AGRICOLTURA a un bivio, tra COMPETITIVITA’ E SOSTENIBILITA’ – Riuscirà l’AGRICOLTORE a produrre con capacità economica ma in modo sostenibile? (la necessità di un “nuovo CONSUMATORE” e di “nuove REGOLE” pubbliche)

Nella foto ALEX PODOLINSKI. Il 21 Giugno, a Roma, è stata la tappa finale del giro di conferenze tenuto da Alex Podolinsky, il maggior esperto vivente di agricoltura biodinamica. Podolinsky ha portato in Italia le sue conoscenze e i suoi 85 anni di esperienza sull’agricoltura biodinamica, un valore aggiunto al terreno e all'ambiente.(da http://www.alternativasostenibile.it )

   Ci sono segnali contrastanti in agricoltura. Spesso contemporaneamente di grande sviluppo e allo stesso tempo di problematiche ambientali trascurate. Un caso tipico a questo proposito è quello della produzione vitivinicola del “prosecco”, sui colli veneti trevigiano a ridosso dell’area pedemontana    Diremmo, per il caso “prosecco”: l’aspetto positivo è il raggiungimento di un mercato internazionale da leader e ricchezza di tutta un’area collinare, la pedemontana veneta, trevigiana, da Valdobbiadene a Conegliano (l’unica attività economica veneta che in questi ultimi anni di crisi è cresciuta anziché diminuire). Dall’altra, gli aspetti negativi: un territorio inquinato in modo preoccupante dall’uso di sostanze chimiche, fitofarmaci, sparsi spesso con gli elicotteri; e dal raggiungimento di una monocoltura eccessiva che tende a espandersi togliendo qualsiasi altro elemento naturalistico, visto come “ingombrante e improduttivo” (come i boschi, i tradizionali “palù” vicino ai corsi d’acqua, e altre caratteristiche naturalistiche del paesaggio). E l’impossibilità di realizzare altri possibili utilizzi agricoli (meno remunerativi forse) per rendere un contesto urbano-rurale di maggior equilibrio…..

  Insomma positivo è il contesto di un’area che trova una propria vocazione economica “forte”, con i vigneti di prosecco in questo caso; molto meno quando gli eccessi di necessità di produzione nazionale e mondiale portano a non porsi dei seri limiti all’espansione di quell’attività nel territorio e all’uso sconsiderato di sostanze chimiche. Limiti che, ci pare, sempre nel caso del vino prosecco, la Regione Veneto sta cercando di concretizzare, pur in modo assai contradditorio (esalta al massimo la produzione mondiale, non parla per niente dell’uso eccessivo di sostanze chimiche sparse con l’elicottero con pericoli per la popolazione…), con l’intravedere la necessità di “regole” all’espansione spaziale sconsiderata: è notizia del marzo scorso che la Regione Veneto alla fine di quest’anno “bloccherà” con una normativa ad hoc la piantumazione di nuove vigne di prosecco (rendendosi conto che la proliferazione, data dagli sbocchi commerciali mondiali non ancora finiti, è andata oltre ogni limite di controllo della qualità e “autenticità” del prodotto “prosecco”, come prodotto tipico di un’area ben delimitata).

colline del prosecco, in provincia di Treviso

  Solo un esempio questo, dei viticoltori della pedemontana veneta, per segnalare appunto lo stato di un’agricoltura in trasformazione: dove ad aree di sviluppo spesso eccessivo, ci sono altre in completo abbandono e povertà; ad altre ancora più interessanti nel loro virtuoso progresso (i molti tentativi di ricreare “prodotti tipici”, unici, di una volta, legati alla terra di appartenenza e “divulgati”, venduti, con razionalità; cioè nel senso che possono esserci anche limiti stagionali alla distribuzione, al consumo, dati dai “limiti” che un territorio, con le sue aziende agricole, può avere nel produrre un determinato prodotto.

   Attività virtuose che pertanto si connettono alla necessità di avere un operatore agricolo che trasforma il suo prodotto dato dalla terra in un bene che arriva alle nostre tavole (lo trasforma in pasta, in miele, marmellate, formaggi, olio, vino appunto…), ma allo stesso tempo che diventa lui “operatore ambientale” tout-court: cioè controllore e gestore di un territorio rurale: nel conservare o ripristinare un sistema idrogeologico equilibrato, rispettoso delle architetture tradizionali, con una visione di virtuosa conservazione dell’insieme del paesaggio unico dove lui (coltivatore) opera…

   La necessità dell’intervento pubblico, della “mano pubblica” perché tutto questo accada, a sostegno del mondo agricolo che su questo vuole scommettere il proprio futuro, ebbene questa “mano istituzionale” che aiuta e guida sembra proprio esserci assai poco. Un cambio di guida perenne quello del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, sconsiderato (conta solo come tram di passaggio dei vari ministri per altri – più prestigiosi?? – incarichi), come denuncia Carlo Petrini di Slow Food nel primo articolo che vi proponiamo in questo post. Cercando di fare sintesi (politica, economica, culturale) su quel che vogliamo veramente (tutti, consumatori per primi) dalla nostra agricoltura.

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LE VERE SFIDE DELL’AGRICOLTURA

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 31/5/2011

   La drammatica situazione in cui versa l’agricoltura nazionale richiederebbe scelte coraggiose. Invece di programmarle però, il ministero delle Politiche Agricole e Forestali rimane il dicastero più soggetto a cambiamenti di guida. Guarda caso,è sempre il primo a essere coinvolto quando serve un rimpasto di governo.

   Mi chiedo con questi presupposti come si possa fare qualcosa di davvero costruttivo, o quanto meno che abbia un senso. In tutti i Paesi d’Europa si lavora per cambiare una politica agricola ormai insostenibile, occorrono nuove idee per affrontare le sfide che ci attendono e noi, continuando a sottovalutare l’agricoltura, rischiamo di perdere grandi occasioni.

   Ma non è soltanto un problema politico. Anche sul fronte del pensiero economico tutto tace. Mi rivolgo in particolare ai molti economisti agrari rintanati nelle logiche della domanda e dell’offerta, nel mito del libero mercato, della crescita,e delle piattaforme internazionali.

   Se è lecito attendersi un cambiamento dagli economisti, ebbene, il vostro momento è arrivato. Con una facilitazione: la teoria del full cost (nel calcolo dei costi di produzione occorre tener conto anche delle esternalità, positive o negative a seconda dei casi) già esiste. Perché non viene resa nota? Perché non diventa una buona pratica nel determinare il valore del lavoro agricolo?

   C’è un’ occasione preziosa: la riforma della Politica Agricola Comune (PAC), che da mesi il commissario Dacian Ciolos continua a riassumere in un mantra che chiede di conciliare competitività e sostenibilità. Questo è il nocciolo del cambiamento. Se la competitività smette di essere basata sulla rapina delle risorse e si fonda invece sulla cura delle risorse medesime, allora gli economisti devono mettere i piedi nel piatto e dire al mondo: fermi, riscriviamo le regole, perché quelle vecchie non hanno funzionato.

   Certo, le regole le scrive la politica; ma le riflessioni che stanno alla base delle leggi devono arrivare da studiosi ed esperti che formulino le nuove esigenze. E dunque chiediamoci: cosa fa un agricoltore? Produce patate, frutta, carne o latte. Cosa fa un agricoltore che produce in modo sostenibile? Produce patate, frutta, carne o latte e intanto si prende cura del paesaggio, della salubrità delle acque su cui impatta, della fertilità del suolo che utilizza, della salute della sua comunità, del patrimonio di cultura e saperi che quella comunità nel tempo ha accumulato.

   È per tutti questi motivi che il primo passo della rivoluzione deve consistere nel cambiare la domanda. Non ci interessa più capire quanto costa produrre patate, frutta, carne o latte, ma vogliamo sapere invece quanto rende e chi ne beneficia e, dunque, come “ringraziare”, in termini di remunerazione, quell’agricoltore.

   L’agricoltore beneficia della vendita del prodotto, ma tutti quanti beneficiamo degli effetti positivi che il suo modo sostenibile di lavorare produce. Se pretendiamo di non pagare per tutto il resto, allora presto l’agricoltore si stancherà, perché produrre in modo sostenibile richiede maggiori competenze e maggiore fatica, e inviterà i suoi figli a fare un altro mestiere e lascerà che i suoi campi vengano asfaltati.

   E come si fa a remunerarlo? Se il consumatore finale dovesse pagare nel prezzo del prodotto anche i benefici collaterali che il prodotto ha comportato, il prezzo sarebbe esorbitante. Ma tutto quel lavoro è competenza del ministero delle Politiche Agricole e di tanti altri ministeri insieme: quello del Turismo, quello della Salute, quello della Cultura, quello dell’ Educazione, quello della Ricerca.

   Ecco il secondo passo da compiere: la competenza sul cibo non è di un solo ministero, ma di tutti.  Dei governi. Un pezzetto del lavoro che i governi dovrebbero fare lo stanno già facendo gli agricoltori. Visto che è soprattutto l’economia a dettare legge in questo Paese, voglio ancora parlare agli economisti: chiedete nuove regole, dimenticatevi delle borse merci, del meccanismo domanda/offerta, dei futures e fate saltare il tavolo.

   Quello che dovete fare ora è trovare un sistema per far sì che l’agricoltura sostenibile sia ripagata. Stiamo chiedendo al mondo della produzione di elaborare nuovi paradigmi, che tengano conto di quello che Enzo Tiezzi chiama “il capitale naturale“, terzo elemento che viene a scardinare lo schema classico del marxismo, per il quale la produzione si fondava su capitale e lavoro, mentre ogni produzione utilizza risorse che non sono del proprietario del capitale.

   Stiamo chiedendo al mondo del diritto di elaborare nuovi paradigmi per normare i cosiddetti beni comuni, quelli che non possono rientrare né nel diritto pubblico né in quello privato, e allora urge che qualcuno si sieda intorno a un tavolo e si inventi un sistema diverso, perché le “cose di nessuno” diventino “di tutti”.

   Infine, stiamo chiedendo alla politica di elaborare nuovi paradigmi per dar ragione delle connessioni che ci sono tra le varie attività e per non dimenticare che il cittadino cui essa si rivolge è sempre lo stesso: quello al quale un ministero dice di mangiare più frutta e un altro dice di bere soft drinks colorati senza succo di frutta; quello al quale un ministero dice che occorre ripartire dallo sviluppo dei territori e un altro dice che non è più il caso di studiare geografia…

   Un cittadino al quale il ministero delle Politiche Agricole e Forestali, avanti di questo passo, rischia di non dire più niente, mentre gli agricoltori restano sempre più soli, in balìa di una crisi senza precedenti. (www.slowfood.it – CARLO PETRINI)

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Pedemontana veneta, trevigiana, e il caso della produzione del prosecco

PESTICIDI NEI VIGNETI, I PARROCI SCRIVONO ALL’USL

di Francesco dal Mas, da “la Tribuna di Treviso” del 13/2/2011

VITTORIO VENETO. I pesticidi nei vigneti? Le parrocchie chiedono alle autorità sanitarie di fare finalmente chiarezza. Ma il loro orientamento è di dire di no, al più di limitarne l’uso.

   La protesta, partita dal Quartier del Piave, si estende a Vittorio Veneto e a Conegliano, ovunque si coltivano vigneti. Una lettera è stata scritta nei giorni scorsi dai Consigli Pastorali, i massimi organismi rappresentativi delle comunità parrocchiali, ai Dipartimenti di prevenzione delle Ulss 7 e 8.

   La lettera ricorda che «recenti incontri pubblici tenutisi a Pieve di Soligo, Sernaglia della Battaglia e Vidor hanno dato ampia risonanza ai tanti timori che l’impiego dei pesticidi usati in agricoltura, specie nei vigneti, suscita». Non ci sono dubbi per le parrocchie: «l’ampia partecipazione a queste assemblee pubbliche, il forte interesse manifestato e il dibattito suscitato è segno concreto che ci sono una preoccupazione diffusa e una ricerca di risposte adeguate, esaurienti e rassicuranti».

   Le comunità parrocchiali non si limitano a chiedere informazioni. Sollecitano le aziende sanitarie a dire se corrispondono al vero o meno le conclusioni a cui sono arrivati gli esperti che hanno partecipato alle assemblee pubbliche. Come dire, non si può far finta di niente.

   «I pesticidi – si è spiegato in questi incontri – producono tutta una serie di effetti nocivi per la salute dell’uomo: avvelenamenti; danni al sistema nervoso come Alzheimer e Parkinson e alterazioni epatica dell’assetto ematico e della cute; sviluppo anormale di alcune regioni del feto durante le gravidanze; modificazioni stabili del Dna ed effetti cancerogeni. Particolarmente colpiti risultano essere i lavoratori nel settore ed i bambini che non hanno ancora completamente sviluppato il sistema immunitario e quindi sono maggiormente vulnerabili».

   Le parrocchie vogliono sapere, a questo punto, se è vero o no. L’allarme è amplificato dal settimanale della diocesi, l’Azione. Che scrive: «Su tale quadro certamente poco rassicurante, le competenti autorità sanitarie, prime fra tutte le Ulss 7 e 8 e le amministrazioni comunali, possono dire una autorevole e utile parola che permetta di superare le numerose preoccupazioni». Parola che finora è mancata poiché ai citati dibattiti pubblici non si è reso presente alcun rappresentante delle autorità sanitarie. (Francesco Dal Mas)

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NUOVO DOC, LA MARCA COMPRA QUOTE IN SICILIA

di Enrico Lorenzo Tidona, da “la Tribuna di Treviso”  del 21/11/2010

   I vignaioli trevigiani si «comprano» la Sicilia. E’ in questa regione che i produttori di Prosecco stanno acquistando vitigni per 30 milioni di euro, i cui diritti di impianto vengono poi esportati principalmente nella Marca per intensificare la coltivazione del Prosecco. Per la Doc del pregiato spumante si prevede un aumento delle coltivazioni di 3.000 ettari nel 2011 sui 20.000 attuali.
Sono in molti tra gli oltre 6.000 viticoltori del Prosecco Doc che a un anno della promozione della denominazione Igt a Doc si sfregano le mani. I
risultati di vendita nel 2010 sono stati incoraggianti (nel biennio di crisi il comparto è stato l’unico con andamento positivo rispetto agli altri settori produttivi trevigiani) innescando una nuova campagna d’acquisto dei diritti di impianto, necessari per autorizzare la coltivazione di nuovi filari. Non essendo ceduti nella Marca, dove c’è carenza, questi diritti vengono ricercati in altre zone d’Italia per poi essere regolarmente esportati nel trevigiano.
«La Sicilia è la prima regione dove comprare – spiega Luigino Peruzzetto della cantina Casa Roma di San Polo di Piave – i terreni vengono 10.000 euro all’ettaro e le stime parlano di aumenti di 3.000 ettari circa nel prossimo anno. Il processo di espansione della produzione della Doc sembra ormai necessario vista la richiesta dei mercati, che hanno apprezzato il prodotto e ci hanno fatto chiudere un anno davvero soddisfacente».

   A parlare di crescita è anche Giancarlo Moretti Polegato, a capo di Villa Sandi di Crocetta del Montello nonché vicepresidente del neonato Consorzio del Prosecco Doc: «Il prezzo delle uve pagate ai nostri coltivatori è passato da 1 euro ad un massimo di 1,4 euro al chilo – spiega – livelli forse eccessivi, che in alcuni casi non siamo nemmeno riusciti a tradurre sui listini. Sta di fatto che bisogna allargare la base produttiva, sperando comunque che la richiesta dei clienti non si arresti».
A decretare il successo della nuova Doc è stato il connubio tra qualità e prezzo, quest’ultimo sensibilmente inferiore rispetto alla Docg, denominazione di fascia superiore alla quale sono passate le produzioni storiche della collina, in parte adombrate dal dilagare della Doc. «Abbiamo fatto davvero un buon lavoro ma credo ora ci sia un po’ troppa euforia» mette decisamente le mani avanti Fulvio Brunetta, presidente del consorzio del Prosecco Doc che avverte: «Non potremo produrre ed espanderci all’infinito». (Enrico Lorenzo Tidona)

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PRECIPITA IN ELICOTTERO SUI VIGNETI: È GRAVE

di Massimo Guerretta, da “la Tribuna di Treviso” del 26/5/2011

FARRA DI SOLIGO. Stava spargendo i fitofarmaci con il suo elicottero sulle colline del prosecco, quando il motore si è fermato. E’ salvo per miracolo Rocco Michele Astrella, 62enne lucano precipitato su un vigneto di via Rui Stort a Farra ieri poco prima delle 20. Cosciente nonostante l’impatto, è stato trasportato d’urgenza al Ca’ Foncello con l’elicottero del Suem: le sue condizioni sono critiche.
E’ precipitato da almeno 20 metri d’altezza, a causa di un’avaria al motore. La sua abilità di pilota e l’esperienza trentennale nella guida del piccolo elicottero utilizzato per spargere i fitofarmaci gli hanno consentito di salvarsi per miracolo.

   Rocco Michele Astrella, 62enne originario di Matera, in Basilicata, ieri sera poco prima delle 20 ha visto la morte in faccia mentre stava lavorando a Farra. L’uomo è titolare della AirBlue Services, ditta nata sulla costa jonica che esercita principalmente lavori di disinfestazione e spargimento sostanze ma anche lavori di riprese fotografiche, cinematografiche o semplici voli panoramici. La passione per il volo ha spinto il comandante Astrella a compiere, da 22 anni a questa parte, la spola ogni sei mesi tra la propria terra d’origine e il Quartier del Piave per lavorare su vigneti.

   Era decollato da poco più di un’ora dalla piazzola di Farra di Soligo utilizzata dall’Eliconsorzio, la cooperativa che conta circa 600 iscritti nella zona di Valdobbiadene. Ma proprio mentre stava pilotando il suo piccolo elicottero spargendo i fitofarmaci sui vigneti del prosecco tra via Rui Stort e via Crede il motore ha ceduto. Un’avaria mentre si trovava a poco più di 20 metri d’altezza: il mezzo si è avvitato su se stesso ed è precipitato al suolo.

   Il vigneto ha attutito il colpo e, di fatto, gli ha salvato la vita: Rocco Michele Astrella è riuscito con una manovra da autentico esperto a evitare il peggio. Il boato si è sentito fino a un paio di chilometri di distanza: proprio i testimoni hanno chiamato il 118. Il Suem ha immediatamente inviato sul posto l’elisoccorso, Astrella è stato trovato cosciente, ma con diversi traumi al torace e alla schiena: portato d’urgenza al Ca’ Foncello, le sue condizioni sono considerate gravi.

   Sul posto si è precipitato il presidente dell’eliconsorzio, Valter Marsura: «C’è stata sicuramente un’avaria al motore – spiega – Astrella era decollato da meno di un’ora dalla base di Farra, nulla faceva pensare a un incidente del genere. Le abitazioni erano distanti 200 metri, la sua abilità nell’evitare l’impatto peggiore è stata eccezionale». Immediatamente avvisato dell’accaduto anche il sindaco Giuseppe Nardi, che è riuscito anche a vedere Astrella prima che venisse trasportato a Treviso. «Mi hanno detto che parlava, nonostante il dolore – conferma – il motore si è spento sicuramente per un problema tecnico. E’ salvo quasi per miracolo». Sulla vicenda indagano ora carabinieri, vigili del fuoco e Spisal.

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COLLINA SBANCATA PER PIANTARE UN VIGNETO

di Diego Bortolotto, da “la Tribuna di Treviso” del 10/6/2011

COLLE UMBERTO. Lo sbancamento di una collina al confine tra Colle Umberto e San Fior è stato segnalato alla Forestale da Italia Nostra di Conegliano. «Non ci risulta siano state fatte richieste per l’inizio dei lavori», spiega il presidente di Italia Nostra Francesco Scarpis.
La collina sarebbe stata spianata per realizzare un vigneto. «La sezione di Conegliano di Italia Nostra denuncia lo sbancamento effettuato in comune di Colle Umberto – è stato comunicato alla Forestale di Treviso e alla Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia – che ha portato all’estirpazione degli alberi di alto fusto su di esso presenti e il trasporto del terreno su un’area di San Fior».

   Alla segnalazione, inviata lo scorso mese e alla quale al momento non sono arrivate risposte, sono state allegate delle foto per testimoniare l’intervento. «Per contenere tutto il terreno di riporto – aggiunge Italia Nostra Conegliano – è stato costruito un muro a secco lungo il confine della proprietà utilizzando massi di provenienza estranea all’ambiente per un’altezza di circa un metro».

   Già in passato l’associazione per la tutela del territorio si era battuta a seguito di sbancamenti sulle colline nell’area tra il Coneglianese e il Vittoriese. Per questo vengono richiesti alle autorità maggiori controlli e severità perché l’ambiente sia salvaguardato.

   «Considerati i vincoli paesaggistici gravanti sull’intero arco collinare addirittura proposto all’Unesco per essere qualificato “patrimonio dell’Umanità” – dichiara Francesco Scarpis – chiediamo siano presi i provvedimenti che pongano rimedio allo sfregio subito». Recentemente l’associazione ha espresso preoccupazione per il tracciato del metanodotto Snam che attraverserà Susegana e le colline di Collalto.

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CONTADINI & CONSUMATORI: SLOW FOOD CELEBRA L’ ALLEANZA

di Antonio Ciaciullo, da “la Repubblica” del 17/6/2011

   Elisa Pozzi ha 24 anni e alterna internet al trattore. La sera studia per finire gli ultimi cinque esami di agraria, di giorno si divide tra la rete, dove vende i formaggi a latte crudo prodotti da 120 vacche frisone, e il lavoro sul campo. I suoi clienti fanno poca strada: da Milano alla cascina di Zibido San Giacomo ci sono solo otto chilometri.

   La resistenza di questo angolo di campagna milanese, che si difende con le mucche dall’assalto delle betoniere, è uno dei casi che animano la mobilitazione organizzata da Slow Food per festeggiare i suoi 25 anni di vita. In oltre 300 piazze d’Italia si (è celebrato) l’alleanza tra consumatori e piccoli agricoltori di prossimità: i contadini che presidiano la cintura verde delle aree metropolitane, i giovani che inventano gli orti urbani per trovare un lavoro, le cooperative che recuperano territori sull’orlo del degrado.

   «Io non li chiamo più consumatori», corregge il tiro Carlo Petrini, fondatore e anima dello Slow Food. «Un consumo consapevole, che dunque richiede la conoscenza del luogo in cui un alimento nasce e delle tecniche con cui viene ottenuto, ha per protagonisti dei coproduttori: persone che assumono una responsabilità diretta nel ciclo di produzione esercitando un atto di acquisto attento e mirato. La crescita dei gruppi di acquisto solidali, dei mercati contadini, degli orti urbani mostra un percorso che si va rafforzando sempre di più e che fa parte di un’ onda di cambiamento più ampia di cui si cominciano a vedere segni concreti».

   I numeri di questa crescita sono contenuti nel dossier sui Farmers market curato da Coldiretti. Nel 2010 si è registrata una crescita del 28 per cento con una partecipazione di 8,3 milioni di acquirenti e 16 mila venditori. Nel 2010 i frantoi, le cantine, le malghe e le cascine in cui è possibile comprare direttamente sono arrivati a quota 63.600, con un aumento del 64 per cento rispetto al 2001.

   «Il cibo si produce e si consuma e queste due attività devono stare vicine come le parole alle cose», spiega lo scrittore e attore Ascanio Celestini in una clip di sostegno dell’iniziativa di Slow Food. «Quanto più si allontana la produzione dal consumo tanto più il cibo perde di significato. Non so chi ha prodotto l’oggetto che sto consumando, non so quali ingredienti sono stati usati, non so se dietro a quello che finisce sulla mia tavola c’è un bambino che ha lavorato 14 ore al giorno».

   Per costruire questo percorso di conoscenza, questo ponte diretto tra chi coltiva e chi mangia, lo Slow Food ha lanciato la giornata delle 300 piazze che domani (ndr: si è svolta sabato 18 giugno scorso) saranno animate anche da concerti di strada e spettacoli teatrali, ma soprattutto dai protagonisti della resistenza agricola nell’ area urbana.

   «Noi eravamo informatici della Eutelia e siamo finiti tutti in cassa integrazione ma non ci siamo arresi: prima due mesi di presidio davanti a Montecitorio, poi la creazione del collettivo per la coltivazione di un orto sull’ Ardeatina», racconta Gloria Salvatori, protagonista della piazza romana. «Coltiviamo ortaggi: in parte è autoproduzione, serve a integrare il reddito, in parte vendiamo al mercato dell’ Altroconsumo, all’ ex mattatoio».

   A Venezia (è stata) presidiata la zona del mercato storico, Rialto con le calli vicine che raccontano già nei nomi secoli di storia gastronomica. A Napoli invece gli orti nascono dalle terre confiscate ai clan: uno è nel parco del Vesuvio, l’altro nel castello mediceo comprato dalla camorra e poi sequestrato. «Organizzeremo due giornate», precisa Alberto Capasso, dello Slow Food campano. «La prima per mettere assieme il buono e il giusto: il percorso dall’ handicap dell’illegalità agli orti della legalità; la seconda, per mettere assieme il buono e il pulito, è centrata sull’uso agricolo delle terre da sottrarre alle discariche pirata». – ANTONIO CIANCIULLO

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PER I GIOVANI INCENTIVI ZERO. DALLA BUROCRAZIA AL CREDITO È ANCORA COMPLICATO LAVORARE IN CAMPAGNA

di Ernesto Diffidenti, da “il Sole 24ore” del 17/5/2011

   I giovani che vorrebbero trovare occasione di lavoro in campagna sono molti, ma gli ostacoli al loro ingresso anche di più: dal proibitivo costo dei terreni al difficile accesso al credito, dall’insicurezza sui raccolti alla volatilità dei prezzi che impedisce un’adeguata programmazione. Poi c’è la burocrazia: servono oltre due anni e mezzo di tempo per diventare operativi. Di incentivi neanche a parlarne: «Dopo anni di politiche per il ricambio generazionale – ha detto durante l’assemblea il delegato nazionale dei giovani Coldiretti, Vittorio Sangiorgio – tra primi insediamenti, subentri, prepensionamenti, pacchetti e contentini vari, solo il 3% delle imprese agricole ha un titolare con meno di 35 anni mentre il 30% supera i 65».
OBIETTIVO: TAGLIARE L’INTERMEDIAZIONE
Servono nuove idee. Per questo Coldiretti scommette su una filiera agricola tutta italiana. L’obiettivo è quello di tagliare le intermediazioni e arrivare a offrire, attraverso la rete di consorzi agrari, cooperative, farmer’s market, agriturismi e imprese agricole, prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori al giusto prezzo. «Grazie alla filiera agricola tutta italiana, e in particolar modo a Creditagri Italia, il consorzio fidi nazionale promosso dalla Coldiretti – ha aggiunto Sangiorgio – si è messo in piedi un sistema di credito per giovani che pensa in maniera reale ed efficace al ricambio generazionale, valorizzando le idee e non misurando la capacità patrimoniale, che per ragioni oggettive non può appartenere ai giovani».
ALFANO E SACCONI: MENO BUROCRAZIA E ACCESSO AL CREDITO PIÙ AGEVOLE
Al credito pensa anche il ministro della Giustizia, Angelino Alfano: «Bisogna restituire all’agricoltura il ruolo che merita nel sistema Paese. Inviterò il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a impegnarsi affinché la Banca del Sud garantisca l’accesso al credito per lo sviluppo delle piccole e medie imprese agricole». Dal canto suo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, punta sui voucher: «Hanno avuto un ruolo crescente anche in agricoltura dove risultano molti impiegati. Però l’accesso al loro utilizzo è ancora un po’ complesso e a questo proposito farò una verifica per favorire la semplicità di accesso».
ENRICO LETTA: CONTRATTI D’AVVENIRE A ZERO TASSE PER CHI ASSUME UNDER 30
La proposta dell’opposizione arriva da Enrico Letta: «Pensiamo ai contratti d’avvenire, che prevedano zero tasse per le imprese che assumono giovani sotto i 30 anni, non per tre mesi ma per tre anni». L’assessore alle Politiche agricole della Regione Lazio, Angela Birindelli, sintetizza le opportunità offerte dai Piani di sviluppo rurale (Psr): «Ai giovani è stato destinato complessivamente il 39% dei pagamenti erogati nel 2010 e che grazie a uno stanziamento di ulteriori 50 milioni di euro, saremo in grado di finanziare tutte le domande incluse nel “Pacchetto Giovani” proprio per dare il maggior riscontro possibile alle numerose richieste che ci sono arrivate».

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COSÌ GLI ITALIANI RISCOPRONO LA TERRA

di Jenner Meletti, da “la Repubblica” del 27/4/2011

MANTOVA – C’è chi non si accontenta di mettersi assieme ad altri per acquistare pomodori o salami direttamente da chi li produce, pagando un prezzo giusto direttamente al contadino. E così, dopo i Gas (Gruppi di acquisto solidale) sono nati i Gat Gruppo acquisto terreni – che comprano addirittura la terra con la quale produrre ortaggi, frutta e grano o allevare animali.

   L’idea («in anteprima mondiale», assicurano) è venuta a un avvocato mantovano, Rosanna Montecchi e al suo commercialista Gianluca Marocci. «C’è chi investe i suoi soldi – dice l’avvocato – in fabbriche d’armi. Noi chiediamo di investire in una fabbrica di ambiente: una terra che produca in modo naturale, recuperi i sapori dimenticati e dia all’ “investitore” anche la possibilità di impegnarsi direttamente nel lavoro in campagna».

   I Gat sono soltanto l’ultimo passo verso un ritorno alla vita di campagna che – anche a causa della crisi economica – sta facendo grandi passi in avanti. «Non si tratta soltanto – dice Marco Boschetti, direttore del Consorzio agrituristico mantovano – di hobby farmer, agricoltori per passione». L’ agricoltura è diventata occasione di lavoro per giovani e no che non hanno trovato il posto, o l’hanno perso, nelle fabbriche o negli uffici.

   Il ritorno alla terra non c’entra nulla con la new age o con il sogno di una vita bucolica. Si torna alla terra per mangiare – meglio di prima – e per dare un futuro a se stessi e ai propri figli. Nel mantovano nel 1985 avevamo 2 agriturismi e adesso associamo 250 aziende. Il bello è che i giovani che si mettono in questa impresa si mettono subito a fare figli».

   Soltanto a giugno (ndr: non sono ancora stati pubblicati) saranno resi noti i primi dati provvisori del 6° censimento generale Istat dell’Agricoltura, concluso il 1° marzo. Si potranno conoscere così i mutamenti avvenuti e già intravisti in indagini precedenti. Fra il 1990 ed il 2000 – ad esempio – era stata rilevata la scomparsa di 1,8 milioni di ettari e di 430.000 aziende agricole.

   Ma un’ altra indagine organizzata dal progetto europeo Corine Land Cover (Clc) – ha ricordato Denis Pantini, responsabile area agricoltura e industria alimentare di Nomisma – ha messo in luce che solo 143.000 ettari su 1,8 milioni erano stati cementificati. Gli altri sono ancora ad uso agricolo e sono soprattutto piccoli appezzamenti dove accanto all’ hobby farmer – si calcola che siano un milione – ci sono anche i giovani e gli anziani tornati alla terra per inventarsi un nuovo lavoro a tempo pieno.

   «Non ci aspettavamo- dice l’ avvocato Rosanna Montecchi – risposte così immediate al nostro Gat. Nel 2009 abbiamo lanciato il primo progetto: acquistare a Quistello un podere di 23 ettari, con un centinaio di quote da 11.500 euro. In pochi mesi sono andate esaurite. Ora il podere è avviato, c’ è un agricoltore professionista che lo guida, ed i soci possono partecipare ai lavori. Il secondo progetto riguarda Scansano, in provincia di Grosseto. Abbiamo registrato la Srl pochi giorni fa e già 70 sono le adesioni, anche qui con 11.500 euro a testa. Il podere di 70 ettari sarà condotto da due coppie di giovani soci, ma anche gli altri potranno partecipare. Intanto, ci sono quattro nuovi posti di lavoro. E i soci – oltre all’investimento garantito e una prospettiva non troppo lontana di guadagno – avranno un’ altra garanzia: quella di acquistare prodotti naturali».

   Si impegnano davvero, quelli che sanno che «la terra è bassa» ma non ne hanno paura. «Abbiamo fatto la prima fiera di “Vita in campagna” – racconta Giorgio Vincenzi, direttore della rivista omonima, 2.000 abbonati nel 1983 e 83.000 oggi – e per tre giorni 24.500 persone hanno imparato a potare ulivi, allevare animali, preparare vigneti.

   C’è chi comincia come hobby farmer e poi diventa coltivatore a tempo pieno». La rivista è la Bibbia degli aspiranti contadini. «Un tempo la trasmissione del sapere, in campagna, passava di padre in figlio. Poi tanti nostri genitori hanno lasciato i campi per lo stipendio sicuro della fabbrica, si sono sentiti alla pari dei ricchi perché come loro si sono messi a comprare l’insalata dal fruttivendolo e c’è stato un blocco delle conoscenze. Adesso, chi vuole allevare vitelli o seminare meloni, deve andare a scuola da chi ha continuato a mungere e a guidare il trattore».

   A Baone di Padova c’è una di queste scuole. «Ma anch’io – dice subito Massimo Marcolini, 51 anni, che assieme alla moglie Giuditta è titolare dell’azienda Cà Rosse 299 – prima facevo un altro lavoro: agente di commercio per prodotti medico – chirurgici. La mia ditta era in crisi e nel 2.000 ho deciso di andarmene, proprio perché volevo un lavoro sicuro. È stata durissima. I primi anni nel fango, i dolori alla schiena. Adesso va meglio ma la fatica è ancora tanta, con tre ettari di ortofrutta biologica, due cavalli, due vacche, i maiali, i polli, le anatre… Adesso sono orgoglioso del mio lavoro. So cosa metto nei piatti a pranzo e cena. Ho seguito dei corsi e soprattutto ho imparato il mestiere da chi lavora la terra da tanti anni. Ora so fare i salami, la soppressa, la salama da sugo, il vino…E così, assieme ad altri dieci contadini, abbiamo messo su la “Scuola esperienziale itinerante”. Ogni anno una decina di giovani che magari vogliono dare vita a una cooperativa agricola vanno di azienda in azienda a imparare il mestiere. Ogni contadino insegna soltanto ciò che sa fare bene».

   Sembra un asilo nido, la riunione di alcuni dei soci del Consorzio agrituristico mantovano. Mariangela Zaldini, azienda Le Calandre, ha un bimbo nel marsupio e un altro in braccio. «Laureata in statistica, facevo la consulente all’Asl di Bologna. Stipendio buono, una vita tutta di corsa, senza pensare a me stessa. Adesso coltivo zucche, allevo maiali e sto bene. È una vita pesante ma sono sempre insieme ai miei bambini. Noi che siamo tornati in campagna ce l’abbiamo un po’ con i nostri padri, che hanno lasciato i poderi attratti dal boom economico».

   Gli agriturismi sono la via privilegiata per il ritorno ai campi: ci sono i finanziamenti europei e c’è la possibilità di mettere direttamente in tavola, senza filiere, ciò che si produce nei campi. «In Italia – dice il presidente del Consorzio, Marco Boschetti – le aziende agricole con agriturismo sono il 2%, in Francia il 4%. Possiamo ancora crescere, se non tutti ci mettiamo a fare le stesse cose».

   Quasi tutti i nuovi contadini hanno lasciato un ufficio o una fabbrica. «Io facevo il metalmeccanico – dice Emanuele Bonora di Roncoferraro – e la mia azienda ha chiuso. Ho solo una biolca in proprietà e 14 in affitto. Ieri ho lavorato dalle 5 del mattino alle 7 di sera, ma con le primizie ho già uno “stipendio” superiore a quello della fabbrica. Ci vuole inventiva: io produco anche la “quarta gamma”, con minestroni già pronti e soffritti vegetali e li vendo direttamente al mercato contadino».

   Ave Favalli, Corte Merlano di Portoferraro, trent’ anni nell’alta moda a Milano, si è specializzata in piccoli frutti ed erbe selvatiche. Claudia Rasori, azienda Prato Lamberto a Curtatone, laurea in economia e commercio, propone una cucina vegetariana. «In città avevi solo la compagnia delle auto, qui ho i miei cani e i cavalli».

   Maria Cristina Visentin, Viridarium di Castellucchio, produce il miele alla lavanda e prepara cene con carne, erbe e fiori. «Che panico, all’inizio, con le api…». Marco Vicenzi è ancora a metà strada: lavora sia come saldatore sia come gestore de “La cà dal trifulin”. Francesco Ferrari aveva un ottimo stipendio in Turkmenistan, come vivaista ma ha scelto di ripartire dall’agriturismo Loghino Vittoria di Gazzoldo.

   Francesco Cecere non aveva un lavoro e allora ha inventato la fattoria didattica Le Bine, nella golena del fiume Oglio. «Arrivano 100 classi all’anno, tante fanno la settimana verde». Una domanda per tutti. «E le ferie?» «Prima le facevamo cercando il silenzio della campagna. Ora ci abitiamo tutto l’anno». – JENNER MELETTI

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