MILANO e tutto il suo hinterland metropolitano è già “CITTA’ STATO”, e alla nuova economia europea che sembra avviarsi, i CITTADINI esprimono la necessità di portare avanti una MODERNIZZAZIONE DAL BASSO

Milano, Via Dante

Apriamo questo post, dedicato a Milano (in questo momento al centro dell’attenzione politica-mediatica), cercando degli spunti per capire quali possano essere le vere esigenze di sviluppo innovativo (compatibile) di questa città punto centrale della parte settentrionale del nostro Paese, e che meglio esprime l’economia e il legame con l’Europa del centro-nord.

   Milano metropoli, città ben connotata ma anche conurbazione: con un macro-pendolarismo quotidiano che coinvolge gran parte dell’area lombarda che nessuna altra realtà urbana metropolitana ha (anche da Torino e da Bologna si comincia a pendolare quotidianamente…). Milano che raccoglie speranze di benessere presente e futuro, ma anche la crisi di modi di sviluppo che chiedono un cambiamento.

   E partiamo da qualcosa di diverso dalle consuete “trombe mediatiche” che vogliono Milano, una volta abbandonata l’epoca industriale manifatturiera, ora sia proiettata nell’era delle economie globali innovative, del terziario, informatiche, commerciali di scambio tra nord e sud del continente europeo. Appunto partiamo invece con un interessante articolo, qui di seguito, del sociologo Aldo Bonomi che fa un’attenta analisi di un fenomeno cui Milano si è connotata in questi anni: cioè l’autorganizzazione dei cittadini in COMITATI, per tematiche, specie negli ultimi tempi, ben diverse da quel che si pensa (la sicurezza, l’ordine pubblico…). Quello che i comitati milanesi esprimono sono invece primariamente temi legati all’ambiente e alla qualità della vita nei singoli quartieri, sopperendo (pare) a forme rigide, lente, di quelle organizzazioni pubbliche intermedie (come i consigli di quartiere) che forse, interessandosi magari di tutto e di niente, rischiano di non avere la “leggerezza” di andare velocemente sui problemi veri, più sentiti, che esprimono la passione, le preoccupazioni, il “senso” di stare in un luogo che i cittadini sentono dentro di loro.

   Da Bonomi e dal suo articolo abbiamo pure preso questo sentore e necessità che pare necessaria: cioè che ogni cambiamento, necessario, ogni modernizzazione deve prima di tutto venire “dal basso”, o perlomeno essere assorbita virtuosamente, condivisa. E gli esempi di Milano sono forse connotati a molte altre realtà italiche: il sorgere di comitati è fenomeno ad esempio diffuso nel Nordest (in questo blog, alla destra di queste righe, troverete un sito – PAESAGGI VENETI SOS –che proprio di questo si interessa, cercando di mappare i comitati perlopiù su temi ambientali…).

   Tornando a Milano noi pensiamo che in questi anni, e nel decennio passato di inizio del nuovo secolo (dal 2000 al 2010), fenomeni come quello di introdurre in città, nella metropoli, elementi tradizionalmente “non di città” venga a connotare il desiderio dei cittadini della necessità di vivere l’esperienza quotidiana urbana (a nostro avviso molto positiva) con elementi di ritorno e ripresa di possesso di esperienze primordiali basilari della nostra civiltà contadina: ci riferiamo, in questo caso, al diffondersi, proprio a Milano, di ORTI URBANI.

   Già sette anni fa ne parlava, in un piccolo bel libro, un giovane urbanista pianificatore, Paolo Cottino (“LA CITTA’ IMPREVISTA”, edizioni Eleuthera, euro 12,00), descrivendo tra le varie forme di “modi organizzativi urbani dal basso” di Milano, l’esperienza degli orti di Via Rizzoli: anziani del quartiere che in questa via storica di Milano, nella fascia di terra abbandonata dal Comune in riva al Lambro, per decenni hanno creato orti urbani. Tra controversie con altri abitanti dirimpettai e anche con il comune (e alla fine pare che tutto sia finito nel febbraio di quest’anno con la rimozioni di questi orti che, giuridicamente, erano illegali). Però l’esperienza, come descriviamo in questo post è tutt’altro che archiviata, e altri quartieri di Milano ne sono interessati; e dimostra la necessità di “presa di contatto” con il luogo, che ci appare un tema su cui discutere, e immaginare una Milano diversa da quella spesso descritta in modo astratto come capitale dell’economia, della finanza e del forte sviluppo speculativo edilizio. Non sappiamo se è tema di discussione ora per la futura amministrazione comunale, ma speriamo di sì.

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LE DOMANDE INASCOLTATE DI MILANO

(analisi di Aldo Bonomi – articolo di Sara Monaci) – di Aldo Bonomi, da “il Sole 24ore” del 18/5/2011

   Abituati alla politica delle grida a volte non ci si accorge di quella dei sussurri, forma del conflitto nell’epoca delle passioni tristi. Questo è vero soprattutto nelle grandi aree metropolitane dove in questo scorcio di nuovo millennio sono cresciute nuove forme con cui si fa società dal basso.

   Ne sono un esempio i comitati dei cittadini, piccoli movimenti di quartiere o di strada, spesso ad “un colpo solo”. Profeti senza incanto li definirei, perché consapevoli di vivere in un’epoca storica caratterizzata da un mutamento molecolare continuo senza
certezza di grandi orizzonti
; eppure come i profeti “parlano avanti”, sono segni di ciò che verrà. Per questo mi pare importante ascoltarli.

   A Milano ormai da un quindicennio sono protagonisti costanti della vita pubblica cittadina, arrivando a rappresentarsi, in una affollata assemblea del giugno scorso, come i referenti dell’anima civica della città. Ho tentato di coglierne il messaggio interrogandoli quartiere per quartiere. Ne è uscito un ritratto che ci dice molto di come la città stia cambiando. In filigrana ci indicano almeno tre grandi trasformazioni che hanno investito la Milano dell’ultimo ventennio.

   La crisi della rappresentanza anzitutto, con l’evanescenza dei partiti post-Tangentopoli virtualmente scomparsi fuori dalle aule di Palazzo Marino. Poi, soprattutto, il mutamento radicale della composizione sociale di Milano, dal punto di vista dei lavori, dell’etnia, del rapporto tra chi vive e chi utilizza la città. Tutto ciò precipita nell’emergere dello spazio fisico dei quartieri come fondamento dell’identità e del sindacalismo di territorio come nuova modalità dell’agire collettivo.

   Quando venti anni or sono li studiammo per la prima volta, i comitati erano tipicamente piccoli gruppi, flebilmente organizzati, monotematici e orientati alla difesa del villaggio urbano. Oggi a Milano ne abbiamo censiti come attivi 81, in parte cani sciolti, in parte coordinati dalle due reti cittadine storiche, il Coordinamento dei comitati milanesi e la Rete dei comitati.

   Nati per lo più dai comitati di quartiere delle periferie storiche oppure lungo i grandi assi viari e commerciali della città, Corso Buenos Aires, Viale Monza-Viale Padova, Corso Sempione mettendo al centro la issue della sicurezza, nel corso degli ultimi anni si sono diffusi nelle aree centrali e semi-centrali investite da grandi e piccole ristrutturazioni immobiliari e urbanistiche e nelle aree della “movida”, quegli ex quartieri popolari che l’emergere dell’economia dell’intrattenimento ha reso lo scenario di un processo di imprenditorializzazione e privatizzazione degli spazi urbani, dei parchi, delle piazze: dai Navigli a Corso Como, dal Parco Sempione alle Colonne di San Lorenzo.

   I comitati sono reti deboli se misurate con i tradizionali parametri che si usavano quando la politica era fatta da grandi organizzazioni di massa: composti in media da non più di 7-8 attivisti “permanenti”, partecipazione intermittente, scarse risorse organizzative e ancor meno finanziarie. E tuttavia, come fisarmoniche, capaci di mobilitare consenso e produrre rappresentazione mediatica a partire dalle reti di prossimità. Qualità che gli viene dall’essere il canale attraverso cui i ceti professionali e della conoscenza cresciuti nella transizione terziaria sviluppano una pratica politica nella città.

   Se all’origine i comitati erano espressione soprattutto di ceti medi tradizionali e popolari, oggi per lo più sono soggetti centrali quelli che ne guidano l’attivismo: tra gli attivisti milanesi il 49,4% (62,7% nel cerchio interno dei loro direttivi) è occupato nei diversi settori dell’economia della conoscenza oppure nel welfare, il 49,8% ha tra 35 e 54 anni e il 43,8 % ha una laurea o titolo successivo. Esprimono nella dimensione della prossimità e del quartiere il malessere di una composizione sociale metropolitana delle professioni, evoluta e riflessiva, che sta vivendo momenti difficili anche sul fronte del mercato del lavoro, come ho potuto constatare in un’altra ricerca sulla città.

   L”immagine di un comitatismo tutto preso dalla sindrome securitaria va quanto meno aggiornata.  Se si guarda agli argomenti di cui si occupano, nel 45,1% dei casi sono tematiche dell’ambientalismo urbano (inquinamento, traffico, parchi, ecc.), nel 43,9% dei casi degrado ambientale dei quartieri (inteso come assenza di piccola manutenzione ordinaria) e vita notturna rumorosa, il 36,6 % di trasformazioni urbanistiche piccole e grandi e solo il 22,0 % di questioni come sicurezza, immigrazione, microcriminalità, ecc..

   Nel formulare l’agenda dei problemi di quartiere, i loro attivisti intervistati a fine 2010, indicavano per il 67,9% come “questione che costituisce motivo di disagio” il traffico, il 56,1 % l’inquinamento ambientale e il 46,1% la poca attenzione per il quartiere da parte delle istituzioni, mentre la forte presenza di immigrazione extracomunitaria era solo al sesto posto (32,2%) seguita dalla tipica questione securitaria dello spaccio/prostituzione (25,2%). Un tema, quello dell’ordine e della sicurezza che, va sottolineato, non scompare qualora lo sguardo si allarghi alle priorità di policy per la città nel suo complesso, laddove se al primo posto torna la questione dell’inquinamento, sicurezza e ordine pubblico si piazzano al secondo posto subito seguite dal traffico e dal potenziamento dei servizi per le famiglie.

   È la qualità della vita il tema di fondo che tuttavia, nella testimonianza diretta degli attivisti che ho intervistato, tende a spacchettarsi in tre grandi questioni di fondo: la prima è la domanda d’ordine che tuttavia, e qui sta il punto, non si esprime soltanto in una costellazione di valori fatta di rancore e chiusura rispetto al diverso e allo straniero, ma contiene un’anima che mette al centro il “rispetto delle regole” e l’esercizio dei controlli sul territorio come espressione di eguaglianza dei cittadini, di diritti e doveri, di riappropriazione di spazi pubblici di vicinato.

   Un orientamento che si coniuga alla seconda questione, propria soprattutto dei comitati “anti-movida” e “anti-ristrutturazioni immobiliari”, rappresentata dalla linea di divisione pubblico/privato che vede i comitati come forme di tutela dal basso dello spazio pubblico rispetto alle profonde trasformazioni che l’agire dei poteri economici sviluppa nella metropoli. Infine emerge una questione sociale come domanda di inclusione o se si vuole di rifiuto di divenire periferia che anima i comitati insediati nei quartieri della corona esterna da Quarto Oggiaro a Molise Calvairate, da Chiesa Rossa a Stadera.

   Anche sul piano della forma-comitato compaiono delle novità. Solo il 27,7% è rappresentabile come comitatismo “Nimby” focalizzato esclusivamente su singole questioni limitate ad una via o piazza (e per lo più si tratta di piccoli comitati “flash” che si occupano di parcheggi) mentre quasi il 70 % (67,5 %) tende a porsi come rappresentante della domanda sociale del proprio quartiere a
“360°” nel vuoto dei partiti e nella debolezza dei Consigli di Quartiere
, istituzioni con cui i comitati cercano costantemente l’alleanza, ma che vengono percepiti come destituiti di ogni potere e autonomia d’azione.

   Perché ciò che emerge con più forza è la crisi della società di mezzo milanese: i comitati proliferano perché tra cittadino e istituzione è il vuoto e oltre il 70% dei loro attivisti si vedono come coloro che raccolgono le domande dei cittadini e le rappresentano direttamente nelle sedi istituzionali sostituendo i partiti. Vista dall’osservatorio dei comitati, Milano vive una grande contraddizione tra complessità sociale e forza della società civile e debolezza dei livelli politici intermedi.

   C’è in sostanza una grande questione di decentramento dei poteri. Una evoluzione che si esprime anche come istituzionalizzazione in varie forme: cresce il numero dei comitati che adottano uno statuto, di quelli che (per lo più con scarso successo) tentano di formalizzare l’adesione. Spesso è l’inserimento nelle reti dei progetti urbanistici come Urban o i Contratti di Quartiere che ne ha incentivato la crescita organizzativa.

   A volte sono i comitati di più antica data ad evolvere in questa direzione: alla Comasina, ad esempio, o nello storico quartiere di Molise-Calvairate. In altri casi è l’affermarsi di reti civiche di nuovo tipo: sui temi dell’inquinamento, della mobilità urbana, della difesa delle scuole di quartiere, ecc. Sono reti che, magari, pur agendo in un quartiere assumono un respiro metropolitano e appaiono più legate ai canali dei social network da Facebook a Twitter; non scomparendo però nel virtuale della rete ma capitalizzando i contatti del web in petizioni o manifestazioni.

   Sono soprattutto queste le reti in cui il 60% degli attivi è donna e in cui la spinta ideale parte dai temi del privato e magari dall’identità di genitori per poi allargarsi alla città.

   La politica che verrà ne tenga conto. Usando tre categorie a me care per leggere la società, nei sussurri milanesi ci sono tracce di una comunità di cura del proprio territorio e della qualità della vita che si allea con una comunità operosa fatta di ceti produttivi che attraversano la crisi del ceto medio e chiedono partendo da un nuovo mix di passioni e interessi una modernizzazione dal basso. (Aldo Bonomi)

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MILANO AL CENTRO DEL SISTEMA NORD – VIRTÙ E PROBLEMI DI UNA METROPOLI VERA

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2011

   «A mezzogiorno tutto il Nord è a Milano». È solo una battuta, è di quelle che gli studiosi usano come fermo-immagine delle loro ricerche ed è utile per aiutarci a cambiare paradigma. Si sente spesso raccontare come Milano sia una città stanca, prigioniera delle sue ambizioni mai realizzate e a sostegno di questa tesi vengono portati soprattutto due argomenti, i ritardi della politica (Expo docet) e il calo di motivazione della tradizionale borghesia ambrosiana.

   Ma davvero la politica e l’alta finanza sono ancora la A e la Z di Milano?  Che i sogni della città siano rimasti nel cassetto è certamente vero, non è riuscita a diventare quella metropoli del terziario europeo che avrebbe potuto essere ma oggi più che recriminare conviene tentare di riscrivere la mappa delle relazioni socio-economiche, collocare la città dentro il «suo» Nord, operare un bilancio meditato del grado di internazionalizzazione, capire come si può affrontare il macro-fenomeno del pendolarismo giornaliero.

   Per quanto riguarda, poi, il sistema delle imprese un test del mutamento viene da un’indagine che sta portando a termine la Camera di Commercio. Sono poche le aziende che erano nella classifica delle prime 70 nel ‘ 90 e sono riuscite a restare nella lista compilata con i dati 2010.

   Dicevamo della centralità di Milano nel sistema Nord. È vero che alcuni territori, segnatamente il Veneto e in qualche misura l’Emilia stanno cercando di dotarsi essi stessi di reti lunghe, ma per tutta una serie di funzioni terziarie le imprese dei territori sono obbligate «a mezzogiorno» a venire a Milano.

   È facile pensare innanzitutto al ruolo delle grandi banche che di fatto «governano» più o meno indirettamente un pezzo non trascurabile del sistema industriale. Se le crisi aziendali che arrivano alla fase terminale vengono curate a Roma, al ministero dello Sviluppo economico, dalle banche milanesi passano i dossier che riguardano ristrutturazioni del debito, aggregazioni, passaggi generazionali, ipotesi di radicamento su nuovi mercati.

   Discutendo di tutto ciò su Milano si genera un flusso di informazioni vitali che va a comporre il nuovo software dei rapporti tra economia reale e sistema bancario. Basta del resto vedere come la competizione tra i grandi del credito si sia spostata dal retail alla capacità di monitorare i distretti, di compattare le filiere, di fare supplenza di politica industriale.

   Il Nord che si rivolge a Milano per comprare i servizi della creatività e della consulenza, non sempre però ne ricava l’impressione di essere trattato bene, c’è ancora un conflitto di culture centro/periferia che non ha permesso di dispiegare tutte le potenzialità. In parole povere quella che è (anche) una rendita di posizione geo-economica non si è trasformata ancora in una proposta di integrazione.

   E se questa considerazione vale per le reti immateriali è tanto più evidente per le connessioni infrastrutturali. La centralità di Milano (un terzo delle importazioni italiane transita da qui) ha bisogno che alcuni nodi come il collegamento con il Gottardo e quello con la portualità di Genova vengano sciolti.

  Nonostante la sensazione di ritardo il grado di connessione tra Milano e il mondo è andato comunque silenziosamente avanti. Da un punto di vista commerciale è un luogo in cui tutti vogliono esserci, dallo store Apple alle grandi catene dell’abbigliamento come Gap e Banana Republic, Zara poi si vanta addirittura di aver sotto il Duomo il negozio più redditizio del mondo.

   Per un player della distribuzione di vestiti misurarsi su Milano è come per un tennista giocare a Wimbledon. Male che vada si impara, si fa esperienza. E anche in materia di e-commerce si cominciano ad avere esperienze di successo. È evidente che non in tutti i settori è così, in alcuni abbiamo anche assistito a episodi di colonizzazione, di intervento di capitali stranieri finalizzati a una mera occupazione del mercato. In campo logistico le acquisizioni straniere non si contano più e anche nel terziario delle professioni e della creatività il trend è stato grosso modo simile.

   Il guaio è che i capitali stranieri non sempre hanno contribuito a far crescere di valore la piazza milanese. Se hai un brand forte è tutto sommato secondaria la nazionalità dell’azionista, in caso contrario conta eccome. Per contro un esempio sicuramente virtuoso e guidato da operatori italiani è il Salone del Mobile, dove la saldatura tra radicamento territoriale e glamour metropolitano è perfetta con risultati di primordine in termini di inserimento nei circuiti globali.

   Un settore che deve esprimere ancora le sue potenzialità di internazionalizzazione è la sanità. Oggi i servizi milanesi di eccellenza hanno un mercato quasi esclusivamente italiano: vengono da fuori Regione tra il 30 e il 50% dei pazienti delle strutture milanesi d’avanguardia. In parallelo se il processo di equiparazione agli standard mondiali è andato avanti in maniera ordinata e continuativa, manca ancora la capacità di
rivolgersi con altrettanto metodo al mercato europeo.

   Infine i pendolari. Di giorno Milano ha unapopolazione valutabile attorno ai 2,2 milioni di persone ma 900 mila la sera se ne vanno. La conseguenza è che i treni locali sono pieni come uova e le tangenziali attorno alla città sono quasi sempre intasate, che gli spostamenti da/per Varese, Lecco o Bergamo non sono facilmente programmabili.

   Ormai anche da Torino e da Bologna si comincia a pendolare quotidianamente. Preso tutto assieme il fenomeno produce diseconomie e davanti alla minima discontinuità (tempo, incidenti, agitazioni sindacali) tutto il sistema dei collegamenti della Grande Milano va in tilt. Forse se gli enti locali detenessero qualche municipalizzata in meno e investissero in infrastrutture i vantaggi sarebbero doppi. (Dario Di Vico)

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Vero o Falso? Il mito del Nord Italia più ricco d’Europa (da “la Voce.info”)

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DISCARICHE E CEMENTO, MILANO DEI VELENI

– Palazzi sui rifiuti tossici, Sos per l’acqua – Le bonifiche, appaltate e mai fatte, sono il vero affare; che Comune e Regione hanno regalato ai privati – Dalla Sisas di Pioltello al quartiere di Santa Giulia sono almeno ottanta le zone a rischio in città e in Provincia – Discariche e cemento: è l’intreccio più pericoloso; e con le compensazioni urbanistiche lo è di più –

di Massimo Pisa, da “la Repubblica” del 12/11/2011

Bell’esempio davvero, per i ragazzi del Beccaria. Lì, di fronte alle finestre sbarrate dell’istituto di pena minorile di Milano, si consuma l’ultimo scandalo di concessioni edilizie facili, di veleni sepolti e mai bonificati, di controlli assenti e responsabilità liquide in nome del dio cemento. I sigilli disposti dalla procura all’area dell’ex cava-discarica di Geregnano, ai confini ovest della città, tra i nuovi centri direzionali in costruzione e il capolinea della metropolitana di Bisceglie, raccontano dell’ennesimo cortocircuito tra profitto privato e salute pubblica.    Pesticidi, diossina, metalli pesanti, pcb, solventi clorurati, idrocarburi: quasi due milioni di metri cubi di rifiuti indifferenziati e nocivi, accumulati quando non era reato scaricarli nelle cave dismesse, che sgocciolavano nella falda.
La videoinchiesta
Bonificarli sarebbe costato troppo, 700 euro al metro quadro: meglio una più economica, ed epidermica, messa in sicurezza. Qui sopra dovevano sorgere due torri d’appartamenti di 30 piani, un falansterio di uffici da 40 piani, un nido e un asilo. Nonostante la prima indagine comunale sui terreni, datata 1998-99, avesse urlato quei rischi.

   Nonostante un parere della Regione Lombardia del 2002 che ammoniva dal costruire sulle aree contaminate. Nonostante le sospensive e le richieste di integrazione della Conferenza dei servizi. Chi ha chiuso gli occhi? Chi ha approvato il progetto senza ordinare, come scrive il pm Paola Pirotta, “una preventiva e completa rimozione dei rifiuti ivi stoccati?” Quanto costa bonificare un’area da 300mila metri quadri? E quanti siti a rischio contano Milano e provincia?
BONIFICHE, CAPPING, BARRIERE IDRAULICHE E IL CERINO
La vicenda dell’area Bisceglie è una perfetta miniatura di come funzionino le cose nella città dell’Expo, dei palazzinari che non dormono mai, delle istituzioni che continuano a passarsi tra loro il cerino acceso e delle formiche che, nel loro piccolo, si incazzano. Sono gli abitanti del comitato di zona, che cominciano ad accumulare una pila di documenti, analisi di rischio, pareri e verbali che alla fine fanno coagulare in un esposto alla magistratura: da qui i sigilli. Le carte dell’Asl e dell’Arpa parlano chiaro: dagli hotspots piazzati a campione sui terreni, emerge l’elenco del veleno su cui dovrebbero dormire 4mila persone, dislocate in 1300 appartamenti. Dibromoetano 1.2, tricloropropano 1.2.3, stirene: sostanze letali, già nella falda in sospensione, giù in profondità.
Il consiglio di zona spedisce mozioni e diffide al Comune, i quotidiani cominciano a dare voce ai malumori degli abitanti contro le due società costruttrici, l’Antica Pia Acqua Marcia di Francesco Caltagirone e la Residenze Parco Bisceglie di Edoardo De Albertis, padre di Carla, ex assessore della giunta Moratti.  Eppure, il 14 maggio 2009, Palazzo Marino approva (autorizzazione numero 310/152) il Progetto Operativo di Bonifica e Messa in Sicurezza con tutte le sue integrazioni. Di bonifica, nel piano, ce n’è poca: un metro di scavo nel sottosuolo.

   Per il resto, si passa a procedure di “capping”: verrà tappato col cemento e isolato con un enorme telo di polietilene da un millimetro e mezzo di spessore, un sistema di tubi provvederà alla captazione e allo sfogo dei gas dal sottosuolo, una rete di sbarramenti idraulici farà il resto. Previsto anche un periodo di monitoraggio di non meno di dieci anni.
Non basta. Accanto al Comitato Calchi Taeggi si schierano Legambiente e Italia Nostra, che spedisce un esposto di tre pagine al sindaco Letizia Moratti il 18 dicembre 2008. Niente, si va avanti. La Conferenza dei servizi, organo che associa Comune, Provincia, Arpa e Asl, sorveglia e insieme spezzetta le responsabilità. Viene costituito un Osservatorio, ulteriore stratificazione e diluizione dei controlli sull’ex cava di Geregnano: oltre alle quattro istituzioni della Conferenza, partecipa un delegato della Regione, uno del Consiglio di zona, la direzione dei lavori, le due società incaricate della bonifica, le due cooperative supabbaltatrici, il comitato dei residenti.

   Tengono sette riunioni a partire dal 30 settembre 2009, l’ultima volta, prima dei sigilli, si riuniscono il 7 ottobre 2010. C’è soddisfazione per il vantaggio sul cronoprogramma, la messa in sicurezza è invece “come da programma – si legge nel verbale – in fase iniziale essendo stata realizzata la barriera idraulica e rimanendo da eseguire le attività di capping che costituiranno la fase 2”. Tutto va bene, madama la marchesa. Segue sopralluogo.
Rileggere l’elenco dei partecipanti e scorrere le dichiarazioni è un altro utile esercizio. “Non è una procedura nella quale la Provincia avesse compiti di controllo”, garantisce il presidente Guido Podestà. “Piena fiducia ai miei uffici”, rassicura l’assessore comunale ai Lavori pubblici, Carlo Masseroli, il teorizzatore della Milano da due milioni di abitanti (oggi sfiora il milione e 300mila). “Non è una responsabilità che abbiamo da soli, ma insieme ad altre istituzioni”, sottolinea invece da Palazzo Marino Letizia Moratti. “L’Arpa ha svolto la sua attività in maniera irreprensibile. La responsabilità? Del Comune”, ribatte il governatore Roberto Formigoni. È davvero così? È sempre così? Cosa stabilisce la legge?
INTERESSE NAZIONALE, REGIONALE, COMUNALE
“È un casino”. In maniera popolarescamente efficace, il medico ed esperto in legislazione sulle bonifiche Edoardo Bai, membro di Legambiente
Lombardia, certifica il groviglio normativo. “I siti sono divisi in base al livello di inquinamento.

   La Sisas di Pioltello e Rodano e l’Acna sono di interesse nazionale. C’è un livello intermedio, di interesse regionale. L’area Calchi Taeggi, così come quella di Santa Giulia, sono di interesse comunale. I controlli normativi sono affidati alla Conferenza dei servizi, ma è il Comune ad approvare i progetti. i controlli sul campo sono invece demandati all’Arpa. O all’Asl in caso di pericolo imminente per la salute”. Santa Giulia-Montecity è un altro emblema di questo groviglio. L’area è quella dietro la stazione di Rogoredo, dove sulle ceneri delle officine della Montedison sono sorti i nuovi uffici di Sky e un quartiere residenziale che doveva essere il fiore all’occhiello dell’immobiliarista Luigi Zunino.
La firma di Norman Foster sui palazzi, quella di Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche, sullo smantellamento dei veleni dell’area. Morale: bonifica mai effettuata (Grossi finisce nei guai), smagliature nei controlli, i sigilli della Guardia di Finanza che arrivano il 20 luglio 2010, un pezzo di quartiere chiuso sotto gli occhi dei residenti, che nel frattempo avevano già acquistato. Pagano tutti, a partire dai bambini: l’asilo a loro destinato poggiava su mercurio e cloroetilene e non è mai stato aperto, carcassa colorata con giardino avvelenato. I bimbi del quartiere sono stati spostati dal Comune un chilometro più in là. Peccato che le pareti di quella struttura grondassero amianto e lana
di roccia.
Grossi e Arpa, dunque Regione, dunque Formigoni. Un intreccio che aveva il suo precedente nella vicenda della Sisas di Pioltello, una delle discariche più pericolose d’Europa, in attesa di bonifica dal 9 dicembre 1985, quando una sentenza del tribunale ordinò di smaltire in maniera definitiva i metalli pesanti, l’acetilene, il nerofumo e i fusti lì contenuti, 290mila tonnellate di rifiuti industriali. Provvedimento mai eseguito, la società fallì nel 2000, il caso finì alla Corte di Giustizia Europea di Strasburgo e una nuova sentenza di condanna, stavolta a carico del governo italiano, cominciò a far scattare il tassametro delle multe: a oggi, siamo a 490 milioni di euro.

   Per ovviare al problema, nel 2009 Giuseppe Grossi si era proposto alla Regione come salvatore della patria: appalto da 120 milioni di euro, più 44 in nero, la richiesta del re delle bonifiche. Che, arrestato, mollò tutto nel luglio scorso, chiedendo indietro 25 milioni di euro di rimborso dalla Regione.
Storie nere, quelle delle discariche, che attirano interessi pericolosi e le brame della ‘ndrangheta. Scene da Gomorra, come a Santa Giulia, dove i camion di notte scaricavano il materiale caricato di giorno. Ombre lunghe, come alla cava Bossi tra Pero e Bollate, pienissima area Expo, dove un laghetto artificiale era stato trasformato dalla famiglia Mandalari in una discarica abusiva a cielo aperto da 70mila metri quadri col colpevole silenzio del Comune di Bollate e della Regione.

   E ancora ‘ndrangheta a Desio, Seregno e Briosco, ancora una discarica abusiva a cielo aperto scoperta nei tre paesi brianzoli dalla polizia provinciale nel settembre 2008, ancora terreni presi in affitto dai comuni e imbottiti di veleni senza che nessuno se ne accorgesse. Ma è quando discariche e cemento si incontrano che si crea, troppo spesso il cortocircuito. Perché le aree più inquinate sono le più appetite dai costruttori? E conviene davvero acquistare un terreno da bonificare, anche solo in parte?
VIZI ITALIANI E IL SUPERFUND STATUNITENSE
“Le aree inquinate – sostiene Bai – sono ormai le uniche dove si può costruire in grande. Il resto è già stato edificato”. Gli esempi recenti, a Milano, non mancano. I cinque immigrati che protestano in cima a una torre della multietnica via Imbonati da una settimana per il permesso di soggiorno forse non sanno che quella Potsdamer Platz in miniatura che li circonda era l’ex Carlo Erba, rudere industriale dieci anni fa e oggi luccicante coacervo di uffici.

   La Fiera a Rho, il Politecnico all’ex gasometro alla Bovisa, i grandi progetti nascono sulle macerie del boom economico. “E la legge 152 del 2006 – aggiunge Bai – il Testo Unico in maniera ambientale, col principio del giusto profitto viene incontro ai grandi costruttori. Porti via un po’ di rifiuti, perché tutti non si può, il resto lo metti in sicurezza perché meglio di così non si può, in cambio delle costruzioni. Poi il privato fa il furbo, non mantiene le promesse, e il gioco è fatto”.
C’è poi una specifica lombarda, la legge regionale 126 del 2009, la contestata “legge Grossi” (proprio lui): con le sue forme di compensazione di tipo urbanistico, concede a chi bonifica la licenza di poter costruire altrove con notevoli vantaggi fiscali. “Il problema – sostiene Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia – è economico. Perché gli oneri delle bonifiche continuano a ricadere sul pubblico. Non è sempre facile che il sistema dei controlli sia così rigoroso. E soprattutto, non c’è nessuno che si faccia carico di un’intera bonifica, anche se la messa in sicurezza o lo smaltimento tramite microorganismi non sono nemmeno così economici, visto che il pompaggio di acqua dalla falda deve essere sempre controllato e a tempo indeterminato. E a Milano e dintorni la quantità di siti contaminati è enorme“.
Solamente in città sono 36. Si arriva a 80 con la provincia, cifra che raddoppia se si conta la Brianza. E si escludono le aziende a rischio incidenti, la cui lista tra il milanese e il monzese (la Icmesa, la Snia Viscosa e l’Acna sono i tre esempi più famigerati) sfiora il numero mille.

   “Le ex cave usate come discariche – spiega il consigliere comunale Enrico Fedrighini, dei Verdi – sono quelli dove anche l’intervento di bonifica è più pericoloso. Perché devi andare a scavare e rischi di mischiare materiali già tossici, spingendoli verso la falda. E poi: tutto questo materiale, dove lo sposti, in un altro buco? E dove? Aggiungiamo la lentezza delle burocrazie, centrali e periferiche: l’Italia sullo smaltimento dei rifiuti tossici è la tartaruga d’Europa, troppe responsabilità sulle firme di documenti sono sulle spalle di semplici funzionari, che hanno paura a firmare qualsiasi cosa. C’è anche un problema di organico, a Milano. Il settore Ambiente del Comune è poverissimo, conta solo cinque persone che devono fare fronte a tutti questi problemi”.
Costi, controlli e lentezze, sulla nostra pelle. Come uscirne? “Negli Stati Uniti – risponde Bai – esiste il Superfund, e funziona. È una tassa per le bonifiche che pagano gli imprenditori, un fondo da cui si attinge ed è controllato dall’ente pubblico”. Qui siamo a Milano, Italia, e non è così semplice. “Un sistema per tagliare la testa al toro – prova Fedrighini – ci sarebbe, evitando il giro di subappalti e le bonifiche al risparmio. L’ho proposto anche alla giunta, che pare interessata. L’idea è semplice: fidejussione del privato costruttore, e gestione degli interventi da parte del Comune, o della Regione, tramite aziende iscritte a un albo con determinati parametri economici ed etici. È una soluzione a costo zero. E definirebbe le responsabilità. Che sarebbero finalmente, senza ombra di dubbio, politiche: del sindaco e dei governatori”. (Massimo Pisa)

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IN MERITO DI FARE NELL’EXPO 2015 CHE SI TERRA’ A MILANO UN “ORTO GLOBALE” DELLE ECONOMIE AGRICOLE E RURALI DI TUTTO IL PIANETA, PROGETTO ORA ABBANDONATO, ECCO COSA NE PENSA CARLO PETRINI, PRESIDENTE DI SLOW FOOD

L’ intervista – «Sbaglia chi dice che l’idea ha perso appeal. Dopo l’entusiasmo iniziale e la presentazione a Parigi, non ho più sentito nessuno»

PETRINI: NIENTE ORTO? CASE E UFFICI SONO PIÙ REDDITIZI

Il fondatore di Slow Food: scelta di retroguardia, oggi l’agricoltura è innovativa – Vedo che è cambiata la filosofia dell’ Expo, mentre il mondo oggi va da un’ altra parte – Il nodo dei terreni. Il vero scandalo è che a tre anni dall’assegnazione la questione dei terreni sia ancora ferma al palo

   «Occasione persa. Scelta di retroguardia». Carlin Petrini, fondatore di Slow Food, riflette con amarezza sulla svolta fatta dei signori dell’Expo: l’ orto globale, che doveva essere un fiore all’occhiello, anzi l’idea forte del progetto, a questo punto sembra diventato un fastidioso lacciuolo che intralcia la vera grandeur dell’Expo 2015, cioè «il trionfo delle cubature di cemento».

   Sostiene Petrini: «Credo che la teoria dell’ amministratore delegato Giuseppe Sala, secondo cui l’orto planetario ha scarso appeal, dimostri, lo dico con franchezza, ristrettezza di vedute». “Il vero scandalo – aggiunge – è che, a tre anni dall’assegnazione della candidatura a Milano, la questione terreni sia ancora al palo. Ho numerosi contatti in vari Paesi e, posso assicurarle, che tutto il mondo ride di noi. Forse sarebbe opportuno per Milano ritirarsi».

   Il guru di Slow Food e di Terra Madre (associazione internazionale dei contadini, pescatori, piccoli artigiani del cibo) è stato parte in causa del progetto Expo, prima come uno dei testimonial per la candidatura di Milano, poi come fautore dell’Expo verde, suggerendo l’idea del grande orto (che aveva subito convinto i 5 archistar ingaggiati per stendere il master plan), anche se non è mai stato un consulente organico. Insomma, oggi Petrini può dire la sua in libertà. Non deve avere né parcelle né liquidazioni.

Il dietro-front, dunque, appare assodato. Si parla di progetto non vendibile, ma, secondo lei, vi sono altre motivazioni?

«Un primo livello di interpretazione, il più benevolo, riguarda la ricaduta che ha sul progetto il nodo irrisolto dei terreni. Mettere in cantiere l’ orto globale su aree agricole oggi infruttuose prevedeva il tempo necessario per far nascere ecosistemi, spazi climatici, coltivazioni particolari; e per costruire gli impianti di trasformazione delle materie prime che avrebbero reso il concetto di ritorno alla terra: il molino, la filiera per il riso, le strutture di trasformazione del caffè, del cacao. Insomma, il sistema produttivo sostenibile. Collegato, si badi bene, alle nuove tecnologie».

Sala, tuttavia, pone come prioritaria l’innovazione, in antitesi con l’orto, inteso come simbolo di tradizione.

«Che significa? Pensa, l’ad di Expo, che i contadini siano degli stupidi? Oggi, specie i giovani, conoscono bene le tecnologie. La loro, la mia idea dell’orto è assolutamente agganciata all’ innovazione. Tornando al punto, c’è, però, da chiedersi: come è possibile realizzare un progetto importante, ma certo complesso, mentre ancora si sta litigando per la questione terreni?».

Di sicuro, è più facile e veloce tirar su nuovi edifici che lavorare al piano originario dell’ Expo verde. Sta qui, l’altro nodo dei ripensamenti?

«Beh, non vorrei essere tentato dai cattivi pensieri. Non ho elementi concreti per formulare ipotesi, ma è evidente che concedere spazi edilizi ai privati è più redditizio. Rientra in logiche di sicuro più compiacenti e funzionali a un certo sistema. E mi fermo qui».

Forse Sala pensa davvero che l’orto globale non attragga investimenti e visitatori. L’input dell’inversione di rotta – dice – arriva anche dagli investitori, dalle aziende, dai Paesi e perfino dal Bie (Bureau International des Expositions).

«Primo: l’ad dovrebbe cercare bravi venditori, invece di paventare mancati ritorni economici. Secondo: sul gradimento del nostro progetto, mi risultano reazioni diverse. A cominciare dal Bie».

Ma lei, Petrini, se l’aspettava che sarebbe andata a finire così?

«A onor del vero, dopo che il progetto dell’orto globale aveva suscitato entusiasmi, in primis del sindaco Moratti, e dopo che il master plan presentato a Parigi ebbe l’ ok dal Bie, non si è fatto vivo più nessuno. Nel frattempo, la nostra Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, lavorava, secondo gli accordi presi, ad una piccola ricerca sull’alimentazione, commissionata dall’ Expo. Il resto, è storia, triste, di questi giorni».

Dunque, la sua idea di ritorno alla terra, legato al tema della nutrizione come elemento centrale del pianeta, che anima il dibattito mondiale, va in soffitta per far posto al supermercato del futuro.

«Sì, a una fiera del cibo, vecchia. Superata. Non funzionerà».

Non ritiene di peccare un po’ di presunzione?

«Non credo. Prendo atto che è cambiata in corso d’opera la filosofia dell’ Expo, mentre il mondo va da un’altra parte. Cito soltanto l’ orto realizzato nel giardino della Casa Bianca e i 2.000 orti urbani che verranno impiantati a Londra, entro il 2012». (Marisa Fumagalli, da “il Corriere della Sera” del 28/3/2011)

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ORTO DIFFUSO. MAPPATURA DEGLI ORTI URBANI A MILANO

di Elena Ruzza, da http://ortiurbani.blogspot.com/ del 28/3/2011

   Il panorama degli orti urbani a Milano è estremamente variegato per tipologia, dimensioni, stato giuridico, finalità e motivazioni, che vanno oltre la passione o la necessità di autosostentamento.

   Si va infatti dalla coltivazione dell’orto urbano quale attività di sostegno o riabilitazione come accade all’ex Paolo Pini, dove il “Libero orto” coinvolge persone in situazioni di disagio o con handicap fisici e psichici, agli orti nelle scuole come strumento didattico e occasione formativa.

   Ci sono naturalmente i complessi di orti in proprietà o in affitto, comunali e privati, fino al vasto insieme di orti abusivi, molti dei quali anche se non istituzionalizzati sono consolidati nel tessuto urbano e sociale, come i 103 orti di via Rizzoli, coltivati fin dagli anni ’50 e poi demoliti dal comune a febbraio, dopo decenni di utilizzo.

   In questo contesto nasce un anno fa su iniziativa dell’agronoma Mariella Bussolati il progetto Orto diffuso, che ha già ottenuto il riconoscimento Award di Agricoltura dell’Agenzia Italiana Campagna e Agricoltura Responsabile. Nel suo manifesto l’orto diffuso si definisce “in realtà un network, che collega gli spazi più immediatamente disponibili (balconi terrazzi, davanzali) con gli spazi più tradizionali. E’ una comunità virtuale ma anche fisica che si articola attraverso tutte le persone che utilizzano questi spazi per ripensare la città, ma anche la propria vita.”

orti urbani a Milano

   Il primo obiettivo di orto diffuso è la mappatura degli orti urbani della città di Milano, come analogamente sta avvenendo a Roma per conto di un’altra iniziativa di cittadini. L’aspetto interessante dell’operazione sta nel suo carattere aperto e collaborativo: chiunque può contribuire segnalando aree milanesi adibite ad orti, e non solo.

   Il catalogo comprende infatti tutte le tipologie riferibili all’agricoltura urbana, dagli orti su terrazzi e balconi a quelli comunali regolarmente affittati passando per orti di privati, cooperative, associazioni, gruppi informali. Inoltre, in linea con la logica del guerrilla gardening, la comunità di orto diffuso invita a segnalare anche aree dismesse o in attesa di una destinazione d’uso definitiva, angoli inutilizzati, aiuole dimenticate e tutti quei luoghi che potenzialmente potrebbero essere ridisegnati e vissuti attraverso l’agricoltura urbana.

   Come dichiarato ancora nel manifesto “progetto dell’orto diffuso” “l’utilizzo di strumenti multimediali e di internet diventa un ingrediente importante per mantenere la rete di relazioni, consentire la condivisione di informazioni, permettere ad altri di conoscere il progetto, rielaborarlo, trasformarlo, e rimetterlo in circolo”.

(Dal blog Ortodiffuso la mappa interattiva degli orti urbani di Milano e Roma).

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LA GUERRA DEGLI ORTI VICINO AL LAMBRO: VIA AGLI SGOMBERI DEGLI ABUSIVI

di Flavia Casella, da “La Sestina” (http://www.lasestina.unimi.it/ ) del 9/2/2011

   Una ruspa sta sollevando dei rifiuti speciali. Amianto. Accanto, un cumulo di rifiuti e una casetta in cemento mezza diroccata. Più lontano si sente il canto di un gallo. Fra il Lambro e via Rizzoli, a pochi metri dal centro direzionale di Rcs, c’erano un centinaio di orti. Coltivati dagli abitanti e pensionati della zona fin dagli anni ’60. Un’occupazione abusiva, secondo Comune e Inps, proprietari del terreno. Con tanto di recinzioni e baracche di fortuna. Di qui lo sgombero.

   La ruspa ha risparmiato solo qualche albero da frutto e pochi appezzamenti. Quelli di proprietà di sette “ortisti” a cui il Tribunale di primo grado ha riconosciuto l’usucapione, e altri 17 ancora in attesa di sentenza. Fra questi ultimi ci sono Elio Ferrari, 79 anni, ex cancelliere del Tribunale e Giuseppe Mazzaferro, 74 anni.

   Elio e Giuseppe coltivano da oltre trent’anni ortaggi, alberi da frutto. Nelle baracche c’è spazio anche per qualche gallina e qualche cane, magari da caccia. Dappertutto bidoni in plastica per raccogliere l’acqua piovana. Dopo gli spargimenti di petrolio dell’anno scorso, usare quella del Lambro per annaffiare è fuori discussione. Elio scuote la testa: «Sono morte tante anatre selvatiche, un vero disastro».

   Elio è l’attuale presidente del Comitato orti: «La cosa più grave è che non siamo mai stati chiamati a parlarne. Vorremmo metterci intorno ad un tavolo e discuterne con il Comune e con l’Inps. Il motivo di questa decisione di sgombero è che il comitato è sostenuto da Rifondazione Comunista. Anche l’ex presidente era di Rifondazione, e ha fatto solo i suoi interessi. Lui pure ha un orto. E ha vinto la causa di usucapione».

   Gli abitanti della zona vivono lo sgombero come una liberazione: «Non vediamo l’ora – dice Carla B., 53, che vive in un palazzo di via Rizzoli, proprio di fronte all’area – sporcizia, animali da cortile, baracche affittate come alloggi agli immigrati. Speriamo ci facciano una bella pista ciclabile».

   Per Roberto M., 65, gli orti non sono il problema: «A me sta bene che restino, purché l’area sia pulita e in ordine. E a quelli che ci hanno messo l’amianto, gli direi di smaltirselo loro». In realtà al commissariato di polizia di via Ponzio dicono che sgomberi veri e propri di immigrati dalle baracche non ce ne sono mai stati.

   Ma resta il problema di cosa sorgerà al posto di queste aree. Secondo il vice sindaco De Corato «É stato il consiglio di zona a chiedere di sgomberare gli abusivi e sarà sempre lo stesso consiglio di zona a decidere della destinazione dei terreni una volta liberati». Ma dovranno decidere in fretta, e si spera dispongano di fondi sufficienti per recintare tutta l’area. «Perché, come nota Elio, appena gli orti verranno eliminati, c’è il rischio che i terreni siano subito occupati, magari da extracomunitari».

   In alcune aree di Milano si è saputo conciliare il verde pubblico con gli orti: è il caso del parco Alessandrini di via Monte Cimone, vicino all’ortomercato. Creato là dove un tempo c’era una rottamazione veicoli, è stato riqualificato nel 2003. Ora ci sono 62 bellissimi orti in concessione triennale, dai 25 ai 90 metri quadrati. Gazebo e tavoli, fiori, frutta e verdura. Al prezzo annuo di un euro al metro quadrato.

   I “contadini fai da te” di via Rizzoli protestano all’idea: «Perché devo lasciare un grande terreno di proprietà per una concessione a tempo (dai 3 ai 5 anni) e per giunta a pagamento?» , sbotta Giuseppe. «Sappiamo – aggiunge – che le baracche sono brutte. Vede questo mucchio di rifiuti? Avremmo potuto gestire tutto in modo diverso. Ma come si può investire se sai che possono mandarti via il giorno dopo?» (Flavia Casella)

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MILANO “CITTÀ-STATO”? 

Riportiamo qui di seguito un articolo di Federico Rampini (su Repubblica), a sua volta ripreso da “Newsweek”) che parla dell’ultimo lavoro di Joel Kotkin, il più celebre geografo-economista-demografo degli Stati Uniti, che ha fatto una nuova mappa del mondo, mappa che rappresenta un possibile (molto possibile) scenario di NUOVO ORDINE MONDIALE, non più in Stati-Nazione, o in Unioni (come il tentativo per ora assai debole dell’Europa), ma in aree geopolitiche di grandi dimensioni (anche se c’è qualche eccezione: come la nascita delle CITTA’-STATO, come Singapore ma anche Londra e Parigi): a parte queste possibili “città stato” (Singapore lo è già) Kotkin individua 18 GEOREGIONI PLANETARIE.

ECCO L’ATLANTE DEL FUTURO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” dell’1/10/2010

(NDR: PER CHI VUOL LEGGERE, SULL’ARGOMENTO, L’ARTICOLO IN ORGINALE DI NEWSWEEK: scrive Newsweek )

NEW YORK. Addio illusioni di appartenere all’Eurozona, o a qualcosa di ancora più vasto come l’Occidente. Più modestamente l’Italia deve rassegnarsi a far parte delle Repubbliche dell’Olivo, per affinità storico-culturali con Grecia e Bulgaria, Macedonia e Portogallo.

Mentre la Germania guida una nuova Lega anseatica che si spinge fino al Baltico. Per l’ America sette anni di guerra in Iraq non sono bastati a impedire che questo paese finisca risucchiato nell’Iranistan , com’era suo destino, insieme a Libano Siria e striscia di Gaza. I Nuovi Ottomani dilagano da Istanbul fino a riprendersi l’Uzbekistan e il Turkmenistan.

   È questa la mappa del mondo reale, non quello immaginario costruito attraverso guerre e trattati, diplomazie e accordi tra governi. Lo colora a tinte forti un’autorità della materia. Joel Kotkin è il più celebre geografo-economista-demografo degli Stati Uniti. Ha pubblicato opere di riferimento sul ruolo delle metropoli nell’era post-moderna, e sull’impatto dell’immigrazione nel futuro dell’America. Oggi è Distinguished Presidential Fellow alla Chapman University in California.

   Originale, visionario, oggi Kotkin lancia molto più di una provocazione. La sua nuova mappa del mondo assomiglia alla rivoluzione del cinema 3-D.I rapporti tra le nazioni acquistano una rilievo tridimensionale, si ricongiungono con il Dna dei loro popoli. Per disegnarla Kotkin ha messo al lavoro il Legatum Institute di Londra. Con risultati sconcertanti e controversi.

   È ora di liberarci delle visioni convenzionali, quelle secondo cui i confini sono decisi solo dalla politica. «Nel mondo intero – sostiene Kotkin in un saggio su Newsweek – una rinascita di legami tribali sta creando nuove reti di alleanze globali, più complesse. Se una volta la diplomazia aveva l’ultima parola nel tracciare le frontiere, oggi sono la storia, la razza, la religione e la cultura a dividere l’umanità in nuovi gruppi in movimento».

   C’entra qualcosa il declino delle ideologie, che avevano funzionato da collante transnazionale. Ambientalisti, progressisti, liberisti: questi sono valori che possono animare le élite, ma per i popoli il concetto di «tribù» è decisamente più potente. Lo sosteneva il grande storico arabo Ibn Khaldun: «Nel deserto sopravvivono solo le tribù, tenute insieme da un forte senso di appartenenza».

   Storia antica,e sorprendentemente moderna. Torna di attualità adesso che il pianeta cerca un’identità dopo il secolo delle grandi ideologie, dei totalitarismi. Non appena finita la guerra fredda hanno iniziato a disgregarsi i blocchi tradizionali: non solo quello sovietico ma anche quello occidentale, e perfino l’idea di Terzo mondo che era nata per definire il movimento dei «non allineati».

   Gli economisti della Goldman Sachs oltre dieci anni fa coniarono con successo l’abbreviazione Bric, per designare le quattro potenze emergenti Brasile Russia India Cina. Ma è ovvio che quei quattro giganti hanno pochi valori in comune. Metterli nello stesso paniere è un’operazione astratta, da speculatori di Borsa, non descrive le dinamiche geopolitiche in azione.

   I veri confini del nuovo mondo sono altri. Tra le tendenze trainanti c’è la rinascita delle città-Stato: non solo Singapore che è davvero un’ entità politica autonoma, ma anche Londra e Parigi sono «metropoli globali»,i cui interessi si separano da quelli delle loro provincie.

   Il Nordamerica è molto più di un’ espressione geografica: tra Stati Uniti e Canada non c’è soluzione di continuità nei sistemi economici, nella cultura. E poi ecco un altro fattore in comune tra Usa e Canada: è l’immensa riserva di terre arabili e di acqua, quattro volte più risorse idriche di Europa e Asia, un punto di forza nelle «guerre alimentari» del futuro.

   La Cina da parte sua ha già di fatto ricostituito la Terra di Mezzo come ai tempi dell’ Impero celeste: Taiwan è sempre meno un’ isola ribelle, viene attirata nell’orbita economica della madrepatria. La Terra di Mezzo cinese rappresenta «il più vasto insieme mondiale popolato da un ceppo etnico omogeneo, gli Han». Questo dà alla Cina e ai suoi satelliti «una straordinaria coesione» ma ne fa anche un mercato di difficile penetrazione per gli stranieri.

   La Grande India sta risucchiando nel suo dinamismo economico il Bangladesh e così chiude un pezzo della lacerazione post-coloniale del 1947. La Cintura del Caucciù tiene insieme nazioni del sudest asiatico che hanno ricche dotazioni di risorse naturali: dalla penisola indocinese a Indonesia, Malesia e Filippine.

The Wild East, l’Oriente selvaggio che include Afganistan, Pakistan e le vicine repubbliche ex-sovietiche, «resta una posta in palio nello scontro di potere tra Cina, India, Nordamerica». La Grande Arabia spazia dal Golfo Persico fino a includere Egitto e Giordania: un’ area resa compatta dal collante religioso ma per la stessa ragione «destinata a un rapporto problematico con il resto del mondo».

   L’Arco del Maghreb corre dall’Algeria alla Libia lungo le coste atlantico-mediterranee. L’impero sudafricano unisce paesi che hanno simili storie coloniali, dotazioni di infrastrutture migliori rispetto al resto dell’area subsahariana, e la prevalenza della religione cristiana.

   Anche in America latina è possibile trovare delle faglie negli orientamenti culturali che dividono due grandi famiglie. Da una parte ci sono i Liberalisti, campioni di una versione locale dell’ economia di mercato e del pluralismo: dal Messico al Cile. Dall’altra le Repubbliche di Bolivar, dove i populismi in versione marxista o peronista hanno messo radici profonde: Cuba e Bolivia, Argentina e Venezuela.

   In mezzo a queste grandi famiglie spiccano anche gli isolati. Sono quelle nazioni che per un forte senso d’identità non possono «sciogliersi»
in un’ appartenenza più vasta: a titoli diversi questo è il destino del Brasile in Sudamerica, della Francia in Europa, del Giappone in Asia.

   Ci sono gruppi in bilico: per esempio le due Lucky Countries, nazioni fortunate, Australia e Nuova Zelanda, che hanno un Dna etnico-culturale anglosassone ma sentono l’attrazione economica dell’Asia con cui le loro economie sono complementari.

   L’Unione europea, vivisezionata da Kotkin e dagli esperti del Legatum Institute, ne esce letteralmente a pezzi. La Lega anseatica germanico-nordica ritrova «quel comune destino creato dal commercio» che lo storico Fernand Braudel le attribuì datandolo al XIII secolo; oggi rinasce in una proiezione globale, perché sono quelli i paesi che si sono meglio inseriti nei mercati asiatici.

   Le Aree di Confine sono Belgio e Repubblica Ceca, Irlanda e Paesi baltici, Polonia e Romania, più il Regno Unito senza Londra: sono paesi intrinsecamente instabili, in bilico tra zone d’ influenza rivali, esposti talvolta alla disunione. In quanto alle nostre Repubbliche dell’Olivo, hanno nobili radici in comune nell’antichità greco-romana. «Ma sono nettamente distanziate dall’ Europa settentrionale in ogni categoria: i tassi di povertà sono due volte più alti, la popolazione attiva dal 10% al 20% inferiore, i debiti pubblici più elevati, e i tassi di natalità più bassi del pianeta».

   Per quanto l’Italia possa progettare barriere per fermare i flussi migratori dalle nazioni «affini», vista da un geografo americano la sua collocazione è chiara. Non c’ è verso che l’Italia possa integrarsi con una Lega anseatica proiettata a distanze stratosferiche: non solo nell’Indice di Prosperità, ma anche su altri terreni perfino più importanti per il futuro. «Istruzione e innovazione tecnologica» nell’Europa tedesco-scandinava hanno raggiunto «punte avanzate impressionanti». È un altro pianeta, i cui ambasciatori occasionalmente s’incontrano a Bruxelles. Che forse non sarà più a lungo la capitale del Belgio. (Federico Rampini) 

…………………….

Milano post-industriale, area ex Innocenti, al centro di speculazioni immobiliari

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One thought on “MILANO e tutto il suo hinterland metropolitano è già “CITTA’ STATO”, e alla nuova economia europea che sembra avviarsi, i CITTADINI esprimono la necessità di portare avanti una MODERNIZZAZIONE DAL BASSO

  1. LUCA giovedì 19 maggio 2011 / 17:09

    Non conoscevo questi retroscena dietro al progetto sostenuto da Slow Food…
    Non capisco ancora come andrà a finire, certo è che qui in Francia Slow Food stenta a prender piede, ma non perché le sue idee sono superate, al contrario perché è il paese del terroir e dell’Appellation d’Origine (la DOC), di un orgoglio della propria gastronomia (tanto da portarla all’UNESCO)… E dove si parla di agricultura urbana nelle università, dove la geografia gode tutto un altro spazio e di tutt’altra considerazione.
    Invece da noi serve un Petrini, servono comitati e associazioni… Siamo visti come una barzelletta, famosi per presunte doti virili, per l’eterno stereotipo pasta/spaghetti/pizza, in balia di mafie e politici corrotti… Cio’ malgrado una ricchezza paesaggistica, culturale e naturalistica probabilmente ineguagliata. Tuttavia siamo anche conosciuti per il nostro “système-D”, (“d” sta per “débrouille”, che significa sbrigarsela da soli), e sono sicuro che in qualche maniera sapremo rispondere in modo adeguato a tutte le sfide che il futuro ci riserva.

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