La SIRIA e il suo popolo colpito dalla REPRESSIONE, e le speranze di apertura alla democrazia delle PRIMAVERE ARABE – l’importanza di quel che succede nel mondo arabo e nel Mediterraneo che condizioneranno gli scenari geopolitici del XXI secolo

Scontri nella cittadina siriana di HAMA - In Siria si continua a morire per la repressione violenta delle truppe fedeli al regime di Bashar al-Assad. Bombardamenti sulla città di Hamah, colpita domenica 31 luglio dai carri armati che hanno provocato un centinaio di vittime (più altre decine di morti nel resto del Paese). Anche la città orientale di Deir el-Zour è stata centro di sparatorie. La scelta del giorno in cui sferrare l'attacco non è stato causale. Le forze di sicurezza hanno infatti atteso l'apertura del Ramadan, mese sacro in cui i musulmani praticano il digiuno diurno

   Dall’inizio della “primavera araba” le rivolte in Siria sono iniziate poco dopo quelle in Tunisia, Egitto, Libia. Specie in alcune città (anche per l’eterogenea presenza etnica che ben vien descritta in questo post nel secondo articolo, di Andrea Riccardi ripreso dal Corriere della Sera). E in particolare ad HAMA, cittadina che si trova nella parte centro-occidentale del Paese. E finora la stima internazionale è che in Siria, in questi mesi dal febbraio-marzo scorsi, sono morte 1600 persone, migliaia sono state arrestate e almeno 10 mila si sono rifugiate in Turchia. Più di tutto quel che è accaduto negli altri paesi, specie in Libia, che ha portato l’Onu ad intervenire militarmente a difesa della popolazione e appoggiando gli insorti.

   La Siria fa più paura della Libia per gli “equilibri” internazionali, nella situazione così delicata del Medio Oriente; e per questo si assiste inermi al massacro della popolazione insorta. E’ stata, la Siria, accanto all’Unione Sovietica durante la guerra fredda (fino al 1989) in appoggio dei movimenti palestinesi che sono in guerra con Israele (ora rappresentati da Hamas a Gaza e gli hezbollah in Libano). Ma dopo la guerra fredda la Siria, con un’abile politica strategica, ha mostrato di voler essere anche un baluardo contro gli islamisti; e per questo mostra di godere al suo interno tuttora anche di un certo appoggio (che però si va affievolendo) di cristiani, drusi, curdi. Ed è poi, la Siria, “contro Israele”, appoggiando i palestinesi ma molto spesso strumentalizzandoli (quelli presenti nel suo territorio), usandoli e mandandoli al massacro contro le linee di confine israeliane, come è accaduto poco più di un mese fa, usandoli come diversivo, distrazione, ai problemi di difficoltà di controllo delle opposizioni interne al regime.

   Insomma, una brutta faccenda la Siria. Tutti la temono. E poi l’occidente in questo momento ha i suoi problemi: crisi economica e finanziaria, scandali e difficoltà interne a ciascun paese….

   E così se per anni si è pensato che il mondo islamico era “qualcosa di diverso” da noi, e che dovevamo solo difenderci e magari appoggiare dittatori che, con le buone o con le cattive, controllavano più male che bene gli integralismi pericolosi che da quell’ambiente potevano venire…. All’improvviso, all’inizio di quest’anno incomincia una vera e propria rivoluzione pacifica di giovani di tutti (molti) di quei paesi, che chiedono libertà e democrazia. E non bruciano le bandiere americane (nessuna bandiera bruciata), si tengono distanti dai gruppi religiosi integralisti, né tantomeno inveiscono contro Israele. Chiedono di rapportarsi a “noi”; di aiutarli nel loro bisogno di benessere; anche per alcuni di diritto alla mobilità e alla conoscenza del mondo, tanto quanto qualsiasi altro giovane di un paese del nord sviluppato del mondo.

TUNISI, manifestazione davanti al Ministero degli Interni del 19 gennaio 2011, primi giorni della RIVOLUZIONE ARABA (foto di Lucas Dolega, EPA, ripresa dal sito http://schopenauer.wordpress.com/)

   E l’Occidente che manco sperava una cosa del genere, cosa fa? Niente; poco. Chiude, socchiude la porta. Mostra di temere invasioni; non mette in piedi alcuno strumento di cooperazione economica, culturale, politica. Non “approfitta” di questa stagione araba di diffusa e sentita voglia di democrazia, per rapportarsi con il “mondo nuovo” che arriva dai paesi del nord Africa e del medio Oriente con un obiettivo si sviluppo economico equo per entrambi, di avvio del benessere da loro, di nuove opportunità alla stagnante economia occidentale.

   E’ sicuro che quel che succede nel mondo arabo e nel Mediterraneo condizionerà gli scenari geopolitici del XXI secolo. Per la Siria poi, e la repressione interna sanguinosa alla popolazione che chiede democrazia, non necessariamente si deve pensare a una nuova guerra come in Libia, cioè a un intervento militare simile.  Ci sono altre possibilità concrete da praticare: come strategie diplomatiche a largo raggio (dando un vero ruolo ad esempio alla Turchia), gemellaggi tra associazioni occidentali con opposizioni interne a quel paese, un rafforzamento di ogni possibilità e strumento di informazione per denunciare quel che lì accade; contatti con gruppi di opposizione, impedendo e intralciando le attività del regime fuori dal proprio confine, la circolazione dei suoi diplomatici… cioè mettendo il regime alle strette con tutti i mezzi possibili non militari.

   Se in Siria la rivolta libertaria sarà definitivamente repressa, in quel Paese c’è la possibilità che si chiuda negativamente e definitivamente tutta quella splendida stagione che va sotto il nome di “primavera araba”. La politica e le società civili occidentali possono ancora impedire che questo accada.

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Repressione in Siria

LA COSCIENZA NERA DELLE NAZIONI UNITE PARALIZZATE DAI VETI

di Fiamma Nirenstein, da “IL GIORNALE” DEL 2/8/2011

   Forse Bashar Assad ha intenzione di far fuori tutti i siriani e restare da solo a governare un Paese vuoto. E forse glielo lasceremo fare, data l’incertezza con cui tutto il mondo si gratta la testa mentre l’esercito fa le pulizie con i tank, i mitra, le bande che terrorizzano e uccidono chiunque si affacci per le strade.
Lunedì 1° agosto è stata la quarta volta del Consiglio di Sicurezza Onu dall’inizio della rivolta, se non ne dimentichiamo qualcuna. Stavolta l’Italia e la Germania hanno chiesto di agire in fretta. Una richiesta analoga della signora Ashton, tuttavia, è accompagnata da terribili sanzioni europee: il congelamento dei beni e la proibizione a viaggiare di cinque persone associate al regime stragista.

   Gran cosa dopo che la settimana scorsa 27 Paesi avevano insieme dichiarato la loro condanna per il regime accusandola di «massacri indiscriminati» di civili nella città di Hama. Lunedì sera, il Consiglio di Sicurezza ha mosso il suo incerto corpaccione dopo che il 26 maggio la Russia aveva bloccato una dichiarazione per paura di «causare una guerra civile». Poi, il 9 giugno è naufragato un progetto di risoluzione che accusava il regime di «crimini contro l’umanità».

   Sempre paura di «ingerenza esterna» come dicono Cina e Russia. Anche la Lega Araba, pur preoccupata, ha ribadito questo nobile timore in varie riprese. Il 9 giugno di nuovo, ecco l’esame di una bozza di risoluzione che sbatte come al solito contro il ventilato veto di Russia e Cina. Ora la Russia sembra averci un po’ ripensato, ma l’istinto di proteggere il pilastro della guerra fredda in Medio Oriente, l’amicone dell’Iran, il protettore degli hezbollah e di Hamas, è fortissimo.
Insomma, che l’Onu possa o voglia cercare di salvare i siriani è assai dubbio: solo a maggio la Siria all’ultimo momento cedette il suo posto al Kuwait nel Consiglio dei Diritti Umani dopo che gli americani la spintonarono giù. Le fu promesso per il 2013. Ce la vedo proprio bene. (Fiamma Nirenstein)

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Primavere Arabe e situazione in Siria

LA DISTRAZIONE EUROPEA

di Andrea Riccardi, da “Il Corriere della Sera” del 2/8/2011

Sono almeno dieci anni – dal tragico 11 settembre 2001 – che chiediamo ai musulmani di far seriamente i conti con la democrazia e di respingere la violenza. La lotta al terrorismo e per la democrazia ha motivato la guerra in Iraq. Ora, da qualche mese, il mondo musulmano è in movimento. C`è voglia di libertà.

   C`è una spinta vitale delle giovani generazioni attorno a cui si sono coagulati vari ambienti. I figli della globalizzazione hanno vinto la paura che bloccava intere società. In Tunisia e in Egitto despoti di lungo corso sono stati disarcionati. E’ difficile dire che futuro avrà la «primavera araba» inoltrandosi nella stagione della politica. Tuttavia troppi osservatori occidentali si limitano a chiedersi: favorirà o no gli islamisti? E’ una domanda rivelatrice della scarsa fiducia nella spinta democratica e di molta preoccupazione. La garanzia contro gli islamisti è stata la grande legittimazione dei dittatori arabi. Ma l`espressione «islamismo» è ormai generica.

   Bisogna distinguere i vari attori musulmani, perché questa formula comprende democratici, conservatori, ma anche estremisti e terroristi… In Turchia (che ha il secondo esercito della Nato) governa un partito islamista.

   Il poco interesse europeo per la «primavera araba» mostra come le nostre società civili non intendano avere un`influenza sul movimento democratico arabo. Si leggeva in un cartello dei manifestanti siriani: «Il vostro silenzio ci uccide». Un messaggio all`Occidente. La Siria è un caso in cui gli occidentali si mostrano particolarmente bloccati.

   Non è solo l`effetto della guerra in Libia e della crisi economica. Verso gli Assad c`è realismo da sempre. Lo si vide proprio ad Hama. Nel 1982, Afez al-Assad fece uccidere circa 20.000 siriani (guidati dai Fratelli musulmani). Quella strage passò nel silenzio generale. Vinse il realismo di fronte a un regime «progressista», capace di un`abile politica internazionale, protetto dall`ombrello sovietico. Lo stesso anno, i miliziani cristiani libanesi (complice l`esercito israeliano) uccisero un migliaio di palestinesi nei campi di Sabra e Chatila. In questo caso l`opinione pubblica (specie di sinistra) si mobilitò. Ricordo di aver visitato quei campi, vedendo l`orrore delle distruzioni. Due reazioni tanto diverse.

   Dopo l`89 la Siria, sempre controllata dalla minoranza alawita, ha dato garanzie contro gli islamisti. Il regime non è totalmente isolato nel Paese, ma gode anche di consenso. Mi diceva un autorevole cristiano siriano: «Gli alawiti comandano, ma garantiscono le minoranze». Così pensano cristiani, drusi e curdi. Il consenso si vede meglio ad Aleppo, patria di minoranze con migliaia di curdi e 300.000 cristiani. La città è calma mentre il Paese si rivolta.

   La borghesia sunnita ha fatto dall`inizio un compromesso con gli alawiti. Ma che farà ora, quando la protesta viene proprio dalla maggioranza sunnita? Non va poi sottovalutato il mondo sciita (Iran, Iraq e Libano), per cui la Siria è un crocevia importante. Teheran rischia di perdere un alleato, vicino religiosamente e politicamente (come risulta dal legame siriano con le milizie hezbollah libanesi).

   Oggi il potere alawita pensa di non avere alternative al terrore, se non vuole perdere il monopolio politico e rischiare un regolamento di conti. Spara sul suo popolo, per lo più sunnita. In Egitto Mubarak non ha sparato sul popolo (e il blocco che lo sosteneva ha capito che il suo tempo era finito).

   I siriani contano sull`irrisolutezza occidentale? C`è grande distrazione nelle società civili europee, ormai inerti di fronte a problemi (gravi) fuori dai confini nazionali. Certo l`Occidente non può essere ovunque il gendarme dei diritti umani. Ma la Siria è vicina all`Europa e a Israele. La prossimità genera responsabilità.

   Tra intervento militare (come in Libia) e indifferenza c`è un ampio spazio di opzioni per esercitare una doverosa responsabilità: pressioni, contatti, ricerca di soluzioni, coinvolgimento dei grandi attori internazionali…

   Per ora in Siria non si vede una via d`uscita dalla polarizzazione: un movimento di gente pronta a morire per la libertà affronta un potere irrigidito nella paura e senza futuro, che gioca la carta della repressione. Bisognerà costruire scenari di transizione e far capire – con alcune decisioni opportune – che la logica del terrore è inaccettabile.

   Dopo un decennio di politica internazionale caratterizzato dalla centralità della questione islamista, si è aperto un orizzonte con nuovi problemi ma anche nuove possibilità. C`è bisogno di diversi criteri con cui leggere la realtà e di maggiore responsabilità politica. Sicuramente dei governi, ma anche da parte delle società civili e delle forze politiche.

   Quel che succede nel mondo arabo e nel Mediterraneo condizionerà gli scenari geopolitici del XXI secolo, ben più dei fuochi d`artificio nostrani. (Andrea Riccardi)

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Repressione in Siria

DI PADRE IN FIGLIO

di Lucia Annunziata, da “la Stampa” del 1/8/2011

   Inviando i carri armati contro la popolazione della città di Hama, la famiglia Assad si conferma la più capace genia regnante oggi nel Medioriente della Mezzaluna, se per capacità si intende saper conservare il proprio potere con crudeltà e sprezzo di ogni interesse umano che non sia il proprio.

   Il papà Hafez al Assad, detto anche il Leone di Siria, guarda probabilmente oggi dall`alto con orgoglio la sua progenie, Bashir che è Presidente, e Maher, capo dei gruppi di élite della Guardia repubblicana che guida da mesi la repressione delle proteste.

   I due rampolli arrivati sulla scena politica del Paese con Ia reputazione dei rammolliti (Bashir è dentista e ha conquistato il titolo con molti anni di studi a Londra), si sono rivelati in effetti in questi mesi degni eredi del Leone: la scelta di spianare Hama è del resto un perfetto omaggio a lui il papà. Fu Assad padre infatti, nel 1982, il primo ad avere l`idea di radere al suolo, novello Attila, la città di Hama, che aveva osato ribellarsi, per farne il monumento alla stabilità e alla forza del suo potere, uccidendo 30 mila islamici.

   Si capisce bene dunque che oggi i suoi figli inviando i carri armati intendano ripetere l`operazione simbolica di fare di Hama il luogo in cui anche stavolta si è insegnata una lezione a tutto il dissenso siriano che da mesi scuote il Paese.

   Il momento, del resto, è perfetto – e tutto si può dire degli Assad meno che non sappiano far di conto e di politica. Questo inizio di agosto è il festival della distrazione internazionale. Obama è profondamente indebolito dal rischio default, e nel clima che si respira in America è improbabile che Washington si impegni su questioni internazionali.

   Il presidente turco Erdogan, cui l`Occidente ha affidato il compito di tirare (ogni tanto) le orecchie ai focosi giovani Assad, è in piena crisi da conflitto con i suoi generali dimessisi in massa venerdì per protestare contro l`arresto di 250 ufficiali da parte del governo con l`accusa di cospirazione. Al Cairo fra due giorni dovrebbe iniziare il processo a Mubarak, che rischia di essere la piazza mediatica internazionale su cui si ufficializzerà che i Fratelli musulmani sono quasi riusciti a dirottare e rapire la rivoluzione di Piazza Tahrir.

   Infine è iniziato con il primo agosto il Ramadan, il mese di celebrazioni del calendario musulmano, in cui il mondo islamico digiuna, prega e festeggia se stesso – con un antico rito che nel decennio scorso è diventato data simbolica anche per l`Islam radicale di un diverso tipo di festeggiamento, quello delle
armi.

   Proprio ieri l`ammiraglio Usa Mullen, che guida lo staff dei capi di stato maggiore americani, ha proclamato la massima allerta delle truppe in Afghanistan per timori di attacchi taleban durante il Ramadan. E se lo fanno i taleban, perché non farlo in Siria, devono aver pensato gli Assad. Va detto che tutto quello fin qui scritto è solo frutto di osservazioni – tra le altre cose, infatti, il tanto «westernizzato» governo di Damasco, con la sua splendida first lady cresciuta a Londra, le sue portavoce donne, e la sua elegante borghesia che ha ristrutturato il centro storico della capitale, non ha avuto esitazione a buttar fuori (e a tenerli fuori) i giornalisti occidentali.

   Riusciranno dunque i fratelli Assad nel loro progetto di radere al suolo Hama? Non abbiamo dubbi. Si è scritto e riscritto (e a questo punto è inutile ripetere) del doppio standard che l`Occidente ha adottato nei confronti della Siria: decisionismo militare per la Libia e chiacchiere di vuote proteste per Damasco.

   Le ragioni di questa disparità sono state esse stesse descritte numerose volte. La Siria è il cortile di casa di due grandi potenze mediorientalí – la Turchia e Israele, ed è dunque area di gioco di quasi tutti i conflitti locali. Attraverso la Siria passa l`aiuto iraniano agli Hezbollah e ad Hamas (che agiscono rispettivamente contro Israele in Libano e a Gaza).

   La Siria è inoltre una nazione a base etnica molto variegata, con una importante presenza, tra le altre, sia di cattolici che di curdi. Si aggiunga che in Siria non c`è petrolio, e la somma finale è semplice: il timore di una destabilizzazione di questa nazione è più forte di ogni preoccupazione umanitaria.

   Oggi, a mesi di distanza dall`inizio della guerra in Libia e delle rivoluzioni di primavera a Tunisi e al Cairo, il bilancio di questo doppio standard si può anche quantificare. In Siria sono morte 1600 persone, migliaia sono state arrestate e almeno 10 mila si sono rifugiate in Turchia. Numeri non raggiunti dalla repressione di tutte le rivolte di tutti gli altri Paesi arabi calcolate insieme.

   Assad dunque può farcela. Sa che questo è un buon momento. E probabilmente ha anche un`ambizione storica: se in Siria la rivolta viene domata, Damasco può ambire ad aver chiuso in autunno la stagione delle rivoluzioni iniziata in primavera. (Lucia Annunziata)

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Primavere Arabe

TUNISIA ALLE URNE SENZA FIDUCIA SALE LA TENSIONE, POCHI ELETTORI

di Cristiana Cella, da “L’UNITA” del 2/8/2011

Liste elettorali semi vuote e il termine per iscriversi che scadeva oggi viene prorogato al 14 – Intimidazioni continue dei salafiti a donne e laici – il leader Ghannouchi ufficialmente condanna – Difficoltà di spostamento, code, intralci burocratici. Ma anche tanta delusione e confusione – Vanno a dir poco a rilento le iscrizioni dei tunisini nelle liste elettorali. E il termine è prorogato di due settimane (a metà agosto) –

   Je vote io voto, con l`indice e il medio a comporre la «v» in segno di vittoria. È l`immagine della campagna mediatica, che, per le strade, sui giornali, nel web, chiama i tunisini a iscriversi alle liste per l`elezione dell`Assemblea Costituente, che sarà il prossimo 23 ottobre.

   Nel video una bella ragazza, vestita all`occidentale, fa appello ai suoi compatrioti all`estero: «Il 14 gennaio non c`ero ma potrò dire ai miei figli che ho votato!». Ci sono anziani, donne col foulard de Dieu, ragazzi. Tutti i volti appassionati della Tunisia. Nello spazio facebook dell` L`Isie, la Instance Supérieure Indépendente pour les Eléctions, si può seguire, minuto per minuto, il numero degli iscritti. Non abbastanza, in verità.

   Ad oggi 1.814.774, su 7.500.000 aventi diritto. Sabato l`Isie ha prorogato il termine per le iscrizioni, che scadeva oggi, fino al 14 agosto. Uffici aperti anche durante il Ramadan. Nel week end si è registrato un incremento e la speranza si riaccende. L`impegno delle istituzioni, dei giovani democratici, soprattutto delle donne, è tanto, ma nessuno può dire se questo rinvio sarà sufficiente.

   La scarsa partecipazione alla prima fondamentale tappa per la democrazia tunisina, ha sorpreso tutti. Certo i problemi tecnici e logistici non sono pochi: disguidi, code, difficoltà di spostamenti. Le autorità, in questi giorni, hanno cercato di rimediare, coinvolgendo gli uffici postali nelle iscrizioni e allestendo uffici mobili per raggiungere i villaggi più lontani. Ma i problemi organizzativi non bastano a spiegare la scarsa affluenza. «Manca un senso di responsabilità politica, essenziale per il processo democratico» è la tesi del segretario generale dell`Isie Kamel Jendoubi. La delusione è palpabile.

   Non ci sono leaders forti né progetti politici chiari. I partiti proliferano ogni giorno. Le prime coalizioni si stanno formando adesso, come quella di 7 partiti intorno a Ettajdid, sinistra liberale. I tunisini sono disorientati e confusi. E c`è chi ne approfitta.

   Il clima è pesante, la preoccupazione dei democratici alta. I partiti islamisti salafiti, Tahrir in testa, sono sempre più aggressivi. Attacchi agli artisti laici, molestie alle donne vestite all`occidentale fotografate per le strade, e, il 26 giugno, l`assalto al cinema della capitale, dove si proiettava il film sulla laicità “Né Allah, né padrone” di Nadia el Fani, nel mirino più di tutti. Abdelmajid Habibi, leader del movimento salafita Tahrir, accusato dell`attacco al cinema, dichiara: «È un deliberato tentativo di provocare la gente». Ennahda, il partito islamico ritenuto più «moderato», è in testa ai sondaggi.

   «Gli islamisti stanno diventando sempre più forti», dice Afef Tlili, candidata per Ettajdid. «Soprattutto al sud, dove arrivano con promesse e soldi per i nuovi iscritti. Le moschee sono quasi ovunque le loro basi d`appoggio, riempiono i comizi con i pullman, hanno associazioni di volontariato religioso. Promettono una pensione per le casalinghe, in modo che le donne non siano “costrette” a lavorare».

   Rachid Gannouchi, leader di Ennahda, condanna le violenze ma prova a giustificarle. Appare sempre più chiaro il doppio binario sul quale si muove. Dichiarazioni ufficiali di moderazione e compiacenza verso la base più radicale. Il partito, che riceve cospicui finanziamenti dai paesi del Golfo, è sul piede di guerra contro la nuova legge che limita i finanziamenti esteri ai partiti. Si sente forte del suo successo. «Molti miei colleghi, di tutte le estrazioni sociali, mi hanno sorpreso», dice Stefano Mason, cooperante della Ong italiana Cospe, che da anni lavora nel paese dei gelsomini. «Si dichiarano apertamente per Ennadha, pur lavorando nel settore della solidarietà e dei diritti della donna».

   Intanto i disordini scoppiano ovunque: gli islamisti soffiano sul fuoco, scontri tribali e assalti alle caserme si susseguono come gli scioperi, dovuti al malessere economico, con il crollo del 45% del turismo. In molte città è tornato il coprifuoco.

   Sono ricominciate le manifestazioni di chi non vede realizzarsi gli scopi della rivoluzione. Chiedono giustizia rapida per i loro martiri, le dimissioni del ministro degli interni Essid e di quello della giustizia Karoui Chebbi, coinvolti nel passato regime, che garantiscono l`impunità a poliziotti e politici responsabili di violenze. L`equilibrio è fragile. Il premier Essebsi invoca la calma e il senso di responsabilità. Parla di un complotto fomentato dagli estremisti religiosi per destabilizzare e impedire le elezioni. Altri leader politici gli fanno eco e assicurano che il 23 ottobre si voterà come previsto. Ma non sembrano abbastanza convincenti.

   La rivoluzione tunisina, è in pericolo? Certo i rischi ci sono: che prevalgano gli islamisti o che s`imponga un governo d`ordine per garantire la stabilità. La polizia, del resto, ha già cominciato a sparare. Gli ottimisti contano sullo stile di vita laico dei tunisini e sui diritti conquistati. «In democrazia tutti devono avere il diritto di esprimersi, anche gli islamisti. Bisogna rafforzare la società civile, sono loro la nostra garanzia democratica», diceva qualche settimana fa Halima Jouini, dirigente femminista.

   Una sfida, adesso, sempre più rischiosa. I pessimisti analizzano la delusione. Denunciano nei blog la mancanza di un progetto politico alternativo e l`ampia e indifferente «maggioranza silenziosa». Sei mesi sono pochi per passare dalla dittatura alla democrazia in un Paese che non l`ha mai conosciuta. La prima tappa del cammino democratico è una corsa contro il tempo, che scadrà tra due preziosissime settimane. Speriamo che i tunisini, in patria e all`estero, ne approfittino. (Cristiana Cella)

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Primavere Arabe

AL CAIRO L’ESERCITO SPAZZA VIA LA TENDOPOLI DI PIAZZA TAHRIR

di Ibrahim Refat, da “LA STAMPA” del 2/8/2011

IL CAIRO – Blindati dell`esercito e forze della polizia sono intervenuti con la forza e hanno sgombrato piazza Tahrir dai manifestanti che l`occupavano dall`8 luglio scorso. Lo sgombero inatteso ha provocato la dura reazione di centinaia di attivisti che hanno tirato sassi contro le forze dell`ordine.

   Al momento dell`assalto i militari avevano sparato in aria poi sono penetrati da diversi lati della centralissima piazza, divenuta simbolo della rivoluzione del 25 gennaio, assestando colpi di manganello ai più riottosi e demolendo le loro tende e fatto riprendere la circolazione stradale.

   Decine di persone sono state caricate sui cellulari della polizia. Alcune sono rimasti ferite negli scontri. E pensare che alcuni degli attivisti volevano trasformare piazza Tahrir, in occasione del mese sacro del Ramadan iniziato ieri, «nel più grande luogo di preghiera aperto al mondo». Altri invece avevano annunciato l`intenzione di sospendere il sit in, cominciato tre settimane fa, proprio per rispetto del Ramadan «a patto di ritornarvi alla fine del mese di digiuno».

   Ma i familiari delle vittime della rivoluzione e i militanti del movimento del 25 gennaio non volevano sentire ragioni. Intendevano proseguire con la protesta almeno fino a domani, quando inizierà il processo a carico dell`ex presidente, Hosni Mubarak «per vederlo comparire nella gabbia degli imputati assieme alla sua banda». La sua presenza era considerata da loro un test sulla credibilità della giunta militare al potere.

   Naturalmente la presenza della tendopoli degli attivisti nel cuore dei Cairo non era gradita né alla giunta militare né agli automobilisti della congestionata metropoli né tanto meno ai proprietari dei negozi vicini. I primi vi vedevano un focolaio di tensione permanente con frequenti tafferugli fra l`ala liberale della rivoluzione e quella integralista. I secondi, gli automobilisti, erano costretti a soste prolungate e gimkane sotto il solleone, mentre i terzi, i negozianti, si lamentavano per la scarsità degli affari a causa del sit in ad oltranza. Ma non erano gli ambulanti ad aver trasformato la piazza in un suk.

   Anche i Fratelli musulmani, assai vicini alla giunta militare, hanno esultato per lo sgombero. «Occorreva mettere fine a questa situazione anomala. La piazza deve restare il simbolo della rivoluzione e non un luogo dove vengono aggirate le richieste eque del popolo», ha dichiarato Issam el Errian, vicecapo del partito Giustizia e la libertà (propaggine dei Fratelli musulmani).

   In realtà i fondamentalisti pianificavano di strappare la piazza dalle mani dei gruppi laici, i primi a piantarvi le tende. Le avvisaglie erano state l`altro giorno quando le due formazioni si erano scontrate in occasione del raduno settimanale per la preghiera del venerdì. Un fatto sgradito ai militari, ora costretti a fare i conti con i salafití ad el-Arish a Nord del Sinai. Questi jihadisti incalliti hanno annunciato di voler edificare il loro emirato islamico in quella parte della penisola. (Ibrahim Refat)

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Primavere Arabe

LA PRIMAVERA INCOMPIUTA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 2/8/2011

   Al rientro dalla Libia di Gheddafi vado a trovare una famiglia amica. La Tunisia, in cui vive, conosce l´ebbrezza e l´affanno della democrazia incompiuta, ancora da inventare, alla ricerca di un modello costituzionale.

   Inoltre la fine di una dittatura non implica l´avvento di un miracoloso benessere. Anzi, può accadere il contrario. Infatti l´economia soffre. Nella famiglia amica ne sono coscienti e partecipano all´agitata, appassionante transizione con lo slancio di chi può infine esprimere le proprie idee e agire con la speranza che si realizzino.

   Tutti consapevoli che non sarà facile. È evidente il fastidio quando parlo, forse dottoreggiando un po´, delle esperienze storiche europee in fatto di democrazia. Sembra una lezione e lo sguardo di Moncef, a lungo impegnato in una casa editrice mitragliata dalla censura, si distrae, si perde nel limpido mare di La Marsa, il sobborgo residenziale di Tunisi dopo Cartagine e Salambò, in cui abita con i suoi. Ed Essiah, la sorella, sfodera il suo solito intelligente sarcasmo con un´eloquente silenziosa occhiata. Non mi resta che tacere e ascoltare.
Considero quella di Essiah, di Moncef e della moglie Leila la mia seconda famiglia. La prima per elezione.  Da decenni ci lega una profonda amicizia, punteggiata per loro da sofferti e interminabili periodi politici. Penso ai tre decenni dopo l´indipendenza (1956), dominati da Bourghiba, un raìs di stampo particolare, che a tratti ragionava come un radicale della Terza Repubblica francese, ma che restava pur sempre un despota; e ai quasi tre decenni, assai più oscuri, di Ben Ali, trasformato dal lungo potere e dalla moglie avida di denaro in un pirata-gangster.

   In quel più di mezzo secolo di tirannia la grande famiglia tunisina, devota all´indipendenza nazionale e al tempo stesso imbevuta di cultura francese, non ha ceduto un pollice della propria dignità. È rimasta liberale, laica e sprezzante verso il potere corrotto, cioè fedele ai principi dei vecchi defunti: il nonno, celebre avvocato nazionalista che avrebbe potuto recitare Molière e il Codice di Napoleone, come le devote donne di casa il Corano; e il padre, direttore di banca, che in gioventù si batté contro i nazisti come ufficiale (“indigeno”) dell´esercito francese, quando la Tunisia era un “protettorato” di Parigi.
Adesso il puntiglioso razionalismo che ha consentito alla famiglia la sopravvivenza intellettuale nei tempi bui è venato da un´emozione che incute rispetto, e che esenta da interferenze. Moncef è troppo amico e troppo raffinato per dirlo apertamente: ma in definitiva credo di capire quel che pensa.
La democrazia in gestazione in Tunisia è affar loro. Me ne rendo conto, mi accorgo che parlavo da un pulpito al momento non particolarmente attendibile. Settant´anni dopo la fine del fascismo e l´arrivo della democrazia, il mio paese, che Moncef ed Essiah conoscono bene, conta tre (o quattro) mafie, equivalenti a tribù criminali che non riconoscono lo Stato, e da tre lustri vi prevale a singhiozzo un berlusconismo difficilmente proponibile come modello. In quanto alla Francia, con la quale, abitandovi da tanto tempo, mi capita abusivamente di identificarmi, fino a qualche mese fa era devota a Ben Ali, il raìs cacciato dai tunisini a furor di popolo.
La primavera araba non è stata tradita. Ha poco più di sei mesi ed è più che mai viva. Continua. È una rivoluzione profonda e come tutte le rivoluzioni è contrastata, tormentata, conosce momenti di euforia ed altri di smarrimento.

   I frequenti scioperi, i turisti meno numerosi, gli investimenti stranieri esitanti creano problemi. Ma la Tunisia, etnicamente omogenea ed economicamente dinamica, se la cava meglio del molto più grande e complicato Egitto, l´altro teatro della primavera araba. È azzardato, anzi impossibile, immaginare quale sarà l´esito finale. Le svolte radicali, le restaurazioni sotto parvenze liberali, gli scontri tra laici e religiosi non sono da escludere.

   Ma la tendenza prevalente nel fervore rivoluzionario, in due realtà diverse come la piccola Tunisia e il grande Egitto, è di creare una società più aperta, pluralista, democratica. Alcune specificità arabe sono ostacoli che non è semplice aggirare: come creare un quadro istituzionale in cui siano possibili relazioni distese tra lo Stato e l´Islam; come consentire eguali diritti alle minoranze etniche e religiose; come equilibrare i redditi, finora basati spesso sugli abusi e la corruzione; come risanare una burocrazia inefficiente e asservita ai potenti; come rifondare il sistema giudiziario; e fare dell´esercito e della polizia strumenti al servizio di una costituzione democratica ancora da scrivere.

   E quali rapporti stabilire con i Paesi in cui i raìs o i monarchi continuano ad esercitare poteri assoluti, sia pure contestati. Con la Siria ad esempio, dove il raìs (Assad) resiste massacrando gli oppositori, o con la remota Arabia Saudita, danarosa per il petrolio e influente in quanto custode della Mecca e di Medina.

   Migliaia di automobili libiche, riconoscibili per la targa d´immatricolazione bianca, percorrono in questi giorni la Tunisia: sono ricchi profughi da Tripoli o da Bengasi, amici o nemici di Gheddafi, che ricordano con la loro presenza ai tunisini che il sanguinoso confronto tra i raìs e la democrazia in Libia è ancora aperto. Là l´esito della guerra civile resta incerto. Ed è un costante segnale d´allarme.
I miei amici di La Marsa, Moncef e Essiah, esprimono un´élite; ma la Tunisia è comunque uno dei paesi più scolarizzati del mondo arabo; e se recupera i numerosi esperti (intellettuali, economisti, ingegneri, medici) dispersi in Occidente e in Medio Oriente, può disporre di una classe dirigente di qualità. Jalloul Ayed, il ministro delle Finanze ed ex dirigente della Citibank (oltre che musicista), pensa che il Paese potrebbe diventare in meno di dieci anni qualcosa di simile a una Singapore del Mediterraneo.

   La crescita economica azzerata dai timori suscitati dalla rivoluzione non lo spaventa. Risalirà. Le insurrezioni popolari sollecitano i sogni. La rapidità con cui è stata spazzata via la dittatura ha acceso le fantasie, spinge a immaginare un futuro forse irrealistico e tuttavia impensabile fino a sei mesi fa.
Per ora la Tunisia continua a conoscere momenti di vivacità, a tratti di collera rivoluzionaria. Moncef, e suo nipote Mehedi, regista cinematografico appena arrivato da Parigi, erano impazienti di raggiungere il centro della capitale per partecipare a una manifestazione contro le intemperanze dei movimenti religiosi. Non bisogna lasciarli fare. Nell´attesa di una costituzione che stabilisca le regole democratiche, i laici si impegnano in un confronto politico teso ad arginare un´eventuale ondata islamica.
Durante le brevi soste a Sfax e a Jerba (andando o ritornando dalla Libia) ho visto quanto siano ancora agitati i rapporti tra la popolazione e la polizia, per decenni al servizio del raìs, e quindi accusata di numerosi delitti, dalla brutale repressione alla tortura.

   Sei mesi dopo l´insurrezione, che ha cacciato Zine El-Abidine Ben Ali e la moglie Leila Trabelsi (adesso in esilio in Arabia Saudita), la gente non ha più paura di chi indossa divise e imbraccia armi. Ha un certo rispetto per i militari perché l´esercito ha contribuito alla cacciata del rais. La polizia non ha diritto agli stessi riguardi. In una sola notte, a metà luglio, sono stati assaltati con cocktail Molotov e lanci di pietre sei o sette commissariati.
A loro volta gli agenti di polizia hanno creato un loro sindacato. Non esiste nulla del genere nel mondo arabo. Il nuovo sindacato segna la svolta democratica delle “forze per la sicurezza interna”, e al tempo stesso esige, insieme al diritto di voto finora negato ai poliziotti, migliori condizioni di lavoro. I salari sono bassi, tra 600 e 800 dinari (300-400 euro) al mese per un agente semplice. Un aumento si impone. E poi ci vuole qualche condizionatore in caserma per combattere il caldo; e i servizi igienici, docce e cessi, devono essere ammodernati. Anche queste sono rivendicazioni.
Per evitare vendette personali, gli ufficiali e gli agenti sono stati trasferiti in località lontane da quelle in cui erano in servizio durante la dittatura. Ma sono ugualmente presi di mira la notte da chi vuole regolare i conti con il concreto simbolo della repressione (che nei giorni caldi della rivolta ha fatto 300 morti).

   Di giorno capita che gli stessi poliziotti incrocino le braccia per usufruire delle conquiste civili ottenute dall´insurrezione popolare. Scioperavano quando mi trovavo a Sfax. E poi a Jerba. Insomma le espiazioni notturne per la passata azione controrivoluzionaria si alternano alle rivendicazioni diurne avanzate nel nome della rivoluzione oggi in marcia e un tempo repressa.

   Quelli della Lega dei diritti dell´uomo denunciano tuttavia numerose violenze commesse da poliziotti, in divisa nera e il viso coperto, in diverse località. Compresa la capitale. Le tentazioni controrivoluzionarie, o le semplici azioni di rivalsa, sia pur sporadiche, non si sono dunque spente. Lo straniero non se ne rende conto. Il turista non deve essere disturbato. E non lo è.
Beji Caid Essebsi, primo ministro dal 27 febbraio, è un 84enne che non manca di energia. È stato ministro nei governi del raìs, ma senza mai perdere la dignità. A lui è affidata la transizione, nell´attesa del 23 ottobre, quando sarà eletta l´Assemblea costituente, alla quale spetterà di varare entro un anno la “magna charta” della prima vera democrazia tunisina.

   Il Paese doveva andare alle urne il 24 luglio, ma la data è stata ragionevolmente ritardata per dar tempo ai più di 90 partiti registratisi (formazioni laiche e religiose di varia intensità islamica) di prepararsi all´appuntamento. La legge elettorale, basata sul sistema proporzionale, sfoltirà i ranghi e finirà con l´ammettere soltanto una decina di partiti nell´Assemblea costituente. La futura Costituzione potrebbe essere influenzata da quella francese, un po´ presidenziale e un po´ parlamentare. Ma dopo la lunga esperienza autoritaria il presidenzialismo non dovrebbe troppo prevalere.
Quasi tutti i sondaggi sulle intenzioni di voto mettono in testa Nahda, il principale partito islamico. Il cui prestigio è basato anche sull´incorruttibilità dei suoi dirigenti, e sulle persecuzioni subite dai suoi affiliati e simpatizzanti durante la dittatura (cinquemila imprigionati nei
momenti più duri, e spesso per vent´anni).

   Il leader di Nahda, il settantenne Rashid Gannouchi, un matematico, ritornato dopo più di vent´anni dall´esilio londinese, si prodiga nel presentare il suo partito come una formazione moderata, tollerante, rispettosa delle regole democratiche, ed anche favorevole ai diritti delle donne, in Tunisia riconosciuti, fin dai tempi di Bourghiba, molto di più che nel resto del mondo arabo.

   Nahda non si propone di applicare la sharia, la legge coranica, né di proibire l´uso dell´alcol, né di moralizzare il turismo. Come molti islamisti, colti di sorpresa dall´insurrezione popolare in favore delle libertà fondamentali e ansiosi di adeguarsi, Rashid Gannouchi considera con attenzione la Turchia di Erdogan, un modello politico in cui Islam e democrazia convivono.

   Nessuna indagine d´opinione attribuisce comunque a Nahda la maggioranza assoluta. Al massimo potrebbe ottenere il 25 per cento. Il sondaggio più recente, a mia conoscenza, cala bruscamente, non va oltre il 14 per cento.

   Circa tre tunisini su quattro non si dichiarano islamisti e dicono di non avere fiducia nel partito di Rashid Gannouchi. Lo accusano di adottare toni diversi secondo il pubblico. Un movimento, che si definisce Polo democratico modernista, cerca di riunire tutti i partiti laici, incluso l´ex partito comunista (Tajdid), con l´obiettivo di arginare Nahda. E comunque di formare una maggioranza capace di governare senza il grande partito islamico.
***
Il panorama politico e sociale si allarga e diventa opaco, nebbioso, se si sposta lo sguardo sull´Egitto, l´altro teatro della primavera araba. La piccola Tunisia ha trascinato nella rivoluzione, con il suo esempio, il più grande Paese arabo, abitato da una popolazione dieci volte più numerosa, e con un passato remoto tra i più famosi nella storia dell´uomo.

   Dal 1952, quando gli “ufficiali liberi” cacciarono re Faruk e abolirono la monarchia, i militari controllano la società egiziana. Ancora oggi sono loro che fissano i tempi e le regole, quindi anche i limiti, della transizione democratica. Il tunisino Habib Bourghiba, il padre della patria, diffidava dei militari e relegò le forze armate in un ruolo secondario. Il successore, Ben Ali, pur essendo un ufficiale di carriera, aveva più l´anima dello sbirro che del soldato.

   Ma il frustrato esercito tunisino è diventato decisivo quando è esplosa l´insurrezione popolare. Senza il suo sostegno la rivolta non sarebbe sfociata in una rivoluzione. Come senza la decisione dell´esercito egiziano, Hosni Mubarak non sarebbe stato spinto alle dimissioni, vale a dire destituito. A differenza di quelli tunisini, i militari egiziani continuano tuttavia a tenere le redini del potere e non hanno intenzione di cederle.

   Erano la spina dorsale del regime quando comandava il raìs, che era uno di loro, e adesso, disciplinano il passaggio alla democrazia. Questo fa dire a Wafik Ghitany, esponente del partito Wafd (liberale) che «l´ex regime controlla ancora il Paese». Oppure, con più sarcasmo, si chiede se sia opportuno affidare «alla dittatura il compito di processare se stessa».
Il generale Mahmud Hegazy, membro del Consiglio supremo delle Forze armate, precisa che spetta ai militari distinguere tra le richieste legittime e quelle illegittime della popolazione. E un noto giornalista, Hisham Kassem, aggiunge che almeno per altri dieci anni neppure un presidente eletto democraticamente potrà sfidare il potere militare.

   Il generale Mahmud Shahine è più possibilista. Secondo lui le cose cambieranno quando entrerà in vigore la nuova Costituzione, che l´Assemblea eletta il prossimo autunno dovrà redigere. Di questo, del ruolo dei militari, si dibatte in particolare al Cairo nell´attesa delle elezioni. Finora, ad eccezione dei suoi membri, nessuno conosce il numero esatto dei componenti del Consiglio supremo delle Forze armate (si dice siano 19), né l´identità di tutti coloro che ne fanno parte.
La destituzione dei raìs è stato soltanto un passo, sia pure decisivo, verso la democrazia. Se a Tunisi riesce difficile liberare lo Stato da tutte le incrostazioni del vecchio regime, in Egitto l´impresa appare titanica.  Dall´8 luglio centinaia di migliaia di egiziani hanno riempito al Cairo piazza Tahrir, sei mesi prima teatro dell´insurrezione popolare.

   È vero, l´atmosfera era diversa. Gli interventi, sia pur violenti, per disperdere la folla, non avevano l´intensità di una repressione. Quella presenza popolare su piazza Tahrir era comunque il segno di una vasta insoddisfazione. La tutela militare sul processo democratico crea insofferenza e suscita sospetti. I generali cercano di apparire aperti al dialogo, e si rendono accessibili via Facebook o in riunioni in cui sono ammesse le critiche, ma il loro comportamento assomiglia più a quello dei predicatori che a quello di dirigenti rispettosi dei principi democratici.

   Insomma, più che dialogare comandano. È un vizio professionale. Quelli di piazza Tahrir esigono i processi dei membri del vecchio regime, corrotti o colpevoli di vari delitti (torture e repressioni), e i generali li concedono, risparmiando però i militari. Con l´eccezione di Mubarak, che è un generale, che dovrebbe essere processato domani.

   Sempre i militari ripristinano il ministero dell´Informazione, un tempo strumento di censura, ma i giornali non rinunciano alle libertà di informazione e d´opinione conquistate. Lo spazio delle libertà è più ampio, si sente che è passata la rivoluzione, anzi che è ancora in corso, a volte sulle piazze, sempre in molti cuori e cervelli. Ma c´è anche incertezza.
Al principale partito religioso, quello dei Fratelli Musulmani, i sondaggi pronosticano un robusto successo elettorale. Ma non superiore al 20 per cento. I loro concorrenti salafiti, militanti dell´ala islamica ultra-puritana, si sono divisi in almeno quattro gruppi. I quali non riservano le critiche più aspre ai partiti laici, ma si accaniscono più volentieri contro il movimento Sufi, rappresentante una tendenza esoterica e tradizionale dell´Islam.

   La gara su chi è più ortodosso impegna i partiti religiosi. I quali non trascurano i rapporti con i generali. I Fratelli Musulmani, i più organizzati e
disciplinati, hanno cacciato dalle loro file i giovani radicali, suscettibili di inquinare la rispettabilità democratica del partito agli occhi dei militari, che un tempo impiccavano o tenevano nei campi o in prigione, insieme ai comunisti, i membri della confraternita, allora al bando. Oggi i Fratelli Musulmani si fanno in quattro per apparire cittadini esemplari. Ma, come a Tunisi, molti diffidano di loro. (Bernardo Valli)

………………………………

Repressione in Siria

LA CITTA’ DA SEMPRE RIBELLE “LE NOSTRE VIE UN CIMITERO”

di Francesca Paci, da “LA STAMPA” del 1/8/2011

   “Il premier turco Erdogan aveva detto che non avrebbe permesso una nuova Hama e invece è esattamente quel che sta accadendo qui” ripete al telefono l`ingegnere di sinistra Amjad, mentre i carri armati del regime incalzano la Venezia siriana affacciata sul leggendario Oronte, in arabo Nahr al Assi, il fiume ribelle, l`unico a fluire in senso opposto a tutti gli altri della regione.

   Aveva un anno nel 1982, quando il defunto presidente Haafez al Assad bombardò pesantemente la sua città per vendicarsi di un tentativo d`attentato e reprimere la rivolta capitanata dai Fratelli Musulmani locali uccidendo 20 mila persone.

   Ma come chiunque degli attuali 700 mila abitanti, indipendentemente dal proprio credo politico o religioso, Amjad è cresciuto nel ricordo di quei dieci giorni che segnarono per sempre la memoria collettiva e oggi, nel mezzo dell`offensiva governativa contro i ribelli, è in prima linea, quasi avesse aspettato finora la catarsi, il momento della resa dei conti.

   Hama ha impiegato più tempo di altri capoluoghi siriani ad affiancare la rivolta divampata a marzo nella provincia meridionale di Daraa e costata almeno 1500 morti, un migliaio di desaparecidos e oltre 20 mila arresti.

   Ad aprile, mentre da Latakia al sobborgo damasceno di Duma i dissidenti sfidavano già frontalmente i militari garanti dei potere alawita, Hama sembrava quieta, non riluttante al muro contro muro come le borghesi Aleppo e Damasco ma guardinga. «L`82 fu la nostra Guernica» raccontava allora il pittore cinquantasettenne K.K. svelando nel retrobottega odoroso di tabacco del suo studio in pieno centro i disegni sanguigni del massacro all`indomani del quale aveva abbandonato lo stile figurativo.

   I passanti abbassavano circospetti la voce per indicare la sagoma imponente e minacciosa del Cham Palace, l`hotel parastatale sorto sulle macerie delle case e delle ruote idrauliche spianate 29 anni prima, mentre tra i custodi della grande moschea, epicentro della storica insurrezione, c`era chi mostrava le cicatrici con cui aveva pagato la disobbedienza nel carcere di Tadmur, la bestia nera di Amnesty International.

   La cifra però era il silenzio, bocche serrate e sguardi complici a seguire l`evolversi degli eventi. A distanza di quattro mesi Hama è diventata il simbolo della protesta, l`icona della paura sconfitta che all`inizio di luglio, nonostante la rimozione del governatore provinciale filogovernativo, ha portato in piazza mezzo milione di oppositori guadagnandosi la visita extra protocollo degli ambasciatori americano e francese a Damasco e l`ira degli Assad. Non a caso, sostiene l`esperto del Royal United Services Institute di Londra Shashank Joshi, che ieri, alla vigilia del mese sacro di Ramadan, l`escalation «dimostrativa» della repressione è partita da qui.

   «Tra i manifestanti ci sono molti religiosi, è vero. Ma non sono fondamentalisti come li descrive il regime: sono musulmani normali, disarmati e soprattutto bene integrati con il resto della popolazione che anche in virtù del passato indimenticabile è molto unita» osserva lo studente Basel, nato a Daraa 22 anni fa e iscritto all`università di Hama.

   Ha lasciato la sua città adottiva venerdì, dopo aver partecipato all`ennesimo corteo di protesta: ignora quando la ritirata dei carri armati gli consentirà di tornare in facoltà a nascondere tra i manuali di economia i volantini dei Local Coordination Committees, i comitati rivoluzionari che hanno appena convocato uno sciopero generale per onorare il sangue versato ancora una volta ad Hama.

   Le voci giungono afone dai quartieri sotto assedio da un mese e sotto tiro dalle 5 di ieri mattina, quando, nella ricostruzione di un residente, «l`artiglieria pesante ha preso a picchiare da quattro diverse direzioni e luce e acqua sono state tagliate».

   Tra i negozi del vecchio centro, i canali in cui si specchiano i mulini ad acqua residui e i minareti bianchi delle venti moschee, le ragazze velate si mescolano a quelle vestite all`occidentale come sempre, prova d`una società mista da cui il dissenso definito «ecumenico» dal settimanale «The Economist» sgorga senza marchi religiosi.

   Ma i ribelli giurano che il dado è tratto e nulla sarà più «come sempre», a cominciare dai cecchini sui tetti e dalle barricate lungo le strade dominio di «criminali comuni» secondo Damasco e secondo il presidente dell`Osservatorio siriano per i diritti umani Abdel Rahmane «cimitero all`aria aperta di decine di corpi tra cui donne e bambini».

   «Siamo a una manciata di chilometri ma nel 1982 non sapevamo cosa stesse succedendo ad Hama» ammette un abitante di Homs, il polo industriale siriano che al principio della scorsa settimana ha assaggiato le prime avvisaglie della linea dura decisa dal presidente Bashar al Assad. Oggi è diverso. Districandosi tra le maglie della censura le notizie volano e sulla riva dell`Oronte Hama attende il cadavere di un nemico feroce ma sempre meno capace di dividere e imperare. (Francesca Paci)

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2 thoughts on “La SIRIA e il suo popolo colpito dalla REPRESSIONE, e le speranze di apertura alla democrazia delle PRIMAVERE ARABE – l’importanza di quel che succede nel mondo arabo e nel Mediterraneo che condizioneranno gli scenari geopolitici del XXI secolo

  1. Agata mercoledì 3 agosto 2011 / 7:39

    A proposito di intelligenza emotiva… “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile alla ragione” (A. de Saint-Exupèry)

    Qual’è il titolo del Meeting 2011 a Rimini?

    Cosa sto cercando di comunicare, quale messaggio?

    Ad maiora

  2. mirco mercoledì 3 agosto 2011 / 8:55

    La comunità internazionale, cioè alcune grandi potenze, oramai intervengono quando i loro politici al potere ritengono che l’azione possa dare loro dei vantaggi.. elettorali ovviamente. e spesso il loro intervento è di tipo armato e sempre dopo. Non si fa mai politica per prevenire i conflitti o i disagi sociali.

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