La serena società scandinava della NORVEGIA messa in crisi dalla pazzia terroristica sorta al suo interno – Perché IL MODELLO SCANDINAVO DI UNA SOCIETÀ E UNA POLITICA A MISURA “DI PERSONA” resta ancor di più un obiettivo da percorrere

un fiume di persone scesa in strada a Oslo per commemorare le vittime dell'attentato

   La Norvegia è più vasta dell`Italia (385mila chilometri quadrati contro 301mila) ma con una popolazione sotto i 5 milioni. E ha deciso di non far parte dell`Unione Europea (ripetuti referendum hanno respinto l`ingresso). Invece una diversa scelta, europeista, la hanno fatta gli altri paesi scandinavi, Finlandia, Danimarca e Svezia. Pur con dubbi e titubanze (come la conservazione della propria moneta nazionale, la corona).

   La Norvegia, ricca di petrolio e di pesca, non vuole però diventare dipendente, nella sua economia dall’ “oro nero”, preferendo la conservazione nel proprio mare di una pesca ricca (che molti altri paesi, inquinati, stanno perdendo).

   Un modello politico volutamente “tranquillo”, a misura di persona, dove tutto vuol essere improntato a limite, correttezza nei rapporti, semplicità. In effetti già da prima dell’attentato del 22 luglio scorso, ad opera di un fanatico nazionalista (appartenente alle frange anti-islamiche diffuse in tutto il mondo, forse con la collaborazione di qualche altro gruppo o di qualche altro personaggio), già prima del terribile attentato che ha portato a 76 morti complessivi (almeno questo è il dato più recente, all’inizio si parlava di più di 90…), già precedentemente i paesi scandinavi si sono caratterizzati per una crescita dell’estrema destra xenofoba, di un certo malessere che si faceva (si fa) derivare dalla presenza di immigrati (in Norvegia circa il 10% della popolazione).

   Ma quel che qui vogliamo sottolineare è che IL MODELLO SCANDINAVO (e la Norvegia lo rappresenta in pieno) è quello del pacifismo internazionale (il Nobel per la pace), del terzomondismo (Svezia e Norvegia sono paesi che da sempre “danno” molto ai paesi poveri del sud del mondo), delle tematiche ambientali (il famoso “rapporto Bruntland” che vasta eco ha avuto in tutto il mondo nei primi anni ’80 del secolo scorso denunciando tra i primi l’effetto serra e i tanti altri male dell’inquinamento del pianeta…).

   Insomma quei paesi che sembrano “isolati” dal contesto internazionale sono quelli che hanno avuto un ruolo (e hanno tuttora) nell’esprimere “civiltà”, etica, rispetto delle persone e dell’ambiente. E che, al loro interno, contenevano (e contengono) un welfare avanzatissimo, uno stato sociale invidiabile e non paragonabile con qualsiasi altra nazione del pianeta.

Oslo, molti giovani in piazza per esprimere il cordoglio per le vittime della strage

   Ora, il terrore in Norvegia, non ad opera di organizzazioni terroristiche esterne islamiste (come all’inizio è stato pensato), ma da “malesseri interni” (seppur un pazzo con forse dei concreti appoggi internazionali non può rappresentare caratteristiche generalizzate di una nazione…) ebbene questo dubbio, l’eventualità che un modello che perseguiamo noli stessi di alta civiltà, com’è espressa in tutta la Scandinavia, che questo modello non sia più valido, ci riguarda tutti, ci mette in crisi.

   Però ci rassicura la dichiarazione fatta dal primo ministro di quel Paese, Jens Stoltenberg, che dopo questa terribile tragedia, ha detto che ora la Norvegia non sarà meno aperta al “mondo esterno”, anzi lo sarà di più; sarà solo meno ingenua. Cioè per dire che le tragedie di violenza del mondo richiedono azioni e risposte intelligenti; e che il modello scandinavo di società pacifica e allo stesso tempo internazionalista è tuttora un modello anche per noi.

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PETROLIO, NATURA E POLIZIA DISARMATA

– s’infrange il sogno del paese felice –

– ritratto di un paese in cui i poliziotti girano disarmati, che rispetta la natura, che non fa affari con i dittatori ed è stato colpito dal doppio attentato di Oslo e Utoya. Un paese che si è sempre rifiutato di entrare nell’Unione Europea e sulle tombe dei suoi morti scrive solo: “Grazie di tutto” –

di ADRIANO SOFRI, da “la Repubblica” del 23/7/2011

   QUANDO arrivò a capo della creazione, Dio si frugò nelle tasche e trovò una manciata di granelli di polvere. Rovesciò le tasche, strofinò i polpastrelli, la polvere cadde e fece la Norvegia, mari e monti, isole e fiordi. Nessun posto del mondo è così bello e così civile.
Il primo ministro Jens Stoltenberg, bersaglio lui stesso della guerra scatenata da qualche miserabile farabutto, ha detto: “Non ci toglieranno il nostro modo di vivere“. Era la cosa più importante da dire, e tuttavia la Norvegia non sarà più lo stesso Paese, prima di tutto per i norvegesi. Non è più stata quella di prima la Svezia, dopo la sera del 1986 in cui il primo ministro Olof Palme, che tornava a casa da un cinema, a piedi, con sua moglie, fu assassinato.

La convivenza e la semplicità di modi riescono a suscitare un odio speciale. La semplicità senza ostentazione segna la monarchia, il cui erede ha sposato un’ottima ragazza madre, cui si attribuivano trascorsi di droga. Ancora ieri, un poliziotto di Oslo ha detto a chi lo intervistava: “Noi siamo disarmati, e spero che non ci costringano mai ad armarci“.
I norvegesi tengono la natura come la cosa più preziosa, e più che rispettarla le appartengono. Senza smancerie, perché è spesso una natura durissima. Averci a che fare è impossibile senza contare sui propri vicini, e questa solidarietà va assieme a un riserbo e una sobrietà leggendari.

   Si scherza, neanche tanto: se una famigliola norvegese arriva a piantare la tenda sulla sponda di un lago e ne intravede un’altra sulla sponda opposta riparte brontolando: “C’è troppa folla qui”. L’individualismo coincide con una sensazione invincibile del proprio diritto: non c’è soggezione all’autorità, sfiderebbe il ridicolo il norvegese che dicesse a un altro: “Lei non sa chi sono io”.
Il rispetto per la legge dello Stato vale finché il cittadino senta di condividere la morale dello Stato. Anche ora che è molto più americanizzata, la
Norvegia conserva un suo sentimento sdegnosamente fiero
. Non c’è hytte che non abbia il pennone per la bandiera, issata a segnalare che in quel momento la casa è abitata: un clamoroso segnale a vantaggio dei ladri, in un paese dove si devono temere molto i ladri.
Fra i paesi scandinavi, la Norvegia era la sorella povera, e anche dopo l’indipendenza, nel 1905, gli svedesi la guardavano con una certa
condiscendenza. Poi il petrolio del Mare del Nord l’ha resa improvvisamente ricca, ma senza che se ne dimenticasse. A un armatore oggi ricchissimo fu intentata una causa, con l’accusa di aver comprato la patente nautica. La vinse quando il suo avvocato spiegò che uno che era nato pescatore e a 12 anni col primo paio di scarpe era imbarcato sui pescherecci nell’oceano non avrebbe avuto bisogno di comprarsi patenti.
Il petrolio coincide ovunque con la tirannide e l’oscurantismo (con poche eccezioni, ora il Ghana, forse). Siccome il petrolio finisce, i norvegesi ne hanno fatto una risorsa da accantonare largamente per le generazioni a venire, e hanno selezionato i loro partner economici in modo da escludere dittatori e violatori di diritti umani e corrotti.
Oggi la Norvegia resiste alle pressioni congiunte di Usa Canada e Russia sul petrolio nel mare di Barents, per difendere un modo di estrazione non distruttivo e il futuro della pesca: “Il petrolio finirà e noi mangeremo di nuovo aringhe“. Il futuro della pesca del resto è spacciato dovunque, e anche alle Lofoten si moltiplicano le annate in cui la pesca del merluzzo è sospesa.
La Norvegia, che non arriva ai cinque milioni di abitanti, non fa parte dell’Unione Europea – ripetuti referendum hanno respinto l’ingresso – e conserva la sua moneta, la corona. Tiene il primo posto nelle graduatorie sui diritti e sulla qualità della vita. Internazionale ripubblicava ieri il servizio di Le Monde sui padri norvegesi – nove su dieci – che vanno in congedo per stare coi figli neonati. Dal 2006 nei consigli di amministrazione deve sedere per legge il 40 per cento di donne, di fatto sono più numerose. Si immaginarono cortei di uomini: “Non siamo panda”.
Tutti i cittadini partecipano degli aiuti al mondo povero, per i quali la Norvegia è di gran lunga al primo posto. Lo è anche per le missioni delle Nazioni Unite. Un lettore o uno spettatore italiano resterebbe stupito di fronte all’estrema sobrietà con cui in Norvegia si dà notizia della morte di militari o volontari norvegesi in zone di guerra o di missione.
L’accoglienza agli stranieri, specialmente asiatici – a cominciare dai vietnamiti – è stata molto vasta, e ha sperimentato, prima di altri paesi, le difficoltà e anche i fallimenti di programmi di integrazione troppo fiduciosi. Oslo conosce tensioni e paure, ma niente poteva far immaginare una violenza così sfrenata e feroce, se non proprio l’odio speciale che provocano la calma e la bellezza.
(…) Mi tornano in mente i cimiteri norvegesi, che somigliano a giardini e si chiamano così. Noi iscriviamo nostri ricordi e saluti sulle tombe dei morti. Là sono i morti a salutare chi è rimasto, con tre monosillabi: “Takk for alt”. Grazie di tutto. (Adriano Sofri)

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SCHEDA (da “IL FOGLIO” del 25/7/2011)

LA STRAGE DI OSLO, IL FONDAMENTALISMO E NOI

da “IL FOGLIO” del 25/7/2011

la Norvegia laica e tollerante scopre l`orrore xenofobo per mano di un folle. E l`Europa si interroga –

   A Oslo, alle 15.26 di venerdì, un`autobomba è stata fatta saltare in strada nel Regjeringskvartàlet, il quartiere del Governo, devastando l`edificio a 17 piani che ospita i ministeri chiave, compresa la sede del premier Jens Stoltenberg (non si trovava nel suo ufficio).

   Due ore dopo, alle 17.27, un uomo camuffato da poliziotto ha aperto il fuoco a Utoya, isolotto vicino alla capitale, contro i giovani partecipanti a una convention di laburisti. Bilancio che sabato mattina contava 92 morti (7+85), con venti feriti in fin di vita, la polizia ha arrestato Anders Behring Breivik, 32 anni, biondo, occhi azzurri, molto alto, riconosciuto dai sopravvissuti di Utoya e avvistato da una telecamera di sicurezza nella zona dell`attentato al palazzo del governo. «Un fondamentalista cristiano»: così la polizia ha descritto Breivik dando notizia dell`arresto.

   Paul Rogers, docente di studi sulla pace alla Bradford University: «Occasionalmente, in alcuni individui, il fondamentalismo cristiano estremo può degenerare in violenza». Precedenti: Timothy McVeigh, autore della strage di Oklahoma City (1995), e il massacro di Port Arthur, in Tasmania (1996). A Utoya Breivik si è presentato vestito da agente di polizia.

   Simen Mortensen, una delle guardie del campo: «È sceso dalla macchina e ha mostrato i documenti. Ha detto che era stato mandato per controllare le misure di sicurezza, che era un controllo di routine dopo l`attacco terroristico di Oslo». Breivik è quindi andato tra i ragazzi e ha fatto loro cenno di avvicinarsi, quindi ha aperto il fuoco. Una testimone oculare ha raccontato al tabloid VG (il più importante del paese, sede investita dall`esplosione nel Regjeringskvartalet) di aver visto due sparatori.

   Zero redditi nel 2009, da qualche mese Breivik aveva lasciato Oslo per trasferirsi nella regione di Heidmark, 150 chilometri dalla capitale, dove aveva impiantato un`azienda agricola (“Breivik Geofarm”) attraverso la quale gli sarebbe stato facile entrare in possesso di prodotti chimici con cui costruire una bomba artigianale (lo scorso 4 maggio aveva fatto acquisti per 4 tonnellate). Si immagina che abbia usato la campagna circostante per allenarsi a sparare.

   Su facebook si definiva «single, cristiano, conservatore e anti-islamico». Grande appassionato di videogiochi (“World of Warcraft” e “Modern Warfare 2”) e di caccia, film preferiti Il gladiatore e 300 (tratto dalla graphic novel di Frank Miller, racconta il sacrificio dei guerrieri spartani per fermare i persiani alle Termopili), indicava tra gli interessi il body-building e la massoneria, manifestando apertamente il proprio odio per la società multiculturale e multirazziale.

   Sulla sua pagina Twitter aveva postato un solo messaggio, lo scorso 17 luglio, una citazione del filosofo inglese John Stuart Mill: «Una persona con un credo ha altrettanta forza di 100.000 persone che non hanno interessi».

   Molto più vasta dell`Italia (385mila chilometri quadrati contro 301mila) ma con una popolazione sotto i 5 milioni, la Norvegia non fa parte dell`Unione Europea (ripetuti referendum hanno respinto l`ingresso).

Enrico Tiozzo: «La decisione di rimanere al di fuori della Ue, in realtà sorprendente da ogni punto di vista, anche alla luce delle diverse scelte unitarie della Finlandia, della Danimarca e della Svezia (anche se queste due ultime nazioni, significativamente, hanno scelto di mantenere la loro valuta non sostituendola con l`euro), illustra bene la posizione norvegese e la volontà di mantenersi al di fuori e al di sopra delle parti, ritrovando in questa singolare scelta elitaria l`orgoglio di una piccola nazione fiera della sua storia e della sua diversità».

   Paese di pescatori improvvisamente arricchiti dal petrolio del Mare del Nord (primo produttore dell`Europa Occidentale e quinto nel mondo), 300 miliardi di euro messi da parte in un fondo governativo (il governo può usare solo il 4% dei proventi), la Norvegia ha snobbato la Ue per rinchiudersi orgogliosamente nei suoi confini.

   Lucia Annunziata: «Ha guidato per circa un decennio, dal 2000 al 2006, e ancora nel 2009 e nel 2010, il Human Development Index, l`indice che designa i Paesi più evoluti del mondo misurando il livello di eguaglianza, integrazione e opportunità.

   E’ stata indicata per anni di seguito come la nazione con il più alto livello di vita». Il premier Jens Stoltenberg, classe 1959, in carica una prima volta nel 2000, ha vinto le elezioni del 2005 e del 2009. Spesso definito “il Kennedy norvegese” per il suo stile misurato ma accattivante, «è amato per aver bloccato la serie di privatizzazioni messe in campo dal governo precedente». Gli immigrati sono il 10% della popolazione norvegese, il 36% ha la cittadinanza. (Roberta Zunini)

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L’UE LANCIA LA TASK FORCE ANTIXENOFOBI

di Guido Olimpo, da “Il Corriere della Sera” del 26/7/2011

– Non si esclude che il norvegese abbia avuto contatti con altri fanatici in Polonia e in Inghilterra – da Londra a Madrid cresce l`allarme per i gruppi estremisti di destra –

   Il massacro compiuto da Anders Behring Breivik ha fatto scoprire un nuovo nemico. Sottovalutato e, a volte, ignorato. Ora si reagisce. Il venerdì nero di Oslo è considerato una forma di terrorismo xenofobo e non l`iniziativa di un pazzo. Per questo gli investigatori si sono messi subito al lavoro. Vogliono capire se Breivik – come ha lui stesso rivendicato – ha dei complici in Europa. Non è escluso che il «lupo solitario» abbia creato, nel corso degli anni, il suo branco.

   Stanno in guardia gli americani, ma i primi a muoversi sono i britannici. Il premier Cameron ha presieduto una riunione d`emergenza del Consiglio di sicurezza nazionale. Ai responsabili dei servizi ha chiesto quali siano «le lezioni che bisogna trarre» da quanto è accaduto. Formula che rivela una profonda inquietudine sull`attività di gruppuscoli estremisti. È proprio su questi che si è concentrata l`attenzione di Scotland Yard e degli 007.

   Non si esclude, infatti, che il norvegese abbia avuto contatti con quelli che lui definisce i «patrioti». Breivik ha visitato diverse volte l`Inghilterra e probabilmente sono emerse tracce che portano ad ambienti  neonazisti. E possibile che abbia reclutato qualche «templare».

   Scavano anche i tedeschi del Bka – tra i bersagli indicati nel famoso manifesto c`è anche il capo del governo Angela Merkel – e i loro colleghi della Repubblica Ceca. Si è scoperto che il killer ha compiuto almeno un viaggio a Praga per acquistare, negli ambienti della malavita, un fucile d`assalto kalashnikov e dell`esplosivo. Ma i trafficanti lo hanno respinto: pensavano che fosse un informatore della polizia.

   L`omicida è invece riuscito a comprare delle sostanze chimiche in Polonia. Prodotti che ha poi aggiunto al fertilizzante per costruire l`autobomba. Ieri si era diffusa la voce dell`arresto di un complice da parte dei polacchi, ma è stata smentita. Le autorità hanno precisato che la transazione è avvenuta nella perfetta legalità. Breivik, in quanto titolare di un`azienda agricola, era autorizzato a farlo.

   La moltiplicazione delle segnalazioni e il carattere transnazionale delle indagini richiedono una reazione corale. Europol ha annunciato che creerà una task force per fronteggiare la minaccia dell`estremismo xenofobo.

   Esperti, analisti e agenti devono recuperare il tempo perduto. I vertici di Europol hanno ammesso: siamo stati colti di sorpresa. In questi anni si è data la precedenza al pericolo qaedista e questo ha permesso ai neonazi (e affini) di muoversi indisturbati.

   Insieme ai poliziotti si agitano i politici. Il premier spagnolo José Luis Zapatero, in visita ufficiale a Londra, ha invocato una «risposta coordinata» per contrastare la xenofobia. E da Bruxelles, il commissario per gli Affari interni, Cecilia Malmstrom, ha colto l`occasione per denunciare la timidezza di alcuni governanti europei nel condannare comportamenti inaccettabili.

   La Polonia, che assumerà la presidenza di turno dell`Unione, ha convocato una riunione di lavoro con Ue-Norvegia. Dall`Europa agli Usa. Breivik – che ha visitato spesso alcuni siti anti-jihadisti americani – potrebbe aver trovato sponde anche sul territorio americano.

   I paladini della supremazia bianca sono bene organizzati e temuti. Uno dei testi guida di questa realtà sono i Diari di Turner, un romanzo dove si racconta della lotta contro lo stato federale a colpi di autobomba. Costruite, ovviamente, con i fertilizzanti. Nel 2009 il Dipartimento della sicurezza aveva redatto un rapporto allarmante sugli estremisti «bianchi». Poi lo ha ritirato in seguito alle dure proteste di parte del Congresso.  Come in Europa, pochi gli analisti impegnati nell`analisi del fronte razzista, anche se l`Fbi ha comunque neutralizzato alcuni nuclei pesantemente armati. (Guido Olimpo)

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I CATTIVI MAESTRI DELL’ODIO

di Francesco Paolo Casavola, da “il Messaggero” del 25/7/2011

   La tragedia di Oslo sta sollecitando analisi e commenti su piani diversi.

   Il primo tocca il giovane autore dei due gesti, l`attentato eclatante e distruttivo nel centro della capitale, e poco dopo la strage mirata individualmente a colpi d`arma da fuoco sui giovani laburisti convenuti nell`isola di Utoja.

   Salvo perplessità sul se il dinamitardo e assassino abbia avuto dei complici, ogni motivazione sembra doversi ricavare dalla sua personalità, dalle sue idee di cristiano fondamentalista, anti-islamico, ostile alla società aperta e multiculturale, sollecitato dagli strumenti di comunicazione elettronica a presentarsi al pubblico anonimo all`insegna di una frase di John Stuart Mill, «chi ha una fede è più forte di centomila che hanno solo un interesse», sintomo di una volontà di potenza che attende solo di manifestarsi in tutta la sua forza distruttiva, come poi è accaduto.

   Se si resta a questo ritratto, ebbene non se ne conclude altro che lo sterminatore di circa un centinaio di giovani vite è un pazzo. Ma se si sale su un piano ulteriore, quello nel cui contesto il giovane norvegese ha vissuto, ha studiato, ha formato le sue convinzioni, è inevitabile che ci si ponga altre domande. Questa volta sulla società, che è stata colta di sorpresa da un tanto devastante evento.

   Non è di scarso significato che subito si sia pensato a un secondo 11 settembre, a un atto del terrorismo islamico, come pure una falsa rivendicazione accreditava. La psicosi della aggressione organizzata dall`esterno funziona come un alibi per esorcizzare il sospetto di una responsabilità individuale maturata all`interno di una società, e con essa di una più generale corresponsabilità collettiva.

   Le società che chiamiamo aperte garantiscono le libertà cui aspiriamo, ma in esse c`è spazio per una costante coeducazione e relazionalità reciproca e amorevole attenzione alle vite individuali? Ancora su un altro versante.

   La comunicazione culturale non conosce nel nostro tempo frontiere nazionali. Paesi evoluti e sereni sono raggiunti da parole, immagini, persone provenienti da aree in cui la condizione umana si svolge diversamente. In talune di queste il conflitto di tradizioni alimenta focolai di guerra.

   Stiamo attivando anticorpi per prevenire contagi di quel che Samuel P. Huntington alla fine degli anni Novanta del secolo scorso chiamò «scontro di civiltà»?  Ridurre tutto a terrorismo militare diffuso da combattere con armi e soldati in guerre convenzionali, anche se tecnologicamente sofisticate, non è forse impari al fine da raggiungere? Tra fondamentalismi religiosi, ne avremmo immaginato uno, cristiano e
anti-islamista, nella secolarizzata società norvegese?

   In verità, il male è nel cuore dell`uomo, indipendentemente dalla civiltà cui appartiene e dalla fede in cui crede. Per combattere quel male, le religioni dovrebbero allearsi per sradicare da sè ogni fondamentalismo, che conduce l`intolleranza religiosa fino all`odio e all`omicidio.

   Se le religioni mancheranno a questo compito, si distruggeranno a vicenda, avendo due nemici, uno interno costituito dalle loro fazioni fondamentaliste, uno esterno delle culture della miscredenza, che si confermeranno nella loro convinzione che le religioni dividono e non uniscono popoli e individui, relegate nelle epoche dei miti ed estranee alla modernità della ragione.

   Ecco perché, affranti e sgomenti per la strage di Oslo, troviamo il coraggio di invocare un cristianesimo consapevole della sua missione umanizzatrice, teso a una testimonianza di unità, nella molteplicità delle chiese e dei riti, senza lasciarsi profanare dal delirio di un omicida. (F.P. Casavola)

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I CATTIVI MAESTRI ANTI-ISLAM SPAVENTANO ANCHE L’AMERICA

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 26/7/2011

   L’Unabomber che per quasi venti anni ha disseminato bombe per posta, il blogger paladino della lotta all’islamizzazione degli Stati Uniti ed un nugolo di sigle e siti Internet islamofobi: è il manifesto di Anders Behring Breivik, il killer di Oslo, a svelare imitazioni e richiami in quantità tali da mettere in allarme l’Fbi sul rischio che i gruppi «controjihadisti» possano lanciare nuovi attacchi in America.
Ciò che più ha colpito gli analisti trovatisi ad esaminare le circa 1500 pagine del testo di Breivik sono le pagine copiate, quasi parola per parola, dal manifesto anti-tecnologico di Ted Kaczynski, che dal 1978 al 1995 inviò bombe per posta con il nome di «Unabomber» causando 3 vittime e 23 feriti prima di essere catturato in Montana nel 1996 e condannato all’ergastolo. Le uniche modifiche che Breivik apporta nelle lunghe citazioni di Kaczynski riguardano la sostituzione del termine «sinistra» con «multiculturalismo» per descrivere la «pazzia del nostro mondo».
Terry Turchie, ex capo della task force federale che inseguì e catturò «Unabomber», vede «numerose similitudini» fra i due personaggi «perché entrambi sono divorati dalla rabbia interiore, hanno un aspetto solitario e si considerano autosufficienti».

   A sostenere il paragone fra Breivik e Kaczynski è anche Marc Sageman, un ex agente della Cia che ha lavorato come psichiatra per la polizia scientifica, secondo il quale «entrambi hanno passato molto tempo a scrivere i rispettivi testi» sfruttando poi la violenza per «attirare l’attenzione sulle loro teorie». «C’è però una differenza fra i due – aggiunge Sageman, parlando con il “New York Times” perché Unabomber ha trascorso anni in solitudine in una baita in Montana mentre Breivik ha avuto più interazioni sociali». Da qui il maggiori rischio di emulazioni.
A tale proposito gli specialisti dell’Fbi all’opera sugli scritti del norvegese sono rimasti colpiti dai frequenti riferimenti a nomi e siti Internet della galassia «contro-jihadista» americana, come il Dipartimento della Homeland Security definisce i gruppi portatori di un’ostilità nei confronti dei musulmani che sconfina nella legittimazione della violenza.
Breivik ad esempio cita Robert Spencer, titolare del sito «Jihad Watch Web», per le tesi che esprime sul rischio che l’immigrazione musulmana pone per la cultura occidentale. Spencer è il co-fondatore di «Stop Islamization of America» (Sioa) assieme a Pamela Geller, la blogger che gestisce il sito «Atlas Shrugs» anch’esso citato nel manifesto del killer assieme a «Gates of Vienna» (Le Porte di Vienna) basato sull’evocazione del fallito assedio ottomano a Vienna del 1683, considerato un momento epico del confronto fra Islam e Cristianesimo per la sorte del Vecchio Continente.

   Sebbene le citazioni di per sè non costituiscano reato in una nazione come gli Stati Uniti dove la libertà di parola è tutelata dalla Costituzione proteggendo anche i gruppi neonazisti – l’Fbi vede il pericolo che l’odio anti-musulmano possa coniugarsi con il terrorismo interno anti-governativo che nel 1995 portò all’attentato contro la sede del governo federale a Oklahoma City nel quale morirono 168 persone.

   «Una strage come quella avvenuta in Norvegia potrebbe ripetersi anche da noi» afferma Daryl Johnson, l’analista della Homeland Security che nel 2009 curò il rapporto sull’«Estremismo di destra in America» talmente esplicito nel prevedere minacce da parte dei suprematisti bianchi da far decidere al ministro Janet Napolitano di non renderlo pubblico.

   In particolare Johnson guarda alla milizia fondamentalista cristiana degli «Hutaree» come alla minaccia militare più pericolosa, in considerazione di dimensioni, organizzazione e arsenali su cui può contare in più Stati.
In parallelo con l’Fbi si muove anche Scotland Yard perché in Gran Bretagna la milizia anti-immigrati che desta maggiori timori è la «English Defense League», sebbene i suoi portavoce abbiano smentito di aver avuto alcun contatto con il killer norvegese. (Maurizio Molinari)

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IL MODELLO SCANDINAVO IMPREPARATO A TUTTO

di Ennio di Nolfo, da “il Messaggero” del 26/7/2011

   Le prime reazioni rispetto ai fatti di Oslo hanno fatto scattare una sorta di riflesso condizionato: poiché si trattava in modo evidente di un mostruoso eccidio terroristico, esso non poteva che venire da chi del terrorismo ha fatto la propria arma più micidiale, cioè da quella parte del mondo islamico che vede in questo genere di azioni l`arma più efficace per combattere il nemico.

   Il terrorismo islamico, dopo la fine della guerra fredda, è divenuto così una delle cause che generano paura e gettano scompiglio. Sono state sufficienti poche ore per capire che questa diagnosi pavloviana era sbagliata e che la strage era l`opera di un fanatico nazionalista, appartenente alle frange anti-islamiche diffuse in tutto il mondo, forse con la collaborazione di qualche altro gruppo o di qualche altro personaggio del quale è ora prudente non ipotizzare i connotati politici.

   Ciò che l`azione di questo sconosciuto Anders Behring, che afferma di avere lavorato per nove anni per prepararsi, mette in evidenza è la imprevedibile e incredibile assenza di misure preventive da parte del mondo norvegese. Questo modello di democrazia evoca il male teme l’ignoto (basta pensare alla famosa opera di Munch per capirlo), guarda con tenebrosa freddezza e generosità legale, incomprensibile per chi si ispira alle norme del diritto sud-europeo, a chi compie i gesti più efferati e reagisce con tale confusione a ciò che accaduto da lasciare, in un certo senso, perplessi circa la preparazione di una «società perfetta» rispetto al manifestarsi del male.

   Colpisce chi guarda da lontano a ciò che è accaduto, l`assoluta mancanza di prevenzione e di sorveglianza, quasi che esistesse l`illusione di vivere in una «monade» isolata da un mondo disseminato di brutture. Colpisce la lentezza della reazione della polizia, la confusione dei soccorsi, l`incapacità di fornire con prontezza cifre non approssimative sul numero delle vittime, un numero che scende da quasi un centinaio a una settantina, con un evidente scarsa considerazione per coloro che vedevano propri parenti travolti dall`accaduto.

   Colpisce la sensazione di smarrimento che, a quanto si percepisce da lontano, spinge il primo ministro dapprima a parlare ai propri concittadini della tragedia accaduta solo per telefono e a mostrarsi alla televisione solo dopo essere stato rassicurato che un pericolo non esiste.

   Colpisce, infine, la sensazione di immani distruzioni, sostituite in poche ore (con un`efficienza magari fuori luogo, considerate le necessità delle indagini) da strade ben ripulite e quasi tornate alla normalità. Certo, pochi dovevano prepararsi a un colpo di quel genere, ma dove stavano i servizi di informazione norvegesi, se non avevano in nove anni captato nulla di ciò che stava preparando un cittadino pur sotto blanda sorveglianza?

   Se per un momento si cerca di immaginare quali sarebbero state le reazioni che un evento analogo (che certo nessuno si augura) avrebbero suscitato in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna, negli Stati Uniti e soprattutto in Italia, si intravvedono le diverse reazioni che la strage avrebbe generato: il mondo politico affranto e attraversato da mille sospetti; una corsa affannosa di uomini della polizia e di tutti i servizi armati; il diffondersi di un frenetico timore che qualcosa di losco fosse accaduto; la rincorsa nella ricerca delle responsabilità; le fantasie e le inchieste giudiziarie senza fine e senza nesso che sarebbero state avviate sulla base degli indizi più credibili ma anche su quella di indirizzi privi di consistenza.

   Ebbene, che cosa insegna questo confronto: i modelli sono tali finché non vengono messi alla prova. Una dura e drammatica prova come quella di Oslo e Utoya. (Ennio di Nolfo)

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2 thoughts on “La serena società scandinava della NORVEGIA messa in crisi dalla pazzia terroristica sorta al suo interno – Perché IL MODELLO SCANDINAVO DI UNA SOCIETÀ E UNA POLITICA A MISURA “DI PERSONA” resta ancor di più un obiettivo da percorrere

  1. Gianpiero giovedì 4 agosto 2011 / 18:03

    Non sarà il duplice attentato terroristico a cambiare il modo di pensare dei cittadini della Norvegia.
    Quel modello di società (come anche la nostra) è in buona parte costruita nelle nostro immaginario e non esiste nella realtà. Il primo pensiero subito dopo la bomba da parte delle autorità è stato quello di bloccare gli accordi internazionali e sospendere la libera circolazione dei cittadini europei. Nessuna ipotesi o dubbio che potesse trattarsi di un loro concittadino è stata presa in considerazione, ma subito, all’opposto, le prime indagini seguivano la pista islamica.
    Attentato terroristico? Si è trattato di un genocidio; cioè eliminare con chirurgica spietatezza una parte ben definita e scelta di persone (i ragazzi e ragazzini laburisti che avrebbero portato avanti in futuro un pensiero di apertura, integrazione e “condivisone” in Norvegia). Poi tutti noi occidentali abbiamo fatto la nostra parte. Chi ha condiviso il pensiero del criminale “tranne la violenza” (Borghezio); chi ha condannato il pensiero e l’azione ma ha “ammirato la lucida strategia del tutto” (cioè la bomba iniziale per attirare le forze dell’ordine da una parte e poi commettere indisturbato e vestito da poliziotto il genocidio-massacro sull’isola); chi ha rassicurato i “pensieri progressisti” confermando l’apertura della Norvegia al mondo ma con minor ingenuità….: chi poi “istituzionalmente”(politici e giornalisti e anche tu….) ci ha assolti tutti dicendo che si è trattato di un gesto di un pazzo. Perché quando c’è un attentato di un fondamentalista islamico accusiamo intere nazioni e le invadiamo mentre quando l’attentato lo fa un integralista cristiano (mi è difficile scrivere UNO DI NOI anche se, all’interno della nostra società, è così….) lo definiamo subito un pazzo, un caso isolato? Caso isolato non lo è di sicuro viste le affermazioni di parlamentari europei (Borghezio in testa ma non credo sia il solo…) che condividono il pensiero e che sono stati eletti con migliaia di voti di preferenza…
    Dell’articolo mi sono piaciute molte cose e molte cose che non sapevo e mi hanno arricchito. Quello che non mi è piaciuta è la scelta “assolutoria” della pazzia e il non aver mai scritto la parola genocidio (le autorità della Norvegia mi sembra che in qualche modo stiano cercando nell’accusa al criminale di percorrere una strada di questo tipo).
    Credo che oltre alla costruzione della società buona e perfettibile rimanga dentro di noi la necessità di odiare qualcuno…….Su questo propongo una riflessione per tutti perché nello specifico è anche “l’evoluzione del pensiero umano in Norvegia” che diventa preoccupante. Non il mussulmano, il nero, l’ebreo, l’ateo, il comunista ecc, ecc,, ma chi è “come te” ma non è al tuo fianco, chi è come te ma non la pensa come te. Ecco il nuovo nemico da eliminare e questo il vero spartiacque di questo terribile fatto e momento.

    • paolomonegato mercoledì 17 agosto 2011 / 11:38

      Nel caso in questione non mi sembra si possa parlare di genocidio (nella definizione di genocidio non si parla di gruppi politici).
      Non sono d’accordo nemmeno con la sua visione di questo evento come uno spartiacque, anche prima di questi fatti l’eliminazione di chi è “come te” ma non è al tuo fianco era una prassi abbastanza consolidata.

      Condivido invece quanto dice sulla tesi “assolutoria” (e rassicurante) della pazzia, questo Breivik è semplicemente passato dal pensiero all’azione. A pensarla come lui sono in tanti, i suoi “cattivi maestri” scrivono sui maggiori quotidiani europei. Sono forse molto diverse le sue idee da quelle di una Fallaci post 11 settembre? Non per niente nel suo manifesto Breivik la cita 8 volte… Anche diversi partiti politici di successo condividono queste idee sul pericolo dell’Eurabia: almeno Borghezio è stato onesto a dirlo, mentre altri come Geert Wilders hanno preferito prendere le distanze dal giovane norvegese…
      Oltre alla tesi della follia esiste anche un’altra tesi “assolutoria e rassicurante” che è quella di accostare Breivik al neonazismo: in realtà idee simili a quelle di Breivik si trovano in circolazione nei maggiori quotidiani, non sono confinate nel ghettizzato sottobosco neonazista. Si aggiunga poi che il Breivik è decisamente filo-sionista (come gran parte dei suoi “cattivi maestri”).
      Altro accostamento tipico che viene fatto dai media è con una certa destra nazionalista scandinava, che in realtà è neo-pagana e fortemente anti-cristiana…
      Nemmeno il termine “integralista cristiano” mi pare adatto per definirlo, il cristianesimo sembra usato solamente come arma identitaria in funzione anti-islamica (proprio lo stesso uso che ne fanno molti degli atei che propagandano il pericolo dell’Eurabia).

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