La CONDIZIONE FEMMINILE nell’evolversi del mondo – come la modernizzazione globale faccia vedere OPPRESSIONI e DISCRIMINAZIONI SESSUALI – la geografia degli stati più “pericolosi” per la vita e le libertà delle DONNE

In occasione del lancio di TRUST-LAW WOMAN - che offre patrocinio gratuito a gruppi di donne in tutto il mondo grazie al supporto di oltre 450 studi legali - la THOMSON REUTERS FOUNDATION, ha condotto uno studio che ha sancito come l'AFGHANISTAN sia il Paese più pericoloso in cui nascere donna. Stupri, rapimenti e omicidi all'ordine del giorno, 9 donne su 10 (l'87%) rimangono analfabete e 8 su 10 sono costrette ai matrimoni combinati. Nella classifica seguono CONGO, PAKISTAN, INDIA E SOMALIA (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Una certa eco ha avuto, nei giorni scorsi, uno studio della Fondazione Thomson Reuters (una delle più potenti e importanti società al mondo nel campo dell’informazione economico-finanziaria) che ha stilato una classifica dei Paesi più “pericolosi” per la popolazione femminile, addirittura uccisa prima o dopo la nascita, socialmente discriminata o marginalizzata fino al silenzio. Afghanistan, Congo, Pakistan, India, Somalia, Cina… sono i paesi dove “nascere donna” è un problema serio; ma tanti altri paesi sono difficili per la vita delle donne (…e l’Iran? … e alcuni paesi arabi, paesi dell’ex area sovietica come Armenia, Azerbaijan e Georgia, e vie di seguito elencando…).

   Addentrarsi sul tema dell’emancipazione femminile e di quel che accade, con evoluzioni senza dubbio su alcune condizioni di vita che portano a una parità di genere, e in altri contesti a situazioni di difficile a volta tragica condizione di vita della donna…. addentrarsi in tutto questo è materia assai problematica: nel senso che, forse, bisogna limitarsi a dati oggettivi, analisi scientifiche, per misurare il termometro della parità di diritti che ogni individuo (uomo o donna) dovrebbe poter avere nel pianeta e in ogni comunità grande (gli stati) o piccola (ciascun villaggio).

   Si è pure inventata una parola, per individuare fenomeni “macro” di aggressione alla “condizione di donna”, parola che ci pare brutta, ma che si usa per rendere chiaro il fenomeno della tragica azione in molti stati contro la donna: il GENDERCIDIO. Inteso “come genocidio di un genere”, quello femminile, perché ritenuto di “valore inferiore” all’interno dello stato, ma anche del clan, della famiglia. Questo genocidio si fa tragicamente concreto nel caso dell’aborto selettivo delle bambine, diffusissimo in Asia sud-orientale.

REGGIE LITTLEJOHN, avvocato statunitense, fondatrice di WOMEN'S RIGHTS WITHOUT FRONTIERS, un’associazione internazionale che lotta contro l’aborto forzato e la schiavitù sessuale in Cina

   “Crescere una figlia è come innaffiare l’orto del vicino», recita un proverbio indù. Il clan, la famiglia, come sostituti di una socialità laica basata sui principi della rivoluzione francese di libertà, uguaglianza, fratellanza…. Se manca questo tipo di “condivisione comune” in uno stato, in una comunità istituzionale, di sostegno al cittadino/a a prescindere da ogni condizione sociale, etnica… allora prevale l’arroccarsi appunto nella “famiglia”, nel proprio clan di appartenenza. Arrivando a far sì che questioni di solitudine e difficoltà personale possano solo essere risolte dentro al clan, appartenendo a un nucleo famigliare (che ti protegge, a volte bene a volte meno bene, comunque “c’è”, là dove lo Stato, la comunità, non riesce ad esserci). Niente da dire, è ovvio, sull’importanza della famiglia come istituzione naturale, basilare, dell’individuo. Fa un po’ riflettere se essa è la sola ancora protettiva delle persona. Allora rischia a volte di diventare un “piccolo stato” isolato da ogni contesto.

   E questo accade sì dentro a stati autoritari centralizzati (come può essere la Cina), ma anche in democrazie pur in contesti spesso ancora tribali (come l’India). Oppure, ed è quello che forse più è da mettere in rilievo, anche in democrazie occidentali che non riescono più ad esprimere un WELFARE credibile. Cioè avere strutture e persone che si interessano alle problematiche della maternità, dei bisogni primari di ciascun individuo, che possano aiutare la donna oberata e la famiglia in difficoltà e che magari vorrebbe crescere nella prole.

   Welfare come invenzione virtuosa tipica della società del benessere, cioè di quelle società che se lo possono permettere finanziariamente, e che va subito in crisi quando vi sono momenti di depressione economica, povertà… (proprio quando molte più persone ne avrebbero bisogno).

    Argomenti, come dicevamo, complessi e meritevoli di “riflessione in progress”, di dati per capire come e in che modo i diritti fondamentali della persona sono di livello ben diverso se si è uomo o donna. Qui ci si vuole un po’ arditamente collegare anche a leggi, come quella recente approvata in Italia dal Parlamento sulle QUOTE ROSA, cioè sulla presenza delle donne nei consigli di amministrazione delle società pubbliche e private (i Cda dovranno essere composti da un quinto di donne a partire dal 2012 e da un terzo dal 2015). Forse sarebbe stato più utile (per le donne) che si iniziasse una più convinta pubblica azione per la “parità di opportunità” tra i generi, appunto mettendo in concreto pratiche di welfare atte ad aiutare la “donna madre”, o della donna che si fa carico di lavori familiari che il maschio (non si sa ancora perché) ha difficoltà a compiere.

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L’ONU: METÀ DEL MONDO NON È PER LE DONNE

– il “gendercidio”, punta avanzata della discriminazione sessuale – di Francesca Paci, da “la Stampa” del 16/6/2011

   Correva l’anno 1985, quando la studiosa americana Mary Anne Warren denunciava, pioniera, i rischi dello sterminio volontario di un genere sessuale nel saggio «Gendercide: The Implications of Sex Selection». È passato un quarto di secolo e lungi dal rivelarsi un’iperbolica previsione, il «gendercidio», punta avanzata della crescente violenza contro le donne, si è trasformato in drammatica attualità.

   Ieri cinque agenzie dell’Onu hanno firmato a Ginevra una dichiarazione contro l’aborto selettivo delle bambine diffusissimo in Asia sud-orientale, mentre uno studio della Fondazione Thomson Reuters rilascia ora la classifica dei Paesi più pericolosi per la popolazione femminile, uccisa prima o dopo la nascita, socialmente discriminata o marginalizzata fino al silenzio. È noto che povertà e sottosviluppo non favoriscano le pari opportunità.
Con l’87% delle donne analfabete e il 70% costrette a matrimoni combinati, l’Afghanistan guida la lista nera della Fondazione Reuters. Seguono il Congo con l’orrendo primato di 1152 stupri al giorno, il Pakistan degli oltre mille delitti d’onore l’anno, l’India e i suoi 3 milioni di prostitute, il 40% delle quali minorenni, e la Somalia, dove il 95% delle ragazze ha subito mutilazioni genitali.

   Eppure il benessere economico non sembra serva da antidoto contro la mattanza, che già nel 1990 il Nobel Amartya Sen stimava aver impoverito il mondo di almeno 100 milioni di esseri femminili. Taiwan e Singapore, per dire, sono campioni di crescita, ma mostrano una sproporzione nel numero di fiocchi azzurri che sarebbe biologicamente impossibile senza l’intervento umano.
C’è poi la Cina, dove secondo la Chinese Academy of Sociale Sciences entro il 2020 un uomo su 5 non potrà sposarsi per mancanza di potenziali mogli, decimate dalla selezione «innaturale» che già oggi «produce» 134 neonati ogni 100 neonate.

   Sbaglierebbe anche chi attribuisse la moria al perdurare atemporale del comunismo o alla famigerata politica del figlio unico. Il fenomeno infatti è in ascesa anche nei Paesi a dir poco allergici all’eredità sovietica, come Armenia, Azerbaijan e Georgia, o nella modernissima India, modello globalmente esaltato di democrazia liberista. «Crescere una figlia è come innaffiare l’orto del vicino», recita un proverbio indù, alludendo all’inutile investimento sulla prole destinata alla famiglia del futuro marito. Il risultato è che la più grande democrazia della Terra guadagna capacità tecnologica, ma perde ogni anno 600 mila bambine (più esposte a morte precoce perché trascurate).
E non conta che dal 1994 il governo abbia bandito l’aborto selettivo: se un tempo la diagnosi prenatale costava 110 dollari e prometteva ai genitori di far risparmiare i 1100 dollari della dote, oggi con 12 dollari lo scanner a ultrasuoni è alla portata dei meno abbienti e più interessati ad allevare braccia maschili.

   Figurarsi gli altri, benestanti e dunque convinti a riprodursi in modo contenuto e ottimale in termini di benefici futuri. Il tutto con buona pace della legalità. L’impressione di studiosi come il demografo dell’American Enterprise Institute Nick Eberstadt è dunque che il «gendercidio» abbia poco a che fare con l’arretratezza economica e culturale, ma dipenda piuttosto dall’atavica preferenza per il maschio, dal boom delle famiglie ridotte e dalle tecnologie diagnostiche, una miscela letale di pregiudizi antichi e nuovi bisogni.
Qualcuno in realtà comincia già ad invertire la marcia. La Corea del Sud, fino al 1990 assestata su standard cinesi, ha compensato il dislivello maschi-femmine con un’impennata di matrimoni misti, che dal 2008 sono oltre l’11% del totale. L’alternativa è l’aggressività macha di città come Pechino, dove negli ultimi 20 anni la delinquenza è raddoppiata, o Mumbai, con gli uomini senza donne responsabili per almeno un decimo dell’aumento dei crimini.

   L’emancipazione femminile batte in ritirata? Al ritmo di due passi avanti e uno indietro c’è da sperare.  Sebbene la crisi abbia colpito l’occupazione rosa e la violenza domestica avvicini tristemente Oriente e Occidente, un rapporto della Casa Bianca rivela che le donne contemporanee si laureano e brillano nel lavoro più dei maschi. Certo, i loro stipendi sono fermi al 70% di quelli dei colleghi ma gradi e responsabilità combaciano. La sfida è di genere, il pericolo però riguarda tutti: se crolla quella che Mao definiva l’altra metà del cielo è difficile che sotto qualcuno sopravviva. (Francesca Paci)

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AFGHANISTAN, IL PAESE IN CUI È VIETATO ESSERE DONNA

Stupri, rapimenti e omicidi all’ordine del giorno ne fanno la nazione più pericolosa al mondo per le donne. Al secondo posto il Congo, con 1.150 stupri al giorno

da http://www.vanityfair.it/ del 15/6/2011

Stupri, rapimenti e omicidi all’ordine del giorno fanno dell’Afghanistan il Paese più pericoloso al mondo per le donne. Al secondo posto, secondo lo studio condotto dalla Fondazione Thomson Reuters sulla base dei dati di TrustLaw, la Repubblica Democratica del Congo, seguita dal Pakistan, dall’India e dalla Somalia.
1. AFGHANISTAN
L’Afghanistan, si legge nel rapporto, non ha pari nel mondo per carenze sanitarie e discriminazioni economiche. Qui 1 bimba su 10 muore nei primi anni di vita. Quasi 9 donne su 10 (l’87%) rimangono analfafete e 8 su 10 sono costrette ai matrimoni combinati.
2. CONGO
Il triste primato degli stupri spetta invece al Congo, che risente ancora della guerra del ’98-2003. Ogni giorno nel paese africano vengono violentate circa 1.150 donne (420 mila l’anno), mentre il 57% delle donne gravide poi soffre di anemia.
3. PAKISTAN
Al terzo posto il Pakistan, che risente di pratiche religiose e tribale, come la lapidazione, l’obbligo al matrimonio e le devastazioni con l’acido. Oltre
mille donne l’anno sono vittime dei cosiddetti «delitti d’onore», 9 su 10 subiscono quotidianamente violenze domestiche e tutte guadagnano in media l’82 per cento in meno rispetto agli uomini.
4. INDIA
Nella più grande democrazia del mondo, sottolinea il rapporto, si verificano ogni giorno uxoricidi e infanticidi. Circa 50 milioni di ragazze risultano disperse nell’ultimo secolo. Quasi la metà delle sopravvissute è stata costretta a sposarsi prima di diventare maggiorenne. E 100 milioni di persone, la maggior parte delle quali di sesso femminile, sono vittime del traffico di esseri umani.
5. SOMALIA
Infine la Somalia, una delle nazioni più povere e violente, che si caratterizza per l’alta mortalità in gravidanza, per gli stupri e per le mutilazioni genitali, cui sono sottoposte quasi tutte le donne (95%) tra i 4 e gli 11 anni.

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LA GUERRA DELLA CINA CONTRO LE DONNE E LE BAMBINE

di Edward Pentin, dal sito http://www.zenit.org/ del 4/7/2011

Una avvocato USA contro la politica del figlio unico

ROMA, lunedì, 4 luglio 2011 (ZENIT.org).- “La politica cinese del figlio unico provoca più violenza contro le donne e le bambine di ogni altra politica sulla terra, di ogni politica ufficiale nella storia mondiale”.

   Queste sono le parole appassionate di Reggie Littlejohn, un avvocato statunitense, fondatrice di Women’s Rights Without Frontiers, un’associazione internazionale che lotta contro l’aborto forzato e la schiavitù sessuale in Cina. Californiana, in gioventù ha lavorato accanto a Madre Teresa nei bassifondi di Calcutta. Littlejohn ha avuto i primi contatti con questa politica quando ha rappresentato dei rifugiati cinesi che chiedevano asilo politico negli Stati Uniti negli anni Novanta.

   “Sono stati prima perseguitati per essere cristiani e poi forzatamente sterilizzati”, ha ricordato. “Questo mi ha aperto gli occhi a una realtà che non conoscevo”.

   Parlando con ZENIT durante una sua recente visita a Roma, Littlejohn ha definito la politica del figlio unico letteralmente una “guerra cinese contro le donne e le bambine”. Aborti forzati tra le donne che violano la politica sono all’ordine del giorno nel Paese e sono talvolta effettuati anche fino a nove mesi di gravidanza. Possono essere così violenti – ha affermato Littlejohn – che “le donne muoiono insieme ai loro figli in procinto di nascere”.

   Ma la brutalità dell’aborto forzato non è l’unica violazione dei diritti umani conseguente alla infame “politica di pianificazione familiare”. Essa porta anche al cosiddetto “gendercidio”, per la tradizionale preferenza cinese per i maschi, che lascia le femmine soggette all’aborto, all’abbandono e all’infanticidio. Esso porta anche alla schiavitù sessuale poiché l’eliminazione delle femmine ha indotto un maggior traffico di donne provenienti dai Paesi vicini alla Cina, attirate da un eccesso di circa 37 milioni di maschi cinesi rispetto alle femmine.

   E sebbene il collegamento non sia pienamente dimostrato, questa politica può anche essere la causa di un più elevato tasso di suicidio tra le donne in Cina (l’Organizzazione mondiale della sanità dice che il Paese ha il più alto tasso di suicidio femminile al mondo, con circa 500 donne cinesi che ogni giorno mettono fine alla propria vita). “Non credo che questo sia slegato dall’aborto forzato, dalla sterilizzazione forzata e l’infanticidio”, ha affermato Littlejohn.

   Né sono solo le donne e le bambine ad esserne vittima. Secondo numerose storie trapelate dalla Cina, da individui che rischiano la morte, il Governo applica anche una serie di metodi barbari sugli altri membri della famiglia per far rispettare questa politica.

   “I metodi usati sono assolutamente terrificanti”, ha affermato Littlejohn. Ricordando un incidente documentato, avvenuto nel marzo di quest’anno, ha spiegato che gli agenti della pianificazione familiare sono andati a casa di un uomo per prelevare la sorella da sottoporre a sterilizzazione forzata. “Poiché non si trovava in casa, hanno iniziato a picchiare suo padre. Quando lui ha cercato di difenderlo, uno degli agenti ha preso un lungo coltello e lo ha pugnalato due volte nel cuore ed è morto. Questo è omicidio”.

   Eppure, ad oggi l’omicida non è stato arrestato e nonostante i tentativi della famiglia di rendere nota la storia, i media si sono rifiutati di diffondere la notizia. “Gli agenti della pianificazione familiare sono al di sopra della legge, possono fare qualunque cosa e farla franca ugualmente”, ha affermato Littlejohn. “Stanno terrorizzando la popolazione”.

   Le statistiche riguardanti la politica cinese del figlio unico sono sconcertanti. Da che è stata avviata, nel 1979, le autorità si vantano di dire che sono state prevenute 400 milioni di nascite. Il Governo dice anche che sono circa 13 milioni gli aborti che vengono effettuati ogni anno. Questo ammonta a 1.458 ogni 60 minuti o – come ha detto Littlejohn – “a un massacro di Piazza Tienanmen ogni ora”.

   “Ciò che è paradossale è che la Cina ha istituito la politica del figlio unico per motivi economici”, ha spiegato Littlejohn. “Volevano ridurre il numero delle coppette di riso da riempire per risparmiare, ma ora è diventata la condanna alla morte economica della Cina”.

   Littlejohn ha dato due ordini di motivi per questo. Il primo è la disparità di sesso, con 37 milioni di maschi in più, che sta trainando il traffico di esseri umani e la schiavitù sessuale tra la Cina e i Paesi limitrofi. Il secondo è che la Cina avrà presto una popolazione anziana senza giovani che la possa sostenere. Lo ha definito come uno “tsunami di anziani”, che a suo avviso colpirà il Paese intorno al 2030.

   “Non hanno previdenza sociale e per quanto ne so non hanno un piano efficace su come prendersi cura di questa enorme popolazione di anziani che si sta formando”, ha affermato. Per questo motivo è preoccupata “per l’inizio della vita e per la fine della vita” e teme che se la Cina è disposta a forzare l’aborto all’inizio della vita, “cosa vorranno forzare alla fine della vita quando si troveranno di fronte lo tsunami di anziani?”.

   Ha poi osservato che i cinesi hanno una cultura del rispetto degli anziani, ma si chiede se l’idea di eutanasia guadagnerà terreno quando le conseguenze demografiche della politica saranno pienamente realizzate. “Chiaramente, la politica del figlio unico non ha più alcun senso. Allora perché mantenerla?”, si è chiesta Littlejohn. “Io credo che il motivo non sia tanto perché è una forma di controllo demografico, ma perché è una forma di controllo sociale”.

Tenere duro

  Le autorità cinesi hanno detto che la politica rimarrà inalterata fino alla fine del 2015, anche se ha recentemente fatto intendere di voler forse concedere una politica dei due figli. Tuttavia, secondo Littlejohn questa non sarebbe in grado prevenire gli aborti forzati, le sterilizzazioni o gli infanticidi. Né sarebbe in grado di migliorare il trend demografico della nazione.

   Una politica dei due figli è già in atto nelle zone rurali e tra le minoranze, nel caso in cui il primo figlio sia femmina, ma ha fatto ben poco per ridurre la diffusa pratica di abortire le femmine, in un Paese con una pesante preferenza maschile.

   Nonostante le diffuse violenze e il trauma inflitti dalle autorità, i governi occidentali hanno fatto poco per ottenere un cambiamento da parte della Cina. “Sono stati molto deludenti e deboli”, ha detto Littlejohn. “Questa dovrebbe essere la questione principale degli attivisti dei diritti umani, in ragione delle dimensioni della Cina. Un essere umano ogni cinque vive sotto la terrificante morsa della politica cinese del figlio unico. E non sono solo le donne ma anche gli uomini. La gente dice: perché la donna non cerca di scappare per avere il bambino? Non può scappare, perché se la prenderebbero con il padre, il fratello, il marito”.

   Secondo Littlejohn, il Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, si è espressa “con forza” contro l’aborto forzato in Cina e la Casa Bianca l’ha invitata a riferire sulla questione ascoltandola con attenzione. Ma, a suo avviso, questa linea non si è ancora “tradotta in un’azione concreta”. Littlejohn sostiene che i governi non vogliono battere questo punto perché la Cina vanta grandi crediti finanziari.

   Inoltre, sia gli Stati Uniti che le Nazioni Unite contribuiscono a finanziare quella politica attraverso l’UNFPA (United Nations Family Planning Fund), oltre all’IPPF (International Planned Parenthood Federation), e a Marie Stopes International. A suo avviso, queste organizzazioni sono “fornitori di aborto” in Cina. Inoltre, sebbene nel 2001 gli Stati Uniti abbiano ridotto i finanziamenti all’UNFPA, perché era stata scoperta la sua complicità con la politica del figlio unico, il Dipartimento di Stato li ha ristabiliti nel 2009.

   Tuttavia, negli Stati Uniti sta crescendo il sostegno all’abolizione dei finanziamenti USA. In questo senso, la rappresentante Renee Ellmers ha proposto una normativa che taglierà i finanziamenti all’UNFPA, con un risparmio di 400 milioni di dollari nei prossimi 10 anni. Littlejohn ha sottolineato che il disegno di legge deve ancora essere approvato in commissione per poi passare all’Assemblea, quindi c’è ancora tempo per gli elettori per fare pressione sui loro parlamentari.

   Dal punto di vista positivo, questa orribile politica ha inavvertitamente unificato non solo gli abortisti pro-choice e gli attivisti pro-vita nell’opposizione all’aborto forzato, ma ha anche ravvicinato le religioni.  Littlejohn ha evidenziato che nessuno tra cristiani, ebrei, musulmani o buddisti sostiene l’aborto, il che significa che “i credenti di queste religioni che sono costretti ad abortire lo vedono come una forma di persecuzione religiosa”.

   Eppure, nonostante l’estensione di questa tragedia dei diritti umani, Littlejohn ha espresso ottimismo per il futuro. “Non è possibile che questa storia vada avanti ancora per molto”, ha affermato. “O il Partito comunista cinese accorderà la fine di queste atrocità, o queste avranno fine anche senza il suo consenso”. (Edward Pentin, dal sito http://www.zenit.org/ del 4/7/2011)

Su Internet: un breve ma efficace filmato fatto da Women’s Rights Without Frontiers, sulla politica cinese del figlio unico: www.youtube.com/watch?v=JjtuBcJUsjY

La petizione internazionale contro l’aborto forzato e la schiavitù sessuale in Cina può essere firmata qui: www.womensrightswithoutfrontiers.org/index.php?nav=sign_our_petition

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Edward Pentin è autore freelance. Vive a Roma e può essere contattato a questo indirizzo: epentin@zenit.org.

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DOSSIER INFIBULAZIONE

dal sito http://www.fontedisperanza.org/ 2011 (ripreso dal quotidiano “la Repubblica”)

– Sotto il nome generico di infibulazione, vengono spesso raccolte tutte le mutilazioni a carico dei genitali femminili, praticate in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, per motivi non terapeutici,che ledono fortemente la salute psichica e fisica delle bambine e donne che ne sono sottoposte. (Fonte: Wilkipedia) –

   L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha distinto le mutilazioni in 4 tipi differenti a seconda della gravità per il soggetto:

1-Circoncisione o infibulazione as sunnah: si limita alla scrittura della punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche.

2-Escissione al uasat: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra.

3-Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale.

4-Nel quarto tipo sono inclusi una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.

   Queste pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione: per esempio nel sud della Nigeria si praticano sulle neonate, in Uganda sulle adolescenti, in Somalia sulle bambine. Ovviamente, mentre la prima è puramente simbolica e non comporta quasi nessuna conseguenza, le altre e soprattutto la terza ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è contro quest’ultima che si adoperano i movimenti per l’emancipazione femminile, soprattutto in Africa.

Solo un problema Africano?

L’Italia è ormai il primo paese in Europa per il più alto numero di donne infibulate. Tra le 20 e le 30 mila donne immigrate hanno subito una mutilazione genitale e circa 5 mila bambine rischiano la stessa sorte. Per la prima volta dei medici italiani stanno per pubblicare uno studio scientifico sulla loro esperienza con le donne mutilate.

   Aldo Morrone, responsabile del Servizio di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di dermatologia tropicale dell’ospedale San Gallicano di Roma, ha anticipato a Repubblica i risultati della ricerca: «La mutilazione genitale femminile è stata una sorpresa per la classe medica italiana. Quando agli inizi degli anni Ottanta abbiamo osservato i primi casi, per la verità non conoscevamo questa pratica. Il motivo per cui queste donne venivano da noi non era tanto la mutilazione genitale ma perché affette da malattie veneree.

   Mi colpì il primo caso di una donna somala che aveva avuto un’infibulazione completa. Le chiesi di poter fare una fotografia della lesione e la signora rispose che non c’era alcun problema, per lei era perfettamente normale essere infibulata, per lei quello era il suo stato naturale. Allora capii l’importanza di curare gli aspetti culturali e psicologici.

   In Italia le donne originarie dei paesi africani dove vengono praticate le mutilazioni genitali femminili sono circa 41 mila. Sono stati 147 i casi di donne immigrate che abbiamo seguito clinicamente e che avevano richiesto il nostro intervento per lesioni di natura genitale.

   L’infibulazione viene fatta in condizioni di assoluta mancanza di igiene. La componente medica è certamente importante, cioè bisogna che i ginecologi e i medici di famiglia conoscano il problema. Ma l’unica maniera per risolverlo è di intervenire a livello culturale in modo da garantire una continuità della cultura di queste persone pur modificando la pratica dell’infibulazione, abolendola, sostituendola con un’altra pratica.  Ad esempio, avviene soprattutto nel Ghana, si fa una festa simbolica in cui si simboleggia la mutilazione genitale senza eseguirla realmente».

   Il secondo aspetto, è l’arrivo in Italia di bambine, per esempio somale infibulate e adottate da famiglie italiane, soprattutto a seguito dell’operazione “Restore Hope“. All’epoca avevano grossi problemi con la prima mestruazione. Le bambine non ricordavano di essere state infibulate. E i genitori adottivi hanno fatto mille giri prima di arrivare a capire che si trattava di un effetto collaterale dovuto all’ostruzione di cheloidi, di cicatrici. All’inizio è stato vissuto in modo traumatico.

   I genitori italiani non sapevano neanche dell’esistenza dell’infibulazione. In alcuni casi questo trauma è perdurato perché si è trattato di situazioni con necessità di intervento chirurgico per deinfibulare, eliminare queste forme di cicatrizzazioni e ricostruire con la chirurgia plastica tenendo conto anche dell’età perché se c’è un’ulteriore fase di sviluppo bisogna poi reintervenire.

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Testimonianze (Fonte: Corriere Della Sera)

   Per capire in profondità com’è il retaggio culturale che da millenni c’è dietro la pratica dell’infibulazione, riportiamo la testimonianza di una donna somala. Fatima oggi è cittadina italiana, sposata nel nostro Paese.

Confessa il trauma interno vissuto al momento del matrimonio: «Quando mi sono sposata non mi piaceva fare l’amore, non è che sono insensibile ma avevo paura, paura di provare dolore. È logico, se sono tutta chiusa come può avvenire la penetrazione? Quando arrivai in Italia le ragazze della mia età si divertivano, per loro avere rapporti sessuali non era una preoccupazione ma un piacere, mentre io li vivevo come un incubo. Quando domandavo alle ragazze somale sposate: “Come è andata con tuo marito?”, loro mi rispondevano: “È andata male, molto male, abbiamo sofferto tanto, abbiamo provato dolore dappertutto fino alla testa, mamma mia quanto abbiamo sofferto!”. Ecco perché io non volevo avere rapporti sessuali. Ed è allora che mi sono domandata: perché mi sono fatta infibulare?” Se non fossi infibulata tutto sarebbe stato più facile, il sesso, il parto, avere figli non sarebbe stato un problema». Dopo il matrimonio Fatima ha subito due interventi per farsi deinfibulare, ora gode di un’attività sessuale soddisfacente, vuole avere figli ma giura che mai e poi mai farebbe infibulare la propria figlia.

   «A 10 anni volevo operarmi come tutte le mie amiche. Mia madre non voleva che venissi infibulata, lei aveva sofferto tanto, ma a all’età di dieci anni io non capivo. Ogni giorno piangevo, mi rifiutavo di mangiare, mi ero barricata in casa, non volevo più parlare con nessuno, urlavo in continuazione: -Ti prego mamma fammela fare, voglio essere come tutte le altre mie amiche-. Mi sentivo male quando stavo in mezzo alle mie compagne di gioco. Mi prendevano in giro e mi insultavano: -Sei grande, hai dieci anni e non hai ancora fatto l’infibulazione. Tu non sei una musulmana, sei una cristiana. Sei una puttana. Sei tutta aperta, bisogna chiudere. Una ragazza per bene deve essere infibulata-. Ero disperata perché ero diversa dalle mie amiche che sghignazzando mi provocavano: -Se non sei una puttana, facci vedere che sei cucita, ma se sei aperta vuol dire che sei una puttana-».

Modi e forme delle violazioni (Fonte: Corriere Della Sera)

   Il primo rapporto sull’ infibulazione in Italia ha esaminato il caso di 147 donne di cui 27 ha subito l’infibulazione, che è l’escissione di parte o di tutti i genitali esterni e il restringimento dell’apertura vaginale, 34 è stata sottoposta all’escissione del clitoride con asportazione parziale o totale delle piccole labbra, mentre su 86 è stata praticata l’escissione del prepuzio con asportazione parziale o totale della clitoride.   Sono queste, secondo la classificazione mondiale della sanità, le tre forme più diffuse di mutilazione sessuale genitale a cui sono state sottoposte 130 milioni di donne in tutto il mondo, mentre si calcola che ogni anno due milioni di donne subiscono questa pratica.

   In Italia la Costituzione vieta espressamente qualsiasi violazione all’integrità corporea della persona ma non esiste ancora uno specifico reato contro l’infibulazione.

Una cultura da cambiare

Con il pretesto di conservare la verginità, richiesta dai mariti, e ridurre le pulsioni sessuali, queste bambine subiscono l’asportazione totale dei genitali esterni.

   Al momento della “cerimonia” le ragazzine più grandi non devono gridare: sarebbe una prova negativa, farebbero vergognare i loro genitori.”Se piangi non sei degna di tuo padre”, cantano le donne del villaggio.  All’uscita le piccole trovano i tam tam ad accoglierle: è una festa. “Se non sei escissa non hai amici, non hai diritto a farti corteggiare da nessun ragazzo, non puoi comportarti da donna”.

   Sette giorni per rimarginare la ferita, altrimenti si va in ospedale. Se si sopravvive in quella stanzetta buia, lontane da casa, spesso lontane dai genitori, dopo essere state tagliate con un coltellino arrugginito senza nessuna anestesia.

   E così si continua, 100, 130 milioni nel mondo denuncia l’Oms, ogni anno due milioni in più, in Africa, ma anche in Europa, negli Stati Uniti, ovunque. Anche se ogni tanto arriva qualche notizia confortante: qualche giorno fa in Guinea, a Koroussa, cinquecento chilometri a est della capitale Conakry, decine di mutilatrici hanno abbandonato il loro ferro del mestiere in una cerimonia simbolica.

   2 milioni di bambine fra i 4 e 12 anni vengono mutilate ogni anno. Per rimanere pure! La donna più anziana del villaggio porta una bambina piccola nella boscaglia. Ha solo sette anni. L’anziana donna mutila le parti intime della piccola con un coltello sporco e arrugginito. La bimba cerca di difendersi, le sue grida arrivano sino al villaggio, ma la sua condanna è già stata eseguita. L’anziana le dice di stare zitta, perché ora è pura. Così potrà andare in sposa all’uomo che la comprerà. La bimba torna a casa coprendosi gli occhi, soffrendo per il dolore e l’umiliazione. Ha subito la violenza dell’antica tradizione!

   Questa storia è realmente accaduta e accade ancora nei centri rurali di molti paesi dell’Africa sub sahariana. Le bambine più fortunate possono andare in ospedale a subire questa vergognosa mutilazione. Lì, almeno, c’è assistenza medica e un posto igienicamente controllato.

   Ma per bambine povere queste mutilazioni spesso finiscono in tragedia. Queste piccole, oltre alla paura e al dolore violento, subiscono conseguenze che possono essere anche gravissime come le emorragie prolungate, la setticemia, il tetano, la sterilità. Spesso muoiono. Una barbarie spaventosa che va combattuta.

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INDIA, L’ABORTO SELETTIVO FA STRAGE DI BAMBINE

di Marco Respinti, tratto da La Bussola Quotidiana del 4 aprile 2011

– In India la piaga dell’aborto selettivo continua a decimare la popolazione femminile. Si abortiscono infatti costantemente più femmine che maschi –

   Lo dimostrano le cifre raccolte nel censimento ufficiale per l’anno 2011 (il quinto dal 1872), pubblicato il 31 marzo (i dati presentati sono aggiornati alla mezzanotte del 1° ottobre 2010). E questo nel quadro complessivo di un declino demografico costante e senza precedenti per il subcontinente indiano.

   La popolazione femminile del Paese, infatti, è in assoluto più bassa rispetto a quella maschile, e questo per effetto di lungo termine proprio dell’aborto selettivo; e se pure oggi, in generale, lo scarto fra i due sessi è di 940 femmine per ogni 1000 maschi – aumentato cioè dalle 933 per mille del 2001 – un più attento esame delle statistiche rivela che nella fascia di età compresa fra 0 e 6 anni – quella cioè dove più facilmente si registra l’incidenza dell’aborto selettivo – lo scarto scende mediamente dalle 927 femmine del 2001 alle attuali 914. Il giornale economico più autorevole del modo, The Wall Street Journal, parla senza mezzi termini di «feticidio femminile», esito dell’«opera di gruppi che lavorano nel sociale», di gruppi particolari…

   Nel complesso, l’India resta oggi il secondo Paese più popoloso del mondo: i suoi abitanti, 1,21 miliardi di persone, rappresentano il 17, 5% della popolazione mondiale. Nello scorso decennio il Paese è aumentato di 181 milioni di persone, facendo registrare un aumento proporzionale lievemente inferiore a quello del Brasile, ma totalizzando alla fine una popolazione equivalente a cinque volte quella del Canada o, praticamente, a quelle di Stati Uniti, Indonesia, Brasile, Bangladesh, Pakistan e Giappone messe assieme (il solo Stato dell’Uttar Pradesh ha più abitanti di tutto il Brasile, e la popolazione dell’Uttar Pradesh assieme a quella dello Stato del Maharashtra è maggiore di quella statunitense).

   Nonostante queste cifre enormi, il gigante indiano sta però lentamente rimpicciolendo: il suo tasso di crescita declina anno dopo anno da decenni e quest’anno fa registrare addirittura la percentuale di aumento relativo più bassa – +3, 90 % – dall’anno in cui il Paese ottenne l’indipendenza dal Regno Unito, nel 1947.

   Curiosa del resto una notazione del censimento, che, riportando il numero totale dei maschi indiani oggi, 623,7 milioni, e quello delle femmine, 586,5 milioni, tiene a precisare che il conto dei «maschi comprende sia i “maschi” sia gli “altri”»… (niente “altre”…)

   Il nuovo censimento indiano ufficializza insomma un trend più che noto da tempo, e del resto già opportunamente denunciato: il “gendercidio” (o “genericidio”?), vale a dire la soppressione sistematica delle persone appartenenti a uno dei due sessi, in questo caso quello femminile, in questo caso per precisa strategia abortiva.

   L’espressione è stata coniata e resa celebre nel 1975 dalla saggista statunitense Mary Anne Warren (1946-2010), femminista e filoabortista, con il libro Gendercide: The Implications of Sex Selection (Rowman & Littlefield, Lanham [Maryland]) e oramai non è un mistero per nessuno che sia pratica comune in quei Paesi e in quelle culture dove la donna viene per diversi motivi considerata meno importante dell’uomo: perché inadatta ai lavori pesanti o alla guerra, perché da meno dei maschi, addirittura perché più costosa, per esempio in quei contesti sociali dove all’atto del matrimonio la famiglia della sposa è tenuta a una dote particolarmente onerosa.

   L’India, appunto, ma non di meno la Cina, dove il “gendercidio” è una pratica notoria e tradizionale che, nel contesto della politica che impone alle famiglie l’aborto dopo la nascita del primogenito, assume contorni mostruosi.

   Una storia non nuova, appunto. Tra i primi in Italia a lanciare l’allarme fu Giuliano Ferrara ai tempi in cui, era il 2008, lanciò l’idea di una moratoria internazionale sull’aborto, ma lo sdoganamento giunse quando nella questione entrò prepotentemente The Economist – certo «non […] un bollettino umanitario», lo definì allora Il Foglio – che l’anno scorso, il 4 marzo 2010, decise di squarciare il muro di omertà su una piaga enorme sbattendo tutto opportunamente in copertina e gridando che è di almeno 100 milioni il numero delle bambine mancanti all’appello del mondo per via dell’aborto selettivo praticato in Cina e appunto o in India.

   Insomma, quegli strumenti ecografici che hanno sconvolto la vita al più grande abortista del mondo, il medico statunitense Bernard N. Nathanson (1926-2011), facendogli mutare radicalmente indirizzo, sono gli stessi oggi utilizzati dagli indiani per scegliersi il figlio adatto sopprimendo le femmine. In India c’è un legge del 1994 – la Prenatal Diagnostic Techniques (Prohibitaion of Sex Selection) Act – che vieta il “gendercidio”: adesso sono le stesse autorità governative a denunciarne al mondo la sconfitta.

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DONNE E RICONOSCIMENTO SOCIALE

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UNA DONNA DI 44 ANNI GUIDERÀ LA THAILANDIA

Stravince Yingluck, sorella del miliardario Thaksin fuggito dal Paese nel 2006

di Alessandro Ursic, da “la Stampa” del 4/7/2011

BANGKOK – È la rivincita della volontà popolare sulle armi e dell’ex premier Thaksin Shinawatra, a cinque anni dal colpo di Stato che lo estromise dal potere. Ma pur scegliendo di tornare al passato, nelle elezioni forse più sentite della sua storia la Thailandia ha deciso di dare fiducia a un volto nuovo: quello di Yingluck Shinawatra, sorella minore di Thaksin e ora destinata a diventare la prima capo di governo donna nella storia del Paese. La vittoria del Puea Thai di Yingluck era nell’aria alla vigilia, ma non con queste proporzioni: il partito ha conquistato 262 seggi sui 500 disponibili, lasciandone solo 160 ai Democratici del premier uscente Abhisit Vejjajiva. Andrà con ogni probabilità a formare un governo di coalizione con altri due partiti minori, portando la maggioranza in Parlamento a una più comoda quota di 290 seggi. «Il popolo mi ha dato una possibilità. Io farò del mio meglio e lavorerò per l’unità e la riconciliazione», ha detto la futura premier, visibilmente emozionata, nella sua prima conferenza stampa da vincitrice, all’interno di una sede di partito gremita dai sostenitori in festa.
La fulminea ascesa di Yingluck, 44 anni, è la variabile nuova nell’estrema polarizzazione politica in Thailandia – dove Thaksin si ama o si odia – degli ultimi anni. Due mesi fa, questa manager dal sorriso contagioso era virtualmente sconosciuta e completamente a digiuno di politica; lavoro, marito e il figlio erano il suo mondo. Con Thaksin in autoesilio e le sue «camicie rosse» decimate dagli arresti dopo la repressione  militare delle proteste di Bangkok un anno fa, all’opposizione mancava un volto attorno a cui riunirsi in vista delle elezioni. Finché lui ha tirato fuori dal cilindro la sorella, definendola «il mio clone». Entrata in punta di piedi in un panorama politico dominato da stagionati baroni locali, in campagna elettorale Yingluck non ha sbagliato un colpo: a suo agio tra le classi medio-basse fedeli al fratello, ha cementato la base puntando sull’ovvio vantaggio del marchio di famiglia. Ma ha saputo andare oltre, facendo suonare convincenti parole di riappacificazione che pronunciate dal rivale Abhisit – salito al potere grazie all’appoggio dei militari, a spese del governo di un cognato di Thaksin – sapevano di presa in giro. Ma Yingluck ha soprattutto fatto centro con una serie di promesse populistiche – un aumento del 40 per cento delle retribuzioni minime, costi dei carburanti calmierati e prezzi del riso garantiti, persino iPad gratis in tutte le scuole – che ora non sarà facile mettere in pratica.
L’ampia vittoria alle urne spazza i timori sulla stabilità del dopo voto. Un esito in bilico avrebbe ampliato la possibilità per le forze armate di esercitare la loro influenza: un nuovo colpo di Stato, dopo una tale batosta per un Abhisit che dai 91 morti e 1800 feriti dell’anno scorso i «rossi» considerano un assassino, scatenerebbe la guerra civile. Ma nelle prossime settimane l’apparato giudiziario – che nel 2008 sciolse due governi filo-Thaksin, uno dei quali per frode elettorale – potrebbe di nuovo intorbidire il clima. Il campo nazionalista tiene da settimane in caldo un’accusa di falsa testimonianza in un processo contro il fratello, condannato in contumacia a due anni per corruzione e considerato dall’élite una minaccia alla monarchia. Se la sorella premesse con la proposta di un’amnistia, sarebbe una sicura ricetta di nuove tensioni. Al momento, dall’alto del suo trionfo, Thaksin però sembra intenzionato a rimandare: «Tornerò quando sarà il momento», ha detto ieri.
Per il «popolo di Thaksin» – dai contadini del Nord-Est fino ai milioni di lavoratori a basso reddito che fanno andare avanti Bangkok e le periferie – intanto è il momento di festeggiare. Politicamente passivo prima dell’ascesa di Thaksin, solo un anno fa chiedeva elezioni anticipate in piazza nella capitale, ma fu infine scacciato dall’esercito. Ora ha ritrovato l’entusiasmo dietro la donna che promette di riprendere il filo spezzato dal golpe di cinque anni fa.

Yingluck Shinawatra

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QUOTE ROSA, DALLA CAMERA IL SÌ DEFINITIVO

da “il Corriere della Sera.it” del 28/6/2011

Dal 2012 un quinto di donne in tutti i Cda delle aziende quotate in Borsa o a partecipazione pubblica

MILANO – L’Aula della Camera ha dato il via libera definitivo alla legge che introduce le quote rosa nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in Borsa e delle società a partecipazione pubblica. In base a questa legge, approvata in modo bipartisan con 438 sì, 27 no e 64 astenuti, i Cda dovranno essere composti da un quinto di donne a partire dal 2012 (20% nel primo mandato) e da un terzo dal 2015 (il 33,3% nel secondo mandato). Le nuove regole entreranno quindi a pieno regime nel triennio del mandato 2015-2018.

RADICALI ASTENUTI – Sul testo si sono astenuti i radicali ma anche diversi deputati, tra cui donne prevalentemente della maggioranza. «Dico no a un testo che da donna reputerei irrispettoso e da cittadino considero illiberale», sostiene Andrea Orsini del Pdl, mentre per il collega di gruppo Fabio Garagnani «la legge è contraria al rispetto del diritto civile e delle istituzioni». Di «legge illiberale» parla Emerenzio Barbieri, anche lui del Pdl, mentre Alessandra Mussolini invita il Parlamento, dopo l’approvazione della legge sulle quote rosa nel mondo dell’impresa, a dare «l’esempio: bilanciamo la composizione per sesso anche dell’ufficio di presidenza e del collegio dei questori della Camera», ha proposto. Anche da sinistra è arrivata una critica alla legge. «Non c’è niente di peggio delle quote: lo dico io abituata ad essere una quota per definizione», sostiene Ileana Argentin del Pd, che è donna e disabile. «Vorrei che le donne arrivassero ai vertici per quello che valgono, non perchè rientrano in quote».

LE NUOVE NORME – Ecco in sintesi i punti salienti del testo normativo.

-I consigli di amministrazione e gli organi di controllo delle società quotate e delle controllate pubbliche non quotate dovranno essere composti da un quinto di donne a partire dal 2012 e da un terzo dal 2015.
– In caso di inadempienza ci sarà una diffida da parte della Consob a reintegrare il cda o i collegi entro quattro mesi; in caso di ulteriore inadempienza scatteranno un’ulteriore diffida di tre mesi e le sanzioni pecuniarie: da 100 mila a 1 milione di euro per i cda e da 20 mila a 200 mila
per i collegi sindacali. Qualora le società non si dovessero adeguare entro i sette mesi concessi dalle due diffide scatterà la decadenza del consiglio d’amministrazione o degli organi di controllo.
– La legge entrerà in vigore dopo un anno esatto dalla pubblicazione del testo sulla Gazzetta Ufficiale.

(con fonte Ansa) 28 giugno 2011

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