L’EUROPA a un bivio: o sparire o consolidarsi – L’ATTACCO FINANZIARIO SPECULATIVO ALL’ITALIA è il tassello finale della sopravvivenza dell’EURO e del progetto, oramai non più rinviabile, di creazione degli STATI UNITI D’EUROPA

Ministri dell'Economia e delle Finanze dell’Eurozona (e se ce ne fosse uno unico?) - Affrontare la crisi del debito greco ed evitare che contagi altri Paesi. E’ l’imperativo dei ministri delle finanze dell’Eurozona, che si sono riuniti l’11 luglio a Bruxelles. Se la stessa sorte di Atene toccasse all’Italia o alla Spagna ciò segnerebbe la fine dell’euro

   Se leggete con una certa attenzione il primo articolo di questo blog, di Maurizio Ricci, avete un’analisi di come la tempesta finanziaria negativa che ha colpito l’Italia negli ultimi giorni (attenuatasi il 12 luglio, martedì), è data non solo dai famigerati hedge funds (sono fondi speculativi di provenienza straniera che hanno l’obiettivo di produrre rendimenti costanti nel tempo attraverso però investimenti singolarmente ad alto rischio, ma con possibilità di ritorni molto fruttuosi), ebbene oltre che volontà e colpa degli hedge funds stranieri, sono state anche le banche italiane a “mollare”, vendere, i buoni del tesoro (btp) italiani, che sono alla base del debito pubblico “necessario” a tenere in piedi il “sistema stato” (e che non si riesce a ridurre).

   Ma che c’entra un tentativo di interpretare la crisi finanziaria (non solo italiana, europea) del momento, in un blog geografico?

   C’entra eccome; nel senso che sembra da tutti condiviso che la sopravvivenza dell’euro, e con esso del PROGETTO EUROPEO, dei futuri auspicati “STATI UNITI D’EUROPA” (purtroppo al di là da concretizzarsi) passa per questo momento, questi giorni così delicati. E da come se ne uscirà si capirà se dobbiamo pensare alla fine (non solo geografica) dell’Europa; o all’inizio (come auspichiamo) di un’unità europea in grado di far sì che il “continente Europa” sia autorevole e ascoltato, nei nuovi scenari mondiali, per gli aspetti positivi che indubbiamente esso ha saputo elaborare nei secoli (nei vari campi della cultura, delle scienze, della giurisdizione, dell’urbanistica…).

   Ma quel che appare più singolare, in questi giorni di alta crisi nel progetto europeo (con la possibile fine della moneta comune, dell’EURO), è che la situazione di collasso della Grecia, e di grave difficoltà di Portogallo, Irlanda e Spagna, sono sì cose gravi per tutta l’Europa. Ma intollerabile è che vada in crisi totale finanziaria l’Italia, paese tra i grandi fondatori (con Germania e Francia) dell’Unione Europea.

   L’economista e analista finanziario internazionale Edward Altman, in un articolo al giornale inglese Financial Times, lo aveva previsto già un mese fa: “La battaglia finale per la sopravvivenza dell`euro sarà combattuta non in Spagna, ma sulle spiagge pittoresche e fra le cattedrali d`Italia”. Forse è per questo che la speculazione finanziaria ha atteso così a lungo (colpendo prima Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna, e le loro economie deboli e parassitarie), prima di attaccare l`Italia; per dare il colpo finale all’Europa.

la borsa di Milano l'11 luglio scorso

   Su tutto pesa l’atteggiamento troppo ambiguo della Germania, paese di fatto leader in Europa, portato a una politica di estraniamento (ma gli investimenti finanziari tedeschi sono concentrati nell’area europea; cioè se sparisce l’Europa anche la Germania si ridiscuterà al suo interno…), e dall’altra con la necessità, appunto per salvare sè stessa, di esercitare fattivamente quel ruolo “unitario”, di leader, di coordinamento che molto spesso mostra riluttanza ad esercitare (insomma, la Germania dovrà credere di più nell’Europa unita).

   E allora nei momenti di grande emergenza europea, come è più che mai questo, con il forte attacco speculativo portato a un’Italia in crisi (nella politica, nell’economia, nella separatezza sociale nord-sud…) o si decide in un verso o in un altro. E per salvare l’euro e l’Europa non c’è più la possibilità di ambiguità: servirà un vero governo unitario europeo, un unico ministro della finanze, un delegare all’ “Europa unita” molti poteri che, in un contesto federale, spettano all’autorità più “in alto” (pensiamo a un’unica politica economica ed estera, a un unico sistema fiscale, a un unico esercito in grado di intervenire in contesti dove violenze si fanno verso popolazioni…).

   E su tutto primeggia il problema dello sviluppo, dell’economia. Da questo blog abbiamo ad esempio sottolineato varie volte in questi mesi come le rivoluzioni giovanili nei paesi arabi del nord Africa e del Medio Oriente potessero essere (e sono tuttora) un possibile volano di sviluppo anche europeo; attraverso la collaborazione tra i paesi dell’Europa e quei paesi che mostrano di credere nella possibilità di avere un “normale” benessere con regole giuridiche democratiche. Una collaborazione tra nord e sud del Mediterraneo, economica, di sviluppo fatto in modo equo (e non di rapina nell’uno sull’altro), di known how (formazione lavorativa, tecnica, sociale, medica…) e risorse (energetiche rinnovabili, alimentari, informatiche, di nuove tecnologie…) fatte fruttare al meglio in reciproca collaborazione… E su tutto noi crediamo sia necessario una RICONVERSIONE ECOLOGICA DELL’ECONOMIA, che veda come priorità la conservazione dell’ambiente e che fa ricchezza rispettando la salute delle persone e le risorse naturali.

   Per dire che se l’Europa vuole integrarsi al meglio, oltre al necessario governo unitario con veri poteri oltre i singoli stati, dovrà prevedere processi di sviluppo economico e culturale in grado di mettere in moto una vera grande “novità”, una spinta propulsiva (che ora, pur visibile nelle possibilità, non si vuol ancora attuare, negli egoismi nazionali).

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LA BATTAGLIA DELL’EURO

di Maurizio Ricci, da “la Repubblica” del 12/7/2011

   Adesso la battaglia dell`euro inizia davvero. Edward Altman, analista a Classis Capital, lo aveva previsto già un mese fa: «La battaglia finale per la sopravvivenza dell`euro sarà combattuta, non in Spagna, ma sulle spiagge pittoresche e fra le cattedrali d`Italia». Se molti pensano che una bancarotta della Grecia possa essere alla fine assorbita, questo non vale per l`Italia.    L’economia più grande dell`area euro, dopo Germania e Francia, è troppo grossa per essere lasciata fallire, secondo la formula in uso dalla crisi americana del 2008. Ma è anche troppo grande per essere salvata.

   Il debito pubblico greco ammonta a 350 miliardi, quello italiano a 1.600 miliardi. La Grecia paga, in interessi su questo debito, il 6,7% del suo prodotto interno lordo, ma l`Italia il 4,8, più anche del Portogallo.  Nella comunità finanziaria, c`è già chi, come Michael Riddell di M&G Investments, guarda al di là della battaglia e pronostica «una carneficina». In realtà, è un risultato tutt`altro che scontato. Lo stesso Altman sottolinea che «l`esito della battaglia non è chiaro».

   Nonostante l`alto debito e il peso degli interessi, i fondamentali dell`economia italiana, aldilà delle incertezze politiche, restano migliori di quelli degli altri Paesi europei in crisi. Al netto degli interessi, al contrario della Grecia, il bilancio è in pareggio, due terzi del debito pubblico sono nelle mani di banche e privati italiani, esiste una vasta base industriale da rilanciare con le esportazioni.

   Sull`altro piatto della bilancia, c`è una crescita economica anemica: poiché, se il Pil aumenta, ogni anno, meno degli interessi, il rapporto debito /Pil aumenta, anziché diminuire, ai ritmi attuali di crescita economica la sua riduzione è una chimera: Barclays Capital proietta un rapporto debito/Pil uguale all`attuale 120% ancora nel 2050.

   Questa doppia lettura della situazione italiana spiega perché la speculazione finanziaria abbia atteso così a lungo, prima di attaccare l`Italia. Per la finanza d`assalto, un crollo dell`euro e l`isterica volatilità che ne deriverebbe rappresentano una succosa opportunità. Ma, proprio perché c`è in ballo l`euro, l`Europa si impegnerebbe a difenderlo e gli Stati Uniti si schiererebbero al suo fianco: un`analisi dei dati, compiuta da M&G, mostra che le banche europee che hanno sottoscritto il debito italiano, si sono assicurate contro un default, comprando Cds (credit default swaps) soprattutto da banche americane. In caso di bancarotta italiana, le banche americane dovrebbero sborsare fiumi di denaro.

   Tutto questo, peraltro, era largamente noto. Cosa è cambiato, allora, all`inizio di giugno, per convincere gli hedge funds americani ad intervenire massicciamente sul debito pubblico italiano? Secondo il Financial Times, da circa un mese gli hedge funds hanno cominciato a scommettere pesantemente contro il debito italiano, piazzando cospicue vendite allo scoperto di Btp.

   Dietro questa strategia non c`è un deterioramento specifico della finanza pubblica italiana. In larga misura, l`occasione – accanto alle incertezze sulla manovra del governo – sarebbe data dal diverso atteggiamento delle banche italiane verso il debito pubblico nazionale. A lungo, spiegano gli analisti di Citigroup, hanno fatto incetta di Btp, finanziandosi presso la Banca centrale europea.

   La differenza fra interessi pagati e percepiti assicurava buoni profitti. Secondo alcune stime, le banche italiane sarebbero arrivate a detenere Btp fino al 150% del loro capitale più riserve. Negli ultimi mesi questa strategia sarebbe diventata, però, via via meno proficua, mentre contemporaneamente, si acuivano i problemi di finanziamento delle stesse banche, visto che il suo costo tende a seguire quello del debito pubblico.

   Questo, sottolineano a Citigroup, non significa che le banche italiane stiano vendendo Btp. Ne comprano tuttavia meno, scaricando sui riluttanti investitori stranieri il compito di colmare il divario che si crea, al momento dell`offerta di titoli pubblici. La speculazione si sarebbe lanciata sull`aspettativa dì questo calo di domanda, raddoppiando l`offensiva con l`attacco in Borsa sulle banche stesse.

   E adesso? Dopo il collasso di ieri, il rendimento sui Btp decennali risulta schizzato dal 4,62 al 5,68% nel giro di sole cinque settimane, E, nel mondo della finanza, si punta il dito su una sorta di regola del 7%. Gary Jenkins di Evolution Securities la spiega così: nel caso di Grecia, Irlanda e Portogallo, quando i rendimenti hanno superato il 7%, il passo successivo è stato il salvataggio. L`avvicinamento a questa soglia, aggiunge Jenkins, è sempre più rapido. In media, quei tre paesi sono rimasti soprail 5,5% per 43 giorni di contrattazioni, prima di sfondare quota 6. Per 24 giorni sopra il 6% prima di arrivare al 6,50. E dopo 15 giorni hanno sfondato il 7 per cento.

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APPELLO

 GIORNATA GLOBALE FTT- ZEROZEROCINQUE

   La finanza speculativa sposta montagne di soldi. Non costruisce nemmeno una vite, ma 24 ore su 24 cerca solo il massimo profitto. Il valore degli scambi di “titoli” è immenso, rispetto a quello dell’economia che “fa le cose”. Per fare solo un esempio, pensiamo alle valute: nell’economia reale si scambiano 15.000 miliardi di dollari all’anno, nel mondo finanziario 4.000 al giorno!
Noi cittadini stiamo pagando un prezzo altissimo per la crisi. Il nostro denaro è stato investito in un “casinò finanziario” per la ricchezza di pochi. E mentre sono stati usati soldi pubblici per tappare le falle create proprio dall’irresponsabilità degli speculatori, la speculazione finanziaria è già ripartita. Intanto noi stiamo ancora aspettando leggi sulla finanza per evitare una nuova crisi.
FINALMENTE UNA TASSA SULLE SPECULAZIONI
La tassa – pari allo 0,05% sul valore di ogni transazione sui mercati finanziari – è di importo molto contenuto. Piccolissima – il costo di un caffè su 2.000 euro di titoli – per chi investe sui mercati in un’ottica sana di medio-lungo periodo e a sostegno dell’economia reale (i risparmiatori o chi ha
un’azienda). Giusta perché in grado di arginare gli eccessi di chi acquista e vende titoli migliaia di volte in un solo giorno, anche nell’arco di pochi
secondi, per guadagnare sulle piccole oscillazioni del loro valore.
VANTAGGI
Frena la speculazione. Può generare 200 miliardi di euro nella sola Europa e di 650 miliardi di dollari all’anno su scala globale, da destinare alle politiche sociali, alla cooperazione allo sviluppo, alla lotta contro i cambiamenti climatici, ai settori danneggiati dalla crisi. Ma c’è altro:

1. maggiore giustizia: oggi chi specula paga meno tasse di chi lavora;
2. redistribuzione delle ricchezze: pagano la crisi i grandi speculatori che l’hanno provocata, risarcendo almeno in parte tutti i cittadini;
3. controllo: la politica – cioè noi cittadini – torna a regolare la finanza.
4. investire nell’economia reale: si liberano le risorse utilizzate a fini speculativi, per fare “cose” o “servizi”;
5. trasparenza: i flussi finanziari lasciano una traccia (tracciabilità) dei loro movimenti, consentendo così controlli in entrata e in uscita dai Paesi. Francia, Spagna e Germania, si sono già impegnati in questa direzione. Se si aggiungesse l’Italia, la TTF potrebbe essere adottata nell’area euro in tempi brevi. I vantaggi sarebbero sentiti soprattutto dalle nostre piccole e medie imprese: minore rischio di speculazioni sulle valute per chi esporta; il costo del petrolio e delle materie prime sarebbe più stabile e prevedibile; diminuirebbero le possibilità di attacchi speculativi sui Titoli di Stato a tutela dei piccoli risparmiatori e molto altro.
La lezione l’abbiamo imparata a nostre spese! Mai più finanza selvaggia a danno dei risparmiatori!

FIRMA QUESTO APPELLO!

La Campagna Zerozerocinque (www.zerozerocinque.it ) fa parte di un’ampia coalizione internazionale; in Italia è promossa da tante organizzazioni della società civile: Acli, ActionAid Italia, Adiconsum, Adiconsum Basilicata, Arci, Attac, Azione Cattolica, Banca Popolare Etica, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Cgil, CINI – Coordinamento Italiano Network Internazionali, Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare, Cisl, Cittadinanzattiva, Consorzio Città dell’Altra Economia, Consorzio Sociale Goel, CVX Italia, Economia Alternativa, Equociquà, Fair, Fiba Cisl, FOCSIV – Volontari nel mondo, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Gcap – Coalizione Italiana Contro la Povertà, Legambiente, Lega Missionaria Studenti, Libertà e Giustizia, Lunaria, Microdanisma, Mani Tese, Mag Verona, Oxfam Italia, Reorient, Save the Children, Sbilanciamoci, Social Watch Italia, Un ponte per, Volontari Terzo Mondo – Magis, Wwf Italia.

LEGGETE E, SE CONDIVIDETE, FIRMATE: http://www.zerozerocinque.it/

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È LA DEBOLEZZA DELLA POLITICA CHE MINACCIA L’EURO

di Angelo Baglioni e Umberto Cherubini, da http://www.lavoce.info/ del 12.07.2011

   Quella a cui stiamo assistendo da venerdì scorso sui mercati finanziari è una crisi di fiducia nella governance politica dell’Italia, ma anche dell’Europa. Il vertice dell’Eurogruppo di lunedì non ha raggiunto alcun vero risultato.

   Il coinvolgimento del settore privato pesa come un macigno sulla trattativa relativa al piano di assistenza finanziaria alla Grecia. Con proposte di soluzione diverse tra il piano tedesco, quello francese e l’ipotesi del buyback. E così l’euro rischia sempre di più. I fondamentali economici italiani sono critici, ma non tali da far pensare a un fallimento del paese.

ITALIA: IL CONTAGIO È DOVUTO ALLA POLITICA

Ricordiamoci che l’Italia è riuscita a ridurre il rapporto debito/Pil di dieci punti percentuali (dal 114 al 104 per cento) tra il 1999 e il 2004. Prima della crisi internazionale, nel 2007, avevamo un avanzo primario (al netto degli interessi) pari a oltre il 3 per cento del Pil e un deficit complessivo pari a solo l’1,5 per cento del Pil.

   I mercati finanziari non sono scettici verso le capacità della nostra economia di ritornare su un sentiero di sostenibilità della finanza pubblica. Piuttosto, sono preoccupati dalla confusione che regna intorno alla manovra economica e dall’indebolimento del ministro dell’Economia; non a caso, la tempesta è cominciata quando hanno cominciato a circolare ipotesi sulle sue dimissioni. Benché il ministro non sia esente da critiche, bisogna riconoscere che, con questo governo, rappresenta l’unica garanzia per i mercati finanziari internazionali.
Quello che i mercati chiedono è che vi sia un quadro politico stabile, in grado di sostenere una strategia di lungo periodo che riporti il paese su un sentiero di crescita più elevato e mantenga sotto controllo i saldi di finanza pubblica, senza la pretesa di correzioni drastiche e immediate.    Quello che spaventa i mercati, però, non è solo la pochezza dei politici nostrani. È anche la debolezza della governance europea. Come abbiamo già sottolineato, le istituzioni europee non sono state in grado, in un anno e mezzo, di gestire efficacemente un problema, quello della Grecia, il cui debito rappresenta solo il 3,6 per cento del Pil della zona euro.

   Cosa succederebbe se l’Italia, il cui debito pubblico è pari a cinque volte quello greco, si trovasse in difficoltà nell’accedere ai mercati finanziari e dovesse rivolgersi ai partner europei per chiedere aiuto? È un’ipotesi che giustamente terrorizza gli operatori finanziari, ed è inutile fare calcoli sulla dimensione dell’attuale Efsf e del futuro Esm: la politica europea non sarebbe in grado di gestire il problema. Il cancelliere tedesco ha già dato un primo segnale, avvertendo il nostro governo di non fare scherzi con la manovra di finanza pubblica; come dire: dovete contare su voi stessi.

GRECIA: ANCORA IN ATTESA DI UNA SOLUZIONE

Il vertice dell’Eurogruppo di lunedì non ha raggiunto alcuna conclusione. Unico passo avanti è la disponibilità a una maggiore flessibilità nel modo di operare del fondo europeo di stabilità finanziaria Efsf, che si potrebbe tradurre nella facoltà di acquistare titoli del debito pubblico europeo sul mercato secondario.  È un passaggio auspicato da più parti, noi compresi.

   Restano sul tappeto la definizione dei dettagli relativi al secondo pacchetto di aiuti alla Grecia e le diverse ipotesi di coinvolgimento del settore privato. Quest’ultimo pesa come un macigno sulla trattativa relativa al piano di assistenza finanziaria. Cerchiamo di capire perché, esaminando le diverse alternative.

PIANO TEDESCO

Il governo tedesco ha insistito, per venire incontro al suo elettorato, affinché le banche partecipassero ai costi del salvataggio. Il piano tedesco prevedeva che le banche fossero costrette a sostituire i titoli greci detenuti in portafoglio con titoli di scadenza più lunga, rinviando di fatto la restituzione del capitale, e con tassi d’interesse inferiori a quelli di mercato.

   Anche lo statuto del futuro fondo di salvataggio Esm prevede il coinvolgimento dei privati quale requisito per accedere agli aiuti europei. Questo è un grave errore. Se si accetta l’idea del salvataggio, imporre perdite ai creditori privati non fa altro che aumentare il costo del salvataggio stesso. Infatti, anticipando di subire perdite, i creditori non sono disposti ad acquistare nuovi titoli del debito pubblico; di conseguenza, il paese debitore non è in grado di tornare a emettere titoli sul mercato, e così si rende necessario un nuovo piano di aiuti, gonfiando i costi che i paesi partner devono sostenere.

   Quindi, o si rinuncia al salvataggio di un paese, oppure lo si fa fino in fondo: le vie di mezzo non funzionano. Questo è esattamente ciò che sta accadendo per la Grecia, dove un secondo piano di intervento si è reso necessario per l’impossibilità dello Stato greco di accedere ai mercati finanziari a costi ragionevoli.

   Lo stesso sta accadendo per il Portogallo: il downgrading della settimana scorsa è stato dovuto al timore che gli investitori privati non siano disposti a finanziare lo Stato portoghese, a causa della minaccia di coinvolgimento dei privati nelle perdite; ciò costringerà il Portogallo a chiedere un nuovo piano di aiuti che coinvolgerà i privati (la classica profezia che si auto-realizza).

PIANO FRANCESE

L’opposizione della Bc e di alcuni partner europei ha indotto il governo tedesco a più miti consigli, ripiegando sul cosiddetto coinvolgimento “volontario” dei creditori privati. Questa è una evidente contraddizione in termini. È ben difficile che i creditori sopportino volontariamente perdite sui loro titoli.

   E così è nato il piano francese, elaborato dalla federazione bancaria di quel paese. In sostanza, quel piano prevede che le banche creditrici, quando ricevono 100 euro da un titolo greco in scadenza, prestino nuovamente 70 euro allo Stato greco comprando un titolo trentennale.

   Lo Stato greco, tuttavia, potrebbe utilizzarne solo 50 euro, poiché 20 dovrebbe accantonarli in un bond zero coupon (senza cedola) emesso da un emittente AAA. Fra trent’anni, i 20 euro investiti nello zero coupon saranno diventati 70, garantendo così alle banche la restituzione del capitale investito.

   In questo modo le banche rischiano solo il flusso di interessi sul nuovo prestito. Il piano è ingegnoso e ha senz’altro il merito di avere un orizzonte lungo, dando così alla Grecia il tempo per fare le necessarie riforme e un aggiustamento fiscale di ampia portata.

   Sotto questo profilo, le banche dimostrano di essere più lungimiranti dei governi che, l’anno scorso, confezionarono un piano di finanziamenti con un orizzonte limitato a tre anni. D’altra parte il tasso d’interesse proposto (5,5 per cento più il tasso di crescita del Pil greco) è oneroso per la Grecia, ma non molto di più di quello imposto dagli “aiuti” comunitari.

BUYBACK

Nelle trattative tra banche e governi è emersa anche un’altra opzione: il buyback, avanzato dallo Istitute of International Finance (Iif). In realtà, l’idea era già stata ventilata all’inizio di quest’anno ed è stata commentata su lavoce.info.

   Seguendo questa idea, una possibilità è che il fondo di stabilità Efsf presti allo Stato greco i fondi necessari ad acquistare i suoi titoli sul mercato. Sfruttando il basso prezzo al quale i titoli sono scambiati, la Grecia potrebbe ritirare dal mercato 100 euro di debito pagandolo 50 euro, riducendo così lo stock di debito in circolazione. I 50 euro prestati dallo Efsf potrebbero essere remunerati a un tasso molto basso (vicino a quello privo di rischio), purché il fondo sia senior rispetto ai creditori privati: in caso d’insolvenza, deve avere la precedenza nei rimborsi. Le banche che aderissero al buyback dovrebbero contabilizzare una perdita. Tuttavia, potrebbe essere un modo per evitare un default in senso tecnico. (da http://www.lavoce.info/ del 12.07.2011)

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I pessimisti:

SINAI: L’EURO COM’È OGGI TRA UN ANNO NON CI SARÀ PIÙ

di Paolo Mastrolilli, inviato a New York, da “la Stampa” del 12/7/2011

   “Tra un anno l’euro non ci sarà più, o almeno non sarà più come lo conoscevamo. I Paesi più deboli, come Grecia, Portogallo e Irlanda saranno fuori: i prossimi mesi ci diranno se l’Italia e la Spagna riusciranno a restare dentro”. Allen Sinai, presidente della società di consulenza Decision Economics, vede nero. E soprattutto non vede molte vie d’uscita per l’Italia dall’attacco della speculazione: «Non potete varare altre misure di austerità, oltre quelle già in discussione, solo per accontentare i mercati. Dovete solo aspettare e sperare che gli speculatori si fermino, ma io dubito che lo facciano».
Perché quest’attacco proprio ora?
«La situazione economica e finanziaria dell’Eurozona è molto peggiorata, e questo ha fatto aumentare la pressione sul debito italiano. Siete le vittime di una serie di circostanze, che solo in parte dipendono da voi. L’Eurozona si sta indebolendo, l’economia americana continua a deludere, e ora anche la Cina cerca di tirare un po’ il freno. Tutti questi fattori hanno vari impatti negativi, tra cui quello di frenare anche le esportazioni tedesche, che finora avevano tenuto in piedi l’economia della Germania e quindi difeso l’euro. In questo circolo vizioso, i Paesi più deboli della moneta unica vengono colpiti dalla speculazione».
Perché cominciare con l’Italia, che ha il secondo debito pubblico più alto in Europa, ma un deficit sotto la media?
«Perché a questo punto cominciano a esserci delle possibilità, piccole ma non più ignorabili, che Paesi come l’Italia e la Spagna siano costretti a chiedere fondi. Il problema non è solo il debito, che comunque è elevato, ma il rischio economico. Per voi questo rischio è molto alto, e ciò rende nervosi i mercati».
Alcuni analisti sostengono che la speculazione è scattata quando sono emerse le divergenze tra Berlusconi e Tremonti, e quindi la spaccatura nel governo sulle misure di austerità.
«E’ ovvio che in situazioni del genere servirebbero governi coesi, con piani precisi e condivisi, però le tensioni tra Berlusconi e Tremonti sono solo un elemento marginale di questa vicenda. Il problema più importante, purtroppo, è la situazione economica che vi circonda. Dico purtroppo, perché se si trattasse solo della lite tra il premier e il ministro, sarebbe più facile risolvere la crisi. Ma il problema è a monte, credo che la speculazione vi avrebbe colpiti anche senza i contrasti fra Berlusconi e Tremonti».
E ora cosa dobbiamo fare per difenderci?
«Nulla, non c’è molto che potete fare contro queste forze superiori e in gran parte esterne. Le misure di austerità proposte da Tremonti vanno bene, ma non è che adesso ne potete aggiungere altre solo per fare contenti i mercati, anche perché avete un serio problema di crescita. E’ un circolo vizioso. Ogni default significa più pressione sulle banche, e il debito così diventa sempre più oneroso».
L’euro sopravviverà a questa crisi?
«No, almeno nella sua forma attuale, anche perché senza la moneta unica i Paesi più deboli avrebbero potuto seguire la strada della svalutazione e della deflazione. A lungo andare le misure di rigore richieste per rimanere nell’euro non saranno più sostenibili sul piano politico, e quindi i Paesi più in difficoltà ne usciranno».
La moneta unica sparirà?
«Forse no, ma verrà ristretta a pochi paesi virtuosi».
Quali?
«Credo che Grecia, Portogallo e Irlanda usciranno. Nella lista seguono Spagna e Italia, ma voi volete restare dentro e potreste farcela».
Quanto tempo abbiamo?
«Un anno, non di più. Tra un anno sapremo che fine farà l’euro».

2 thoughts on “L’EUROPA a un bivio: o sparire o consolidarsi – L’ATTACCO FINANZIARIO SPECULATIVO ALL’ITALIA è il tassello finale della sopravvivenza dell’EURO e del progetto, oramai non più rinviabile, di creazione degli STATI UNITI D’EUROPA

  1. lucapiccin giovedì 14 luglio 2011 / 19:07

    Io ho firmato… E ringrazio per aver comunicato questa bella iniziativa. La Tobin Tax mi sembrava dell’ordine dell’1% se non erro, probabilmente era chiedere troppo ai potenti dell’Impero…
    Comunque io aspetto il 2013 per vedere che ne sarà della politica agricola e di SVILUPPO RURALE, ad oggi l’unica europea… Vedremo se saranno tagli a destra e a manca o cos’altro.

  2. Francesco Masi lunedì 18 luglio 2011 / 10:56

    Economia mercato senza merci ma solo importazioni di quelle prodotte altrove a costi più bassi, in paesi con scarsi o inesistenti diritti e garanzie per il lavoro;
    automazione spinta delle produzioni industriali;
    abbandono delle produzioni manifatturiere ed agricole autoctone ;
    sistema cosi detto globalizzato della finanza;
    finanza fantasiosa,che vende ciò che non c’è;
    governi inetti e politiche, con politici in perenni rendite di posizione, parolai, inetti e parassitari senza criterio;
    Burocrazie farsesche;

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