La Serbia (dopo 16 anni) ha arrestato MLADIC, tra i massacratori nella GUERRA CIVILE della EX IUGOSLAVIA della prima metà degli anni ’90 – un passo necessario (anche se così tardivo) per l’integrazione europea di Belgrado – E i BALCANI si propongono per un nuovo sviluppo mediterraneo

Un murale dedicato a Ratko Mladic a Belgrado, nel giugno 2009. Il governo di Belgrado ha impegnato più di 10 mila uomini per trovarlo, mettendo fine ad anni di collusioni dei servizi segreti con la banda del super latitante

   Dopo 15 anni è finita la fuga di Ratko Mladic, il boia di Srebrenica ricercato per genocidio crimini contro l’umanità compiuti quando era alla guida delle forze serbo-bosniache. La notizia della sua cattura in un paesino della Voivodina, nel nord della Serbia, è stata confermata dal presidente serbo, Boris Tadic, e rappresenta una svolta per le aspirazioni di Belgrado per l’ingresso nell’Ue. 
   L’ex generale -che durante la guerra si era guadagnato la fama di psicopatico vendicativo e che guidò le truppe serbo-bosniache contro l’enclave musulmana, lasciando dietro di sè 8mila morti e migliaia di donne violentate, vedove e orfani di guerra- è stato trasferito nella cella di fronte al tribunale di Belgrado che dovrà giudicare sulla sua estradizione al Trubunale per l’ex Jugoslavia dell’Aja che potrebbe avvenire nel giro di una settimana. L’ultima parola spetterà comunque al ministro della Giustizia serbo. 
   «Si chiude una pagina molto difficile della nostra storia e si aprono le porte dell’Ue», ha commentato Tadic nella conferenza stampa convocata in fretta e furia per annunciare che le pratiche di estradizione sono già state avviate. Per il presidente serbo l’arresto «lava un’onta» e spiana la strada alla riconciliazione del Paese ma ora si dovrà indagare per scoprire chi abbia aiutato e coperto Mladic durante la sua latitanza. Tadic ha anche chiesto una commissione sotto mandato Onu che indaghi sull’ultimo orrore imputato a Mladic, un giro di traffico di organi in Kosovo. Mladic è il terzo fra i leader serbi ricercati per la guerra bosniaca ad essere assicurato alla giustizia, dopo Radovan Karadzic e Slobodan Milosevic. Ora l’ultimo latitante per le guerre balcaniche resta il leader serbo-croato Goran Hadzic. 
   L’arresto è avvenuto all’alba, pare in seguito a una soffiata. Milorad Komadic, questo il nome con cui si faceva chiamare, viveva in un villaggio nelle vicinanze della città di Zrenjanin, nella regione della Vojvodina dove già ad aprile si era detto che Mladic si nascondesse. 
   La notizia dell’arresto è arrivata proprio poche ore dopo una nuova denuncia del procuratore del tribunale Onu per la ex Jugoslavia, secondo cui la Serbia non faceva abbastanza per catturare il criminale di guerra serbo-bosniaco. Barack Obama si è detto «felice» della cattura di Mladic e ha rivolto un pensiero «alle vittime e alle persone che soffrirono la tirannia». Per il ministro degli Esteri, Franco Frattini, l’arresto rappresenta «una vera e propria svolta» e «un test di grande maturità democartica della Serbia che l’avvicina ulteriormente all’Ue». (da www.lastampa.it del 26/5/2011)

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   Nel doloroso odio etnico che alcune forze (politiche, mediatiche…) ben coscientemente sono riuscite a far scatenare come dissoluzione definitiva della Iugoslavia dopo la morte di Tito, il generale Mladic (serbo di Bosnia) è stato la rappresentazione della realizzazione della violenza al suo massimo livello, paragonando alcune sue tragiche “azioni” (come il massacro di Srebrenica di 8.000 civili mussulmani-bosniaci inermi) come il ritorno in Europa, dopo il nazismo e il fascismo, dell’OLOCAUSTO, cioè l’eliminazione sistematica di persone solo perché appartenenti a una determinata etnìa.

   Alla Serbia viene chiesto da 16 anni dall’Unione Europea l’arresto di Mladic e la sua consegna al Tribunale Internazionale dell’Aja (che, presumiamo, avverrà, questa consegna, nei prossimi giorni). Come atto di netta separazione e abiura da quel tragico passato così vicino a noi: alla
storia personale di chi nei anni ’90 era già nato, e magari ha percepito alla televisione o sui giornali di quel che accadeva a poche centinaia di chilometri dall’Italia, e che vedeva il nostro paese, l’Europa, la Comunità internazionale rimanere sostanzialmente inerme ai massacri di persone.

   La positività di questa notizia dell’arresto di Mladic, oltre ad avere valore per far uscire la Serbia (Belgrado) da una condizione di isolamento dal mondo (sebbene gli incentivi governativi di Belgrado stiano già portando industrie europee, come la Fiat…), oltre a cercare di separare la coscienza politica di “odio etnico” di quella prima metà degli anni ’90 rispetto ai nuovi politici di adesso (si accusano i serbi di essere stati nella guerra civile i maggior fomentatori della violenza, ma non è stato solo così: il nazionalismo croato ha fatto “bene” la sua parte nella violenza e, forse, solo il popolo mussulmano bosniaco può accreditarsi di aver più subìto la tragedia di quelli anni….), l’arresto di Mladic dicevamo come affrancamento “democratico” della Serbia, può forse, speriamo, rimettere in gioco positivamente lo stallo all’integrazione internazionale che tutti i Balcani stanno un po’ vivendo in questi mesi.

2002: la taglia su Slobodan Milosevic, Radovan Karadzic e Ratko Mladic

   Per fare un esempio. E’ da qualche tempo che in Bosnia la situazione è molto critica: 16 anni dopo gli accordi di Dayton che – il 21 novembre 1995 – posero fine al conflitto e sancirono l`architettura politico-istituzionale del dopoguerra in Bosnìa-Erzegovina, il Paese rischia ancora una volta di cadere vittima di faide interetniche e di esplodere in una nuova guerra fra serbi, musulmani-bosniaci e croati, le tre etnie che si spartiscono il territorio (ve ne diamo conto nell’ultimo articolo, da “la Stampa”, di questo post).

   Insomma il problema balcanico è di fatto molto simile a quello dei paesi del nord Africa e di tutta l’area del Mediterraneo interessata in questi mesi dalle rivolte dei giovani. Cioè si può ben vedere l’incapacità dell’Unione Europea di diventare “mediatrice di pace e sviluppo”, e così di cogliere anch’essa (Europa) la possibilità di rilanciare la propria economia ora così “ferma”, avviando uno sviluppo collaborativo (e non di rapina o occasionale) con tutti quei paesi del sud Europa, del Mediterraneo, siano balcanici o nord Africani, che chiedono integrazione e benessere.

   Tempo fa avevamo proposto, nel dibattito internazionale che si era creato, la possibilità di un’istituzione di coordinamento tra paesi dell’Europa del sud (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) con queste “nuove e libere” realtà del Mediterraneo, con la possibilità di “inventare” un’istituzione sul modello della “Ceca” (Comunità economica del carbone e dell’acciaio) che negli anni ’50 è stato il vero punto di inizio dell’esperienza dell’Unione Europea. Una politica agro-industriale, ambientale, economica, di interscambio virtuoso di “esperienze” (specie per i giovani) può essere il traino di un ritorno alla centralità del Mediterraneo nello scenario mondiale, per la sua civiltà che ha espresso nel passato, ma ancor di più per un modo virtuoso di mettere in relazione le sue “diversità” culturali, religiose, ambientali, che fanno di questa geo-area mondiale una tra le più vive ed interessanti.

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l’articolo che qui vi proponiamo è stato scritto nel luglio 2010 nel quindicesimo anniversario del massacro di Srebrenica

CARTOLINE DA UNA FOSSA CHIAMATA SREBRENICA

–  Emir Suljagic era un ragazzo l’11 luglio 1995, quando le milizie entrarono nella città bosniaca Sotto gli occhi dei caschi blu, nell’indifferenza del mondo, in sette giorni i serbi di Mladic uccisero oltre ottomila persone. Lui si salvò. E oggi Emir racconta in un libro lo stupore e l’orrore –

di GUIDO RAMPOLDI, da “la Repubblica” del 11/7/2010

   Quindici anni dopo, chi ogni tanto ritorna ha l’impressione che nulla sia cambiato. C’è ancora una piazza Fratellanza e Unità, un boulevard  Maresciallo Tito, e ovunque l’asfalto resta segnato dalle granate. Tutto così immobile che un sopravvissuto si scopre a camminare in punta di piedi nella piazza principale, tanto forte, quasi fisica, è “la sensazione di calpestare i cadaveri dei miei cari”.

   In quel paesaggio intatto permane immutata anche la sensazione che l’Europa rifiuti di fare i conti con quel che accadde a Srebrenica nei tre anni
d’assedio stretto dalle milizie serbe, e in particolare nei sette giorni successivi alla resa. Era l’11 luglio 1995. Dal 12 al 19 le milizie del generale Mladic ammazzarono un migliaio di prigionieri al giorno, per un totale di oltre ottomila musulmani, inclusi alcuni minorenni e molti anziani.

   Non si può sterminare in quella proporzione senza farsi scoprire (anche dai satelliti), tanto più se la strage avviene sotto il naso delle Nazioni Unite. Eppure in quella settimana nessuno tra chi doveva sapere o quantomeno intuire (Onu, governi occidentali) tentò di
fermare la strage.
Non si può capire perché i sopravvissuti continuino a paragonare il massacro di Srebrenica all’Olocausto senza tenere presente che la loro vistosa esagerazione aveva ed ha lo scopo di richiamare le coscienze dal loro torpore. Nel concreto il confronto è semplicemente improponibile, data l’incommensurabile diversità, qualitativa e quantitativa, che separa i due eventi.

   Eppure le similitudini proposte da un sopravvissuto, Emir Suljagic, nel suo diario dell’assedio di recentissima pubblicazione (Cartolina dalla fossa, edizioni Biet), meritano rispetto e attenzione. Suljagic aveva diciassette anni quando le milizie serbe presero Srebrenica. Si salvò perché era interprete delle Nazioni Unite, ruolo nel quale fu testimone del “freddo, quasi burocratico disinteresse” del personale civile e militare della missione Onu, “un tradimento compiuto da persone che, secondo ogni standard, erano istruite e intelligenti: da uomini che in quei giorni non ebbero coraggio o non vollero essere uomini”.

   In questa galleria di vili spicca il comandante dei caschi blu olandesi, il colonnello De Haan. All’arrivo dei serbi si cala le braghe, al pari dei suoi uomini. Non vuole guai. Cancella di suo pugno il nome di un diciannovenne che gli interpreti hanno inserito surrettiziamente nella lista del personale Onu autorizzato dai conquistatori a lasciare la città. Lasciato a Srebrenica, il ragazzo verrà ucciso pochi giorni dopo.
Simmetrico al disinteresse internazionale e Onu è l’incapacità degli assediati di guarire dalle proprie illusioni. Quando cominciarono le prime deportazioni naziste, cioè ben prima della Seconda guerra mondiale, molti prigionieri dei campi coltivarono la stessa ragionevole speranza dei musulmani assediati a Srebrenica.  I quali, scrive Azra Nuehefendic nell’introduzione a Cartolina dalla fossa, “ogni sera si addormentavano con l’idea che l’indomani qualcuno li avrebbe soccorsi, rimediando il terribile torto per il quale stavano soffrendo, che l’ingiustizia si sarebbe risolta e che l’incomprensibile indifferenza del mondo per le loro sofferenze non poteva essere reale”. Il generale Mladic non era certo Hitler, ma “l’incomprensibile indifferenza del mondo” era di nuovo all’opera. Stavolta dietro un travestimento pacifista e umanitario.
Nel 1993 le Nazioni Unite avevano dichiarato Srebrenica “safe haven“, zona protetta. Quando però i serbi lanciarono l’assalto finale, il vertice
della missione Onu, giapponese nella parte civile e francese nella parte militare, reagì con una lentezza probabilmente calcolata. Per quanto fosse
nella sua potestà chiedere all’aviazione americana di fermare i serbi bombardandoli, di fatto lasciò che Srebrenica cadesse. Perché?

   Secondo una tesi, la città e i suoi abitanti erano la moneta con la quale il comando Onu aveva comprato la liberazione dei caschi blu sequestrati dai serbi due mesi prima. Inoltre è probabile che i governi europei vedessero con favore la caduta dell’enclave, l’unica “isola” musulmana in quella parte di Bosnia, nel calcolo che poi sarebbe stato più semplice arrivare ad una spartizione territoriale, come in effetti avvenne.
Il risultato “politico” fu che l’Onu rimediò la figura più miserabile in cui fosse mai incappata. Sei mesi dopo, la sua disfatta diede diritto alla Nato di varare sul campo, con una guerra-lampo in Bosnia, l’alterna stagione dell’interventismo umanitario.
Però l'”incomprensibile indifferenza del mondo” chiama in causa non soltanto i governi, ma anche le opinioni pubbliche europee. Durante l’intera guerra di Bosnia, per esempio, in Italia non vi fu una sola manifestazione. Eppure chi ne aveva desiderio poteva capire facilmente quel che avveniva dall’altra parte dell’Adriatico.

   Non mancavano voci autorevoli cui dare ascolto. Per esempio il Nobel Eli Wiesel, che già nel 1993, durante l’inaugurazione del Museo dell’Olocausto a New York, si era rivolto così a Clinton: “Signor presidente, c’è una cosa sulla quale non posso tacere. Sono stato nell’ex Jugoslavia e non riesco a dormire per quello che ho visto. Le chiedo di fare qualcosa per fermare le uccisioni. Qualcosa deve essere fatto. Stanno ammazzando anche i bambini”.

   Quanti furono i Giusti? Non molti. Merita di fare almeno alcuni nomi. Tadeusz Mazowiecki, ex primo ministro polacco, incaricato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ashdown e i lib-dem britannici. I Grunen tedeschi. Alcuni piccoli partiti scandinavi. Alcuni giornalisti occidentali, tra i quali Adriano Sofri. Gli italiani (l’informazione, la politica): balbettanti, confusi, inconsistenti. A destra come a sinistra.
Però alcuni anni dopo il coro dei silenti si ritrovò a Sarajevo, dove una consesso di primi ministri occidentali pronunciò di nuovo il fatidico “Mai più”. Se c’è una “lezione di Srebrenica”, suona così: mai fidarsi di quei “Mai più”.

   Mai sottovalutare la tendenza universale a fingere di non capire, quando capire comporta l’assunzione di rischi. Mai illudersi che l’umanità capitalizzi saggezza. E mai dare per scontato il nostro fragile stato di diritto: basta poco per ribaltarlo. Nei ricordi di chi ha attraversato le guerre “etniche” dell’ex Jugoslavia permane lo stupore per la facilità e la rapidità del rovesciamento imposto dal conflitto.

   All’improvviso i criminali divennero l’autorità, la malvagità fu eletta a coraggio, i poliziotti si dimostrarono i peggiori tra i banditi. “Fummo ricacciati in una società primordiale, priva di leggi”, scrive Suljagic. Le salde certezze che appartengono a ciascuno furono travolte per sempre. Anche da qui l’incapacità nei sopravvissuti di tornare alla “normalità”, e cioè la condanna ad una vita emozionale frenata, mutilata (nelle parole di Suljagic, “Tutti i sentimenti sono incompleti… per qualche motivo solo là, tra i ricordi, tra le ombre, mi sento meglio”).
Tra le storie terribili degli oltre ottomila sventurati uccisi a Srebrenica, molti dei quali ancora senza una tomba, spicca il paradosso di Nezir Omerovic. Da giovane aveva recitato la parte di un partigiano sgozzato dai fascisti serbi, i cetnici, nel kolossal americano La Battaglia delle Neretva. Fatto prigioniero dai serbi nei giorni successivi alla caduta di Srebrenica, morì proprio in quel modo: sgozzato dai nuovi cetnici. Il film in cui aveva recitato la propria morte apparteneva al canone rassicurante che oggi potremmo definire il genere “Mai più”. (Guido Rampoldi)

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PRESO MLADIC, L’ULTIMO MACELLAIO

di Gigi Riva, da “L’ESPRESSO ONLINE” del 26/5/2011

–  Il generale serbo è stato il peggior criminale dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Responsabile per la morte di migliaia di civili. Lo cercavano da 16 anni, finalmente è stato arrestato: e ora a Sarajevo si piange per l’emozione –

   Troppo tardi, ma meglio anche se tardi. In Serbia è stato arrestato il maggior responsabile dei più efferati crimini di guerra commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Si chiama Ratko Mladic, ha 69 anni, era il comandante dell’esercito dei serbi di Bosnia durante la guerra del 1992-1995. Ha guidato l’assedio di Sarajevo (diecimila morti) e fu agghiacciante l’intercettazione in cui raccomandava di “stirare la mente” agli abitanti a suon di bombe.
Ha ordinato il massacro di 8.000 musulmani nell’enclave di Srebrenica conquistata dai suoi uomini l’11 luglio del 1995: divenne famosa la fotografia in cui accarezzava il volto di un bambino biondo proprio mentre separava gli uomini dalle donne e dava il via alla carneficina. In totale quel conflitto causò 250 mila morti, in stragrande maggioranza civili. Una vittima collaterale fu la figlia del generale, Ana, trovata morte il 24 marzo 1994 a Belgrado, all’età di 23 anni, probabilmente suicida perché non sopportava l’onta di quel padre definito “macellaio” o forse per vergogna verso il suo miglior amico musulmano.
Ratko Mladic divenne ufficialmente un latitante il 25 luglio del 1995 quando l’allora procuratrice del tribunale internazionale dell’Aja, la svizzera Carla Del Ponte, lo accusà di genocidio, crimini contro l’umanità e violazione delle leggi di guerra nell’urbicidio di Sarajevo.
Non c’è alcun dubbio che l’esercito della Serbia e i suoi leader politici abbiamo protetto a lungo la sua fuga. E’ certo che nel 2000 ha assistito sugli spalti dello stadio di Belgrado alla partita di calcio Serbia-Cina. Una leggenda con molti riscontri sostiene che una volta pranzò, per sfida, in un ristorante dove si trovava la stessa Carla Del Ponte.
Nei momenti più critici trovò rifugio nei monasteri ortodossi, assieme all’altro ex super-latitante, il leader politico Radovan Karadzic. Fu a lungo ospite nelle caserme dell’esercito dove era considerato un’eroe nazionale del panserbismo. Un video diffuso due anni fa (ma risalente non si sa a quando) lo ritrae mentre gioca a tennis assieme ad altri soldati.

   E’ tornato anche in Bosnia, nel suo bunker di Han Pijesak, persino a Sarajevo dove avrebbe ballato, vestito in giacca e cravatta, con la moglie Bosiljka durante un matrimonio. Aveva una scorta di soldati pronti a tutto nel caso fossero stati accerchiati.

   La sua cattura, che ha destato una grandissima emozione a Sarajevo, era vitale per i bosniaci, un segno che si poteva chiudere una dolorosa vicenda aperta ormai quasi 20 anni fa. La sensazione di poter aver giustizia. Ma né i militari internazionali nell’area né i serbi avevano lo stesso interesse. Perché il generale custodiva troppi segreti imbarazzanti.

   Come è stato chiaro quando, nel corso di due perquisizioni tra il 2008 e il 2010 nella casa della moglie a Belgrado sono stati trovati i suoi diciotto diari, per complessive 4.000 pagine, subito allegati ai fascicoli del tribunale dell’Aja. Ci sono le prove del coinvolgimento diretto di Slobodan Milosevic, l’ex padre-padrone di Belgrado, morto in un carcere olandese nel 2006, nella pianificazione della pulizia etnica in Bosnia. La vicinanza con tutti i vertici politici serbi, le connessioni con una lobby americana filoserba.
Ma il vento è cambiato, negli ultimi tempi. Il presidente della nuova Serbia democratica Boris Tadic, lo stesso che ieri, emozionato, ha dato l’annuncio della cattura un un villaggio vicino alla capitale, ha cambiato i vertici dei servizi segreti collusi col latitante, ha disposto che almeno 10 mila uomini si impegnassero per porre fine a una fuga durata 16 anni.
Mladic era il prezzo da pagare per entrare nell’unione europea. E si avvicinava pericolosamente il momento (all’inizio del prossimo giugno) in cui il nuovo procuratore del tribunale internazionale, il belga Serge Brammertz, avrebbe reso noto il suo rapporto sulla collaborazione della Serbia con l’istituzione internazionale. Un rapporto che, stando alle indiscrezioni, sarebbe stato fortemente negativo e avrebbe allontanato Belgrado dall’Europa. Da qui la fine delle ultime esitazioni e la decisione di passare all’azione. Mladic in ceppi. Belgrado più vicina a Bruxelles. (Gigi Riva – da http://espresso.repubblica.it/ )

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MLADIC, BIOGRAFIA DI UN MASSACRATORE (da http://www3.lastampa.it/ )

   Ufficiale dell’esercito serbo-bosniaco, uomo duro e spietato, Ratko Mladic non si fermò di fronte a vittime inermi. Fu lui a guidare i reparti d’attacco a Srebrenica, dove furono uccisi 8.000 civili musulmani. La sua vita è segnata dalla violenza. Aveva appena due anni quando il padre viene ucciso dagli ustascia croati, alleati dei nazifascisti. La morte del padre lo segnerà per sempre e per tutta la vita odierà sia i croati che i musulmani.

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   Quando esplode la guerra con la Croazia nel 1991, Mladic con il grado di colonnello assume il comando delle unità dell’esercito federale jugoslavo a Knin, che diventerà di lì a poco la capitale dei secessionisti serbi di Croazia. Di quel periodo si ricordano i pesanti bombardamenti che Mladic ordinò su Zara dalla montagna che sovrasta la città, tattica che verrà “perfezionata” con gli assedi di Sarajevo, Gorazde, Bihac, Srebrenica nella successiva guerra in Bosnia. Mladic diventa il comandante dell’esercito dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia.

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   In sei mesi di guerra, Mladic conquista il 70% del territorio della Bosnia, avendo a disposizione la potenza militare dell’Armata popolare jugoslava (Jna) contro bosniaci e croati disarmati e inesperti. I suoi uomini attuano una brutale pulizia etnica (due milioni e mezzo di persone cacciate dalle loro terre e dalle loro case) in nome della Grande Serbia. Con lui tornano in Europa i campi di concentramento nei quali migliaia di prigionieri vengono picchiati, torturati, affamati e uccisi. I suoi uomini praticano lo stupro etnico come arma di guerra.

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   Contro Mladic, così come contro l’ex presidente Radovan Karadzic, il Tribunale penale delle Nazioni unite (Tpi) formalizza, nel luglio e nel novembre 1995, due atti di accusa per genocidio e crimini contro l’umanità. Nel 1996, il Tpi emette contro i due un mandato di cattura internazionale.

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   Nel novembre dello stesso anno, Mladic viene destituito dal comando dell’esercito serbo bosniaco ma continua a vivere tranquillamente tra Bosnia e Serbia, protetto dall’esercito dei suoi ex subordinati bosniaci e da quell’esercito jugoslavo di cui ha sempre fatto parte. Protezioni che dureranno anche dopo la caduta del presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nell’ottobre 2000, almeno fino a tutto il 2001. Dal 2002, deve iniziare a nascondersi con maggiore prudenza, ma può sempre contare su una rete di appoggio clandestina di militari, ex militari e civili nazionalisti.

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   Tra le vittime della guerra in Bosnia vi è stata anche l’unica figlia di Mladic, Ana, che a 23 anni, nel 1994, si è suicidata a Belgrado. Secondo alcuni per quello che il padre stava facendo in Bosnia, secondo altri per la morte del suo fidanzato che Mladic, per allontanarlo da lei, aveva mandato al fronte. Mladic, 69 anni, era uno dei due ultimi criminali di guerra serbi ancora latitanti e richiesti dal Tribunale penale internazionale dell’Aja. L’altro è Goran Hadzic, ex capo politico dei serbi di Croazia. Ma la latitanza del boia di Srebrenica è terminata oggi.

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MLADIC, TROVATI I DIARI DI GUERRA

di Gigi Riva, da “L’ESPRESSO ONLINE” del 26/5/2011

Erano a casa della moglie e sono stati consegnati al tribunale dell’Aja. In quattromila pagine le prove del diretto coinvolgimento di Milosevic nella guerra di Bosnia – Le carte sono decisive per chiarire il ruolo cruciale che Milosevic svolse nella carneficina in Bosnia. Era a Belgrado che si pianificavano pulizia etnica, urbicidio di Sarajevo, massacri –

   Nell’altro emisfero c’è una donna che in questi giorni avrà avuto una legittima soddisfazione per il riconoscimento postumo di un lavoro ben fatto eppure spesso criticato. Quella donna si chiama Carla Del Ponte, 63 anni, ambasciatrice della Svizzera in Argentina e già procuratore capo del tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia. Fu lei a portare alla sbarra per crimini contro l’umanità il dittatore serbo Slobodan Milosevic, morto in un carcere olandese l’11 marzo del 2006 prima del verdetto.
Aveva accumulato molte prove della responsabilità diretta del padre-padrone di Belgrado nella tragedia balcanica che avrebbero probabilmente determinato comunque una condanna. Ma adesso spuntano le carte decisive sul ruolo cruciale che Milosevic svolse nella carneficina in Bosnia.

   Era lui che pilotava (cosa che aveva sempre negato in vita) le decisioni del leader politico dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic, arrestato nel 2008, e del suo braccio armato, il generale Ratko Mladic, ancora latitante, entrambi accusati di genocidio.

   Era a Belgrado che si pianificavano pulizia etnica, urbicidio di Sarajevo, massacri. E la fonte è proprio il generale Mladic, 67 anni, o meglio i suoi 18 diari per complessive 4 mila pagine che la polizia serba ha trovato in una soffitta e dietro un guardaroba della casa della moglie Bosiljka in via Blagoje Parovic 117, durante due perquisizioni tra il dicembre 2008 e il febbraio 2010. Materiale consegnato al tribunale dell’Aja e di cui il quotidiano francese “Le monde” ha pubblicato i passaggi più significativi.
Mladic, meticolosissimo, annota riunioni, acquisti di armi, posizioni. Raramente osservazioni personali, piuttosto frasi pronunciate dai suoi interlocutori. Compare Milosevic, spesso, il suo capo di Stato maggiore Momcilo Perisic, le anime nere dei servizi segreti Jovica Stanisic e Frenki Simatovic, responsabili delle operazioni speciali e delle unità paramilitari. Assegnano gli obiettivi militari, finanziano, forniscono uomini e mezzi.

   Con la benedizione della Chiesa ortodossa: il patriarca Pavle è un assiduo frequentatore dei summit. Pagina dopo pagina si dipana il filo della storia di ieri. E’ Dobrica Cosic, scrittore diventato presidente della Serbia come paravento di rispettabilità che dice nel gennaio 1993: “Tudjman (presidente croato) mi ha chiesto di andare a Brioni per accordarci sulla Bosnia”.

   L’ossessione è la divisione della Repubblica tra serbi e croati. Perché i musulmani sono “il nemico comune”. E’ solo nel 1994 che Milosevic, pressato dalla comunità internazionale, cerca di convincere i serbo-bosniaci ad accettare un piano di pace: “Ratko, devi capire che una divisione al 50 per cento è equilibrata. Il mondo non accetterà altra soluzione”.

   Ma a Pale, la capitale della repubblichetta dei serbi di Bosnia rifiutano e in una successiva riunione Slobo è durissimo: “Siete dei folli. Krajisnik (il presidente del Parlamento) è normale ma idiota. Karadzic è ossessionato dalla storia. Se gli lascerai prendere delle decisioni sarà una catastrofe”. E successivamente: “La politica nazionale serba si decide a Belgrado non nei boschi di Pale. La Serbia non vi assisterà più”. Commento del generale, uno dei pochi: “Mio Dio, che parole dure”. Srebrenica è motivo di un altro scontro se Milosevic il 24 luglio 1995 dice a Mladic: “Come comandante dell’esercito devi avere anche una dimensione politica”. Le pagine di quei giorni fatali dell’eccidio di 8 mila musulmani sono strappate.
Arrivano i giorni di Dayton. Mladic annota una frase di Milosevic: “Clinton è d’accordo con me. Le nostre relazioni devono diventare amichevoli. I serbi occupano ormai il posto che era dei musulmani nel cuore degli americani”.

   Il generale incontra un uomo d’affari americano all’hotel Moskva di Belgrado che gli dice: “Con dieci milioni di dollari si possono comprare da 100 a 200 senatori o membri del Congresso”. E se è tutto in vendita lui aggiunge: “Perché non potremmo comprare Bill Clinton?”. Ma le cose vanno diversamente, Mladic diventa un ricercato, i diari si interrompono alla data del 28 novembre 1996.
E’ già cominciata la lunga latitanza. Non è ancora finita. (Gigi Riva – http://espresso.repubblica.it/dettaglio/mladic-trovati-i-diari-di-guerra/2137004 )

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“BOSNIA, SI RISCHIA UNA LIBIA NEI BALCANI”

di Emanuele Novazio, da “LA STAMPA” del 13/4/2011

I serbi vogliono un referendum per staccarsi dai croati e dai musulmani –  Sedici anni dopo gli accordi di Dayton la federazione tra le diverse entità è in crisi –  L`allarme dell`ex Alto Rappresentante Lord Ashdo`wn per l`escalation dell`odio etnico –

   L`intervento occidentale in Libia contro le forze del colonnello Gheddafl è stato giustificato, anche, con la volontà di «impedire che la Libia diventi una nuova Bosnia»: il riferimento è alla guerra che fra il 1992 e il 1995 devastò la regione balcanica dopo il suo distacco dalla Grande Serbia di Slobodan Milosevic, che non esitò a ricorrere a operazioni di pulizia etnica ai danni della popolazione bosniaco-musulmana.

   Evocare a quasi vent`anni di distanza il dramma di Srebrenica e Sarajevo mentre infuria la battaglia nella Sirte rischia però di essere un modo – consolatorio e spiccio – per proiettare sulle operazioni libiche una convinzione illusoria: la pacificazione definitiva di una regione chiave nel cuore dei Balcani (e alle porte di casa) grazie all`intervento delle truppe Nato.

   Perché 16 anni dopo gli accordi di Dayton che – il 21 novembre 1995 – posero fine al conflitto e sancirono l`architettura politico-istituzionale del dopoguerra in Bosnìa-Erzegovina, il Paese rischia ancora una volta di cadere vittima di faide interetniche e di esplodere in una nuova guerra fra serbi, musulmani-bosniaci e croati, le tre etnie che si spartiscono il territorio e che – ognuna a modo suo – controllano grandi quantità di armi e di veterani in attesa d`ordini.

   Soltanto per un misto di «inazione, sonnolenza o errori di giudizio» da parte di occidentali sempre più distratti, come accusa Lord Paddy Ashdown, Alto rappresentante in Bosnia fra il 2002 e il 2006. Di certo, nei primi dieci anni del dopoguerra la Bosnia aveva compiuto grandi progressi verso una pace durevole.

   Forse per questo la comunità internazionale, che si era assegnata un ruolo attivo di interposizione durante il conflitto e subito dopo la sua fine, si è convinta che la crisi era superata e – anche per effetto di Iraq e Afghanistan che drenavano risorse – ha pensato erroneamente che l`inazione sarebbe stata la miglior politica, in quell`area dei Balcani. Nonostante le dinamiche messe in moto a Dayton cominciassero a eroderne, in Bosnia almeno, la stabilità illusoria.

   Lo confermano i segnali più recenti. Milorad Dodik, presidente della Repubblica Srpska (Rs), l`entità assegnata ai serbi di Bosnia dal trattato di pace (i musulmani bosniaci guidano, insieme ai croati, la Federazione), vuole la secessione dallo Stato federale che riunisce le due «entità», la Bosnia-Erzegovina.

Continua dunque a invocare un referendum per sancire la svolta: anche se è stato proprio un referendum a scatenare la guerra di Bosnia nel `92.

   Com`è ovvio, la crescente retorica nazionalista di Banja Luca, capitale di Rs, provoca risposte roventi fra i musulmani a Sarajevo, mentre anche fra i croati – una minoranza che si sta ulteriormente assottigliando crescono le voci in favore di un «territorio separato». Inevitabilmente questo groviglio alimenta e intreccia tensioni etniche, come testimonia un episodio recente: una chiesa serbo-ortodossa è in costruzione accanto al monumento che ricorda l`eccidio dei musulmani a Srebrenica. Con Dodik che soffia sul fuoco, spingendo i serbi di Bosnia a negare la strage del luglio 1995.

   Mentre il mondo guarda altrove, in Bosnia-Erzegovina si sta sviluppando la crisi più grave dalla fine della guerra, perché è l`assetto politico istituzionale uscito da Dayton a sgretolarsi.

   Una crisi che vede per giunta la Bosnia senza governo centrale dalle elezioni dell`ottobre scorso: per formarlo è infatti necessario che prima siano nominati i governi delle due «entità», Rs e Federazione. Ma il secondo non c`è ancora, nonostante la prova di forza dell`attuale Alto Rappresentante, l`austriaco Valentin Inzko, che ha stabilito per decreto la formazione di un governo la cui legittimità è però in discussione (e fonte di altre tensioni).

   Dayton addio? Qualcosa potrebbe fare in sua vece l`Unione Europea, che ha avviato un non semplice processo di avvicinamento alla Bosnia-Erzegovina.

   Ma mentre a Bruxelles si guarda altrove, a Sarajevo la tensione assume a volte contorni surreali: in mancanza di un accordo fra «entità» per adeguarsi alle norme della Fifa, le squadre di calcio bosniache sono state escluse dalle competizioni internazionali. Innescando una ribellione fra i tifosi.

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