DUE GOVERNI, DUE STATI, DUE POPOLI (israeliani e palestinesi): la rivolta generale (del mondo arabo), il duro colpo al terrorismo con la fine di Bin Laden, i giovani palestinesi e israeliani “stanchi di guerra”… tutto questo potrà portare la tanto cercata PACE IN PALESTINA?

lo scrittore israeliano AMOS OZ

Lo scrittore israeliano AMOS OZ: “IL MIO LIBRO A BARGHOUTI, LA PACE SI FA COL NEMICO”.

Amoz Oz ha spedito una copia dedicata del suo romanzo UNA STORIA DI AMORE E DI TENEBRA a MARWAN BARGHOUTI, detenuto in un carcere israeliano per svariate condanne all’ergastolo, mandante della seconda Intifada e accusato di un gran numero di attentati suicidi e tante vittime di quegli attacchi terroristici.

Tentativi di riconciliazione che possono essere fatti con “il nemico”… ha detto Amos Oz a proposito di quell’omaggio del libro a Barghouti: “L’ho fatto armato soprattutto di una certezza che non guasta ricordare: e cioè che la pace si fa con i nemici. Con gli amici non si fa la pace, con i nemici sì”.

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Le due anime palestinesi, “Fatah” (che controlla il territorio della Cisgiordania) e “Hamas” (che controlla la Striscia di Gaza) hanno deciso di “rimettersi insieme”, di abbandonare il duro scontro di divisione del popolo palestinese, e “provare” ad esprimere un governo unico. Ciascuna delle due parti è poi ferma sulla propria posizione (che di per se apparirebbe inconciliabile con l’altra): cioè il riconoscimento dello Stato di Israele, che Hamas rifiuta di fare e Fatah di fatto ha già accettato. Ma forse, alla fine, tutto si aggiusta, nei compromessi della politica mediorientale.

Anche Israele, ora assai preoccupata che Fatah si metta insieme ad Hamas (che continua a lanciare bombe nei centri israeliani al confine con la striscia di Gaza), anche Israele alla fine potrà essere disponibile a riconoscere l’esistenza di uno stato palestinese. Previa naturalmente la fine dell’aggressività terroristica di Hamas (con bombe ed attentati); e forse con la pressione internazionale che faccia togliere l’isolamento della Striscia di Gaza imposto in questi anni da Israele (con l’aiuto dell’Egitto, ma Mubarack, filoisraeliano, ora non c’è più…).

Insomma situazione complicata; tanti fattori  che concorrono alla pace o alla guerra… ma un clima nel mondo arabo che non può  che essere positivo per prospettive di pace. Se il regime siriano, che appoggia  Hamas è in seria difficoltà interna (e screditato dalla violenza continua  contro la propria popolazione…), dall’altra (come appena detto) l’Egitto ora  non è più filo-israeliano. Non a caso è assai curioso e incredibile che il  maggior protagonista della pace fra le due fazioni palestinesi sia stato proprio il governo provvisorio egiziano di adesso (non ancora ben connotato, ma  con una sicura influenza dei “Fratelli Musulmani”, gruppo integralista che però  in questa fase storica mostra aperture “moderniste”) (diciamo qui che stiamo  cercando di esprimere “sensazioni”: speriamo non siano sbagliate…).

CISGIORDANIA (WEST BANK), ISRAELE, GAZA (PREMERE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA)

Ultimo elemento, che sarà davvero un  problema, è la situazione della città di GERUSALEMME, riconosciuta come “madre  patria” sia da palestinesi che dagli ebrei, e che certo Israele non intende  derogare dalla propria sovranità (i palestinesi moderati di Fatah si  “accontenterebbero” di Gerusalemme Est, anche adesso  interamente popolata da arabi, lasciando quella occidentale ebraica a Israele). Ma se il processo di  cambiamento nel mondo arabo prosegue, qualche soluzione si trova.

Quel che qui vogliamo dire è che il processo di pace palestinese-israeliano passa per un altro problema ben più arduo e difficile, in questa fase, rispetto a ogni altra divisione geografica, storica (di torti subiti), etnica e ideologica: e cioè se è ipotizzabile pensare l’inizio di un grande SVILUPPO economico, in particolare nei territori controllati dai palestinesi (specie nella poverissima Striscia di Gaza). Sintomatico che in Cisgiordania, controllata dai moderati di Al Fatah, la situazione economica stia migliorando: Salam Fayyad, l’attuale premier – un economista – dell’Autorità palestinese di Abu Mazen, sostenuto dalla comunità internazionale, è il garante degli aiuti economici internazionali che nel 2010 hanno permesso alla Cisgiordania di avere una crescita del PIL dell’8 per cento.

Se i popoli arabi, a Gerusalemme, in Israele – quelli che da lì non se ne sono andati ma continuano a vivere nello stato ebraico -, nel Medioriente, in nord Africa, in ogni parte del mondo… troveranno il modo di vivere quest’epoca di “globalità” nella ricerca del benessere, del riconoscimento dei diritti umani, e nelle libertà che ciascun individuo (donna, uomo) ha diritto di avere… forse uno dei nodi più tortuosi del Medioriente (quello palestinese-israeliano) si scioglierà.

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TERRITORI PALESTINESI, È PACE FRA FATAH E HAMAS

di Enzo Mangini, da “IL FATTO QUOTIDIANO” del 5/5/2011

– Le due principali forze politiche della Palestina hanno firmato un accordo di pace che, fra le altre cose, prevede l’organizzazione di nuove elezioni a Gaza e in Cisgiordania. Dura reazione di Israele: “Fatah deve decidere se vuole fare la pace con lo Stato ebraico o con Hamas” –

“Annunciamo ai palestinesi che abbiamo girato per sempre la pagina nera della divisione”. Con queste parole il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, ha salutato la conclusione della cerimonia della firma dell’accordo che sancisce la ritrovata unione tra le due principali forze politiche palestinesi, Fatah e Hamas. L’accordo, annunciato qualche giorno fa, è stato siglato con una solenne cerimonia tenutasi mercoledì mattina nel quartier generale dell’intelligence egiziana, principale, ma non unica, mediatrice di questo “trattato di pace”.

   Era dal 2006 che Abbas non incontrava Khaled Meshaal, numero uno di Hamas. Da quando cioè le elezioni palestinesi erano state vinte dal partito islamista, costretto nei mesi successivi dalle pressioni internazionali a rinunciare al governo. La divisione tra i palestinesi è diventata quasi una guerra civile l’anno successivo, quando Hamas, con un colpo di mano, ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, spezzando l’unità amministrativa dei Territori palestinesi.

Tra le due parti, è stata una lotta piena di colpi bassi reciproci: gli esponenti di Hamas venivano arrestati sommariamente e spesso torturati nei territori controllati da Fatah e dall’Anp, cioè nella Cisgiordania, mentre quelli di Fatah venivano arrestati e spesso torturati nella Striscia di Gaza. Soprattutto, la divisione ha consentito al governo israeliano di screditare completamente la leadership palestinese e far arenare per l’ennesima volta il cosiddetto processo di pace.

Non ha fatto passare l’occasione, il leader di Hamas, Meshaal, per mandare un messaggio politico al governo israeliano, che già nei giorni scorsi aveva criticato duramente l’accordo e «invitato» l’Anp a scegliere: o la pace con Israele o quella con Hamas. “La nostra sola lotta è quella contro Israele – ha detto Meshaal – Il nostro obiettivo è quello di stabilire uno stato palestinese sovrano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con capitale Gerusalemme, senza coloni, senza concedere un solo metro di terra e senza rinunciare al diritto al ritorno per i profughi”. Niente di nuovo in realtà, se non il fatto che queste sono le condizioni di Hamas e che nel nuovo scenario Mediorientale, diventano, almeno in teoria, anche le condizioni per i futuri negoziati con Israele.

Trai punti principali dell’accordo c’è la formazione di tre diverse commissioni: una per la pianificazione delle prossime elezioni, da tenere entro un anno; la seconda per la riforma dell’Olp; e la terza per la creazione di un unico apparato di sicurezza per tutti i territori palestinesi, smontando, almeno in teoria, le differenti milizie che fanno riferimento a ciascuna forza politica.

Nella cerimonia, però, c’era qualcos’altro. Oltre ai rappresentanti della Lega Araba, dell’Unione europea e delle Nazioni Unite, c’erano anche tre deputati arabi del parlamento israeliano, la Knesset. E’ un segnale importante nelle dinamiche interne palestinesi, perché è un messaggio a “quelli del ’48”, i palestinesi rimasti all’interno dei confini del nuovo Stato ebraico e oggi cittadini israeliani, spesso discriminati dalla maggioranza. Il segnale è che l’unità che le fazioni palestinesi hanno raggiunto oggi mira a coinvolgere tutti i palestinesi, indipendentemente da dove si trovino a vivere, sia nei confini riconosciuti di Israele sia nei campi profughi sparsi per mezzo Medio Oriente.

Non solo. L’accordo apre la strada a nuove elezioni palestinesi, da tenersi entro un anno, per rinnovare sia la presidenza sia il parlamento nazionale. Passando attraverso il rinnovo degli organi politici dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, l’Olp. L’ombrello che copre molte organizzazioni politiche palestinesi, ma non Hamas, da tempo ha bisogno di una profonda riforma, più volte rimandata dai
vertici dell’organismo e soprattutto da quelli della sua fazione più importante, Fatah.

Il rischio, per tutte le élites politiche palestinesi, è di rimanere travolte da una protesta stile primavera araba. Un appuntamento, nei Territori, c’è ed è fissato al 15 maggio. Un appuntamento senza un centro preciso e animato da un attivismo reticolare, all’egiziana, che preoccupa non poco tutti i quadri dirigenti delle forze politiche consolidate, non esclusa Hamas.

Dietro l’accordo ci sono anche altre spinte ed altri fattori. Il primo è il cambiamento del quadro istituzionale e politico in Egitto. Il regime di Hosni Mubarak, attraverso il suo capo dell’intelligence Omar Suleiman, aveva dosato con attenzione i tentativi di mediazione con
improvvise chiusure, rendendo di fatto più difficile l’accordo tra i palestinesi.

La rivoluzione al Cairo ha avuto come primo effetto di sbloccare l’impasse palestinese e il nuovo ministro degli esteri egiziano Nabil al-Arabi, ha ripreso il dossier dei negoziati chiudendo in poche settimane quello che Suleiman trascinava da almeno due anni. Inoltre, il Cairo ha annunciato che presto – non si sa ancora quando, però – sarà aperto in modo permanente il valico di Rafah, quello che collega la Striscia di Gaza all’Egitto. Di fatto sarà la fine dell’isolamento per un milione e mezzo di persone ammassate nella Striscia. E’ anche questo un segnale per il governo israeliano, che però sembra non uscire dai binari della visione di un Medio Oriente che si sta sgretolando settimana dopo settimana.

La reazione del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu all’accordo interpalestinese, infatti, è stata drastica: «L’Anp deve scegliere, o la pace con Israele o quella con Hamas». Come primo atto di ritorsione, nei giorni scorsi, il governo israeliano ha deciso di sospendere i trasferimenti di tasse e diritti doganali raccolti per conto dell’Anp. Ottantanove milioni di dollari dell’Anp rimangono così congelati. La motivazione ufficiale è che il governo israeliano deve essere certo che quei fondi – di diritto dell’Anp sulla base degli accordi vigenti – non vadano a finanziare Hamas, che Israele (come gli Usa e l’Ue) considera un’organizzazione terroristica. Ogni anno, l’Anp riceve dal governo israeliano tra il miliardo e il miliardo e mezzo di dollari in trasferimenti di diritti doganali e tasse, in pratica un terzo di tutto il bilancio dell’Autorità palestinese.

“Non sarà facile mantenere in piedi questo accordo, ci sono molti nemici da molte parti”, aveva dichiarato poco prima della cerimonia Mahmoud Abbas al giornale egiziano Al Ahram. E i nemici non sono soltanto esterni. I gruppi salafiti che hanno sequestrato e ucciso Vittorio Arrigoni a Gaza poche settimane fa sono una delle minacce interne, così come altri gruppi estremisti attivi soprattutto nei campi profughi palestinesi in Libano. Per non dire, tra i nemici esterni, le frange più oltranziste delle organizzazioni dei coloni ebrei che temono di dover sloggiare dalle colonie in caso di accordo tra Israele e Anp.

Di certo c’è che la ripresa dei colloqui tra governo israeliano e Autorità palestinese sarà molto faticosa.   “Come possiamo negoziare con un governo che per metà chiede la distruzione di Israele e glorifica bin Laden?” ha detto Netanyahu rispondendo
alle domande dei cronisti. Il riferimento è alle dichiarazioni di Ismail Haniyeh, capo di Hamas nella Striscia di Gaza, a proposito dell’assassinio di Osama bin Laden, definito un sacro guerriero arabo. «Chiedo ad Abu Mazen (Mahmoud Abbas) di cancellare l’accordo con Hamas e scegliere la pace con Israele», ha detto ancora Netanyahu dopo aver incontrato a Gerusalemme Tony Blair, rappresentante speciale dell’Ue.

Sembra però che ancora una volta, come per le rivolte della primavera araba, il governo israeliano sia stato preso alla sprovvista dall’improvvisa accelerazione dei negoziati interpalestinesi. Prima dell’annuncio dell’accordo, dato dalla stessa intelligence egiziana la scorsa
settimana, sembrava infatti che la questione fosse passata decisamente in secondo piano nell’agenda dei nuovi governanti del Cairo.

Le cose non stavano così, evidentemente, e ora il governo israeliano, impegnato anche a seguire l’evoluzione della situazione in Siria, si trova di fronte a un fatto compiuto che rischia di scompaginare ulteriormente la strategia di status quo su cui Netanyahu aveva puntato fin dall’inizio del suo governo.

All’orizzonte, peraltro, c’è un appuntamento importante. A settembre, nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i vertici palestinesi sembrano decisi a chiedere il riconoscimento dello Stato di Palestina come membro dell’Onu. Secondo Abbas, sono già 130 i paesi che avrebbero dato la propria disponibilità, ma restano alcune pesanti incognite, prima fra tutte la posizione dell’Unione Europea.

Non è ancora chiaro infatti se i paesi europei decideranno ciascuno per conto proprio (com’è stato in altri casi, per esempio per il Kosovo) o se invece l’Ue cercherà di arrivare a una posizione comune. Per quanto la dichiarazione avrebbe soprattutto un effetto simbolico, il suo senso politico sarebbe ugualmente pesantissimo per un governo israeliano, sempre meno capace di vedere in anticipo le tempeste che stanno travolgendo il Medio Oriente. (Enzo Mangini)

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PACE FATTA TRA FATAH E HAMAS

– Stato palestinese entro l’anno – da “il Sole 24ore” del 5/5/2011 –

Hanno litigato fino all’ultimo minuto prima di firmare l’accordo ed è probabile che continueranno a farlo dal primo minuto successivo. Per il momento, tuttavia, pace è fatta. I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania tornano ad essere un solo popolo, anche se sono sempre senza uno Stato.
Dopo tanto trattare, il nuovo Governo egiziano è riuscito a ottenere quello che il regime di Hosni Mubarak aveva invano cercato di raggiungere. «Annunciamo dal Cairo la buona notizia», dice Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, dell’Olp, il capo di Fatah e dei palestinesi moderati di Cisgiordania. Si è chiusa – aggiunge – «la pagina nera delle divisioni». Anche i palestinesi di Hamas, gli islamici di Gaza,
sorridono soddisfatti. Sono presenti Khaled Meshaal, il capo politico del movimento, venuto dall’esilio di Damasco, e Ismail Haniyeh, il primo ministro del Governo palestinese della Striscia.

Ci sono molte sovrapposizioni di ruoli ma nello stretto senso dei termini legali, nessuno avrebbe il diritto di occuparli. Il tentativo di golpe di Fatah a Gaza e quello riuscito di Hamas nel 2007, e lo scontro civile che ne è seguito, hanno bloccato le elezioni. Sia il mandato del presidente che quello del premier sono abbondantemente scaduti. Scaduto è anche il Parlamento a larga maggioranza di Hamas che l’accordo firmato ieri al Cairo ripristina fino alle nuove elezioni, previste per fine anno.
La cerimonia di ieri (del 4/5, ndr) stava per saltare all’ultimo momento. Abu Mazen, infatti, pretendeva di essere il solo a salire sul palco e a tenere il discorso ufficiale. Alla fine ha parlato anche Khaled Meshaal: «Hamas è pronta a pagare qualsiasi prezzo per la riconciliazione palestinese. La sola battaglia dei palestinesi è quella contro Israele».

Le posizioni restano volutamente ambigue: Meshaal non chiarisce se è una battaglia politica come quella condotta da Fatah o ancora militare come sostiene Hamas. Il leader del movimento islamico tuttavia spiega che lo Stato palestinese che ha in mente sorgerà «su Gaza, la Cisgiordania e avrà Gerusalemme come sua capitale». Sono le stesse frontiere richieste da Fatah, anche se Abu Mazen si accontenterebbe di Gerusalemme Est, araba, lasciando quella occidentale ebraica a Israele.
Quello che i capi di Hamas non hanno detto esplicitamente è se oltre queste frontiere finalmente riconoscono l’esistenza di Israele. Non lo diranno per un po’, è presumibile. Per questo la riconciliazione solleva qualche dubbio di stabilità. Ieri al Cairo non è nemmeno stato detto da chi sarà composto il Governo provvisorio di unità nazionale né, soprattutto, chi lo guiderà.

Hamas ha detto chiaramente di non volere Salam Fayyad, l’attuale premier dell’Autorità palestinese di Abu Mazen. Ma Fayyad è sostenuto dalla comunità internazionale ed è il garante degli aiuti economici internazionali che nel 2010 hanno permesso alla Cisgiordania di avere una crescita dell’8 per cento.
Le reazioni dell’accordo fuori dalla Palestina sono scarse. A parte Israele che non intende avere rapporti con Hamas e si chiede cosa accadrà a Ramallah quando Fatah scarcererà i prigionieri islamici (il premier Netanyahu ha definito l’accordo «un duro colpo per la pace»), gli altri si sono espressi con poche parole. Gli arabi sono troppo occupati dalle loro instabilità interne: Stati Uniti ed Europa ancora non riescono a capire se la riconciliazione palestinese sia un buon inizio o la fine delle ultime speranze di ripresa della trattativa di pace.

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AMOS OZ: “IL MIO LIBRO A BARGHOUTI, LA PACE SI FA COL NEMICO”

– L’autore di “Una storia d’amore e di tenebra” spiega il gesto che scandalizza Israele –

di Elena Loewenthal, da “la Stampa” del 30/3/2011

Quando, qualche giorno fa, ha spedito una copia dedicata del suo romanzo Una storia di amore e di tenebra a Marwan Barghouti, detenuto in un carcere israeliano per svariate condanne all’ergastolo, non pensava certo di suscitare quel gran polverone che ne è venuto. Da allora, Amos Oz si è trincerato dietro il silenzio. Ora per la prima volta prende la parola. Ed è una parola dosata, più parca che mai: se l’ebraico non ammette sbrodolamenti, lo scrittore quest’oggi soppesa le frasi con una prudenza che avvolge lo sconcerto.
Amos Oz, poteva prevedere che il suo gesto avesse un’eco del genere?
«No. Ne è venuto fuori uno scandalo. Ci sono state reazioni indignate. Io volevo che Marwan Barghouti leggesse Una storia di amore e di tenebra perché so che questo libro ha aiutato molti arabi a capire Israele. E perché sono sicuro che un giorno o l’altro noi parleremo con lui. Per “noi” intendo lo Stato d’Israele. Un giorno o l’altro Israele si troverà a parlare con Barghouti anche se lui è stato il mandante della seconda Intifada e ha sulla coscienza un gran numero di attentati suicidi e tante più vittime di quegli attacchi terroristici. Il mio romanzo (tradotto in italiano da Feltrinelli editore, nda) è una storia profondamente individuale e familiare, ma è anche e forse soprattutto l’epopea del sionismo vista dall’interno, con le sue ragioni e le sue radici».
Lei ha spedito a Barhouti una copia della traduzione in arabo del suo romanzo. Che ha una storia tutta particolare, tragica e bella, a suo modo.
«Sì. Una storia di amore e di tenebra è stato tradotto in quasi venti lingue. Nel 2007 un editore di Beirut ha pubblicato la versione in arabo. Che è stata finanziata da un avvocato arabo di Gerusalemme, appartenente a una grande famiglia della città. Suo figlio Georges è stato ucciso nel 2004 da un fanatico mentre faceva jogging nel campus universitario del Monte Scopus, dove studiava giurisprudenza: il terrorista l’aveva scambiato per ebreo. Il padre decise così di fare tradurre il mio libro in arabo per favorire la comprensione fra le parti. Un gesto coraggioso, che si racconta nella prefazione alla traduzione».
Ha un’idea di come Barghouti abbia accolto il libro?
«A dire la verità, non so neppure se l’abbia ricevuto, se gli sia stato consegnato in cella. Pensare che davvero volevo che lo leggesse. Ci tenevo a
farglielo avere, lo avrebbe aiutato a capire le nostre ragioni, le ragioni di Israele, così come è stato per altri lettori. Non era un gesto simbolico, il mio, ma di sostanza».
Ritiene che questa levata di reazioni al suo gesto, all’idea che il detenuto Barghouti ricevesse da lei un libro, abbia qualche cosa a che fare con ciò che sta avvenendo in questi giorni nel mondo arabo?
«La reazione al mio gesto rientra nell’ambito dell’isteria. In questi giorni ero invitato a tenere una conferenza presso un ospedale, che mi è stata annullata per queste ragioni. Non me le spiego, e non posso pensare altro che tali reazioni siano dettate da un impulso emotivo di quel genere, riconducibile all’isteria. Quanto a ciò che sta avvenendo nel mondo arabo, siamo nel campo della storia. Sono eventi di portata storica».
Ci spieghi. Come vede dal suo punto di vista questi movimenti, queste rivoluzioni che sembrano non escludere nessun Paese arabo, in un rapido effetto domino?
«Come dicevo, si tratta di eventi d’ordine storico, di grande rilevanza. Ma attenzione. Quel che avviene in Libia non c’entra nulla con ciò che accade in Siria, o in Egitto o in Tunisia. Ogni Paese ha la sua storia, il suo presente. Evitiamo le generalizzazioni. E prima di giudicare o poter fare un bilancio, ci vorrà del tempo. Al momento non è possibile, almeno secondo me. Infine, vorrei dire ai lettori della Stampa ncora qualcosa in merito alla vicenda della copia del mio libro Una storia di amore e di tenebra che ho spedito con dedica a Marwan Barghouti. L’ho fatto con piena coscienza. Armato soprattutto di una certezza che non guasta ricordare: e cioè che la pace si fa con i nemici. Con gli amici non si fa la pace, con i nemici sì. Non è forse vero?». (Elena Loewenthal)

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“SPERO CHE ISRAELE COLGA L’OCCASIONE”

Colloquio con NABIL SHAATH ex ministro degli Esteri palestinese; da “L’ UNITA'” di giovedì 5 maggio 2011

«Spero che Israele colga l`occasione». Per il dirigente dell`Anp sbaglia Netanyahu nel chiedere a Hamas il riconoscimento preventivo dello Stato ebraico Porre come pregiudiziale all`accordo di riconciliazione nazionale, il riconoscimento d`Israele da parte di Hamas è qualcosa di ingiusto, non ha senso. Quanti hanno davvero a cuore il rilancio del processo di pace e lo stop alla violenza, dovrebbero invece valutare positivamente il fatto che Hamas sia coinvolto in questo processo, ne sia parte in causa». A parlare, nel «Giorno della riconciliazione» palestinese, è uno degli artefici dell`intesa raggiunta tra Al Fatah e Hamas: l`ex ministro degli Esteri dell`Autorità nazionale palestinese (Anp) ed attuale consigliere diplomatico di Mahmud Abbas (Abu Mazen): Nabil Shaath.

II patto di unità palestinese tra Hamas e Fatah è «un duro colpo per la pace e una grande vittoria per il terrorismo»: è il commento dei primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. «È propaganda, cattiva propaganda. Netanyahu dovrebbe spiegare al mondo perché ha rigettato tutte le offerte di compromesso avanzate in questi anni dalla dirigenza dell`Anp, scontrandosi anche con l`Amministrazione Usa. Israele dovrebbe invece cogliere l`opportunità che questo accordo di riconciliazione nazionale può aprire per la ripresa di un serio negoziato di pace».

Ma, ribatterebbe Netanyahu, come è possibile pensare ad un negoziato con una controparte che ha al suo interno una fazione, Hamas, che
si rifiuta di riconoscere lo Stato d`Israele… «Porre questa pregiudiziale è il modo migliore, già usato in passato, per perpetuare lo status quo. Quanti hanno davvero a cuore il rilancio del processo di pace e lo stop alla violenza dovrebbero invece vedere con favore l`inserimento di Hamas in questo processo, perché questo significa una assunzione di responsabilità da parte della dirigenza di Hamas, interna ed esterna. Ma la domanda che tutti noi che abbiamo avuto una parte, piccola o grande non importa, nel raggiungimento di questa intesa, è un`altra…».

Quale è questa domanda?
«L`intesa raggiunta da tutti i movimenti realmente rappresentativi, rafforza o no la causa palestinese?…».

Questa è la domanda. E qual è la sua risposta?
«Sì, la rafforza. Inanzitutto perché risponde a quelle aspettative di unità che in questi mesi è venuta avanti nella società palestinese, in particolare tra i giovani, quelli più in sintonia con il vento del cambiamento che è spirato e sta spirando in tutto il mondo arabo. Mantenere le vecchie divisioni significava andare contro a queste istanze di cambiamento. Sarebbe stato un suicidio politico. Per tutti. Questo accordo ridà una speranza collettiva, rimotiva un popolo. E questo è oggi quello che conta di più. All`annuncio della firma dell`accordo, in migliaia sono scesi in strada a Gaza e in Cisgiordania, sventolando bandiere con i colori nazionali palestinesi. È il segnale di una aspettativa a cui abbiamo corrisposto, ma sappiamo che siamo solo all`inizio del cammino». La Comunità internazionale sembra aver assunto un atteggiamento di attesa preoccupata… «Sta a noi trasformare questa attesa in atteggiamento positivo, di sostegno. L`importante è non assumere posizioni pregiudiziali, come è avvenuto in passato».

II leader di Hamas Khaled Meshal ha detto che il suo gruppo è pronto a fare qualunque cosa per «trasferire il testo dell`accordo in fatti sul campo. La nostra battaglia è per vincere il nemico israeliano, non le fazioni palestinesi».

«È una presa di posizione importante, che ora dovrà trasformarsi in atti conseguenti. L`unità è un bene prezioso che va però finalizzato ad una politica che porti alla realizzazione di un “sogno” collettivo: la creazione di uno Stato indipendente di Palestina sui territori occupati nel 1967 e con Gerusalemme est come sua capitale. Il nuovo governo che nascerà sulla base dell`accordo raggiunto dovrà lavorare per questo fine. E Hamas sarà parte di questo disegno».

Non crede di peccare di ottimismo? «Non sono il tipo. Da oggi chi ha puntato sulle divisioni interne al campo palestinese non potrà più vivere di rendita. E questo non riguarda solo Israele. L`unità rafforza l`autonomia palestinese»

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FATAH E HAMAS FIRMANO L’ACCORDO. PALESTINA, UN POPOLO DI NUOVO UNITO

da http://www.agoravox.it/
   Opportunità o crisi totale in Medio Oriente? Al Cairo è stata siglata la storica riconciliazione tra Fatah e Hamas; di fatto il Popolo palestinese è di nuovo unito. Un Soggetto unico si propone così all’attenzione della Comunità internazionale scatenando ancora di più le ire di Israele che pone l’out out sulla pace… Forse siamo di fronte ad una occasione unica; l’Unione Europea non può sottrarsi ad un ruolo attivo per un nuovo percorso che porti ad una vera pace. La strada è dura, in salita a causa dell’ormai storico “muro contro muro”, non certo aiutato dall’esterno…  L’accordo tra i due movimenti palestinesi è forse giunto in un momento difficile in cui però la stessa situazione del Medio Oriente può facilitarne la riuscita. Ampia soddisfazione nel mondo Arabo, tra gli Islamici e alcuni paesi Europei.

E’ già notizia, Fatah e Hamas, i due movimenti con maggior seguito in Palestina, hanno siglato al Cairo un accordo di riconciliazione nazionale. Ci sono voluti 4 anni di scontri e contrapposizioni feroci, e 18 mesi di trattative, per convincere Abu Mazen e Khaled Meshaal, a siglare in Egitto la storica pace. Il primo pensiero va a quella striscia “maledetta”, chiusa nella morsa di embarghi e pioggia di fuoco, miseria e sangue…

Il valico di Rafah, assicura il ministro degli esteri egiziano Nabil al-Arabi, verrà riaperto permanentemente, assicurando uno spazio di entrata e uscita, vitale per quel Territorio. Nessuna illusione, tuoni e saette volano ancora, sia dal cielo che nelle parole di Netanyahu… Il marchio di Hamas è ormai un timbro a fuoco e l’etichetta di organizzazione terrorista sarà difficile che possa essere trasformata in qualcosa di diverso. Mi sembra di ascoltare in continuazione il vecchio detto “chi è nato prima l’uovo o la gallina…(?)”. In realtà non ho mai creduto ad una questione “religiosa” o culturale. Mille strumentalizzazioni hanno frenato e ostacolato, spesso in maniera Pilatesca, un dialogo mai nato ma doverosamente perseguibile.

Resta un dato di fatto, i Palestinesi sono di nuovo uniti, e anche se le parole di Meshaal pungono come quelle del suo nemico Netanyahu, non credo che Abu Mazen abbia ceduto alla tentazione di un revival anti sionista. Il Presidente del’Anp ha come mèta il riconoscimento della Palestina da parte dell’Onu, e sarebbe stato troppo sciocco per giocarsi questa possibilità.
Questioni come quella Israelo – Palestinese impongono cautela, e mi corre l’obbligo di sottolineare ancora una volta la mia convinta posizione
sulla necessità di rispettare il principio dei popoli all’autodeterminazione, due stati per due popoli! E’ improponibile assistere ancora al bagno di sangue che scorre da anni nella Striscia, così come mi è impossibile non pensare a quello che può passare per la testa di chi viene messo alla fame, privato di ogni tipo di auto sostentamento, se non attraverso gli aiuti delle Ong che coraggiosamente hanno lasciato sul “campo” diverse vittime, spesso a noi sconosciute… (Pochi giorni prima della sua morte Vittorio Arrigoni ci aveva messo al corrente dell’uccisione di tre medici di una di queste Organizzazioni rimasti vittime nel rogo della loro auto dilaniata da missili sparati da elicotteri con la stella di David…).

Ma ritorniamo ad oggi… Ampia soddisfazione si è levata da molte parti; dalla Lega Araba, a gran parte del mondo Islamico, fino al coinvolgimento di alcuni paesi europei (sembra siano “possibiliste” sia la stessa Francia che la Gran Bretagna…anche se nutro molti dubbi per la presenza nelle possibili trattative diplomatiche, di Tony Blair, vero “freno a mano” della diplomazia Continentale. Giungono voci di soddisfazione anche dagli States, dove Jimmy Carter non lesina apprezzamento e speranza; mentre la stessa Hillary Clinton, dopo aver parlato separatamente sia con Abu Mazen che Netanyahu, non ha minacciato eventuali ritorsioni sulla Palestina (a quanto viene riportato da
voci anonime
di persone a Lei vicine, ndr).

L’informazione Nostrana come sempre va nella direzione che più le conviene, da chi si dimostra possibilista fino alla solita e assurda presa di
distanza dal buonsenso che non si distacca dall’ormai classico “muro contro muro” (Il Sole24Ore, ndr). Fortuna che non saranno di certo questi i soggetti che decideranno il futuro di quella che è una delle “questioni” internazionali più spinose ormai da anni.

Il Medio Oriente è ormai sull’orlo della crisi totale, ed anche se può sembrare un paradosso, proprio per questo la mossa a sorpresa dell’accordo di riconciliazione nazionale palestinese, sembra avere più chances di riuscita di quello che si potrebbe pensare… In Libia è guerra aperta, in Siria il popolo sta ribellandosi dopo gli ulteriori bagni di sangue a cui è stato sottoposto, l’Egitto è in fase di metamorfosi non ben identificata, e dulcis in fundo, il pericolo pubblico internazionale numero uno, Osama Bin Laden, sembra averci lasciato stavolta definitivamente.

In questo quadro mi chiedo se possa essere conveniente, anche per coloro i quali si sono mossi quasi sempre “in modo interessato”, optare per uno scontro frontale tra culture e religioni secolari senza cercare una via d’uscita che possa calmierare la situazione(?!). Vedremo… (da http://www.agoravox.it/ )

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 Quattro mesi fa…

“SARA’ L’ECONOMIA A FARE LA PALESTINA I NEGOZIATI SONO TROPPO COMPLESSI”

di Dario Fabbri, da “IL   RIFORMISTA” del 31 dicembre 2010

«Molte le questioni irrisolte nelle trattative con Israele. L`indipendenza politica seguirà a quella economica». Parola di
Robert Danin, ex vice di Blair come inviato del Quartetto per il Medio Oriente. «Inevitabile che Hamas si metta di traverso alla Third way di
Fayyad».

«Meglio che la Palestina faccia da sola, senza aspettare la comunità internazionale, perché la strada dell`indipendenza economica è quella giusta». Questa è l`essenza del pensiero di Robert Danin, ex numero due di Tony Blair, inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente (USA, URSS, Cina, Unione Europea), che ha lasciato l`incarico proprio nel momento in cui gli Usa provavano a rilanciare il processo di pace.

«A quel punto mi era chiaro che l`unica politica in grado di portare alla creazione di uno stato palestinese era quella intrapresa unilateralmente dal premier Fayyad: concentrarsi sullo sviluppo economico dei territori occupati e sulla costruzione di solide istituzioni democratiche» -confida adesso al Riformista, a tre mesi dall`ennesimo fallimento registrato sulla strada della pace, questa volta per la fine della moratoria sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

«Le questioni ancora in ballo, dal problema dei rifugiati allo status di Gerusalemme, rimangono troppo controverse per aspettarsi in tempi brevi il raggiungimento di un accordo che permetta all`Anp di tramutarsi in una vera entità statale». Ai palestinesi, secondo Danin, conviene abbracciare la novità del fayyadismo, «piuttosto che confidare nella generosità della comunità internazionale o tornare a confrontarsi con Israele fucile in spalla».

Salarn Fayyad, economista di fama internazionale, ha infatti inaugurato una nuova via all`autodeterminazione palestinese la terza dopo la lotta armata e i negoziati multilaterali – imperniata proprio sullo sviluppo economico della Cisgiordania e sul consolidamento delle istituzioni democratiche. L`obiettivo è conseguire, prima ancora di quella politica, l`autonomia finanziaria, fondamentale presupposto per la creazione di uno stato compiuto.

A tal proposito lo scorso settembre il primo ministro ha addirittura lanciato il countdown che tra un anno dovrebbe sancire l`indipendenza del paese. «L`idea è rendere la Palestina una nazione autosufficiente dal punto di vista economico, prima ancora che un soggetto politico riconosciuto a livello internazionale. Così da dimostrare agli israeliani e al mondo che i palestinesi possono farcela da soli» spiega Danin, che per primo ha elogiato la “Third way to Palestine” in un articolo apparso sull`ultimo numero di Foreign Affairs.

Un nuovo corso celebrato anche dalla Banca Mondiale che, in un rapporto datato settembre 2010, ha scritto: «Se l`Autorità palestinese manterrà l`attuale trend di crescita economica e di ammodernamento dei servizi pubblici, riuscirà a costituirsi in uno stato de facto già nel prossimo futuro». Eppure, nonostante i risultati raggiunti, il fayyadismo è oggetto di numerose critiche, provenienti tanto dall`opposizione interna quanto dal governo israeliano. A partire da Hamas, che ha definito l`azione del primo ministro un collaborazionismo camuffato.

«Era inevitabile che la scelta di concentrarsi sullo sviluppo economico di una nazione formalmente ancora sotto l`occupazione israeliana fosse percepita da molti come il tradimento della tradizionale teologia della liberazione palestinese, che considera la conquista dell`indipendenza, se non
l`annientamento di Israele, una priorità rispetto a qualsiasi discorso sull`assetto interno e sullo sviluppo economico del futuro stato». Tali critiche non coglierebbero però il senso della politica di Fayyad, che ha come obiettivo ultimo non soltanto il raggiungimento della sovranità
politica, «ma anche la coesistenza pacifica con lo stato ebraico».

Perplessità però condivise dagli stessi israeliani. «Ovviamente parliamo di un cambiamento epocale che per essere accettato avrebbe bisogno
di completa fiducia tra le parti. Una sintonia non ancora raggiunta, ma che Gerusalemme farebbe bene a ricercare assieme a Fayyad: il suo approccio può essere il più promettente per il futuro della regione». Perché se la terza via non è di per sè sufficiente per giungere alla proclamazione dello stato palestinese, ne può diventare il presupposto indispensabile. «Senza un processo di tipo politico – avverte Danin – dal fayyadismo non può automaticamente scaturire lo stato. Oggi, però, la crescita economica è lo strumento migliore di cui dispongono i palestinesi per creare le condizioni necessarie alla propria indipendenza». (Dario Fabbri)

…………………..

(in merito, a gennaio di quest’anno di una visita di personalità arabe di alto rango al campo di sterminio di Auschwitz)

EBREI E PALESTINESI, LA PACE PUÒ NASCERE DALLE TRAGEDIE

di A. B. YEHOSHUA, da “la Stampa” del 31/1/2011

– Per anni lo scontro ha portato a negare la Shoah o a minimizzare la Nakbah – Ci sarà un futuro solo con l’accettazione della storia e dei due Stati in Palestina –

Israele, il giovane Stato ebraico fondato nel 1948, trasse dalla Shoah una forte spinta per la propria esistenza. Gli arabi, con loro sorpresa, si resero conto che il terribile sterminio aveva rafforzato gli ebrei sopravvissuti riunitisi in Palestina anziché indebolirli. E questi ultimi, ora che avevano l’opportunità di impugnare le armi per difendersi, compresero quale terribile prezzo paga un popolo senza patria e privo di sovranità e respinsero l’attacco arabo con fermezza, spirito di solidarietà e di sacrificio, annettendo anche parti della Palestina non destinate a loro secondo il piano di spartizione delle Nazioni Unite.
L’incredulità e la delusione degli arabi dinanzi alla sconfitta fece scaturire, come meccanismo di difesa, tre reazioni complesse verso la Shoah. Ciascuna, a modo suo, problematica. Innanzitutto crebbero l’ostilità e la rabbia nei confronti degli europei e della civiltà occidentale in generale, colpevoli di aver dato una mano a fondare uno Stato ebraico e di continuare a sostenerlo espiando così i propri peccati a spese delle sofferenze del popolo palestinese, che non aveva nessuna colpa di ciò che era successo durante la Shoah.

Da questi sentimenti scaturì un’aspirazione a minimizzare la gravità degli orrori della Shoah fino a negarla del tutto. Gli arabi cominciarono a biasimare gli europei per essersi affrettati ad aiutare gli ebrei a fondare uno Stato, nonostante gli orrori della Shoah non fossero tanto terribili come le sue vittime sostenevano e, a loro dire, fossero stati distorti ed esagerati per ottenere compassione e risarcimenti.

E sempre da quei sentimenti scaturì un terzo fenomeno, anch’esso problematico: se infatti l’Olocausto non era stato tanto terribile come asserivano gli ebrei, ecco che la guerra (Nakbah) da loro sostenuta contro i palestinesi nel 1948 non era meno grave della Shoah. Quindi era giunto il momento di dimenticare le vittime ebree e di rivolgere l’attenzione verso quelle palestinesi, di cui ci si doveva preoccupare e che si doveva risarcire.
Questi tre approcci si fusero in un unico atteggiamento di rancore, di rabbia e di patetica volontà di scoprire distorsioni storiche nella Shoah che impedì agli arabi, e in particolar modo ai palestinesi, di elaborare correttamente quella tragedia includendola nel quadro della loro storia nazionale e, di conseguenza, di instaurare un dialogo più costruttivo e positivo con l’Europa e di ricevere da essa i risarcimenti a loro
dovuti.

Una visita simbolica di leader politici e religiosi e di intellettuali arabi musulmani sponsorizzata dagli europei nel più agghiacciante dei campi di sterminio come quella prevista questa settimana potrebbe quindi essere l’inizio di un dialogo positivo, correggere un poco le distorsioni e dare al mondo arabo e ai palestinesi la possibilità di comprendere il loro ruolo morale verso gli ebrei di Israele, ottenendo in cambio il riconoscimento e la stima che meritano.

Non ha infatti alcun senso sminuire gli innegabili orrori dell’Olocausto. E anche se la sconfitta dei palestinesi nel 1948 è dolorosa, sia in termini di perdita di territorio che in quelli di profughi fuggiti o espulsi dalle loro case, non è nondimeno paragonabile alla Shoah. Le due tragedie appartengono a categorie completamente differenti.

Occorre inoltre puntualizzare che non si può ascrivere il fenomeno dell’antisemitismo alla sola Europa, sebbene in Europa esso abbia trovato la sua espressione più violenta e brutale. Il problema ebraico è un problema del mondo intero e gli arabi, in quanto parte del mondo, possono partecipare alla rinascita di questo popolo e al suo processo di normalizzazione.

Ma in cosa consiste, in sintesi, il problema del popolo ebraico? Nel fatto che la componente territoriale della sua identità nazionale non è sussistita per migliaia di anni, trasformandosi così in un simbolo immaginario. Questo, tuttavia, senza che gli ebrei rinunciassero a rivendicare una propria identità nazionale.  La mancanza di un’effettiva presenza su un territorio definito è quindi ciò che ha esposto questo popolo a ripetuti rischi esistenziali di cui la Shoah, avvenuta nel XX secolo e durante la quale per cinque, infernali anni un terzo del popolo ebraico è stato decimato, si è rivelato essere il più terribile.
Ma un insediamento degli ebrei in un luogo diverso da Israele sarebbe inconcepibile. È questa infatti l’unica patria connaturata nel loro immaginario storico e in grado di trasformarsi in reale. I palestinesi avrebbero potuto aiutare il popolo ebraico a rinascere in una parte di essa, con l’assistenza dell’Europa e del mondo arabo, correggendo così l’indole di questa stirpe dispersa fra le nazioni.

Ma ciò sarebbe stato possibile solo a condizione che non fossero stati privati a loro volta della terra d’origine. Non è difatti ammissibile che un popolo possa ritrovare la propria patria a spese di un altro che la perde. La spartizione della Palestina in due Stati sovrani non è perciò solo una necessità politica e l’unico modo per instaurare la pace in Medio Oriente, ma anche un imperativo morale categorico che la comunità internazionale deve garantire con tutta la sua forza militare e politica, senza compromessi.
Vero, affinché questa spartizione avvenga i palestinesi dovranno sacrificare una parte del loro territorio. In cambio di questa concessione, però, otterranno non solo la gratitudine della comunità internazionale e di Israele, ma anche generose ricompense.

Così, invece di negare invano la Shoah e di continuare a combattere contro lo Stato ebraico, il riconoscimento di questa tragedia darà ai palestinesi e al mondo arabo autorità morale nei confronti degli ebrei, nemici in passato e, auspicabilmente, buoni vicini in futuro.
La proposta della Lega dei Paesi arabi e musulmani di una pace comprensiva con Israele dopo la creazione di uno Stato palestinese e la commovente visita di personalità arabe di alto rango al campo di sterminio di Auschwitz fanno sperare agli ebrei che il processo di normalizzazione nella loro madrepatria storica possa essere completato con successo.

Al tempo stesso un simile evento darà loro anche modo di provare di avere interiorizzato la terribile lezione della Shoah e di sapere rispettare non solo il proprio rinnovato vincolo con la madrepatria, ma anche quello che i palestinesi hanno con la loro, in parte sacrificata. (A. B. Yehoshua)

…………………………

IL SOGNO PERDUTO DEL PRIMO KIBBUTZ

di Alberto Stabile, da “la Repubblica” del 10/10/2010

KIBBUTZ DEGANIA (Tiberiade). Fra questi viali di eucalipti, su questi ciottoli arroventati dal caldo, quaranta gradi, aleggia lo spirito di Moshe Dayan, bambino. Fra i molti primati che il grande Dayan s’attribuì in vita c’era anche quello di essere stato «il primo bambino nato a Degania», da una coppia di giovani pionieri, Shmuel e Dvorah, approdati in Palestina dalla fredda Ucraina per realizzare il loro sogno sionista.

In realtà, se è vero che Degania è il primo kibbutz della storia, e in questi giorni (l’articolo è del 10/10/2010, ndr) se ne celebra il centenario,
Moshe fu soltanto il secondo neonato della comunità, essendo stato preceduto da Gideon Baratz, figlio di Yoseph e Miriam Baratz, venuto alla luce qualche mese prima all’Ospedale della Missione Scozzese, a Tiberiade.
Erano tempi di ferro, di fame, di malattie, d’insopportabili durezze e d’incredibili privazioni quelli in cui il kibbutz Degania venne fondato. La
prima infanzia di Dayan fu un susseguirsi di malanni gravi: la malaria, la polmonite, il tracoma. Un continuo girovagare tra ospedali e residenze occasionali, presumibilmente più salubri, dove tentare guarigioni improbabili sempre con accanto la madre, una raffinata intellettuale russofila, grande ammiratrice di Tolstoj che, pur credendo profondamente nei suoi ideali, non si rassegnò mai alle asprezze della vita in quelle terre di conquista.

Nella ” kvutza “, letteralmente il “gruppo”, l’antesignano del kibbutz, di Degania il lavoro era tutto, l’ideologia, la prassi e il programma politico, la ricchezza e l’onore, e tutto era pensato e fatto in funzione del lavoro. Il privato, il personale, non avevano spazio, nulla poteva e doveva sfuggire alle regole imposte dal gruppo che su ogni cosa, dal nome da imporre ai neonati al ricovero in ospedale di un membro della comune, aveva la parola definitiva.

E questo, ovviamente, «per il bene della causa». Nel piccolo museo di Degania, accanto alla casa di mattoni a due piani che ospitò il primo nucleo di undici pionieri, otto uomini e tre donne, ai quali un anno dopo si aggiunsero Shmuel e Dvorah Dayan, si respira una doppia, stridente sensazione: l’assoluta penuria di mezzi di cui disponevano i fondatori, mista ad un’illimitata fiducia in se stessi.

Ritratti in una foto color seppia, i membri della kvutza, scesi dai paesi del grande freddo su una landa a duecento metri sotto il livello del mare, guardano stupefatti il mondo nuovo che gli si è appena spalancato davanti. Gli uomini vestono la classica rubacka dei contadini russi, con l’abbottonatura laterale e la cintura stretta in vita, le donne indossano gonne lunghe fino ai piedi e camicie chiuse fino al collo che ne esaltano la figura.

Sono, definitivamente, dei giovani borghesi, le loro mani hanno lunghe dita delicate, ma nei loro occhi c’è la febbrile inquietudine dei rivoluzionari, dei visionari che hanno deciso di passare all’azione. Cent’anni dopo quella foto scattata al loro arrivo ad Haifa, su una nave salpata da Odessa, si può dire che quei giovani venuti dalla Lituania, dall’Ucraina, dalla Russia per realizzare il sogno ebraico del riscatto capovolgendo, al tempo stesso, la piramide sociale, hanno vinto. Il loro esempio ha avuto molti seguaci.

Nessuno, oggi, può mettere in dubbio il contributo dato dal movimento dei kibbutz al compimento dell’impresa sionista, avvenuto nel 1948 con la proclamazione dello Stato d’Israele. Hanno vinto loro, si può dire di quei sionisti nte litteram in posa nel piccolo museo di Degania. Ma il kibbutz, inteso come cellula sociale basata su un’ideologia egualitaria e una struttura economica collettivista, è morto per sempre. Travolto dai grandi movimenti della storia, come il crollo dell’ideologia comunista e l’irrompere dell’economia globale, ma anche da fattori specificatamente israeliani, come l’inesorabile scivolamento a destra della scena politica e la crescente influenza della componente religiosa.

Quando, nel 2004, il governo Sharon decise di privatizzare i kibbutz, secondo un disegno elaborato da Ehud Olmert, la crisi incubava da anni. In un paese che aveva decisamente imboccato la strada della new economy e degli start-up, sul modello della Silicon Valley americana, i vecchi kibbutz fondati sull’agricoltura e l’allevamento del bestiame non avrebbero avuto futuro, se non contando pesantemente, come è successo negli ultimi decenni, sugli aiuti dello Stato.

Trasformarsi o sparire, questa è diventata la scelta obbligata. Eppure, per Shay Shoshany, il giovane presidente di Degania, una volta si sarebbe detto «segretario», il kibbutz in generale, e Degania in particolare, non hanno perso il loro fascino. Shay resta legato ad una certa cultura politica oggi fuori moda: «Sono orgoglioso di essere uno degli ultimi socialisti rimasti», dice sorridendo. Ricorda il ruolo rivoluzionario e «globale» avuto dal kibbutz nel propagare l’idea dell’ uguaglianza, «ma non siamo tutti uguali», ammette. Ci sono molte cose buone da conservare, assicura il segretario di Degania, nella filosofia del kibbutz. Innanzitutto, la solidarietà praticata in concreto dai membri della comune, il che oggi avviene attraverso una tassa interna che serve a limare le differenze fra i salari e a migliorare i servizi comuni (tra i quali, qui a Degania, c’è anche un parco macchine). Il rispetto reciproco. L’abitudine a frenare gli impulsi consumistici. La qualità della vita.

E tuttavia certe imposizioni in nome del «bene comune» non hanno più senso. «Quello che non potevo sopportare era di dover andare a chiedere il permesso per qualsiasi cosa, fosse un viaggio o un vestito», racconta Nina Ben Moshe, settantadue anni, nata a Degania da genitori membri del kibbutz e sposata ad un kibbutzik a sua volta nato da una famiglia di kibbutzniki.

Eppure, nessuno dei suoi quattro figli ha seguito l’esempio dei genitori. «Ho bei ricordi, ma direi che i ricordi sono sempre belli. Da ragazzi crescevamo in una libertà assoluta, mentre i genitori erano al lavoro. Da adulti, non sapevamo cosa erano i soldi, cos’era una carta di credito. Queste cose abbiamo dovuto impararle dopo il 2004. Fino ad allora non ne avevamo sentito il bisogno perché avevamo tutto quello che ci occorreva e, soprattutto, avevamo tutti le stesse cose».

«Ma – aggiunge Nina – nessun essere umano può lavorare per un lungo periodo senza ricevere nessun compenso, a meno che non sia un idealista. Quindi per rispondere alla sua domanda se eravamo felici: sì eravamo felici, ma era una felicità, come dire?, assistita. Improvvisamente ho dovuto imparare che cos’era una banca, che occorreva risparmiare e che a me stessa dovevo pensarci io e non il kibbutz».

Ad attenuare l’amarezza di alcuni vecchi membri del kibbutz si starebbe producendo una realtà nuova, un ricambio di popolazione dovuto anche alle trasformazioni economiche imposte dalla crisi. «Oggi – assicura Shay – a Degania non vivono soltanto contadini ma anche liberi professionisti, un avvocato, un medico, che hanno deciso di tornare a vivere nel kibbutz pur lavorando fuori. Naturalmente contribuiscono in tutto alle spese comuni e questo cespite proveniente dalle attività esterne, o private, rappresenta il quarantacinque per cento delle nostre entrate, mentre il trentacinque è dato dall’agricoltura (banane e datteri) e il venti dalla fabbricazione di diamanti industriali».

Che i kibbutz si siano aperti al mondo esterno non c’è dubbio. Molti giovani, ad esempio, trovano nelle vecchie comuni agricole quelle condizioni di vita che le città, affogate nello smog e nel traffico, non possono offrire. Tuttavia non si può ancora parlare di un vero e proprio afflusso. In fin dei conti, la maggiore speranza dei dirigenti dei kibbutz di migliorare le finanze comuni è affidata al turismo. Molti kibbutz della Galilea si sono trasformati in resort.

E si vede che questa, nonostante il blasone, la ricca storia e il passato eroico, di cui è testimonianza il piccolo carro armato siriano esposto ai cancelli, residuato della guerra del ’48 e di una fortunata controffensiva dei kibbutziniki a colpi di bottiglie molotov, quella del turismo, dicevamo, è nonostante tutto anche la tentazione di Degania.
Approfittando della privatizzazione del 2004 una famiglia del kibbutz ha aperto un piccolo ristorante proprio di fronte alla vecchia stalla dei
pionieri, oggi trasformata in teatro e sala cinematografica. Pasta, insalate e cucina kasher, naturalmente, per compiacere il pubblico religioso. Questa è la culla del socialismo laico, ma non si sa mai. – ALBERTO STABILE

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