Bocciata la riconversione della CENTRALE DI PORTO TOLLE a carbone “pulito” – Nella VIA (valutazione di impatto ambientale) non sono state valutate, come prescritto, le alternative più virtuose – Anni perduti inutilmente, e l’incapacità italica di progettare una nuova era di SVILUPPO in sintonia con l’AMBIENTE

la centrale Enel di Porto Tolle

   Il 17 maggio scorso il Consiglio Stato ha annullato il decreto con cui il 29 luglio 2009 il ministero dell’Ambiente aveva dato parere positivo sulla compatibilità ambientale al progetto di riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle.

   La Sesta sezione del Consiglio di Stato, presieduta da Rosanna De Nictolis, ha annullato il decreto firmato dal Ministro Prestigiacomo, accogliendo un ricorso presentato dal WWF Italia, Greenpeace, Italia Nostra e numerose associazioni di operatori economici e del turismo della zona di Porto Tolle. La sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato l’esito della decisione del Tar del Lazio, che il 6 giugno 2010 aveva invece respinto il ricorso delle associazioni ambientaliste e degli operatori del turismo.

   Ora dovrà essere revocato anche il successivo decreto del Ministero dello Sviluppo economico del 5 gennaio 2011 recante Autorizzazione Unica alla società ENEL che consente l’apertura dei cantieri per la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle. “Il carbone è il combustibile fossile che maggiormente contribuisce alle emissioni di anidride carbonica e, quindi, ad aggravare il fenomeno dei cambiamenti climatici –ha detto Stefano Leoni, presidente del WWF Italia- E’ inoltre molto dannoso per la salute della popolazione e per le attività economiche, dall’agricoltura al turismo. E’ ora che la politica energetica italiana si affranchi dagli interessi di parte, che siano il nucleare o il carbone. Il futuro è nell’efficienza energetica e nelle rinnovabili”.

   Recrimina invece l’azienda elettrica: “L’Enel prende atto con stupore della sentenza del Consiglio di Stato”e “in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza ricorda che questa decisione rischia di cancellare un progetto necessario per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese e per la riduzione del costo finale dell’energia, progetto che vedeva un investimento da circa 2,5 miliardi di euro e oltre 3.000 posti di lavoro per i 5 anni necessari a costruire l’impianto e che avrebbe migliorato di molto l’ambiente con l’utilizzo delle più avanzate tecnologie di abbattimento di fumi e inquinanti”.

   Sulle posizioni di protesta contro la sentenza del Consiglio di Stato vi è la Regione Veneto, tutto il mondo politico, i sindacati con i lavoratori della centrale.

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   Sembra che il vero motivo per il quale il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso (del WWF Italia, Greenpeace, Italia Nostra e di numerose associazioni di operatori economici e del turismo della zona di Porto Tolle) contro la concessione di “compatibilità ambientale” (in pratica la VIA,
valutazione di impatto ambientale) concessa dal Ministero dell’Ambiente nel luglio 2009, sembra che il vero motivo (non ancora pubblicato, pertanto qui è una supposizione, però realistica…) sia che i giudici volevano che la discussione vertesse soprattutto sulla mancata valutazione – nella riconversione della centrale – dell’uso del gas-metano (molto meno inquinante) in alternativa al carbone. C’è poi la legge regionale veneta istitutiva del Parco del Delta del Po del 1997 (n. 36) – a tutt’oggi inottemperata – che prescrive (all’art. 30, comma 1, lettera A) l’alimentazione a gas metano, ovvero a combustibile di minor impatto ambientale.

   Noi non siamo mai stati convinti del cosiddetto “carbone pulito” (e cerchiamo di spiegarlo nelle righe che seguono, ma ne avevamo già parlato in questo blog ancora nel gennaio 2009 quando era in discussione la VIA). Quello che vogliamo premettere comunque è la metodologia di scelta di grandi opere, impianti (come questo, necessario più che mai alla produzione energetica nazionale). Modi di scegliere che lasciano perplessi.

1-  Si parte con un’idea: in questo caso l’Enel, del “carbone pulito”… grandi scorte ce ne sono al mondo e quel che appariva fino a qualche anno fa una materia prima obsoleta perché altamente “sporca”, inquinante, ridiventa appetibile e addirittura considerata “ecologica” (poi vi diciamo i nostri forti dubbi su quello che viene chiamato “carbone pulito”): come dire: quando si amplia una discarica di rifiuti tossici lo si fa sempre per un progetto di riqualificazione ambientale del luogo… (questa è la metodologia, la terminologia… come accade che gli inceneritori vengano chiamati termovalorizzatori…).

2-  Magari si “minaccia” anche, velatamente, che se ci son problemi la si va a fare (la centrale a carbone) in Albania, dove nessuno solleva obiezioni, anzi. E gli investimenti in opere (2.500 miliardi) e lavoro (3.000 addetti per cinque anni) per un territorio (il Polesine) in crisi, saranno così dirottati da altre parti. Ma si ha pure un po’ la consapevolezza (forse…) di non avere fatto nel passato le cose come andavano fatte: Francesco Luigi Tatò e Paolo Scaroni, ex amministratori delegati di Enel Spa, nel gennaio scorso sono stati condannati dalla Terza sezione penale della Cassazione per i danni ambientali provocati dalla  stessa centrale Enel di Porto Tolle, quando questa era alimentata ad olio combustibile.

3-  Non si valutano per niente le alternative possibili (come previsto poi obbligatoriamente dal piano di Valutazione di Impatto Ambientale). Incredibilmente quest’area polesana adriatica ne ha una (di alternativa “verde”) indiscutibile: la possibilità di approvvigionamento con il gas-metano, disponibile in grandi quantità visto che al largo del Polesine è stato costruito il più grande rigassificatore europeo, con una conduttura che consente il trasferimento in terraferma… (rigassificatore inaugurato da Berlusconi e dall’Emiro del Qatar il 19 ottobre del 2009: alla fine di questo post vi proponiamo un articolo dell’inaugurazione e delle caratteristiche e della portata del rigassificatore al largo di Porto Tolle). Comunque gas dal Qatar e carbone da “chissà dove” sempre di dipendenza energetica si tratta, e fa pensare questo; ma almeno la prima è “pulita”…

4-  E ora che accadrà? Sindacati e mondo politico sono preoccupati per il problema dell’occupazione che la centrale avrebbe prodotto di qui a poco. Ma anche una centrale a gas (e non a carbone) avrebbe portato occupazione…  Perché non abbandonare l’idea del carbone (che farà perdere ancora tanto tempo) e “buttare il cuore oltre l’ostacolo” sposando l’innovazione ecologica energetica che in tutta Europa si sta mettendo in moto (in primis in Germania) e connettere la presenza del rigassificatore al largo in Adriatico con la centrale a Porto Tolle a gas naturale?

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ALCUNE NOSTRE CONSIDERAZIONI SUL “CARBONE PULITO”

   La centrale termoelettrica di Porto Tolle, situata sul delta del Po (nell’omonimo comune, in località Polesine Camerini) è entrata in esercizio tra il 1980 e il 1984, e sorge su una vasta area di ben 200 ettari sulla riva destra del Po di Pila. Fino a pochi anni fa produceva il 10 per cento del fabbisogno elettrico nazionale, con circa il 40% dell’energia prodotta in Veneto. Attualmente una sezione della centrale è stata smantellata, con una parziale riduzione della produzione energetica (dal 10 all’8% del consumo nazionale). Ora la centrale funziona a gasolio (138 tonnellate all’ora).

   Siamo andati a leggere l’elaborato con il quale l’Enel presenta il progetto di riconversione “a carbone pulito”, e in esso si insiste sul fatto che l’utilizzo del carbone “pulito” porterà a una riduzione anche dell’attuale inquinamento. All’inizio, prima della scelta a carbone, si era prospettato anche l’utilizzo di emulsione di idrocarburi e acqua (Orimulsion), preferito da molti, ma l’Enel ha subito puntato sul carbone.

   L’Enel, nell’elaborato di presentazione del progetto, per renderlo accoglibile a tutti i perplessi del “ritorno all’era del carbone” (cosa che peraltro sta accadendo in molte parti dell’Europa e del mondo; lo stesso Obama, al momento dell’elezione, si è dichiarato favorevole al “carbone pulito”), indica cinque punti “forti” della proposta “carbone pulito”:

1- l’impiego di “caldaie ultrasupercritiche”, cioè con elevati rendimenti termodinamici, e quindi notevole risparmio energetico;

2- un nuovo sistema di trattamento dei fumi, con: a)denitrificazione catalitica dei fumi e abbattimento degli ossidi di azoto, b)filtri per depolverazione dei fumi, c)desolforazione dei fumi, con l’uso di calcare/gesso ad umido;

3- i lavori (di movimentazione e stoccaggio del carbone) saranno effettuati al chiuso, e il trasporto del carbone e dei residui saranno fatti via mare su chiatte con stive chiuse;

4- i residui di processo saranno venduti come materiali da costruzione o altri usi;

5- vi è da parte dell’Enel una disponibilità ad accordi con le categoria produttive coinvolte (pescatori, coltivatori di mitili) per i transiti.

   A noi tutto questo non convince molto. L’idea del “carbone pulito” è da capire bene. Il carbone produce più anidride carbonica di qualsiasi altro carburante. E’ chiaro che in questo caso “viene pulito” dalle sostanze tossiche, ma queste sostanze devono finire comunque da qualche parte (l’Enel vuol metterle in materiali da costruzione…); e se non vengono fermate dai filtri vanno in atmosfera…

   E la “cattura” delle emissioni (il CCS, la cattura della CO2) è una tecnologia tanto promettente che dopo venti anni che se ne parla  ancora non si è visto un prototipo su grande scala (impianti dotati di desolforatori e di denitrificatori: sistemi che permettono di abbattere solo una parte delle sostanze inquinanti quali gli ossidi di zolfo e di azoto…).

   Comunque l’idea di “catturare” le emissioni di CO2 per seppellirle o riciclarle da qualche altra parte in modo che non facciano danni “immediati”, rende preoccupante la cosa. Dà molto l’idea delle scorie radioattive delle centrali nucleari, lasciate come “patrimonio” alle generazioni future. Insomma una grande centrale termoelettrica a metà tra un grandissimo inceneritore (veramente grande) che con i suoi filtri deve catturare i fumi tossici, e dall’altra qualcosa di simile a una centrale nucleare che deve gestire l’ingombrante problema delle scorie (pur scorie, lo riconosciamo, meno pericolose di quelle nucleari…).

   Che non sia ipotizzabile una soluzione più compatibile per la centrale di Porto Tolle? Da qui la proposta di un utilizzo a GAS con la possibilità di collegarsi al rigassificatore già in funzione lì a pochi chilometri nell’Adriatico; sembra l’uovo di colombo…

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SVILUPPO VERDE? L’ITALIA NON CI CREDE

di Marzio Galeotti, la http://www.lavoce.info/ del 20.05.2011

   Molti paesi hanno risposto alla crisi del 2008 varando i pacchetti verdi, misure di promozione dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Tre anni dopo l’Italia discute di riforme che dovrebbero ridare slancio alla crescita. Dai documenti ufficiali si apprende che l’energia e l’ambiente non figurano tra le priorità del governo, mentre lo sono l’edilizia privata e il turismo. I pochi provvedimenti inseriti derivano da direttive europee. La scarsa sensibilità verso il tema della sostenibilità fa trascurare anche i potenziali vantaggi rispetto al ciclo economico.

   Era il 2007. Nel marzo il Consiglio europeo varava la nuova politica integrata per l’energia e il clima che avrebbe portato, nel 2009, alle direttive del noto pacchetto “20-20-20” su riduzione delle emissioni e aumento delle fonti rinnovabili. Gli stessi obiettivi – lotta ai cambiamenti climatici e riduzione della dipendenza energetica dall’estero – costituivano uno dei capisaldi del programma che in quell’anno Barack Obama divulgava e che lo avrebbe portato all’elezione a presidente degli Stati Uniti il 4 novembre 2008.

PACCHETTI VERDI CONTRO LA CRISI

   Era il 2008 quando il prezzo del petrolio raggiungeva il massimo storico e deflagrava la crisi finanziaria. Fu grazie alla lungimiranza di alcuni governanti che in quel periodo vennero concepiti i “green packages”, quell’insieme di misure di promozione dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili che vennero inserite nei pacchetti di stabilizzazione varati in fretta e furia da molti paesi per prevenire la caduta dell’attività economica. Quei politici avevano intuito che queste misure potevano rappresentare una potente occasione di sviluppo industriale, crescita del valore aggiunto, creazione di nuovi posti di lavoro, anche a riassorbimento di quelli distrutti, innovazione tecnologica e formazione di
nuove competenze.

   Avevano cioè capito che quella che sarebbe diventata nota come Green economy era la prospettiva che permetteva di sfruttare in chiave congiunturale – e quindi di breve periodo – il perseguimento di obiettivi di cambiamento strutturale – e quindi di lungo periodo. Poteva dunque rappresentare l’inizio della transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio e libera da combustibili fossili.

Giova ricordare che in valori assoluti i pacchetti verdi più consistenti furono quelli di Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Germania e Giappone e in termini percentuali sul Pil quelli di Corea del Sud (80per cento), Cina (38 per cento) e Francia (21 per cento). Giova altresì ricordare che l’Italia era buona ultima, destinando solo l’1,3 per cento del Pil a interventi verdi peraltro nelle sole infrastrutture ferroviarie.

La crisi economica si è rivelata poi assai più acuta e i buoni e innovativi propositi di sviluppo verde hanno finito per cedere il passo alle logiche di analisi e di intervento tradizionali. Mentre per mancanza di consenso e per il potere delle lobby energetiche, Obama fatica ancora a intraprendere un’azione incisiva nel campo della Green economy, l’Unione Europea procede spedita nella persecuzione dei propri obiettivi al 2020 e discute di quelli nuovi, da darsi successivamente.

   Sono quegli obiettivi che nel maggio 2008 il neo-insediato governo Berlusconi ereditava con scarso entusiasmo, cercando inizialmente di contrastarli in quanto troppo costosi e che oggi porta avanti con scarsa determinazione come mostrato dall’atteggiamento ondivago nella vicenda
degli incentivi al fotovoltaico
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PRIORITÀ AL MATTONE

   Sono fatti che è opportuno richiamare in questi giorni, mentre si discute di politiche per lo sviluppo con la presentazione, da parte del ministro Tremonti, del Piano nazionale di riforma (Pnr) nell’ambito del Documento di economia e finanza 2011 e del “decreto sviluppo” di alcuni giorni fa. In quei documenti sono delineati i primi interventi concreti e le riforme che il governo intende adottare per ridare slancio alla crescita e raggiungere gli obiettivi di “Europa 2020”.

   Nel decreto legge, in omaggio a un’impostazione vecchia, si punta sul rilancio dell’edilizia privata tout court concedendo nuovo spazio all’edificabilità, incidendo anche sulle zone costiere, intervenendo dunque in un ambito ormai delicatissimo qual è quello del consumo di territorio.

Il capitolo del Pnr dedicato all’energia e ambiente riserva invero poche novità e nessuna vera nuova riforma. Come si apprende dalla premessa del documento, l’energia e l’ambiente non figurano tra le priorità del governo nel suo programma di riforma, mentre vi sono, a titolo d’esempio, l’edilizia privata e il turismo. (1)

   Nel testo del Pnr vero e proprio figurano tuttavia misure dedicate, ma si tratta sostanzialmente di provvedimenti connessi all’adempimento delle direttive europee e la continuazione di alcune misure esistenti, come quello sconto fiscale del 55 per cento sulla riqualificazione energetica degli edifici che lo stesso ministro aveva annullato per poi reintrodurlo a furor di popolo.

   Viene annunciato un Piano d’azione per la riduzione dei consumi energetici della pubblica amministrazione, elencato tra le principali misure (p. 3), ma di ciò non si trova poi traccia nelle tabelle riepilogative degli interventi in allegato. Allo stesso tempo ci si premura di annunciare un “corretto insieme di politiche per l’efficienza”, ma – si aggiunge subito – “evitando tuttavia indicazione di obiettivi numerici vincolanti”. (2)

   Ci pare in sostanza di essere lontani da misure che gli inglesi definirebbero “bold”, come la revisione generale della fiscalità in campo energetico ripensata a fini ambientali o come atti di indirizzo sulle infrastrutture e le reti di distribuzione dell’elettricità e del gas, anche con riguardo all’assetto concorrenziale di tali mercati.

La rete, si prenda la rete. Leggiamo che Angela Merkel finanzierà con 500 milioni di euro un programma di ricerca e sviluppo che abbia al centro i sistemi per accumulare elettricità e ridistribuirla in maniera efficiente. La Germania infatti ha saputo trarre immediate conseguenze dall’incidente nucleare di Fukushima e le crisi del Nord Africa, i due fatti che hanno cambiato, forse in maniera permanente, lo scenario energetico internazionale.

   Una conferma del quadro mutato è la pubblicazione in questi giorni del Rapporto speciale sulle fonti rinnovabili da parte dell’Ipcc, il supremo organo scientifico sui cambiamenti climatici costituito in seno all’Onu. (3) (ndr: l’Intergovernmental Panel on Climate Change  – Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, IPCC – è il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ed il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale).

   Decidendo l’uscita definitiva dal nucleare entro dieci anni, la Merkel ha senza indugi insediato una commissione di (pochi) esperti incaricati di predisporre il nuovo piano energetico nazionale, che si baserà sui tre pilastri dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili e delle reti efficienti e intelligenti di trasmissione e distribuzione.

In sostanza, una diversa sensibilità e scelta di tempi verso i temi dell’energia e dell’ambiente mostrata dai tedeschi rispetto ai nostri governanti. Una scarsa sensibilità, va detto, mostrata anche da molti macroeconomisti nostrani, che omettono sistematicamente di annoverare tra i motori del cambiamento strutturale e le conseguenti necessarie riforme, accanto ai grandi temi del capitale umano e dell’innovazione tecnologica, delle condizioni competitive dei mercati e delle strutture amministrative, quelli che si riassumono nel termine di sostenibilità. Trascurando di conseguenza anche i potenziali vantaggi rispetto al ciclo economico.

Un peccato che non si apprezzi il fatto che la Green economy è il grimaldello congiunturale dello sviluppo sostenibile. E sottolineiamo “sviluppo”. (Marzio Galeotti, da www.lavoce.info )

(1)Il testo del Pnr si trova a questo indirizzo. Le priorità indicate nella Premessa sono: riforma fiscale, Meridione, lavoro, opere pubbliche, edilizia privata, ricerca & sviluppo, istruzione & merito, turismo, agricoltura, processo civile, riforma della pubblica amministrazione e semplificazione.

(2)Questa misura è indicata all’interno della priorità Ags (Annual Growth Survey) n. 10 “Creare un accesso efficiente all’energia” (p. 14).

(3)Tecnicamente è stato ad oggi pubblicato solo un estratto del rapporto, il cosiddetto “summary for Policymakers” il cui testo si trova a questo indirizzo.

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ROVIGO. BOCCIATO IL CARBONE A PORTO TOLLE: IL CONSIGLIO   DI STATO ACCOGLIE I RICORSI

La sentenza blocca la riconversione della centrale:   passa la linea di ambientalisti e operatori economici del litorale

di Giuseppe Pietrobelli, da “il Gazzettino” del 18/5/2011

ROVIGO – Bocciata la   riconversione a carbone della centrale Enel di Polesine Camerini, uno dei   colossi energetici italiani. Il Consiglio di Stato, con una sentenza che ha rovesciato la decisione del Tar del Lazio di un anno fa, ha accolto il ricorso presentato non solo dagli ambientalisti (Greenpeace, Wwf e Italia Nostra), ma anche da una serie di soggetti pubblici e privati del Polesine, operatori turistici ed economici, che volevano bloccare una fonte di possibile inquinamento. Con danni gravi sia all’ecosistema del Delta del Po che alle attività turistiche del litorale polesano.
Che la causa d’appello in Consiglio di Stato si stesse mettendo bene, l’avvocato rodigino Matteo Ceruti lo aveva capito il 10 maggio scorso quando, al momento della discussione in aula, ha ricevuto dal presidente Rosanna De Nictolis e dal relatore l’invito a soffermarsi su un aspetto. I giudici volevano che la discussione vertesse soprattutto sulla mancata valutazione – nella riconversione della centrale – dell’uso del gas-metano (molto meno inquinante) in alternativa al carbone.
Ed è su questo punto che l’avvocato Ceruti sembra aver vinto la causa che ieri si è sintetizzata in un dispositivo laconico. Viene annullato il decreto del 29 luglio 2009 del Ministero dell’Ambiente che aveva dato parere positivo alla Via, “Valutazione di impatto Ambientale” per la nuova opera. «Di conseguenza viene travolto anche il provvedimento del ministero dello Sviluppo economico con cui si autorizza la costruzione dell’impianto» spiega il legale.
Contro il Tar del Lazio, il ricorso aveva ricordato come «la legge regionale veneta istitutiva del Parco del Delta del Po del 1997 – a tutt’oggi inottemperata – prescrive l’alimentazione a gas metano, ovvero a combustibile minor impatto ambientale» per la Centrale di Porto Tolle. Ma il “decreto incentivi” del 2009 aveva fornito un appiglio per derogare a quella legge e aveva consentito ai giudici amministrativi laziali di confutare tutte le censure avanzate dagli ambientalisti.
Il progetto dell’Enel si è arenato invece sulla mancanza (o insufficienza) di valutazione alternativa al carbone che i pareri di Valutazione di Impatto Ambientale avrebbero dovuto contenere. Ovvero sui progetti di approvvigionamento con il gas-metano, disponibile in grandi quantità visto che al largo del Polesine è stato costruito il più grande rigassificatore europeo, con una conduttura che consente il trasferimento in terraferma.
E sull’importanza del gas-metano come alternativa al carbone avevano speso parole decisive, nei loro pareri, anche la Regione Veneto e l’Arpav, pur appoggiando poi la tesi del carbone. La “Commissione Via” regionale aveva scritto: «Lo studio di impatto ambientale dell’Enel presenta carenze approfonditive nel confronto tra la riconversione a carbone e le altre soluzioni alternative. E’ del tutto evidente che le emissioni in atmosfera di un impianto alimentato a gas naturale di pari potenza sarebbero decisamente inferiori rispetto a quello proposto».  Quelle considerazioni poi non avevano avuto seguito. E il Tar del Lazio era incorso in una topica, quando aveva ammesso la preferibilità del metano «solo se fosse stato già esistente e funzionante alla data del parere o, perlomeno, in via d’una realizzazione tanto avanzata da prevederne in tempi certi l’entrata in funzione» una struttura in loco per l’approvvigionamento. Il fatto è, ha rilevato l’avvocato Ceruti, che il gasdotto era già stato inaugurato dal premier Berlusconi e dall’emiro del Qatar.
«Preoccupazione e stupore» è stata espressa da Andrea Tomat, presidente di Cofindustria del Veneto, che rivendica «l’autonomia delle imprese a programmare lo sviluppo. E il governatore Luca Zaia parla di un «progetto irrinunciabile». (Giuseppe Pietrobelli)

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SALE LA PROTESTA A PORTO TOLLE

di Jacopo Giliberto, da “il   Sole 24ore” del 19/5/2011

–  Paese bloccato. Sindacati preoccupati dopo lo stop del Consiglio di Stato alla centrale a carbone pulito – Romani: “Faremo il possibile per salvaguardare l’investimento” –

   Lo scenario cambia. I casi del blocco alla centrale Enel di Porto Tolle e all’Ikea di Pisa mostrano che dopo la paralisi dei progetti dovuta alle contestazioni dei comitati locali, oggi il nemico più ricorrente dei nuovi impianti è l’amministrazione pubblica. Gli stop scaturiscono dal contrasto fra gli enti locali e il governo centrale. Dal braccio di ferro tra politici.

   Dalle diverse magistrature, come nella vicenda di Porto Tolle dove il Consiglio di Stato dà torto al ministero dell’Ambiente e al Tar. Si delinea anche una diversa mappa delle rappresentanze sociali, con i sindacati a fianco delle imprese e i comitati locali anti-progetti a fianco dei sindaci.

   Il censimento dei contenziosi locali del Nimby Forum (l’osservatorio dell’Aris che in aprile ha pubblicato la sesta edizione del rapporto) ha rilevato che i “nemici” più forti di centrali elettriche, inceneritori, linee ferroviarie, stabilimenti non sono più i contestatori che si raggruppano con i cartelli scritti a vernice, ma i sindaci e i presidenti delle province.

   Se c’è un veto municipale, il no arriva nel 60% dei casi dalle amministrazioni comunali guidate da liste civiche, mentre le giunte di destra e di sinistra sono pari al 20%. Gli oppositori più spietati sono i vicini. Il comune interessato dal progetto è favorevole o contrario nella metà dei casi, ma il comune confinante fa barricate contro il progetto nell’89% dei casi. Lo stesso vale per la provincia e la regione (più spesso si oppone la provincia o la regione adiacente).

   «Non è più una contestazione popolare ma un’opposizione politica e giuridica. Il rimpallo tra Tar e Consiglio di Stato, oppure tra governo locale e governo nazionale, fanno più danni dei comitati di contestatori», osserva Alessandro Beulcke, capo del Nimby Forum, il quale ha censito ogni anno 150 nuovi impianti contestati (158 l’anno scorso, secondo il censimento Nimby Forum di aprile) che si sommano alle contestazioni già in corso da anni, per un totale di 320 progetti paralizzati nel 2010.

   La lista non ha fine. Qualche nome simbolico? Ecco la centrale a carbone (gemella di quella di Porto Tolle) che  la svizzera Repower vorrebbe costruire a Saline Ioniche (Reggio Calabria). Ecco la storia infinita del rigassificatore che la British Gas tenta di realizzare a Brindisi: il progetto ha la stessa età di un ragazzo che frequenta la prima media.

   In qualche caso si decide il successo o la sconfitta di un paese, com’è accaduto in questi anni in Piemonte. È la storia di Guido Ghisolfi, che con l’azienda di famiglia (il colosso alessandrino Mossi&Ghisolfi, il più importante produttore al mondo di plastica Pet per le bottiglie) aveva deciso di costruire a Rivalta Scrivia una bio-raffineria per produrre con materie prime vegetali carburanti innovativi come la benzina pulita all’alcol.

   Ebbene, Rivalta Scrivia ha contestato l’investimento e la raffineria pulita è stata vinta da Crescentino (Vercelli), dove la sindaca Marinella Venegoni ha indovinato la mossa vincente e ha appoggiato il progetto: l’impianto è in costruzione al posto della fonderia lasciata dalla Teksid (gruppo Fiat).

   Lo stop ai progetti ha conseguenze a cascata. L’Enel per la centrale di Porto Tolle aveva già aperto i bandi di gara per le forniture. Ci sono centinaia di aziende pronte alla corsa. Un caso per tutti, la Bonetti di Garbagnate Milanese è uno dei più forti produttori al mondo di valvole speciali per l’industria dell’energia e per le centrali elettriche, e l’amministratore delegato Giuseppe Dalmasso – già deluso dall’esperienza dello stop improvviso alle forniture del programma  nucleare deciso dal governo – rafforza «i mercati esteri, come il nuovo stabilimento che abbiamo in India, perché l’Italia è sempre più chiusa».

   Ieri il ministro dello Sviluppo economico ha lanciato un nuovo allarme. Il blocco alla centrale elettrica sul delta del Po «rischia di cancellare un intervento importante per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese e per la riduzione del costo finale dell’energia». Ecco la voce di Andrea Clavarino, presidente dell’Assocarboni: «Con il quadro normativo italiano sempre incerto non c’è da stupirsi se il nostro paese non attira investimenti esteri diretti».

   Preoccupate le imprese rovigotte. «L’investimento deve restare qui», chiede all’Enel e alle istituzioni Emilio Oriboni, direttore del Consorzio Polesine, che raccoglie 65 imprese locali e circa mille addetti. «Porto Tolle è un caso unico in Itaia. Non è mai successo che un territorio sia unito a favore di un progetto, condiviso da  tutte le istituzioni, e che poi questo sia bloccato da un ricorso di associazioni che non rappresentano la volontà del territorio. In questa situazione il nostro consorzio di imprese è, come si dice, “alla frutta”: non possiamo arrivare fino al 2012 e aspettare l’apertura di un nuovo iter».

   I dipendenti dell’Enel di Porto Tolle hanno organizzato ieri una protesta (un’altra potrebbe tenersi a giorni a Roma): «Le istituzioni devono essere al nostro fianco», avverte Dalmazio Passarella, della Filcem Cgil e delle rsu della centrale; «chiediamo un intervento della presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia. Non è possibile che l’investimento vada all’estero». (Jacopo Giliberto)

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“QUEL PROGETTO NON HA AVUTO PARERI FAVOREVOLI”

–  Intervento dell’Avvocato Matteo Ceruti, legale dei ricorrenti (associazioni di imprenditori del turismo e della pesca ed associazioni ambientaliste)
avanti il Consiglio di Stato – da “IL GAZZETTINO” del 20/5/2011 –

   Giudici e avvocati parlano attraverso gli atti processuali. Leggo però sulla stampa dichiarazioni e commenti che lasciano perplessi circa la conoscenza da parte dei dichiaranti sull’iter autorizzatorio del progetto e la vicenda processuale: ritengo doverose alcune precisazioni.
Tralascio chi taccia come “antidemocratico” il diritto costituzionale di rivolgersi al Giudice amministrativo per tutelare un legittimo interesse di cittadini, per ottenere l’annullamento di atti dell’Amministrazione assunti in violazione delle leggi, perché dimostra di non conoscere neppure i rudimenti delle istituzioni democratiche che invoca. I più si sono detti sorpresi dell’esito del processo invocando una rapida riapprovazione del progetto che avrebbe ottenuto tutti i pareri favorevoli da parte degli organi preposti.

   Si tratta di un’affermazione gravemente inesatta perché questo progetto non ha affatto ottenuto il giudizio favorevole delle autorità preposte: sia l’ARPA-Agenzia per la protezione dell’ambiente (parere del 29 giugno 2009), sia la Commissione regionale del Veneto per la VIA (parere del 30 giugno 2009), sia la Giunta regionale del Veneto (delibera n. 2018 del 7 luglio 2009) si erano sì espresse favorevolmente, ma sulla base dell’ imprescindibile condizione che venissero imposte una serie di prescrizioni sugli inquinanti emessi dall’impianto che non sono state rispettate dal decreto di valutazione di impatto ambientale del Ministro dell’ambiente.

   Si invocano gli Stati Uniti e i Paesi stranieri in cui i procedimenti di autorizzazione dei progetti sarebbero più snelli. In tutti i Paesi stranieri in cui c’è un’Agenzia preposta alla tutela dell’ambiente, in primis gli Usa, i pareri espressi vengono seguiti dall’autorità politica e non disattesi. Ecco perché nel nostro Paese le decisioni sono il frutto di iter burocratici complessi e confusi.
Si sostiene che il progetto sia una scelta ambientalmente compatibile. Nel processo penale sul funzionamento della centrale ad olio combustibile, conclusosi davanti alla Cassazione, è stato accertato che Enel ha deliberatamente tenuto la centrale di Porto Tolle per ultimo tra tutti i suoi impianti ad essere adeguato alla normativa ambientale sulle emissioni. Per questo motivo si sono prodotti gravi danni all’ambiente del Delta del Po, calcolati economicamente in diversi milioni di euro. Questo è stato il trattamento riservato da Enel negli ultimi vent’anni al Polesine.
Con questo progetto di alimentazione a carbone ancora una volta si riserva al Polesine il ruolo di “cenerentola” d’Italia, perché è un dato davvero pacifico che il carbone rimane a tutt’oggi il peggiore combustibile sotto il profilo ambientale esistente.

   Per quale motivo la provincia di Rovigo dovrebbe accettare ancora una volta il peggiore progetto attualmente possibile? Spetta ora alla Politica, innanzitutto locale e regionale, affrontare davvero il problema. Ma partendo dai suddetti dati di fatto non confutabili. Come non confutabile è che il più grande terminale gasifero off shore del mondo (il cui gasdotto è stato realizzato in modo illecito) sorga al largo di Porto Levante ed abbia come punto più vicino della costa la darsena della centrale Enel di Porto Tolle. (Avv. Matteo Ceruti)

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QUATTRO MESI FA:

12/1/2011: PORTO TOLLE, CONDANNATI I VERTICI ENEL

da “la Repubblica” del 13/1/2011

   Francesco Luigi Tatò e Paolo Scaroni, ex amministratori delegati di Enel Spa, sono stati condannati dalla Terza sezione penale della Cassazione per i danni provocati dalla centrale Enel di Polesine Camerini (Rovigo), meglio conosciuta come centrale di Porto Tolle, quando questa era alimentata ad olio combustibile.

   La Suprema Corte ha ribaltato la sentenza della Corte d’Appello di Venezia, riconoscendo la responsabilità penale degli imputati (ma i reati tuttavia nel frattempo si sono prescritti). Se la vittoria in sede penale è quindi solo di principio per il passato e di monito per il futuro, va avanti invece la causa in sede civile. L’esatta quantificazione dei danni spetterà infatti ora alla Corte d’Appello civile di Venezia.

   A costituirsi parte civile erano stati enti pubblici veneti ed emiliani (tra cui i Comuni di Goro e Mesola, la Provincia di Ferrara e il Parco del Delta del Po), il ministero dell’Ambiente e le associazioni Italia Nostra, Wwf e Legambiente.

   Per i profili civilistici – come ricorda oggi l’edizione ferrarese del Resto del Carlino – “occorre riesaminare l’accordo transativo a suo tempo stipulato e che, a fronte della rinuncia alla ripetizione delle somme pagate in sede provvisionale, portò alla rinuncia alla costituzione di parte civile di diverse parti costituite. La transazione preclude a tali parti (ma solo a queste) la riproposizione della domanda risarcitoria. Gli altri soggetti legittimati a proporre dinanzi alla Corte d’Appello in sede civile dovranno ovviamente assolvere il non agevole onere probatorio in relazione ai danni effettivamente subiti. Per una compiuta analisi delle prospettive di tale giudizio bisognerà ovviamente attendere il deposito delle motivazioni. Tommaso Moretto”.

   I reati imputati alla società erano di emissioni moleste, danneggiamento all’ambiente, al patrimonio pubblico e privato e la violazione della normativa in materia di inquinamento atmosferico. In primo grado (nel marzo del 2006) erano stati condannati sia Tatò (7 mesi) e Scaroni (un mese) sia i due direttori di centrale Carlo Zanatta (due mesi) e Renzo Busatto (sanzione pecuniaria) e sia la stessa Enel.

   La corte d’appello di Venezia aveva confermato la condanna per Busatto e Zanatta mentre aveva assolto Tatò e Scaroni. “Pur nell’attesa del deposito della motivazione della sentenza – sottolineano i legali di parte civile Matteo Ceruti e Valerio Malaspina – si può già osservare che, malgrado la complessità della struttura societaria, la Suprema Corte, contrariamente a quanto deciso dai giudici veneziani, ha riconosciuto una responsabilità del vertice della holding in relazione ai reati di emissioni moleste, danneggiamenti e violazione della normativa sull’inquinamento atmosferico. Ora, essendosi nel frattempo prescritti i reati, spetterà alla Corte d’Appello civile di Venezia operare l’esatta quantificazione di tutti i danni patiti delle parti civili rimaste. Si tratta di un’importante conferma della correttezza dell’impostazione accusatoria, della sentenza di primo grado e della posizione perseguita dalle parti civili rappresentate dagli scriventi, che sono stati gli unici soggetti a sostenere sino all’ultima fase processuale la tesi di un obbligo di controllo e di intervento sulla centrale di Porto Tolle anche da parte dei massimi livelli societari”.

   Ma quello che agli ambientalisti sta forse ancora più a cuore è che la sentenza della Cassazione possa pesare sul futuro della centrale, dopo che nel corso di una lunga battaglia non ancora conclusa, proprio pochi giorni fa, malgrado i dubbi delle magistratura di Rovigo e l’opposizione della cittadinanza, il ministero dello Sviluppo economico ha dato il suo via libera alla riconversione di Porto Tolle da parte dell’Enel in un impianto alimentato a carbone.

   “Spendere due miliardi e mezzo di euro per produrre dieci milioni di tonnellate di CO2 l’anno non sembra una scelta saggia. Enel – sostiene Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia – dovrebbe smetterla di investire in tecnologie pericolose come carbone e nucleare e passare con decisione alle rinnovabili e all’efficienza: oltre a Greenpeace, anche la Commissione europea e vari gruppi di imprese hanno già definito scenari realistici per un’Europa 100% rinnovabile al 2050. Perché l’Italia ed Enel non dovrebbero accettare questa sfida che oltretutto genera molta più occupazione?”.

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OTTOBRE 2009:

INAUGURATO IL TERMINALE ADRIATIC LNG

da http://www.adriaticlng.it/  (ottobre 2009)

   L’Emiro del Qatar e il Presidente del Consiglio dei Ministri hanno inaugurato il terminale di rigassificazione Adriatic LNG che soddisferà il 10% del
fabbisogno italiano di gas
. Il 19 ottobre, al Teatro La Fenice di Venezia, si è svolta l’inaugurazione del terminale Adriatic LNG, alla presenza di Sua Altezza l’Emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa Al-Thani e del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, Silvio Berlusconi.
Il terminale Adriatic LNG, posizionato al largo di Porto Levante, nell’alto mare Adriatico, a circa 15 chilometri dalla costa veneta, è la prima struttura al mondo offshore in cemento armato per la ricezione, lo stoccaggio e la rigassificazione del Gas Naturale Liquefatto (GNL).

   Il terminale è stato progettato, costruito ed è gestito da Terminale GNL Adriatico (Adriatic LNG), la joint venture tra Qatar Terminal Limited (45%) – affiliata di Qatar Petroleum – ExxonMobil Italiana Gas (45%) ed Edison (10%).

   Questa grande infrastruttura energetica d’avanguardia ospita due serbatoi per il GNL, un impianto di rigassificazione e le strutture per l’ormeggio e lo scarico del gas naturale liquefatto dalle navi metaniere.
La gran parte del gas destinato al terminale Adriatic LNG proverrà dal giacimento North Field, al largo della costa del Qatar, il più grande giacimento al mondo di gas naturale non associato a petrolio, con riserve recuperabili stimate nell’ordine di 25.000 miliardi di metri cubi (900.000 miliardi di piedi cubi).

   Il terminale Adriatic LNG aumenterà la capacità di importazione di GNL in Italia e contribuirà alla diversificazione delle fonti energetiche del Paese. A regime, infatti, la struttura potrà immettere nella rete nazionale fino a 8 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno (775 milioni di piedi cubi al giorno), pari a circa il 10% del consumo nazionale.

   L’80% della capacità del terminale sarà utilizzata da Edison per un periodo di 25 anni per rigassificare il GNL importato dal giacimento North Field, in base all’accordo stipulato con Ras Laffan Liquefied Natural Gas Company Limited II (RasGas II).
Del rimanente 20% disponibile per altri operatori, il 12% è stato già assegnato secondo le procedure definite dal Ministero dello Sviluppo Economico e dall’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas.

“Siamo orgogliosi di celebrare un nuovo traguardo raggiunto grazie alla sapiente guida di Sua Altezza, l’Emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa Al-Thani e alla sua strategia per l’utilizzo ottimale delle risorse naturali del nostro Paese. L’inaugurazione del terminale Adriatic LNG segna un grande risultato in un percorso iniziato nel 2001, quando fu siglato il primo contratto per la vendita di GNL dal Qatar all’Italia” – ha affermato S.E. Abdulla Bin Hamad Al-Attiyah, Vice Primo Ministro e Ministro dell’Energia e dell’Industria dello Stato del Qatar, nonché Presidente e Direttore Generale di Qatar Petroleum. “Il terminale non rappresenta solo un esempio di vera cooperazione e condivisione di obiettivi tra due Paesi amici come il Qatar e l’Italia, ma va oltre. Testimonia una collaborazione tecnologica ed economica tra le tre società che hanno dato vita a questo progetto insieme ad aziende di primo piano, di diverse parti del mondo, coinvolte nelle attività del progetto.”

   Andy Swiger, Senior Vice President della Exxon Mobil Corporation, ha dichiarato: “Il terminale Adriatic LNG è un progetto straordinario, sotto ogni profilo. È all’avanguardia per innovazione tecnologica, progettuale e per la prospettiva di lungo termine. È un esempio significativo dei benefici derivanti da una collaborazione internazionale. Grazie alle elevate competenze dei suoi azionisti e dei tanti appaltatori da tutto il mondo, l’Adriatico ha oggi il primo rigassificatore GNL offshore al mondo in cemento armato che produrrà diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico per l’Italia”.

   Umberto Quadrino, Amministratore Delegato di Edison, ha sottolineato: “Da oggi il nostro Paese avrà a disposizione un’infrastruttura unica al mondo che aiuterà decisamente a rafforzare la sicurezza delle forniture energetiche in Italia, coprendo il 10% del fabbisogno nazionale di gas. Il terminale di Rovigo apre anche una nuova rotta di fornitura dal Qatar, permettendo all’Italia di diventare in questo modo un importante mercato in Europa per l’Emirato. Per Edison, che ha creduto sin dall’inizio in questo ambizioso progetto, la nuova disponibilità di gas rafforza la propria posizione competitiva nel mercato italiano. Grazie ai 6,4 miliardi di metri cubi di gas annui assegnati alla nostra Azienda, avremo la possibilità di migliorare ulteriormente la nostra gamma di offerte, con ovvi vantaggi in termini di benefici e competitività sul mercato”.

Saad Sherida Al-Kaabi, Direttore Oil & Gas Ventures di Qatar Petroleum e Presidente di Adriatic LNG ha dichiarato: “Il nostro terminale è un’infrastruttura chiave che permette l’importazione in Italia di una nuova e importante fonte di energia. La realizzazione di questo risultato non sarebbe stata possibile senza la dedizione e l’impegno dei nostri dipendenti, appaltatori e fornitori, il grande sostegno dei nostri azionisti e la preziosa collaborazione delle autorità e delle comunità”.

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Il più grande rigassificatore europeo sorge in Adriatico al largo di Porto Levante, ed ha come punto più vicino della costa la darsena della centrale Enel di Porto Tolle. Con una conduttura, già operante, che consente il trasferimento in terraferma del gas. Perché non si vuole utilizzare questa risorga (il gas) per la rinnovata centrale Enel di Porto Tolle? (al posto del cosiddetto “carbone pulito”?)

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un blitz di Greenpeace alla centrale di Porto Tolle contro la sua riconversione a carbone

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