Gli STATI UNITI A RISCHIO DI FALLIMENTO, con il pericolo di trascinare con se tutta l’Europa e il mondo intero – la necessità di INDIVIDUARE NUOVI MODI DI SVILUPPO ECONOMICO e ricchezza, specialmente nei paesi di antico benessere

Maratona per raggiungere un accordo ed evitare il fallimento con tre protagonisti: Obama, il democratico Reid e il repubblicano McConnell - Un accordo di massima negli USA sull’aumento del tetto del debito c’è ma si continua a trattare a oltranza per sciogliere gli ultimi nodi. In una corsa contro il tempo per evitare il default: la scadenza del 2 agosto si avvicina e il mondo guarda agli Stati Uniti con «trepidazione, ansia e preoccupazione» afferma il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Christine Lagarde. La Gran Bretagna e il Giappone mettono in guardia dal «severo impatto» che un mancato accordo potrebbe avere sull’economia mondiale

La politica dell’eccessivo debito dei paesi ricchi (per finanziare il proprio Welfare, lo stato sociale, le importazioni del benessere consumistico… ma anche nel caso degli USA le spese militari) è la malattia, lo squilibrio che dimostra come società opulente, come anche noi lo siamo, manchino di una vera spinta verso un nuovo sviluppo innovativo.

   Debito pubblico pagato, oltre che dai cittadini degli stessi paesi, in particolare dai paesi emergenti, per la grande disponibilità di denaro che essi vengono ad avere per la produzione di merci a bassissimo costo del lavoro, o per l’esportazione di materie prime cui sono ricchi (petrolio, prodotti agricoli, legno…). Paesi “emergenti” dove la situazione economica interna è sì in progress, ma con grosse differenziazioni sociali e quasi sempre con regimi autoritari che impediscono le libertà fondamentali delle persone.

   E non è un caso che la Cina sia la detentrice della maggio parte del debito degli USA, con il possesso dei titoli di stato americani che finanziano appunto il debito pubblico.

   E gli Stati Uniti sono al punto limite per il proprio debito: non è possibile aumentarlo ulteriormente se il Congresso Federale (Camera e Senato) non lo approverà entro il 2 agosto. Scontro tra Camera e Senato (il Senato, a maggioranza democratica ha bocciato la proposta approvata dalla Camera, a maggioranza repubblicana, che voleva concentrarsi solo su riduzioni di spese senza mettere nuove tasse). E’ chiaramente uno scontro per le elezioni presidenziali che tra un anno e mezzo ci saranno: Obama e i democratici non possono arrivare al confronto elettorale tagliando drasticamente spese sociali, welfare, che colpirebbe in particolare il ceto medio-basso a larga maggioranza elettore dei democratici e del presidente ora in carica.

   Sembra che sia stato raggiunto un accordo di massima (al momento che scriviamo, mezzanotte tra il 31/7 e il 1/8). In via di definizione, prevede un aumento del tetto del debito di 2800 miliardi di dollari in due fasi, una commissione per ulteriori tagli e “niente tasse”, come chiedevano i repubblicani (che come si diceva hanno un elettorato medio-alto sensibile all’argomento “tasse”).

CLICCARE SULL’IMMAGINE per ingrandirla (carta di LAURA CANALI, tratta dal Quaderno Speciale di LIMES 2/2009)

Ma qui, nel tratteggiare il contesto di queste ore, vorremmo capire anche quali conseguenze potrebbero esserci per tutto il pianeta di un possibile “fallimento” degli Stati Uniti: certo non buone visto il ruolo ancora predominante di quel paese nell’economia e nella politica mondiale.

   Quello che percepiamo è che, detta in modo molto superficiale, il mondo sembra geograficamente ora diviso in tre geo-aree: quella dei paesi emergenti (Cina, India, Brasile, Russia, Sud-Africa, Turchia…); quella a sviluppo e benessere “antico” (l’Europa, gli USA, tutta l’America settentrionale, l’Oceania, il Giappone, parte del Medio Oriente…); e infine i paesi a “povertà latente”, irrimediabile (paesi “dimenticati” dell’Asia, dell’Africa…. le notizie terribili che vengono dalla siccità nel Corno d’Africa, ma anche la maggior parte dell’Africa sub-sahariana soffre di tragico sottosviluppo).

   E se alcuni paesi tentano di uscire dal sottosviluppo attraverso modi e sistemi assai simili a quelli impiegati in Europa già dalla rivoluzione industriale avvenuta nel corso del diciannovesimo secolo (con molti aspetti positivi come l’aumento della possibilità di lavoro, della disponibilità di merci di consumo; ma anche con altri aspetti assai negativi: come l’inquinamento dei territori e lo sfruttamento di persone e ambiente); dall’altra i paesi “già” ricchi (e tra questo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa) si ritrovano in una crisi di sviluppo, di “quale sviluppo” prospettare in una società iperconsumistica dove oramai i mercati sono saturi di prodotti, e pur nell’innovazione tecnologica straordinaria di questi anni, la crisi del “lavoro diffuso per tutti” (e di conseguenza di una ricchezza per tutti) resta il vero problema che il “default”, il debito pubblico troppo alto e che pochi vogliono “comprare” (con i titoli di stato) è giunto a uno stato di saturazione.

   E si richiedono pertanto nuovi “obiettivi economici”, di spinta verso “altre ricchezze”. La qualità al posto della quantità (parliamo dei paesi ricchi in particolare). Per questo in questo blog sosteniamo la necessità che si metta in atto, si inizi, una grande conversione ecologica dell’economia del mondo intero (anche nei paesi ora emergenti…); con una riduzione dei consumi pubblici e privati inutili (gli sprechi); con una solidarietà internazionale che metta in campo forme di “cooperazione allo sviluppo” vantaggiose, eque, sia per chi è nel sottosviluppo che per chi “offre” i propri “saperi” e gli strumenti tecnologi di lavoro: parlavamo ad esempio tempo fa di una nuova “Comunità Economica Euro-Mediterranea”, appunto tra sud dell’Europa (noi, la Spagna , la Grecia…) e i Paesi mediterranei del nord Africa e del Medio Oriente che si affacciano alla democrazia… (la politica nazionale, europea, mondiale, dovrebbe lavorarci, creare le premesse di un nuovo sviluppo…).

………………………..

GLI STATI UNITI E IL TETTO DEL DEBITO

di Francesco Costa  (31/7/2011: dal sito http://www.ilpost.it/ )

– Perché ne stiamo parlando da settimane: una guida per chi decida di capirlo –

   (….) La Casa Bianca, i democratici e i repubblicani sono impegnati da settimane in una trattativa su una materia di centrale importanza – e hanno una scadenza, il 2 agosto, oltre la quale le conseguenze di un mancato accordo potrebbero farsi sentire ben oltre i confini del loro Paese.

DI COSA PARLIAMO
Mettiamola semplice: ogni paese ha bisogno di soldi. Per pagare le proprie attività, gli stipendi ai propri dipendenti, i programmi di welfare, gli investimenti in infrastrutture, i programmi di assistenza sanitaria, eccetera eccetera. In teoria, questi soldi dovrebbero arrivare dalle entrate: in primo luogo dalle tasse. In pratica, però, di questi tempi e per la maggior parte dei casi, i soldi in entrata sono meno dei soldi in uscita. A fronte di questa situazione, di norma i governi prendono del denaro in prestito – da banche, fondi e investitori, attraverso i titoli – e quindi si indebitano.

   In Italia lo sappiamo bene, viste le dimensioni del nostro debito pubblico. Anche gli Stati Uniti hanno un debito pubblico di proporzioni non indifferenti. Negli Stati Uniti, però, per prendere denaro in prestito e indebitarsi il Governo ha bisogno dell’autorizzazione del Congresso. Fino al 1917, serviva un voto del Congresso per ogni prestito.

   Dal 1917 si è deciso per una pratica più agile: fissare un tetto massimo di indebitamento e permettere al Governo di muoversi come meglio crede all’interno di quel tetto. Se non fosse che negli anni, un po’ per l’inflazione e un po’ per la situazione dell’economia, quel tetto è stato superato più volte: tutti i presidenti americani da Truman in poi hanno visto salire il tetto del debito statunitense.

   Il Congresso ha alzato il tetto del debito 18 volte durante la presidenza Reagan, 8 volte durante la presidenza Clinton, 7 volte durante gli anni di George W. Bush e 3 volte fino a ora con Barack Obama alla Casa Bianca. Il tetto attuale sarà toccato dal Governo americano il 2 agosto, domani. Quindi bisogna alzarlo.

I NEGOZIATI
Le trattatite sono cominciate diverse settimane fa e sono condotte da tre soggetti molto diversi. John Boehner, presidente della Camera, è repubblicano come la maggioranza dei deputati: deve tenere insieme l’ala combattiva dei tea party con quella più moderata e centrista. Harry Reid è il capo dei democratici al Senato, cioè della maggioranza dei senatori. Barack Obama è il presidente degli Stati Uniti. Le trattative si sono interrotte diverse volte, per poi ricominciare e interrompersi di nuovo.

   Si tratta evidentemente di una partita più politica che economica: i repubblicani hanno vinto le ultime elezioni di metà mandato su una piattaforma centrata sul rifiuto di nuove tasse e la lotta del debito pubblico, e tra meno di un anno e mezzo ci saranno le elezioni presidenziali.

   Nel frattempo la ripresa dell’economia americana continua a essere piuttosto lenta e le dimensioni del debito pubblico salgono: in questo momento il 40 per cento della spesa del Governo statunitense dipende dal denaro preso in prestito. Per questa ragione, l’unica cosa su cui sono d’accordo tutti e tre i soggetti protagonisti dei negoziati è che non si può semplicemente alzare il tetto del debito con un tratto di penna: bisogna farlo mettendo al tempo stesso le basi per una riduzione del debito pubblico. Le principali proposte in campo sono due.

LA PROPOSTA BOEHNER
Il piano del presidente della Camera taglia circa 900 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, senza introdurre nuove tasse. Si tratta di tagli di misura piuttosto ridotta, tant’è che se approvati costringerebbero comunque il governo ad avere bisogno di un altro rialzo del tetto del debito da qui alle elezioni presidenziali del 2012. Uno scenario che la Casa Bianca e i democratici vogliono evitare a tutti i costi, e che tra l’altro contraddice la predicata intransigenza economica della destra americana.

   La proposta doveva essere votata giovedì sera ma ha incontrato l’ostilità – oltre che dei democratici – anche di una folta pattuglia di repubblicani, quelli vicini ai cosiddetti tea party, che rifiutano ogni compromesso e vogliono che alla proposta si accompagni l’inserimento nella Costituzione di un emendamento che impegni il governo a tenere i bilanci in ordine.

   Pur di far approvare la sua proposta dalla Camera, Boehner è stato costretto prima ad accantonarla e poi a modificarla come richiesto dall’ala più estrema del suo partito. Alla fine la legge è stata approvata dalla Camera nella notte tra venerdì e sabato, ma è stata bocciata pochi minuti dopo dal Senato a maggioranza democratica.

LA PROPOSTA REID
Il piano del capo dei democratici al Senato taglia la spesa di oltre duemila miliardi di dollari, rimandando il prossimo rialzo del tetto a oltre le elezioni del 2012. L’ala liberal del partito democratico la considera un tradimento, dato che non contiene nuove tasse per i superricchi, ma vari osservatori e analisti la considerano ben più convincente di Boehner ai fini della rassicurazione dei mercati e delle agenzie di rating.  Anche questa bozza, però, ha il sostegno di un solo ramo del Congresso: anche se il Senato dovesse approvarla, la Camera la boccerebbe senza pensarci un secondo.

IL RUOLO DELLA CASA BIANCA
L’amministrazione Obama ha preferito non intestarsi una delle proposta né lanciare un proprio piano: un po’ per non dare ai repubblicani la ghiotta opportunità simbolica di bocciarlo, un po’ per permettere al presidente di giocare il ruolo di mediatore tra due soggetti piuttosto capricciosi.

   Obama lo ha fatto più volte, un po’ con le buone e un po’ con le cattive, gestendo i colloqui e invitando le parti a venirsi incontro. Se i democratici hanno fatto diversi passi verso i repubblicani, eliminando per esempio le tasse sui superricchi, i repubblicani sono restii a qualsiasi compromesso – Boehner nel corso di un’intervista ha spiegato di non voler nemmeno sentir dire la parola “compromesso”, a cui preferisce l’espressione “trovare un terreno comune”.

   Obama ha più volte strigliato il Congresso e i repubblicani, cercando di mostrarsi all’elettorato come l’ultima persona ragionevole rimasta a Washington. È certo però che un eventuale default del governo statunitense presenterebbe dei grossi rischi per la stabilità dell’amministrazione, nonché per la rielezione del presidente. Anche perché Obama, da senatore, si era opposto al rialzo del tetto del debito proposto dall’allora presidente Bush.

A CHE PUNTO SIAMO ADESSO
Il Senato avrebbe dovuto votare il 30 (sabato notte in Italia) la proposta Reid. Il voto però è stato posticipato e data l’incombenza della scadenza, la decisione viene unanimemente interpretata come prova di un progresso delle trattative. Recependo quanto chiesto da Obama venerdì pomeriggio, i repubblicani e i democratici si starebbero incontrando su una proposta che innalzi il tetto del debito fino a oltre le elezioni presidenziali, condizione fondamentale per i democratici, e senza introdurre nuove tasse, condizione fondamentale per i repubblicani.

   La proposta taglierebbe la spesa per 2,8 migliaia di miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, sarebbe congegnata in due fasi e probabilmente sarebbe osteggiata sia dall’ala liberal dei democratici sia, per ragioni opposte, dai tea party, ma potrebbe ottenere abbastanza consensi da essere approvata in modo bipartisan sia alla Camera che al Senato.

   Questo tra l’altro permetterebbe a chi ha seggi a rischio, da una parte e dall’altra, di non votare una misura così controversa: Boehner potrebbe dire ai suoi di averle comunque provate tutte mentre Obama darebbe la sua copertura politica ai democratici che voteranno il provvedimento.

E SE NON CI SI RIESCE?
Se si dovesse arrivare al 2 agosto senza un accordo, e se Barack Obama dovesse decidere di non forzare la mano alzando unilateralmente di alzare il tetto del debito – c’è una discussione sulla legittimità di un’eventuale decisione di questo genere – il governo degli Stati Uniti non potrebbe più indebitarsi, quindi spendere altri soldi.

   Il ministero del Tesoro ha fatto diversi conti, in questi giorni, e sembra ormai certo che le attività del Governo possano durare almeno per dieci giorni oltre la scadenza del 2 agosto, pagando stipendi e sussidi. Poi bisognerebbe fermare tutto: sarebbe tecnicamente un default. Le agenzie di rating svaluterebbero il debito americano, privandolo della sua tripla A, e le conseguenze per l’economia mondiale sarebbero probabilmente catastrofiche. (di Francesco Costa  – 31/7/2011: dal sito http://www.ilpost.it/ )

……………………

USA: INCUBO DEFAULT, TRATTATIVA FINALE

Voci di un accordo preliminare Casa Bianca-Congresso per l’aumento del tetto del debito

da “ il Corriere.it” del 31/7/2011, ore 19.30

   La Casa Bianca e il Congresso avrebbero raggiunto in extremis, secondo indiscrezioni, un accordo preliminare per l’aumento del tetto del debito e per evitare il default. Le parti continuano a lavorare per la messa a punto dei dettagli: l’amministrazione Obama non commenta le indiscrezioni sull’intesa raggiunto.

   Al Senato era previsto il voto sul piano per le 19 in Italia. Le due parti parlano di «dettagli» da rifinire, che hanno portato a un rinvio. Ma un accordo sul tetto del debito Usa è «molto vicino», ha dichiarato alla Cnn il leader della minoranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell.

   «Sono molto vicino a un’intesa che potrò raccomandare di sostenere ai miei colleghi», ha spiegato. Con il via libera del Senato, la palla passerebbe alla Camera: un voto non è in calendario ma il leader dei repubblicani, Eric Cantor ha detto che i parlamentari sono pronti a rientrare rapidamente se sarà necessario.

   Il piano prevedrebbe un aumento del tetto del debito fino a 2.800 miliardi di dollari e tagli alle spese leggermente superiori. L’aumento del debito avverrebbe in due fasi, come chiesto dai repubblicani, la prima, immediata, da 1.000 miliardi di dollari. Ulteriori tagli da 1.800 dollari dovrebbero invece essere decisi da una commissione entro il giorno del Ringraziamento e dovrebbero servire a coprire le necessità del bilancio federale fino a dopo le elezioni presidenziali del 2012.

BUDGET BILANCIATO – In caso di mancata approvazione dei tagli da parte del Congresso entro dicembre, scatterebbero tagli automatici che solo una maggioranza di due terzi del Congresso potrebbe bloccare.  L’accordo, se confermato, viene incontro in sostanza alla richiesta principale di Obama di estendere la possibilità del Tesoro di indebitarsi fino al 2013, scongiurando una nuova battaglia sul debito nel pieno della campagna elettorale per la Casa Bianca auspicata dai repubblicani.

   Al Congresso sarebbe richiesto di votare un emendamento alla Costituzione per un budget bilanciato, ovvero che consente al governo di spendere solo quanto raccolto con le entrate fiscali, ma l’approvazione non è necessaria. L’emendamento per un budget bilanciato riscuote l’appoggio degli americani con il 74%, secondo un sondaggio della Cnn, che lo appoggia a fronte di un 24% che lo respinge. (Redazione online del Corriere della Sera – 31 luglio 2011, ore 19:30)

…………………………

(…cercare di spiegare perché la Cina, in fase di sviluppo, detiene buona parte del debito pubblico degli USA, nazione ipersviluppata)

IL RAPPORTO FRA GLI STATI UNITI E LA CINA

da LIMES, rivista di geopolitica italiana

Conviene partire da un’astrazione per comprendere il caso concreto. Nel mondo ideale i paesi in via di sviluppo consumano, ma soprattutto investono più di quanti beni di consumo e d’investimento producano. La differenza sono le importazioni dai paesi sviluppati.

I paesi sviluppati, invece, consumano ed soprattutto investono meno di quanto producano. La differenza sono le esportazioni verso i paesi in via di sviluppo. I paesi in via di sviluppo cumulano debito – la contropartita delle importazioni, con i paesi sviluppati.

Alla lunga i paesi in via di sviluppo costruiscono un apparato industriale competitivo, quindi cominciano sia ad esportare sia a consumare i beni prodotti da loro stessi. La loro bilancia commerciale diventa attiva e rendono pian piano il debito che avevano cumulato quando erano poveri.

Questo mondo ideale ha funzionato nel secondo dopoguerra, laddove i paesi in via di sviluppo erano l’Europa occidentale ed il Giappone, e il paese sviluppato erano gli Stati Uniti. I cambi erano fissati, ossia si sapeva in partenza quante lire, marchi, franchi, yen, eccetera erano necessari per comprare un dollaro. Dollaro, che, a sua volta e fino al 1971, aveva un rapporto fissato con l’oro.

Nel mondo reale di oggi abbiamo un’inversione. Il paese in via di sviluppo, la Cina, il cui prodotto interno lordo è circa un terzo di quello europeo e statunitense con una popolazione molto più numerosa, invece di importare – più precisamente, invece di avere delle importazioni nette positive – esporta.

Il paese sviluppato, gli Stati Uniti invece di avere delle esportazioni nette positive, importa. Il paese indebitato è quello sviluppato e non, come dovrebbe essere, quello in via di sviluppo.

Il paese sviluppato dovrebbe quindi per anni diventare un esportatore netto per rendere il debito cumulato con il paese in via di sviluppo.

Dovrebbe cioè consumare molto meno, e quello in via di sviluppo molto di più. Gli Stati Uniti hanno un consumo pari a circa due terzi del loro pil, mentre quello dei cinesi è pari a meno della metà del loro pil. Per anni gli statunitensi dovrebbero diventare “formiche” ed i cinesi “cicale”.

Nel mondo reale di oggi, oltre alla succitata inversione, abbiamo anche una complicazione: le esportazioni cinesi dipendono anche dalla presenza degli stabilimenti statunitensi in Cina. La Cina è un gigantesco sito produttivo per le imprese estere.

Le bilance dei pagamenti registrano così le esportazioni di beni cinesi negli Stati Uniti, ma non registrano tutti i redditi delle imprese statunitensi che sono legati agli impianti in Cina. Per esempio, ogni iPhone prodotto in Cina costa venti dollari, ma è venduto a 600 dollari nel mondo.

Di conseguenza, una politica di stimolo (fiscale e monetario) della domanda negli Stati Uniti che si ripercuote nell’acquisto di iPhone accresce la domanda di lavoro in Cina e il margine di profitto del produttore statunitense, ma non la domanda di lavoro negli Stati Uniti.

Si potrebbe pensare che i salari cinesi possano crescere, ma di quanto dovrebbero crescere per annullare la differenza di costo? Anche il cambio della moneta cinese potrebbe variare, ma di quanto dovrebbe farlo per annullare la differenza di costo? Oppure si potrebbe pensare ad una combinazione di maggiori salari e di cambio rivalutato.

Per immaginare l’entità dell’aggiustamento dei salari e del cambio, è utile una nota statistica. Nel secondo dopoguerra i salari tedeschi e giapponesi crebbero moltissimo. Erano il 20% ed il 10% di quelli statunitensi nel 1950 e poi diventarono il 60% ed il 50% di quelli statunitensi nel 1970.

I salari cinesi invece sono ancora pari, dopo anni di crescita vorticosa della loro economia, al 10% di quelli statunitensi.

In conclusione, ci si avvierà ad una soluzione dei problemi fra gli Stati Uniti e la Cina quando i primi diventeranno “formiche”, i secondi “cicale” e quando i salari cinesi esploderanno. Come si vede, una cosa non semplice. (…..) (da LIMES)

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...