La SIRIA che sta vivendo una sanguinosa GUERRA CIVILE (e Assad che usa i palestinesi del suo territorio per fomentare lo scontro con Israele occupante del Golan) – con la TURCHIA che diventa sempre più determinante per sciogliere il ginepraio MEDIORIENTALE

Siriani in fuga verso la Turchia

   La SIRIA ha “tentato” di vivere, come paese, la “primavera araba”, la rivolta dei giovani. E come in Libia il potere del clan dinastico dell’attuale dittatore-presidente Bashar al Assad ha iniziato una repressione feroce contro la propria popolazione. Addirittura uccidendo e massacrando uomini e donne colpevoli di essere nei luoghi, nelle città che, a macchia di leopardo, senza connotazioni precise, insorgono alla dittatura e chiedono democrazia e un’apertura al mondo. E’ quel che è accaduto nei giorni scorsi in una cittadina nel nord-ovest della Siria, Jisr al Shughur, che è stata “riconquistata” dall’esercito e migliaia di giovani si sono riversati verso il confine turco, per sfuggire alla repressione e alle violenze.

   Il regime siriano che, pur di mantenere inalterato il potere della casta attuale, oltre a massacrare la propria popolazione, usa ogni mezzo per destabilizzare l’area mediorientale: è episodio di queste ultime quattro settimane l’utilizzo strumentale che ha fatto in ben due occasioni, il 15 maggio e il 5 giugno, dei profughi palestinesi presenti nel proprio territorio, per “spingerli” a superare il confine israeliano del Golan (situazione geopolitica visivamente descritta nella mappa di LIMES che potete vedere qui sotto).

(mappa ripresa da LIMES) Le alture del Golan appartengono formalmente alla Siria ma sono occupate da Israele. Nella zona-cuscinetto opera l’Undof, missione Onu il cui compito è verificare il disimpegno delle truppe israeliane e siriane dal confine

   E qui quindici palestinesi sono rimasti uccisi, il 15 maggio scorso, dai soldati israeliani nel giorno del sessantatreesimo anniversario della Nakba, il “disastro” dell’espulsione di centinaia di migliaia di abitanti della Palestina, appunto in concomitanza con la creazione dello Stato di Israele (il 15 maggio del 1948). Cercavano di entrare (o erano spinti dai soldati siriani) nella zona occupata dagli israeliani.

   L’episodio più o meno uguale si è ripetuto venti giorni dopo, il 5 giugno scorso:  secondo i media siriani sono 23 le persone uccise dai soldati israeliani nella terra di nessuno stretta tra la Siria e le Alture occupate da Israele. Le fonti israeliane parlano invece di 10 giovani uccisi dalle mine siriane fatte scoppiare – secondo Tel Aviv – dalle bottiglie molotov lanciate dai ragazzi provenienti da Damasco.

   Pertanto sta accadendo che nel sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente vecchi regimi antitetici tra di loro (come parrebbero essere Siria e Israele, oppure l’ “ex” Egitto di Mubarack e ancora Israele) siano nel tempo arrivati a una condizione di compromesso per mantenere del tutto statica la situazione, e che ora le rivolte, i rovesciamenti procurati dalla popolazione che si è ribellata, dai giovani, li vede ricercare nuovi equilibri, creando caos e nuovi conflitti solo sopiti tra di loro, mettendo in atto all’interno del proprio paese (come sta accadendo il Siria) la guerra civile… facendo di tutto, con cinismo e crudeltà, per non soccombere a situazioni nuove che vedrebbero esclusi i loro privilegi di potere.

   E, come appena detto, la Siria sta in questo momento vivendo appieno una guerra civile che rischia di protrarsi oltre ogni limite di tempo. Senza prospettive. Con Israele ben ancorata in una rigida posizione “contro tutti” (anche contro il “rinnovato” Egitto che, non più di Mubarack, ha aperto la “porta sud” del proprio paese alla Striscia di Gaza, ridando vita a quella parte di palestinesi finora segregati in quel territorio). I palestinesi, a loro volta incapaci di guidare e controllare le spinte integraliste ed estremistiche, tentano una riunificazione interna tra l’ala dura (Hamas) e quella più “ragionevole” (Fatah); ma con grande difficoltà riusciranno a dialogare pacificamente e costruttivamente con Israele (“chiusa” in un atteggiamento rigido di non dialogo).

   Perdonateci le semplificazioni a questo contesto così difficile. Ma quel che appare da questa situazione, e che a noi pare positivo (pur doloroso e da esecrare dove ci sono violenze) è che siamo in un contesto in movimento: e questo già di per sè può essere un fatto positivo in contesti troppo bloccati, nei loro apparati di potere, da anni. E la primavera araba sta scompigliando i giochi (crudeli) di sempre. E ci cerca di “sciogliere il nodo” di un Medio Oriente e un mondo arabo in cerca di una sua collocazione più moderna e dinamica, specie per le giovani generazioni, che fino alla rivoluzione tunisina dei gelosomini, pochi mesi fa, sembrava impossibile per sempre.

   E qui entra l’importanza, il ruolo, della TURCHIA. C’è un dibattito in corso, soprattutto nei paesi arabi, sul presunto “modello turco” quale punto
di riferimento per tutta l’area. Perché la Turchia può essere IMPORTANTE, determinante, per l’area mediorientale, DA DUE PUNTI DI VISTA.

   Per primo dalla capacità e possibilità che questo grande Paese, ponte tra Europa e Medio Oriente, riesca a svolgere un’azione diplomatica autorevole per “aiutare la pace” e la convivenza, per diventare il punto di riferimento per le riforme che ogni paese di quell’area sente, volente o meno, necessarie e da dover portare avanti (compreso il super-integralista potere iraniano).

   E la Turchia rappresenta pure, come secondo elemento interessante, un modello possibile di islamismo moderato e moderno allo stesso tempo. I giovani tunisini e del nord Africa, “proiettati” nei mesi scorsi verso Parigi e l’Europa con i suoi miti (e di fatto ignorati dai nostri paesi, pur moderatamente, senza averli respinti duramente, ma di fatto neanche aiutati…), la Turchia dicevamo potrebbe diventare, forse lo è già, un modello di società islamica da imitare, libera nei “costumi globali” costruiti sui miti occidentali (la moda, nuove forme musicali, una sessualità più o meno libera…) cui i giovani, ma non solo, si riconoscono in ogni parte del globo. E pure, il “modello turco”, allo stesso tempo attento alla tradizione religiosa islamica: due società, due modi di vita paralleli, uno consumistico-occidentale e uno tradizionale religioso, che possono benissimo coesistere, e una persona può riconoscersi nell’uno o nell’altro, o contemporaneamente in tutti e due.

   Ecco perché la Turchia sta assumendo, e forse assumerà sempre di più, importanza come anello di congiunzione culturale, politica, tra Europa, medio Oriente, mondo asiatico…. (peccato proprio averla rifiutata a una collaborazione più partecipativa con l’Unione Europea…).

……………………………

SIRIA, ORMAI E’ GUERRA CIVILE. L’IMBARAZZO OCCIDENTALE

di Sergio Romano, da “Il Corriere della Sera” del 13/6/2011

   Nella crisi siriana, a giudicare dall`intervento delle forze armate nella città settentrionale di Jisr al-Shugour, il quadro è cambiato. Questa non è più la repressione poliziesca di un diffuso moto popolare, come nei giorni in cui Mubarak sperava ancora di sopraffare con la forza le manifestazioni di piazza Tahrir.

 In Siria i dimostranti sono decisi a resistere, hanno armi di cui intendono servirsi, possono contare sull`aiuto di alcuni transfughi passati dall`esercito alla rivolta, e assomigliano sempre di più ai ribelli di Bengasi quando cominciarono a organizzarsi militarmente. Il rischio, oggi, è quello di una guerra civile che non verrebbe combattuta, come quella libica, fra due territori separati, ma avrebbe piuttosto, come quella spagnola del 1936, molti focolai diffusi in buona parte del territorio nazionale.

   Sulle ragioni di questo brusco peggioramento della situazione possiamo fare soltanto alcune ipotesi. Le buone intenzioni del presidente Bashar al Assad (sempre che esistessero) sono state ignorate e scartate da un blocco di potere che comprende la minoranza alauita (poco meno del 15% della popolazione), un numero consistente di ufficiali delle forze armate, i servizi di sicurezza, le milizie paramilitari, l`apparato del partito unico e forse l`interessata simpatia di minoranze religiose (fra cui i cristiani) che nel regime laico degli Assad hanno potuto contare sulla benevolenza del potere.

   Inasprito dalle repressioni delle scorse settimane, lo scontro, ormai, non è più di quelli che possono risolversi con un compromesso. E’ una guerra civile in cui chi vince prenderà tutto e chi perde sarà trattato alla stregua dì un nemico da eliminare. Conflitti di questo genere si alimentano del sangue versato, diventano lungo la strada sempre più feroci, tendono a contagiare l`intera regione e sono, per la diplomazia internazionale, inafferrabili.

   Se queste sono le prospettive è più facile comprendere il dilemma degli europei e degli americani. Sono preoccupati perché sanno che la Siria è un Paese cerniera, un pezzo cruciale dei precari equilibri medio-orientali.

   Non possono tacere perché il rispetto dei diritti umani è ormai parte integrante della loro filosofia ed è stato in molte occasioni la giustificazione della loro politica internazionale. Possono parlare e lo fanno invocando l`intervento dell`Onu e l`apertura di corridoi umanitari. Ma non possono agire perché sono già impegnati in una guerra civile che ha dato sinora risultati diversi da quelli previsti e sperati. Dopo le esperienze degli ultimi decenni, dalla Somalia alla Libia passando per l`Iraq e l`Afghanistan, la pacificazione con la forza è ormai una soluzione improponibile; e le sanzioni, quando due nemici si combattono per il diritto di sopravvivere, non avrebbero alcuna efficacia.

   Temo che l`unica politica possibile, in questo frangente, sia quella del «cordone sanitario». Se non possiamo convincere le parti a deporre le armi, possiamo almeno fare del nostro meglio per isolare la Siria e impedire che altri (Israele, Libano, Iran) vengano coinvolti nel conflitto. Ma abbiamo qualche possibilità di riuscirci soltanto se sapremo parlare a tutti con la necessaria fermezza e soprattutto se potremo contare sulla collaborazione dei turchi. Anche se la prospettiva non piacerà a coloro per cui la Turchia è un corpo estraneo all`Europa, Recep Tayyip Erdogan è oggi il migliore dei nostri alleati. (Sergio Romano)

………………………………..

Intervista di Lorenzo Trombetta, di LIMES, a un imprenditore europeo residente in SIRIA, a Damasco – L’intervistato è stato raggiunto telefonicamente via Skype da Beirut la sera del 23 maggio scorso.

‘I CLAN ALAWITI DEL REGIME SIRIANO SONO ARMATI DA GENNAIO’

di Lorenzo Trombetta, da LIMES, 30/5/2011

– Limes ha raccolto le impressioni su quanto sta avvenendo in Siria di un imprenditore europeo da tempo residente a Damasco e con stretti contatti con uomini d’affari alawiti vicini al regime. La fonte è autorevole e fidata, ma rimane anonima per ragioni di sicurezza –

Movimento trasversale, per lo più di giovani. La mobilitazione è portata avanti per l’80% da giovani. È un movimento trasversale portatore di istanze laiche, all’interno di un quadro di riferimento per lo più musulmano sunnita e che riflette la maggioranza della popolazione. Si è manifestato anche all’interno dei campi palestinesi in Siria, ma nessuno lo dice. E trovi palestinesi che scendono in strada accanto a curdi, accanto a giovani che si dicono “laici”. La parola d’ordine è “Tutti uniti senza simboli di appartenenza partitica, confessionale o etnica”.

Testimone diretto a Barze. Abitavo a Barze (quartiere periferico di Damasco), e lì sono scese in strada migliaia di persone. Pacifiche; giovani per lo più. Ed è vero che le forze di sicurezza sparano sui civili. Ad altezza uomo. Tolgono l’elettricità e col buio sparano e arrestano. Ho cambiato zona e ora abito in un quartiere cristiano, per il momento ancora sicuro.

“È tutto vero e tutto falso”. Rispetto alle diverse narrazioni degli eventi che ricevete voi fuori dalla Siria, posso dire che siamo di fronte a un fenomeno che si declina a diversi livelli, anche retorici. Qui a Damasco si ha l’impressione che quel che ascoltiamo sia al tempo stesso tutto vero e anche tutto falso. Ogni attore coinvolto cerca di manipolare la verità dell’altro per mostrarla come menzogna. E questo aumenta la confusione, anche mediatica.

un chiosco di giornali a Damasco, con il presidente Assad bene in vista

   La lunga attesa della borghesia di Damasco e Aleppo. La borghesia di Damasco e Aleppo è in attesa di capire cosa succederà. Sanno che è una crisi a fuoco lento. Intanto la valuta locale è ai suoi minimi storici e la Banca centrale è intervenuta per cercare di minimizzare il crollo. Ma il paese già ne risente e i mercati a breve saranno allo stremo.

I clan alawiti fedeli al regime (provenienti dalle montagne a nord-ovest di Damasco) hanno paura e sono armati. In montagna negano tutto, negano la realtà. Sono tremendamente spaventosi e armati fino ai denti. Ragionano in termini di “O noi o loro. E andiamo fino alla fine”. È la visione condivisa dal regime.

Premessa per guerra civile. Le “bande armate” di cui si parla tanto non sono altro che milizie pro-regime. Sono loro che sparano anche contro l’esercito e la polizia per fomentare il caos e giustificare la repressione. (…) Tutti si stanno armando. Anche nelle zone sunnite. Chi può ha un’arma in casa. Sin da gennaio sono state distribuite armi agli alawiti delle montagne. E ora anche ai cristiani, che hanno paura. I sunniti armati sono però
consapevoli che non è ancora giunto il momento di usarle. Se lo facessero ora aprirebbero la via al loro stesso massacro.

Blande sanzioni Usa e Ue. Non avranno alcun impatto serio. I soldi dei membri del regime e della famiglia sono già da tempo fuori dal paese, in banche sicure. La stessa famiglia del presidente è a Londra, nonostante le smentite ufficiali. Sia la Francia sia gli Stati Uniti, inizialmente molto decisi contro la Siria anche per i rispettivi calcoli elettorali interni, hanno di fatto rallentato la macchina delle pressioni. Obama e Sarkozy devono ancora trovare alternative ad al-Asad. Ecco perché hanno imposto sanzioni molto blande. (Lorenzo Trombetta)

……………………………

SIRIA, I TANK ENTRANO A JISR AL-SHUGHUR

da “la Stampa.it” del 12/672011

Migliaia in fuga verso la Turchia

   Violenti scontri sono scoppiati a Jisr al-Choughour, dove l’esercito è stato dispiegato in forze per riprendere il controllo di questa città del nordovest della Siria da dove migliaia di abitanti sono fuggiti negli ultimi giorni. Washington ha accusato Damasco di provocare “una crisi umanitaria”.

   In preda a una forte protesta anti-regime, nel governatorato di Idleb (nordovest), 330 chilometri a nord di Damasco, è in corso da venerdì un’operazione di larga scala dell’esercito. “Sono sul punto di attaccare Jisr al-Choughour con carri armati, elicotteri e artiglieria pesante”, hanno riferito testimoni oculari. La televisione di stato ha indicato che le truppe sono entrate questa mattina a Jisr al-Choughour. Città di 50mila abitanti, Jisr al-Choughour è quasi deserta da una settimana a causa dei combattimenti.
Il regime parla di scontri con “gruppi armati”, testimoni menzionano piuttosto un ammutinamento e un rastrellamento sistematico e cruento delle autorità. Avanzando e riconquistando la città, i soldati hanno scoperto “una fossa comune” che conteneva i resti degli agenti uccisi in occasione dell’attacco del quartier generale della sicurezza, il 6 giugno, ha annunciato la televisione.

   Secondo Damasco, 120 poliziotti sono stati uccisi in quella circostanza da “gruppi armati”, 82 dei quali al quartier generale. Oppositori e testimoni hanno contestato la versione ufficiale ed hanno affermato che i poliziotti erano morti durante un ammutinamento. I lacci e la censura imposti ai mass media stranieri dalle autorità impediscono ogni verifica indipendente.
La repressione ha indotto più di 5mila persone a trovare rifugio in Turchia, distante appena una quarantina di chilometri. Ankara ha promesso di accogliere tutti i rifugiati siriano. Una volta arrivati vicino al villaggio di Guvecci, sono sistemati in campi allestiti dalla Mezzaluna Rossa.

   Di fronte a una contestazione senza precedenti da quasi tre mesi, il regime di Bashar al Assad continua a reprimere le manifestazioni con la forza: dal 15 marzo, più di 1.200 oppositori sono morti e altri 10.000 sono stati arrestati, hanno denunciato le ong.

………………………………

SIRIA, CACCIA AI RIBELLI SULLE MONTAGNE

da “la Stampa.it” del 13/6/2011

– Espugnata Jisr al Shughur, continua la stretta di Assad –

   Ripreso il controllo di Jisr al-Shughur, l’esercito siriano porta avanti la repressione delle rivolta inseguendo le «bande armate» sulle montagne circostanti la città al confine con la Turchia. Lo riferiscono i media di Stato siriani.

   Secondo le organizzazioni per i diritti umani, nella città si sono uditi spari per tutta la giornata di domenica, ma dalla notte non si segnalano nuove esplosioni, vittime o arresti; i soldati però stanno perquisendo la città casa per casa. Jisr al-Shughur è caduta dopo tre giorni di assedio: l’esercito, appoggiato dagli elicotteri e da 200 carri armati, ha sferrato due prolungati attacchi fin dall’alba.
I media ufficiali riferiscono che è stata anche ritrovata una fossa comune, contenente i corpi mutilati di 10 agenti di sicurezza, a cui erano stati mozzati mani, piedi e testa. «Le bande armate avevano mutilato i cadaveri, che erano stati rimossi dalla fossa comune», ha riferito l’emittente di Stato, aggiungendo che l’esercito è riuscito a entrare in città «dopo aver disinnescato la dinamite collocata su ponti e strade».

   Secondo gli oppositori del regime, però, si tratterebbe di militari ammutinatisi ed eliminati dai loro ufficiali.  Un uomo, identificatosi come un ammutinato dell’esercito, ha spiegato che le forze antigovernative avevano piazzato trappole per frenare l’avanzata dei militari e dar tempo così alla popolazione per fuggire. Secondo la fonte, identificatosi come il tenente colonnello, Hussein Harmoush, «a Jisr al-Shughur non ci sono più civili: noi siamo le uniche persone che rimangono qui». Il regime di Assad da settimane accusa sedicenti «bande armate» per lo spargimento di sangue.
Ma secondo la rete di attivisti per i diritti umani, è ormai di almeno 1.300 morti il bilancio della sanguinosa repressione delle proteste ad opera delle truppe del regime. E mentre al confine con la Turchia si teme la catastrofe umanitaria (già oltre quota 5mila i profughi siriani che hanno varcato il confine), a Damasco una folla di 2mila sostenitori del presidente siriano ha tentato di assaltare l’ambasciata turca a Damasco.

   Il premier di Ankara, Recep Tayyp Erdogan, ha condannato con durezza il regime siriano, accusandolo di «atrocità» mentre il presidente turco, Abdullah Gul, ha fatto sapere che il suo Paese è pronto a qualunque scenario, «anche militare». Anche perché sul piano diplomatico, la situazione non si sblocca.

……………………………

NAKBA, DAMASCO CALA LA CARTA REGIONALE

di Lorenzo Trombetta, da LIMES del 16/5/2011 (http://temi.repubblica.it/limes/ )

– Centinaia di palestinesi dei campi di Libano e Siria mandati al massacro pur di ricordare che il regime siriano non si tocca. Pena la sicurezza di Israele. –

L’instabilità in Siria significa instabilità in Israele: è quanto aveva affermato nei giorni scorsi Rami Makhluf, imprenditore miliardario siriano e influente cugino del presidente Bashar al-Asad.

Era un messaggio al miglior alleato del regime di Damasco, che dal 1974 garantisce la tranquillità del “fronte di guerra” sulle alture occupate del Golan e che almeno dal 1970 ha dimostrato più volte di avere a cuore la Palestina ma di detestare i palestinesi (*).

Il messaggio verbale di Makhluf (che a detta delle autorità di Damasco non rappresenta il governo ma solo se stesso) è stato seguito domenica 15 maggio da un’inedita mobilitazione di centinaia di palestinesi residenti nei campi profughi di Libano e Siria verso i rispettivi reticolati che separano i due paesi arabi dallo Stato ebraico.

Quindici palestinesi sono rimasti uccisi dai soldati israeliani nel giorno del sessantatreesimo anniversario della Nakba, il “disastro” dell’espulsione di centinaia di migliaia di abitanti della Palestina in concomitanza con la creazione dello Stato di Israele nel 1948.

Lo Stato ebraico è nuovamente ricorso in modo brutale alla violenza, uccidendo, secondo fonti libanesi e siriane, undici palestinesi sul lato libanese e quattro sul lato siriano. Ci si chiede però perché mai proprio in questo 63esimo anniversario – e non in quello dell’anno scorso o in quello di tre anni fa – si è scelto di organizzare una tale e coordinata mobilitazione.

Le autorità siriane e i vertici di Hezbollah (questi ultimi veri padroni del territorio del sud del Libano; i soldati libanesi hanno tentato domenica di impedire ai giovani di avvicinarsi ai reticolati) conoscono bene i modi di reazione dell’esercito israeliano, che nella sua storia ha sempre dimostrato di esser pronto a tutto pur di “difendere la sicurezza dello Stato”.

A Damasco e a Beirut sud (forse a Teheran) credevano forse che gli israeliani non avrebbero sparato contro centinaia di giovani palestinesi,
fatti arrivare a bordo di pullman e spinti a superare le barriere di filo spinato, i campi minati e quindi a forzare i reticolati elettrificati nemici?

Per i media siriani e quelli libanesi filo-Hezbollah i morti di domenica 15 maggio 2011 sono “martiri caduti in nome del ritorno alla Palestina”. E invece sono ragazzi, per lo più palestinesi dei campi profughi di Siria e Libano, mandati a morire da Damasco (sul lato siriano i dimostranti di domenica brandivano immagini del presidente al-Asad) e dai suoi alleati con un duplice obiettivo, uno rivolto all’interno e uno all’estero.

Il primo obiettivo è spostare l’attenzione mediatica dalla mattanza in corso in Siria da due mesi (circa 850 siriani uccisi da altrettanti siriani) e ricordare alle opinioni pubbliche interne che il vero e primo nemico (‘aduww) è l’entità sionista.

I media governativi di Damasco e quelli libanesi filo-Hezbollah e filo-siriani non hanno riportato la notizia dell’uccisione, sempre domenica 15 maggio, al confine tra Siria e Libano, di almeno tre siriani, di cui una donna, e del ferimento di una decina di persone, tra cui due bambini di 5 e sei anni, che cercavano di fuggire dal fuoco delle forze di sicurezza siriane. Qualcuno a Damasco potrebbe chiedersi perché si contano i palestinesi caduti sotto il piombo israeliano e si ignorano invece i siriani freddati dalle pallottole dei loro stessi connazionali in divisa. (Lorenzo Trombetta)

……………………………………

Siria: attivisti, 1.300 civili morti – lunedì, 13 giugno 2011 00:00

(ANSA) – AMMAN, 12 GIU – I Comitati nazionali di coordinamento, principale organizzazione siriana delle proteste, hanno reso noto che nella repressione da parte del regime sono morti finora 1.300 civili, e ha ingiunto al presidente Assad di andarsene. I Comitati affermano poi che il potere deve passare all’esercito e che si deve tenere entro sei mesi una conferenza sotto controllo internazionale per scrivere una nuova Costituzione e “impedire che la Siria scivoli nel caos e garantire un pacifico passaggio di poteri”.

………………………………..

TURCHIA

ERDOGAN VINCE, MA NON E’ UN PLEBISCITO IN SIRIA MIGLIAIA DI PROFUGHI AL
CONFINE TURCO

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 13/6/2011

ANKARA-«La Turchia è il Partito giustizia e sviluppo. È l`Akp». Dal balcone del suo quartier generale ad Ankara, circondato dai suoi maggiorenti, Recep Tayyip Erdogan è in trionfo. Ha sfiorato il 50 per cento dei voti. «Siamo passati – scandisce al microfono, con a fianco la moglie Emine, elegantissima nel suo velo bianco e blu – da 16 a 21 milioni di voti». Un trionfo, sì. Eppure non la vittoria travolgente che si attendeva.

   Sulla balaustra i ministri fanno festa. Sotto sventolano migliaia di bandiere con la lampadina accesa, simbolo dell`Akp, partito conservatore di ispirazione religiosa. Il primo ministro cita Mustafa Kemal, cioè Ataturk, fondatore della Turchia moderna. «Saremo modesti nella vittoria». Lo ripete: «Modesti».

   Ha appena ottenuto per la terza volta in meno di dieci anni un mandato chiaro dagli elettori – un record, per lui e per il Paese – e governerà fino al 2015 un esecutivo monocolore. Ma nella distribuzione dei seggi la sua compagine ha perso qualche poltrona, scendendo a 325 deputati. Un deficit inatteso, che non gli consentirà di riformare la Costituzione per arrivare a una Repubblica presidenziale in stile francese.

   Non almeno da solo. Adesso, per scambiarsi il posto con il capo dello Stato, Abdullah Gul, e guidare il Paese fino al 2023, centesimo anniversario della Turchia fatta da Ataturk, dovrà mediare con gli altri partiti, sottoporre la modifica in Parlamento, e farla approvare in un referendum. «La nostra nazione ci ha detto di fare la Costituzione attraverso la collaborazione», ha spiegato.

   Una strada in salita. Ma nella fresca sera di Ankara adesso è il momento della festa. Un successo personale enorme per un leader tanto carismatico quanto odiato dagli avversari. Ex giocatore di calcio, ex esponente di una formazione islamica radicale, ex sindaco di lstanbul, oggi Erdogan è il capo indiscusso e finora senza eredi di questo partito, una sorta di Democrazia cristiana turca, che nel 2002 ha ottenuto il 34 per cento dei voti, nel 2007 ha doppiato il successo salendo al 47, e ora ha quasi sfondato un nuovo limite raggiungendo il 49,9 dei consensi.

   Ma Giustizia e sviluppo è rimasta ben lontana dal sogno di ottenere addirittura 367 seggi, cioè i due terzi dell`Assemblea necessari per riformare la Carta. E i desideri del premier turco si sono scontrati con la realtà di altre due compagini che in Parlamento sono riuscite a mantenere salde le proprie posizioni.

   Ha guadagnato punti il partito socialdemocratico (Chp), arrivando al 25,9 per cento. Quello di ieri era un test fondamentale per una formazione in passato spesso criticata in Europa per le istanze nazionaliste che proponeva, pur definendosi di sinistra. Colpito da uno scandalo sessuale il leader che aveva ottenuto solo sconfitte (Deniz Baykal), il partito fondato da Ataturk lo scorso anno è passato nelle mani di Kemal Kilicdaroglu. Forse non un leader naturale, ma un uomo pulito che ha riportato il gruppo nell`alveo delle istanze originarie. Gli elettori lo hanno capito e premiato.

   Gioisce anche il Partito di azione nazionalista (Mhp). La formazione erede dei vecchi Lupi grigi, che indossando il doppiopetto sta ora cercando di lasciare i propositi più radicali, ha ottenuto un inatteso 13 per cento. Un risultato ben al di sopra dello sbarramento altissimo per entrare al Parlamento di Ankara, che è del 10%. Il suo leader, Devlet Bahceli, promette di rendere la vita difficile a Erdogan, accusato di aver voluto sporcare l`immagine del partito facendo fabbricare scandali sessuali contro alcuni suoi esponenti, nel tentativo di indebolire la formazione di centro destra ed erodergli voti.

   Spazio anche ai candidati indipendenti, e a ben 35 deputati curdi i quali, presentandosi individualmente, hanno così trovato la strada per avere voce in Parlamento. Il successo premia in ogni caso il buon governo di Erdogan. Che in 9 anni ha dato alla Turchia stabilità, sicurezza economica, e garantito sanità, scuole e lavoro. Ora occorre vedere come si comporterà il premier nel richiedere le modifiche costituzionali.

   Dovrà frenare la sua nota insofferenza verso la mediazione, e negoziare con i leader degli altri partiti.

Dovrà fare anche ripartire il Paese per colmare le riforme che mancano. Il commentatore Hugh Pope, autore di tre libri sulla Turchia e sulla regione circostante, analista dell`International Crisis Group, ha fissato un intelligente piano in 10 punti.

   Eccoli, in estrema sintesi, secondo il suo ordine: «Rilanciare il processo di ingresso in Europa. Aggiustare la questione di Cipro. Applicare la riforme. Risolvere il problema curdo. Sostenere l`impegno della Turchia in Medio Oriente. Normalizzare la rottura con Israele. Normalizzare le relazioni con l`Armenia. Terminare la disputa sul Mar Egeo con la Grecia. Investire nel miglioramento di questioni interne come la giustizia, la scuola, le donne, la libertà d`espressione. Ampliare la partecipazione democratica».

   Solo così Erdogan potrà arrivare alla meta agognata, quella del 2023, presentandosi al Paese, e al mondo, come il secondo padre della patria. (Marco Ansaldo)

…………………………….

TURCHIA: ERDOGAN TRA MEDIAZIONE E DETERMINAZIONE

Dal blog http://www.achab50.it/ del 17/5/2011

   La Turchia si trova ad affrontare una sempre sfida più difficile, originata dall’ondata di tumulti che sta travolgendo tutto il mondo arabo. Tale sfida riguarda il suo crescente interesse economico nella regione, la sua riscoperta influenza politica e la sua strategia di lungo corso tesa ad evitare l’aggravarsi di qualsiasi problema lungo i suoi confini.
Nel breve spazio di pochi anni, la Turchia è diventata la potenza più dinamica del Medio Oriente. Ma settimane di lavoro diplomatico da parte turca sono svanite la scorsa settimana, quando il primo ministro turco, senza giri di parole, ha richiesto le dimissioni del Colonnello Muammar Gheddafi.

Una situazione simile può prospettarsi anche in Siria, dove il Presidente Bashar al-Assad ha promesso personalmente ai rappresentanti turchi di intraprendere le riforme, ma allo stesso tempo insiste nella repressione.
Nel vicino Iraq, la Turchia teme l’incapacità del governo locale di mantenere la stabilità nel paese mentre gli USA si apprestano a completare il loro ritiro militare. E il Libano, dove la Turchia gode del favore sia di Hezbollah che degli avversari, è arrivato al quarto mese senza un governo.
Prima che le rivoluzioni in Egitto e in Tunisia scatenassero la cosiddetta ‘Primavera araba’, la Turchia fungeva da catalizzatore nel riallineamento che si stava profilando in Medio Oriente, promuovendo una politica estera spesso indipendente dagli Stati Uniti in una regione in cui nessun altro paese eguagliava la sua statura politica.

   Adesso i disordini lungo i suoi confini stanno compromettendo anni di impegno in campo diplomatico ed economico, costringendo la Turchia ad assumere un ruolo più assertivo mentre il suo progetto di integrazione economica deve confrontarsi con la minaccia di una crescente instabilità.

   “Di fronte a questo imprevedibile cambiamento nel mondo arabo, la politica estera della Turchia sta affrontando un ostacolo fondamentale” dice Sami Kohen, editorialista di Milliyet, un quotidiano turco. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan “ha cominciato a perdere, Stato dopo Stato, quel ruolo di leader agli occhi del mondo arabo in cui aveva confidato e che riteneva importante”.
La Siria, sconvolta da settimane di tumulti, potrebbe rivelarsi la sua sfida più grande, dal momento che essa riecheggia ampiamente l’esperienza dei suoi vicini arabi negli ultimi quattro mesi. In Tunisia ed Egitto, e adesso in Libia e Yemen, i governi hanno inizialmente resistito, cedendo parte del potere per rimanere in carica, solo per trovarsi, alla fine, di fronte alla prospettiva di perderlo del tutto. Anche il leader siriano si oppone alle richieste di cambiamento.
“Gli attori esterni hanno scarsa influenza”, ha affermato la scorsa settimana l’International Crisis Group in un report sulla crisi siriana. “Persino gli Stati che hanno sviluppato stretti legami con Damasco, come la Turchia, sono visti con crescente sospetto da funzionari che diventano sempre più paranoici e considerano qualsiasi cosa che sia meno dell’appoggio incondizionato come un atto di tradimento”.
Nelle scorse settimane, la diplomazia turca ha lavorato in modo particolarmente intenso con la Siria, che considera la sua preoccupazione più urgente, essendo Damasco il pilastro della sua strategia regionale per una maggiore integrazione economica. Assad e Erdogan hanno parlato almeno tre volte al telefono e il capo dell’intelligence turca, un dirigente con una profonda conoscenza delle faccende siriane, è stato in visita a Damasco due volte dall’inizio delle rivolte a marzo. Il messaggio turco, dicono fonti ufficiali, era che il tempo per le riforme stava per scadere.
Con un linguaggio che richiamava le parole dette a Gheddafi, Erdogan ha messo in guardia il governo siriano dal ripetere i fatti di Hama, dove l’esercito siriano represse una rivolta islamica nel 1982, uccidendo almeno 10.000 persone (e forse molte di più). “La Turchia ha bisogno della Siria più di quanto non abbia bisogno del regime siriano”, ha detto un analista residente a Damasco che ha richiesto l’anonimato, data la delicatezza dell’argomento.
Dall’Iraq al Nord Africa, il ruolo sempre maggiore della Turchia nel mondo arabo è apparso come una delle dinamiche più rilevanti nella regione. Nel 2010 lo scambio commerciale con l’Iraq si aggirava intorno ai 6 miliardi di dollari, quasi il doppio dell’ammontare del 2008. In Turchia ed in Siria le restrizioni sui visti erano state rimosse, agevolando gli scambi attraverso le fiorenti regioni di confine che hanno permesso di ricollegare città come Aleppo, in Siria, ai loro retroterra storici. Circa 25.000 turchi erano accorsi in Libia per lavorare nell’edilizia che si stava espandendo in modo incontrollato. La cultura popolare turca è dappertutto: il protagonista di una serie TV d’azione, “La Valle dei Lupi”, è così famoso che ha dato il suo nome a caffetterie irachene.
Da gennaio la Turchia ha cercato di salvaguardare questi successi, portando avanti allo stesso tempo negoziati inerenti le proteste nella regione. Sebbene i rapporti della Turchia con l’Egitto fossero meno consistenti di quelli che Ankara ha con altri paesi arabi, Erdogan aveva chiesto al Presidente Hosni Mubarak di dimettersi mentre un inviato americano ancora insisteva perché a Mubarak fosse permesso di portare a termine il mandato.
Ma la Turchia ha sofferto battute d’arresto su altri fronti. In Iraq, una coalizione che Ankara aveva contribuito a creare, il raggruppamento Iraqiya guidato da Iyad Allawi, ha perso il confronto con la coalizione guidata dal primo ministro Nuri al-Maliki, nonostante avesse ottenuto il maggior numero di seggi in Parlamento alle elezioni del 2010. (Lo stesso Allawi era stato quasi completamente emarginato dai negoziati che seguirono). Vi è poi scetticismo in Turchia in merito alla capacità di Maliki di tenere unito il paese e arrestare le tensioni settarie dopo il ritiro militare americano programmato per la fine dell’anno.
La diplomazia turca ha cercato di raggiungere una soluzione negoziata per la Libia, ma ha lamentato il fatto che i rappresentanti libici avrebbero mentito a proposito della loro volontà di imporre un cessate il fuoco. I rappresentanti turchi hanno affermato che nelle prossime settimane avrebbero cercato il favore dell’opposizione libica con più decisione e più apertamente.
Non sono ancora giunti a questo punto in Siria, paese con cui la Turchia giunse sull’orlo della guerra nel 1998 a causa dell’appoggio siriano alla guerriglia curda. Da quel momento, la Turchia ha promosso le sue relazioni con la Siria considerandole un modello per i suoi rapporti con altri paesi arabi. I due paesi hanno ospitato riunioni di governo bilaterali e persino esercitazioni militari congiunte. Gli scambi si sono triplicati in tre anni, e si dice che Assad e Erdogan provino stima reciproca.
“I due paesi hanno strette relazioni, e la Turchia è addentro al gioco politico siriano”, dice Burhan Ghalioun, direttore del Centro per gli Studi orientali contemporanei alla Sorbona di Parigi. Ma, ha aggiunto: “La Turchia sta avvertendo Damasco. Ankara sta dicendo che ha un interesse strategico in Siria e che non può permettersi di lasciare che la Siria esploda”.

   La Turchia ha cercato di tenere il piede in due staffe, ospitando i leader della Fratellanza Musulmana siriana e permettendo una riunione dell’opposizione siriana a Istanbul. Questo ha fatto andare in collera i rappresentanti di governo siriani, che insistono col dire che le rivolte in Siria sarebbero organizzate dall’estero. In quello che è un possibile segnale di tensione, un funzionario del Ministero degli Esteri turco ha detto che non erano in programma altre visite a Damasco.
“Il governo siriano è su tutte le furie nei confronti dei rappresentanti turchi, che considerava alleati fino a ieri”, dice un analista siriano di Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo.
Fino a questo momento, i funzionari turchi hanno fatto pressione sulla Siria per riforme più ampie, incluso un tentativo di riconciliazione nazionale e di dialogo che includerebbe verosimilmente anche la Fratellanza Musulmana, attualmente messa al bando. Fonti governative dicono che ad Ankara vi è la sensazione che Assad voglia le riforme ma sia ostacolato da forze più ostinate all’interno dell’élite dominante, una tesi ribadita da Erdogan.
“Ha detto che le farà”, ha dichiarato Erdogan in un’intervista televisiva. “Ma è difficile capire se qualcuno glielo sta impedendo, o se è lui ad essere esitante”. Dal blog http://www.achab50.it/ del 17/5/2011 – Fonte: Anthony Shadid (giornalista americano di origini libanesi; nel 2004 ha vinto il Premio Pulitzer).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...