La TRASFORMAZIONE DELLA MONTAGNA – “DUE MONTAGNE”: la PRIMA, “partecipata”, vissuta (“non solo turismo” o “non solo abbandono”), della natura incontaminata, della cultura; la SECONDA della speculazione edilizia, del business, del facile approdo, del turismo massificato

Nell’immagine, MARIO BRUNELLO, violoncellista di fama internazionale, artefice creativo delle manifestazioni che si tengono nelle Dolomiti Trentine dal 1994 denominate “SUONI DELLE DOLOMITI” (per saperne di più leggi questo post)

   Amare la montagna in modo insolito (ad esempio con la musica portata nelle alte vette; e con escursioni anche faticose ma rispettose dell’ambiente ma anche della propria incolumità). Oppure “usarla”, con l’utilizzo consumistico e fare di essa un “divertimentificio”, un luogo di facile fruizione, spesso “mordi e fuggi”, con l’analogo spirito di andare in una località balneare (e anche nelle località di mare e del loro utilizzo ci sarebbe da dire…).

   Ora, la “montagna da consumare”, sembra anche l’inesorabile destino, che già si avvera, di gran parte dei finora nobili rifugi alpini. Almeno quelli facilmente raggiungibili in auto, e che del senso del “rifugio alpino” non hanno più niente. Noi non siamo necessariamente tradizionalisti, cioè che le cose restino sempre uguali, e forse non è neanche male che più persone di una volta si interessino della montagna, di andare verso le vette, per turismo (anche di pochi giorni, o un solo giorno…).

   Quel che appare a nostro avviso necessario è inventarsi un “approccio giusto”, interessante, creativo, con il luogo dove andiamo. Le montagne (qui di seguito in questo post si parla delle Dolomiti, ma tutti i luoghi di montagna hanno un loro particolare fascino…) sembrano avere il “destino” di rappresentare un luogo di meditazione che ogni persona deve avere con sè stessa: la natura così intensa (anche in un paesaggio brullo…), le visuali diverse e molteplici anche da un unico posto in cui ci si ferma a guardare, ad osservare, tutto questo sembra mostrare come la vocazione geografica dei luoghi montuosi sia particolarmente adatta ad un sereno confronto con sè stessi, sicuramente sempre positivo.  Per questo un approccio meramente disattento, volgare, consumistico, da “discoteca di mare”, rende il visitatore dei monti particolarmente fuori dall’ambiente montano.

Carta dei rifugi-bivacchi alpini (se vuoi un approfondimento dettagliato per aree e per ciascun rifugio, entra nel sito http://www.rifugi-bivacchi.com/ )

   E per questo crediamo ci siano “nuovi approcci” alla “bellezza”, anche prosaicamente proposti e organizzati da aziende di turismo, che in ogni caso meritano un plauso (sempre che nel tempo non si trasformino, si massifichino). Ci riferiamo qui ai SUONI DELLE DOLOMITI: artisti, musicisti, poeti… che suonano, recitano, spesso in modo sperimentale, di nuova ricerca espressiva, in luoghi particolarmente belli della montagna trentina (vallate, cime, rifugi in vetta…). Un’esperienza estiva a visitatori, turisti (e a chi vuole: anche a persone “di pianura” che per sole poche ore “salgono” in montagna a cercare l’evento); manifestazioni sponsorizzate ed organizzate dalla Trentino Marketing S.p.A.”, una società che fa comunque capo alla Provincia autonoma di Trento e che si avvale della collaborazione delle aziende di Turismo dei luoghi dove si verifica il singolo evento musicale, culturale.

   Figura leader, tra gli artisti che “rappresentano” di volta in volta i singoli eventi (che si succedono ogni estate dal 1994), un po’ l’anima artistica rappresentativa della manifestazione, è il violoncellista MARIO BRUNELLO, trevigiano di Castelfranco Veneto e con un curriculum di fama ed esperienze internazionali. E Brunello ben rappresenta dal punto di vista artistico la volontà di mettere assieme i tre elementi, che ci pare, caratterizzano la musica o le poesie recitate, o altre forme di espressione (filosofiche, scientifiche…) che personaggi illustri propongono all’aperto, nei rifugi, in vetta, all’alba o al tramonto, di giorno col sole o all’unico chiarore della luna e le stelle. I tre elementi a nostro parere sono: un nuovo modo di intendere la rappresentazione dell’espressione artistica (fuori dai luoghi tradizionali); un nuovo modo di valorizzare gli scenari naturali, di metterli in evidenza (la cosa che forse a noi geografi può interessare di più: “accorgersi” del luogo in cui si è…); e, terzo elemento, di “Suoni delle Dolomiti”, è una partecipazione attiva all’evento culturale, non massificante (chiaro che è “partecipazione attiva” anche quella dei giovani ai concerti negli stadi di stars musicali, ma risulta a nostro avviso di un livello così massificante che di più non si può, e pertanto di annullo di ogni specificità individuale, personale).

 

   E Mario Brunello, artefice creativo di quest’esperienza di “Suoni delle Dolomiti” è personaggio che esplora strade nuove nell’arte: va a suonare in
fabbriche e cantine vinicole, ha creato a Castelfranco (in un capannone ex officina) un luogo di incontro di musica, teatro e forme di divulgazione culturale aperte a tutti, battezzato col nome di “antiruggine” (vedi http://www.brunelloantiruggine.blogspot.com/ ). E’ in ogni caso un grande interprete musicale, con il suo violoncello, un prezioso Magginidel Seicento, in particolare di musiche di Bach (ma con excursus in altri grandi compositori, e di nuove sperimentazioni musicali).

   “I suoni delle Dolomiti” è ad accesso libero: tranne nei casi di organizzazione di trekking che si snodano per più giorni e che comportano, perciò, i costi di vitto e di alloggio, per il resto non si paga nulla (certo: è una promozione del territorio, e quindi del turismo, e gli oneri economici e organizzativi se li assumono gli enti locali).

   Ma in questo post troverete anche altre problematiche, queste meno positive, che la montagna (qui in particolare si parla dello Dolomiti) sta vivendo: che fare dell’eccessivo traffico automobilistico? …dei passi dolomitici intasati la domenica? (ci son due proposte a confronto: l’alpinista MESSNER che propone la chiusura nella parte centrale della giornata, un albergatore assai noto di Corvara, per il suo impegno alla conservazione dello dolomiti, MICHIL COSTA, che propone la chiusura dei passi al traffico automobilistico, e contemporaneamente che ci sia la presenza di minibus elettrici per far salire le persone, evitando così i rumori dei motori e l’inquinamento atmosferico…) (vedi qui di seguito il pdf di un articolo del quotidiano “l’Adige” che intervista Michil Costa).Articolo de L’Adige MICHEAL COSTA _bus elettrici e passi a ore_

   Ecco. I temi e le problematiche della montagna sono molti, e trattarle tutte qui è impossibile (qui in seguito in alcuni articoli del post ne accenniamo ad alcune)… ma il post è dedicato in particolare alla straordinaria esperienze degli eventi artistici estivi “all’aperto” dei “Suoni delle Dolomiti” (il programma completo lo potete trovare su questo sito: http://www.isuonidelledolomiti.it/ ).

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I SUONI DELLE DOLOMITI

di Federico Zamboni, da www.mirorenzaglia.org/…/  

   L’uomo che cammina sul sentiero ha un bagaglio decisamente insolito. E voluminoso. Gli escursionisti che lo accompagnano portano gli zaini che è normale aspettarsi su queste montagne. Lui no. Lui ha sulle spalle, e se ne riconosce al colpo d’occhio la sagoma nonostante la custodia protettiva che lo avvolge completamente, un… violoncello. Per essere precisi (anche se questo non è dato saperlo osservandolo ora, mentre procede incolonnato con gli altri) un prezioso Maggini del Seicento.

   L’uomo si chiama Mario Brunello. E sta facendo ciò che fa abitualmente in luglio o in agosto: sta partecipando a quella splendida manifestazione, intitolata “I suoni delle Dolomiti”, che si svolge a partire dal 1994 e che, come ricorda la direttrice artistica Chiara Bassetti, «invita gli appassionati di musica ad avvicinarsi all’escursionismo, oppure gli escursionisti ed alpinisti ad ampliare la conoscenza di quei “suoni” che, da diciasette edizioni, ogni estate si possono ascoltare sulle Dolomiti del Trentino».

   Non solo un festival, dunque: non solo una rassegna di artisti più o meno celebri che si esibiscono in un contesto particolare, insolito e bellissimo, come questo. L’idea è un’altra, per fortuna. L’idea è ripensare il modo in cui ci si accosta alla musica – e più in generale a qualsiasi forma espressiva appartenente a quello che si definisce “il mondo dello spettacolo” – proiettandosi al di là delle modalità con cui lo si fa di solito.

Mario Brunello

  Come ha detto lo stesso Brunello, subito prima di cominciare un’esecuzione di Bach, «Mi piacerebbe che l’ascolto della musica in questi ambienti non fosse solo suggestione, che no n è quello che cerco. La cosa più interessante è che i musicisti e i fruitori hanno vissuto un’esperienza comune, che si può riassumere con l’amore per la montagna».

   Spettacolo viene dal latino “spectare”, guardare. La regola è che l’artista appare sulla scena e che il pubblico si è pagato il diritto di entrare in contatto con lui per la sola durata dell’esibizione. Le loro vite non dividono né il prima né il dopo. Non approdano a questo momento così importante – che nei casi migliori diventa rito e magia, nel suo dare accesso a percezioni che trascendono l’ordinario – attraverso una preparazione condivisa.

   Il passaggio dalla piattezza della vita quotidiana alle emozioni potenti dell’arte è improvviso. La distanza non viene colmata stabilmente. Non viene neppure diminuita. Quell’isola galleggiante e incantevole su cui ci si è affacciati grazie all’artista-sciamano rimane lontanissima dalla costa su cui si vive (su cui si è costretti a vivere) per il resto del tempo. Rimane irraggiungibile, una volta che si sia tornati sulla terraferma della routine.

   Non è giusto. Non è intelligente. Non è armonioso. Un conto è che l’incontro con l’arte sia il punto più alto in una successione di stati d’animo che è comunque ricca di salite, e talvolta di impennate, verso il meglio della nostra sensibilità. Ben altro è che si stagli, meravigliosa per un verso, inquietante per l’altro, come un totem isolato nel deserto delle abitudini.

   Quando Brunello contrappone la semplice suggestione, che non insegue e che gli appare riduttiva, a un’esperienza comune, che offre e che si augura di ottenere, coglie perfettamente la differenza tra l’arte come exploit a sé stante e l’arte come zenit di una traiettoria. Giungere in cima è
importante, e il panorama che si vede tutt’intorno è comunque grandioso, ma lo è ancora di più il modo in cui ci si arriva
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   Se ti limiti a pagare il biglietto d’ingresso allo show è come se fossi arrivato in vetta a bordo di una cabinovia. Non hai rubato nulla. Ma non hai neppure guadagnato niente. Se salivi a piedi il trasporto diventava viaggio. Se fossi salito a piedi avresti visto, avresti sperimentato, che dentro di te si verificavano dei cambiamenti progressivi. Come un assestamento. Come una pulizia.

   “I suoni delle Dolomiti” gode di uno scenario irripetibile, ma ciascuna delle sue lezioni si può trasferire altrove con la stessa efficacia. E con analoga bellezza. La chiave di volta è superare, almeno di tanto in tanto, la frammentazione schizofrenica delle nostre vite. Aggressivi e cinici sul lavoro, commossi e sognanti di fronte a un film o a una canzone. Reciprocamente estranei nelle nostre città troppo grandi (e persino nei centri più piccoli, sempre più simili a spezzoni di periferia trapiantati a decine di chilometri dalle metropoli) e di colpo vicini, solidali, quasi fraterni, sulle gradinate del palasport in cui canta la star preferita o dello stadio in cui gioca la squadra del cuore.

   Siamo dottor Jekyll e mister Hyde. Ancora peggio: siamo mister Hyde per la maggior parte del tempo e solo a volte, grazie all’artista-taumaturgo o a qualche altro genere di guaritore (o di illusionista), ridiventiamo quel galantuomo del dottor Jeyill. E lo stesso, in realtà, vale per i nostri “eroi” della musica, del cinema, dello sport. Sul versante economico sono famelici come i pescecani di Wall Street, poi si accendono le luci della ribalta e si trasformano, una tantum, in incarnazioni del Bello e del Buono. Ringraziano e si inchinano. Inebriati dagli applausi. Euforizzati dagli incassi.

   “I suoni delle Dolomiti” è ad accesso libero. Ti va di venire, vieni. Tranne che nel caso dei trekking, che si snodano per più giorni e che comportano, perciò, i costi di vitto e di alloggio, per il resto non si paga nulla.

   Certo: è una promozione del territorio, e quindi del turismo, e gli oneri economici e organizzativi se li assumono gli enti locali. Chiaro: non tutto si può realizzare nella stessa maniera, cioè nella gratuità assoluta. Ma è l’approccio, che conta. È l’approccio, che cambia. Lo scopo non è riunire una folla per il tempo di uno show e poi levarsela di torno al più presto.

   L’obiettivo, la speranza, è ritrovarsi insieme e rispecchiarsi vicendevolmente nella stessa ricerca di bellezza, di pace, di armonia. Il bisogno di trovarle. La capacità di riconoscerle. E di benedirle con uno sguardo o con un sorriso, con una parola o con un silenzio.

   Tutti a piedi, in senso letterale e metaforico. Niente limousine, sulle strade e sui sentieri di montagna. Solo persone, artisti e no, che camminano fianco a fianco per ritrovarsi un po’ più in alto del loro punto di partenza. (FEDERICO ZAMBONI)

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MONTAGNA – Il portavoce Zannantonio e il gestore del Vandelli: ridicolo uniformare regole e finanziamenti – Il CAI del Veneto chiede la difesa dei presidi d’alta quota nel progetto di legge sul turismo

RIFUGI, «QUELLI VERI VANNO TUTELATI»

di Daniela De Donà, da “il Gazzettino” del 24/6/2011

   Nessun minestrone. Rifugi alpini e rifugi escursionistici, a livello normativo, devono viaggiare su strade differenti. Seppur parallele. Il Cai – a braccetto con Soccorso alpino e Guide alpine in merito al progetto di legge 170 sul turismo – punta i piedi su un ventilato accorpamento. La richiesta è che non si facciano rientrare in un unica categoria tutti i rifugi.

   Ci sono alberghi con erronea denominazione di rifugio solo perché si trovano su un passo montano, ci sono rifugi escursionistici anche del Cai che sono raggiungibili da strade o da impianti di risalita. Niente a che vedere con i rifugi alpini che rappresentano un presidio in alta quota anche in relazione ai repentini cambiamenti metereologici.
L’assessore regionale (veneto, ndr) al turismo, Finozzi, ha promesso una riflessione sulla questione sollevata in Regione nella 6° commissione turismo: si chiede di non fare di tutta un’ erba un fascio, su regole e finanziamenti. Perché diventerebbe ridicolo parlare di “suite” per il rifugio Torrani, a cui si accede solo con la via normale attrezzata o con la ferrata “Alleghesi”, o di bivacco invernale per rifugi con sauna costruiti a
fondovalle. Le spese di gestione, ovvio, non sono le stesse.
Solo un esempio. Al rifugio Vandelli – 1926 metri slm ai piedi del Sorapiss di proprietà del Cai di Venezia – si arriva passo dopo passo solo con le gambe. Per l’approvvigionamento i gestori, Sabrina ed Emilio Pais, pagano 30 giri di elicottero ad inizio stagione. Viaggi per trasportare materiale non deperibile.

   “Purtroppo o per fortuna il nostro è un rifugio vero. Portiamo su, poi, pane verdura e carne ogni due settimane, sempre con volo di elicottero che rientra carico di immondizie”, spiega la signora Sabrina. Ecco un punto dolente. Lo smaltimento dei rifiuti. Un composter si trova nel prato, accanto al rifugio. Ma il vetro, la carta e la plastica volano fino ad Auronzo dove i familiari provvedono allo smaltimento.
“I rifugi alpini meritano maggiore attenzione da parte della Regione anche in nome della sicurezza in montagna visto che fungono da un presidio accogliendo non di rado turisti in difficoltà”, è il commento di Bruno Zannantonio, portavoce del presidente regionale Cai, il bassanese Emilio Bertan. (Daniela De Donà)

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DIBATTITO: PASSI CHIUSI? FAVOREVOLI E CONTRARI

di Roberta De Salvador, da “Il Gazzettino” del 6/6/2011

– L’idea lanciata da Messner di limitare il traffico sulle Dolomiti piace all’assessore (regionale veneto, ndr) Chisso: proposta seria. Dubbi di Belluno: ci danneggia –

   Entusiasti Trento e Bolzano, perplesso o apertamente contrario il Veneto sulla proposta di Reinhold Messner di chiudere al traffico privato in determinati periodi del giorno e dell’anno i passi dolomitici più affollati. Quanto alla Carnia, bastano le parole del sindaco di Tarvisio Renato Carlantoni: «Traffico? Magari. Da noi non abbiamo certo di questi problemi».

   «Se vuole chiudere i passi Reinhold Messner lo faccia a casa sua», dice invece, nettissimo, Giovanni Campeol, segretario generale della Fondazione Dolomiti Unesco. Impedire il passaggio delle auto sui passi dalle 10 alle 17, come proposto dallo scalatore altoatesino, non è una visione condivisa dall’ente composto dalle 5 province (Belluno, Udine, Prodenone, Trento, Bolzano), a cui «risulta che l’aria nei luoghi Unesco sia pulita».

   Appena più sfumata la posizione dell’assessore all’ambiente e alla mobilità della Provincia di Belluno, Ivano Faoro. «Mi farebbe piacere rivedere Messner per la stima che ho per lui, ma quanto al problema della chiusura al traffico la situazione è molto complessa».

   C’è, stando all’assessore, una differenza di base tra le realtà di Belluno e Bolzano, difficile da colmare: «Finché non ci sarà una parità economica sulle entrate tra noi e Bolzano, per i “poveri” bellunesi è importante anche il reddito che si genera con l’arrivo di quelle auto». Poi lancia una stoccata al governatore altoatesino, Luis Durnwalder: «È facile quando si è ricchi fare politiche ambientali popolari. Per noi è già più complicato».

   Abbottonato ma più possibilista invece l’assessore regionale Renato Chisso: «Messner è una persona seria, quindi anche la sua proposta lo è. Non so se la sua idea sarebbe realizzabile, valuteremo con attenzione, stringendo i tempi del confronto avviato con gli enti locali anche del Trentino Alto-Adige».

   Anche il mondo della montagna, nel Veneto, si muove con i passi di piombo: Umberto Martini, bassanese ma presidente del Cai nazionale, dice che «la chiusura dei passi è difficile da gestire, soprattutto in questi tempi di calo degli afflussi turistici. Bisognerebbe comunque predisporre preliminarmente dei percorsi alternativi, o quanto meno mettere a punto un sistema di bus navette, per quando il passo è una meta conclusiva. Ma faccio osservare che non ci sono ancora dati affidabili sugli effetti economici dei flussi automobilistici».

   Emilio Bertan, numero uno del Cai Veneto (54mila iscritti), ricorda che la proposta è già stata avanzata un paio di anni fa dai trentini, e che in ogni caso prima di muoversi bisognerebbe sentire la gente del posto, «perché tutti vogliamo che l’ambiente rimanga integro, ma tale decisione avrebbe effetti notevoli sui bilanci degli esercizi turistici della zona. Ne parleremo nella prossima riunione di tutte le associazioni alpinistiche delle Dolomiti, che avremo ad agosto. Ma va detto che il problema riguarda un periodo molto limitato, agosto e fine dicembre, e un numero limitato di passi».

   Quali? Su questo concordano Bertan e il collega trentino della Sat (affiliata al Cai) Piergiorgio Motter: Pordoi, Sella, Gardena, eventualmente Campolongo e Falzarego. Escluso il Fedaia, che ha un traffico soprattutto commerciale. Ma ora su tutto questo dovrebbero esprimersi i tecnici e soprattutto i residenti. (Roberta De Salvador)

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LE CIME AL VERDE/1

di Caterina Pasolini, da “la Repubblica” del 15/2/2011

   La rivolta viene dall’alto, dai paesi di montagna con cento anime, dai comuni con 2000 abitanti che di vivere nei casermoni a fondovalle non vogliono saperne. Gente abituata al rigore invernale, poche parole e ancor meno lamenti, ma questa volta, dicono, è veramente troppo.

   Così dai borghi arroccati parte la rivolta dei sindaci dei 4200 piccoli comuni montani. Uniti contro il governo: «che ha azzerato i fondi alle comunità e quello che dà ai singoli comuni nel 2011 come una tantum è una beffa, un’ elemosina: un euro per abitante».

   E loro hanno deciso: quei soldi li renderanno o li daranno in beneficenza. Impossibile far qualcosa per i tuoi 88 cittadini se ti arrivano 77 euro l’anno. «Noi rimandiamo indietro i soldi, magari di tasca di nostra per non danneggiare il paese, oppure li versiamo in beneficenza. Accettarli no. Sarebbe un’umiliazione per di più inefficace, perché con i 150 euro che mi dà lo Stato in un anno che ci faccio per i miei 200 abitanti? Non metto a posto neanche dieci metri di strada, né pago chi aiuta a spalare la neve che blocca le vie e un servizio di scuolabus neanche a sognarlo», sbotta il sindaco di Valprato in Piemonte.

   Parlano con foga i sindaci, ma con i dati alla mano di quello che considerano una resa, uno schiaffo alla montagna vera e ai suoi abitanti da parte dello Stato. Raccontano del fondo per aiutare le comunità montane che in dieci anni è passato dai 340 miliardi del 2001 ai 90 milioni del 2009, fino all’ azzeramento totale deciso con la Finanziaria dell’anno scorso.

   «Eppure siamo gli unici enti che si sono ridotti di numero da 350 a 220, che hanno dimezzato le poltrone e i cui amministratori lavorano gratuitamente. Lo Stato ci dimentica, non considera che la montagna può essere un’occasione di ricchezza per tutto il Paese, che può essere una vera risorsa per l’economia nazionale puntando sulla green economy».

   La montagna costituisce il 54% del territorio nazionale, produce circa il 17% del Pil nazionale, e non è gestita ovunque allo stesso modo, ci sono realtà produttive ed efficienti, in cui la comunità montana ha una funzione essenziale per garantire attività e servizi (trasporti locali, difesa del suolo, forestazione) che un piccolo comune d’alta quota o anche di collina non sarebbe in grado di fornire al cittadino.

   Ma tant’ è, tra Finanziaria, crisi e tagli, storie di comunità montane a venti metri dal mare, qualche cattiva gestione, la realtà è che i fondi sono arrivati a zero. E per il 2011 è stato deciso di distribuire come una tantum 16 milioni di euro. Direttamente ai comuni montani, ripartendo la cifra in base al numero degli abitanti, senza considerare il territorio amministrato.

   «Il risultato è che così i centri a fondovalle più abitati e già meglio organizzati avranno più finanziamenti, mentre alla montagna vera, quella sopra i mille metri, andranno solo le briciole», sottolinea Enrico Borghi, 43 anni, presidente dell’Associazione nazionale delle comunità montane e sindaco di Vogogna, 1.700 abitanti nella Val D’Ossola, nella lista dei borghi più belli d’Italia. Un villaggio per il quale con 2.500 euro potrà fare ben poco.

   E così il cahier de doléances racconta del comune di Ingria nel Canevese che riceverà 57,49 euro per i suoi 47 abitanti, Ribordone 88,82 euro per 77 cittadini, mentre in Lombardia Brumano ha avuto 94 euro per gli 86 residenti e Cassiglio 118,96 euro per 124 elettori.

   «Nomi di paesi sconosciuti ai più, eppure sono proprio loro, gli italiani che resistono nei borghi ad alta quota e mantengono le terre coltivate, i sentieri puliti, che impediscono il dissesto idrogeologico, il disastro ambientale di cui poi pagherebbero lo scotto anche, e soprattutto, a valle. Andrebbero aiutati, favoriti, non penalizzati come invece accade. Altro che politica in difesa della montagna, della sua realtà e dei suoi prodotti: questo è un invito allo spopolamento, a prendere la valigia e trasferirsi altrove. Io allo Stato quei 380 euro glieli rimando, di tasca mia perché non voglio danneggiare gli abitanti del paese».

   Il piemontese Danilo Crosasso, sindaco di Ronco. Nelle valli di Orcoe Soana, netto ma ancora più drastico è il primo cittadino di Valprato, Silvano Crosasso, che si vergogna «di essere italiano se il governo è capace di trattare in questo modo i cittadini che vivono in montagna». Quello che non va proprio giù, al di là dei fondi azzerati che toccherà alle regioni integrare come e quando possono, è la ripartizione dei soldi per singolo comune in base al numero di abitanti. «È un vero assurdo. Ci impedisce di fare economie di scala, i finanziamenti a pioggia si perdono nel nulla, sono soldi buttati, soldi di tutti che finiscono sprecati».

   Ermano Pasini, sindaco di Provaglio Val Sabbia, in provincia di Brescia, e presidente delle comunità lombarde, è furibondo proprio per questo motivo. «Noi ci siamo sempre associati in modo da garantire servizi di qualità anche nei piccoli paesi: così con un solo ragioniere itinerante riusciamo a dare un servizio in più comuni. Ed è quello che bisogna fare quando si hanno territori vasti da amministrare con pochi abitanti: bisogna unirsi, dimezzando i costi, per garantire ugualmente servizi, qualità della vita. Altrimenti hanno ragione a trasferirsi a valle. Ma se questo accade, è tutta l’Italia che ci perde. Nessuno saprà che farsene di pochi euro».

   Gli anni scorsi, quando i soldi arrivavano alle varie comunità montane – e in Lombardia per due anni non si sono neppure visti – i fondi venivano impegnati per una strada, un borgo, l’anno dopo c’è chi ha costruito una sciovia per attirare turisti oppure un centro sportivo per i ragazzi, ha pagato gli spalatori o lo scuolabus, organizzando la raccolta rifiuti e i servizi comunali.

   «Ma soldi a pioggia sono soldi buttati, un vero spreco», commenta Oreste Giurlani, sindaco di un piccolo comune e presidente dell’Unicem Toscana, mentre calcola che se dallo Stato una volta arrivavano venti milioni, nel 2011 saranno meno di due e questo significherà «aumentare le tariffe, far pagare di più le famiglie».

   Eppure la montagna è un’ occasione di ricchezza per tutti. Una volta era considerata un’economia marginale, ora va ripensata in termini di servizi e di nuove realtà produttive, dicono i tecnici. Perché è lì che nascono servizi ambientali fondamentali per il paese, come la qualità delle acque: quelle in pianura dipendono dalla montagna. Oppure la sicurezza idrogeologica.

   Per il presidente nazionale delle comunità montane, Enrico Borghi, la green economy è la chiave di volta. «L’ anidride carbonica ci costa 5 miliardi di euro l’anno di mancato raggiungimento degli obiettivi di Kyoto. Contando gli oltre 10 milioni di ettari di foreste quasi tutte ad alta quota, si capisce come le comunità siano una risorsa capace di farci risparmiare miliardi di multe e far guadagnare chi vive in montagna». E poi c’è la produzione idroelettrica e di energia eolica, ci sono le biomasse. Senza dimenticare il turismo sostenibile, il made in Italy dei prodotti alimentari tipici. «Insomma, la montagna come risorsa, e non terra da colonizzare e sfruttare». (Caterina Pasolini)

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LE CIME AL VERDE/2

di Carlo Petrini, da “la Repubblica del 15/2/2011

   Un tempo c’erano i contadini a prendersi cura del territorio. Erano il presidio che oltre a coltivare i propri campi puliva i fossi e i boschi, sorvegliava gli argini dei fiumi, teneva in ordine le zone rurali preservandole da dissesti idrogeologici e anche da tante brutture.

   Un pascolo assicurava contro gli incendi, un bosco ben curato era una piccola prevenzione contro le alluvioni, una terra che produceva bene era anche una terra sicura. Poi i contadini sono lentamente spariti, il loro numero si è ridotto al lumicino e per curare la terra si è dovuto prodigare con sempre maggior intensità lo Stato.

   Gente pagata per fare ciò che gli agricoltori facevano naturalmente, insieme a crescere il cibo. In alcuni casi ha funzionato, in altri meno, ma è innegabile che col tempo e con l’abbandono delle campagne le cose siano mediamente peggiorate. Non è difficile accorgersi dello stato in cui versa il nostro territorio, notare che molti lavori di manutenzione eseguiti regolarmente fino a pochi anni fa oggi non li fa più nessuno.

   È sufficiente guardare con attenzione il ciglio di una strada qualsiasi per capirlo. In montagna poi, è tutto più difficile. Fare agricoltura, ma anche restare a viverci. I borghi si sono svuotati, i piccoli Comuni resistono a fatica. Il sistema delle Comunità Montane aveva dato una piccola sicurezza in più a questi centri minimi ma essenziali, però si sa come siamo noi italiani: siamo riusciti a costituire Comunità Montane anche in Comuni che si trovano a 39 metri di altitudine media.

   È innegabile che nel sistema ci siano stati dei malfunzionamenti, sperpero di denaro pubblico, ma ora non si possono penalizzare tutti perché ha sbagliato qualcuno, e non si può neanche aggiungere la beffa al danno. I piccoli Comuni montani, quelli veramente montani (non è balzano precisare, vista la situazione), nell’ordine di poche centinaia di abitanti, si sentono presi in giro: non soltanto sono stati tagliati pesantemente i fondi in generale, ma il nuovo criterio di spartizione di questo denaro oggi consegna loro delle inutili briciole.

   È l’ennesimo fendente inferto al corpo del Paese, uno degli ultimi, ma uno dei tanti. Parlo di corpo: la terra, i fiumi, le montagne, i campi, le colline. Un corpo vivo che meriterebbe tutto il rispetto possibile per come ci ospita, per come ci nutre, per come ci ha sempre riempito d’orgoglio e circondato di bellezza.

   Ma siamo proprio sicuri che l’Italia sia bella come una volta? Chi ha qualche anno sulle spalle sa che non lo è più, e che sta diventando sempre più brutta. Fa rabbia sentire la disperazione dei sindaci di questi paesi che non hanno neanche più i soldi per sistemare una strada, per difendersi dalle frane, per garantire una vita dignitosa a chi abita i loro borghi.

   Non li possiamo dimenticare o lasciare soli, come non possiamo dimenticare che l’unica vera forma di presidio del territorio rimane l’agricoltura, quella piccola agricoltura che in montagna resta un atto eroico, in grado di produrre eccellenze custodendo il corpo della Nazione. Dovremmo favorirla, incentivare i giovani a scegliere quest’opzione di vita facendo in modo che lassù non si sentano isolati, che ci siano infrastrutture essenziali, che possano navigare in Internet, fare la spesa senza dover scendere a valle, godere dei normali privilegi che abbiamo tutti.

   Invece non ci sono neanche i soldi per tenere in ordine un fosso, per pulire un bosco, le rive di un torrente. Altro che investimenti per far tornare o restare i giovani in montagna, per continuare a crescere quei prodotti, come il miele, i formaggi di malga o le carni strepitose da razze autoctone: quel made in Italy agroalimentare di cui in sede istituzionale ci facciamo vanto in tutto il mondo, magari servendolo alle delegazioni straniere
durante le cene di gala.

   Con un po’ di buon senso si sarebbe potuta fare di necessità virtù, la mancanza di fondi l’occasione per una distribuzione più equa, in grado di andare incontro ai territori che hanno più bisogno. Ma il buon senso, di cui i contadini sono sempre stati molto dotati, è diventato merce rarissima nello Stivale. (Carlo Petrini)

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TRA PRANZI, TREKKING E MUSICA LA NUOVA VITA DEI RIFUGI ALPINI

di Andrea Selva, da “la Repubblica” del 14/6/2011

TRENTO – Povero rifugio alpino, nato come campo base per imprese al limite del possibile e ridotto (ora che sulle Alpi è stato scalato ogni sasso, davanti e dietro) alla meta di escursionisti con le scarpe da ginnastica.  Per il turismo non è detto che sia un male (gli escursionisti sono molti più degli alpinisti) ma per chi crede nella montagna d’altri tempi quest’evoluzione mette un po’ malinconia.

   Monviso, 1865: nasceva il primo rifugio alpino (l’Alpetto, 2.268 metri) avamposto della colonizzazione d’alta quota che era appena agli inizi. Trento, 2011: al convegno sui rifugi organizzato dall’Accademia della montagna si fa il punto sul futuro. Comincia Annibale Salsa (già presidente del Cai) a dichiarare finita l’era dei rifugi «campi base» verso mete più elevate: «Ormai la gente ci sale in gita la domenica».

   Gli fa eco il presidente della commissione rifugi del Club Alpino, Samuele Manzotti: «Si sale e si scende in giornata, il picco di affluenza è a mezzogiorno». E poi i nuovi costumi: «Gli ospiti chiedono di più, il turismo di massa ha le sue esigenze. Altro che ristoro, anche in montagna si cerca il ristorante».

   Una battuta? Mica tanto visto che i «Rifugi del gusto» (Dolomiti) sono ormai alla seconda edizione. E allora ecco che sul listino del Cai quest’anno spuntano le tariffe per le camere da quattro letti (su misura per le famiglie che non gradiscono gli stanzoni misti e collettivi); oltre al lavandino si concedono pure le docce (acqua permettendo, visto che a 3mila metri non c’è nulla di scontato); e può capitare di navigare in Internet in alta quota grazie al wi-fi.

   Non solo. In Trentino c’è chi ha visto aumentare i clienti mettendo il piumino sulle brande oltre al sacco letto obbligatorio: «Più 20 per cento» garantisce Egidio Bonapace, presidente dell’Accademia della montagna, per anni storico gestore del rifugio Graffer, a monte di Madonna di Campiglio.

   Ma i puristi dormano tranquilli. Le vecchie regole sono ancora in vigore: tutti al buio (possibilmente in silenzio, anche perché le radio sono vietate) dalle 22 alle 6 del mattino, perché quando il rifugio è pieno bisogna stendere le brande anche nella zona giorno.

   Non c’ è l’obbligo di consumazione (ma chi si siede e prende il panino dallo zaino paga il sovrapprezzo) e tutti sono pregati di risparmiare acqua ed energia elettrica (anche se sul tetto ora ci sono i pannelli solari). E soprattutto dietro la porta ecco il gestore che – come in barca a vela lo skipper – può raccontare la montagna ai nuovi escursionisti.

   Infine, rifiuti ridotti al minimo perché tocca al gestore (sempre lui) portarli a valle come previsto dal regolamento. Sarà vero – come spiega ancora Bonapace – che l’alpinismo delle vie classiche è in crisi e i giovani vanno tutti ad arrampicare nelle palestre di roccia, alla ricerca di difficoltà maggiori in completa sicurezza? Può darsi.

   Ma al loro posto ecco quelli del trekking, come in valle di Fassa dove ti propongono decine di chilometri in quota, zaino in spalle, senza mai tornare a valle. Per scoprire che lassù, a tremila metri di quota, tutto sommato senza spendere un capitale, può capitare in un’alba d’agosto, di mettere il naso fuori dalla finestra e svegliarsi sopra le nuvole. (Andrea Selva)

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MONTAGNA E SVILUPPO (di Luca Piccin, “Geograficamente”)

   L’Italia presenta una prevalenza di zone collinari (il 41,6% del territorio) rispetto a zone montuose (il 35,2% del territorio), o a zone pianeggianti (23,2%). L’altitudine media del territorio italiano è di circa 337 metri sul livello del mare. E nonostante ciò la montagna sembra considerata come l’ultima ruota del carro, lasciata a se stessa.
Una vecchia concezione tra poli centrali e periferie marginali sembra persistere, con i primi (Cortina per esempio) considerati capaci di generare la crescita e lo sviluppo e gli altri ritardatari, se non dipendenti, bisognosi dell’assistenza.
Esiste una montagna di serie A e una di serie B; legittimo. Altrettanto legittimo è che le risorse vadano in equa proporzione e non a favore di chi è già avvantaggiato; anche l’Europa inizia a dare segnali. Il rinnovo della P.A.C. passa per i 2 pilastri: sebbene ancora 80% vada allo sviluppo agricolo, il restante 20% va allo sviluppo rurale.
In questo 20% ci sono quattro assi, e in uno di questi si inseriscono i progetti LEADER, che si rivolgono a progetti di sviluppo locale e di multifunzionalità del territorio. Questa è la nuova strada da percorrere in un futuro di competizione globale tra le specificità locali.
La montagna italiana e dunque le Dolomiti sono una miniera di risorse in tal senso. I territori e le loro risorse sono sempre più patrimonializzate: l’orso stesso si è trasformato da animale a oggetto patrimoniale!
Ma è il caso anche dei prodotti tipici (D.o.p. ecc.), dell’agriturismo, del paesaggio, di tutto un fiorire di label e marchi… Attenzione allora a non ridurre questo “patrimonio mondiale” a un nuovo marchio che rischierebbe di banalizzarne il vero valore.
In un’ottica mutifunzionale che si esaltino i progetti che vanno in questo senso, associando la funzione turistica a quella ambientale, la funzione residenziale a quella economica e tutte le combinazioni tra queste. (LUCA PICCIN, “Geograficamente”)

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DOLOMITI DA ASCOLTARE

di Francesca Alliata Bronner, da “la Repubblica” del 23/6/2011

   Pareti verticali. Montagne. Dolomiti. La passione di una vita. Da alpinista. Come Reinhold Messner e Fausto De Stefani, “re degli ottomila” (Messner, fra le sue 3.500 imprese alpinistiche, è il primo al mondo, De Stefani il sesto, ad aver conquistato, senza ossigeno, tutte le 14 vette superiori agli 8.000 metri), scalatori italiani d’eccellenza per i quali le alte vie fanno parte della loro mappa genetica. E geografica.

   E proprio fra le altezze di casa, Messner, 66 anni, altoatesino, scrittore e storico della montagna e De Stefani, 59 anni, mantovano di nascita, nepalese di adozione (dove ha intrapreso varie iniziative umanitarie) racconteranno per la prima volta la storia, le caratteristiche e le tradizioni di queste rocce uniche al mondo, inserite fra i patrimoni dell’ Umanità tutelati dall’Unesco.

   È la novità dell’edizione 2011 di Suoni delle Dolomiti: incontri con grandi alpinisti che parlano in prima persona “delle montagne più corteggiate dagli scalatori di tutti i tempi”. Parola di Reinhold Messner, “il ragno delle Dolomiti”, che quando nei suoi libri racconta la storia dell’arrampicata, a partire dall’ Ottocento, sostiene che i due terzi di quelle pagine non possono che parlare di Dolomiti, essendo queste la palestra e il traguardo più ambito dagli scalatori di ogni continente.

   Il primo appuntamento è venerdì 22 luglio, al rifugio Roda di Vael, in val di Fassa, con Fausto De Stefani che affronta il tema “Un ambiente da rispettare, una solidarietà da costruire”; la settimana dopo, il 29 luglio, nel gruppo del Catinaccio, al rifugio Vajolet, Reinhold Messner compierà, invece, un salto nel passato soffermandosi sulle imprese in verticale di Georg Winkler, l’alpinista tedesco che nel 1887, appena diciassettenne e con un paio di scarpette di corda ai piedi, compì la storica ascesa in solitaria della torre nord-est del Vajolet.

   Ma il piccolo Messner, nato e cresciuto fra picchi, abeti e aquile, da ragazzo leggeva libri di montagna? «La risposta è in un aneddoto del 1961 – racconta – Andavo a scuola a Bolzano, passavo e ripassavo, ogni giorno, davanti a una libreria che esponeva Arrampicare è il mio mestiere, il libro
di Cesare Maestri. Era il mio eroe. Avevo in tasca i soldi contati, perché la nostra era una grande famiglia, con nove fratelli, e mio padre faceva l’insegnante. Dovevo decidere se usarli per comprarmi quel libro o un moschettone. Vinse il libro».

   Mezzo secolo dopo, quello studente dell’istituto per geometri, è forse, non solo l’alpinista più forte di tutti i tempi, ma anche lo scrittore di montagna più letto al mondo con una cinquantina di titoli alle spalle. E il racconto continua: «Alla fine dell’Ottocento i pionieri dell’alpinismo acrobatico salutarono pascoli e ghiaioni per dedicarsi alle pareti verticali. Era l’epoca dell’arrampicata, della conquista – spiega Messner – che diventerà arrampicata della difficoltà: climber di mezzo mondo vengono sulle Dolomiti alla ricerca non più solo del traguardo finale, ma delle vie più ardue per raggiungerlo».

   E poi le grandi pareti, il sesto grado, l’alpinismo eroico, l’arrampicata della rinuncia: «Quella che ho sempre amato di più, senza chiodi, solo con il proprio corpo, come uno scoiattolo, per sentire la roccia diventare parte di te stesso. Diventare viva».

   Sensazioni che ben conosce e condivide profondamente anche Fausto De Stefani, alpinista, fotografo, naturalista dalla grande sensibilità, che racconterà come sono cambiate queste cime, dalle prime esplorazioni all’era del turismo: «Le Dolomiti, dette anche monti Pallidi – spiega De Stefani – nella seconda metà dell’Ottocento, conquistarono viaggiatori inglesi e tedeschi che vi scoprirono vallate e pareti uniche al mondo. Rocce tuttora incontaminate e straordinarie, dove è possibile ancora fare esplorazione. Anche di se stessi».

   Come confermano le scelte di sommi pontefici o turisti stressati. «Attrazioni d’alta quota, spesso irresistibili ma da affrontare sempre con prudenza e buon senso, valutando i propri limiti – avverte De Stefani. Le avventure in montagna sono soprattutto interiori. Al di là della conquista di una cima».

   Ma un mantovano cresciuto in pianura, come si è innamorato della roccia? «Ho imparato ad amare la montagna da bambino ascoltando i racconti di un vecchio signore dalla barba bianca che sosteneva che non c’è orchestra migliore di quella che viene dalla natura: sassi che rotolano lungo i ghiaioni, rimbombo dei tuoni sulle pareti, torrenti che scrosciano a valle, fischi di marmotte». Suoni delle Dolomiti d’altro genere, ma in perfetta armonia con quelli della rassegna trentina che sta per aprire. (Francesca Alliata Bronner)

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