Grecia in crisi – PANE e raggiunto BENESSERE FINITI: La GRECIA AL COLLASSO, che può salvarsi solo con gli STATI UNITI D’EUROPA e un vero sviluppo economico e culturale dei paesi del MEDITERRANEO cui essa è uno dei centri geo-strategici

ATENE - Manifestazione del 15 giugno a SYNTAGMA (la piazza-simbolo dell`opposizione all`austerity) di fronte al Parlamento ellenico. In risposta alle manifestazioni di piazza contro il piano “lacrime e sangue” (richiesto dall’Unione Europea per finanziare il debito dello stato greco), la sostituzione di uno dei ministri più contestati dalla piazza, quello delle Finanze, Papaconstantinou, con l'attuale ministro della Difesa, Evangelos Venizelos (che così diventa il nuovo ministro delle Finanze nel rimpasto di governo annunciato nei giorni scorsi), potrebbe però non bastare a riportare la pace sociale. Il premier Georges Papandreou va verso il voto di fiducia di martedì, mentre alcuni esponenti del suo partito - la formazione socialista Pasok - hanno preso le distanze dalla manovra di austerità

   La Grecia non ce la fa più: se nei prossimi giorni l’Unione europea non rimpinguerà le sue casse vuote per pagare servizi essenziali e stipendi pubblici, succederà il caos. La crisi economica nella quale vive, ma anche dell’intero pianeta finora “ricco” (i paesi emergenti non sentono certo la crisi economica…), la “fine del lavoro” in Europa e tanti altri paesi occidentali, tutti questi fenomeni prima di tutto generali, globali, si ripercuotono in primis sui paesi più deboli ed “esposti” alle intemperie economiche del mondo: e la Grecia, in Europa, è tra i paesi più deboli (pur con il suo blasone di civiltà millenaria –ma purtroppo niente se ne fa!- e luogo il più geograficamente strategico al centro del Mediterraneo).

   E dentro il “paese Grecia” chi può risentirne subito della crisi se non i ceti popolari più deboli? …quelli con meno risorse accumulate per i tempi difficili, quelli che l’acquisto di beni alimentari (e altri servizi diventati di prima necessità, come possono essere giustamente le cure mediche…) sono una parte considerevole del proprio scarso reddito… ceti popolari spesso assunti a classe media che in questi decenni ha “vissuto bene” (come la categoria dei tanti troppi dipendenti pubblici ellenici, o delle pensioni facilmente erogate) ma che ora “li si chiede il conto”, cioè il “sistema Stato” non riesce più a raccogliere le risorse per pagarli: le entrate diminuiscono, il debito pubblico non viene ripagato o assorbito da nuovi titoli di stato… e allora solo l’intervento europeo (perché la Grecia è nel “sistema euro” e non può fallire) può salvare una situazione gravissima (la gente alla fame è la peggior cosa, una vera tragedia sociale).

GRECIA IN CRISI PROFONDA - Qualche giorno fa ottantuno commercianti e produttori ortofrutticoli della regione di Salonicco hanno annunciato che a partire dal primo luglio taglieranno il prezzo di frutta e verdura, con ribassi fino al 50 per cento per le famiglie numerose e i disoccupati. OGGI È LA VOLTA DEL PANE. L'Unione dei panettieri di Atene ha deciso di scontare il pane fresco in alcuni momenti della giornata. "Abbiamo proposto ai nostri associati di abbassare il prezzo come meglio credono per aiutare i bisognosi", spiega Andréas Christou, presidente dell'Unione. L'offerta sarà proposta nelle ore centrali della giornata, tra le 14 e le 16. UNA PAGNOTTA DA 350 GRAMMI COSTERÀ 50 CENTESIMI ANZICHÉ UN EURO. (…) L'iniziativa ha come obiettivo il sostegno ai più disagiati, prime vittime della crisi. (…) In questi tempi difficili I GRECI STANNO RIDUCENDO SEMPRE DI PIÙ IL CONSUMO DEI GENERI DI PRIMA NECESSITÀ e si accontentano dello stretto necessario per sopravvivere. Il consumo di pane è calato del 20 per cento rispetto all'anno scorso, e l'affluenza ai mercati del 30 per cento. (…) Al momento Atene è ancora una delle capitali più care d'Europa, ma il reddito medio dei cittadini è tra i più bassi del continente. UN GRECO SU QUATTRO VIVE AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI POVERTÀ EUROPEA. (…) (da “INTERNAZIONALE” che riprende un articolo del giornale greco “TA NEA” del 26 maggio scorso)

   Ma l’Europa forse vuole salvare la Grecia (forse) ma fa fatica a farlo, perché manca di un progetto al quale crederci, un progetto politico, di una “idea europea comune” da perseguire; Europa ristretta com’è negli interessi nazionali. Dall’altra ceti popolari europei di paesi in difficoltà (non solo greci, ma vengono in mente gli “indignados” spagnoli, ma è probabile tra poco anche irlandesi, portoghesi…) si trovano a ripiombare in una pre-condizione sociale che avevano superata: quella di “poveri”, che spesso devono vivere alla giornata. E tutto in una speranza di sviluppo economico ben al di là da venire.

   Per questo riteniamo che la crisi greca accentua quello che è il vero problema di una ancor più evidente crisi europea, fatta di Paesi divisi e che “non si comprendono”, non vogliono comprendersi, arroccati nel loro contesto “micro”, particolare. Di tutta evidenza è quel che sta accadendo con la “rivoluzione araba”, dei giovani, della sponda sud e orientale del Mediterraneo di questi mesi, e che ancora non vede l’Europa in grado di proporre un comune piano di sviluppo economico, ma anche culturale (di interscambio e conoscenza delle diversità: ad esempio di giovani arabi invitati a fare una specie di Erasmus e “formazione lavoro” da noi, e i nostri giovani da loro…; di costituzione di una specie di CECA – comunità economica del carbone e dell’acciaio, com’è stata negli anni ’50 del secolo scorso in Europa – che coordini lo sviluppo economico tra sponda nord e sud mediterranea…).

   Insomma, tutto questo per dire che il salvataggio (anche temporaneo) della Grecia, inserendo denaro da parte dell’Europa sulla vuota cassa pubblica ellenica (credito con interessi che la Grecia dovrà accollarsi nei prossimi decenni…), può avvenire (questo salvataggio) rivedendo sì la Grecia i parassitismi pubblici che ha coltivato nel passato, ma ancor di più “creando sviluppo” in tutta Europa e nel Mediterraneo. E per questo ci dev’essere un’ “Entità” unica di potere e coordinamento sui grandi temi economici, con un’idea di futuro comune europeo condiviso da tutti (o perlomeno dalla maggioranza degli europei). L’idea di cogliere l’opportunità del momento politico e sociale del tutto nuovo (ed imprevisto) della attuale rivoluzione nelle sponde sud e orientali del Mediterraneo. L’idea degli “Stati Uniti d’Europa” (cioè con un potere, seppur in condizioni storiche maturate diversamente, molto simile agli Stati Uniti d’America) toglierebbe la stagnazione europea dall’inesorabile declino (economico e culturale) che sta vivendo in questi anni. Pertanto nulla è impossibile nell’agenda politica dei cittadini (tutti noi) e delle élite di governo europee.

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LA VITA AI TEMPI DELL’AUSTERITY

da “TO VIMA” quotidiano di Atene, ripreso e tradotto dal settimanale INTERNAZIONALE (1/6/2011)

   Martoriati dalla crisi e dai tagli, i greci sono costretti a rivoluzionare il loro stile di vita. E imparano a rinunciare non solo ai lussi e ai divertimenti, ma anche a necessità primarie come l’alimentazione e alle cure mediche. Il famoso paniere della casalinga non si riempie più facilmente come prima della crisi. Le cifre parlano chiaro: solo il 12 per cento dei consumatori spende più di cento euro al supermercato. E anche chi ci va molto spesso evita gli articoli di marca e sceglie prodotti generici. Il rapporto dell’istituto Mrb è inequivocabile: su un campione di 11mila persone il paniere della casalinga 2010 è molto diverso da quello dell’anno precedente. I consumatori scelgono prodotti come le patate, il riso e la farina, e il 40 per cento di loro ha smesso di comprare le grandi marche di detersivi. Solo i prodotti biologici sembrano tenere, così come la frutta e la verdura di origine nazionale.

   La crisi ha dato un serio colpo allo stereotipo del greco che si diverte e fa tardi tutte le sere. Adesso molti greci hanno ritrovato la gioia del cocooning ed evitano di andare al ristorante. Un serio problema per il presidente dell’Unione dei ristoranti greci: “Ci sono dei giorni in cui non abbiamo neanche un cliente”. Nel suo ristorante al Pireo l’atmosfera è sempre più pesante: “lunedì in cassa c’erano 350 euro, martedì 230 e mercoledì 400, ma le spese quotidiane di base sono 1.500 euro”. Il presidente dell’associazione stima che il fatturato dei commercianti si sia ridotto del 55 per cento e afferma che tutti sperano in una buona stagione turistica. Nel frattempo quasi seimila ristoranti hanno già chiuso i battenti. Ed entro la fine dell’anno ne chiuderanno altri 20-25mila. Anche la ristorazione economica è in crisi, con una riduzione del 30-35 per cento.

   Per i problemi di salute, “vedremo più avanti”. Questa osservazione è sempre più frequente fra i greci. Chi avrebbe mai creduto a una cosa del genere in un paese come la Grecia, regno degli ipocondriaci dove i farmaci si vendono come il pane? L’acquisto di vitamine e di antibiotici si è sensibilmente ridotto; le analisi del sangue, le radiografie e le mammografie sono state rinviate a data da destinarsi, così come gli interventi alla cistifellea.

   Il discorso è simile per quanto riguarda le bollette dell’elettricità. I greci non possono più pagarle e colgono l’occasione per “dimenticarle”. La compagnia elettrica nazionale ha annunciato che le fatture non pagate ammontano a 200 milioni di euro. E non è finita qui. Anche se fra i lati positivi si può osservare che i greci prendono sempre meno la macchina per spostarsi, la situazione è particolarmente grave nel campo dell’istruzione. Le lezioni private, vera e propria istituzione in Grecia dove servono a colmare le lacune di un sistema educativo poco efficiente, sono in netto calo. Per Giorgos Petropoulos, dell’Unione delle lezioni private, “la riduzione è del 40 per cento. Si tratta di un dato preoccupante, soprattutto per i primi anni di liceo”.

   I greci cercano di spendere sempre di meno. Per bere un caffè i pensionati si danno appuntamento nei centri per anziani ed evitano i bar di Atene diventati troppo cari. Nei supermercati tutti cercano i primi prezzi, mentre gli altri prodotti sono completamente ignorati. (traduzione di Andrea De Ritis)

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Atene come Sparta?

PAPANDREOU INIZIA LA CONTA DEI SUOI, MA HA IN MENTE SOLO LE TERMOPOLI

di Maria Gilda Lygounis, da “IL FOGLIO” del 17/6/2011

– Austerità, trecento (deputati) rinchiusi in Parlamento e Samaras, il leader della destra che molti chiamano il traditore – UN EFIALTE CONTEMPORANEO –

   Nessuno vorrebbe essere al posto del premier greco George Papandreou. Dalle finestre del suo ufficio echeggiano gli slogan degli indignados, scatenati contro tutti i politici, che hanno portato la Grecia alla peggiore crisi economica dal Dopoguerra.

   Fuori dalla porta del suo studio, fanno la fila i deputati del suo partito che presentano le dimissioni (tre negli ultimi due giorni: Yorgos Floridis, Ektoras Nasiokas, George Lianis) e i capi storici del Pasok (Movimento socialista panellenico), i quali chiedono a gran voce una riunione che ha tutta l’aria di una resa dei conti: “Parleremo di tutto. Anche della leadership del partito”, ha annunciato ieri pomeriggio una delle fondatrici, Vasso Papandreou.

   Mentre il premier prepara il rimpasto e il voto di fiducia — previsto per martedì prossimo — Antonis Samaras, leader dei conservatori di Nuova democrazia, fa i suoi conti. Il salvataggio della Grecia passa anche dalle sue mani. Papandreou, su pressione dell’Unione europea e del Fmi, che richiedono ad Atene un governo di solidarietà nazionale come garanzia per ogni ulteriore aiuto finanziario, mercoledi gli ha proposto un ricco piatto: un esecutivo “per la salvezza della patria” con membri di vari partiti, accettando persino di non essere lui stesso, George Papandreou, a dirigerlo, purché si vada avanti con il piano di austerità.

   Risposta di Samaras? “Si a un governo comune ma soltanto di breve respiro: il tempo di ridefinire insieme all’Ue le condizioni del pacchetto anticrisi, che non riteniamo un farmaco giusto per la crisi greca. Subito dopo, elezioni anticipate”. Come se tutti i politici europei, dal primo ministro francese Francois Fillon al presidente della Commissione europea Manuel Barroso, non avessero appena spiegato a Samaras, reduce da una tournée nell’Eurozona, che il patto concordato con la troika non è suscettibile di modifiche.

   Samaras è un traditore, così almeno dice molta gente del suo stesso partito. Lo chiamano Efialte, che in greco vuol dire “incubo”, ma che è anche il nome di colui che, nel 480 a. C., tradì gli spartani alle Termopoli: fu Efialte a indicare ai persiani il sentiero per attaccare alle spalle il re Leonida.

   Era la primavera del 1993 quando il bell’Antonis Samaras, il più giovane ministro degli Esteri che la Grecia avesse mai avuto, con studi a Harvard, delfino dell’allora primo ministro conservatore Kostas Mitsotakis, decise di fondare un partito tutto suo, Primavera politica. La nuova creatura portò alla crisi dell’esecutivo e alle elezioni anticipate.

   Mitsotakis perse e il “gran passo” di Samaras, ufficialmente dettato da posizioni nazionalistiche ancora più intransigenti di quelle di Mitsotakis sulla questione del nome da dare all’ex Repubblica yugoslava di Macedonia, riportò al potere il socialista Andreas Papandreou, padre dell’attuale premier George. Samaras prese in quelle elezioni meno del 5 per cento, e alle elezioni successive non raggiunse neppure il minimo (3 per cento) per entrare in Parlamento.

   Ma Antonis il traditore, come lo chiama l’entourage di Mitsotakis (tuttora presidente onorario di Nuova democrazia), sa lavorare nell’ombra. Nel 2004, quando la destra vince di nuovo le elezioni con Konstantinos Karamanlis, Antonis Samaras, dimentico di avere avuto come slogan “Basta con le solite famiglie al potere in Grecia: io rappresento la novità”, chiese a Karamanlis (pure lui nipote del leader conservatore Konstantinos Karamanlis, primo premier della Grecia post dittatura dei colonnelli nel 1974) di essere riammesso nel partito.

   Quando anche Karamanlis nipote perde le elezioni, nell’ottobre 2008, fra scandali interni e frodi sull’effettivo debito greco dichiarato all’Ue, e tutti scommettono che a capo del partito da rifondare andrà Dora Bakoyannis, popolare ex sindaco di Atene, figlia di Kostas Mitsotakis (e vedova del giornalista Pavlos Bakoyannis, ucciso dalle Brigate Rosse greche, il gruppo 17 novembre), Antonis Samaras riesce a sorpresa a farsi eleggere al suo posto.

   Due volte Efialte, per il clan dei conservatori Mitsotakis. Oggi i trecento sono i deputati del Parlamento greco, asserragliati da giorni a decidere sul pacchetto anticrisi, mentre la piazza tira di tutto contro di loro. Soprattutto, a trovarsi di fronte Efialte è il premier Papandreou, che dopo il naufragio delle contrattazioni con i conservatori ha preso una decisione ferma: andare avanti con il governo, sia pure con un rimpasto, e subito dopo porre la fiducia in Parlamento.

   Ma la bagarre politica greca degli ultimi giorni, con l’ostinazione di Samaras e le defezioni nel partito al governo e l’Europa che deve ancora trovare un accordo, ha fatto perdere tempo e nuovi punti alla Grecia nel giudizio delle società di rating. Efialte non ha che da aspettare. (Maria Gilda Lygounis)

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“PANE E LIBERTA'”, LA RABBIA DEGLI INDIGNATI DI ATENE

di Tonia Mastrobuoni, da “la Stampa” del 17/6/2011

–  Lo striscione più inquietante è gigantesco ed è appeso proprio davanti al Parlamento. «Pane, educazione, libertà» – il motto dell`insurrezione greca contro i colonnelli –

ATENE. Athanasios fa un gesto circolare con la mano, tra il solenne e l`imbarazzato, finisce di tradurlo: «La giunta del `73 non è morta: ma la seppelliremo nella piazza». Forse il paragone tra il regime dei colonnelli e il governo Papandreou è un po` azzardato. Ma lui si stringe nelle spalle: «Noi comunque siamo stanchi di tutto il sistema politico: vogliamo la democrazia diretta».

   Gli altri slogan virano più sull`irridente, sono ironici: «Niente più apatia, riprendiamoci la democrazia» o l`inconfondibile maschera di «V per vendetta». E pare che qualche giorno fa ce ne fosse uno che diceva «Zitti che svegliamo l`Italia». Magari è sparito con i referendum.

   Sono 23 giorni che Athanasios vive accampato a Syntagma in una delle innumerevoli tende al centro della piazza, assieme ad altre decine di persone che all`imbrunire diventano centinaia, per le assemblee serali. Sono arrivati sull`onda degli «indignati» spagnoli, se ne andranno, mi dice con aria serissima «quando spariranno loro», indicando il Parlamento.

   Questo studente diciannovenne di un paesino vicino ad Atene ormai è abituato anche all`alta e alla bassa marea dei giornalisti, che vengono in massa quando arrivano i sindacati, gli scioperanti e i black bloc e spariscono quando si dirada l`odore acre dei fumogeni.

   Oggi, nel «day after» del terzo sciopero generale dall`inizio dell`anno che ha riempito la città e che è degenerato in guerriglia, qua e là è rimasto qualche segno degli scontri, c`è una sedia con una gamba spezzata e due tende rotte; ma per il resto la piazza-simbolo dell`opposizione all`austerity è tornata alla sua «anormale normalità» della quale pochi parlano. Spunta a sorpresa una giornalista polacca, Viola, chiede l`età al nostro improvvisato cicerone da piazza. «Mi chiamo Athanasios Kariotides, ho 19 anni», fa lui, diligente. Lei taglia corto, «ah no, sei troppo giovane, mica conosci qualcuno tra i 25 e i 34?».

   Athanasios fa un gesto vago verso l`angolo dei tossici. Non sembra neanche ironico. Viola “si allontana, lui spiega: «Quelli li teniamo un po` sotto controllo: combinano guai. Per il resto, sono tutti ammessi, a parte i fascisti». Lo ripete due volte, «i fascisti».

   Da 23 giorni, in effetti, sono accampati qui, nel cuore di Syntagma, studenti e immigrati, disoccupati, anarchici, comunisti, ma ci sono anche attori che organizzano sketch e improvvisano spettacoli, cantanti, insomma un po` di tutto. «Ognuno può venire come individuo, ma sono vietati i partiti o le bandiere» spiega Athanasios. Del resto, un altro striscione recita «basta partiti, democrazia diretta».

   E le assemblee delle nove di sera si stanno spargendo un po` ovunque, si tengono ormai, ogni sera, in una ventina di quartieri di Atene, ma anche a Salonicco e in altre città della Grecia. A domande un po` più pressanti sul senso di quelle assemblee, lo studente di legge non sa rispondere. Tutto sommato sembra un modo per stare assieme, per farsi forza, una sorta di presidio permanente «contro» di un numero crescente di persone schiacciate dall`austerità, spaventate dal fallimento e senza un vero piano B. Qui si sono organizzati anche con delle cucine da campeggio, ogni tanto una signora con tutta l`aria di essere la mamma di qualche «indignato» passa con moussaka fumanti.

   E ovunque, sui tavoli dei picchetti e dei presidi si scorge la bevanda nazionale greca, il nesfrappè, un frappè al caffè prezuccherato. Dall`Egeo alle grandi città, un evergreen intramontabile. Incrociamo Nicodemos, un amico barbuto del nostro cicerone. Ci indica sorridendo – nel caso ci fosse sfuggito un angolo con una panca un po` sgangherata: «E l`angolo relax». Come dire, l`occhio del ciclone, nella piazza delle botte a giorni alterni. E racconta che qui hanno anche organizzato una sorta di ronda anti-litigio. Alcuni di loro girano per la piazza, soprattutto quando c`è l`assemblea, per stroncare sul nascere qualsiasi alterco. Un altro incredibile paradosso della più famosa piazza “anti” del mondo. (Tonia Mastrobuoni)

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CONDANNATI ALL’INCERTEZZA MONETARIA

di Mario Deaglio, da “la Stampa” del 17/6/2011

   Di fronte alle notizie in arrivo dalla Grecia, che parlano di gravi disordini e di possibile instabilità politica, di fronte ai mugugni dei cittadini-elettori dei Paesi ricchi, che si esprimono con sempre minor consenso ai partiti di governo, c’è da domandarsi se il mondo della finanza non abbia, per caso, fatto i conti senza l’oste.
L’oste, in questo caso, è rappresentato dai cittadini-elettori, appunto, ai quali si richiede un esercizio di austerità quasi sempre non piccolo, in certi casi durissimo, per compensare i tempi allegri in cui gli stessi cittadini hanno eletto governi-cicala.

   I governi-cicala hanno varato sistemi pensionistici non sostenibili, aumentato spese pubbliche non essenziali, indebolito in vari altri modi la finanza pubblica. Naturalmente i cittadini hanno sbagliato a scegliere governanti poco saggi, ma è sufficiente quest’errore a giustificare il sacrificio di intere generazioni di giovani che non trovano lavoro, nonché di quella porzione di lavoratori che vede diminuire sia la stabilità del proprio lavoro sia il potere d’acquisto dei propri salari?
Non si tratta di una domanda retorica, bensì di un interrogativo politico del quale nessuno conosce bene la risposta. È però legittimo supporre che, prima o poi, appaia sulla scena politica qualche leader che, rispolverando ideologie oggi in soffitta, si chiederà se non è preferibile far pagare, almeno in parte, la crisi al «capitale» – oggi peraltro diffuso ben al di là della normale cerchia dei capitalisti – invece che al «lavoro».

   Del resto, molti cittadini-elettori sarebbero probabilmente d’accordo con una proposta che riducesse il valore dei titoli pubblici in loro possesso purché i loro figli e nipoti siano in condizione di avere un lavoro stabile a condizioni almeno non peggiori di quelle dei padri.
In quest’orizzonte si inquadrano i dibattiti sul debito della Grecia: un Paese che non può essere aiutato con la «ristrutturazione» del suo debito senza che ne soffra tutto il sistema (ovvero le banche – non italiane – detentrici di gran parte di questo debito), ma che ugualmente non può essere aiutato con il rifinanziamento del debito stesso da parte dei Paesi dell’euro senza una ribellione elettorale da parte dei cittadini-elettori chiamati a sopportare un ennesimo, gravoso peso.

   La Grecia, culla della civiltà europea, diventa così pietra dello «scandalo», parola greca che significa inciampo, di un’Europa all’incerta ricerca delle propria identità e del proprio futuro. Lo «scandalo» non si ferma all’Europa, in quanto nessuna delle grandi monete non europee può dirsi in buona salute, al punto che un ipotetico cedimento dell’euro significherebbe la fine di quell’ordinata ragnatela di scambi globali che, pur con molti difetti, ha tenuto lontane le prospettive di una guerra globale.
Probabilmente per la Grecia un rimedio si scoverà, anche grazie all’eccellenza, sia tecnica sia diplomatica, di Mario Draghi, nuovo governatore della Banca Centrale Europea, che si troverà per prima cosa sulla scrivania questa patata davvero bollente.

   Consisterà probabilmente di un allungamento dei tempi concessi alla Grecia per ritrovare il pareggio di bilancio – all’inizio stupidamente e cinicamente calcolati in pochissimi anni senza tener conto degli squilibri sociali che ciò avrebbe causato -, di una remissione «volontaria» di una quota del debito da parte delle grandi banche che lo detengono, di maggiori aiuti del Fondo Monetario Internazionale.

   Difficilmente, però, la soluzione greca potrà essere estesa a tutti i Paesi oggi in difficoltà e a quanti potrebbero esserlo domani, compresi gli Stati Uniti, la cui moneta è ostaggio di un durissimo scontro tra il governo del Presidente Obama e il Congresso controllato dall’opposizione.
Siamo condannati a vivere un lungo periodo d’incertezza monetaria che, di fatto, lega le mani a tutti i governi e che impedisce in particolare al governo italiano di allentare i cordoni della borsa, come piacerebbe a molti ministri. Basterebbe un solo accenno concreto in questa direzione a far iscrivere l’Italia nell’elenco dei Paesi a rischio e a far cadere il valore di mercato dei titoli del debito pubblico italiano.

   In questo contesto va collocato il pesante avvertimento della Banca Centrale Europea, nel suo bollettino mensile uscito ieri, perché il Paese specifichi meglio «ulteriori interventi» (ossia tagli alle spese pubbliche e quant’altro) per alcune decine di miliardi di euro entro il 2013. Erano cose già note, ma il ripeterle nel momento in cui un italiano sta per prendere il timone a Francoforte può avere l’intento di sottolineare che, non per questo, l’Italia potrà anche solo pensare a condizioni di favore.
Il sistema monetario che emergerà da questa fase di passaggio, che si spera il più possibile ordinata, non potrà più essere incentrato sul dollaro, ostaggio dei giochi politici interni degli Stati Uniti; sarà probabilmente multipolare e all’inizio molto confuso. Se si continuerà a commerciare, a scambiare, però, non si comincerà a guerreggiare su larga scala ed episodi tristi come quello libico rimarranno isolati.(Mario Deaglio)

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SOLO L’UNIONE FISCALE SALVA L’EUROPA

di Francesco Caselli, da “il Sole 24ore” del 17/6/2011

   Le istituzioni politiche ed economiche di quella che oggi è l’Unione europea sono state disegnate da élite politiche e tecnocratiche il cui obiettivo finale era la costruzione di una nuova entità federale, gli Stati Uniti d’Europa, ma che erano costrette a procedere con cautela perché l’opinione pubblica di alcuni Paesi-chiave (e i Governi di altri, soprattutto la Gran Bretagna) non condivideva affatto questo loro progetto.

   È per questa necessità di compromesso che tanti aspetti della governance europea appaiono mal disegnati . E dalla stessa necessità nacque la strategia di “unificazione strisciante”, che consisteva in varare iniziative di cooperazione apparentemente solo economica ma la cui vera finalità era di creare la necessità di ulteriori trasferimenti di sovranità politica dagli Stati all’Unione.

   L’Unione monetaria fu il culmine della strategia di unificazione strisciante e, come vediamo in questi giorni, anche un chiaro esempio delle patologie che emergono quando le istituzioni sono disegnate sotto eccessivi vincoli di vendibilità politica nei confronti di un’opinione pubblica sospettosa.

   Ai tecnocrati che disegnavano l’Euro molti chiedevano cosa avrebbe fatto la nascitura Banca centrale europea se qualche Stato membro, dopo aver accumulato debiti eccessivi, fosse abbandonato dai mercati.

  La risposta che essi diedero con il Trattato di Maastricht fu che, in primis, l’accumulo eccessivo di debito non sarebbe potuto avvenire grazie al “patto di stabilità” che limitava il deficit dei Paesi membri al 3 per cento del Pil ( e anche grazie al fatto che sicuramente l’avvento dell’Euro avrebbe condotto a una nuova età dell’oro con alti tassi di crescita economica, favorendo così il contenimento del rapporto debito/Pil negli stati membri); e che, in secundis, la Bce, e le altre entità afferenti all’Unione avevano la proibizione assoluta di soccorrere singoli Paesi membri in difficoltà a finanziarsi sui mercati dei capitali (la sbandieratissima “no bail-out clause”).

   Sappiamo bene oggi, con almeno un Paese euro insolvente, e prontamente “bailed-out” dalla Bce, cosa valessero queste solenni promesse (e, con Paesi che non crescono da dieci anni, quale età dell’oro l’Euro abbia creato).

   E c’è da chiedersi quanti fra coloro che scrissero e sottoscrissero il trattato ci credessero veramente, e quanto al contrario avessero come principale scopo di aggirare l’opposizione di coloro che, forse a ragione, vedevano nell’Euro solo un preludio a ulteriori tentativi di sottrarre sovranità agli Stati e trasferirla all’Unione. Forse a ragione, dico, perché puntualmente cominciano a levarsi autorevoli voci, prima fra tutte quella del presidente della Bce Trichet, che invocano la creazione di un “ministro delle Finanze europeo”.

   La lezione che ci si chiede oggi di apprendere è che non si può avere unione monetaria senza unificazione (coordinamento, se la parola unificazione vi allarma) delle finanze pubbliche. Non è difficile immaginare la lezione che ci verrà proposta domani: che non ha senso avere un ministro delle Finanze europeo senza un primo ministro europeo. E così via, inesorabilmente, verso la piena unificazione politica.

   C’è da sperare che l’opinione pubblica europea abbia esaurito la sua pazienza verso questo modo di costruire l’Europa unita: fare un piccolo passo, che crea dei problemi che devono essere risolti da un ulteriore passo, e così via. Sarebbe l’ora di avere una discussione trasparente e onesto in cui l’esito finale di questo processo è chiaramente delineato.

   Nel frattempo varrebbe anche la pena esaminare con più attenzione la proposizione secondo cui la crisi dimostra che l’unione monetaria non può funzionare senza unione fiscale. Probabilmente è vero ma le ragioni addotte sono, come sempre con le proposte di nuove istituzioni europee, altamente fuorvianti.

   Si dice che un ministro delle Finanze europeo è necessario per forzare comportamenti fiscali più responsabili nei Paesi membri. Non si spiega però perché tale ministro delle Finanze dovrebbe avere successo là dove il patto di stabilità ha fallito, o perché dovrebbe essere più intransigente della Bce nel rifiutare di dare soccorso ai Paesi insolventi.

   La verità inconfessabile è che l’unione fiscale è necessaria per creare un meccanismo permanente di trasferimento dai Paesi che crescono a quelli che, per ragioni strutturali e politiche, non sono in grado di crescere, almeno fino a che sono parte dell’Unione monetaria.

   Come molti hanno già notato, anche se i debiti della Grecia venissero cancellati resterebbe un gigantesco disavanzo che non si vede come questo Paese possa colmare. Una soluzione è che il disavanzo lo copra sistematicamente l’Unione. L’unione fiscale europea sarà dunque una versione in grande del rapporto fra Nord e Sud d’Italia. Chi è tentato dalla proposta di Trichet si chieda se questo è un bel modello per l’Europa di domani. (Francesco Caselli)

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CRISI GRECA

PAPANDREOU CI RITENTA

dal sito http://www.lettera43.it/  – 16 Giugno 2011

Atene, arrivano le prime nomine per il rimpasto del governo

Il rimasto del governo greco inizia a concretizzarsi. Dopo il baratro economico, all’orizzonte si affaccia una profonda crisi di rappresentanza, con il partito di maggioranza che affronta ogni giorno defezioni. Il primo ministro greco George Papandreou, dopo il fallimento del suo tentativo il 15 giugno di mettere in piedi un governo di unità nazionale con il principale partito d’opposizione, Nuova Democrazia (centro-destra), ora pare sia riuscito a individuare alcune ministri per il nuovo esecutivo da formare: l’attuale ministro della Difesa, Evangelos Venizelos potrebbe diventare il nuovo ministro delle Finanze, mentre l’attuale responsabile dell’Economia George Papaconstantinou diventerà invece ministro dell’ambiente.
Secondo fonti governative, l’annuncio della nomina di nuovi ministri era inizialmente attesa entro la sera del 16 giugno, mentre il voto di fiducia è previsto che inizi domenica 19 giugno e che si concluda martedì 21.   Ma nulla è stato ancora ufficializziato, il che potrebbe far intendere tempi più lunghi per il rimpasto politico. Il 15 giugno Papandreou aveva detto di essere pronto a dimettersi pur di far approvare dal parlamento un piano di austerità per soddisfare le richieste di Unione europea e Fondo monetario internazionale.

La Ue: un mese per trovare l’accordo, nessun piano B Nel giorno del rimpasto un gruppo di 35 deputati greci del Pasok, il partito socialista di Papandreou, hanno chiesto una riunione ‘immediata’ del loro gruppo. Numeri alla mano si tratta di un quinto della maggioranza parlamentare. Altri tre deputati socialisti, infatti, si sono dimessi in segno di protesta contro le politiche di austerità del governo. Il presidente della Repubblica Karolos Papoulias ha ammonito a non «trasformare la crisi economica in una crisi politica».
NUOVO RECORD PER I CDS SUL DEBITO DI ATENE. La situazione si fa sempre più drammatica. Sempre nella giornata del 16 giugno i credit default swap (i contratti stipulati sul rischio default) sulla Grecia hanno superato per la prima volta la soglia dei due mila punti, segnando un’impennata di 280 punti base e toccando l’ennesimo record a quota 2.050, record registrato anche dai titoli di stato elennici a due anni, il cui rendimento è arrivato al 30,32%.
COMMISSIONE EUROPEA: «NON ABBIAMO PIANI B». Per essere chiari, quando un giornalista greco ha ipotizzato un mancato raggiungimento di accordo tra le forze politiche sul programma di salvataggio, il portavoce del commissario europeo per gli Affari economici Olli Rehn, ha risposto semplicemente: «Non abbiamo piani B».
LA BCE TIFA PER L’ACCORDO POLITICO. Non solo. Il 15 giugno l’opposizione di centrodestra ha chiesto una revisione dei termini del memorandum, il programma concordato lo scorso anno per la concessione del prestito di Ue e Fmi da 110 miliardi di euro. E quando un altro reporter ha chiesto ad Altafaj se l’ipotesi aveva fondamento, il portavoce ha sentenziato che «la rinegoziazione non è sul tavolo».
«PREVALGA IL SENSO DI RESPONSABILITÀ». Il commissario Ue agli affari monetari ed economici Olli Rehn ha sottolineato che intende continuare a esercitare pressione sulle forze politiche greche affinché «prevalga il senso di forte responsabilità nazionale». Lo ha spiegato il suo portavoce Amadeu Altafaj, dando conto del ‘rammarico’ del commissario per il mancato accordo politico del 15 giugno.
«La comunità internazionale è mobilitata per sostenere il popolo e lo Stato greci, ma appartiene alle forze politiche greche prendere la piena responsabilità sul programma», ha detto il portavoce. «Ciò è stato possibile in Irlanda e in Portogallo, dove ci sono state alternanze al potere, ma mantenimento degli impegni assunti in precedenza. Non si capisce perché non sia possibile farlo in Grecia dove la situazione è molto più difficile. È chiaro che abbiamo bisogno di un’approvazione del programma da parte del Parlamento greco entro la fine del mese», ha ribadito più volte Altafaj.
BINI SMAGHI: «BASTA PRESSIONI SULLA BCE». La crisi greca spinge il mondo politico a fare pressione sulla Bce, per l’estensione delle scadenze dei titoli greci o l’accettazione di titoli che non danno sufficienti garanzie, ha denunciato Lorenzo Bini Smaghi, membro del board dell’Eurotower.

   «Il dibattito di questi giorni sul programma di risanamento greco e sulle modalità di coinvolgimento del settore privato nel finanziamento di quel paese», ha detto Bini Smaghi, «mostra come, anche in un contesto di tradizionale rispetto dell’autonomia delle banche centrali, può riemergere la tentazione di far finanziare il bilancio pubblico con la moneta. Chiedere, come è stato fatto di recente, che la Bce estenda le scadenze dei titoli di Stato in suo possesso o accetti titoli di uno Stato considerato in default come collaterale per le operazioni di rifinanziamento del sistema bancario è una violazione del divieto della banca centrale di finanziare monetariamente i Tesori previsto nel trattato. Qualsiasi pressione in tal senso», ha concluso, «viola le norme di indipendenza che difendono la Bce. Perfino nei giorni recenti siamo sotto pressione dei politici per risolvere i loro problemi».
«A RISCHIO LA DEMOCRAZIA». «La Grecia non è un paese povero», ha detto il membro del board Bce, «ha un’economia avanzata ed è quindi nelle sue possibilità fare le scelte giuste per i poveri. Perché, come sappiamo da esperienze precedenti, come avvenuto in Argentina, quando c’é un default sono i poveri a pagare, perché i loro risparmi sono in banca e nei titoli di stato e così non hanno più soldi». In questo modo è messa «in gioco la stessa democrazia».

Il fondo monetario ai blocchi di partenza, per la corsa al salvataggio

Intervenendo sull’emergenza della crisi in Grecia, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha esortato alla «responsabilità» e al «senso del compromesso» per trovare una soluzione. E il Fondo monetario internazionale si è detto molto preoccupato per gli ultimi sviluppi della situazione greca e l’instabilità politica ad Atene e pronto a intervenire se il governo trova il consenso sul suo piano di austerity.
«CAMBIAMENTI DRAMMATICI IN 24 ORE». «Sono preoccupato per la situazione che è cambiata in modo molto drammatico nelle ultime 24 ore», ha detto alla Reuters, Zhu Min, speciale consigliere del direttore generale dell’Fmi. «Abbiamo un team ad Atene pronto a concludere la sua rassegna e far procedere le cose, ma ora, data la situazione, c’è molta incertezza e stiamo monitorando la situazione con molta cautela e attenzione».
REHN: «SALVATAGGIO IN DUE TEMPI». La Grecia sta affrontando «un momento serissimo» ed è necessario «che tutte le forze politiche greche si assumano le loro responsabilità e stabilizzino la situazione». È quanto afferma in un’intervista alla Bloomberg il commissario agli affari economici e monetari dell’Ue, Olli Rehn. Rehn si è comunque detto fiducioso che la Grecia riceva a luglio la prossima tranche di aiuti. «Ho avuto rassicurazioni in tal senso», ha spiegato, «dall’Fmi».

   Per il salvataggio della Grecia ci sarà un intervento in due tempi: domenica 19 giugno bisognerà dare il via libera alla tranche da 12 miliardi, l’11 luglio decidere sulla partecipazione dei privati al secondo intervento d’aiuto»: ha detto il commissario Rehn, lanciando un appello ai 27 «per superare le attuali divisioni».
BERLINO VUOLE GUADAGNARE TEMPO. A opporsi ai piani Ue è soprattutto Berlino. La Germania starebbe spingendo per rinviare a settembre il varo del secondo pacchetto di aiuti. L’ha scritto l’agenzia Reuters, citando fonti bancarie. Secondo una delle fonti a Berlino il ragionamento è: non sappiamo cosa fare, cerchiamo di guadagnare tempo. Olanda, Finlandia e Slovacchia sarebbero d’accordo.

   Il Financial Times ha scritto che la Germania non sta più spingendo sulla sua proposta di estendere le scadenze dei titoli di Stato greci di sette anni, perché il Fondo monetario internazionale avrebbe segnalato di essere pronto a pagare i 12 miliardi di euro della prossima tranche del vecchio pacchetto di aiuti da 110 miliardi. Allo stesso tempo, Berlino starebbe continuando a fare pressione per un coinvolgimento dei creditori privati nel salvataggio.

Già nel precipizio? Se resta il rischio contagio  Ma c’è chi, facendo i calcoli con il rischio contagio, disegna scenari ancora più preoccupanti. Nout Wellink, membro olandese del consiglio direttivo della Banca centrale europea ha dichiarato in un’intervista che «se le autorità europee intendono coinvolgere gli investitori privati a partecipare al secondo pacchetto di aiuti per la Grecia, allora il fondo di salvataggio europeo dovrebbe essere raddoppiato a 1.500 miliardi di euro».

RETE DI SICUREZZA CONTRO IL CONTAGIO. Secondo Wellink un nuovo pacchetto di aiuti porterebbe con sè una serie di incertezze e di rischi tali da richiedere un rafforzamento dello European Financial Stability Fund (Efsf), tenendo conto in questo modo dei rischi di contagio sia per l’Irlanda sia per il Portogallo. «Se si assumono questi rischi, occorre realizzare una rete di sicurezza», dice Wellink. «Se va male, bisogna dare una serie di risposte. Se le agenzie di rating vedono la ristrutturazione del debito come default parziale, ci sarà il contagio anche verso altri paesi periferici della zona euro». (dal sito http://www.lettera43.it/  – 16 Giugno 2011)

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Atene, 15 giu. - Nel giorno del terzo sciopero generale la polizia greca e' intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere almeno 25.000 di manifestanti scesi in strada ad Atene per manifestare contro il piano di austerity varato dal governo. Gli agenti in assetto antisommosa hanno risposto al lancio di pietre e yogurt all'esterno del Parlamento che di fatto e' stato circondato. All'interno i deputati hanno iniziato il dibattito sui tagli da 28 miliardi di euro decisi dall'esecutivo di George Papandreu

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