Il RAPPORTO AMNESTY 2011 sui DIRITTI UMANI nel MONDO: una situazione difficile ma con grandi prospettive di speranza (a partire dalle RIVOLUZIONI ARABE)

Il Rapporto annuale di Amnesty International 2011 documenta la situazione dei diritti umani in 157 paesi e territori. Descrive un mondo in cui le persone sfidano l’oppressione, nonostante le molte misure repressive impiegate contro di loro. Il Rapporto dimostra che le comunità più colpite dalle violazioni sono la vera forza motrice della lotta per i diritti umani. La loro determinazione e caparbietà hanno ispirato milioni di persone e reso difficile per gli stati ignorare la sempre più forte richiesta di un cambiamento, che sia finalmente sostanziale e irreversibile. (dal sito http://50.amnesty.it/rapportoannuale2011)

   Il rapporto sui diritti umani di Amnesty International per l’anno 2010, che ha testato 157 paesi, territori e aree geopolitiche, è pieno di novità e di speranza. Sia chiaro che la situazione dei diritti umani resta sempre disastrosa, difficile, tragica. Ma sembra apririsi un valido spiraglio.    E
questa “novità” Amnesty la attribuisce a due fattori: la rivolta delle persone (è chiaro in particolare il riferimento al mondo arabo), anche  individuale, non più surrogata da forme religiose integraliste e ideologie totalizzanti, ma da un sano desiderio di libertà e di affrancamento economico (cioè di ricerca di benessere); e dall’altra, l’altro fattore importante, i nuovi strumenti di informazione globale (internet e i social network, che permettono di “ricevere comunicazione” anche dove i governi e i poteri totalizzanti cercano in tutti i modi di “bloccare” la conoscenza dei fatti, degli accadimenti. Su quest’ultimo elemento, che Amnesty ne fa uno degli elementi dominanti della sua relazione annuale sui diritti umani nel mondo, essa stessa dice che va visto solo come “strumento” e non “finalità” (come spesso invece accade); e che va valutato volta per volta perché può anche essere dannoso (nel senso che anche i governi totalitari lo possono usare per “individuare” e colpire le persone a loro non gradite).

candela e filo spinato: il simbolo di Amnesty International

   Ci viene da dire che possiamo essere giunti, potremmo giungere (il condizionale è d’obbligo) alla “globalizzazione dei diritti”, non solo a quella dell’economia. Quel governo mondiale della giustizia, dei diritti, che riesce a superare la giustizia dei governi, quando essa è sommaria, quando una persona subisce violenza e torto. E l’informazione, diversa da quella sotto controllo, è fondamentale.

   In questo senso, insiste il “rapporto Amnesty”, non si può negare l’importanza che hanno avuto, nel contesto della politica internazionale, le rivelazioni fatte da Wikileaks: cioè come si siano, con un gesto definito dai governi di “pirateria informatica”, cambiate le regole del gioco rispetto a chi controlla l’informazione.

   E’ interessante come Amnesty International riconosca in se stessa una parziale mutazione del modo di operare (vi riportiamo in questo post, con nostre opportune evidenziazioni, l’introduzione al “rapporto sui diritti” fatta dal suo segretario generale Salil Shetty): cioè si evidenzia che la mission di Amnesty rimane tale sì nel denunciare e seguire i singoli casi di oppressione e ingiustizia nelle varie parti del pianeta; ma che allo stesso tempo bisogna connettere sempre di più i singoli gravi casi di violazione con la politica e l’azione generale dei governi che vengono a perpetrare e assecondare tali violazioni alle libertà e al diritto internazionale, che impediscono i diritti umani. E che le disuguaglianze nelle limitazioni delle libertà fondamentali di espressione, di vita quotidiana (e le donne sono quelle che più ancora subiscono, dice Amnesty) si accompagnano strettamente con la disuguaglianza economica, con masse di individui, fatte di singole persone nella loro specificità, che sono impedite a vivere in condizioni di sereno benessere.

   E’ interessante in ogni caso che ci si concentri (nel rapporto) su quel che sta accadendo (di davvero positivamente incredibile) nei paesi arabi; e di come a smascherare il “gioco sporco” dell’Occidente nell’appoggiare finora più di quel che appariva le dittature, ci abbiano pensato persone senza potere, semplici, manifestando in piazza senza paura delle conseguenze possibili (ma consapevoli che dovevano essere una moltitudine), e, appunto, lo strumento dei network globali di informazione che i governi totalitari controllano con  molta difficoltà.

Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International

Interessante poi che nell’epoca di crisi delle ideologie e delle religioni ufficiali, si ritorni nel mondo a indicare valori fondamentali, laici, di riferimento imprescindibile: libertà, uguaglianza, fraternità… che sono stati alla base della rivoluzione francese del 1789. Ovviamente non basta: e adesso viene il nodo vero di costruire un governo mondiale, federalista nei poteri: dove ogni singolo popolo, villaggio comunità, e persona, possa essere padrone della propria vita; e con regole e strumenti di benessere economico affinché siano per tutti garantiti pace e sviluppo.

……………………..

 “DAL MONDO ARABO UNA SVOLTA E’ LA RIVOLUZIONE DEI DIRITTI”

– Il rapporto Amnesty: ma la via verso la giustizia resta lunga – di Francesca Paci, da “la Stampa” del 13/5/2011

Novantotto Paesi dediti alla tortura, 54 avvezzi a processi iniqui, 89 nemici della libertà d`espressione, 23 macchiatisi della pena capitale: come sempre il rapporto di Amnesty International non è la più confortevole delle letture, testimone com`è delle peggiori violazioni e delle più feroci crudeltà commesse regolarmente in ben 157 nazioni.

Quest`anno però, mezzo secolo dopo la nascita della rispettata organizzazione non governativa, tra i condannati a morte e i reclusi a vita s`intravede uno spiraglio. Sebbene ancora in divenire, l`ormai celebre primavera araba aggiunge una nota di colore al cupo censimento della violenza inserendo se non proprio un nuovo capitolo nella storia politica mediorientale e nordafricana quantomeno l`incipit di una svolta.

«La rivoluzione dei diritti umani è vicina» annuncia il portavoce di Amnesty Riccardo Noury. Il tono ottimista è insolito ma deciso: «Le rivolte del mondo arabo hanno avviato un cambiamento, il primo passo per superare le dittature è sempre cacciare il dittatore. È dalla fine degli Anni 80 che non vediamo tanti despoti con le ore contate, la paura ha contagiato perfino la Cina». Se servisse una conferma, Pechino, dove il regime «assolda blogger filogovernativi per reprimere gli attivisti», ha appena messo al bando il gelsomino, temibile fiore simbolo della primavera tunisina.

Certo la conquista di uno standard globale medio-alto è in alto mare. La libertà d`espressione, precisa il presidente della sezione italiana di Amnesty Christine Weise, è minacciata a 360 gradi: «I governi di Libia, Siria, Yemen e Bahrein hanno mostrato l`intenzione di picchiare, malmenare e uccidere per poter restare al potere.

Governi repressivi, come quelli di Azerbaigian, Cina e Iran, stanno cercando di impedire una rivoluzione del genere». Per non parlare delle condanne a morte: lo scorso anno il boia ha lavorato intensamente in ben 5 Paesi in più rispetto al 2009: le condanne a morte sono passate da quota 56 a quota 67. Tra esecuzioni e imbavagliamenti, due terzi della popolazione mondiale non ha tutele legali a causa del sistema giudiziario corrotto, discriminatorio o addirittura inesistente.

«Non tutto va bene neppure nei Paesi da cui arrivano i segnali più incoraggianti come la Tunisia; anche quando cadono le dittature c`è bisogno di tempo per cambiare le leggi, le prassi, le abitudini» spiega ancora Riccardo Noury.

L`Egitto di piazza Tahrir, per esempio, è ben lungi dal mantenere le promesse del 25 gennaio: «Ci sono luci e ombre. Non tutti i detenuti delle prigioni di Mubarak sono stati ancora rilasciati e poi c`è la storia degli arresti dell`8 marzo, quando, a poche settimane dal crollo del regime, numerose manifestanti furono fermate e sottoposte dall`esercito all`orrendo test di verginità».

Le donne continuano a essere la cartina di tornasole delle violazioni del diritto. Nei Paesi civilmente più arretrati, dove vengono sistematicamente ostacolate nella partecipazione sociale ma anche nell`illuminista Europa, che risulta abbia compiuto un discreto passo indietro per quanto riguarda il rispetto degli immigrati e delle musulmane velate.

Eppure almeno c`è Internet. I dati e le proiezioni di Amnesty confermano che la diffusione dei social media offre l`opportunità di un cambiamento favorevole ai diritti umani. A condizione di tenere gli occhi aperti. Sul fronte delle nuove tecnologie, avverte Christine Weise, «è in corso una battaglia cruciale per il controllo dell`accesso all`informazione, dei mezzi di comunicazione e della rete». Vale a dire che il web è uno strumento per gli attivisti ma anche per le dittature come dimostra il caso della Siria dove a ridosso del trionfo della rivoluzione egiziana il presidente sdoganò il fino allora bandito Facebook per controllare meglio i dissidenti.

Il bicchiere alla fine è per una volta mezzo pieno. L`immagine isolata del ragazzo cinese che sfida il tank in piazza Tienanmen è oggi una sequenza ininterrotta. Il boia è ancora troppo popolare in troppi Paesi. Ma, chiosa Amnesty, «il genio è uscito dalla bottiglia e le forze della repressione non lo ricacceranno dentro». (Francesca Paci)

………………………

i 50 anni di Amnesty – L’INIZIATIVA DEL CORRIERE DELLA SERA

Eventi – Il 28 maggio del 1961 nasceva l’Organizzazione per i diritti umani e civili che oggi conta 2,8 milioni di soci e sostenitori in tutto il mondo. Dalla Cina al Medio Oriente, fino alle democrazie occidentali, una presenza scomoda per i governi. Ma più che mai utile
per denunciare quello che non va e raccontare le storie di chi continua a combattere

LE PERSONE E LA DIGNITÀ

– Il nostro  impegno comune nel cinquantenario. Le denunce, le storie e un blog per  raccoglierle –

di Alessandro  Cannavò, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2011

   Cinquant’ anni fa Peter Benenson scrisse su un tovagliolino di carta seduto al tavolo di un bar nel Lussemburgo i tre principali obiettivi che Amnesty avrebbe dovuto portare avanti: la scarcerazione di ogni essere umano arrestato per le sue opinioni, l’ abolizione
della tortura, la cancellazione della pena di morte
.

   Le cronache e le immagini quotidiane ci dicono che questi tre punti sono drammaticamente e dolorosamente attuali, ma la società aperta e articolata del XXI secolo impone l’attenzione anche su altre libertà violate, come quella religiosa e sessuale. Ed è compito di un giornale, oggi più che mai, andare oltre il resoconto delle emergenze e raccontare in modo obiettivo e approfondito i casi di ingiustizia che si verificano in tutto il mondo, anche in quella parte del pianeta che può sventolare la bandiera della democrazia.

   Da tale convinzione, che è anche una necessità, nasce la collaborazione del Corriere della Sera con la sezione italiana di Amnesty International, un’alleanza che viene battezzata con queste pagine. Per tutto il 2011, l’anno del cinquantesimo, il nostro quotidiano lavorerà fianco a fianco con l’organizzazione per denunciare emergenze e abusi ma anche per segnalare quei casi positivi che testimoniano il senso di un impegno costante. Quell’impegno che dà, in mezzo a tanti soprusi, la gioia di alcuni traguardi raggiunti. Che sono importanti vittorie.

   Non dimentichiamoci quella candela accesa, pur attorniata dal filo spinato, che simboleggia la speranza: è un’ immagine perfetta dello spirito di Amnesty. Come si esprimerà questo impegno, che si concluderà prima di Natale con un convegno a Milano promosso dalla Fondazione Corriere della Sera?

   Ogni mese sulle pagine del quotidiano verrà raccontata una storia emblematica, corredata di dati, riguardante i campi in cui agisce l’organizzazione, dalla violenza sulle donne al traffico illegale d’armi, dalla libertà d’espressione calpestata ai genocidi dimenticati dall’opinione
pubblica.

   Inoltre a fine maggio nascerà un blog, aperto ai lettori, intitolato «Le persone e la dignità»: un giornalista del Corriere e un attivista di Amnesty lavoreranno insieme per discutere su ogni tipo di abuso e promuovere iniziative. Un’occasione importante per rendere concreto un principio che ha sempre animato Amnesty: ogni singola persona può fare qualcosa. Noi siamo pronti a raccogliere questa sfida. (Alessandro Cannavò)

………………………

2010, AMNESTY CELEBRA LA SVOLTA SUI DIRITTI WEB E PRIMAVERE ARABE, IL MONDO È MIGLIORE

di Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 13/5/2011

   Nel pianeta connesso e nell’era digitale non c’è più posto per gli abusi. Ai tempi di Facebook e Twitter è scomparsa la divisione fra i fortunati occidentali, nei Paesi civilizzati e rispettosi dei diritti umani, e le masse un tempo dimenticate nelle terre della prepotenza.

   Non c’era modo più adeguato di festeggiare i cinquant’ anni, per Amnesty International, che presentare il rapporto annuale 2011 con una sfumatura di ottimismo: chi l’avrebbe immaginato, mezzo secolo fa, che la dignità degli esseri umani avrebbe fatto tutta questa strada?

   Nessuno avrebbe creduto di ottenere risultati «mobilitando persone comuni», ricorda la presidente Christine Weise. Eppure i semplici hanno conquistato la Storia con la S maiuscola, in quella che oggi è «una rivoluzione dei diritti umani». Nelle parole della Weise la formula magica si svela: è la miscela fra la mobilitazione tenace e l’accesso alla Rete, la militanza e l’interconnessione computerizzata.

   Le rivolte in Medio oriente e nord Africa sono il segnale più evidente: «La gente sfida la paura. Persone coraggiose scendono in strada nonostante le pallottole, le percosse, i gas lacrimogeni e i carri armati», dice la presidente di Amnesty. Certo, c’è ancora molto da fare: nei 98 paesi che usano la tortura, nei 54 che adottano una giustizia iniqua, negli 89 che limitano la libertà d’espressione, nei 48 che detengono prigionieri di coscienza, nei 23 che hanno fatto lavorare il boia o nei 67 che hanno emesso condanne capitali.

   Ma le cifre che riassumono il 2010 non dicono tutta la verità: cioè che queste violazioni sono sempre più intollerabili, perché nel mondo la concezione della sacralità umana è sempre più solida. Ne fa parte anche una voglia di democrazia impossibile da sopprimere, quasi che la bandiera della Tunisia, il paese dove la rivolta del Maghreb è cominciata, sia esposta ovunque, dall’Azerbaigian allo Zimbabwe, in un alfabeto dove finalmente è presente la vergogna, dove le violazioni diventano più nascoste e inconfessabili.

   È la globalizzazione: quella dei diritti, non solo quella dell’economia. Ovviamente ci sono resistenze: «Era dai tempi della Guerra fredda che così tanti governi non affrontavano una sfida al loro attaccamento al potere». Ma adesso i blocchi non esistono più, la richiesta di diritti che si propaga «è la prova che costituiscono una esigenza universale».

   A sottolineare che il movimento non si ferma, potrebbe bastare l’idea che un personaggio come Hosni Mubarak, fino a ieri simbolo dell’immutabilità del potere, dovrà rispondere dei suoi abusi, che Zine el Abidine Ben Ali potrebbe essere costretto a farlo. Insomma, dice la Weise, «il genio è uscito dalla bottiglia e le forze della repressione non potranno ricacciarlo dentro».

   In questo senso mostra «un respiro corto» anche la politica del governo italiano, con «gli sgomberi forzati dei campi nomadi», con «la discriminazione dei Rom», con «l’ intolleranza nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender». «Il 2010 è cominciato con i fatti di Rosarno», ricorda Giusy D’Alconzo, responsabile per l’ Italia. Ed è continuato «senza investimenti sul futuro», con il tentativo di cancellare e ridurre a un problema di sicurezza un fenomeno insopprimibile come le migrazioni. «Ma l’umanità in cammino», sottolinea la delegata di Amnesty, «non si può recintare». (Giampaolo Cadalanu)

……………………….

Amnesty International – INTRODUZIONE AL RAPPORTO ANNUALE 2011 “LA SITUAZIONE DEI DIRITTI UMANI NEL MONDO”

L’USO DELLE NUOVE TECNOLOGIE NELLA SFIDA DEGLI ATTIVISTI CONTRO LA REPRESSIONE

di Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International

   Il 2010 potrà essere senz’altro ricordato come un anno di svolta in cui attivisti e giornalisti hanno utilizzato nuove tecnologie per mettere il potere di fronte alla verità e, nel farlo, hanno promosso un maggior rispetto dei diritti umani. È stato anche l’anno in cui governi repressivi si sono trovati davanti alla concreta possibilità di avere ormai i giorni contati.

   L’informazione è una fonte di potere, e per quanti sfidano gli abusi da parte degli stati e altre istituzioni, questo è un tempo esaltante. Sin dalla creazione di Amnesty International 50 anni fa, siamo stati testimoni e artefici di grandi cambiamenti simili nella lotta tra coloro che perpetrano gli abusi e tutte quelle persone che con coraggio e inventiva mettono in luce le loro malefatte. In quanto movimento creato per far confluire l’indignazione globale in azione in difesa degli oppressi, il nostro impegno è di sostenere quegli attivisti che immaginano un mondo in cui l’informazione sia veramente libera e in cui possano esercitare il diritto di esprimere pacificamente il loro dissenso, al di là del controllo delle autorità.

   Da 50 anni, Amnesty International esplora le frontiere della tecnologia per dare voce a chi non ha potere e alle vittime degli abusi. Dalle telescriventi, le fotocopiatrici e i fax per passare alla radio, la televisione, le comunicazioni satellitari, i telefoni, le email e Internet, abbiamo utilizzato ogni mezzo per sostenere la mobilitazione di massa. Sono tutti strumenti che hanno contribuito alla lotta per la difesa dei diritti umani, nonostante i sofisticati tentativi dei governi di limitare il flusso delle informazioni e di censurare le comunicazioni.

   Quest’anno Wikileaks, un sito web dedicato alla pubblicazione di documenti provenienti da un’ampia varietà di fonti, ha iniziato a postare le prime centinaia di migliaia di file che sarebbero stati scaricati da un ventiduenne analista informatico dell’intelligence militare statunitense, Bradley Manning, il quale si trova attualmente in detenzione preprocessuale e rischia più di 50 anni di carcere, se sarà ritenuto colpevole di spionaggio e di altre accuse.

   Wikileaks ha creato una sorta di “discarica” facilmente accessibile su cui gli “informatori” di tutto il mondo riversano i loro dati, dimostrando tutto il potere di questa piattaforma che diffonde e rende pubblici documenti governativi secretati e riservati. Sin dall’inizio Amnesty International ha riconosciuto il contributo dato da Wikileaks alla causa dei diritti umani, dopo che il sito aveva postato informazioni riguardanti le violazioni compiute in Kenya nel 2009.

   Ma ci sono voluti corrispondenti della stampa tradizionale e analisti politici per passare al setaccio dati grezzi, analizzarli e identificare le prove dei crimini e delle violazioni contenute in questi documenti. Facendo leva su queste informazioni, gli attivisti politici si sono serviti dei nuovi strumenti di comunicazione ormai ampiamente disponibili sui telefoni cellulari e dei social network per spingere le persone a scendere in strada per chiedere giustizia.

   Un esempio straordinario e al contempo tragico di quanto può essere potente l’azione del singolo se amplificata dai nuovi strumenti del mondo virtuale è dato dalla vicenda di Mohamed Bouazizi. Nel dicembre 2010, Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante di Sidi Bouzid, in Tunisia, si è dato fuoco davanti al municipio per protestare contro le vessazioni della polizia, l’umiliazione, le difficoltà economiche e il senso di impotenza sperimentato dai giovani come lui.

   Le parole che descrivevano il suo gesto di disperazione e di sfiducia hanno viaggiato in tutta la Tunisia, tramite i cellulari e Internet e quelle parole sono riuscite a galvanizzare il dissenso covato per lungo tempo rispetto a un governo oppressivo, con conseguenze del tutto impreviste. Mohamed Bouazizi è morto per le ustioni che si era procurato, ma la sua rabbia è sopravvissuta sotto forma di protesta per le strade del suo paese.

   Gli attivisti tunisini, un gruppo che comprende tra gli altri sindacalisti, membri dell’opposizione politica e giovani (alcuni dei quali si erano organizzati sulla rete) sono scesi in piazza per manifestare il loro sostegno alle rivendicazioni di Mohamed Bouazizi. Attivisti di lunga data si sono quindi uniti ai giovani manifestanti per sfidare la repressione del governo tunisino, utilizzando i nuovi strumenti.

   Quest’ultimo ha cercato di attuare un rigido oscuramento dei mezzi di informazione e ha bloccato l’accesso individuale a Internet ma, grazie alle nuove tecnologie, le notizie si sono diffuse rapidamente. I manifestanti hanno ribadito che la loro rabbia scaturiva dalla brutale repressione del governo nei confronti di chi osava sfidare il suo autoritarismo, oltre che dalla mancanza di opportunità economiche, in parte causata dalla corruzione del governo.

   A gennaio, a meno di un mese dal gesto disperato di Mohamed Bouazizi, il governo del presidente Zine El ‘Abidine Ben ‘Ali è caduto ed egli ha lasciato il paese, rifugiandosi a Jeddah, in Arabia Saudita. Il popolo tunisino ha celebrato la fine di oltre 20 anni di un regime impunito, aprendo la strada al ripristino di un governo eletto, partecipativo e rispettoso dei diritti.

La caduta del governo di Ben ‘Ali ha avuto ripercussioni nell’intera regione e nel mondo. Stati che utilizzavano tortura e repressione per eliminare il dissenso e che si erano arricchiti attraverso la corruzione e lo sfruttamento economico erano a quel punto costretti a guardarsi alle spalle. Anche le élite locali e i governi esteri che avevano sorretto questi regimi illegittimi, mentre pontificavano di democrazia e diritti umani, manifestavano un certo nervosismo.

   In meno di un attimo la mobilitazione in Tunisia ha generato agitazioni in altri paesi. La gente è scesa per le strade in Algeria, Bahrein, Giordania, Egitto, Libia e Yemen. Gli strumenti a disposizione nel 2010 potevano anche essere nuovi ma le rivendicazioni erano sempre le stesse: la richiesta di una vita dignitosa, nella piena affermazione dei diritti civili, culturali, economici, politici e sociali. Gli attivisti che in tutto il mondo avevano per troppo tempo sopportato la minaccia e la realtà della carcerazione, della tortura e della brutalità a causa delle loro opinioni politiche, del loro credo o della loro identità, immaginavano in quel momento un altro mondo possibile, che garantisse la libertà dalla paura e una significativa partecipazione politica.

   Ciò che emergeva chiaramente nei diversi post era che la mancanza di opportunità economiche sperimentata da molte persone nell’intera regione echeggiava nel profondo di coloro che offrivano sostegno agli attivisti in Tunisia. Basta poco per far emergere la frustrazione della gente che vive sotto governi repressivi. Ad esempio, in Egitto, Khaled Siad è morto a giugno a seguito di un’aggressione da parte di due agenti di polizia in un Internet caffè ad Alessandria. La sua morte ha scatenato proteste nell’opinione pubblica, in quello che con il senno di poi è parso essere un segno precursore delle manifestazioni di massa che sarebbero di lì a poco occorse, nel 2011. I poliziotti sono stati incriminati per averlo arrestato illegalmente e torturato, ma non in quanto diretti responsabili della sua morte.

   In Iran, le autorità di governo hanno limitato l’accesso alle fonti esterne di informazione come Internet, nel clima di persistente malcontento che aveva fatto seguito alle contestate elezioni del 2009, mentre si aggravavano le ferite generate dal brutale giro di vite sui manifestanti.

   In Cina, il governo ha tentato di insabbiare la vicenda di un giovane che, dopo essere stato fermato dai poliziotti per aver ucciso una donna e ferito un’altra mentre guidava ubriaco, li ha liquidati dichiarando la sua parentela con un alto funzionario di polizia. Il grido “mio padre è Li Gang” è divenuto proverbiale per indicare un’ingiustizia e la storia fra le righe è stata postata e ripostata su Internet in tutta la Cina anche mentre le autorità cercavano con forza di imporre il loro controllo.

   Per quei politici che sostengono la supremazia dei diritti civili e politici su quelli economici, sociali e culturali, o viceversa, la lucidità con cui gli attivisti definiscono la loro frustrazione come collegata alla mancanza di opportunità politiche ed economiche dimostra che questa è una falsa dicotomia che ignora le esperienze di milioni, per non dire miliardi di persone che in tutto il mondo vivono in assenza di entrambe.

   Amnesty International, che ha iniziato come organizzazione impegnata nella tutela dei prigionieri di coscienza, ha da tempo capito che è importante mettere in evidenza le violazioni che stanno alla base e che spronano gli attivisti a scrivere e a scendere per le strade tanto quanto lo è riuscire a porre fine alla detenzione e alle violazioni che li colpiscono. I social network sono innovativi, ma soprattutto importanti in quanto costituiscono un potente strumento che può facilitare la condivisione di esperienze e il reciproco sostegno tra voci critiche insoddisfatte che vivono sotto governi che in tutto il mondo si rendono ugualmente responsabili di violazioni.

NOTIZIE TRAPELATE E RIVELAZIONI
A luglio, Wikileaks e diverse testate giornalistiche di primo piano hanno iniziato a far uscire quasi 100.000 documenti riguardanti la guerra in Afghanistan. La loro pubblicazione ha suscitato controversie in merito al contenuto, la legalità e le conseguenze della fuga di notizie. I documenti hanno fornito prove attendibili delle violazioni dei diritti umani documentate da attivisti e giornalisti, violazioni che i governi dell’Afghanistan e della Nato hanno negato.

   Ma le organizzazioni di difesa dei diritti umani si sono anche allarmate quando i talebani hanno annunciato che stavano esaminando i documenti pubblicati su Wikileaks e che avrebbero punito gli afgani che avessero collaborato con il governo dell’Afghanistan o con i suoi sostenitori internazionali. Le nuove tecnologie, come tutti gli strumenti, presentano sia rischi che benefici; Wikileaks ha intrapreso misure per assicurare che la futura pubblicazione di documenti avrebbe incorporato il consolidato principio di “non nuocere”, un caposaldo del lavoro di Amnesty International da ormai 50 anni.

   In risposta, i governi implicati nelle violazioni hanno accampato la solita vecchia scusa secondo cui i documenti trapelati che ponevano in evidenza le loro violazioni e fallimenti costituivano una minaccia per la sicurezza nazionale ed erano pertanto illegali. Nel complesso essi semplicemente non hanno tenuto conto del fatto che erano state rivelate prove che riguardavano reati ai sensi del diritto internazionale, oltre che prove della loro incapacità di indagare questi crimini e di perseguirne i responsabili.

   A ottobre, Wikileaks ha pubblicato quasi 400.000 documenti relativi alla guerra in Iraq. Ancora una volta, Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno sottolineato che i governi implicati che gridavano alla sicurezza nazionale a tutti gli effetti non stavano ottemperando al loro obbligo di indagare e perseguire i responsabili di crimini di guerra e altri reati ai sensi del diritto internazionale. I documenti hanno inoltre confermato il fatto che mentre questi governi si affrettavano a liquidare i rapporti di Amnesty International e di altre organizzazioni per i diritti umani su queste violazioni erano in realtà già in possesso di documenti che dimostravano chiaramente la loro veridicità.

   Ma queste notizie trapelate sono piccola cosa di fronte al capitolo finale del 2010, quando Wikileaks e cinque importanti testate giornalistiche hanno iniziato a pubblicare simultaneamente i primi 220 di 251.287 cablogrammi diplomatici riservati, ma non top-secret, trasmessi da 274 ambasciate, consolati e missioni diplomatiche statunitensi in tutto il mondo, datati dal 28 dicembre 1966 al 28 febbraio 2010. Le nuove informazioni rese disponibili, analizzate da esperti redattori di giornale così come da appassionati blogger, sono state fatte proprie da movimenti già esistenti e hanno ispirato nuovi protagonisti.

AGITAZIONI NEL MONDO
   Sono state date interpretazioni differenti del caso di Wikileaks; alcuni commentatori hanno definito il suo modo di agire una sorta di “vuoto morale”, mentre altri lo hanno visto come l’equivalente in chiave moderna delle “carte del Pentagono”. Quel che è certo, in ogni caso, è
l’impatto che le notizie trapelate hanno avuto.

   Mentre la “rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia non sarebbe avvenuta senza la lunga lotta di coraggiosi difensori dei diritti umani nel corso degli ultimi 20 anni, il sostegno dato agli attivisti dall’esterno del paese potrebbe essere stato rafforzato dai documenti pubblicati da Wikileaks sulla Tunisia, che avevano fatto comprendere le cause della rabbia.

   In particolare, alcuni dei documenti hanno dimostrato come i paesi di tutto il mondo fossero consapevoli sia della repressione politica sia della mancanza di opportunità economiche ma che in generale non stessero facendo nulla per sollecitare un cambiamento.

   Una fuga di notizie ha dimostrato che l’allora inviato canadese, l’ambasciatore statunitense e l’ambasciatore britannico erano tutti consapevoli che le forze di sicurezza tunisine torturavano i detenuti; che le assicurazioni diplomatiche in base alle quali il governo prometteva di non torturare i detenuti rimandati in Tunisia erano “di valore” ma inaffidabili; e che l’Icrc non aveva accesso alle strutture di detenzione gestite dal ministero dell’Interno. (nota di Geograficamente: l’ICRC è il Comitato Internazionale della Croce Rossa -CICR-, appunto in inglese International Committee of the Red Cross -ICRC-, istituzione di carattere umanitario, caratterizzata dall’imparzialità, neutralità ed indipendenza. Ha delle responsabilità nel custodire e promuovere il diritto internazionale umanitario, proteggendo e assistendo le vittime dei conflitti armati internazionali, dei disordini e della violenza interna)

   In un altro cablogramma pubblicato, l’ambasciatore statunitense descriveva in dettaglio come l’economia tunisina fosse a pezzi a causa del dilagare della corruzione, che andava dalle estorsioni della polizia al lungo braccio della “famiglia”, vale a dire i parenti stretti e lontani di Ben ‘Ali, che si erano serviti del loro potere per accumulare ricchezze.

   Il che ci riporta a Mohamed Bouazizi e ai molti altri tunisini che sembravano aver percepito che era persa ogni speranza di fronte alla tortura, alla privazione economica, alla corruzione del governo, alla brutalità della polizia e all’inesorabile repressione nei confronti dell’opposizione politica e di chiunque altro avesse deciso di dar voce al proprio dissenso.

   Bouazizi non aveva alcun aggancio politico per poter sperare di avere opportunità economiche e quando aveva cercato di crearsene una vendendo frutta e verdura con un carretto per strada, la polizia gli aveva confiscato la merce. Quando si è rivolto alle autorità politiche per reclamare contro l’abuso subito dalla polizia, queste si sono rifiutate di registrare la denuncia e avviare un’indagine.

   I motivi della protesta di Mohamed Bouazizi non erano per nulla straordinari. Ma il suo gesto di immolarsi è avvenuto più o meno contemporaneamente alla pubblicazione da parte di Wikileaks di documenti che dimostravano come i governi occidentali che si erano alleati con l’esecutivo di Ben ‘Ali fossero consapevoli di tutte queste problematiche ma apparentemente riluttanti a esercitare pressioni esterne sul governo affinché rispettasse i diritti umani.

   La combinazione di questi due eventi sembra aver innescato l’enorme sostegno offerto ai manifestanti in Tunisia. La gente dei paesi confinanti ha dimostrato di sostenerli in maniera particolarmente forte e di trovarsi in alcuni casi ad affrontare gli stessi ostacoli alla piena affermazione dei diritti civili, culturali, economici, politici e sociali.

UNA RISPOSTA EFFICACE
Di fronte alla situazione in Tunisia ed Egitto, la risposta dei governi occidentali fa riflettere. Gli Stati Uniti hanno chiuso le loro lunghe relazioni con il presidente tunisino Ben ‘Ali. Il ministro degli Esteri francese si è inizialmente proposto per aiutare il governo di Ben ‘Ali a gestire la protesta, ma in Francia la posizione assunta è stata accolta con indignazione e i francesi sono alla fine venuti in aiuto dei manifestanti, dopo che Zine El ‘Abidine Ben ‘Ali era fuggito dalla Tunisia. Davanti ad analoghe proteste in Egitto, gli Stati Uniti e molti governi europei sono parsi sorpresi e riluttanti a sostenere l’iniziale richiesta dei manifestanti che il presidente Mubarak lasciasse il potere.

   Gli Stati Uniti in particolare avevano investito molto nella stabilità del governo di Mubarak nonostante le abbondanti prove della sua brutalità negli ultimi 30 anni. Di fatto, in tutto il mondo, molti governi che proclamano il valore dei diritti umani e della democrazia hanno sostenuto esplicitamente leader politici come Muhammad Hosni Mubarak in Egitto e Zine El ‘Abidine Ben ‘Ali in Tunisia, pur essendo ben consapevoli di quanto questi fossero corrotti, repressivi e irrispettosi dei diritti dei loro cittadini.

   Di fatto, le prime rendition straordinarie (la tortura esternalizzata) erano già avvenute sotto l’amministrazione Clinton che aveva inviato detenuti in Egitto, un luogo ben noto per il suo sistematico utilizzo della tortura. La prova di tale ipocrisia, rafforzata dai molti cablogrammi diplomatici resi disponibili da Wikileaks, ha messo a nudo questi governi e ha gettato dubbi sul loro impegno in difesa dei diritti umani. Alla fine, il coraggio dei manifestanti pacifici che hanno rischiato la loro vita nelle strade del Cairo e di altre città si è rivelato qualcosa di troppo grande per il presidente Mubarak e i suoi alleati.

   Sull’onda dei dispacci diplomatici trapelati, i governi si sono dati da fare per immaginare quali reati poteva aver commesso Wikileaks (e Bradley Manning). La risposta nasconde aspetti inquietanti. Il governo statunitense, che con la maggior veemenza ha attaccato Wikileaks, aveva un’opinione diversa quando era favorevole a proseguire nella diffusione di nuove informazioni che riguardavano altri paesi. Nel mese di
gennaio, la segretaria di stato statunitense ha tenuto un discorso che mirava a incoraggiare gli stati di tutto il mondo a far sì che i loro residenti avessero accesso a Internet, paragonando la censura imposta alla rete del muro di Berlino. “L’informazione non è mai stata così libera”, ha dichiarato Hillary Clinton.“Anche in paesi autoritari, i network di informazione stanno aiutando la gente a scoprire nuovi fatti e a chiamare i governi a rendere conto del loro operato.”

   Ha poi proseguito la sua relazione affermando che, durante la sua visita in Cina nel novembre 2009, il presidente Barack Obama aveva “difeso il diritto della gente ad accedere liberamente all’informazione e aveva detto che più le informazioni fluivano liberamente e più forza acquisivano le società. Egli ha parlato di come l’accesso all’informazione aiuta i cittadini a chiamare i governi a rispondere del loro operato, genera nuove idee e incoraggia la creatività”.

   Ma gli Stati Uniti non sono i soli a voler una rete “che non disturba” o a voler impiegare le cibertecnologie per violare il diritto alla riservatezza. Internet ha messo ancor più in luce il desiderio dei governi di controllare l’accesso all’informazione ogni volta che cercano di censurare coloro che utilizzano la rete, se ritengono che il contenuto rappresenti una minaccia per chi detiene il potere, proprio come fanno quando accrescono la ferrea sorveglianza sui loro arsenali.

   È ormai chiaro che i governi non guidano più necessariamente gli eventi, almeno non quanto vorrebbero.  In Cina, la cosiddetta “grande muraglia di fuoco” ha giocato un ruolo importante e dannoso nell’intento di soffocare il libero dibattito che viaggia su Internet. Chi varca i confini delle regole è vittima di vessazioni o viene messo in carcere.

   Ad esempio, nel luglio 2010, Hairat Niyaz, giornalista e redattore web uiguro, è stato condannato a 15 anni di carcere per “aver messo in pericolo la sicurezza dello stato”. Come prova, la corte ha citato le interviste che egli aveva rilasciato a organi di stampa esteri, oltre che la sua traduzione pubblicata online delle richieste di un’organizzazione uigura all’estero, che esortava a protestare contro la gestione del governo di un episodio in cui furono uccisi almeno due uiguri, quando lavoratori cinesi avevano attaccato lavoratori uiguri a Shaoguan, nella provincia di Guangdong, nel sud della Cina. Per l’ennesima volta, tuttavia, nonostante le più sofisticate tecnologie, le autorità cinesi si sono trovate impreparate o travolte dai messaggi di Twitter inviati dagli utenti di Internet, al pari di un puledro selvaggio che non può essere domato, per usare le parole della blogger cubana Yoani Sánchez.

   Prendiamo l’esempio di Liu Xiaobo, accademico e coautore del manifesto dissidente “Carta 08”. Egli si è ispirato all’attività degli intellettuali dell’Europa orientale che lottavano contro l’autoritarismo comunista degli anni Settanta e Ottanta. Anch’essi avevano beneficiato delle nuove tecnologie, delle fotocopiatrici e dei fax, per diffondere le loro idee e sfidare, e in definitiva rovesciare, governi che si erano resi responsabili di abusi.

   Liu Xiaobo non era granché noto alla maggioranza dei semplici cittadini cinesi, anche dopo essere stato condannato a 11 anni di carcere il giorno di Natale del 2009. E tuttavia, quando nell’ottobre 2010 è stato insignito del premio Nobel per la pace, gli attivisti online di tutto il mondo hanno fatto a gara per ringraziarlo per il suo ruolo.

   Le autorità cinesi erano ansiose di stroncare il dibattito. Prese in contropiede dall’ampio sostegno offerto a Xiaobo, che hanno ufficialmente definito un “traditore”, hanno bloccato la ricerca della frase “sedia vuota”, un termine che molti cinesi avevano iniziato a utilizzare in riferimento al modo con cui era stato reso omaggio a Liu Xiaobo alla cerimonia di premiazione del Nobel a Oslo, in Norvegia.

   Fino a Wikileaks, sembrava che i governi credessero di avere il sopravvento. Ma dopo che le aziende necessarie a Wikileaks per continuare la sua attività avevano ritirato il loro sostegno (e resta da chiarire se ciò sia stato il risultato di pressioni dirette da parte dei governi), le aziende e i governi che avevano condannato Wikileaks sono stati presi d’assalto dagli hacker di tutto il mondo.

   Questa accresciuta azione degli hacker, unita alla continua diffusione dei documenti malgrado le minacce e l’indignazione da parte dei vari governi, è la prova di come Wikileaks abbia cambiato le regole del gioco rispetto a chi controlla l’informazione. È anche la dimostrazione di una tendenza a “non fare prigionieri”, in voga tra alcuni hacker senza tener conto della riservatezza e della sicurezza delle persone.

RAGGIUNGERE IL GIUSTO EQUILIBRIO – UNA QUESTIONE DI CAUTELA
Come abbiamo sottolineato prima, il desiderio di rendere pubbliche le informazioni, se sbilanciato rispetto ai diritti delle persone, può determinare problemi. Ad agosto, due donne hanno sporto denuncia nei confronti di Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, ai sensi della legislazione svedese sui reati sessuali. Gli hacker hanno pubblicato i nomi e le identità delle donne le quali sono state denigrate dagli organi di stampa, alla stregua di burattini nelle mani del governo degli Stati Uniti e della Svezia.

   Ciò è la dimostrazione che nel nuovo universo virtuale le donne continuano a essere trattate come pedine, o peggio, come danni collaterali accettabili. Per dirla con chiarezza, le donne meritano che le loro denunce siano pienamente indagate e in presenza di prove sufficienti di veder perseguito il presunto perpetratore. A Julian Assange deve essere garantita la presunzione di innocenza, deve poter beneficiare delle dovute garanzie processuali e ricevere un procedimento giudiziario equo.

   Le norme sui diritti umani rientrano chiaramente nella questione. I governi devono essere trasparenti e possono limitare la libertà di espressione (e il diritto di ricevere e trasmettere le informazioni) soltanto per far rispettare i diritti o la reputazione di altri e per tutelare la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la salute pubblica o i principi morali. Le argomentazioni dei governi secondo cui la sicurezza nazionale è una sorta di carta bianca da usare per limitare l’informazione non sono mai giustificate, specialmente quando le restrizioni appaiono avere l’intento di nascondere le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario. Ma allo stesso modo l’ipocrisia e l’inganno dei governi non giustificano l’azione degli hacker nell’ufficio del procuratore e la violazione della riservatezza delle donne querelanti.

UN FUTURO DIGITALE PER I DIRITTI UMANI
Non c’è nulla di magico o di deterministico in Internet e nelle altre tecnologie di comunicazione. La tecnologia non rispetta né indebolisce i diritti umani. Essa è e continuerà a essere uno strumento utilizzato sia da chi vuole sfidare le ingiustizie del mondo che da chi vuole controllare l’accesso all’informazione ed eliminare le voci del dissenso.

   Si potrebbe obiettare che le stazioni radiofoniche e i telefoni cellulari hanno fatto di più per promuovere e tutelare i diritti umani in Africa, che la maggior parte degli altri metodi convenzionali. L’uso innovativo del cosiddetto “crowdsourcing” [ovvero l’affidare alla gente comune all’esterno lo sviluppo di una data attività, N.d.T.] da parte del sito web Ushahidi.com in Kenya ha aperto un intero nuovo universo di possibilità nella prevenzione dei conflitti.

   La tecnologia è a servizio degli intenti di coloro che la controllano, sia che il loro obiettivo sia la promozione o l’indebolimento dei diritti. Dobbiamo essere consapevoli che in un mondo caratterizzato da un’asimmetria del potere, la capacità dei governi e di altri attori istituzionali di sfruttare e abusare della tecnologia sarà sempre superiore a quella degli attivisti della società civile, dei sostenitori dei diritti umani oppressi, degli intrepidi “informatori” o di singoli cittadini il cui senso di giustizia esige che sia possibile ricercare le informazioni o descrivere e documentare una data ingiustizia attraverso l’impiego di queste tecnologie.

   Nell’ambito del dibattito che riguarda Wikileaks, la diffusione di documenti con apparente scarsa attenzione per la sicurezza di coloro su cui vengono puntati i riflettori e le controversie che circondano il caso giudiziario per reati sessuali a carico di Julian Assange rendono difficile poter parlare di “chiarezza morale”. Non si tratta di un caso che implica il concetto di chiarezza morale nel senso che noi associamo, almeno in retrospettiva, alla pubblicazione delle “carte del Pentagono”.

   Per quanti ritengono che Wikileaks sia amorale, è importante sottolineare che quando coloro che sono al potere non dicono la verità come dovrebbero, per quanti convivono quotidianamente con l’abuso di potere è comprensibilmente altrettanto importante poter celebrare Wikileaks. La loro ultima speranza di ottenere giustizia è la divulgazione, per quanto questa possa essere disordinata, imbarazzante e apparentemente controproducente.

   In definitiva, questi sono tempi sorprendenti per Amnesty International e altri attivisti dei diritti umani, che vedono le possibilità offerte dalla tecnologia per far luce sulla verità e tenere alto un dibattito che riesca a eludere la censura imposta dai governi e a mantenerci connessi al di là dei confini. Noi immaginiamo la promessa di vivere in un mondo veramente omogeneo in cui tutte le persone abbiano accesso in modo costruttivo all’informazione, in cui tutte le persone possano prendere parte pienamente alle decisioni che influenzano le loro vite e in cui nessuna ingiustizia rimanga impunita.

   Nel 2011, Amnesty International celebra l’anniversario dei 50 anni dalla sua fondazione. Descritto da un critico contemporaneo come “una delle più grandi follie del nostro tempo”, il movimento ha preso il via da una semplice chiamata all’azione dell’avvocato britannico Peter Benenson, che chiedeva alla società di ricordare “il prigioniero dimenticato”. La sua passione traeva ispirazione dalla vicenda di due giovani portoghesi che erano stati incarcerati per aver levato i loro calici per brindare alla libertà.

   Per fortuna, per le migliaia di prigionieri dimenticati da allora, questa “follia” non solo è prevalsa, ma prosegue ancora oggi, e al fianco dei nostri alleati continuiamo a essere determinati a promuovere il diritto all’informazione e alla libertà di espressione. Assieme abbiamo promosso campagne per il rilascio di migliaia di prigionieri di coscienza, alcuni dei quali, come Ellen Johnson-Sirleaf, sono ora capi di stato.

   Assieme abbiamo contribuito nel novembre 2010 al rilascio di Daw Aung San Suu Kyi, dimostrando ancora una volta come l’ostinata perseveranza può portare a un cambiamento positivo. Assieme abbiamo salvato innumerevoli vite, come di recente quella di due attivisti che
hanno sfidato le forze di sicurezza di un’impresa mineraria
le quali erano sul punto di inscenare uno scontro per sbarazzarsi di attivisti disposti a rischiare la loro vita mettendo il potere di fronte alla verità. A 50 anni di distanza il mondo è cambiato enormemente, ma l’imperativo a restare uniti per combattere l’ingiustizia e proteggere i diritti degli esseri umani, ovunque nel mondo, non lo è.

   Questo anniversario è una buona occasione per pensare quanto sono in grado di fare i singoli quando lavorano assieme. Se ciascuno dei soci di Amnesty International, oltre tre milioni di persone, convincesse anche una sola persona a unirsi al nostro impegno per la giustizia, noi raddoppieremmo il nostro impatto. Come abbiamo visto nella regione del Medio Oriente e Africa del Nord, le azioni collettive dei singoli quando si uniscono nella ricerca di un’uguaglianza fondamentale possono avere il potere di abbattere governi repressivi.

   Il bisogno delle persone che danno valore ai diritti e alle libertà di lavorare assieme all’interno e al di là dei confini resta grande mentre i governi insistono a perseguitare quanti sfidano i loro abusi di potere. Mentre singole persone, coraggiose e determinate, rivendicano i loro diritti e le loro libertà, i governi, i gruppi armati, le aziende e le istituzioni internazionali cercano di sfuggire a ogni controllo e responsabilità.

   Ci sentiamo motivati dal rilascio di Daw Aung San Suu Kyi, dal coraggio di Liu Xiaobo, dalla capacità di resistenza di migliaia di prigionieri di coscienza, dal coraggio di innumerevoli difensori dei diritti umani e dalla tenacia, al di là di qualsiasi immaginazione, di centinaia di migliaia di semplici cittadini tunisini i quali, di fronte alla tragica vicenda di Mohamed Bouazizi, sono determinati a farsi garanti della sua eredità, organizzandosi contro l’abuso di quel potere che ha portato alla sua morte. Noi di Amnesty International ci impegniamo a raddoppiare i nostri sforzi per rafforzare il movimento globale di difesa dei diritti umani e a lottare per far sì che nessuno mai si senta così solo nella sua disperazione da non riuscire più a vedere una via di uscita. (Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International)

…………………….

Per vedere le varie schede su ciascun continente/”area di osservazione”:

Africa
Subsahariana
,

 Americhe,

 Asia e
Pacifico
,

 Europa e Asia
Centrale
,

 Medio Oriente
e Africa del Nord
,

vai anche su: http://50.amnesty.it/rapportoannuale2011/introduzione

…………………….

IN PIAZZA PER LA DEMOCRAZIA COSÌ LE RIVOLUZIONI ARABE HANNO SEPPELLITO L´ISLAMISMO

di TAHAR BEN JELLOUN da La Repubblica dell’11 aprile 2011

Dall´Egitto allo Yemen, la protesta laica dei manifestanti. I dimostranti non sono scesi in strada in nome dell´Islam, ma i loro slogan facevano riferimento ai valori universali di dignità, giustizia e libertà.

Il racconto – Nessuno aveva previsto la rivolta dei popoli arabi. Non i servizi di intelligence, particolarmente efficaci e radicati, non gli analisti politici, sia gli accademici che i giornalisti, non la semplice polizia e soprattutto i leader dei movimenti di ubbidienza islamica, dai più radicali ai moderati.

   La scintilla è partita il 17 dicembre da una cittadina della Tunisia, dopo un´umiliazione di troppo che ha spinto Mohamed Bouazizi, venditore ambulante di frutta e verdura, a immolarsi dandosi fuoco di fronte al municipio dove nessuno voleva riceverlo o ascoltare le sue lamentele. Darsi fuoco è qualcosa del tutto estranea alla cultura e alle tradizioni arabe, e soprattutto alla tradizione islamica che, come le altre religioni monoteiste, vieta il suicidio perché lo vede come un affronto alla volontà divina.

   Chi muore suicida non ha diritto a un funerale. Altri cittadini hanno seguito l´esempio di Mohamed Bouazizi, nel Maghreb e nel Mashrek. Sono tutti musulmani, eppure, al momento di sacrificarsi, non hanno tenuto conto della parola di Allah. La prima sconfitta dell´islamismo ha origine da questa disubbidienza ad Allah; il fatto che centinaia di migliaia di persone siano uscite nelle strade a protestare contro un regime corrotto e dittatoriale, senza che venisse mai evocato in alcun modo l´islam o Allah è la dimostrazione che le tesi islamiste ormai sono superate e non riescono più a fare presa.

   È comprensibile che in Tunisia, che era stata laicizzata dall´ex presidente Bourghiba (1903-2000; deposto con la forza da Ben Ali il 7 novembre 1987) e che comunque è piuttosto refrattaria in generale al fanatismo religioso, i manifestanti non abbiano pensato a protestare in nome dei valori islamici.

   Per la prima volta la piazza araba non se l´è presa né con l´Occidente né con Israele. Il fatto che l´islam come costituzione e riferimento principale per un nuovo potere sia stato totalmente ignorato dai milioni di persone scesi in piazza è una chiara dimostrazione di quanto questa rivolta si discosti dalle abitudini consolidate.

La peculiarità delle rivolte arabe sta nella loro natura spontanea e nell´obbiettivo che si pongono, l´ingresso nella modernità, vale a dire l´affermazione dell´individuo e il suo riconoscimento come cittadino e non come suddito sottomesso. Questa modernità nessuno dei partiti politici esistenti l´aveva reclamata in modo tanto diretto.

Ma è in Egitto che l´assenza degli islamisti durante le manifestazioni che sono riuscite a cacciare Mubarak, lo scorso 11 febbraio, colpisce maggiormente. Questo Paese è la culla dell´islamismo dal 1928, quando nacque l´associazione dei Fratelli musulmani. Questo movimento è sempre stato combattuto dal potere, perché Nasser fece impiccare il 29 agosto 1966 un grande intellettuale, Sayyid Qutb, il maître à penser dei Fratelli musulmani, e perché Anwar Sadat fu assassinato il 6 ottobre 1981 da un commando islamista infiltratosi tra le forze armate.

   Lo scorso mese di febbraio, l´Egitto è stato «liberato» senza la partecipazione degli islamisti. Gli slogan che scandivano i dimostranti di piazza Tahrir facevano riferimento ai valori universali di democrazia, dignità, giustizia, lotta contro la corruzione e il ladrocinio. La gente non reclamava soltanto il pane, ma anche valori fondamentali che faranno sì che i regimi corrotti non possano più regnare in piena impunità.

   È questa novità che ha aiutato la rivolta a penetrare in altri Paesi altrettanto chiusi e autoritari, come la Siria o lo Yemen. Gli islamisti reclamano costantemente «un´igiene morale» dello Stato, ma sacrificano sempre l´individuo a beneficio del clan, il clan dei credenti. Non si sono resi conto dell´evoluzione del popolo, non hanno percepito la potenza di questo vento di libertà che cresceva in silenzio, perfino all´insaputa della maggior parte dei protagonisti della rivolta.

Questa è la novità. Non è stata la prima volta che gli egiziani sono scesi in piazza in massa. Non è stata la prima volta che la polizia li ha repressi con ferocia; non è stata la prima volta che dei giovani sono stati arrestati, torturati e perfino assassinati negli scantinati dei commissariati di polizia. Ma è stata la prima volta che la collera è esplosa radicale, profonda, irreversibile. Ed è stata anche la prima volta che questa rivolta ha assunto caratteristiche laiche, senza che i manifestanti lo avessero stabilito.

Qualche militante dei Fratelli musulmani ha cercato di salire in corsa sul treno della rivoluzione, ma gli hanno fatto capire che non era aria, e i Fratelli musulmani hanno mantenuto un profilo basso. Questa assenza, nella dinamica della rivoluzione egiziana, ha avuto conseguenze importanti nel panorama politico del Paese. Dopo la partenza di Mubarak e il trasferimento della direzione dello Stato nelle mani dei militari,
gli islamisti si sono ritrovati nella mischia, fra tanti partiti politici, costretti a mettere in sordina un fanatismo divenuto anacronistico.

Come e perché gli islamisti hanno perso il treno? Innanzitutto perché i Fratelli musulmani sono da tempo in crisi al loro interno. Le nuove generazioni non si intendono con le vecchie. La retorica e i metodi di una volta non funzionano più. Questa crisi è deflagrata al momento della rivolta popolare. I Fratelli musulmani si sono ritrovati superati, marginalizzati, più nessuno credeva alle loro litanie. Questo non vuol dire che il movimento scomparirà. Avrà un suo posto nel contesto democratico. Prima della partenza di Mubarak si calcolava che in caso di libere elezioni gli islamisti non avrebbero superato il 20 per cento dei voti. Oggi queste stime sono riviste al ribasso.

Oggi constatiamo la scomparsa della retorica islamista tra i giovani libici che resistono alla furia del dittatore Gheddafi. Anche in questo caso la resistenza di Bengasi è guidata dalle nuove generazioni, gente che nella maggior parte dei casi ha meno di trent´anni, che in alcuni casi è rientrata dall´Europa e dall´America, dove lavora e studia. Sono arrivati con nuovi metodi di lotta, in particolare Facebook, Twitter e le notizie diffuse attraverso i cellulari. La retorica gheddafiana non li tocca. Hanno bruciato il «libro verde», accozzaglia di pensieri egocentrici senza
fondamento e senza interesse.

All´inizio, quando gli insorti hanno preso la città di Bengasi, Gheddafi ha cercato di agitare lo spettro della paura e del terrorismo, dichiarando alle televisioni estere che si trattava di islamisti, di gente di Al Qaeda. Lo ha ripetuto talmente tante volte che si è capito chiaramente che il suo intento era principalmente quello di mandare un messaggio agli occidentali: attenzione, se accorrerete in soccorso degli
insorti di Bengasi darete una mano ad Al Qaeda.

   La manovra non è riuscita. I ribelli non esibivano il Corano, invocavano l´aiuto delle Nazioni Unite, dell´America, dell´Europa. Il mondo non poteva abbandonare una popolazione male armata di fronte all´artiglieria del dittatore che aveva promesso che sarebbe andato a cercarli «casa per casa, fin dentro gli armadi».

Quando il Consiglio di sicurezza, con la benedizione della Lega araba e dell´Unione africana, ha votato la risoluzione 1973, che autorizza gli alleati a intervenire in soccorso del popolo in pericolo, Gheddafi ha utilizzato lo stesso stratagemma, parlando di crociate!  Ma né la Francia, né la Gran Bretagna né nessun altro è andato in Libia per ammazzare musulmani.

   Il solo che ammazza e continua a massacrare musulmani è Gheddafi. La sua retorica islamista è completamente sfasata. Ricorda quello che aveva fatto Saddam al momento dell´invasione del Kuwait, nel 1991, quando aveva aggiunto un riferimento islamico sulla bandiera e si era
fatto riprendere in preghiera, lui che era un famigerato miscredente.

Ma facciamo un passo indietro. L´Occidente per molto tempo ha creduto che fosse preferibile avere a che fare con un dittatore che avere a che fare con gli islamisti. Ha creduto che gente come il tunisino Ben Ali o l´egiziano Mubarak fossero dei «bastioni» contro il pericolo islamista. Gli europei chiudevano gli occhi e aiutavano questi regimi, facevano affari con loro. Improvvisamente l´islamismo acquisiva un´importanza che non corrispondeva alla realtà e ai fatti.

   Certo, i Fratelli musulmani contestavano il potere egiziano e si presentavano come l´alternativa di fronte al regime del partito unico. La società è attraversata da varie tendenze politiche, e una di queste è islamista, ma non ha l´ampiezza e la forza che certi osservatori occidentali le attribuivano. Certo, Al Qaeda ha cercato di insediarsi nel Maghreb, ha fatto sequestri di persona, ha ricattato gli Stati.

   Ma nessuno pensa più che Al Qaeda sia il vero volto dell´islam. In Tunisia la lotta antislamista era diventata l´alibi perfetto per consentire il radicamento di una dittatura, mettere il bavaglio all´opposizione e fare affari indisturbati. Il leader del movimento islamista Ennahda, Rashed Ghannouchi, rifugiato a Londra, ha detto, appena tornato dall´esilio, che non vuole instaurare una repubblica islamica in Tunisia e che non intende presentarsi alle elezioni presidenziali.

La novità che cambierà radicalmente i rapporti tra l´Occidente e il mondo arabo è che l´alibi del terrorismo islamico non funziona più. L´islamismo continuerà a esistere, perché risponde a un´esigenza culturale e identitaria. Ma è l´assenza di democrazia che ha favorito la sua espansione. Una democrazia ben assimilata terrà conto delle correnti religiose, come terrà conto delle varie correnti laiche.

   L´islamismo è stato sconfitto dal popolo. È il popolo che l´ha ignorato e che non ha voluto fare la sua rivoluzione in nome dell´islam, e questo è merito delle nuove generazioni della diaspora araba e musulmana nel mondo. Il vento della rivolta ha spazzato via nella sua evoluzione le vecchie litanie che cercavano di far tornare il mondo islamico ai tempi del profeta Maometto (VII secolo). Ma i giovani hanno una nuova griglia di lettura del libro sacro: una lettura intelligente, razionalista e non letterale. È questo l´elemento nuovo e rivoluzionario. (TAHAR BEN JELLOUN – Traduzione di Fabio Galimberti)

…………………………

STRUMENTI DI DIRITTO INTERNAZIONALE

La CORTE PENALE INTERNAZIONALE

   La CORTE PENALE INTERNAZIONALE (in inglese: International Criminal CourtICC) è un tribunale per crimini internazionali che ha sede all’Aia, nei Paesi Bassi. LA COMPETENZA DEL TRIBUNALE è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme, come il genocidio, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra (cosiddetti crimina iuris gentium) e il crimine di aggressione (art. 5, par. 1, Statuto di Roma).

Nella foto il procuratore generale della Cpi, LUIS MORENO-OCAMPO

   La Corte ha una COMPETENZA COMPLEMENTARE A QUELLA DEI SINGOLI STATI, dunque può intervenire solo se e solo quando gli Stati non vogliono o non possono agire per punire crimini internazionali. LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE NON È LEGATA ALL’ONU E NON VA CONFUSA CON LA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA DELLE NAZIONI UNITE, ANCH’ESSA CON SEDE ALL’AIA.  Lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale è stato stipulato il 17 luglio del 1998 e definisce in dettaglio la giurisdizione ed il funzionamento dell’ente.

   Lo Statuto è entrato in vigore il 1º luglio 2002 alla ratifica dello Statuto di Roma da parte del sessantesimo stato. Al 17 novembre 2010 GLI STATI PARTE SONO 114, PIÙ DELLA METÀ DEI 192 STATI MEMBRI DELL’ONU.   La CPI ha GIURISDIZIONE SOVRANAZIONALE e può processare individui (non stati) responsabili di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, crimine di aggressione commessi sul territorio e/o da parte di uno o più residenti di uno Stato Parte, nel caso in cui lo stato in questione non abbia le capacità o la volontà di procedere in base alle leggi di quello stato e in armonia con il diritto internazionale.

   LA GIURISDIZIONE DELLA CORTE SI ESERCITA NEL CASO DI CRIMINI COMMESSI SUL TERRITORIO DI UNO STATO PARTE o da un cittadino di uno Stato parte alla Corte. Ne consegue che quindi anche i crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, da parte di un cittadino di uno Stato non parte, rientrano nella giurisdizione della Corte. Uno Stato non parte non è tenuto ad estradare propri cittadini che abbiano commesso tali crimini in un paese parte ed al giorno d’oggi non esistono mezzi di coercizione internazionali per spingere gli stati non parte a cedere alle richieste della Corte Internazionale. (da Wikipedia)

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...