“PIETA’ LE’ MORTA” – Gli annegati nel Mediterraneo, nella disperata avventura verso la speranza di benessere, dimenticati da noi assuefati alle tragedie in mare di bambini, donne, uomini (la “cittadinanza cosmopolita” negata alle persone dei popoli poveri)

“Caro Magris, lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti l’assuefazione alle tragedie dei «profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile» che periscono in mare. Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull’accaduto. E con eguale rapidità è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce…”(Giorgio Napolitano, 6/6/2011)

   L’ultimo episodio di tragedia nel Mediterraneo è del 3 giugno (almeno nel momento che scriviamo). Fuggivano dalla guerra civile, dalla miseria e fame, da Gheddafi. Sono spariti nelle acque del Canale di Sicilia, a venti chilometri dall’isola tunisina di Kerkennah: tra 200 e 270 bambini, donne, uomini, scomparsi dopo che il barcone nel quale si erano avventurati in mare verso la speranza delle terre europee, è colato a picco mentre i soccorritori si avvicinavano. Profughi sub-sahariani in gran parte (anche eritrei, somali, cui l’Italia forse ha qualche debito storico morale, e non solo morale, nei confronti di quei popoli che ben avrebbero diritto a “partecipare” a una piena cittadinanza italiana).

   Questo episodio tragico, di morte violenta di così tante persone (ripetiamo: tra 200 e 270…si misura a “quantità”…), non ha suscitato più di tanto, nel momento che si è saputo, reazioni emotive: come del resto sta accadendo da quando il sommovimento dell’Africa del nord, delle persone contro le storiche oppressive dittature, ha fatto sì che in quest’area così “assimilata” a noi (il Mediterraneo), vi sia un numero crescente di persone che cercano speranza, rifugio, verso di noi, le nostre coste, l’Italia e l’Europa.

   Un tentativo di porre un’attenzione “morale” a questa tragedia, a queste tragedie (e di conseguenza di prevenirne altre possibili, con azioni politiche, di soccorso e accoglienza) è venuta da un articolo dello scrittore triestino Claudio Magris del Corriere della Sera (che vi proponiamo come primo in questo post). Seguito da una risposta e presa di posizione del presidente Napolitano (anch’essa la trovate qui) e da reazioni varie che speriamo possano almeno riproporre una tensione morale alla tragedia di queste persone, per dare dignità alle loro sofferenze e per creare almeno prospettive migliori per coloro che proveranno esperienze simili (cioè di tentativi di andare per mare verso l’Europa).

   Qui di seguito proponiamo, oltre agli interventi dello scrittore Claudio Magris e del presidente Napolitano, alcune riflessioni e proposte al fenomeno migratorio. Al tentativo di dialogare positivamente con quei popoli: del nord Africa ma anche sub-sahariani che cercano una prospettiva di sviluppo, alla quale noi, italiani, europei, dovremmo dare qualche risposta positiva (e forse sarebbe utile anche a noi per smuoverci da una situazione culturale, economica, politica, umana, di stagnazione).

   Sono quantificate a 1300 le persone vittime del mare nel Canale di Sicilia in questi primi mesi del 2011: 335 somali ed eritrei partiti dalla Libia spariti il 22 marzo, 250 migranti dispersi il 6 aprile in acque maltesi, centinaia di persone affogate al largo di Tripoli il 6 maggio, decine e decine di altri in più piccoli naufragi. Secondo l’associazione «Fortress Europe», dal 1988, quasi 16 mila persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa a bordo di barconi.

lo scrittore CLAUDIO MAGRIS

   Sempre in questo post, in un articolo di Nadia Urbinati, si parla del fenomeno che “ci sta accadendo”, che accade attorno a noi, e cioè di migranti che arrivano da luoghi dove difficile, a volte impossibile, è individuare il senso della nazionalità (profughi ambientali, rifugiati politici, persone in fuga dalla miseria): una dissociazione della cittadinanza dall’appartenenza nazionale. “Migranti senza-Stato” (stateless, così vengono chiamati), appunto un fenomeno globale relativo a persone senza una nazionalità comprovata e che reclamano una cittadinanza cosmopolita. A situazioni nuove si richiede dover dare risposte nuove, vere.

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L’ASSUEFAZIONE PER QUEI MORTI

di CLAUDIO MAGRIS, da “il Corriere della Sera” del 4/6/2011

– L’abitudine alle sciagure che colpiscono i profughi accresce la distanza tra chi soffre e noi –

   Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare come quelli dell’altro ieri, in una fuga della disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina, scivolano in quelle seguenti fra le notizie certo rilevanti ma non eclatanti.

   Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa pure un presidente del Consiglio si commuoveva o almeno sentiva il dovere di commuoversi pubblicamente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un’eccezione sia pur frequente, bensì una regola.

Diventano quindi una cronaca consueta, cui si è fatto il callo, che quasi ci si attende già prima di aprire il giornale e che dunque non scandalizza e non turba più, non desta più emozioni collettive.
Questa assuefazione che conduce all’indifferenza è certo inquietante e accresce l’incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell’attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo. È giusto ma è anche facile accusarci di questa insensibilità, che riguarda pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe e tutti o quasi tutti coloro che eventualmente le leggeranno.

Diversamente da altri casi, in cui l’indifferenza o la livida ostilità si accaniscono sullo straniero, sul miserabile, su chi ci è etnicamente o socialmente diverso, in questa circostanza la nostra insensibilità non nasce dalla provenienza e dall’identità a noi ostica di quelli annegati. Nasce dalla ripetizione di quei drammi e dall’inevitabile assuefazione che ne deriva.

   Anche se, per sciagurate ipotesi, ogni giorno le cronache dovessero riportare notizie di soldati italiani caduti in Afghanistan, la reazione, dopo un certo tempo, si tingerebbe di stanca abitudine. Pure atroci delitti di mafia vengono a poco a poco vissuti come una consuetudine.

Non si può sopravvivere emozionandosi per tutte le sventure che colpiscono i nostri fratelli nel mondo; pure la commozione per qualche delitto particolarmente raccapricciante, ad esempio l’efferata uccisione di un bambino, dopo un certo tempo orribilmente si placa; la notizia è stata assorbita, non scuote più l’ordine del mondo né il cuore. L’assuefazione – alla droga, alla guerra, alla violenza – è la regina del mondo. «Bisogna pur vivere – si dice in un romanzo di Bernanos – ed è questa la cosa più orribile».

Forse una delle più grandi miserie della condizione umana consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un’altra e poi un’altra ancora rischio addirittura il ridicolo.

   Proprio per questo – perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali – non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere – non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona – che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali.

Sta qui la differenza tra il pensiero reazionario e la democrazia. Il reazionario facilmente irride l’umanità astratta e l’astratto amore ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che anche compagni di scuola di persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. La democrazia – schernita come fredda e ideologica – è invece concretamente poetica, perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina, e dunque pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare. (Claudio Magris)

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la lettera del capo dello Stato sull’assuefazione alle tragedie dei migranti – «Occorre stroncare questo traffico e prevenire i viaggi della morte»

NO ALL’INDIFFERENZA, TUTTI  DEBBONO REAGIRE

di Giorgio Napolitano, da “il Corriere della Sera” del 6/6/2011

Caro Magris, lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti («pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe»: lei lo ha voluto sottolineare nell’articolo sul Corriere di sabato) l’assuefazione alle tragedie dei «profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile» che periscono in mare.

   Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull’accaduto. E con eguale rapidità è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce.

   Non si è trattato – lo sappiamo – di un fatto isolato, ma di un susseguirsi, negli ultimi mesi, di tragedie simili.  Lei ha spiegato con crudezza come miseria della condizione umana l’acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile «cronaca consueta». Ma se in qualche modo è istintiva l’assuefazione, è fatale anche che essa induca all’indifferenza?

A me pare sia questa la soglia che non può e non deve essere varcata. Se è vero, come lei dice, che la democrazia è tale in quanto sappia «mettersi nella pelle degli altri, pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare», occorre allora scongiurare il rischio di ogni scivolamento nell’indifferenza, occorre reagire con forza – moralmente e politicamente – all’indifferenza: oggi, e in concreto, rispetto all’odissea dei profughi africani in Libia, o di quella parte di essi che cerca di raggiungere le coste siciliane come porta della ricca – e accogliente? – Europa.

La comunità internazionale, e innanzitutto l’Unione europea, non possono restare inerti dinanzi al crimine che quasi quotidianamente si compie organizzando la partenza dalla Libia, su vecchie imbarcazioni ad alto rischio di naufragio, di folle disperate di uomini, donne, bambini. È un crimine lucroso gestito da avventurieri senza scrupoli, non contrastati dalle autorità locali per un calcolo, forse, di rappresaglia politica contro l’Italia e l’Europa. Ma è un crimine che si chiama «tratta» e «traffico» di esseri umani, ed è come tale sanzionato in Europa e perfino a livello mondiale con la Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite nel 2000.

Stroncare questo traffico, prevenire nuove, continue partenze per viaggi della morte (ben più che «viaggi della speranza») e aprirsi – regolandola – all’accoglienza: è questo il dovere delle nazioni civili e della comunità europea e internazionale, è questo il dovere della democrazia.
La ringrazio, caro Magris, per la sua sollecitazione: che ho sentito come rivolta anche a me, come rivolta, di certo, a tutti gli italiani.
Giorgio Napolitano

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BARCONE A PICCO, OLTRE 200 DISPERSI

da “il Mattino di Padova” del 3/6/2011

   Fuggivano dalla guerra civile. Dai miliziani di Muammar Gheddafi e dalle bombe degli alleati. Sono spariti nelle acque del Canale di Sicilia, a venti chilometri dall’isola tunisina di Kerkennah, in un numero che dà una dimensione enorme alla tragedia: tra 200 e 270 uomini, donne e bambini sono scomparsi dopo che il barcone a cui avevano affidato la loro speranza è colato a picco mentre i soccorritori si avvicinavano.

   Dispersi, l’espressione usata quando i morti non si possono contare perché il mare li ha ingoiati. Gli altri 600 che viaggiavano con loro sono stati portati in salvo, tra mille difficoltà, in mezzo al mare in burrasca.
Si erano imbarcati in ottocento nella notte tra martedì e mercoledì, puntando la bussola verso l’Italia: profughi sub-sahariani, in gran parte, ma anche lavoratori asiatici, che scappavano in cerca di pace. Il motore li ha traditi poco dopo la partenza, mentre le onde crescevano spazzate da un forte vento di maestrale.

   Lanciato l’allarme, è cominciata l’attesa dei soccorsi, ma le operazioni sono state lente e difficili: a causa del mare grosso e dei fondali bassi, le navi della Marina militare di Tunisi e della Guardia costiera non sono riuscite ad avvicinarsi. I migranti sono stati raggiunti da gommoni e piccoli natanti, ma al momento del trasbordo i profughi, terrorizzati, hanno cominciato ad ammassarsi su una fiancata dell’imbarcazione, che si è capovolta rovesciando in mare il suo carico umano.

   Centinaia di disperati sono finiti in acqua, mentre i marinai cercavano di aiutarli a salire sugli Zodiac, in una corsa contro il tempo per salvare il maggior numero di persone che si è conclusa con un bilancio drammatico: 578, secondo le autorità, sono stati recuperati. Per gli altri, un numero che supera le duecento persone, non c’è stato nulla da fare. Due uomini sono morti subito dopo il salvataggio.

   È una strage che fa crescere al numero spaventoso di 1300 persone le vittime del mare nel Canale di Sicilia in questi primi mesi del 2011: 335 somali ed eritrei partiti dalla Libia spariti il 22 marzo, 250 migranti dispersi il 6 aprile in acque maltesi, centinaia di persone affogate al largo di Tripoli il 6 maggio, decine e decine di altri in più piccoli naufragi.

   Secondo l’associazione «Fortress Europe», dal 1988, quasi 16 mila persone sono morte nel tentativo di raggiungere l’Europa a bordo di barconi. Gli sbarchi sulle coste italiane intanto continuano senza sosta. Centocinquanta immigrati provenienti dalla Libia, tutti uomini, sono arrivati nella notte di mercoledì in Puglia. Viaggiavano a bordo di una imbarcazione di 18 metri avvistata a circa due miglia dal porto di Otranto, dov’era ferma a causa della nebbia: il barcone è stato scortato a terra dai mezzi della Finanza e della Capitaneria.
Poco dopo i soccorsi, sono stati identificati e arrestati i presunti scafisti, tre cittadini egiziani. Di fronte all’inarrestabile flusso di migranti, il premier Silvio Berlusconi ha chiesto ieri, durante un incontro con il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, un maggiore impegno dell’Unione («I partner europei facciano di più per l’accoglienza») e un maggior coinvolgimento nella gestione dell’emergenza di Frontex, l’agenzia comunitaria che si occupa di immigrazione.. (m.r.t.)

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Migranti – intervista a Vincenzo Paglia, vescovo di Terni

«ASSUEFAZIONE SPECCHIO DELLA CRISI SIAMO TUTTI  MESSI ALLA PROVA»

Saremo travolti dal grido senza voce dei morti rigettati sull’altra sponda

di Maria Antonietta Calabrò, da “il Corriere della Sera” del 6/6/2011

Monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, Claudio Magris ha scritto sul Corriere che «i morti in mare non commuovono più», che c’è «assuefazione» alle tragedie dei migranti.

«L’ assuefazione non è più solo un rischio, parlerei di cloroformizzazione, che è un po’ la falsa difesa della coscienza che allontana da sé questi problemi, sull’onda magari dell’emergenza di problemi più domestici, che pur essendo meno drammatici ci preoccupano di più».

Magris sostiene che qui è in gioco il cuore della democrazia…

«Certamente, perché con questa assuefazione emerge una crisi che è insieme religiosa e civile, di communitas, di civitas. Tutta la nostra civiltà occidentale, greco-romana e cristiana, si basa sul rispetto per la persona umana: in questo senso siamo tutti messi alla prova».

Ci spieghi…

«Se il mare nostrum, il mare dove è nata e cresciuta la nostra civiltà, diventa un cimitero nella nostra indifferenza, saremo travolti dal grido senza voce dei morti rigettati sulle sue sponde: quelle da cui i disperati partono (spinti magari da regimi che vogliono creare una pressione su di noi) e le nostre. L’ assuefazione a quei morti è una barbarie per tutti: ci imbarbarisce tutti, avendo buon gioco di quell’ideologia stupida del cosiddetto scontro di civiltà. Ed è grazie a questa barbarie che i trafficanti di essere umani riescono ad attecchire sia di là che di qua. In questo senso l’intervento del capo dello Stato ci indica l’altezza morale che tutti dobbiamo avere. Pochi giorni fa papa Benedetto XVI ha usato parole molte nette sul dovere dell’accoglienza. È urgente uno scatto che sia insieme civile, morale e religioso nei confronti dei nostri vicini di casa».

La democrazia o è morale o non è?

«Gli studiosi più attenti dei processi democratici come il tedesco Böckenförde hanno dimostrato che una democrazia senza i valori morali fondanti diventa un guscio vuoto e pericoloso perché facilmente può essere riempito dall’autoritarismo». (M.Antonietta Calabrò)

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L’EUROPA SMARRITA E L’IMMIGRAZIONE

di Nadia Urbinati, da “la Repubblica” del 1/5/2011

   Nel suo mezzo secolo di vita l’Europa ha cercato di diventare un modello di nuova cittadinanza. Teorici e giuristi hanno parlato addirittura di un nuovo paradigma di libertà politica capace di dissociare la cittadinanza dall’appartenenza nazionale, una rivoluzione non meno radicale di quella del 1789.

   Ma messo alla prova del flusso di migranti, il mito europeo si appanna. Gli Stati nazionali tornano protagonisti, le diplomazie bilaterali prendono il sopravvento, le frontiere tornano a chiudersi, le scaramucce di certificati e rimpatri si susseguono. Di fronte agli sbarchi dei profughi del mondo, l’Europa non sembra più certa di voler essere il laboratorio di una nuova cittadinanza. E forse, la recentissima decisione della Corte di Giustizia della Ue di bocciare la norma italiana che prevede il reato di clandestinità va letta come un invito dell’Europa dei diritti all’Europa della politica di rivedere la sua strategia sull’immigrazione.

   Ma a dispetto di ciò che l’Europa vuole o non vuole, in un modo o nell’altro i migranti sono ormai parte della sua identità, di quello che è e sarà. Sono il banco di prova del mito europeo e della civiltà democratica.  Soprattutto i migranti senza-Stato (stateless), un fenomeno globale relativo a persone senza una nazionalità comprovata. Per ragioni diverse: o perché lo Stato dal quale provengono ha cessato di esistere a causa di guerre civili, o perché chi scappa ha dovuto tenere segreta l’identità per non subire repressione a causa della propria fede religiosa.

   Nel ventesimo secolo, la pulizia etnica venne realizzata riducendo ebrei e membri di alcune minoranze nazionali europee allo stato di non-cittadini nei paesi dove erano nati, con l’esito ben noto di poterli così deportare ed eliminare in massa. Senza Stato ovvero alla mercé del potente di turno. Nel 1954 le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione sugli stateless tesa a prevenire che persone fossero o restasse senza uno Stato. Nel 1961 molti paesi, tra i quali il nostro, hanno sottoscritto la convenzione impegnandosi a garantire la nazionalità a persone apolidi nate nel loro territorio.

   La guerra in Iraq e in Afghanistan, le guerre civili nell’Africa sub-sahariana, le rivoluzioni anti-autoritarie nei paesi arabi hanno comportato un aumento prevedibile dei migranti, rifugiati che scappano la fame e la violenza, che chiedono asilo. Migliaia di uomini, donne e bambini, per piccoli scaglioni o uno ad uno, a piedi o con mezzi di fortuna pagati a prezzi di strozzinaggio, sono da anni in movimento, scappando spesso dalle guerre che i paesi verso i quali vanno sono impegnati a combattere.

   Un fatto di grande interesse è che tra questa umanità di senza-Stato sembra configurarsi una nuova identità politica, nata negli interstizi della legge: di quella oppressiva degli stati di provenienza e di quella che incontrano negli stati d’approdo, dove sono dichiarati subito illegali.

   Senza-Stato e senza legge: è in questa identità paranomica che sta prendendo forma una nuova espressione di identità politica, di cittadinanza senza-Stato, ovvero non come appartenenza istituzionalizzata ma come azione di autodeterminazione alla libertà; cittadinanza come forma di democrazia nascente in quanto denuncia radicale di una condizione di assoluto assoggettamento, di rivendicazione non di diritti umani semplicemente, ma di diritti civili e politici.

   I migranti hanno per convenzioni internazionali i diritti umani fondamentali: diritto al soccorso umanitario e medico. Vita minima: questo significa avere diritti umani. Come ha scritto Hannah Arendt in pagine esemplari, ai migranti non è riconosciuto uno spazio legale-politico, ma solo uno spazio naturale; non è riconosciuto il diritto di organizzarsi ma solo di sopravvivere. Chi fa parte della categoria umana semplicemente è caduto nella natura, se così si può dire, fuori della famiglia delle nazioni e dello stato.

  Persone senza protezione da parte di un governo, nate nella «razza sbagliata», perseguitate non perché hanno fatto qualcosa ma perché sono ciò che sono. La non esistenza legale -poiché senza documenti – costringe i migranti a farsi politicamente attivi fuori della legge. Ancora da Arendt: il paradosso per gli umani protetti dai diritti umani è che per essere rispettati nei diritti devono diventare oggetto di repressione.

   Violando le leggi si guadagnano l’ingresso nel sistema della legge e acquistano diritti civili – quello alla difesa nei processi o a un trattamento che esclude violenza e tortura – che da ‘liberi’ non avrebbero, perché non-cittadini. La novità di questi ultimi anni, a partire dalla rivolta in Grecia nel dicembre 2008, è che i migranti hanno mostrato di voler usare anche una lingua politica, di volere esercitare una qualche forma di cittadinanza, mettendo in pratica quello che il mito europeo ha predicato soltanto.

   È successo a Rosarno all’inizio del 2010, quando i lavoratori africani stagionali si sono organizzati per reagire alla loro semi-schiavitù. È successo recentemente in Australia, dove in un campo di detenzione più di trecento migranti hanno deciso di fare lo sciopero della fame per parlare con persone autorizzate del governo australiano e ottenere di non essere rimpatriati in Afghanistan, da dove erano scappati; hanno chiesto interlocutori con autorità di trattativa, proprio come facciamo noi cittadini quando vogliamo fare sentire la nostra voce.

   Ma a noi quella voce è concessa dalla costituzione. A loro è negata, nonostante i diritti umani. In questi casi recenti, pur nella differenza delle circostanze, i migranti hanno manifestato una chiara auto-proclamazione di soggettività politica, un passo importante perché un’ammissione esplicita che i diritti umani non danno il potere di contrastare ciò che dallo stato di rifugiati è lecito aspettarsi, ovvero il rimpatrio.

   Non essere rimpatriati è una richiesta che proviene dall’avere non i diritti umani semplicemente, ma una voce politica. Ma quale cittadinanza è possibile fuori dallo spazio statale? L’ordine giuridico, anche quello europeo che pure ha l’ambizione di essere sovranazionale, non contempla un’identità politica al di fuori dello Stato.

   Eppure questi migranti agiscono come se fossero cittadini, e così facendo avanzano una richiesta di diritto politico come esseri umani (reclamano una cittadinanza cosmopolita). È questa l’importante novità che sta emergendo dai recenti movimenti di migranti senza-Stato. La loro è una sfida importante alle forze progressiste e democratiche dell’Europa poiché indubbiamente le esigenze ragionevoli di regolare i flussi migratori devono potersi combinare a un progetto che riconosca una dignità di cittadinanza ai migranti, come capacità riconosciuta di proporre e contestare, di trattare e avere una rappresentanza, al di là e indipendentemente dall’appartenenza ad un corpo politico.

   Partire da una lettura non pregiudiziale di queste esperienze è la condizione minima per cercare di trovare soluzioni giuridiche e politiche che diano dignità ai migranti e nello stesso tempo facciano avanzare l’idea di una comunità politica europea che non sia solo un mito. – NADIA URBINATI

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EUROPA – IL RITORNO DEI CONFINI

DALLA DANIMARCA L’ULTIMO ATTACCO A SCHENGEN

Copenhagen vuole “controlli contro gli immigrati” – Bruxelles: posizione inaccettabile

di Paolo Festuccia, da “la Stampa” del 12/5/2011

   La Danimarca chiude i confini. O meglio, annuncia di essere pronta a reintrodurre i controlli alle proprie frontiere per frenare il flusso di immigrati irregolari e l`aumento della criminalità organizzata. Tutto ciò, ovviamente, in deroga agli accordi di Schengen. (…)

   Insomma, la Danimarca brucia le tappe. Bruxelles però, dal canto suo, giudica «inaccettabile» qualunque tentativo di tornare indietro sui principi fondamentali della Ue, a cominciare dalla libertà di circolazione delle merci e delle persone.

   A chiarire il punto, naturalmente, è il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso che attraverso la sua portavoce si precipita a far sapere che chiederà alle autorità danesi tutti i chiarimenti del «caso» per analizzare le «misure annunciate».

   Le misure in questione fanno riferimento allo statuto speciale chiesto e ottenuto da Copenhagen al momento della firma della convenzione europea sulla libertà di circolazione e che oggi consentirebbe alla Danimarca di poter scegliere nell`ambito del trattato se applicare o no quanto annunciato.

   «Non vogliamo indebolire Schengen, al contrario vogliamo rafforzarlo», spiega un diplomatico danese (…). Contro Schengen la Danimarca pensa di reintrodurre i controlli alla frontiera tanto con la Germania quanto con la Svezia. Una decisione maturata in seguito a un accordo tra il governo di minoranza liberal-conservatore e il Partito del popolo danese (Ppd) di estrema destra. Questioni interne dunque, ma che rischiano di gravare come una spada di Damocle sulla compattezza dell`Unione europea.

   La misura dovrebbe entrare in vigore entro le prossime tre settimane, così almeno ha spiegato il ministro.

I controlli saranno effettuati ai confini terrestri con la Germania, sul ponte che collega la Danimarca alla Svezia e anche all`ingresso dei porti.

   Sembra che il Ppd e la sua leader, Pia Kjaersgaard, abbiano rilanciato l`idea per prevenire l`immigrazione illegale e la criminalità organizzata in particolare dopo la nuova ondata migratoria nord-africana ai confini meridionali dell`Unione europea.

   Tattica preventiva insomma. «Negli ultimi anni abbiamo registrato un sensibile aumento del crimine transfrontaliero. Realizzeremo quindi nuove installazioni alla frontiera tedesca con sofisticati strumenti elettronici e di identificazione delle targhe», insiste Frederiksen con convinzione.

   La decisione danese anticipa di un giorno la proposta della Commissione europea ai ministri dell`Interno dell`Ue circa la possibilità di reintrodurre temporaneamente controlli dì frontiera nell`area Schengen, proprio come richiesto da Parigi nella sua recente polemica contro Roma. (Paolo Festuccia)

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SE L’EUROPA IMPARASSE DA OBAMA

di Giovanna Zincone, da “la Stampa” del 12/5/2011

   Parlando a El Paso, su quel confine con il Messico da cui sono transitati milioni di immigrati, Obama ha ricordato che anche oggi gli Usa devono la loro posizione nel mondo alla capacità di alimentare la vita economica con nuovi talenti ed energie, quindi anche all’immigrazione.
Lo provano grandi, recenti successi nell’informatica dovuti a immigrati: Intel, Yahoo, Google, eBay. A El Paso Obama ha perciò soprattutto rilanciato il Dream Act, dove Dream è la sigla che sintetizza il contenuto della proposta di legge ma anche un richiamo simbolico al «sogno» americano. Se passasse, i giovani immigrati irregolari diplomati negli Usa potrebbero ottenere un permesso di soggiorno permanente.

   Il Dream Act ha una storia complicata. Era già stato proposto nel 2001, riproposto nel 2009 alla Camera, ma nel dicembre 2010, per la defezione di vari senatori repubblicani prima favorevoli, si è di nuovo bloccato.   Obama ha invitato gli elettori a convincere i loro rappresentanti sia democratici che repubblicani ad appoggiare il provvedimento e ha promesso di fare la sua parte. Insomma, ha fatto capire che i sistemi decisionali degli Stati democratici sono meccanismi complessi. Bisogna farsene una ragione, perché questa complessità non è solo un costo: riduce i rischi di errori, ma soprattutto le minacce alla libertà.
Il che non vuol dire che si debba desiderare il massimo di complessità possibile. In questo senso l’Unione Europea esagera. I suoi processi sono complicatissimi: prevedono passaggi tra una Commissione che elabora proposte, un Parlamento eletto dai cittadini e un Consiglio che rappresenta i governi degli Stati membri, entrambi chiamati a decidere. L’Unione, in più, funziona male non solo perché è complicata, ma perché le spettano solo spezzoni di competenze. Gli Stati membri prendono decisioni determinanti che seguono logiche incongrue rispetto agli spezzoni delle regole comunitarie.

   Su questo sfondo, oggi si riunisce un Consiglio straordinario dei ministri degli Interni dell’Unione per valutare una Comunicazione della Commissione sull’immigrazione. Si tratta di un altro passo in un percorso di riforma. A dare il via è stata la confusa gestione dei flussi di clandestini dalla Tunisia, confusione dovuta proprio alla incongruenza tra decisioni di competenza dei singoli Stati e spezzoni di regole di livello europeo.  C’è uno spazio comune, condiviso da tutti i Paesi che hanno aderito a Schengen, ma il diritto ad entrarci dipende da permessi di soggiorno concessi dai singoli Stati. L’incongruenza ha creato tensioni tra l’Italia, che ha dato ai clandestini tunisini i permessi di soggiorno, e la Francia recalcitrante ad accettarli. Schengen è quindi entrato in crisi – lo dimostra anche la scelta della Danimarca di investire sui controlli alle frontiere – e le sue regole hanno bisogno di un ripensamento che non faccia venir meno il principio di fondo: far circolare merci e persone senza intoppi.
Comunque vada il Consiglio di oggi, inciderà marginalmente sul nucleo del problema, sulla generale discrepanza tra spazi, regole e diritti a livello europeo e la possibilità di accedervi, tenuta ben salda nelle mani dei singoli Stati. Per questa Europa a spezzoni non si profilano potenti riforme, ma si può sperare in una serie di ragionevoli emendamenti.

   La Comunicazione della Commissione Europea ne prospetta due. A decidere se reintrodurre temporaneamente controlli limitati alle frontiere non dovrebbero più essere i singoli Stati, ma l’Unione. In pratica, se ci fosse un accordo sulla nuova procedura e scoppiasse un altro caso Ventimiglia, spetterebbe all’Unione l’arbitraggio tra Italia e Francia. La Comunicazione propone, come secondo rimedio alla discrepanza, l’introduzione di procedure comuni per la concessione dell’asilo: sono enormi infatti le differenze nell’accettazione delle domande dei diversi Paesi dell’Unione, e questo rende difficile qualsiasi ridistribuzione dei carichi.

   Quanto al supporto ai Paesi più esposti nei confronti dei flussi, la Commissione osserva che oggi non ci sono sufficienti strumenti di intervento. Quindi soprattutto l’Italia potrebbe sperare in maggiori aiuti, anche se la Germania non manca occasione per farci notare che ha sempre accolto molti più rifugiati di noi, e senza fare una piega.

   E l’invito a una maggiore solidarietà verso i Paesi alla frontiera dell’Unione riguarda soprattutto la gestione dei rifugiati, che arrivano numerosi a Lampedusa. Ma di solidarietà europea avrebbero bisogno anche i Paesi al confine con la Libia dove si muove la stragrande maggioranza dei rifugiati. Ancora di solidarietà, e di soccorsi immediati, avrebbero bisogno coloro che affrontano il mare con mezzi di fortuna, ed è proprio questa solidarietà che a volte drammaticamente latita.

   La Comunicazione prevede di rafforzare le frontiere esterne con più fondi per Frontex, l’agenzia Ue che gestisce la difesa di confini comunitari, e torna a ragionare su un corpo europeo di guardie di frontiera.
Insomma, tra l’atteggiamento generale dell’Europa nei confronti dell’immigrazione e la visione che ne ha dato Obama a El Paso c’è una bella differenza, per essere precisi c’è una brutta differenza. Oggi l’Unione Europea ha paura degli immigrati: è riluttante anche nei confronti di nuovi flussi regolari.

   Al contrario, Obama ha mostrato apertura, gratitudine e fiducia. Non ha trascurato l’aspetto della legalità, ma non lo ha drammatizzato. Ha proposto, piuttosto, di facilitare gli ingressi legali, soprattutto i ricongiungimenti familiari. Ha ricordato ai repubblicani i successi ottenuti dalla sua amministrazione nel controllo delle frontiere. Non ha evitato di citare i rischi che il lavoro di irregolari comporta, per lo sfruttamento dei lavoratori stessi e per la concorrenza sleale degli imprenditori che li utilizzano. Ma ha pure osservato che è bene non enfatizzare il problema, anzi ha prospettato un rigoroso ma ampio programma di regolarizzazione degli irregolari.

   E negli Stati Uniti ce ne sono 11 milioni. Un approccio equilibrato – suggerisce Obama – consente di concentrare gli strumenti repressivi sul pericolo reale, quello dei delinquenti. Concentrando gli sforzi l’amministrazione Obama è riuscita ad aumentare del 70% l’espulsione di spacciatori e malfattori vari. Il Presidente ha parlato così perché l’America sa di essere un Paese di immigrazione e ne è fiera, mentre l’Europa, nonostante episodici proclami, non vuole ancora accettarlo. E sbaglia, perché nell’ultimo decennio come bacino di immigrazione ha superato decisamente gli  Stati Uniti. (Giovanna Zincone)

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