3.519 giorni dopo quell’infausto 11 settembre 2001 il grande Satana, la mente della maggiore offensiva terroristica di tutti i tempi contro gli Stati Uniti, è stato assicurato a quella giustizia divina cui incessantemente proclamava di ispirarsi.
   Ma i manifestanti che riempiono le piazze – alcuni vestendo i panni di quei supereroi che in epoca di guerra fredda sublimavano speranze e fobie di un paese alle prese con l’incubo di un olocausto nucleare – cercano anche, più o meno consapevolmente, di trasformare una vittoria tattica nel simbolo di una riscossa strategica. Contro lo spettro del terrorismo, certo. Ma anche contro un declino militare, economico e politico che ormai da troppo tempo tiene ostaggio il morale della “nazione indispensabile”.
   L’uccisione di Bin Laden è senz’altro un colpo grosso. Lo è anzi tutto per Barack Obama, le cui incerte prospettive di rielezione potrebbero ricevere una spinta sostanziosa dall’eliminazione del “nemico pubblico numero uno”. In tal modo replicando, paradossalmente, il meccanismo elettoralmente benefico del “presidente di guerra”, che al tempo fece (suo malgrado) la fortuna di un Bush in cerca d’autore.
   Rispetto a questi, però, Obama può rivendicare il ruolo fondamentale dell’intelligence in un’operazione che, decapitando la cupola di al Qaida, rende giustizia a quanti – presidente in testa — indicano da tempo nello spionaggio l’arma fondamentale di una guerra asimmetrica che il precedente inquilino della Casa Bianca si illuse di poter combattere solo o principalmente con i soldati, dissanguando forze armate ed erario statale.
   La scomparsa di Bin Laden, però, è anche un formidabile momento di verità e una cartina al tornasole del terrorismo islamico. In questi dieci anni lo si è detto e scritto in tutte le salse: più che una struttura verticistica, al Qaida è un “franchising del terrore”, una struttura orizzontale che, come un’idra, possiede tante teste pensanti quante sono le numerose articolazioni territoriali che la compongono. 
   Eppure Bin Laden restava un simbolo, potente e unificante, di questa galassia del jihad. Quanto peserà la sua scomparsa sulle capacità logistiche e sul morale dei suoi emuli? La risposta a questa domanda determinerà  se ciò che sappiamo di al Qaida è corretto o meno. Con un paradosso: se “la Base” è davvero un organismo in grado di autoreplicarsi, allora l’abbattimento di Bin Laden potrebbe risolversi in una vittoria di Pirro. Viceversa, potremmo essere a una svolta nella guerra al terrore. Ma allora vorrebbe dire che di questo, finora, non abbiamo capito granché.
   Ma se l’Occidente si trova di fronte a un dilemma tattico, quello che sembra aprirsi al mondo islamico e alle sue leadership è un dilemma politico di ben altra portata. Il rebus sulla sepoltura del terrorista – il cui corpo sarebbe finito in mare, perché nessuno Stato vuole accollarsi la tomba del martire dei martiri della guerra santa — è al momento tutto da verificare. 
   Tuttavia, non si fa fatica a credere che Islamabad, Riad, Mascate e altri non esultino all’idea di ospitare la Mecca del terrorismo internazionale. Perché in una fase di profondo fermento sociale, dal Nordafrica al Golfo, ciò le obbligherebbe a uscire allo scoperto, abbracciando pubblicamente un fenomeno condannato a parole, ma spesso tollerato –quando non incoraggiato –nei fatti. E a misurarsi con l’effettiva presa sociale del fenomeno terrorista, sulla cui portata circolano molte congetture e poche certezze. Anche in questo senso vanno lette le parole di Obama che, nell’annunciare la notizia, ha ribadito con chiarezza che l’Occidente non è in guerra con l’islam. Precisazione doverosa e necessaria. Speriamo anche sufficiente. 
   Infine, luogo e circostanze dell’operazione toccano il nervo scoperto della guerra al terrorismo di Bush-Obama: il rapporto tra l’America e il Pakistan. Poteva l’Isi, il potente servizio segreto pakistano, non sapere che Bin Laden si nascondeva –verosimilmente da lungo tempo – a due passi da Islamabad? 

   Quanto ancora Washington sarà disposta a foraggiare con miliardi di dollari all’anno il governo (leggi: l’esercito) di un paese la cui politica estera ha nel doppiogiochismo la sua cifra, pur di conservare un alleato de iure (ma non de facto) a ridosso della polveriera afghana? E se l’America decidesse di vedere il bluff di Islamabad, sarebbe poi pronta a sostenerne le conseguenze?  
   Oggi l’America ha il pieno diritto di esultare. E noi con lei. Ma con ogni probabilità, il fantasma di Osama volerà a lungo sulle nostre teste. (Fabrizio Maronta)

……………

Abbottabad, Pakistan

…………….

BIN LADEN: IL PERICOLO DA MORTO

di Lorenzo Cremonesi, da il “Corriere.it” del 2/5/2011

Qualche nota sulla fine di Ben Laden

– Oggi termina il motivo primo per l’invasione dell’Afghanistan. Lo sappiamo, Osama Bin Laden non riassume tutta Al Qaeda, però ne è il simbolo, l’incarnazione. La sua morte nel blitz delle teste di cuoio Usa chiude simbolicamente il capitolo aperto nell’ottobre-novembre 2001 con le prese  di Kabul, di Kandahar e la battaglia di Tora Bora. D’ora in poi per gli Alleati si tratta di trovare la formula giusta per il ritiro graduale, che doveva comunque iniziare in agosto. Continua certo la guerra contro Al Qaeda, in tutte le sue ramificazioni, non ultime le cellule presenti nei Paesi occidentali.

– Si riconferma il ruolo ambiguo giocato dal Pakistan. Molto lascia credere che i “soliti” servizi segreti pakistani abbiano aiutato Bin Laden a nascondersi e addirittura trovare un covo confortevole al di fuori delle Zone Tribali. Abbottabad è la città più importante sulla Karakorum Highway, l’autostrada che da Islamabad conduce in Cina attraverso i passi dell’alto Kashmir.  Curioso, poco lontano si trova Tarbela, dove è situato uno dei maggiori centri di addestramento per le truppe speciali pakistane (vi era passato anche l’ex presidente Musharraf durante i primi anni della sua carriera militare). Le zone attorno ad Abbottabad sono note per essere abitate da una popolazione particolarmente religiosa di etnia a maggioranza pashtoun. Pochi chilometri dopo la città, la strada entra in una regione fatta di gole rocciose e montagne impervie. Su di una vasta parete di roccia è possibile leggere una gigantesca scritta in inglese: “I’m proud to be Muslim” (Sono fiero di essere musulmano).

– L’operazione costitusce un grande successo per gli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: nessun crimine resterà impunito. Dove aveva fallto Bush riesce Obama.

– Ma Al Qaeda non muore con Bin Laden. Il leader da anni era fuori gioco, isolato, malato, silenzioso. Però il movimento è in crisi. Le recenti rivolte popolari nel mondo arabo non sono dettate da Al Qaeda, l’hanno in larga parte ignorata e comunque si riferiscono ai valori trainanti della democrazia occidentale.

– Al Qaeda, il fondamentalismo islamico e il terrorismo che ne sono stati componenti fondamentale, potrebbero invece riprendersi se le rivoluzioni per la democrazia in Medio Oriente dovessero venire represse nel sangue. Molti tra i militanti per il cambiamento potrebbero trovare conforto nelle letture più estremiste dell’Islam. E allora, anche da morto, Bin Laden potrebbe restare un pericoloso simbolo di violenza e destabilizzazione. Forse ancora più pericoloso di prima, visto che un morto non si può fisicamente uccidere una seconda volta. (Lorenzo Cremonesi)

………………

MORTO BIN LADEN LA PRIORITÀ ORA È IL PAKISTAN

di Francesca Marino, da http://temi.repubblica.it/limes/ , 2/5/2011

– L’attacco Usa-Pak che ha portato all’uccisione del terrorista più ricercato al mondo non fa che mettere in evidenza il caos che regna a Islamabad. La morte di Osama potrebbe essere una cattiva notizia per la guerra al terrore. –

La morte di Osama bin Laden costituisce senza dubbio un grande risultato di immagine per Washington e per Obama, ma certamente non risolve il nodo fondamentale del pasticcio denominato Af-Pak e, soprattuttto, non segna la fine della cosiddetta guerra al terrorismo. Semmai rischia di peggiorare la già abbondantemente disastrata situazione interna del Pakistan e dei suoi rapporti con la Casa Bianca.

L’operazione lanciata ad Abbottabad dagli Stati Uniti, nei pressi della Pakistan Military Academy, a Islamabad e dintorni verrà difficilmente perdonata, per quanto Obama si sia affannato a dichiarare che si è trattato di una operazione congiunta Usa-Pakistan e che l’esercito pakistano ha attivamente partecipato. In realtà, l’operazione arriva in un momento in cui le relazioni tra i servizi segreti dei due paesi, la Cia e l’Isi, avevano raggiunto un minimo storico, a causa del fattaccio legato alla cattura a fine gennaio di Raymond Davis e di tutto ciò che ne era seguito.

L’ammiraglio Mullen a fine aprile aveva lanciato pesanti accuse all’Isi, colpevole di tenere ancora in piedi strette relazioni con il network terroristico di Haqqani che fornisce armi, addestramento e risorse ai guerriglieri che combattono le truppe della coalizione in Afghanistan. Non solo: da gennaio in poi i servizi segreti pakistani sono stati bersaglio di una rinnovata campagna denigratoria da parte di Washington e di pesanti per quanto non certamente nuove accuse di connivenza con militanti islamici vari.

Vicino ad Abbottabad, secondo l’intelligence indiana, si troverebbero inoltre alcuni campi di addestramento di Taliban e al Qaida. Sempre a fine aprile, il segretario degli Esteri pakistano Salman Bashir si era recato a Washington per una tornata di burrascosi colloqui di cui molto poco era trapelato. D’altra parte, come sostiene l’analista Imtiaz Gul, “se bin Laden era ospite dell’Isi è stato qualcuno all’interno dell’Isi a fornire le informazioni”.

Eccoci al cuore del problema: il vuoto di potere in Pakistan, la vera o presunta spaccatura tra gli stessi servizi segreti, tra i servizi segreti e l’esercito (o, almeno, una parte dell’esercito) e tra l’esercito e un governo che appare ormai sempre più privo di guida e di senso. Il rischio è che la morte di bin Laden, lungi dal segnare un punto di svolta positivo nella lotta al terrorismo segni invece un punto di svolta al contrario: l’incremento degli attacchi dei militanti, anzitutto su suolo pakistano, e di conseguenza l’esacerbarsi del conflitto afghano.

Dovrebbe essere ormai chiaro che la scomparsa di questo o quel leader non segna affatto la fine delle varie organizzazioni islamiche che agiscono nell’area, e che il vero problema, da affrontare seriamente una volta per tutte, non è affatto l’Afghanistan ma il crescente caos all’interno del Pakistan.

(Francesca Marino è l’autrice, con Beniamino Natale, di “apocalisse Pakistan anatomia del Paese più pericoloso del mondo” )

……………………

L’ELIMINAZIONE DI BIN LADEN PREMIA LA GUERRA D’INTELLIGENCE DI OBAMA

di Maurizio Molinari, da “la Stampa.it”

Ora Washington teme la vendetta dei gruppi jihadisti e spera che nelle rivolte arabe i fondamentalisti abbiano la peggio

   L’eliminazione di Osama bin Laden premia la guerra di intelligence militare che Barack Obama ha scatenato contro Al Qaeda dall’indomani dell’arrivo alla Casa Bianca e pone l’interrogativo su come reagiranno i gruppi jihadisti alla perdita del loro leader ideologico mentre l’attenzione di Washington si concentra in due direzioni: l’impatto sulle rivolte in atto nel mondo arabo e sulle relazioni con l’alleato pakistano.
   Bin Laden è stato ucciso da un blitz delle forze speciali guidate dalle intercettazioni di intelligence e ciò significa che a pagare è stata la formula anti-Al Qaeda che Barack Obama ha concordato sin dall’inizio del 2009 con Leon Panetta, capo della Cia, e David Petraeus, capo delle truppe in Afghanistan.

   Solo pochi giorni fa entrambi sono stati rispettivamente promossi a capo del Pentagono e capo della Cia e l’eliminazione di Bin Laden conferma che è la loro versione di guerra al terrorismo – con l’intelligence che guida le operazioni usando armi molto sofisticate – è quella su cui Obama ora punta per incalzare Al Qaeda nelle sue rimanenti roccaforti, a cominciare dallo Yemen dell’imam Al Awlaki. La pressione sui jihadisti inizia da subito perché il timore dell’amministrazione è che tentino di reagire all’uccisione del loro ideologo puntando a colpire obiettivi americani, in tempi rapidi e con effetti devastanti.
   Timori di terrorismo a parte, Washington guarda agli effetti dell’uccisione di Bin Laden su due fronti. Innanzitutto quale sarà l’impatto sulle rivolte in atto nel mondo arabo visto che l’amministrazione ne ha più volte sottolineato le caratteristiche “democratiche” e “non fondamentaliste”. E la speranza di Washington è che il cadavere di Bin Laden possa accelerare il ridimensionamento dei gruppi fondamentalisti islamici.

   L’altro fronte è quello pakistano: visto che Bin Laden si trovava assieme ad alcuni famigliari in una villa a nord di Islamabad il sospetto di forti complicità del governo locale con Al Qaeda è destinato a mettere a dura prova i rapporti bilaterali. Il presidente pakistano dovrà riuscire ad essere molto convincente per placare la rabbia del Congresso che anche negli ultimi mesi ha continuato ad approvare aiuti miliardari all’esercito ed all’intelligence di Islamadad. (Maurizio Molinari)

………………..

come e’ nata l’operazione del commando usa

NON ERA IN UNA GROTTA, LA CIA LO SAPEVA – BIN LADEN SEGUITO DALLO SCORSO AGOSTO

L’operazione affidata all’intelligence e allo Joint Special Operations Command

di Guido Olimpo, da il “Corriere.it” del 2/5/2011

WASHINGTON– In pochi credevano – dichiarazioni pubbliche a parte – che Osama fosse ancora vivo e che si nascondesse in qualche grotta. Bin Laden si nascondeva in Pakistan. E non è una sorpresa. Tutti i principali esponenti di Al Qaeda catturati dopo l’11 settembre 2001 sono stati arrestati in località pachistane. In città importanti, come Karachi e Rawalpindi. I posti migliori per «fondersi» con l’ambiente e trovare eventuali appoggi in fazioni islamiste e in quelli ambienti pachistani – compresa una parte degli 007 – che hanno simpatizzato con l’azione di Osama. Già alla fine di marzo c’erano state segnalazioni sul «ritorno» all’attività di Bin Laden in Pakistan. Informazioni raccontavano di contatti, movimenti, possibili summit di guerra con alcuni capi estremisti. Le indiscrezioni sostenevano che il capo di Al Qaeda fosse in una zona montagnosa del Pakistan. Pensava di essere al sicuro e, invece, secondo la ricostruzione del presidente Obama, la Cia lo stava «filando»dal mese di agosto. E quando ha avuto la sicurezza di poterlo finire lo ha fatto, chiudendo la trappola nella cittadina di Abbotabad.

TENSIONE – L’operazione è stata affidata all’intelligence e allo Joint Special Operations Command, il centro che coordina le unità speciali che affiancano gli 007 nelle missioni difficili. E questa lo era. L’esecuzione è stata affidata ai Navy Seals, l’unità della Marina che spesso interviene al fianco della Cia. Anche se i pachistani hanno collaborato – bisognerà capire quanto e come – è chiaro che il team di «cacciatori» ha dovuto operare in un teatro estremamente complesso. Non si trattava solo di scoprire il nascondiglio ma di catturare o uccidere Osama. Quindi impossessarsi del corpo per dimostrare che era quello del capo terrorista. Il tutto evitando danni collaterali. Il successo è tanto più importante perché è avvenuto in un momento di tensione tra gli 007 americani e quelli pachistani. Un contrasto provocato, in parte, dai raid dei droni della Cia impegnati nella caccia ai terroristi e dall’intensa attività dell’intelligence statunitense con propri uomini e contractors.

«TERMINATO» – Forse non tutti a Islamabad erano contenti di quell’impegno. Secondo la versione ufficiale Bin Laden ha ingaggiato un conflitto a fuoco con i commandos ed è stato «terminato». Prenderlo vivo avrebbe avuto un altro impatto simbolico ma, nello stesso tempo, avrebbe creato problemi. «È difficile che lo vedremo in un’aula di tribunale», aveva affermato una volta il segretario della Giustizia americano Eric Holder. Non si è sbagliato. (Guido Olimpo)

………………

IL TRIONFO DI OBAMA

di Federico Rampini, da “la Repubblica.it”, 2/5/2011

   L’America si sveglia quasi stordita dall’ebbrezza della vittoria. La cattura di Osama bin Laden era una notizia attesa da quasi 10 anni, e al tempo stesso era diventata quasi improbabile, dopo tante false speranze. Infine era diventata quasi marginale, dopo due guerre, e dopo le rivoluzioni del mondo arabo.

   Un trionfo per Barack Obama: è proprio il presidente nero, che porta il secondo nome di Hussein, è quell’“alieno” di cui il 45% degli elettori repubblicani metteva in dubbio la nazionalità americana, di cui il 20% ancora pensa sia di religione islamica, è proprio lui a passare alla storia per l’eliminazione del nemico storico dell’America.

   Le conseguenze per la lotta al terrorismo? La stessa Amministrazione Obama invita alla prudenza, vuole evitare i trionfalismi, ricorda che Al Qaeda si è trasformata in un “franchising”, un marchio che viene applicato a realtà molto diverse. Una realtà organizzativa decentrata, la cui struttura ha propaggini in aree del mondo ben distanti dall’ultimo quartier generale di Osama.

   Per esempio la penisola arabica, lo Yemen destabilizzato dalle proteste contro il suo presidente. Proprio la notizia dell’uccisione del capo storico potrebbe ispirare qualche rabbiosa reazione, la vendetta di cellule periferiche: di qui l’allarme per gli aeroporti e le ambasciate lanciato oggi da Washington.

   Per Obama da oggi diventa, almeno in teoria, più facile mantenere la sua promessa: il 2011 sarà l’anno di avvio del ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan. Infatti l’uccisione di Bin Laden “spezza” simbolicamente quell’identificazione tra la guerra in Afghanistan e la caccia al capo terrorista che firmò gli attacchi dell’11 settembre alle Torri gemelle e al Pentagono. Di fatto però si sa da tempo che i talebani sono una cosa diversa da Al Qaeda, e un loro ritorno in Afghanistan dopo il ritiro americano sarebbe comunque una minaccia strategica per gli interessi di Washington in quell’area.

   Il Pakistan si conferma essere il vero problema: era lì che si “nascondeva” Osama, proprio come gli americani hanno sempre sospettato. Abitava impunemente sul territorio di un paese “alleato” degli Usa, in realtà un partner del tutto inaffidabile. E’ lo stesso Pakistan che continua a minacciare l’India, e che “flirta” in modo sempre più sfacciato con la Cina.

   Osama bin Laden appare però come il protagonista di un’epoca precedente. Marginalizzato da quanto accade nel mondo arabo dall’inizio di quest’anno. Tunisia, Egitto, poi Libia e Siria, Marocco, Bahrain: in nessuna di queste rivoluzioni popolari Al Qaeda ha avuto un ruolo. Non a caso, finora non è affiorato l’antiamericanismo come una componente importante di quelle rivolte dal basso, neppure quando hanno rovesciato regimi come quello di Mubarak che erano stati sostenuti dall’America. In questo senso Obama aveva preparato la “sua” vittoria nel giugno 2009, con quel discorso all’università del Cairo che segnalò una nuova stagione di dialogo con il mondo islamico.

   Le ricadute sulla politica interna americana? Non c’è dubbio che il discorso di ieri sera, “giustizia è fatta”, sarà ripreso negli spot pubblicitari per la campagna elettorale di Obama. L’uccisione di Bin Laden è un segno più nel suo bilancio. Ma le elezioni sono ancora lontane (novembre 2012), la memoria di questo storico evento sarà già sbiadita per allora, gli elettori torneranno a orientarsi prevalentemente su questioni interne: occupazione, inflazione. (Federico Rampini)

P.S. Sarebbe stato meglio catturarlo vivo, e processarlo? Da sinistra, nell’ala più intransigente del pacifismo americano, si avanza questa obiezione. Ma Osama vivo sarebbe diventato un formidabile catalizzatore per tutti i suoi seguaci nel mondo intero, anche folli isolati, e il rischio di operazioni-suicida per liberarlo sarebbe stato altissimo. (Federico Rampini)

………………

GOOGLE MAPS SVELA GLI ULTIMI MOMENTI DI VITA DI BIN LADEN

di Antonino Caffo da http://www3.lastampa.it/

   Solo qualche ora fa, subito dopo l’annuncio della presunta morte di Osama Bin Laden, Google Maps è stato aggiornato con l’aggiunta di un luogo “Compound Osama Bin Laden” nel nord del Pakistan. Si tratta, secondo fonti Usa, del luogo dove è stato ucciso il capo dei terroristi afghani, indicato come morto lunedì mattina.

   Come indica la mappa, il piano per uccidere Bin Laden è stato messo in azione a Abbottabad, una città a circa 120 kilometri a nord della capitale pakistana, Islamabad. Le mappe non possono indicare dove si trovava esattamente Bin Laden al momento degli scontri a fuoco, ma ci dicono molto su dove si stava nascondendo.
   Lungi dall’essere il paesaggio rurale pieno di grotte da utilizzare come nascondigli che molti avevano immaginato, l’area si trova in una zona urbana e sembra che Osama e i famigliari si trovassero in un palazzo al momento del raid. Con la discesa in piazza della folla esultante alla notizia della morte, molti utenti di Google Maps e di Google Places hanno cominciato a postare commenti sotto i link delle mappe. Ad ora ci sono quasi 300 recensioni inviate tra i due network di geotagging.

   La città in cui Bin Laden è morto in Val Orash è un conosciuto centro turistico. Le immagini della zona mostrano anche alcuni edifici scolastici e negozi. Anche se non si hanno risposte ufficiali sul luogo dove è stato ucciso Bin Laden, sembra che la mappa di Google indichi proprio il luogo dove sono avvenuti gli scontri.

   La rete statunitense Msnbc riporta sul sito una dichiarazione di militare coinvolto nelle operazioni. “Nel 2009 abbiamo individuato i settori in Pakistan dove operavano alcuni terroristi, tra cui il fratello di Osama Bin Laden. Nel mese di agosto del 2010, abbiamo trovato la loro casa in Abbottabad, non in una grotta, o un nascondiglio sotterraneo lungo il confine con l’Afghanistan, ma in un sobborgo benestante a meno di 40 km dalla capitale.”

   Intanto la pagina Facebook “Osama Bin Laden is dead” è diventata la più cliccata del Web, con 150 mila “mi piace” nelle due ore successive all’annuncio in tv del presidente Obama. La pagina registra migliaia di preferenze di minuto in minuto con centinaia di condivisioni e commenti da parte di navigatori. Nonostante la pagina fosse stata creata molto tempo fa per sostenere la teoria che il capo dei terroristi afghani fosse già morto, ora è il principale luogo di incontro e di discussione degli utenti di Facebook.

…………………..

Abbottabad, il nascondiglio di bin Laden (carta originale di Laura Canali pubblicata in LIMES 1/98 Vulcano Pakistan e modificata da Alfonso Desiderio il 2 maggio 2011)
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...