EMERGENZA RIFIUTI AL SUD – NAPOLI, città europea, mediterranea, CHE NON VIENE AIUTATA – L’errore del NORD incapace di esprimere solidarietà a un’area strategica anche per il suo prossimo futuro sviluppo

Il Consiglio dei ministri, il 30 giugno scorso, senza l’appoggio della Lega, ha dato il via libera al DECRETO SUI RIFIUTI che avrebbe l’obiettivo di risolvere, almeno in parte, L’EMERGENZA RIFIUTI A NAPOLI. Il decreto consta solo di 3 articoli nei quali è contenuto il VIA LIBERA AL TRASFERIMENTO DEI RIFIUTI URBANI DI NAPOLI FUORI DALLA REGIONE. La norma, quindi, deroga la normativa vigente che impedisce di ‘esportare’ i rifiuti fuori regione. L’articolo 1 prevede, inoltre, il nulla osta delle Regioni riceventi, senza però richiedere il parere della Conferenza Stato-Regioni. Se Napoli, la Campania, troveranno pertanto regioni, comuni, disponibili a prendersi parte dei rifiuti, nessuna normativa statale lo impedirà… Il capo dello Stato ha firmato il provvedimento del governo rimarcando però che «Non è risolutivo e non risponde alle attese»

   Parlando di Napoli e della “sua” crisi nello smaltimento dei rifiuti, non è di tecniche di organizzazione della raccolta e smaltimento che qui vogliamo provare a ragionare. Lasciamo pertanto (per una volta) da parte ogni interessante e strategico argomento di “raccolta porta a porta”, di discariche di solo rifiuto secco, e del rifiuto umido in impianti di compostaggio, di come fare a meno degli inceneritori invisi alla popolazione…

    E’ del fatto (vorremmo riflettere) che è incredibile che Napoli dal 1994 (anno dell’inizio dell’emergenza rifiuti) possa essere identificata non come una grande città-metropoli europea mediterranea, ma come una megalopoli ingestibile, con problematiche irrisolvibili, dove appunto servizi essenziali al cittadino, come la regolare raccolta dei rifiuti, si innestano a disoccupazione, miseria da città del terzo mondo, criminalità diffusa (la camorra) che detiene il monopolio di tutto quanto è business: dai rifiuti tossici che sono arrivati per decenni dal Nord Italia (arrivano ancora?), al
grande affare dello spaccio di droga (solo per fare due esempi, banalizzando).

   Chi va a Napoli è invece spesso colpito da un tessuto sociale inaspettato (per chi legge e guarda la televisione): una società civile che esiste, una cittadinanza che a volte, dicono, sia meglio delle ricche e opulente città e/o le periferie urbane diffuse del Profondo Nord. Eppure, lo stesso. A Napoli qualcosa non funziona proprio…

   E la spiegazione non può solo essere dalla quantità di abitanti (il solo comune partenopeo ne fa poco meno di un milione, l’area metropolitana napoletana però supera i tre milioni di abitanti…) e nemmeno dall’atavico pur importante sottosviluppo del nostro Sud che significa disoccupazione giovanile al massimo (il 30% dei giovani del Sud non ha lavoro col picco delle giovani donne meridionali, disoccupate al 50%). Fenomeni importanti (forte urbanizzazione e sottosviluppo) ma non sufficienti a far capire il perché in tutti questi anni e ancora adesso (pur con la speranza che qualcosa sembra muoversi positivamente…) non sia stato risolto il problema della raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

   Se tessuto sociale in definitiva ce n’è a Napoli, cioè “risponde” alle sollecitazioni della comunità, pur qualche difficoltà sembra apparire, esserci, nelle istituzioni, nella limpidezza di funzionari di apparati pubblici fondamentali che “non si sa se è da fidarsi”: emblematico il caso di questi giorni dell’allontanamento dalla Campania (in attesa di riscontri giudiziari) del capo della polizia, della squadra mobile napoletana (considerato uno “bravo”, e invece pare di no).

A SCAMPIA LA RACCOLTA DEI RIFIUTI FUNZIONA REGOLARMENTE - Qui un’immagine di due delle cosiddette “vele” di Scampia, sette mega-condomini dove è in parte ambientato il libro “Gomorra” di Roberto Saviano (e le vele sono il paesaggio dominante del film “Gomorra” di Matteo Garrone). Le vele di SCAMPIA sono abitazioni costruite nell'omonimo quartiere della città di NAPOLI tra il 1962 e il 1975, e prendono il nome dalla loro forma triangolare che ricorda appunto quella di una vela, larga alla base e che va restringendosi man mano che si va verso i piani superiori

   Ma vogliamo avventurarci in altre possibilità geografiche del mancato affrancamento di Napoli da antichi residui degenerativi (come l’immondizia per la strada, la criminalità diffusa, la difficoltà del “pubblico” ad operare). Forse Napoli ha perso, e deve recuperare in sé, proprio il mito (positivo) di grande città europea mediterranea. Una cittadinanza nella quale riconoscersi con giusto orgoglio, e pertanto difendendo la città da ogni degenerazione. Viene in mente la necessità di ritrovare un “senso di patria”: l’HEIMAT che c’è nella lingua tedesca, ben lungi dagli orrori nazi-fascisti del novecento che quel paese procurò (anzi il contrario). Heimat è la casa natale, il luogo degli affetti, la lingua madre e la terra natìa. Un virtuoso orgoglio di sè e del proprio essere, come famiglia, come cultura. E voglia, necessità, di difendere il proprio territorio da camorre, inefficienze gestionali pubbliche, poco amore del luogo da parte degli stessi concittadini.

   Questo momento di così tanti sommovimenti nell’area del Mediterraneo potrebbe essere una irripetibile occasione di grande sviluppo e scambi culturali, economici, in tutto il “mare nostrum”, dove il ruolo di grandi città come è Napoli, diventa strategico per creare ponti di comunicazione, infrastrutture culturali (Università e istituti scolastici di formazione professionale per i giovani) e logistiche (di mobilità delle persone, di portualità per le merci…) che potrebbero dare a tutto il Sud del nostro Paese quello sviluppo che non si riesce proprio a percepire come possa avvenire (ora più che mai rispetto al passato).

   E il Nord ne avrebbe anch’esso vantaggio, cioè di un sistema economico e culturale in progress al Sud. Per questo il Nord sbaglia a non aiutare Napoli a risolvere, insieme, in condivisione, la sua situazione di degrado urbano dato dall’immondizia (il decreto emanato non dice niente di importante: è un “arrangiatevi, se qualche regione vuole aiutarvi, bene, lo potete fare…”). Per questo, se Napoli “fallisce”, il NORD sta rischiando di fare un regalo alla Camorra e al “non-sviluppo” di tutta un’area mediterranea ora in profondo (positivo) sommovimento (e che vedrebbe più che mai l’economia dello stesso Nord Italia coinvolta).

   E’ sicuro che la politica, portata avanti per Napoli dal 1992, dei commissariamenti governativi (straordinari?) è solo servita a rendere perenne l’emergenza e i suoi guadagni. E sicuramente l’impegno per lo sgombero dei rifiuti dalla strade e piazze, coincide con quello contro la camorra. E il necessario aiuto esterno (che noi auspichiamo) al risollevamento di Napoli “città europea mediterranea”, perché porti frutto dev’essere accompagnato da un certo pathos; che sia dato “di cuore” e con obiettivi di sviluppo comuni.

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la raccolta a Scampia – Il quartiere di Gomorra modello per la differenziata

RIFIUTI, IL MIRACOLO DI GOMORRA

di Fulvio Bufi, da “il Corriere della Sera” del 27/6/2011

Scampia non ha una faccia sola. È terra di camorristi e di gente per bene. È terra di scempi architettonici e di palazzi pieni di luce. È terra di narcotrafficanti ma anche di volontari impegnati nel sociale.

– Adesso, l’unica cosa comune all’intero quartiere è che qui l’emergenza spazzatura non è arrivata: la raccolta differenziata funziona

Raccolta «porta a porta» e molti cassonetti – Vittorio Bilardi, amministratore di condominio: «La raccolta è puntuale e ogni quindici giorni vengono a lavare i contenitori»

NAPOLI – Di fronte ai muri grigi delle vele ci sono le campane verdi e gialle per la plastica e per il vetro. Una l’hanno ribaltata, ma le altre sono tutte al loro posto e vengono usate per quel che servono. Sono piene ma non pienissime, segno che chi deve farlo le svuota regolarmente.

   I cassonetti invece sono vuoti, raro vederne così di questi tempi. Oltre lo stradone che costeggia i palazzoni a forma di triangolo, cominciano le strade dei parchi privati, via Ghisleri, via Bakù, via Fratelli Cervi. Condomini con i  viali e i posti auto, qualcuno addirittura con il campo da calcetto e quello da  tennis.

  Pure questa è Scampia, esattamente come lo  è quella di Gomorra, quella con le piscine fuori terra messe sulle  terrazze, le Jacuzzi negli appartamenti bui dei casermoni popolari, le vedette  ai balconi e i ragazzi armati a guardia degli ingressi.

   Scampia  non ha una faccia sola, non l’ha mai avuta. È terra di camorristi e di  gente per bene che aveva comprato casa qui credendo nel progetto di un rione  moderno in periferia come ci sono in tutte le grandi citta; è terra di scempi architettonici come le  vele e di palazzi pieni di luce che altri quartieri se li sognano; è terra  di bande di narcotrafficanti e di gruppi di volontari che organizzano teatro,  sport e doposcuola per i bambini.

   L’unica cosa comune all’intero quartiere  adesso è che qui l’emergenza spazzatura  non è arrivata. E se a qualcuno venisse in mente che lo si deve a un ordine  camorristico che tutto può, anche risparmiarsi il disastro che soffoca il resto  della città, sia chiaro che sarebbe fuori strada. A Scampia c’è la raccolta differenziata spinta, quella porta a porta. Non in tutto il quartiere ma in buona parte. E funziona. Perciò per le strade non ci sono i cumuli e non ci sono i roghi come a Pianura, Agnano,  Fuorigrotta e fino all’altro giorno pure in pieno centro.

   Via  Monte Rosa è uno di quei posti di cui si è parlato sempre e solo per  questioni di sangue. Nel maggio 1992 i fratelli Prestieri e due loro  guardaspalle furono massacrati proprio qui, e fu colpito pure un innocente.  Adesso non è che la camorra non ci sia più,  intanto però non ci sono più i cassonetti  della spazzatura. L’Asia – l’ azienda che cura la raccolta dei rifiuti – li ha  ritirati perché non ce n’è più bisogno. Da due mesi si fa la differenziata  porta a porta. Ogni isolato ha la sua dotazione di bidoncini – bianco per  la carta, marrone per l’umido, blu per il secco – e le sue scadenze da  rispettare. Vittorio Bilardi, amministratore delle sessanta famiglie che  abitano al numero 23, è soddisfatto: «La raccolta è puntuale e ogni quindici  giorni vengono anche a lavare tutti i contenitori. Ne abbiamo chiesto qualcuno  in più per il multimateriale perché le buste sono le più ingombranti. Ce li  daranno».

   Anche al Parco dei Ciliegi sono soddisfatti. Adesso. Un mese e mezzo fa, invece non  ne volevano sapere. Il Mattino del 17 maggio racconta di una mezza rivolta  quando l’Asia venne a sistemare i contenitori davanti ai portoni di ogni scala.  «Non li vogliamo sotto casa, puzzano», urlavano gli abitanti, «la spazzatura l’abbiamo  sempre portata fuori e vogliamo continuare a fare così». Adesso guai a chi glieli tocca, quei cassonetti.

   Antonio Fogliano, funzionario Enel in  pensione, uno che invece aveva capito fin dal primo momento che quei nuovi  contenitori rappresentavano una svolta importante, è quasi orgoglioso: «Certo,  sarebbe meglio se l’umido lo venissero a raccogliere quattro volte a settimana
anziché tre, perché tenersi la spazzatura in casa dal sabato al martedì,  specialmente ora che è estate, non è il massimo. Ma se non avessimo la  differenziata avremmo i cumuli di spazzatura come ce li hanno dall’altra parte  di questa strada, dove Scampia finisce e comincia Melito. Io li ho visti quei  cumuli, e compatisco chi ci vive vicino. Qui invece non c’è puzza: dovrebbe  essere così dappertutto».

   Anche  al Parco Lucrezia, in via Ghisleri, fanno la differenziata e funziona bene.  Però qualcuno aveva cominciato male, e i contenitori dell’umido si riempivano  anche quando non avrebbero dovuto, perché con il porta a porta i sacchetti si  possono buttare solo in ore prestabilite del giorno precedente a quello di  raccolta.  Invece c’era chi li buttava  quando gli pareva. Ha risolto il portiere: ha messo i lucchetti ai contenitori,  e li sblocca solo quando è consentito portarci la spazzatura. Pur di far  funzionare la differenziata, anche un po’ di maniere forti in fondo non  guastano. (Fulvio Bufi)

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SE A NAPOLI ARRIVASSERO GLI ANGELI DELLA MONNEZZA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 28/6/2011
Immagino come un dopoguerra, un film di persone che scendano in strada a prendere ciascuna il proprio sacco di spazzatura e se ne rientrino in casa. Confronto la monnezza a Napoli col fango dell’Arno a Firenze nel 1966. Che cos’hanno in comune, direte, a parte l’impiego metaforico del termine alluvione anche a Napoli?
Che l’una fosse un disastro naturale e l’altra umano non è così decisivo. Nel 1966 l’incuria umana trasformò un accidente naturale in disastro: a questi fiumi rovinosi si apprestino argini e ripari nei tempi quieti, diceva Machiavelli, in modo che l’impeto loro non risulti così licenzioso e dannoso. Oggi inettitudine e corruzione di umani danno alla monnezza napoletana la portata di una catastrofe naturale. Ormai è difficile che i grandi disastri avvengano senza un concorso di colpa – come a Fukushima.
Però là c’erano i libri, qua la monnezza. Infatti: sgombrare dall’una vuol dire far posto agli altri, in tutti i sensi. Si pretende che Napoli sia affare dei napoletani. A uno strano finale va avviandosi l’anniversario dell’unità d’Italia. Uno spiazzo padano in cui gridare Secessione.

   Una città del cuore (dell’aneddoto sul Cavour morente: “Questi nostri poveri napoletani…”) che si vuol mandare alla deriva. Eppure è bella l’idea che l’atto finale delle celebrazioni del 150enario abbia a che fare col riscatto dalla monnezza, e vi metta mano ogni parte del paese. “Quand’è che si vota di nuovo?”, chiede un giovane in una vignetta dei giorni scorsi.

   La buona volontà c’è, aspetta solo i varchi da cui passare. Si chiamarono angeli del fango, con una dose di retorica melensa, i ragazzi di Firenze 1966, che infatti aspettavano il loro varco. Verrebbero a Napoli, i loro coetanei d’oggi, a passarsi di mano in mano i sacchi di spazzatura, se solo ci fosse alla fine un posto in cui depositarli.

   Sarebbe bello che ci venissero lo stesso, così, per prendersi il loro sacchetto e tornarsene via, un altro modo per votare, e per dire che abbiamo capito alcune cose semplici. Che i commissariamenti governativi sono serviti a rendere perenne l’emergenza e i suoi guadagni, e a
saldare un sistema Commissariato-Impregilo-Camorra
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   Che si pretende che i rifiuti non partano da Napoli alla volta di altre regioni e si scarica da anni una valanga di rifiuti speciali dal nord alla Campania. Che è davvero possibile raggiungere una percentuale oltre il 60 per cento di raccolta differenziata nel giro di mesi, e che ci sono riuscite Salerno e Portici e Mugnano, che non sono in Finlandia. E che l’impegno per lo sgombero della monnezza coincide con quello contro la camorra: per esempio, spiega Guido Viale, nella discarica vuota nel Casertano controllata dalla famiglia Schiavone. Una tipica situazione risorgimentale, no?
Se da 17 anni si è fatto in modo di perpetuare un’emergenza della spazzatura che danna l’intera vita economica e civile di una metropoli mediterranea ed europea, è evidente ora il desiderio di trarne una rivalsa nei confronti del bruciante risultato elettorale: qualcosa come il “cacerolazo” cileno del 1972.

   La nuova amministrazione napoletana è stata investita da un voto che indica un desiderio irruento e profondo di rinnovamento e di pulizia. Ha ereditato la montagna di rifiuti. È grottesco che l’eccesso di zelo di De Magistris sui “cinque giorni” (nella città, del resto, delle Quattro Giornate, e c’era ben altro da spazzar via), gratuito com’era, faccia da pretesto a un impudente rovesciamento di responsabilità, e che Berlusconi arrivi a dire che dovrà ancora pensarci lui.

   Sarà bene che ci pensiamo tutti quanti, e che i governi di regioni che hanno dichiarato la propria solidale disponibilità, e lo fecero già in passato, sentano il sostegno dei cittadini, e si vergognino quelli che ostentano il proprio egoismo. (Si rilegga il riconoscimento dell’ex sindaco Formentini su Milano invasa dalla monnezza e soccorsa dal Bersani presidente dell’Emilia Romagna nel 1995).
Chiunque, se gli chiediate che cosa associa al nome di Napoli negli ultimi anni, risponderà “la monnezza”.  Lasciategli un minuto in più, e gli verranno in mente altre cose. Un presidente della Repubblica, naturalmente. E il libro italiano di gran lunga più amato, Gomorra.

   Un altro libro esce ora, e così nettamente l’editore Sellerio lo presenta: “Era dal tempo della Lettera a una professoressa che non leggevamo pagine così emozionanti”. Si intitola Insegnare al principe di Danimarca, l’ha scritto Carla Melazzini, racconta fatti e riflessioni di un’esperienza ardua e formidabile come quella dei maestri di strada del Progetto Chance, che raccolgono ragazzi “dispersi” della Napoli un tempo operaia di Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, oggi ribattezzata “il triangolo della morte”. Scarti, quei bambini, che vengono ordinariamente smaltiti nel “Sistema”.

   Quanta ricchezza contengano, e quali lezioni vengano sulla città e il nostro tempo dal punto di vista di chi si dedica a loro, è difficile da immaginare per chi segua, fra l’angoscia e il fastidio o l’abitudine, le cronache sui mucchi di monnezza. “Un insegnante di media cultura e umanità è presumibilmente disponibile a commuoversi sul dramma del giovane principe di Danimarca, e a riconoscere le ragioni dei suoi atti, anche i più estremi. Ma quanti insegnanti sarebbero disposti a riconoscere la stessa legittimità ai sentimenti di un adolescente di periferia che vive il tradimento della propria madre con l’intensità e la consequenzialità del principe Amleto?”
Non si fa letteratura in questo resoconto, caso mai la si traduce nelle cose: “Lessi in una classe le prime righe della Metamorfosi, poi chiesi ai ragazzi chi dei membri della loro famiglia, secondo loro, avrebbe accettato di prendersi cura del povero Gregor Samsa trasformato in un immondo scarafaggio. I maschi all’unanimità risposero “la mamma”. Perché? Ovvio: perché “pure ‘o scarrafone è bello a mamma soja”. Il giorno dopo ero in biblioteca, si affaccia Gianni, il più piccolo e brutto della classe, chiedendo timidamente: “Professoré, lo tenete qui il libro dello scarrafone?””.
Scriveva l’autrice (è morta un anno fa, immaturamente): “Quando le nostre alunne vogliono significarci che non sono venute a scuola per poter fare i servizi domestici, fanno un ampio gesto col braccio che mima lo svuotamento a terra di un intero recipiente di detersivo… Lo sporco deve essere espulso, finché non ne rimanga traccia dentro la casa… La stessa ossessione espulsiva è vigente nei confronti di mosche e altri insetti, del sudore, degli odori (a questi ragazzi è difficilissimo far fare esercizio fisico, perché non tollerano di sudare). Gettano ogni cosa nello spazio esterno a sé. L’essenziale è che sia “fuori”.

   Quelli per i quali l’essenziale è che i rifiuti siano “fuori” sono i diretti discendenti di quelli che con i rifiuti hanno coabitato per tanto tempo, che come rifiuti sono stati sempre trattati. Il ragazzo che dieci anni fa ci disse “spendite tanti soldi pè munnezza comme nuje!”, aveva una casa luccicante di pulizia ed era, come gli altri, un consumista coatto. Successivamente ha fatto in modo di mettere in pratica il concetto che aveva di se stesso”.
Di una rivoluzione ha bisogno, e però ha un’imprevista opportunità, Napoli, e noi con lei. Sgombrare la monnezza e imparare a riusarla non è che la premessa. Issarono un tricolore sul mucchio di spazzatura. In un certo senso, era una buona idea.  (Adriano Sofri)

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EMANATO IL DECRETO LEGGE RIFIUTI: ma il Governo adotti ogni ulteriore intervento necessario per assicurare l’effettivo superamento di una emergenza di rilevanza nazionale

(da http://www.quirinale.it/index.aspx del 2/7/2011)

   Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha emanato il decreto-legge recante misure urgenti in tema di rifiuti solidi urbani prodotti nella Regione Campania.
Nel rilevare “i limiti di contenuto del provvedimento, che nel testo approvato ieri dal Consiglio dei ministri non appare rispondente alle attese e tantomeno risolutivo”, il Capo dello Stato ha auspicato – si legge in una nota – che “il Governo adotti ogni ulteriore intervento necessario per assicurare l’effettivo superamento di una emergenza di rilevanza nazionale attraverso una piena responsabilizzazione di tutte le istituzioni insieme con le autorità locali della Campania”.

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RIFIUTI A NAPOLI, IPOTESI AMPLIAMENTO DISCARICHE PREESISTENTI

da “La Voce dell’Emergenza – il Blog” (http://www.9online.it/ ) del 27/6/2011 (articolo ripreso dal quotidiano “Il Mattino”)

   «Stiamo lavorando all’allargamento di tutte le discariche già esistenti, come previsto dal piano regionale» spiega il governatore Stefano Caldoro (sentito oggi dai magistrati di Napoli che lo indagano per epidemia colposa). E tra i siti sui quali i tecnici della Sapna sono all’opera c’è, evidentemente, anche Chiaiano.

   La discarica a nord di Napoli è attualmente in esaurimento, ma i tecnici sono al lavoro per ricavare il massimo dello spazio possibile. Si ipotizza di sfruttare la piazzola utilizzata a suo tempo da Bertolaso per depositarvi i materiali di risulta trovati nel sito (tra gli altri anche lamiere di amianto) in attesa di poterle smaltire secondo le norme previste dalla legge. Una parte della discarica è ancora sequestrata dalla magistratura per permettere i rilievi nell’ambito dell’inchiesta che ha coinvolto le ditte che prima della Sapna (la società della Provincia di Napoli) hanno gestito il sito, la Ibi idroimpianti e la Carandente Tartaglia, entrambe raggiunte da interdittiva antimafia.

   La discarica di Terzigno, invece, continua a rimanere out per Napoli a causa dell’accordo firmato nello scorso autunno da sindaci e comitati con il premier Berlusconi. E questo, lo ricorda anche l’assessore all’ambiente della regione, Giovanni Romano, è uno degli elementi che continua a rendere problematico il trasferimento della spazzatura napoletana nelle altre province: i presidenti di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno continuano a sottolineare, infatti, di avere discariche in esaurimento e impianti al collasso.

   Per trovare nuovi ricoveri alla spazzatura si lavora all’allargamento della discarica di San Tammaro e alla riapertura di Macchia Soprana dove si dovrebbero prima ripristinare le condizioni di sicurezza nel sito e nelle tre strade circostanti: gli esperti della protezione civile e il direttore tecnico della Sapna, Giovanni Perillo, ne hanno discusso a lungo in un vertice che si è tenuto nella scorsa settimana a Roma…

   Intanto emergenza e tensioni restano altissime. Ancora cumuli di rifiuti in fiamme tra Napoli e provincia: contro i 60 interventi eseguiti nella notte tra sabato e domenica dai vigili del Fuoco, la scorsa notte sono stati 48 i roghi, dunque meno di ieri, ma sempre un dato drammatico.

   Resta soprattutto la città l’area più colpita da un fenomeno, quello dell’immondizia data alle fiamme, che ha sempre contraddistinto l’emergenza rifiuti in Campania e che, si ipotizza, sia diretto dalle mani dei clan.

   A Napoli i vigili del fuoco sono intervenuti soprattutto in piazza Mercato, via Piedigrotta, via Caracciolo; in provincia, invece, cumuli in fiamme in particolare a Giugliano, Melito e a San Giorgio a Cremano.

   E rimane altissimo anche l’allarme epidemia e malattie. Se la situazione dei rifiuti a terra degenera il tema di eventuali epidemia si concretizzerebbe. Per questo oggi alle 15 si insedierà all’ordine dei medici la task force che vedrà impegnato un dipartimento dell’Asl Napoli 1, appunto l’ordine dei medici, la rete dei medici di famiglia e l’amministrazione comunale per il controllo, la sorveglianza ambientale ed il monitoraggio epidemiologico legato all’emergenza rifiuti.

   Un organismo voluto dal vicesindaco Tommaso Sodano e dall’assessore Giuseppina Tommasielli. La task force non sarà sperimentale. È destinata a essere un organo di controllo e anche consultivo permanente. A Palazzo San Giacomo si sta mettendo a punto una delibera. Ben sapendo che superata l’emergenza rifiuti bisognerà affrontare quella da polveri sottili.

   I rifiuti dunque come stanno le cose visti sotto il profilo sanitario? Dati ufficiali che attestino un aumento di patologie a causa della crisi non ce ne sono. Ma un primo campanello d’allarme arriva dalla rete dei pediatri: nell’ultimo mese, da quando cioè la situazione dei rifiuti abbandonati per le strade si è aggravata, affermano i medici, si è registrato un aumento del 10-20% delle patologie respiratorie tra i bambini.

   E la causa, è l’allarme lanciato dagli specialisti, è da ricercarsi nei roghi di immondizia che, fortemente tossici, continuano ad essere segnalati anche in queste ore. «Da circa un anno – spiega il presidente della Federazione italiana pediatri (Fimp) Giuseppe Mele – la rete dei pediatri a Napoli ha avviato un monitoraggio per verificare l’eventuale aumento di patologie pediatriche in relazione alla questione rifiuti».

   Sotto i riflettori degli specialisti, vi sono innanzitutto le patologie di tipo oncologico: «Per questo tipo di patologie, così come per quelle gastrointestinali – precisa Mele – non è stato riscontrato un aumento significativo dell’incidenza rispetto al resto del territorio nazionale».

   I dati cambiano, invece, per quanto riguarda le malattie respiratorie: «Nell’ultimo periodo si è riscontrato – sottolinea – un aumento percentuale significativo di disturbi quali asma, tossi, faringiti e bronchiti asmatiche nei bambini, soprattutto in quelli più predisposti come, ad esempio, i bambini allergici». (Daniela De Crescenzo e Luigi Roano, Il Mattino.it)

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la mappa dell’olezzo – «Bisognerebbe lavare la strada»

I RIFIUTI VANNO MA LA PUZZA RESTA

di Walter Medolla, da “il Corriere della Sera” del 30/6/2011

– Le vie sono state ripulite ma il percolato ha impregnato l’asfalto lasciando un odore nauseabondo in città –

NAPOLI – Naso turato, guance gonfie e passo svelto, si esce dalla stazione di Napoli e si entra in piazza Garibaldi. Di sacchetti per strada quasi non c’è più traccia, ma è facile individuare dove i cumuli hanno sostato per giorni e giorni.

   Una puzza nauseabonda penetra nelle narici appena usciti dalla stazione ferroviaria, proprio accanto allo stazionamento dei bus. Come in una fiaba, si può seguire la strada della monnezza lasciandosi guidare dalla puzza. Sul marciapiede che porta verso la statua di Garibaldi, c’è un misto di odori; kebab, pollo arrosto, smog, cibo in decomposizione e come se non bastasse urina proveniente dall’ormai chiuso sottopassaggio.

   Sì, perché se i sacchetti vengono prelevati con turni straordinari, l’olezzo della giacenza resta. Non ci sono macchine lavatrici che ripuliscono il percolato rimasto a terra e col passar dei giorni e con l’effetto del sole, il risultato è garantito.

   Non solo piazza Garibaldi, purtroppo la «mappa delle puzze» si espande a tutta la città. Al centro direzionale, nella zona dei parcheggi in corrispondenza del Consiglio Regionale, (qui i sacchetti non sono stati ancora rimossi), un’odore vomitevole impera da oltre una settimana «Scendo a lavorare con la mascherina – ci racconta un residente – ho la macchina parcheggiata nei pressi dell’isola C, e credetemi l’aria è irrespirabile, per spiegare, è come se fosse pesce in decomposizione». Ci crediamo perché la sentiamo e scappiamo verso il centro.

   A porta Nolana, uscita Circumvesuviana, stessa storia. Le persone ferme alla pensilina del bus, respirano con la mano davanti la bocca, altri allargano il collo della maglia che indossano e ci mettono naso e bocca per cercare un po’ d’aria «filtrata».

   Il corso Umberto, in alcuni punti, vive la stessa situazione, così come nella zona del corso Garibaldi e di piazza Nazionale nei pressi dell’Asl. Il centro antico, dove i bidoni della raccolta si contano sulle dita di una mano, puzza da piazza San Gaetano a piazza Miraglia, con buona pace delle «capuzzelle» della chiesa di Purgatorio ad Arco.

   Via Rossarol e piazza Cavour, non se la passano meglio, così come dall’altra parte della città via Marina e la stradine a ridosso del lungomare. La situazione peggiora nei pressi dei mercatini rionali e nei grandi spazi dove i compattatori si incontrano con i mezzi di raccolta più piccoli e avviene il «travaso» dei rifiuti. «Possibile che con questo caldo devo dormire con le finestre chiuse? – si lamenta un abitante di piazza Carlo III – C’è una puzza inspiegabile, ma perché non passano con qualche macchinario per lavare le strade? Penso faccia pure male respirare questa roba». La domanda per ora resta inevasa, in attesa di turni straordinari di pulizia strade. (Walter Medolla)

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RIFIUTI URBANI A NAPOLI: STORIA DI FATTI E MISFATTI (PIÙ MISFATTI CHE FATTI)

di Guido Viale, da “la Repubblica” del 24/10/2010

   I principi di una corretta gestione dei rifiuti sono stati fissati dall´Ocse e da una direttiva dell´allora Comunità europea quasi cinquant´anni fa: primo, ridurre (soprattutto imballaggi e articoli usa e getta); secondo, riciclare, cioè recuperare in nuovi cicli produttivi i materiali di cui sono composti i rifiuti.
Terzo, recuperare energia da ciò che non si può riciclare: bruciando le frazioni combustibili residue, in impianti che possono anche non essere inceneritori; e gassificando la frazione organica); quarto, portare in discarica solo ciò che avanza.

   Questi principi erano quindi già da tempo in vigore nel 1994, quando in Campania è stato istituito il Commissario straordinario alla gestione dei rifiuti; che, anche se a volte il ruolo è stato attribuito al Presidente della Regione, è sempre una figura che risponde del suo operato non al Consiglio regionale e alla popolazione locale, ma al Governo nazionale.

   Sono pertanto i governi di destra e di sinistra che si sono succeduti da allora a dover rispondere del disastro che hanno combinato. Perché in questi sedici anni, di quello che prescrivono quei principi, in Campania non è stato fatto né tentato nulla; anche se per non
fare niente sono stati spesi (fonte Garante degli appalti), 3 miliardi e 548 milioni di euro con 25 ordinanze emergenziali; quindi è ingiusto, oggi come ieri, darne la colpa a una popolazione vessata da sedici anni di gestione straordinaria dei rifiuti, dove tutto era permesso ai commissari e niente era controllato o controllabile; e dopo anni, per di più, di precedenti gestioni straordinarie, prima per il colera (dal 1973) e poi per il terremoto (dal 1980): un esempio da manuale di quella shock economy (lo sfruttamento a fini di lucro dei disastri, naturali o artificiali) raccontata da Naomi Klein.

   Limitandoci agli ultimi tre anni, le politiche di riduzione non sono state nemmeno prese in considerazione; eppure l´emergenza imponeva soprattutto quelle, che sono a costo zero. La raccolta differenziata era stata da tempo affidata a consorzi obbligatori di Comuni, riempiti di personale – ex LSU (lavoratori socialmente utili) e altro – e in molti casi infiltrati dalla camorra, senza mai dotarli di mezzi e attrezzature per operare e di un´organizzazione del lavoro degna di questo nome.

   Si stima che tra gestioni private, pubbliche e miste, gli addetti ai rifiuti urbani in Campania siano oltre 25mila, mentre un rapporto ragionevole con la popolazione non dovrebbe far loro superare i 6-8mila.  Oggi questi consorzi, con il loro personale, i loro debiti, i loro crediti inesigibili, i loro gestori, sono stati riunificati e lasciati in eredità alle Province, che dovrebbero provvedere, senza altri mezzi, alla gestione di tutto il ciclo dei rifiuti urbani, abbandonato in stato comatoso da Bertolaso. Il problema principale è questo, ed è un problema sociale. Senza una soluzione per i lavoratori in esubero, riorganizzare il ciclo dei rifiuti è impossibile.

   Peggio ancora è andata per la separazione meccanica. La Campania, grazie a fondi UE, è la regione d´Italia, e forse d´Europa, più dotata di impianti di trattamento meccanico biologico: cioè Stir (già Cdr). Ce ne sono sette, con una capacità che eccede l´intera produzione regionale di rifiuti; con poche modifiche potrebbero permettere anche il riciclo – senza bisogno di successivo incenerimento, che è un processo molto costoso, oltre che nocivo – di quasi tutto quello che vi entra.

   Ma quegli impianti erano stati mandati in malora dal gruppo Impregilo (cui, fino al 2006, era stata affidata la gestione di tutto il ciclo dei rifiuti campani), che i rifiuti li voleva solo impacchettare, senza perdere tempo nel separarli, per accumularli in vista degli incentivi che avrebbe incassato bruciandoli nell´inceneritore di Acerra: di qui i sei milioni di ecoballe accumulati nelle campagne di Napoli e Caserta.

   Berlusconi (con la legge 123/08) aveva deciso di chiudere questi impianti e venderli ai privati come rottame, perché voleva anche lui bruciare tutto senza separare il “secco” dall´”umido”. La stessa legge prescriveva infatti la costruzione di quattro inceneritori (poi diventati cinque), con una capacità che eccedeva anch´essa l´intera produzione regionale di rifiuti; e ciò nonostante che, sempre per la stessa legge, entro il 2010 si dovesse raggiungere il 50 per cento di raccolta differenziata (esempio da manuale di leggi fatte senza crederci).

   Ma siccome di inceneritori ce ne è – e ce ne sarà per molto tempo – uno solo, quello di Acerra, inaugurato in pompa magna l´anno scorso, ma che funziona poco e male, Bertolaso era corso ai ripari: aveva cambiato il nome agli impianti (da Cdr a Stir), utilizzandoli come frullini per tritare rifiuti indifferenziati e poi mandarli a bruciare nell´inceneritore o a putrefare nelle discariche.

   Di qui i miasmi che appestano la popolazione che ci abita accanto, oltre al percolato che dilava nelle falde e al metano che ne esala, moltiplicando il contributo italiano all´effetto serra. Di impianti di compostaggio, poi, neanche a parlarne: quelli che già c´erano sono stati usati come depositi di ecoballe e in Campania i Comuni che fanno la raccolta differenziata dell´organico devono spedirlo in Veneto o in Sicilia a costi proibitivi.

   Dunque, per far “sparire” (dalla vista) i rifiuti non restavano che le discariche. La legge 123/2008 ne impone undici (poi diventate dodici). Sono quasi tutte in aree naturalistiche protette, in cui la legge italiana e la normativa europea vieta di insediarle (esempio da manuale di una legge che ne contraddice un´altra senza abrogarla).

   Prima di lasciare, Bertolaso, usando l´esercito – come già aveva fatto prima di lui De Gennaro con Prodi – per raccogliere i rifiuti per strada, ma soprattutto per difendere discariche e inceneritore dallo sguardo indiscreto di sindaci e popolazione, aveva già quasi riempite tutte le discariche esistenti al momento del suo insediamento; ne aveva fatta costruire una nuova (quella, contestatissima, di Chiaiano), per poi lasciare la patata bollente delle due di Terzigno, nel parco del Vesuvio, oggi epicentro della rivolta, a chi sarebbe venuto dopo di lui: senza soldi, senza poteri, senza progetti. Dunque, Berlusconi in Campania ha fatto un miracolo: la discarica. E i risultati – prevedibili, e previsti da chi non voleva chiudere gli occhi – si vedono. (Guido Viale)

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QUANDO A MILANO C’ERANO I FURBETTI DELLA MONNEZZA

di Antonio Massarutto, da www.lavoce.info del 28.06.2011

   Negli anni Novanta il capoluogo lombardo rischiò il collasso-spazzatura. Ma con uno spregiudicato artificio burocratico i rifiuti “urbani” si trasformarono in rifiuti “speciali” e furono smaltiti fuori dalla Lombardia, in impianti localizzati in varie regioni italiane. I trucchi che si possono fare con l’immondizia sono degni di Totò e Peppino e possono diventare ottimi affari. Forse anche i californiani li conoscono bene.

   Se fior di tecnici che stimo e rispetto non sono riusciti a venire a capo della catastrofe della munnezza napoletana, non sono certo così pazzo da pensare di risolverla dal comodo salotto di casa (dove peraltro stazionano ben cinque pattumiere separate per la raccolta differenziata). Non intendo neppure pronunciare la parola “inceneritore”, onde evitare che la mia casella mail venga bombardata di spam dai grillini di tutta Italia e il sito de lavoce.info venga sommerso dagli strepiti di indignados e anime belle.
Forse, però, prima che qualcuno pensi di indire un referendum anche per la monnezza, una ripassatina alla storia recente farebbe bene a quanti – politici, esperti (veri e fai-da-te), semplici cittadini – stanno in questi giorni assistendo all’ennesima puntata della tragicommedia partenopea.

SMALTIMENTO DI RITO AMBROSIANO

   Qualcuno ricorda ancora, per esempio, che negli anni Novanta una crisi simile a quella napoletana fu vissuta da Milano. La leggenda dice che, con un soprassalto di meneghina efficienza, la “capitale morale” si rimboccò le maniche, e in poco tempo mise all’opera un sistema integrato basato sulla raccolta differenziata e il riciclo, ricorrendo – solo per lo stretto tempo necessario – alla solidarietà delle regioni amiche. Ma non andò
proprio come ce la raccontano.
Il comune di Milano per gestire il rifiuto realizzò un impianto di selezione, compostaggio e produzione di cdr (combustibile derivato da rifiuti) – più o meno come quelli che sono stati realizzati a Napoli, e non hanno funzionato perché non sono stati in grado di ottenere un compost e un cdr davvero riutilizzabili. Nemmeno Milano ci riuscì, peraltro. Del compost e del cdr che uscirono dall’impianto realizzato sull’area ex-Maserati non fu mai recuperato nemmeno un grammo. Quel compost e quel cdr invenduti, ormai diventati “rifiuti speciali”, potevano però essere legalmente smaltiti in impianti autorizzati collocati ovunque, e presero la strada del Friuli, della Puglia, della Campania, dovunque ci fossero discariche autorizzate per rifiuti industriali.
Anche sul destino del 30 per cento raccolto con la differenziata non metterei la mano sul fuoco: chiunque operi nel settore di rifiuti sa che dei materiali raccolti in modo differenziato si recupera una frazione tanto più grande quanto più il materiale è conferito in modo ordinato e pulito, mentre la frazione di scarti è tanto più alta quanto più la raccolta viene improvvisata (e Milano la improvvisò in poche settimane). Anche quegli scarti, tuttavia, sono rifiuti speciali, che potranno essere smaltiti presso qualunque operatore autorizzato, e dunque non rientrano più nella contabilità della gestione del rifiuto urbano, la quale si esaurisce nel momento della cessione al soggetto che dichiara di avviarli al recupero.

RIFIUTI URBANI E SPECIALI

   Il meccanismo era perfettamente legale nella forma, anche se ben lontano dallo spirito del cosiddetto “principio di prossimità e autosufficienza”, in base al quale i rifiuti urbani devono essere trattati nel territorio che li ha prodotti: i rifiuti urbani, appunto (circa 32 milioni di tonnellate, in Italia). Per quelli speciali (107 milioni di tonnellate), ossia i rifiuti prodotti dalle attività commerciali e industriali, vale l’obbligo di affidarli ad operatori autorizzati, ma non il principio di prossimità; se si tratta di materiali almeno teoricamente destinati al recupero, è del tutto lecito smaltire in Calabria o in Danimarca un rifiuto speciale prodotto da un’azienda veneta o marchigiana.
In sè e per sé, niente di male, se non fosse che Milano prima, ma ancor oggi moltissimi operatori del Centro e del Nord, un po’ per necessità, un po’ per convenienza, hanno fatto largo ricorso alla pratica di realizzare impianti di cosiddetto “riciclaggio”, che in realtà non riciclano un bel nulla, ma trasformano i rifiuti urbani in una merce teoricamente destinabile alla vendita, che poi però non vuole nessuno. Se un produttore di mozzarelle non riesce a vendere il suo prodotto prima della data di scadenza, questo diventa un rifiuto speciale da smaltire. E il cdr e il compost milanesi, come tante mozzarelle scadute, presero a girare per l’Italia come rifiuto speciale, eludendo il vincolo territoriale. Un trucco degno di Totò e Peppino, che per una volta sono stati i milanesi a insegnare ai napoletani.

SPAZZATURA CHE PUZZA UN PO’ MA RENDE BENE

   Ma poi si può raffinare ulteriormente il gioco. Prendiamo il compost (da rifiuti indifferenziati): è di qualità così bassa che nessuno lo vuole. Ma supponiamo che, invece di collocarlo in discarica come dovrebbe, il suo detentore stipuli un accordo con aziende agricole compiacenti; anzi, supponiamo che se le comperi proprio (al Sud, ma anche al Nord, sono molti i terreni agricoli in via di abbandono, in vendita per un tozzo di pane). Li compera, finge di coltivarli, e dunque li concima col suo compost di bassissima qualità, e incassa pure i contributi europei. E già che c’è, perché fermarsi? In quel compost potrebbe mescolare qualche po’ di altri rifiuti, magari di notte, dopo che un tecnico ha certificato che di compost si tratta. Lo stesso si può fare con molte altre “materie seconde” recuperate nel ciclo dell’edilizia, nelle massicciate, nelle barriere antirumore, per citarne solo alcune. Forme di recupero lecite e meritevoli, si intende: finché qualche manina discola non interviene a mischiare le carte.
Mi fanno sinceramente sorridere le prese di posizione degli amministratori del Nord che oggi strepitano indignati dicendo di “essersi stufati” di venire in soccorso dei napoletani. Ai quali il giochetto (di trasformare gli urbani in speciali) non può riuscire, anche perché nel frattempo tutte le discariche d’Italia sono state riempite di rifiuti (milanesi e più in generale del Nord). Quindici anni fa, una discarica in Lombardia costava già 150 euro per tonnellata o più, e al Sud 10 o 20 volte meno. Ora la pacchia è finita, e anche al Sud la discarica è divenuta merce rara.
Il Nord non è senza peccato, insomma, e farebbe bene a non dimenticare dove i suoi rifiuti sono veramente andati a finire per almeno dieci anni, e in parte continuano tuttora. Vero è che il tempo guadagnato con il giochino servì a Milano per pianificare e realizzare con calma gli impianti di cui oggi può ben andare fiera, e che – oggi sì – possono permetterle di affermare a testa alta di aver risolto i problemi chiudendo la filiera: riciclando, recuperando, bruciando per produrre energia, se non azzerando riducendo in modo sostanziale la dipendenza dalle discariche.
Per realizzare quegli impianti e mandare a regime le soluzioni che caratterizzano un moderno sistema integrato di gestione ci vollero molti anni. Non bastano sei mesi, e solo un ciarlatano poteva pensare che a Napoli ci si potesse arrivare per la scorciatoia del commissariamento e degli impianti presidiati dall’esercito, senza pensare a dove metterli nel frattempo. Già detto, già scritto troppe volte su queste colonne, già verificato sulla pelle dei cittadini. Cos’altro resta da aggiungere?
Ma a Napoli, forse, si prenderà un’altra strada. Pare che ad istruire la nuova giunta su cosa fare sia venuto un guru da San Francisco: quella città che sta facendo credere al mondo intero che i suoi rifiuti vengono riciclati al 75 per cento. Ora, sarebbe interessante che ci si raccontasse cosa accade veramente a quel 75 per cento “riciclato”. Esso viene raccolto con una differenziata multimateriale (ossia: tutti gli imballaggi e i materiali riciclabili vengono messi in un unico contenitore) che avvia il raccolto a un impianto di selezione dove il tutto viene separato, un po’ meccanicamente, un po’ a mano. Quel che ne risulta sono materiali teoricamente riciclabili, per cui anche in America escono dalla contabilità del rifiuto. Ma mi ha detto un uccellino che buona parte di quelle “materie seconde” un mercato lo trova sì, ma in estremo Oriente. Totò e Peppino, dalla tomba, sorridono … (Antonio Massarutto, da “la Voce.info”)

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IL TRIANGOLO DELLA MORTE - Per triangolo della morte si intende la vasta area della provincia di Napoli compresa tra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano, un tempo nota per essere tra le più fertili della Campania, nella quale è stato riscontrato negli ultimi anni un forte aumento della mortalità per cancro che per alcune patologie raggiunge livelli molto più alti della media italiana. La causa dell'aumento di mortalità è attribuita all'inquinamento ambientale, principalmente dovuto allo smaltimento illegale di rifiuti tossici (molti proveniente dal Nord) da parte della Camorra
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One thought on “EMERGENZA RIFIUTI AL SUD – NAPOLI, città europea, mediterranea, CHE NON VIENE AIUTATA – L’errore del NORD incapace di esprimere solidarietà a un’area strategica anche per il suo prossimo futuro sviluppo

  1. Francesco Masi martedì 26 luglio 2011 / 3:13

    Peccato che l’analisi storica del problema offra soltanto alcuni ristretti esempi , e non la totalità dei casi perversi! Ho notizie, per esempio che, la quasi totalità dei rifiuti raccolti differenziatamente nella provincia di Roma, Roma compresa, con l’esclusione, forse, di carta, cartone, materiali plastici e metallo, non vada a buon fine, vetro compreso.

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