AFRICA, SVILUPPO E SOVRA POPOLAZIONE – La FONDAZIONE BENETTON premia la struttura sociale ed ambientale di un VILLAGGIO AFRICANO: è possibile uno sviluppo che coniughi modernità con tradizione, innovazione urbana con equilibrio ambientale?

TANEKA BERI, villaggio nell’ATAKORA, BENIN, Premio indetto dalla “Fondazione Benetton Studi e Ricerche” di Treviso (http://www.fbsr.it/): «La Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino ha deciso all’unanimità di dedicare la campagna culturale 2011, ventiduesima edizione, a UN VILLAGGIO DELLA REGIONE DELL’ATAKORA NEL BENIN. Il suo toponimo oscilla tra lo storico SESEIRHÀ, “LE CASE SOVRAPPOSTE”, e il più recente TANEKA BERI, “GRANDE TANEKA”. È composto da un migliaio di piccoli manufatti, stanze, granai, costruzioni di uso diverso, per lo più a pianta circolare e a tetto conico, con un diametro oscillante da due a tre metri, aggregati in piccoli insiemi (diecina, dozzina) intorno a uno spazio aperto, un cortile multifunzionale. Ognuno di questi piccoli insiemi dà forma a un’unità abitativa nella quale vive una famiglia allargata, appartenente al POPOLO TANGBA, “GRANDI GUERRIERI”, chiamato anche POPOLO TANEKA, “QUELLI DELLE PIETRE”

   L’idea della Fondazione Benetton “studi e ricerche” di rendere protagonista, nel suo annuale premio dei migliori “giardini” al mondo (che si svolge dal 1990), l’idea di premiare un villaggio africano, nel BENIN (si chiama TANEKA BERI), ebbene quest’idea ha un che di “geniale”, di “segno”, simbolo di una strada nuova che i tempi contemporanei ci chiedono di percorrere, per salvare sè stessi e tutta l’umanità (che poi è la stessa cosa).

   Perché il credere a una possibilità di un benessere mondiale, che rifiuti la logica della guerra ma anche l’omologazione, pur guardando con meraviglia e positività all’informazione globale (internet e i suoi derivati), tutto questo “passa molto” per l’Africa: continente dimenticato, il più povero, ma forse anche “il più strategico” per individuare modi di sviluppo compatibili.

un abitante a Taneka Beri

   Perché l’Africa ora è sicuramente il luogo al mondo dove si vive (statistica- mente, generalmente) peggio: la maggior parte dei 48 «Paesi meno avanzati al mondo» sono africani. Ed è l’area geografica dove le contraddizioni della globalità sono più palesi: nei paesi poveri africani la ricchezza totale cresce talora a un ritmo sostenuto; ma le sacche di povertà quasi sempre parallelamente crescono di più: l’abbandono dei villaggi i cui modi di vita non sono più sostenibili e accettabili; le altrettanto misere baraccopoli delle megalopoli, spesso pure peggio della miseria dei villaggi….

   E’ sintomatico che in Africa i Paesi poveri candidati alla “promozione” fra le “economie intermedie” siano per lo più quelli meno popolosi (come gli arcipelaghi di Samoa, Tuvalu, Vanuatu…). Di questo vi diamo conto negli articoli di questo post che abbiamo voluto accompagnare alla notizia del Premio dato dalla Fondazione Benetton a TANEKA BERI, villaggio del Benin: esempio di possibilità virtuosa di sviluppo compatibile fra tradizione e innovazione.

   E che i contrasti mondiali si sviluppino adesso in Africa è sintomatico. Ad esempio, come la ricerca di nuove terre per sfamare popolazione di paesi (ricchi o in via di ricchezza) che cercano risorse agroalimentari per le proprie popolazione (e le vanno a cercare nella affamata Africa…): Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti, cioè buona parte delle loro terre più fertili, in concessione per venti, trenta, novant’anni alla Cina, all’India, alla Corea. E le monocoltura si allargano, le piccole economie rurali contadine di villaggio spariscono, vengono soppiantate da esigenze agroalimentari globali. Dove, incredibile a dirsi, prodotti agricoli europei sponsorizzati dai loro Paesi d’origine, arrivano a far iniqua concorrenza ai prodotti locali ben lungi da avere incentivi statali.

   Qui (in questo post) Carlo Petrini, presidente di Slow Food (nel secondo articolo che vi proponiamo), dice che a Sandaga, il più grande mercato alimentare nell’Africa occidentale (nel cuore di Dakar) si possono comprare frutta e ortaggi portoghesi, spagnoli, italiani, greci, a metà del prezzo degli equivalenti locali. E’ in atto, dice Petrini, una nuova rivoluzione verde, come negli anni ‘60 del secolo scorso, con i danni che ha procurato (come la dipendenza dei contadini dei villaggi dalla “banca delle sementi” delle multinazionali agro-alimentari…): cioè soppiantare i sistemi di coltivazione tradizionale rispettosi dell’ambiente che, nei villaggi dei Paesi in via di sviluppo, consentivano l`approvvigionamento di cibo.

albero-piazza a Taneka Beri

   E l’Africa deve pure confrontarsi con il boom demografico, con politiche di controllo ed equilibrio della popolazione che non ci sono. Basta pensare che un paese ad alta popolazione “inseguitore” a Cina e India c’è già in Africa: la Nigeria, che arriverà a fine secolo a 730 milioni di abitanti (proiezione demografica che porta la firma autorevole del Dipartimento della Popolazione delle Nazioni Unite).

   Ma i segnali possibili di una nuova strada, un cambiamento in Africa, ci sono. Un esempio? Qui, in un articolo, riportiamo il progetto de ”La Grande Muraglia Verde“: una barriera di boschi e foreste per fermare a sud il deserto sahariano, che attraverserà il continente da est a ovest (da Dakar a Djibouti) passando per undici paesi : Burkina Faso, Djibouti, Eritrea, Etiopia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Soudan e Tchad. E’ solo un esempio concreto…

   Noi crediamo che si stia facendo strada, pur nella confusione mondiale e nelle difficoltà, una “nuova via, virtuosa, dell’umanità”. Per questo pensiamo che la questione agricola, dell’alimentazione, del preservare le innumerevoli esperienze rurali locali (con i loro prodotti “unici” e inimitabili, la loro qualità, il loro sapore…), col preservare l’autonomia del lavoro contadino tradizionale anche nelle innovazioni tecnologiche, ebbene questa possa essere la strada giusta.

   Dopo il periodo industriale, pur ricco e portatore di benessere per una larga fascia di popolazione mondiale (non per tutti), e che ha però distrutto molto della cultura della comunità agricola e dei villaggi, ci dovrà essere quella  “rivoluzione sostenibile” di cui tanto sentiamo la necessità, e che non può che nascere dalla terra, dall’agricoltura, avvalendosi, nella modernità, di una rivalutazione delle conoscenze locali e della tradizione.

……………………

LOTTA ALLA POVERTA’: L’ONU SI ARRENDE E RINVIA GLI OBIETTIVI

di Daniele Zappalà, da “AVVENIRE” del 14/5/2011

– La maggior parte dei 48 «Paesi meno avanzati» sono africani: qui si sopravvive in media con 745 dollari l`anno – l`Onu si arrende e rinvia gli obiettivi: ancora nove anni per raggiungere il traguardo, cioè dimezzare i 950 milioni di persone in miseria –

   Gli anni e i programmi di cooperazione internazionale passano, la miseria resta. Slitterà al 2020 la scadenza fissata dall`Onu per tentare di dimezzare l`attuale plotone per lo più africano dei 48 “Paesi meno avanzati” (Pma). La conferma é giunta da Istanbul, al termine della Quarta conferenza internazionale dedicata ai tanti nodi irrisolti dei Pma.

   I quali contano circa 950 milioni di abitanti, tre quarti dei quali sopravvivono con meno di 2 dollari al giorno. Sul piano commerciale, rappresentano meno dell`1 per cento delle esportazioni mondiali.

   Nei prossimi anni, occorrerà sostenere una «produzione agricola a lungo termine» per evitare, come ha ammonito il segretario generale dell`Onu, Ban Ki-moon, «la prospettiva reale di una nuova crisi alimentare». Con lo sguardo rivolto indietro al precedente appuntamento di Bruxelles (2001), l`Onu ha riconosciuto a chiare lettere che molti dei precedenti obiettivi «non sono stati raggiunti».

   Nei Pma, la ricchezza totale cresce e talora a un ritmo sostenuto. Le sacche di povertà, spesso, pure. Per correggere quest`apparente paradosso, occorrerà diversificare in fretta le singole economie nazionali. Ma al contempo, I`Onu annuncia un meccanismo di verifica delle promesse finanziarie dei Paesi ricchi, troppo spesso disattese negli ultimi anni.

   A breve scadenza, i Paesi poveri candidati alla “promozione” fra le economie intermedie restano per lo più quelli meno popolosi. Ad esempio, gli arcipelaghi di Samoa, Tuvalu e Vanuatu. Il fattore delle ricchezze petrolifere e minerarie si è rivelato finora un`autentica maledizione per lo sviluppo, soprattutto in Africa. Ma nel caso dell`Angola, l`Onu nutre adesso qualche speranza. In Asia, invece, sarebbero “sulla buona strada” il Nepal e un gigante demografico come il Bangladesh. La soglia per uscire dai Pma equivale a un reddito medio pro capite di 745 dollari l`anno.

   Nel corso della conferenza, molte delegazioni hanno chiesto un aumento incisivo degli aiuti verso i Pma, ancora spesso inferiori allo 0,15 per cento del Pil promesso dai Paesi più ricchi. Ad Istanbul, hanno risposto all`appello soprattutto gli Stati asiatici. La Corea del Sud, ad esempio, promette 3 miliardi di dollari di aiuti specifici. L`India 1 miliardo, pur sottolineando i rischi della dipendenza indotta dalla cooperazione. Altri Paesi, come la Nuova Zelanda, dichiarano invece di voler importare di più dai Prua.

   In proposito, non sono mancate nuove critiche alle persistenti barriere doganali e quote d`importazione fissate dalle aree più ricche, come l`Unione Europea. Il Brasile, inoltre, ha attaccato con foga le distorsioni sui mercati alimentari provocate dalle sovvenzioni europee e statunitensi all`agricoltura. Sul fronte dei Paesi del Nord, diverse delegazioni europee hanno ribadito la necessità di un più forte impegno democratico e di una migliore organizzazione amministrativa negli Stati destinatari degli aiuti. L’Italia ha citato fra l`altro le insufficienze di molti sistemi fiscali e statistici nazionali.

   Haiti, unico Stato americano incluso fra i Pma, accetta volentieri questa sfida. Ben diversa la posizione di Venezuela ed Iran, ancora una volta in polemica verso il «colonialismo» del Nord. Monsignor Silvano  Tornasi, Osservatore della Santa Sede presso l`Onu, ha ricordato che la dimensione materiale non basta. Lo sviluppo si realizza pienamente solo quando include la crescita spirituale delle popolazioni. Le nuove alleanze lungo l`asse Sud-Sud sono state esaltate da Paesi come Corea del Sud e Brasile. Fieri della propria ascesa economica, amano presentarsi come i migliori interpreti di quella cooperazione fondata «non sulla carità ma sull`investimento» perorata ad Istanbul da Ban Ki-moon. (Daniele Zappalà)

……………………….

CHI RUBA LA TERRA E IL CIBO ALL’AFRICA

di Carlo PETRINI, da “la Repubblica” del 26/1/2010
Nel mese di agosto del 2009 il re saudita Ahdullah ha festeggiato il primo raccolto di riso realizzato in Etiopia. E al riso seguiranno orzo e grano. Cresciuta in mezzo al deserto come tutti gli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita ha scelto di risolvere il problema del cibo accaparrandosi terre coltivabili sull’altra sponda del Mar Rosso, nel Corno d’Africa: in Paesi come l’Etiopia, con 10 milioni di affamati, o come il Sudan, che non riesce a uscire dall’immensa tragedia del Darfur.
E’ un fenomeno nuovo (iniziato circa nel novembre 2008) e ancora poco studiato (anche perché la maggior parte degli accordi è segreta): è il diabolico furto di terra e cibo al continente più affamato e povero del mondo.
Milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione per venti, trenta, novant’anni alla Cina, all’India, alla Corea, in cambio di vaghe promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 milioni di ettari, Pechino ne ha comprati 2,1, l’Arabia Saudita 1,6, gli Emirati Arabi 1,3.
I protagonisti e anche questa è una novità sono i governi: da una parte ci sono Paesi che hanno soldi e bisogno di terra. Dall’altra governi poverissimi e spesso corrotti che, in cambio di un po’ di denaro, tecnologia e qualche infrastruttura. mettono a disposizione senza indugio il bene più prezioso di un continente ancora prevalentemente agricolo: la terra.
D’altra parte quasi nessun contadino africano può provare di possedere un terreno. Il diritto formale di proprietà (o di affitto) riguarda dal 2 al 10% delle terre. Nella maggioranza dei casi ci si affida a norme tradizionali, riconosciute localmente, ma non dagli accordi internazionali. E così terre abitate, coltivate e usate come pascolo da generazioni sono considerate inutilizzate.
C’è chi si porta da casa anche la manodopera, come la Cina, che ormai dal 2000 sta incentivando l’emigrazione in Africa come soluzione al problema demografico. Nel loro nuovo far west, 800 mila cinesi gestiscono imprese, costruiscono ferrovie, strade, dighe, si appropriano delle materie prime (petrolio, minerali, legno) e piazzano prodotti a buon mercato.
Accanto al governi, ci sono gli investitori privati: dopo la crisi finanziaria, molti hanno iniziato a guardare a beni di investimento più tangibili: il settore in cima alla lista è la terra (cibo e biocarburanti). Non a caso, nell’agosto del 2009, a New York, si è svolta la prima conferenza del commercio mondiale di terre coltivabili.

Che cosa succede nelle terre africane quando arrivano gli investitori stranieri? Si passa dall’agricoltura tradizionale basata sulla diversità, sulle varietà locali, sulle comunità all’agroindustria: che significa monocolture destinate all’esportazione (riso, soia, olio di palma per biocarburanti…) e ricorso massiccio alla chimica (fertilizzanti e pesticidi). Quando i terreni saranno completamente impoveriti, gli investitori stranieri potranno facilmente spostarsi da un’altra parte.
Una formula vecchia, che riporta indietro di cinquant’anni, alla cosiddetta rivoluzione verde , avviata negli anni Sessanta con i soldi della Fondazione Ford, della Fondazione Rockefeller e della Banca Mondiale per aumentare la produzione di cibo nei Paesi poveri, puntando su tecnologia e monocolture.
Le prove del completo fallimento di questa strategia sono incontrovertibili. Un dato su tutti: nel 1970 i sottoalimentati in Africa erano 80 milioni. Dieci anni dopo questo numero è raddoppiato, per raggiungere i 250 milioni di persone nel 2009.
Eppure, in nome della sicurezza alimentare, si sta cercando di rilanciarla con il programma Agra (acronimo di Alliance for a Green Revolution in Africa , ovvero alleanza per una rivoluzione verde). Uno dei suoi prodotti simbolo è il riso Nerica (“New Rice for Africa” , nuovo riso per l’Africa ). Un riso che dà alte rese solo se coltivato con tecniche industriali e sostanze chimiche. I semi (venduti in esclusiva da pochissime aziende che fanno soldi a palate) devono essere riacquistati ogni anno.

   Un sistema impraticabile per i piccoli contadini di Paesi come il Mali o la Liberia, che possiedono e si tramandano da generazioni decine di ecotipi tradizionali di riso. Chi c’è dietro questa strategia? I soliti nomi la Fondazione Rockefeller, la Banca Mondiale, l’Usaid (l’agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti) e poi un nuovo, potentissimo protagonista: Bill Gates, che ha deciso di dedicarsi alla solidarietà…
Il riso è solo un esempio: Agra sta promuovendo decine di varietà selezionate e brevettate (nuove varietà di cassava, sorgo, mais…); le aziende sementiere nascono come funghi; i contadini ricevono pacchetti di sementi e fertilizzanti (gratis per un anno, scontati per altri tre o quattro anni). E i prodotti tradizionali, che hanno nutrito generazioni di contadini africani, scompaiono.
Nel 1960 all’alba della decolonizzazione i Paesi africani producevano cibo a sufficienza per il consumo domestico, anzi riuscivano addirittura a esportare. Oggi, invece, sono costretti a importare la maggior parte degli alimenti.
A Sandaga, il più grande mercato alimentare nell’Africa occidentale (nel cuore di Dakar) si possono comprare frutta e ortaggi portoghesi, spagnoli, italiani, greci a metà del prezzo degli equivalenti locali. E questo vale per tutti i prodotti: dalle ali di pollo degli allevamenti industriali europei al cotone americano al riso tailandese. L’agro-industria occidentale, grazie a giganteschi sussidi pubblici, piazza le proprie eccedenze sottocosto sui mercati poveri, rovinando i contadini locali. In mare la situazione non è meno grave. Le flotte di Europa, Cina, Giappone e Russia devastano i litorali africani, comprando le licenze di pesca dal governi locali e pescando in modo indiscriminato.
E così si disgregano le comunità costiere (in Africa vivono di piccola pesca nove milioni di persone): i pescatori si trasformano in operai per le fabbriche del pesce (gestite da compagnie straniere) e spesso sono costretti a vendere le barche a prezzi stracciati ai passeurs di esseri umani. Su queste piccole barche inadatte alla navigazione in alto mare ogni anno muoiono migliaia di disperati in cerca di una vita migliore.
Insomma, non possiamo fare altro che sottoscrivere le parole del sociologo Jean Ziegler: «Da una parte si organizza la fame in Africa, dall’altra si criminalizzano i rifugiati della fame». E quelle di Thomas Sankara, rivoluzionario e capo dei governo dei Burkina Faso per qualche anno, prima di essere ucciso nei 1987, in un agguato organizzato dall’attuale presidente: «Bisogna restituire l’Africa agli africani».
– CARLO PETRINI

……………………..

LA GRANDE MURAGLIA VERDE

da https://myamazighen.wordpress.com/ del 29/10/2010

   Undici paesi dell’Africa dell’ovest e del Sahel hanno deciso di intraprendere un progetto faraonico per cercare di frenare l’avanzata del deserto attraverso la “Grande Muraglia Verde”, una operazione di rinboschimento su una fascia di 15 km di larghezza e un estensione di 7600 km che attraverserà il continente africano da est a ovest.

   L’idea di un muro d’acacia e baobab per fermare la desertificazione è stata lanciata per la prima volta durante la 7a Conferenza dei capi di Stato della comunità sahelo-sahariana (CEN SAD) nel 2005. Riprendendo l’idea di questa barriera vegetale, il presidente senegalese Abdoulaye Wade ha rilanciato la proposta durante il Summit dei governi dell’Unione Africana. ”La velocità con cui la desertificazione avanza ci obbliga a riunire gli sforzi e i mezzi in una sinergia d’azione. Non abbiamo più il diritto di guardare, impotenti, la distruzione dell’Africa”, ha dichiarato ricevendo molti applausi dalla platea di governatori presenti al Summit.

   L’appello non ha lasciato indifferenti nessun paese e undici di questi hanno deciso di intraprendere questo progetto faraonico, che Wade ha ribattezzato ”La Grande Muraglia Verde“. Questa grande muraglia verde africana attraverserà il continente da est a ovest (da Dakar a Djibouti) passando per undici paesi : Burkina Faso, Djibouti, Eritrea, Etiopia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Soudan e Tchad.

   Davanti all’avanzata del deserto che ogni anno inesorabile distrugge migliaia di ettari di queste zone sub-sahariane, minacciando seriamente la sicurezza alimentare e l’equilibrio demografico in vaste aree, i capi di Stato e dei Governi di questi undici paesi hanno deciso di passare all’azione e federare i loro sforzi per questo progetto che passerà allo storia come uno dei progetti più importanti del Millennio in Africa.

   Dopo la riunione del giugno scorso a N’Djamena (Tchad) per un primo summit sul progetto, i capi di Stato di questi paesi hanno annunciato solennemente l’apertura del lavori, creando di fatto l’Agenzia Panafricana della Grande Muraglia Verde (GMV), un organismo che supervisionerà i cantieri che si svilupperanno nel corso della operazione di rimboschimento.

   Al ritmo di 2 milioni di ettari persi ogni anno, due terzi della superficie del continente nero sono oramai classificate in zone desertiche o degradate, secondo uno studio della FAO. Stando ai rapporti di numerose ONG internazionali la Regione più colpita è situata lungo l’Africa dell’ovest e del Sahel con una popolazione di 80 milioni di persone che è minacciata direttamente dall’avanzata del deserto.

   In ragione di questa desertificazione la banda del Sahel è attualmente toccata da una grave crisi alimentare, la peggiore degli ultimi trent’anni, che si sta incancrenendo a poco a poco in tutta la Regione.  Questa desertificazione porterà ad un esodo ineluttabile di popolazioni verso altre Regioni con risorse già limitate, quindi tutto questo provocherà inevitabilmente tensioni e conflitti per conquistare della terra fertile, conflitti che minacceranno la stabilità dei paesi della Regione, e non solo.

   Le cause di questa situazione drammatica sono senza alcun dubbio dovute al cambiamento climatico che è in atto nel continente africano, già vulnerabile prima di questo evento. Il costo globale del progetto si aggira intorno ai 600 milioni di dollari spalmati nell’arco di dieci anni.

   Gli undici paesi stanno cercando di coinvolgere i loro vicini settentrionali e in primis i paesi del bacino forestale del sud e in particolate il Congo, secondo polmone al mondo dopo l’Amazzonia, bacino forestale che è minacciato di scomparire. La scelta delle varietà di alberi e piante è una tappa decisiva per il successo della GMV.

   Una trentina di specie, tutte indigene, sono state identificate dai patners scientifici del progetto. Ogni paese dovrà scegliere gli alberi con un forte potenziale di resistenza all’aridità del terreno, chiamando in causa le popolazioni perché aderiscano al progetto.

   Con diversi sistemi nazionali di ricerca agronomica, il Senegal, il Mali, il Burkina Faso e il Niger, hanno già selezionato degli alberi in funzione del loro potenziale remunerativo per le popolazioni. Si tratta del baobab e del jujubier dai frutti ricchi di vitamine e minerali, il karité dalle virtù medicinali, o ancora il tamarindo alimentare o l’acacia. Al di là del finanziamento, lo scoglio maggiore da superare è quello di rendere compatibile queste pratiche di rimboschimento con gli usi e le pratiche locali, nella prospettiva di conciliare le attività delle popolazioni totalmente dipendenti dalla terra e la salvaguardia dell’ambiente.

 ……………………….

CONTRORDINE DELL’ONU: “A FINE SECOLO SULLA TERRA SAREMO DIECI MILIARDI”

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 5/5/2011

NEW YORK – Il lieto evento è fissato per il 31 ottobre di quest’ anno: quel giorno nascerà l’abitante della terra che ci porterà a quota 7 miliardi. Forse sarebbe più lieto se poi ci fermassimo. Invece no.

   Continueremo fino a quota 9,3 miliardi nel 2050. Raggiungeremo i 10 miliardi nel 2100. Per i teorici della decrescita, per i fautori dello sviluppo sostenibile, è l’ Apocalisse prossima ventura. Di certo sarà un pianeta sconvolto anche nelle gerarchie, nei rapporti di forza tra continenti e tra nazioni. Se il sorpasso dell’India sulla Cina è cosa certa e anche molto vicina, più sorprendente è scoprire che la popolazione cinese a fine secolo scenderà rapidamente a quota 940 milioni (quasi mezzo miliardo in meno rispetto al picco massimo di 1,4 miliardi che raggiungerà fra 20 anni) e sarà “tallonata” da un inseguitore nuovo: la Nigeria arrivata per allora a 730 milioni di abitanti.

   Attenzione: questi non sono numeri in libertà, ma le proiezioni demografiche che portano la firma più autorevole. Il dipartimento della popolazione alle Nazioni Unite ha una tradizione di affidabilità in questo campo: in passato ha sbagliato poco, con scarti ridotti. Stavolta però è costretto a una revisione delle sue stime. Da tempo si credeva che la crescita demografica si sarebbe stabilizzata attorno alla metà di questo secolo. Il fatidico 2050 doveva essere una sorta di “giro di boa”: il punto di svolta, quando finalmente la “bomba demografica” era destinata a disinnescarsi. Sempre tanti sono, nove miliardi, ma almeno ci si poteva consolare pensando: non uno di più.

   Invece qualcosa sta girando storto, soprattutto in Africa: le politiche di controllo delle nascite sono nello stallo. Per motivi ideologici, dovuti alle campagne contro i metodi contraccettivi che hanno dietro tante fedi diverse: non solo la chiesa cattolica ma anche i potenti movimenti evangelico-protestanti made in Usa (ricchi di mezzi e attivi nelle missioni all’ estero), nonché l’Islam. È l’ Africa il “buco nero” di una possibile catastrofe demografica, lì si concentrerà ancor più che in Asia il futuro aumento della popolazione mondiale.

   Con ritmi di proliferazione impressionanti, forse raccapriccianti. Lo Yemen, la cui popolazione si è già quintuplicata dagli anni Cinquanta ad oggi, a quota 25 milioni, a fine secolo moltiplicherà i suoi abitanti per quattro: cento milioni. Il Malawi, che ha solo 15 milioni di abitanti oggi, sfiorerà i 130 milioni nel 2100.

   Le precedenti proiezioni dell’Onu avevano escluso una natalità così galoppante, perché contavano sulla prosecuzione di campagne avviate negli anni Settanta e Ottanta per promuovere il controllo delle nascite.  Invece il venir meno dei fondi ha introdotto una novità, costringendo a rivedere tutti i calcoli. Ma non è solo il boicottaggio degli anticoncenzionali a spiegare il boom irrefrenabile della popolazione africana.

   Almeno altrettanto importante, è lo status sociale delle donne. Poligamia, donne-bambine e quindi maternità precoci, sono alcune delle piaghe che colpiscono le società africane: mentre il 75% delle donne nordamericane usano contraccettivi, la percentuale crolla al 7% nell’ Africa centrale.

   In tutti quei paesi dove la donna ha accesso a livelli di istruzione più elevati, e dove il suo potere migliora nella famiglia e nella società, immediatamente cala il numero delle nascite. È successo in nazioni dalle culture e dai regimi politici profondamente diversi come Messico, Thailandia e Sri Lanka, Iran e Bangladesh.

   E’ possibile, dunque, anche in una teocrazia islamica come quella di Teheran. Nella stessa Cina, l’applicazione della legge del figlio unico fu forzata e repressiva nelle campagne, ma nel ceto medio urbano tante giovani madri hanno “introiettato” nella cultura il desiderio di famiglie più piccole. In mancanza di una vera svolta nelle politiche di controllo delle nascite e nella condizione femminile, c’ è il rischio che la “bomba demografica” africana sia disinnescata in modo ben più catastrofico.

   Il vero ostacolo contro cui la crescita della popolazione può scontrarsi, è l’ambiente. La galoppata verso quota 10 miliardi potrebbe essere arrestata secondo l’Onu da cataclismi legati al cambiamento climatico: desertificazione, o al contrario inondazioni di vaste zone abitabili.

   «Per diversi paesi africani – ha detto Hania Zlotnik che dirige il dipartimento degli studi demografici all’ Onu – questi numeri possono rivelarsi semplicemente insostenibili, rispetto alle risorse di cui dispongono». Il pianeta magari potrebbe anche farcela, dichiara al New York Times il demografo John Bongaarts del Population Council, «forse con ulteriori progressi tecnologici l’agricoltura riuscirebbe a sfamare perfino 10 miliardi di persone, ma se saremo di meno staremo certamente meglio». (Federico Rampini)

…………………….

“DROGA E FRODI, L’AFRICA MUORE”

di Francesco Grignetti, da “la Stampa” del 18/6/2010

Nuovi mercati: in Europa e Usa le vendite ristagnano, le gang criminali colonizzano i Paesi poveri, con un potenziale enorme – Malati truffati: nelle farmacie nigeriane metà delle tavolette di clorochina sono falsificate: e la malaria dilaga nuovamente – RAPPORTO CHOC DELL’ONU: dal Sudamerica arrivano coca ed eroina, dalla Cina farmaci contraffatti –

   I numeri sono spaventosi: solo in Europa sono circa 140.000 le vittime della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, con un ricavato annuale da parte dei loro sfruttatori di 3 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il traffico di migranti, le due rotte principali vanno dall`Africa all`Europa e dall`America Latina agli Stati Uniti: quest`ultima rotta coinvolge dai 2 ai 3 milioni di migranti ogni anno, generando per i contrabbandieri un profitto di 6,6 miliardi di dollari. Un fiume di droga, poi, inonda l`Europa, generando un mercato di 20 miliardi di dollari solo in eroina.

   Attualmente è la Russia il Paese maggiormente colpito (si stimano 70 tonnellate di eroina consumata), con trenta-quarantamila giovani russi uccisi dalla droga ogni anno. Il fortissimo calo nel consumo di cocaina in America, invece, sta scatenando la guerra tra le gang messicane e l`apertura di nuove rotte che investono l`Africa.

   Scenari apocalittici, quelli che emergono dal 1° Rapporto sul crimine organizzato transnazionale a cura di Unodc, l`ufficio specializzato delle Nazioni Unite, diretto dall`italiano Antonio Maria Costa, e presentato a New York ai ministri dell`Interno e della Giustizia di tutto il mondo.

   Il quadro è preoccupante. Si vanno consolidando intere aree del mondo che sfuggono al controllo degli Stati e si autoorganizzano come paradisi criminali. L`Africa è sull`orlo del collasso. Lo sfruttamento illegale di risorse naturali e il contrabbando di specie selvatiche stanno distruggendo ecosistemi fragili e portando alcune specie all`estinzione.

La Cina, poi, che ha messo le mani su ricchissimi giacimenti di materie prime africane, da quelle parti inonda anche i mercati di merci contraffatte. Fino alla metà dei medicinali testati in Africa (e nel Sud-Est asiatico) sono contraffatti e di qualità scadente. Oltre il danno, la beffa: ad acquistare quei farmaci taroccati aumentano, anziché diminuire, i rischi per la salute.

   «Purtroppo c`è una ricca aneddotica – si legge nel Rapporto dell`Onu che dimostra quanto il problema sia serio – E’ stata condotta una ricerca su 581 farmacie della Nigeria. È risultato che il 48% dei prodotti di cura alle infezioni conteneva principio attivo fuori dai limiti accettabili». Un altro studio, minore, condotto in Ghana su 17 prodotti farmaceutici, ha mostrato che solo sei avrebbero superato i test della farmacopea internazionale e solo tre avrebbero rispettato i parametri europei.

   Contraffazione cinica: addirittura in sette Paesi africani i prodotti contro la malaria, quelli contenenti clorochina, erano spesso contraffatti e inutili a battere la malattia. Qualcosa gli Stati fanno: in Tanzania c`è stata un`operazione di polizia chiamata «Mamba», qualcosa di simile in Uganda.

   Si lamenta Dora Akunyili, ex direttore generale dell`Agenzia per il controllo di cibo e droghe in Nigeria: «La maggior parte dei sanitari falsiflicati ci arriva da India e Cina». E qualcosina comincia a funzionare: dalla Nigeria nel giugno 2009 hanno girato alle autorità cinesi dei farmaci antimalarici contraffatti, con false etichette di «made in India», e contenenti sostanze nocive. «Il governo cinese ha preso la questione molto seriamente», annota il Rapporto. Ci sono state condanne a morte per sei cittadini cinesi.

   «Il principale mercato dei farmaci contraffatti cinesi è la Cina stessa», segnala l`Onu. E un flagello che colpisce le province più povere e remote. Ma da qualche tempo queste medicine taroccate hanno cominciato a viaggiare per il mondo. Se ne trovano molte tracce su Internet e anche a casa nostra i Nas hanno scoperto qualche caso di medicinali contraffatti comprati incautamente on-line. Ma per fortuna il nostro sistema farmaceutico nazionale, e quelli europei, sono indenni da questa truffa.

Non altrettanto si può dire per Paesi poverissimi e dalle strutture statuali minime come quelli africani. Perciò l`Organizzazione mondiale della Sanità denuncia che il 67% delle tavolette di clorochina vendute in Ghana sono contraffatte, il 57% nello Zimbabwe, il 47% in Mali, il 43% in Kenia.

   Si rischia la catastrofe sanitaria. Nel novembre 2009, si è scoperta una società di Mumbai, in India, che importava immunoglobuline di produzione umana dalla Cina e le re-impacchettava con false etichette che riproducevano i marchi di una famosa multinazionale. Il tutto è finito sul mercato nero con uno sconto del 25% sul prezzo ufficiale. Inutile dire che le immunoglobuline del prodotto non erano all`altezza. E che erano finite in normali farmacie di città africane. (Francesco Grignetti)

…………………………..

AGRICOLTURA E IMPATTO AMBIENTALE

di Stefania Schipani, da “l’Osservatore Romano” del 19/4/2011

– Nel 2050 nove miliardi di persone avranno bisogno di cibo –

   Se le previsioni demografiche sono corrette, entro il 2050 circa nove miliardi di individui sul pianeta avranno bisogno di cibo. Ma l`agricoltura è in grado di reggere questa pressione? E soprattutto aumentare la produzione è sostenibile dal punto di vista dell`impatto ambientale? La questione ha da tempo assunto rilevanza prioritaria a livello di istituzioni e di centri di ricerca.

   La Fao stima che 925 milioni di persone nel 2010 hanno sofferto di fame cronica. Rispetto all`anno precedente (con 1 miliardo e 23 milioni di persone sottoalimentate) sono stati registrati dei lievi progressi, ma il numero rimane sempre estremamente elevato e più alto rispetto al periodo precedente la crisi economica del 2008. Ci sono stati miglioramenti in Asia, soprattutto nei territori cinesi, ed anche in alcuni Paesi africani. Tuttavia nel sud dell`Asia e nell`Africa sub sahariana la fame dilaga.

   Nutrire il pianeta è anche il titolo del rapporto State of the World 2011 del Worldwatch Institute, autorevole osservatorio internazionale che dedica ogni anno un`approfondita analisi ad una tematica ambientale e che, in questa ultima edizione, si interroga proprio sui problemi dell`agricoltura e sui possibili rimedi a livello globale. Il volume analizza come il sistema di produzione agricolo sviluppatosi nei Paesi industrializzati dal secondo dopoguerra in poi abbia esercitato un impatto fortissimo non soltanto sull`ambiente e sull`economia mondiale, ma anche sulle abitudini e sugli stili di vita degli individui con conseguenze spesso dannose.

   Il progresso tecnologico applicato all`agricoltura ha consentito negli ultimi decenni di incrementare la produzione in modo esponenziale e ciò ha migliorato l`alimentazione, le condizioni di vita e la salute di milioni di persone. Ma l`energia necessaria all`incremento di produttività è stata ottenuta soprattutto da fonti fossili e quindi con un forte impatto ambientale in termini di emissioni di gas serra inquinanti in atmosfera.

   Inoltre l`eccessivo sfruttamento del terreno, l`uso di pesticidi e di fertilizzanti, le esigenze di irrigazione, le modalità di allevamento del bestiame hanno avuto conseguenze devastanti come il depauperamento del suolo, l`inquinamento delle falde acquifere, la riduzione dei corsi d`acqua.

   Questo modello intensivo di produzione si è sviluppato nei Paesi più industrializzati ed è stato poi esportato in tutto il mondo. Ma se in molti territori ha favorito le possibilità di sussistenza di intere popolazioni, ha anche soppiantato sistemi di coltivazione tradizionale rispettosi dell`ambiente che, nei villaggi dei Paesi in via di sviluppo, consentivano l`approvvigionamento di cibo.

   Nelle aree più povere, dove sicuramente i sistemi di agricoltura fortemente meccanizzata e molto costosa non possono essere applicati, non ci sono stati adeguati investimenti nelle economie rurali che consentono alle migliaia di piccoli agricoltori di contrastare la penuria di cibo. Soprattutto nei Paesi africani spesso non vengono distribuite le sementi di cui hanno bisogno gli agricoltori dei territori più poveri, oppure vengono distribuite sementi che seguono percorsi commerciali adatti ai Paesi più industrializzati.

   Sono anche poco supportate le specie vegetali autoctone, che sono invece un`importante fonte nutritiva per l`alimentazione locale e sono molto più resistenti alla siccità e alle conseguenze dei cambiamenti climatici.

   In realtà, in molti Paesi africani, come si è potuto constatare nell`ambito del progetto di ricerca portato avanti dal Worldwatch Institute, i piccoli agricoltori, che peraltro hanno una fortissima componente femminile, se sostenuti in modo adeguato sono capaci di applicare delle innovazioni produttive piccole ma importantissime.

   Gli agricoltori dei villaggi rurali più poveri sono abituati ad affrontare difficoltà continue e dimostrano di avere delle forti risposte innovative che fanno riferimento a metodi di tipo tradizionale ma che devono comunque essere incoraggiate. Occorre sostenere soprattutto tecniche di produzione agricola ecosostenibile, come, per esempio, i sistemi di irrigazione a goccia o i nuovi sistemi per la raccolta di acqua piovana, che costituiscono una risposta alla siccità.

   Sostenere la piccola produzione rurale consentirebbe anche di contenere l`esodo della popolazione che abbandona le terre meno fertili per recarsi verso le baraccopoli dei centri urbani o verso altri territori più lontani.

   La trasformazione agricola ha inoltre provocato altri effetti modificando la cultura alimentare a livello globale: favorire il consumo di derivati animali rispetto a quelli vegetali ha danneggiato di fatto la salute umana. Le abitudini alimentari si sono orientate verso prodotti più calorici con maggior contenuto di grassi e, negli ultimi anni, il fenomeno del sovrappeso e dell`obesità, che finora aveva caratterizzato soprattutto i Paesi industrializzati, si sta progressivamente diffondendo anche in quelli in via di sviluppo con notevoli danni sanitari.

   Inoltre l`uso di derivati animali è sicuramente più dannoso per l`ambiente, perché l`allevamento per la carne richiede l`aumento del consumo di cereali per l`alimentazione animale, il consumo di grandi quantità di acqua e l`emissione di anidride carbonica in atmosfera. Il modello di alimentazione corretta che dà priorità alle specie vegetali, dovrebbe essere favorito a livello mondiale proprio perché meno dannoso per l`ambiente.

 Ma la necessità di dare risposta alle esigenze di nutrimento della popolazione del pianeta sarà forse all`origine di una nuova trasformazione epocale. Il processo di industrializzazione globale che nel corso dei decenni aveva di fatto distrutto la cultura della comunità agricola e dei villaggi, dovrà cedere il passo ad una rivoluzione sostenibile che troverà origine proprio dal settore dell`agricoltura attraverso la rivalutazione delle conoscenze locali e della tradizione. (Stefania Schipani)

…………………………….

IL TURISMO DELLA POVERTÀ FA MALE ALLA MIA AFRICA

di KENNEDY ODEDE, dal “New York Times” del 12/8/2010

   Il turismo negli slum risale a molto tempo fa: alla fine dell´Ottocento la fila dei newyorchesi benestanti, interessati a vedere “come viveva l´altra metà”, si snodava lungo Bowery Street e in tutto il Lower East Side.  Tuttavia l´occasione e la pretesa di osservare la povertà in diretta, con i propri
occhi, non sono mai state maggiori rispetto ad adesso.

   Nel mondo in via di sviluppo le popolazioni delle grandi città aumentano costantemente a ritmo vorticoso. I luoghi che vanno alla grande sono Rio de Janeiro, Mumbai – grazie al film Slumdog Millionaire, film del 2008 che ha dato il via a migliaia di visite guidate – e Kibera, il ghetto di Nairobi nel quale sono nato, forse il più grande di tutta l´Africa.

Il turismo nei bassifondi ha i suoi sostenitori, secondo i quali esso promuove la consapevolezza sociale, portandovi soldi che contribuiscono all´economia locale. Secondo me non ne vale la pena: il turismo nei bassifondi trasforma la povertà in intrattenimento, in qualcosa che si può sperimentare provvisoriamente per poi fuggirne. La gente crede di aver “visto” davvero qualcosa, ma poi ritorna alla propria vita, lasciando
me, la mia famiglia e la mia comunità esattamente dove e come eravamo.

   Avevo sedici anni quando ho visto per la prima volta uno “slum tour“: mi trovavo all´esterno della mia casa di 9,5 metri quadri a lavare i piatti, e fissavo ogni singolo utensile con vivo desiderio, perché erano due giorni che non toccavo cibo. All´improvviso una signora bianca mi ha scattato una fotografia. Mi sono sentito come una tigre in gabbia. Prima che potessi dire qualcosa, se ne era già andata.

   A diciotto anni ho fondato un´organizzazione che fornisce ai residenti di Kibera servizi scolastici, sanitari ed economici. Una regista greca di documentari mi ha voluto intervistare sul mio lavoro. Mentre passeggiavamo per le strade dello slum, siamo passati accanto a un vecchio che stava defecando in pubblico. La donna ha estratto la videocamera e ha detto al suo operatore: «Oh, guarda quello». Per una frazione di secondo ho visto la mia casa con i suoi occhi: feci, topi, denutrizione, baracche così vicine le une alle altre che pareva impossibile respirare. Mi sono reso conto che non desideravo che lei vedesse niente del genere. Non volevo darle l´occasione di giudicare la mia comunità dalla sua povertà, condizione che pochi turisti – a prescindere dalle loro buone intenzioni – sono in grado di capire davvero.
Altri abitanti di Kibera la pensano diversamente. Un mio ex compagno di studi ha avviato un´attività turistica. Una volta l´ho visto accompagnare un gruppetto di turisti nella casa di una giovane donna che stava partorendo. Se ne stavano sulla soglia, e la osservavano mentre lei urlava. Dopo poco il gruppo è ripartito, con le macchine fotografiche piene di immagini di una donna sofferente. Che cosa possono aver appreso da una simile esperienza? E quella donna, avrà guadagnato qualcosa dalla loro visita?

   Molti stranieri visitano gli slum nel tentativo di capire che cosa sia la povertà, e ripartono con quella che credono essere un´idea migliore delle nostre miserabili condizioni. La speranza di visitatori e organizzatori di giri turistici nei bassifondi è che un´esperienza simile spinga i turisti, una volta tornati a casa, a passare all´azione, a prendere iniziative in merito.

   Purtroppo è altrettanto plausibile che un giro turistico nei bassifondi non porti proprio a nulla. Dopo tutto, osservare le condizioni di vita di coloro che vivono a Kibera è scioccante, e immagino che molti visitatori pensino che possa già essere sufficiente rendere testimonianza di una simile miseria.

   I visitatori, del resto, non interagiscono veramente con noi. A parte qualche occasionale commento, non vi è alcun dialogo, non c´è conversazione. Il turismo nei bassifondi è una strada a senso unico: loro scattano fotografie, noi perdiamo un pezzo della nostra
dignità
. I ghetti non spariranno soltanto perché alcune decine di americani o di europei trascorrono una mattina a girovagarvi a piedi. Le soluzioni per i nostri problemi esistono, ma non arriveranno sotto forma di visite guidate.

KENNEDY ODEDE (l´autore è direttore esecutivo dell´organizzazione Shining Hope for Communities, che offre servizi sociali; è uno studente del terzo anno alla Wesleyan University di Middletown nel Connecticut) (l’articolo è ripreso da “la Repubblica” del 12/8/2010, e a sua
volta tratto da The New York Times, traduzione di Anna Bissanti)

………………………

TREVISO, TANEKA BERI VILLAGGIO NEL BENIN, PREMIO CARLO SCARPA PER IL GIARDINO

   TANEKA BERI, villaggio nell’ATAKORA, BENIN, Premio indetto dalla “Fondazione Benetton Studi e Ricerche” di Treviso (http://www.fbsr.it/): «La Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino ha deciso all’unanimità di dedicare la campagna culturale 2011, ventiduesima edizione, a UN VILLAGGIO DELLA REGIONE DELL’ATAKORA NEL BENIN. Il suo toponimo oscilla tra lo storico SESEIRHÀ, “LE CASE SOVRAPPOSTE”, e il più recente TANEKA BERI, “GRANDE TANEKA”. È composto da un migliaio di piccoli manufatti, stanze, granai, costruzioni di uso diverso, per lo più a pianta circolare e a tetto conico, con un diametro oscillante da due a tre metri, aggregati in piccoli insiemi (diecina, dozzina) intorno a uno spazio aperto, un cortile multifunzionale. Ognuno di questi piccoli insiemi dà forma a un’unità abitativa nella quale vive una famiglia allargata, appartenente al POPOLO TANGBA, “GRANDI GUERRIERI”, chiamato anche POPOLO TANEKA, “QUELLI DELLE PIETRE”.

   Le unità abitative sono a loro volta variamente addensate in quattro parti riconoscibili nelle quali si articola il villaggio. Denominate quartieri in età coloniale, sono in realtà entità insediative (perhó) dotate di toponimi distinti, Satyekà, Tyaklerò, Galorhà, Pendolou, significativamente autonome fino a disporre di una propria autorità politica (sawa) e di propri sapienti-ierofanti-specialisti rituali. E sono proprio i luoghi del sacro, gli altari, le sepolture, gli spazi di danza rituale a segnare, con le onnipresenti pietre e i grandi alberi, l’articolazione del territorio occupato dal villaggio.
Su una popolazione complessiva dei Tangba (Taneka) stimata intorno ai trentamila individui, la comunità che vive stabilmente a Taneka Beri non supera le trecento persone, che nei dati ufficiali risultano però oltre novemila, poiché tutti coloro che lavorano e sono domiciliati altrove, in città o in campagna, dichiarano la loro appartenenza (residenza) al villaggio e vi ritornano in tutte le occasioni importanti e le cerimonie collettive.

   Questo senso di appartenenza è il risultato di un processo di lunga durata nel corso del quale si è costruita, per via pacifica, una comunità multietnica e plurilinguistica, con una articolata organizzazione dei rapporti interpersonali e intergenerazionali, fondata su un profondo e libero legame con la propria terra e la propria memoria…»  (Brano tratto dalla Motivazione della giuria)

……

…Le quattro entità costitutive del villaggio sono disposte da nord a sud in sequenza lungo una linea leggermente arcuata per una lunghezza complessiva di circa ottocento metri e una larghezza media di circa duecento; ma la superficie considerata “dentro” al villaggio è assai più ampia ed è conterminata, fin dal XVIII secolo, da un piccolo muro di difesa dai razziatori di schiavi provenienti dal sud.

   Il villaggio fa parte di una costellazione di insediamenti che all’origine avevano carattere di rifugio, posti a un’altitudine di circa seicento metri s.l.m., in una formazione collinare elevata rispetto al territorio circostante, alla quale si sale da oriente dolcemente per circa quattro chilometri, muovendo dal centro comunale di Copargo, alla quota di circa cinquecento metri s.l.m.; mentre da occidente, provenendo da Taneka Koko (Dur) si incontra, disposta da nord-est a sud-ovest, la costa erta di una delle propaggini meridionali del massiccio dell’Atakora, un sistema orografico a circa cinquecento chilometri a nord della costa del Golfo di Guinea; massiccio dal quale le acque defluiscono a nord-est verso il Niger, a ovest verso il bacino del Volta, a sud nel fiume Ouémé, che nasce proprio tra Copargo e Taneka Beri e il cui bacino costituisce gran parte del territorio dell’attuale Repubblica del Benin.

   L’antropologo italiano Marco Aime, che da oltre un quindicennio lavora in questa realtà, ha guidato un’incursione sperimentale di un gruppo di studiosi europei di paesaggio all’incontro con la forma e la vita del luogo, con la comunità che ne è la responsabile e con il suo patrimonio di idee e di cose. L’ipotesi è contribuire con un diverso punto di vista a un dialogo scientifico e a una comune riflessione sull’irriducibilità delle differenze rispetto a un mundus alter.

   Sono in questione il senso del tempo e dello spazio, il concetto di natura e le figure del mito e del sacro, la custodia della memoria, la trasmissione delle conoscenze, delle arti e dei mestieri, il governo dei beni comuni e le cure della casa.

   Il gruppo di lavoro ha cercato di raccogliere segni e intercettare significati, attraverso l’inevitabile e consapevole filtro degli attrezzi conoscitivi e percettivi del nostro mondo, con l’impegno di dar conto degli interrogativi che un microcosmo altro continua a porre alla nostra cultura e alla nostra mentalità.

   La documentazione audiovisiva eseguita e i preziosi appunti e rilevamenti raccolti dal gruppo di lavoro in situ, resi possibili dalla generosa e schietta collaborazione della comunità insediata e delle autorità civili e scolastiche locali, sono venuti ad arricchire le riflessioni compiute in varie occasioni precedenti intorno al tema del “villaggio” come microcosmo necessario, come misura imprescindibile di spazio e di tempo, come figura universale capace di assumere infinite variazioni, di istituire un rapporto sorprendente tra arcaismo e ipermodernità, di convocare domande fondative sul rapporto tra persona e luogo, tra luogo e comunità.

   Le pertinenti ricerche bibliografiche, cartografiche e audiovisive, condotte prima e dopo il viaggio di studio, hanno mostrato la vastità e la profondità degli studi in questo campo, ma insieme il loro carattere ancora marcatamente settoriale. È così emersa l’utilità del dialogo e l’incoraggiamento a partecipare alle indagini con gli occhiali di discipline diverse, dalla geografia al paesaggio, dall’architettura al disegno artistico e artigianale.

   Sulla base delle risultanze, la Giuria ha deciso all’unanimità di mettere al centro dell’attenzione un tema che appare fin troppo lontano e che invece costituisce un attualissimo e cruciale terreno esposto alle varie trappole nelle quali la cultura europea-occidentale è caduta nell’ultimo secolo.

   Non dovrebbe essere difficile, nel 2011, evitare l’infatuazione artistica e il messianismo salvifico che percorse il mondo dell’arte europea, e non solo, un secolo or è. Così come ci immaginiamo immuni dalle propensioni missionarie che, ancora alla fine degli anni venti del XX secolo, chiedevano se: «l’educazione e la trasformazione di una razza inferiore da parte di un popolo civilizzato» dovessero «essere compiute per mezzo dell’assimilazione o dell’adattamento».

   Meno semplice è evitare la sostituzione di una società con quella che crediamo o che ci piace che sia, come è accaduto ad esempio per i Dogon, con l’inevitabile aberrazione ad uso turistico che vi si instaura.

   Ancor meno semplice è esprimere in tono non pedagogico, o peggio pietistico, la spontanea pulsione terzomondista. È davvero arduo evitare, nel nostro tempo, la trappola apocalittica, pur così seducente e attualmente pervasiva, apparentemente inarrestabile, intellettualistica, paralizzante, che vede ormai imminente, se non già arrivato, il giorno nel quale l’ultima delle culture che noi chiamiamo primitive sarà scomparsa dalla superficie della terra. Al contrario, l’unificazione di tutte le idee di comunità, di tutte le forme e le vite dei luoghi, ci appare ogni giorno meno agibile.

   Il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, nella sua campagna del 2011, offre l’occasione di ragionare su Taneka Beri assumendo una adeguata dose del potente vaccino scoperto da Claude Lévi-Strauss alla metà del XX secolo.

   Per noi Race et histoire, del 1952, resta il saggio capitale dell’antirazzismo: non ci sono più né superiori né inferiori; non ci sono più stadi storici anteriori o posteriori. C’è solo l’irriducibilità delle differenze. Così, anche la trappola del localismo identitario, che tende a chiudere ogni società nel suo particolarismo, è messa fuori gioco.

   Noi pensiamo che ogni microcosmo costituisca una parte infinitamente piccola di un universo infinitamente grande; che ogni società, per quanto minuscola, sia espressione di un “universale concreto” e che Taneka Beri e la sua comunità stiano di fronte a noi come uno degli infiniti modi con i quali si presenta questo “universale concreto”.

   In quanto forma vivente, radicalmente altra, questo luogo rimbalza sulla nostra cultura e ci aiuta a capire meglio noi stessi, a tentare di ricomporre tanti frammenti diversi nella visione unitaria di un mondo umano.

Con questo spirito e per queste ragioni, la Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino consegna alla Municipalità di Copargo, in rappresentanza di tutta la comunità di cui fa parte Taneka Beri, il sigillo del riconoscimento e dell’impegno.

…………….

L’orario della mostra permanente su “Taneka Beri” alla Fondazione Benetton di Treviso (Palazzo Bomben, Via Cornarotta 7) è: martedì-venerdì
ore 15-20, sabato e domenica ore 10-20  –  Ingresso libero – e-mail: info@fbsr.it – Sito: http://www.fbsr.it

Taneka Beri, villaggio nell’Atakora, Benin –   Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino 2011  –   mostra di documenti e immagini
14 maggio – 26 giugno 2011 – da martedì a venerdì ore 15-20, sabato e domenica ore 10-20  –  ingresso libero – iniziativa della Fondazione -spazi Bomben, via Cornarotta 7, Treviso

La mostra presenta un insieme di materiali cartografici, bibliografici, fotografici e audiovisivi che cercano di documentare il profilo storico-geografico, gli aspetti antropologico-culturali e la dimensione paesaggistica del villaggio di Taneka Beri, luogo designato dalla XXII edizione del
Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino
, collocato nel nord del Benin, ai margini del massiccio dell’Atakora.
Nelle tre sale storiche di palazzo Bomben la mostra si sviluppa a partire da una contestualizzazione essenziale dei collegamenti tra le grandi vicende del continente africano e l’insediamento della popolazione Tangba, la costruzione di un proprio luogo di vita, di una propria struttura linguistica e comunitaria.
Una successiva sezione illustra attraverso riprese filmate sia contemporanee che storiche le forme e gli spazi che caratterizzano il villaggio.
L’ultima sezione dà conto del recente lavoro di ricerca sul campo e vengono presentati materiali provenienti dal viaggio studio che nello scorso dicembre ha indagato sul luogo, ha sperimentato modi diversi di misurazione dello spazio-tempo e ha registrato molteplici angolazioni di studio, nel tentativo di mettere a fuoco il ruolo che la dimensione paesaggistica del villaggio può assumere per il dialogo e il confronto tra culture diverse.

    Il Premio apre come tutti gli anni una campagna di attenzioni su un luogo che contenga patrimoni di memoria e natura di particolare densità
e si presenti come significativo per la ricerca scientifica e la sperimentazione di metodi e strumenti per la conoscenza e il buon governo dei beni culturali. Questa edizione ha portato la Giuria a una scelta inconsueta, lontana da tutti i temi affrontati in precedenza: un villaggio dell’Africa occidentale subsahariana. Un luogo, la sua forma e la sua vita, la comunità Tangba che ne è responsabile, il suo patrimonio di idee e di cose, il senso del tempo e dello spazio, la custodia della memoria, la trasmissione di conoscenze, di arti e di mestieri, il governo dei beni comuni e le cure della casa, il concetto di natura e le figure del sacro.
Il villaggio del nordovest del Benin, è posto sulle colline Taneka, propaggini meridionali del massiccio dell’Atakora, snodo cruciale della storia delle popolazioni della regione, spartiacque tra i bacini del Volta, del Niger e dell’Ouémé, il fiume che percorre il paese da nord a sud fino al Golfo di Guinea. Fa parte di un insieme di villaggi che hanno origine nel XVIII secolo come rifugi dai razziatori di schiavi provenienti dal sud; il suo toponimo
oscilla tra lo storico Seseirhà (“le case sovrapposte“), e il più recente Taneka Beri (“grande taneka“). È articolato in quattro parti identificate con altrettanti toponimi – Satyekà, Tyaklerò, Galorhà, Pendolou -, ognuna delle quali è costituita da molteplici nuclei abitati da famiglie allargate.
Ogni nucleo è composto da un migliaio di piccoli manufatti, stanze, granai, costruzioni di uso diverso, per lo più a pianta circolare e a tetto conico, con un diametro oscillante da due a tre metri, aggregati in piccoli insiemi (diecina, dozzina) intorno a uno spazio aperto, un cortile multifunzionale. Ognuno di questi piccoli insiemi dà forma a un’unità abitativa nella quale vive una famiglia allargata.
Le unità abitative sono a loro volta variamente addensate in quattro parti riconoscibili nelle quali si articola il villaggio. Denominate quartieri in età coloniale, sono in realtà entità insediative significativamente autonome fino a disporre di una propria autorità politica (sawa) e di propri sapienti-ierofanti-specialisti rituali.  E sono proprio i luoghi del sacro, gli altari, le sepolture, gli spazi di danza rituale a segnare, con le onnipresenti pietre e i grandi alberi, l’articolazione del territorio occupato dal villaggio.

   Su una popolazione complessiva dei Tangba (Taneka) stimata intorno ai trentamila individui, la comunità che vive stabilmente a Taneka Beri non supera le trecento persone, che nei dati ufficiali risultano però oltre novemila, poiché tutti coloro che lavorano e sono domiciliati altrove, in città o in campagna, dichiarano la loro appartenenza al villaggio e vi ritornano in tutte le occasioni importanti e le cerimonie collettive.

   Questo senso di appartenenza è il risultato di un processo di lunga durata nel corso del quale si è costruita, per via pacifica, una comunità multietnica e plurilinguistica, con una articolata organizzazione dei rapporti interpersonali e intergenerazionali, fondata su un profondo e libero legame con la propria terra e la propria memoria.

   Le quattro entità costitutive del villaggio sono disposte da nord a sud in sequenza lungo una linea leggermente arcuata per una lunghezza complessiva di circa ottocento metri e una larghezza media di circa duecento; ma la superficie considerata “dentro” al villaggio è assai più ampia ed è conterminata, fin dal XVIII secolo, da un piccolo muro di difesa dai razziatori di schiavi provenienti dal sud.

   Il villaggio fa parte di una costellazione di insediamenti che all’origine avevano carattere di rifugio, posti a un’altitudine di circa seicento metri s.l.m., in una formazione collinare elevata rispetto al territorio circostante, alla quale si sale da oriente dolcemente per circa quattro chilometri, muovendo dal centro comunale di Copargo, alla quota di circa cinquecento metri s.l.m.; mentre da occidente, provenendo da Taneka Koko (Dur) si incontra, disposta da nord-est a sud-ovest, la costa erta di una delle propaggini meridionali del massiccio dell’Atakora, un sistema orografico a circa cinquecento chilometri a nord della costa del Golfo di Guinea; massiccio dal quale le acque defluiscono a nord-est verso il Niger, a ovest verso il bacino del Volta, a sud nel fiume Ouémé, che nasce proprio tra Copargo e Taneka Beri e il cui bacino costituisce gran parte del territorio dell’attuale Repubblica del Benin.
Un antropologo italiano, Marco Aime, ha guidato in questo mundus alter un’incursione sperimentale di un gruppo di esperti europei di paesaggio nel tentativo di raccoglierne segni e intercettarne significati, attraverso l’inevitabile e consapevole filtro degli attrezzi conoscitivi e percettivi del nostro mondo. Le indagini condotte hanno quindi trovato un momento di sintesi tra le conoscenze già acquisite sul campo in ambito antropologico e un approccio paesaggistico in grado di rendere non solo i caratteri di spazialità che ci sono più consueti ma anche la complessità relazionale che trova in un diverso rapporto spazio tempo la sua tipicità.

   L’impegno è stato quello di dar conto degli interrogativi che un microcosmo così lontano continua a porre alla nostra cultura e alla nostra mentalità, luogo che si è svelato possibile paradigma di sviluppo sostenibile, da cui trarre suggestioni importanti per il futuro, piuttosto che restare ancorati
alle consuete certezze di un Occidente esportatore di civiltà e progresso.

   I modi dell’insediarsi in rapporto simbiotico con la natura, l’invenzione della libertà e di una struttura particolare della società hanno consolidato un comune senso di appartenenza che non è esclusione, ma senso di comunità coesa e stabile, mediato attraverso figure carismatiche che garantiscono il senso di appartenenza alla terra, senza creare forme di rifiuto integralista verso gli stimoli provenienti dalle altre culture.
La campagna culturale è iniziata a Milano con la conferenza stampa del 29 marzo 2011, ha trovato il suo apice a Treviso nelle giornate di venerdì 13 e di sabato 14 maggio in un incontro con la delegazione beninese e nella pubblicazione del dossier dedicato al luogo designato. La campagna prosegue nel corso del 2011 con altre iniziative di approfondimento e divulgazione, rivolte anche al mondo della scuola. (tratto da http://www.archinfo.it/  )
(vedi anche http://www.archinfo.it/whitepaper_library/Marco_Aime.pdf

Annunci

2 thoughts on “AFRICA, SVILUPPO E SOVRA POPOLAZIONE – La FONDAZIONE BENETTON premia la struttura sociale ed ambientale di un VILLAGGIO AFRICANO: è possibile uno sviluppo che coniughi modernità con tradizione, innovazione urbana con equilibrio ambientale?

  1. Agata martedì 31 maggio 2011 / 7:18

    Grazie!

    PS-www.avsi.org

  2. LUCA giovedì 2 giugno 2011 / 6:15

    Mio nonno a volte dice : “se stea mèjo quando se stèa pèdo”, ovvero : si stava meglio quando si stava peggio. Un giorno, adolescente, mi vedeva annoiarmi, stufo di aver giocato diverse ore con i videogames. Quel giorno mi disse che lui quando aveva la mia età saliva sul Pizzoc (mille metri sopra il suo villaggio) tutta l’estate, seguendo suo nonno, il quale viveva portando al pascolo le vacche, più qualche gallina. Era una vita misera se comparata ad oggi, ma la noia non esisteva, lui non si poneva tutte le domande che invece io proliferavo e non si vergognava.
    Sentirlo raccontare le sue esperienze di giovane ragazzino che corre a catturare degli uccelli per cambiare la monotonia del solito, pur squisito, formaggio, mi ha lasciato tracce indelebili. Sono storie che valgono più di ogni documentario. Sono storie che ho sentito ben prima di conoscere personaggi come Mauro Corona o Carlo Petrini.
    Oggi, quel mondo è scomparso. Non resta più che qualche pietra, più nessun pascolo, più nessuna vacca, solo silenzio. Gli uccelli sono scomparsi, e non perché tutti i ragazzini li mangiavano, ma perché sono spariti gli uomini che presidiavano quel paesaggio, con le loro bestie, con i prati, le siepi, gli alberi.
    Il nonno non è esente da colpe : ha cercato fortuna lontano, dove si parlava un’altra lingua, partito con una valigia di cartone. Ritornato ha participato al boom economico, lavorando nel tessile, pur se continuando a tirar su polli, conigli, il maiale, andando a caccia, coltivando l’orto.
    Oggi è vecchio e stanco, ma non smette di indignarsi quando interpreta le notizie dei telegiornali. “Ci hanno fregati. Ci hanno fatto credere che saremmo stati meglio”, dice. Invece, dopo aver servito una vita nella fabbrica, oggi questa chiude i battenti, lasciando le nuove generazioni con un mare di dubbi sul futuro. L’economia della crescita esiste nei discorsi ma non nella relatà. L’economia verticale che ci univa alla montagna è stata sacrificata. Oggi dobbiamo trovare qualcosa di nuovo, e io credo che questi africani e molti altri come loro hanno qualcosa da insegnarci, cosi come il nonno mi ha fatto capire che anche se erano “arretrati”, qualcosa di buono sapevano farlo anche i contadini.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...