FAME E SICCITA’ in SOMALIA e in tutto il CORNO D’AFRICA – la crisi finanziaria ed economica europea ed americana dimentica i “grandi poveri” e le loro tragedie, e non considera una politica di aiuto ad un vero sviluppo del mondo nel suo insieme

da “la Stampa” del 14/7/2011, il Direttore Mario Calabresi: “ADEN SALAAD è un BAMBINO SOMALO di due anni, è malnutrito, ma tre giorni fa ha avuto la fortuna di arrivare vivo, insieme alla mamma, all’ospedale di MEDICI SENZA FRONTIERE messo in piedi nel più grande campo profughi del mondo, a DAAB IN KENYA. Qui si sono rifugiate 400 MILA PERSONE IN FUGA DALLA FAME E DALLA CARESTIA. Abbiamo scelto questo scatto, crudo e sconvolgente, perché in un’Italia concentrata sugli scandali politici, sulle tasse, i ticket e le vacanze, si sappia che NEL CORNO D’AFRICA PER COLPA DELLA SICCITÀ C’È UNO DEI PEGGIORI DISASTRI UMANITARI DELL’ULTIMO MEZZO SECOLO e che oltre DUE MILIONI DI BAMBINI RISCHIANO LA VITA. Per molti di loro anche una bacinella di plastica rotta dove fare il bagno resterà un miraggio” (Mario Calabresi)

   Il Corno d’Africa è sull’orlo del baratro (o forse lo ha oltrepassato da sempre). Mentre in America e in Europa si è (giustamente) preoccupati della crisi finanziaria, del cosiddetto “default” (negli USA, e nel continente europeo in Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna…), cioè dello “Stato che fallisce”, che non riesce a pagare le spese del suo funzionamento, ebbene mentre una buona parte del mondo ricco è concentrato sui suoi problemi di mantenimento di una sostanziale ricchezza (pur con tante contraddizioni) e del suo Welfare (Stato sociale, pur in decadimento), il Corno d’Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea) è interessato da una crisi umanitaria così dura e violenta che ricorda le immagini crude che arrivavano dall’affamato Biafra nel 1968 o dall’Etiopia nel 1972.

   E’ in corso la più grave siccità degli ultimi 60 anni, che sta mettendo in ginocchio la regione orientale africana, già segnata da un’instabilità politica ormai cronica. In particolare è la Somalia nelle condizioni peggiori. In Somalia si sta consumando «una tragedia umanitaria di proporzioni inimmaginabili» ha confermato l’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i Rifugiati, secondo la quale il flusso di sfollati negli ultimi mesi ha raggiunto cifre da esodo biblico: 135 mila dall’inizio del 2011, 54 mila solo nel mese di giugno. Bambini, donne, anziani, uomini in fuga dalle violenze e dalla fame.

  

– immagine dal CAMPO PROFUGHI DI DADAAB, IN KENIA – è stato aperto nel 1998, copre una superficie di 50 CHILOMETRI QUADRATI ed è costituito da TRE SOTTOCAMPI PIÙ PICCOLI, QUELLO DI HAGADERA, DI IFO E DI DAGAHALEY. È gestito dall’Agenzia dell’ONU per i rifugiati (UNHCR) insieme all’organizzazione umanitaria CARE, con l’aiuto di altre associazioni tra cui Medici senza frontiere. Da tempo la capienza massima del campo di Dadaab è stata superata e molti profughi che non trovano spazio all’interno della struttura si accampano fuori dai suoi confini. Negli ultimi giorni la polizia aveva cercato di scoraggiare gli accampamenti abusivi distruggendo alcune delle abitazioni costruite fuori dal perimetro del campo, e la reazione dei rifugiati aveva portato a scontri in cui erano rimaste uccise due persone. – Foto: LA VITA A DADAAB (da http://www.ilpost.it/ ) –

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   L’Africa sta vivendo situazioni che potremmo chiamare “variegate”: possibilità di sviluppo positivo in alcune aree, rivoluzioni “democratiche” come quelle della sua parte nord, fame e sottosviluppo crescente in altri luoghi, come appunto il Corno d’Africa.  La quasi incapacità di organismi internazionali di interessarsi dei troppi problemi del mondo, dell’umanità fatta di bambini, donne, anziani, persone deboli che si trovano ad affrontare e vivere tragedie; le forze degli organismi internazionali, di volontariato e non, che tutto non riescono a coprire delle innumerevoli tragedie, ci fa pensare, come sempre accade, a quel che individualmente si può fare (al massimo livello delle nostre possibilità) e a cosa la politica internazionale potrebbe (deve) fare.

   Sul primo tema (delle nostre personali possibilità di solidarietà) ognuno deve confrontarsi con se stesso, capire le risorse che può (vuole) mettere in campo. Sul tema invece della politica di intervento umanitario là dove persone deboli (come i bambini) soccombono, viene da pensare che ci vuole il coraggio di superare gli egoismi nazionali, e rafforzare strutture internazionali, demandando ad esse poteri sostanziali, affinché possano agire con consistenti uomini e mezzi finanziari dove avvengono crisi tragiche (ambientali, o date da guerre, o da carestie…).

   E’ un po’ l’idea che cerchiamo sempre di focalizzare della necessità di un “governo mondiale”, che non si riesce ad attuare sui temi del superamento della violenza sulle comunità, sulle persone (come le donne in alcuni stati), dei diritti fondamentali delle persone. Forse un governo mondiale “per gradi”, parcellizzato (brutta parola) su temi specifici dove non vi possono essere contrapposizioni di interessi e di poteri, potrebbe attuarsi. Cioè nessuno avrebbe niente da ridire (forse) se si partisse con un autorevole “governo mondiale” (di più dei limitati poteri dell’attuale Onu) che con credibilità interviene nelle tragedie umanitarie di popoli colpiti da eventi ambientali disastrosi, come la siccità adesso in Somalia.

   Insomma “l’uomo globale”, la “persone completa”, come vorrebbe farci apparire l’attuale modernità (fatta di internet, cioè di informazione globale, di una parte del mondo istruita -“noi”, apparentemente-) richiede che dimostriamo praticamente di esercitare queste nostre facoltà “di saper intervenire”, di dare una mano a quel che accade (e non abbiamo alibi a dire che non sapevamo).

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FAME E SICCITÀ, COSÌ MUORE L’AFRICA

Colpite 11 milioni di persone fra Somalia, Kenya ed Etiopia

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 14/7/2011

   La fame. Ha una forza tremenda la fame, scuote spezza deforma annienta uomini, regioni, popoli. È metodica, lavora con pazienza, non ha fretta. Regala, tra tutte, la morte la più dimessa e silenziosa. Negli occhi di questi moribondi non si legge traccia di vita o di espressione. Molecola dopo molecola spreme i grassi e asciuga le albumine dalle cellule umane.

   Rende le ossa così friabili che si spezzano a toccarle, fa incurvare le gambe dei bambini, annacqua il sangue che scorre senza forza e senza peso, fa girare la testa, prosciuga i muscoli, corrode alla fine il tessuto nervoso. Questo è il primo passo: poi la fame svuota l’anima, caccia la gioia e la speranza, toglie la forza di pensare e provoca rassegnazione, egoismo, crudeltà, indifferenza.
Nell’Ogaden madri, accecate dalla fame, hanno gettato i figli nei pozzi asciutti, li hanno lasciati sul ciglio della pista appoggiati a un arbusto. Senza voltarsi indietro hanno ripreso a camminare, passo dopo passo. Cibo cibo, mangiare qualcosa, qualsiasi cosa: erba secca rifiuti rovi radici animali morti. Per la fame l’uomo perde ciò che lo rende uomo.

   Il luogo di cui parliamo si chiama Daab. Sta nel Kenya del Nord, a ottanta chilometri dalla frontiera con la Somalia. Perché se ne parla? Dieci, dodici milioni di persone vittime della carestia che rischiano morire di fame nel Corno d’Africa? Le cifre sono cose astratte, non ci dicono nulla. I volti sì. Quelli che incontri a Daab, il più grande campo di rifugiati del mondo: quattrocentomila persone, 54 mila soltanto a giugno, tre volte più che in maggio.
Poi nell’ultima settimana il ritmo è ancora accelerato, ventimila. Adesso ogni giorno ne arrivano quasi duemila. E poi ci sono gli altri, quelli rimasti nella boscaglia a segnare la strada, soprattutto bambini con meno di cinque anni scheletri sferzati dagli aridi e siccitosi venti del deserto, a far la guardia ad altri scheletri, le mandrie morte davanti a pozzi ormai asciutti che ardono nella canicola feroce. Un quarto dei somali sono in fuga dal loro paese ridotto a una plaga maledetta dalla guerra e dalla siccità. La loro colpa, se si potesse dire, è di non sapere quale sia. Se la carità internazionale li ricusa, se la pietà li respinge, nulla più li raccoglierà, nulla e nessuno li salverà.

   Gli uomini dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati si sfibrano a nutrire curare accogliere. Un nuovo campo dovrebbe sorgere a poca distanza di qui, altri sono già in progetto. Ma la carità internazionale si è fatta stanca, la Somalia evoca scompigli disastri e imposture.
Ieri il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, lanciando un appello per «undici milioni di uomini che nell’Africa dell’Est non possono attendere» perché «bisogna porre fine alla sofferenza ora, subito», ha ricordato che solo la metà del miliardo e mezzo di dollari necessari all’operazione di soccorso è disponibile. Ora tutti parlano della siccità, accusano la Natura.

   Come Elisabeth Byis portavoce dell’ufficio di coordinamento affari umanitari dell’Onu: «Niente di simile si vedeva da 60 anni, la siccità si è saldata a quella del ciclo precedente da cui queste zone non si erano ancora sollevate, il bestiame privo di nutrimento ha cominciato a morire e poi gli uomini, perché i prezzi delle derrate sono esplosi». Ecco gli elementi di quella che potrebbe diventare nei giorni prossimi «una tragedia di proporzioni ineguagliabili».
Certo la natura ha la sua colpa: la siccità è venuta e si è mangiata tutto, il verde, le colture, i corsi d’acqua, le acacie che intristiscono nella savana coperte di polvere. Eppure bisogna gridarlo perché non ci sia confusione, perché divisi dalla responsabilità non siamo tutti, alla fine, accomunati dalla menzogna. La Grande Fame (un’altra volta come venti anni fa, negli stessi luoghi, questo non vi dice nulla?) non dipende dalla meteorologia ma da un circolo chiuso disumano.

   In Somalia, nell’Ogaden etiopico, nel Nord del Kenya la gente convive con la siccità da sempre, si sposta si ingegna sfrutta ogni rivolo ogni pozza, resiste. Ciò che li uccide, che li trasforma in fuggiaschi che dipendono dalla carità sono la guerra e la politica. Da venti anni, da una carestia all’altra, la Somalia non ha pace: prima i signori della guerra, poi gli shabab, gli islamici che vogliono costruire sulla tragedia la loro società perfetta, divina.
Tutto è sconvolto e capovolto, non c’è lo Stato, neppure quello misero e scalcinato dell’Africa più disperata. Un popolo inerme è ostaggio della follia politica. L’Occidente, bravaccione e parolaio, ha osservato tutto questo con la curiosità acuta che destano le cose spaventose, poi imbronciato ha alimentato la guerra per sbarazzarsi degli islamici, senza sporcarsi le mani.

   Infine si è dimenticata di questa scaglia di umanità troppo complicata e periferica. Ora gli shabab hanno annunciato che consentiranno alle organizzazioni di soccorso di entrare nei territori che controllano per prestare aiuto. Prima che sia troppo tardi. Un’altra volta. (Domenico Quirico)

http://multimedia.lastampa.it/multimedia/nel-mondo/lstp/65080/

Il 50% dei bambini che arrivano nei campi profughi etiopi sono malnutriti e hanno poche speranze di sopravvivere. (getty images)

FIUME DI PROFUGHI: ne arrivano duemila al giorno nei campi. Ma non c`è più posto – BAMBINI PIU’ ESPOSTI: uno su tre soffre di un «grave livello» di malnutrizione – LA PEGGIORE DA 60 ANNI: per l`Onu è la crisi più grave che ha colpito la regione dagli Anni 50 – ESTENSIONE GLOBALE: anche il piccolo Gibuti è stato travolto «Decessi quadruplicati».

   Sono molte le agenzie internazionali e le organizzazioni non governative che operano nelle aree colpite dalla carestia. Chi volesse contribuire attraverso donazioni può contattarle attraverso i siti Internet. Eccone alcune. Unicef Italia: www.unicef.it , Fao: www.fao.org , Pam: http://it.wfp.org/ , Agire: www.agire.it , Save the chìldren: www.savethechìldren.it  , ActionAid: www.actionaidinternational.it , Amref: www.amref.it , Cesvi: www.cesvi.org , Cisp: www.cispngo.org , Coopi: www.coopi.org , Cosv: www.cosv.org , Intersos: www.intersos.org , Vis: www.volint.it.

Save the Children – “Mai visto nulla di simile” «Ieri ho conosciuto una donna che aveva perso il proprio bambino poche ore prima. In braccio stringeva l`altro figlio, era in condizioni disperate. Ha chiesto di salvarlo, abbiamo fatto di tutto per aiutarlo ma non so se ce la farà». Il racconto in presa diretta è di Mike Sunderland, dell`organizzazione «Save the Children», da settimane impegnato in prima linea a Daab per salvare i superstiti del viaggio della speranza dalle zone della carestia.

   «Scappano dalla Somalia camminando per oltre un mese, chi resiste arriva qui in condizioni disperate, malnutrito, disidratato, del tutto esausto», ci racconta Mike. Sono almeno ottocento i piccoli profughi che giungono ogni giorno al campo. «Il campo è sovraffollato, noi cerchiamo di fare il possibile, anche di più a volte, ma c`è bisogno di altri volontari e soprattutto di altri fondi. Immediatamente – prosegue -. Ho lavorato a lungo in Africa ma non ho mai visto nulla del genere». [FRA. SEM.]

“Troppe guerre, difficile aiutare” – …quella colpite da siccità e carestia, quella logistica nei centri di prima accoglienza. «Alcune comunità, specie quelle di pastori, sono irraggiungibili e i flussi di profughi appaiono giorno dopo giorno inarrestabili – «Intervenire nelle aree colpite dalla
carestia è reso complicato dai conflitti in atto nella regione – dice Marco Bertotto, direttore di AGIRE, e traccia un quadro drammatico della situazione nel Corno d’Africa – Solo a Daab ci sono circa 400 mila persone, mentre a Mogadiscio i campi sfollati si vanno riempiendo». C`è poi il problema dei finanziamenti. Le organizzazioni britanniche hanno già raccolto dieci milioni di sterline, ma non bastano. Da parte sua Agire lancerà a giorni un «appello di emergenza per colmare il vuoto pneumatico» di informazione che rende ancor più triste e drammatica l`ennesima emergenza africana. (“la Stampa” del 14/7/2011)

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Corno d'Africa

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IL KENYA AUTORIZZA L’APERTURA DI UN NUOVO CAMPO PROFUGHI

– A Dadaab ci sono oggi 370 mila persone, e dalla Somalia ne arrivano in media 1400 ogni giorno –

da http://www.ilpost.it/2011/07/15/kenya-campo-profughi-dadaab/ 15/7/2011

   Il governo del Kenya ha dato il via libera per l’apertura del campo profughi Ifo II, nel nord est del paese, per accogliere il grande numero di rifugiati che attraversano il confine dalla Somalia, e che non possono più essere contenuti nel sovraffollato campo di Dadaab, che ospita oggi 370 mila persone.

   La combinazione tra le violenze delle guerre civili in Somalia e una fase di persistente siccità nell’area sta portando più di 1400 persone al giorno dalla Somalia al Kenya, secondo una stima delle Nazioni Unite.

   L’Agenzia dell’ONU per i rifugiati (UNHCR), ha cominciato a costruire il campo di Ifo II nel 2008, quando il campo di Dadaab, che dista 10 chilometri, è stato dichiarato inadeguato ad accogliere nuove persone (è attrezzato per 90 mila, quattro volte meno il numero attuale degli ospiti).

   Il nuovo campo è pronto, attrezzato con migliaia di tende, latrine, acqua potabile e una struttura sanitaria. Da tempo si attendeva solo che il governo ne autorizzasse l’apertura, ma l’autorizzazione tardava ad arrivare; alcuni ministri del governo kenyota avevano espresso il timore che l’apertura del campo incoraggiasse una nuova ondata di profughi. Ieri il primo ministro kenyota Raila Odinga ha finalmente dichiarato che la nuova struttura aprirà entro dieci giorni.

   L’apertura di Ifo II dovrebbe alleggerire la situazione di grave emergenza umanitaria in cui si trovano i profughi alloggiati nel campo di Dadaab.

   Il campo di Dadaab è stato aperto nel 1998, copre una superficie di 50 chilometri quadrati ed è costituito da tre sottocampi più piccoli, quello di Hagadera, di Ifo e di Dagahaley. È gestito dall’Agenzia dell’ONU per i rifugiati (UNHCR) insieme all’organizzazione umanitaria CARE, con l’aiuto di altre associazioni tra cui Medici senza frontiere.

   Da tempo la capienza massima del campo di Dadaab è stata superata e molti profughi che non trovano spazio all’interno della struttura si accampano fuori dai suoi confini. Negli ultimi giorni la polizia aveva cercato di scoraggiare gli accampamenti abusivi distruggendo alcune delle abitazioni costruite fuori dal perimetro del campo, e la reazione dei rifugiati aveva portato a scontri in cui erano rimaste uccise due persone. – Foto: La vita a Dadaab (da http://www.ilpost.it/ )

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CHI RUBA LA TERRA E IL CIBO AI CONTADINI D’AFRICA

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 26/1/2010

– «Da una parte si organizza la fame in Africa, dall’altra si criminalizzano i rifugiati della fame» –

   Nel mese di agosto del 2009 il re saudita Abdullah ha festeggiato il primo raccolto di riso realizzato in Etiopia. E al riso seguiranno orzo e grano. Cresciuta in mezzo al deserto come tutti gli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita ha scelto di risolvere il problema del cibo accaparrandosi terre coltivabili sull’altra sponda del Mar Rosso, nel Corno d’Africa: in Paesi come l’Etiopia, con 10 milioni di affamati, o come il Sudan, che non riesce a uscire dall’immensa tragedia del Darfur. È un fenomeno nuovo e ancora poco studiato (anche perché la maggior parte degli accordi è segreta): è il diabolico furto di terra e cibo al continente più affamato e povero del mondo.
Milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione per venti, trenta, novant’anni alla Cina, all’India, alla Corea, in cambio di vaghe promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 milioni di ettari, Pechino ne ha comprati 2,1, l’Arabia Saudita 1,6, gli Emirati Arabi 1,3.
I protagonisti e anche questa è una novità – sono i governi: da una parte ci sono Paesi che hanno soldi e bisogno di terra. Dall’altra governi poverissimi –e spesso corrotti – che, in cambio di un po’ di denaro, tecnologia e qualche infrastruttura, mettono a disposizione senza indugio il bene più prezioso di un continente ancora prevalentemente agricolo: la terra.
D’altra parte quasi nessun contadino africano può provare di possedere un terreno. Il diritto formale di proprietà (o di affitto) riguarda dal 2 al 10% delle terre. Nella maggioranza dei casi ci si affida a norme tradizionali, riconosciute localmente, ma non dagli accordi internazionali. E così terre abitate, coltivate e usate come pascolo da generazioni sono considerate inutilizzate.
C’è chi si porta da casa anche la manodopera, come la Cina, che ormai dal 2000 sta incentivando l’emigrazione in Africa come soluzione al problema demografico. Nel loro nuovo far west, 800 mila cinesi gestiscono imprese, costruiscono ferrovie, strade, dighe, si appropriano delle materie prime (petrolio, minerali, legno) e piazzano prodotti a buon mercato.

   Accanto ai governi, ci sono gli investitori privati: dopo la crisi finanziaria, molti hanno iniziato a guardare a beni di investimento più tangibili: il settore in cima alla lista è la terra (cibo e biocarburanti). Non a caso, nell’agosto del 2009, a New York, si è svolta la prima conferenza del commercio mondiale di terre coltivabili…
Che cosa succede nelle terre africane quando arrivano gli investitori stranieri? Si passa dall’agricoltura tradizionale – basata sulla diversità, sulle varietà locali, sulle comunità – all’agroindustria: che significa monocolture destinate all’esportazione (riso, soia, olio di palma per biocarburanti…) e ricorso massiccio alla chimica (fertilizzanti e pesticidi).

   Quando i terreni saranno completamente impoveriti, gli investitori stranieri potranno facilmente spostarsi da un’altra parte. Una formula vecchia, che riporta indietro di cinquant’anni, alla cosiddetta “rivoluzione verde”, avviata negli anni Sessanta con i soldi della Fondazione Ford, della Fondazione Rockefeller e della Banca Mondiale per aumentare la produzione di cibo nei Paesi poveri, puntando su tecnologia e monocolture.
Le prove del completo fallimento di questa strategia sono incontrovertibili. Un dato su tutti: nel 1970 i sottoalimentati in Africa erano 80 milioni. Dieci anni dopo questo numero è raddoppiato, per raggiungere i 250 milioni di persone nel 2009.
Eppure, in nome della sicurezza alimentare, si sta cercando di rilanciarla con il programma Agra (acronimo di “Alliance for a Green Revolution in Africa”, ovvero “alleanza per una rivoluzione verde”). Uno dei suoi prodotti simbolo è il riso Nerica (“New Rice for Africa”, “nuovo riso per l’Africa”). Un riso che dà alte rese solo se coltivato con tecniche industriali e sostanze chimiche.

   I semi (venduti in esclusiva da pochissime aziende che fanno soldi a palate) devono essere riacquistati ogni anno. Un sistema impraticabile per i piccoli contadini di Paesi come il Mali o la Liberia, che possiedono e si tramandano da generazioni decine di ecotipi tradizionali di riso. Chi c’è dietro questa strategia? I soliti nomi– la Fondazione Rockefeller, la Banca Mondiale, l’Usaid (l’agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti) – e poi un nuovo, potentissimo protagonista: Bill Gates, che ha deciso di dedicarsi alla solidarietà…
Il riso è solo un esempio: Agra sta promuovendo decine di varietà selezionate e brevettate (nuove varietà di cassava, sorgo, mais…); le aziende sementiere nascono come funghi; i contadini ricevono pacchetti di sementi e fertilizzanti (gratis per un anno, scontati per altri tre o quattro anni). E i prodotti tradizionali, che hanno nutrito generazioni di contadini africani, scompaiono.
Nel 1960 – all’alba della decolonizzazione – i Paesi africani producevano cibo a sufficienza per il consumo domestico, anzi riuscivano addirittura a esportare. Oggi, invece, sono costretti a importare la maggior parte degli alimenti. A Sandaga, il più grande mercato alimentare nell’Africa occidentale (nel cuore di Dakar) si possono comprare frutta e ortaggi portoghesi, spagnoli, italiani, greci a metà del prezzo degli equivalenti locali.

   E questo vale per tutti i prodotti: dalle ali di pollo degli allevamenti industriali europei al cotone americano al riso tailandese. L’agro-industria occidentale, grazie a giganteschi sussidi pubblici, piazza le proprie eccedenze sottocosto sui mercati poveri, rovinando i contadini locali.
In mare la situazione non è meno grave. Le flotte di Europa, Cina, Giappone e Russia devastano i litorali africani, comprando le licenze di pesca dai governi locali e pescando in modo indiscriminato. E così si disgregano le comunità costiere (in Africa vivono di piccola pesca nove milioni di persone): i pescatori si trasformano in operai per le fabbriche del pesce (gestite da compagnie straniere) e spesso sono costretti a vendere le barche a prezzi stracciati ai passeurs di esseri umani. Su queste piccole barche – inadatte alla navigazione in alto mare – ogni anno
muoiono migliaia di disperati in cerca di una vita migliore.
Insomma, non possiamo fare altro che sottoscrivere le parole del sociologo Jean Ziegler: «Da una parte si organizza la fame in Africa, dall’altra si criminalizzano i rifugiati della fame». E quelle di Thomas Sankara, rivoluzionario e capo del governo del Burkina Faso per qualche anno, prima di essere ucciso nel 1987, in un agguato organizzato dall’attuale presidente: «Bisogna restituire l’Africa agli africani». (Carlo Petrini)

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I POPOLI D’AFRICA NON SONO “ULTIMO MILIARDO”

di Marco Impagliazzo, da “Avvenire” del 21/8/2010

   Lo avevano chiamato l’ «anno dell’Africa», era il 1960. Nel mese di agosto di quell’anno, infatti, veniva proclamata l’indipendenza di gran parte dei Paesi dell’Africa occidentale ed e­quatoriale francesi: Dahomey (chiamato poi Be­nin), Niger, Alto Volta (oggi Burkina Faso), Costa d’Avorio, Ciad, Centrafrica, Congo Brazzaville, Gabon e Senegal.

   Tutto avvenne tra il primo e il 20 agosto 1960. In settembre si aggiunse il Mali, a chiudere la lunga lista di proclamazione d’in­dipendenza iniziata in gennaio dal Camerun, se­guito in aprile dal Togo e a giugno da Madaga­scar e Congo belga (l’attuale Repubblica Demo­cratica del Congo).

   Per tanti africani iniziava un tempo nuovo. L’en­tusiasmo fu enorme. Tutto sembrava possibile per i nuovi Stati: il ‘popolo nero’ diveniva arte­fice del proprio destino e assumeva un peso ri­levante nella famiglia delle nazioni. Il ‘sole del­le indipendenze’ suscitò grandi aspettative, do­po che già la Guinea, nel 1958, aveva sorpreso il mondo votando ‘no’ al referendum con cui il presidente De Gaulle proponeva l’associazione a una inedita Communauté Française.

   Nel cor­so della cerimonia di indipendenza del Congo, il 30 giugno 1960, il nuovo primo ministro, Patrice Lumumba, osò affermare davanti a uno scon­certato Baldovino, re dei Belgi: «Abbiamo cono­sciuto le ironie, gli insulti, le botte, perché erava­mo negri». Una ventata di orgoglio ed esultanza percorse il continente, che danzò al ritmo di Indé­pendance cha cha, la canzone del congolese Grand Kallé che divenne il tormentone di quel­­l’estate africana di felicità.

   Cinquant’anni dopo, la ricorrenza di quegli e­venti si è celebrata in un clima di malinconia e di dubbi: il bilancio che l’Africa indipendente pre­senta non corrisponde alle attese. (…) L’Africa non va più di moda. Negli ultimi due decenni il continente è apparso come il grande malato del mondo, con le sue troppe guerre, pandemie, povertà.

   Intanto, la corsa al­l’accaparramento delle sue risorse prosegue sen­za sosta, con nuovi attori asiatici a sfidare gli eu­ropei. Ma la percezione generale è di un’Africa fanalino di coda, «ultimo miliardo», che a fatica si misura con la sfida dello sviluppo. (…) A li­vello internazionale si è diffusa una mentalità afro-pessimista.
In realtà, questo primo mezzo secolo di indi­pendenze africane ha significato tanto. Anzitut­to esse hanno restituito la dignità negata a popoli sempre considerati inferiori. Mezzo secolo di in­dipendenza significa un cammino irto di ostacoli: prima la guerra fredda, poi l’avvento del neoli­berismo selvaggio, e ora lo stato di guerra del si­stema di commercio globale. L’Africa ha dovuto cambiare più volte, imparando a nuotare nel ma­re agitato di una politica internazionale sempre più precipitosa, e di uno sviluppo economico troppo rapido. E l’uomo africano è spesso sem­bra spaesato di fronte a questi ritmi vorticosi.
Seppure confrontato a sfide enormi, lo Stato a­fricano non si è però dissolto, e il continente si è dotato di un strumento politico fondamentale: l’Unione Africana. Gli africani hanno trovato la forza di risollevarsi da terribili calamità. Le cifre della crescita lasciano sperare. Forse, quello che è mancato all’Africa, e manca ancora, sono dei veri partner, interessati non solo alle sue risorse ma anche alla sua gente.

   A cinquant’anni da quel­la svolta storica è tempo che l’Europa si guardi allo specchio e riscopra, se non il debito che ha contratto, almeno la missione storica nei con­fronti di questo continente così prossimo. (Marco Impagliazzo)

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Nella foto scattata il 7 luglio, una colonna di profughi somali diretti verso la frontiere con l'Etiopia. (Associated Presse)
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2 thoughts on “FAME E SICCITA’ in SOMALIA e in tutto il CORNO D’AFRICA – la crisi finanziaria ed economica europea ed americana dimentica i “grandi poveri” e le loro tragedie, e non considera una politica di aiuto ad un vero sviluppo del mondo nel suo insieme

  1. giovanni allegri martedì 19 luglio 2011 / 8:18

    Grazie per questo articolo. Una cultura geografica è, secondo me, anzitutto questo: coscienza dell’appartenenza ad un’unica famiglia umana… E in una famiglia ognuno ha cura dell’altro, senza debiti e crediti.

  2. Silvia sabato 23 luglio 2011 / 15:43

    grazie per quanto avete scritto, in pirmis per la mia tesi che parlava del ruolo ambiguo delle ONG e di consgeuenza della politica degli aiuti internazionale…….molto brevemente vorrei esprimere la mia opinione. sono d’accrodo con quanto crive Dambisa Moyo nel sul libro”La povertà che uccide” e con altri autori come James Petras nella “Globalizzazione smascherata” il continente africano, tolte alcune parti di esso come il South d’Africa, ha bisogno meno assistenzialismo e di più responsabilità proprie: imparare a gestirsi per conto proprio, non aspettando sempre che siano gli altri per agire…..agire per se stessi e basta; anche perchè poi alla fine chi aiuta il povero è sempre il povero e nessun’altro.

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