L’ABOLIZIONE di 29 PROVINCE e dei piccoli COMUNI: un’opportunità per una virtuosa “reazione a catena” di modifica della attuale suddivisione geografica istituzionale, con la creazione di: MACROREGIONI, CITTÀ con l’unione dei Comuni, AREE METROPOLITANE

La MAPPA qui sopra è un esempio di NUOVI COMUNI (CITTA’) dati dal mettersi assieme di medio-piccoli Municipi in base a criteri di omogeneità culturale e geomorfologica (a prescindere pertanto dal limite dei 1.000 abitanti). Il CADORE (e l’Ampezzano) al posto degli attuali 20 comuni sarebbe costituito da 4 grandi COMUNI: più efficaci nei servizi ai cittadini, con maggiore capacità economica di coordinare ogni intervento, più attrezzati nella difesa della qualità ambientale, più autorevoli con le istituzioni esterne. Ecco la suddivisione proposta da noi di GEOGRAFICAMENTE (la mappa la abbiamo ripresa dal web www.ladinia.org/ ): CENTRO CADORE: 1- AURONZO, 2-LOZZO, 3-VIGO, 4-CALALZO, 5-DOMEGGE, 6-LORENZAGO, 7-PIEVE, 8-VALLE, 9-CIBIANA, 10-PERAROLO  /  COMELICO: 11-SANTO STEFANO, 12-DANTA, 13-SAN NICOLO’, 14-SAN PIETRO, 15-COMELICO SUPERIORE, 16-SAPPADA  /  AMPEZZO: 17-CORTINA D’AMPEZZO  /  CADORE ANTELAO: 18-SAN VITO, 19-VODO, 20-BORCA

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   Il “decreto-manovra finanziaria” del Governo, per affrontare la grave crisi di bilancio nazionale, ha avuto tra le sue decisioni più importanti, l’accorpamento, l’eliminazione, dei piccoli comuni (quelli sotto i mille abitanti, che in Italia sono 1.970 su un totale di 8.092), e l’ “eliminazione”, accorpamento con altre vicine, delle provincie con meno di 300.000 abitanti. Che sono 37 (su un totale nazionale di 110)…

…Ma ecco che il giorno successivo “spunta un primo inghippo”: il decreto, votato e pubblicizzato in conferenza stampa il 12 agosto, parlava di abolizione delle provincie con meno di 300mila abitanti. Ma il giorno successivo, il 13 agosto, il Ministro Calderoli specificava che per essere abolite quelle provincie dovevano pure avere una superficie di meno di 3.000 Kmq… E così si “salvano” due provincie importanti, anche nel panorama della presenza territoriale leghista, cioè quelle di SONDRIO e di BELLUNO. E’ da chiedersi: casualità data dalla territorialità considerevole delle due provincie “salvate”? …oppure abile mossa di chi non ha mai voluto l’abolizione delle provincie? (Volevate abolire le province inutili?  Ecco, adesso sono quasi tutte vostre!”).

   Interessante era, in quelle poche ore (del 12, 13 agosto) nelle quali ad esempio BELLUNO come “provincia” aveva “la sorte segnata”, che i principali esponenti politici di quel territorio affermavano che mai e poi mai avrebbero accettato di andare ad accorparsi alla provincia di Treviso o a quella di Vicenza (o in parti a entrambe): e che essi propendevano per accorparsi con BOLZANO, cioè fuori dalla regione Veneto. E’ da immaginarsi la risposta che sarebbe venuta dal capoluogo regionale (Venezia) in merito a queste pretese secessioniste (per dire: per decenni la Regione Veneto ha ingaggiato una battaglia politica e legale con la Provincia di Bolzano per rivendicare a sè l’ “appartenenza” della Marmolada).

   Del resto, sempre rimanendo in Veneto, rimane aperta la questione dell’abolita (questa sì senza possibilità di esser graziata né dai limiti di popolazione né di superficie) provincia di ROVIGO: che, da subito, i suoi esponenti istituzionali più importanti, hanno detto che mai e poi mai “andranno” con PADOVA, ma che, geomorfologicamente e storicamente si sentono più vicini a FERRARA (fuori del Veneto, anche loro… staremo a vedere…). Per non parlare dei politici di Sondrio: l’idea era quella, nel caso non fossero stati tolti dalla lista delle province da abolire, di andare ad accorparsi con la vicina SVIZZERA…      Insomma questi sommovimenti di abolizione-accorpamentodi provincie “minori”, potrebbero mettere in moto una delle proposte che ripetutamente in questo blog da tre anni facciamo: è possibile ripensare l’assetto istituzionale nazionale, superando geograficamente le attuali REGIONI e individuando delle MACROREGIONI? … più idonee a gestire al meglio i servizi alla persone, a razionalizzare i costi troppo alti degli apparati politici delle attuali regioni, a pianificare il territorio con più autorevolezza e consapevolezza del valore, anche, economico, del paesaggio di ciascuna macro-area? …A pensare a un futuro fatto nella penisola italica di MACROREGIONI ci sono molti studiosi e politici.

possibile ipotesi di MACROREGIONI

   L’attuazione di una politica federalista trova difficoltà nelle attuali venti regioni con un impianto istituzionale nella loro natura molto centralizzato… Le Macroregioni autorevoli e federaliste (qui, nella mappa, ve ne facciamo vedere una possibilità di attuazione geografica), accompagnate da un recupero forte del potere centrale nazionale (come bilanciamento al potere “nuovo” e autorevole di queste macro-aree), diventerebbero un elemento più consapevole di rapporto con il territorio, con le trasformazioni che esso viene ad avere nel panorama europeo e mondiale, con le nuove esigenze economiche e culturali che si fanno avanti (pensiamo solo a come si scardinerebbe il potere politico parassitario delle regioni del sud, se cessassero di essere suddivise in “regioni-stati” come lo sono ora).

   E le PROVINCIE allora è bene ABOLIRLE TUTTE: creare al posto di esse “enti di secondo livello”, senza rappresentanza diretta (a deciderlo potrebbero essere i sindaci dell’area provinciale); enti provinciali che inglobino in sè tutti i servizi che i comuni territorialmente e nell’economia di scala non sono in grado di fare da soli in modo efficiente: i consorzi di bonifica, lo smaltimento rifiuti, gli acquedotti, l’erogazione del gas, la gestione dell’energia elettrica e delle fonti rinnovabili, il trasporto pubblico territoriale, la manutenzione delle strade, la conservazione e il controllo ambientale, piani di assetto territoriale unici per tutto il territorio provinciale, etc…).

   Lo stesso dicasi per quanto riguarda i piccoli comuni aboliti: è comprensibile il rischio che viene percepito di “perdita di identità”: ma la cosa sarebbe ben diversa se “tutti i comuni” fossero aboliti, e al loro posto nascessero “CITTA’”, realtà omogenee, forti, in grado di offrire servizi migliori ai cittadini, di avere una minore spesa con maggiore qualità e quantità di opportunità offerte; ed essere realtà più autorevoli all’esterno rispetto agli attuali medio-piccoli comuni, frammentati, divisi (e spesso in cattivi rapporti tra loro). Lo spirito identitario “municipale”, e di servizi erogati al territorio, sarebbe ben più che salvaguardati: anzi, incentivati.

LORENZAGO, nel Cadore, comune cancellato

   Interessante che questa visione (tutti i comuni devono mettersi in gioco, accorparsi in realtà più confacenti geograficamente) sia anche del sindaco di un piccolo comune del Cadore in procinto di sparire, Lorenzago. Il sindaco Mario Tremonti (vedi l’articolo del Gazzettino che in questo post proponiamo), dopo la dovuta boutade di volere l’accorpamento con la Città del Vaticano (Lorenzago è luogo di vacanze estive dei papi…), ribadisce la sua proposta di sempre, cioè di fare dei sette comuni della parte centrale del Cadore (tra il quale il suo, che ora sarà eliminato) un comune unico chiamato “Centro Cadore”; e si chiede giustamente qual’è il criterio “scientifico” per il quale si è scelto di abolire i comuni sotto i mille abitanti (“perché mille e non duemila?”…).

   Abolizione delle Provincie (tutte); mettersi insieme (condiviso), a prescindere da limiti demografici ma in un contesto geomorfologico, economico e identitario uguale, di tutti i COMUNI IN UNICHE CITTÀ (l’idea migliorata del progetto del “Comprensori” di trent’anni fa). Inoltre la costituzione di tante AREE METROPOLITANE e le MACROREGIONI a sostituzione delle consunte attuali dispendiose e poco efficaci Regioni. L’emergenza economico-finanziaria può diventare un volano a un nuovo più innovativo assetto geografico dei nostri ambienti di vita?

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29 LE PROVINCIE “ABOLITE”

(dal blog http://rete.comuni-italiani.it/blog/20050)

Ma quali sono le province che attualmente hanno meno di 300.000 abitanti? In tutto sono ben 37 su 110 e sono elencati nella tabella seguente. I valori indicati sono basati sui dati Istat al 31 dicembre 2010.

   Bisogna tener presente che anche se fosse confermato il valore limite dei 300000 abitanti, ci potrebbero, almeno in teoria, essere comunque delle variazioni nell’elenco quando verrà applicata la regola, in quanto è stato indicato che verranno utilizzati i dati del Censimento Nazionale 2011. Questi dovrebbero essere disponibile nel 2012 ma solo in “via provvisoria” , i dati definitivi potrebbero essere disponibili solo nel 2013 (i dati definitivi del Censimento 2001 furono rilasciati dall’Istat il 22 dicembre 2003).

   Si salvano dal taglia-province solo due regioni: l’Abruzzo e la Puglia. Se il taglio fosse confermato, l’Italia cambierebbe non poco da come la conosciamo oggi, non sarebbero più capoluoghi di provincia città storiche come Gorizia, Benevento e molte altre.

   IL DECRETO PREVEDE PERÒ IL SALVATAGGIO DELLE PROVINCE “LA CUI SUPERFICIE COMPLESSIVA SIA SUPERIORE A 3.000 CHILOMETRI QUADRATI”, per cui le seguenti province, pur avendo un numero di abitanti inferiore alla soglia stabilita, non vengono abolite:
Belluno (213.474 abitanti, 3.678 kmq) – Veneto
Grosseto (228.157 abitanti, 4.504 kmq) – Toscana
Matera (203.726 abitanti, 3.446 kmq) – Basilicata
Nuoro (160.677 abitanti, 3.934 kmq) – Sardegna
Olbia-Tempio (157.859 abitanti, 3.399 kmq) – Sardegna
Oristano (166.244 abitanti, 3.040 kmq) – Sardegna
Siena (272.638 abitanti, 3.821 kmq) – Toscana
Sondrio (183.169 abitanti, 3.212 kmq) – Lombardia

Quindi anche la Basilicata, come regione, si salva.

   Ecco la lista completa delle province con meno di 300.000 abitanti e meno di 3.000 kmq, e che rischiano quindi di sparire, in tutto sono 29 province,:

Calabria: 2 su 5
– Crotone (174.605)
– Vibo Valentia (166.560)

Campania: 1 su 5
– Benevento (287.874)

Emilia-Romagna: 1 su 9
– Piacenza (289.875)

Friuli-Venezia Giulia: 2 su 4
– Gorizia (142.407)
– Trieste (236.556)

Lazio: 1 su 5
– Rieti (160.467)

Liguria: 3 su 4
– Imperia (222.648)
– La Spezia (223.516)
– Savona (287.906)

Lombardia: 1 su 12
– Lodi (227.655)

Marche: 2 su 5
– Ascoli Piceno (214.068)
– Fermo (177.914)

Molise: 2 su 2
– Campobasso (231.086)
– Isernia (88.694)

Piemonte: 4 su 8
– Asti (221.687)
– Biella (185.768)
– Verbano-Cusio-Ossola (163.247)
– Vercelli (179.562)

Sardegna: 3 su 8
– Carbonia-Iglesias (129.840)
– Medio Campidano (102.409)
– Ogliastra (57.965)

Sicilia: 2 su 9
– Caltanissetta (271.729)
– Enna (172.485)

Toscana: 3 su 10
– Massa-Carrara (203.901)
– Pistoia (293.061)
– Prato (249.775)

Umbria: 1 su 2
– Terni (234.665)

Veneto: 1 su 7
– Rovigo (247.884)

Anche Aosta (128.230) ha complessivamente meno di 300.000 (e per questo alcuni quotidiani online l’hanno indicata tra le “province” interessate) , ma in realtà non esiste una “Provincia di Aosta” (la Valle d’Aosta non è suddivisa in province e le funzioni “provinciali” sono ripartite tra la Regione e i Comuni) per cui la manovra non dovrebbe interessarla.

(v. elenco di tutte le provincie italiane in base agli abitanti: http://www.comuni-italiani.it/provincep.html )

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PROVINCE, OLTRE AGLI ABITANTI CONTA ANCHE LA SUPERFICIE

da “il Gazzettino” del 14/8/2011

– Quelle destinate a scomparire erano 37, adesso sono scese a 29 – L’Idv denuncia: «Una “manina” ha salvato gli enti a guida leghista» – Calderoli: «Popolazione oppure estensione, si farà subito un censimento» – il ministro leghista alla Semplificazione, si è detto contrario all’abolizione di tutte le Province: “L’unica strada sarebbe quella costituzionale” –

   Le Province sono dure a morire, come dimostrano i periodici tentativi andati a vuoto negli anni passati. E anche questa volta, la lista di quelle destinate a sparire ‘ingoiate’ dalla manovra si è assottigliata da un giorno all’altro.

   Venerdì sera erano 37, ieri sono diventate 29. Mentre gli amministratori locali insorgono e minacciano annessioni alla Svizzera, l’opposizione insinua: sono state salvate le Province leghiste.
È stato il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli a illustrare la misura. «Non condivido – premette – la strada della soppressione completa delle Province. L’unica strada sarebbe quella costituzionale. Noi abbiamo previsto la soppressione di quelle che non raggiungono o i 300mila abitanti o i 3mila km quadrati di superficie. Ma il punto di riferimento è il censimento che si farà in autunno».
I numeri attuali indicano che il taglio riguarderà 29 Province, da Benevento a Lodi, da Enna a Rovigo, da Crotone a Vercelli, da Rieti all’Ogliastra. L’introduzione del criterio della superficie ne risparmia otto, tra cui Sondrio e Belluno, guidate dalla Lega.

   «Nella notte – accusa Antonio Borghesi (Idv) – una manina lesta, pur di salvare il feudo leghista di Sondrio, nonché patria del ministro Tremonti, per quanto riguarda i criteri per abolire alcune province italiane, ha aggiunto nella manovra una norma in più». Stesso sospetto ha il vicentino Giorgio Conte (Fli), secondo cui i parametri introdotti dal decreto, «del tutto opinabili e discutibili», garantirebbero «molte province a guida leghista».

   Ed era stato lo stesso presidente della Provincia di Sondrio, il leghista Massimo Sertori, a fare la voce grossa contro la minaccia del taglio. «L’intenzione – annuncia – è quella di promuovere un referendum per capire se i miei convalligiani preferiscano andare con la vicina Svizzera, oppure accontentarsi di restare in un territorio di periferia, abbandonato al suo destino dallo Stato italiano, ipotesi quest’ultima che appare la meno probabile da accettare».

   Anche dagli altri amministratori indiziati di scomparsa si levano proteste. «Quante ore occorreranno ancora al Governo – chiede il presidente della Provincia di Rieti, Fabio Melilli – per accorgersi che l’articolo 133 della Costituzione attribuisce ai Comuni e solo ad essi il potere di iniziativa per modificare le Province?». Stanislao Zurlo (Crotone): «Ho già parlato con la mia Giunta e con il Consiglio e all’unanimità abbiamo deciso di rinunciare all’indennità ed a tutte le altre concessioni che potrebbero diventare una spesa per l’Ente».

   E Clemente Mastella si mobilita per salvare la sua Benevento e parla di ‘Molisannio’, nuova entità provinciale che si otterrebbe annettendo le confinanti Valle Caudina e Valle Alifana per «superare, così, la soglia dei 300mila abitanti evitando di rientrare tra quelle istituzioni sottoposte a cancellazione».
Il decreto prevede anche che non possano essere istituite «in ogni caso» Province «in regioni con popolazione inferiore a 500mila abitanti». A partire dal primo rinnovo degli organi di governo delle Province successivo alla data di entrata in vigore del provvedimento, inoltre, viene ridotto della metà il numero dei consiglieri e degli assessori provinciali. La soppressione delle Province, infine, determina anche il taglio degli uffici territoriali del governo che vi hanno sede.
Dalle Province ai piccoli Comuni, obbligati ad associarsi e unificarsi. E scoppia il caso di Lorenzago, in provincia di Belluno, dove è di casa il ministro Giulio Tremonti, quasi cugino del sindaco Mario Tremonti. Che provoca: «Allora noi ci accorpiamo con il Vaticano! In tempi non sospetti – aggiunge il sindaco – ero stato io a proporre l’unificazione dei sette comuni cadorini in un comune unico, quello che avrei chiamato Centro Cadore. L’unificazione dei Comuni al di sotto dei 1000 abitanti, invece, non so quanto efficace potrà essere: perché, se si fa un taglio, è per avere un vantaggio, per migliorare anche in servizi, giusto? Ma allora perché mille e non duemila?».

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I PICCOLI COMUNI IN RIVOLTA: “COSTIAMO COME 3 PARLAMENTARI”

da “la Repubblica.it” del 14/8/2011

   Le “poltrone” tagliate sarebbero solo 21 mila e non 54 mila. Il costo reale di tutte le piccole amministrazioni non arriva a 5 milioni di euro annui. I centri minori sovraintendono ad una popolazione di oltre un milione di italiani e al 5 % del territorio nazionale, la maggior parte del quale a rischio idrogeologico. Gli amministratori comunali dei piccoli centri rifanno i conti alla manovra del governo. E denunciano “il pressapochismo dell’esecutivo”, snocciolando i loro dati. Eccoli.
LA MAPPA DEI COMUNI A RISCHIO 1
Il taglio degli amministratori comunali. Sono solo quasi 21 mila le “poltrone” che salterebbero con l’accorpamento dei piccoli comuni e non 54 mila come detto dal ministro Calderoli. Inoltre, la maggior parte di questi amministratori, non percepisce alcuna indennità per il proprio lavoro pubblico.
I risparmi presunti e quelli reali. Alla luce del testo della manovra – dicono gli amministratori dei piccoli comuni – i risparmi si attesterebbero, nell’ipotesi che tutti gli amministratori applichino il massimo delle indennità, oggi vigenti, ad euro 2.298.000, ma considerato che più del 50% degli amministratori dei piccoli comuni non ritira le indennità e pochissimi risultano essere assessori esterni, il risparmio ipotetico si ridurrebbe, al massimo, a soli 1.150.000 euro, pari al costo annuo di due deputati e mezzo; per i cittadini amministrati (1.100.000) il costo è pari ad euro 1,04 all’anno.

   A seguito del decreto legge n. 2 del 2010 oggi in vigore, nell’ipotesi peggiore che tutti gli assessori fossero esterni al consiglio comunale, aumentando così il numero degli amministratori, e tutti i sindaci, gli assessori ed i consiglieri comunali si attribuissero al massimo le indennità previste per legge, i costi di tali amministrazioni ammonterebbero ad euro 4.832.906. Il costo teorico massimo sarebbe quindi pari al costo di 11 parlamentari.
SCOMPAIONO COMUNI COME PORTOFINO E FURORE 2
I 700 milioni non risparmiati per i referendum. I piccoli comuni denunciano che nel 2010 e nel 2011 il governo non ha voluto accorpare elezioni e referendum, sprecando così 700 milioni di euro che avrebbero garantito, con quei soldi e ai costi attuali, 35 anni di vita per le amministrazioni dei centri minori. ”Vale la pena far scomparire circa 1.963 comuni che amministrano oltre un milione di persone e che rappresentano le sentinelle del 5 % del territorio nazionale, soprattutto montano, a costi bassissimi? Vale la pena sopprimere amministrazioni comunali che costano ad oggi (nella peggiore delle ipotesi sopra prospettata) ad ogni cittadino amministrato 1,04 euro all’anno?” si chiedono gli amministratori locali.
L’Associazione dei piccoli comuni ha chiesto di essere “urgentemente” ricevuta dal governo per confrontarsi con queste cifre. E minaccia di avviare immediate forme di protesta, compresa una manifestazione nazionale a Roma, con riconsegna delle chiavi dei municipi al governo, se tale incontro verrà negato.

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La campagna per l’abolizione di tutte le Province

E’ GIUSTA LA BATTAGLIA PER ABOLIRE LE PROVINCE

di Gilberto Muraro, da “il Mattino di Padova” del 12/7/2011

   Centodieci Province, la maggiore è Roma con 4,2 milioni di abitanti e la più piccola è Ogliastra con 58 mila abitanti. Quest’ultima fa parte del gruppo di quattro minuscole Province sarde create pochi anni fa e citate spesso per indicare il livello scandaloso raggiunto dal fenomeno della istituzione di nuovi enti.

   Ma lo scandalo è che la creazione di quindici nuove Province negli ultimi vent’anni è avvenuta in un contesto in cui quasi tutti i partiti e quasi tutta l’opinione pubblica si affannavano a dire che le province bisognava eliminarle. E tuttavia il paradosso si spiega facilmente ricordando che un conto è la regola per il bene comune da predicare e altro conto è la ricerca del particolare vantaggio da praticare.
Kant, con il suo imperativo categorico, sostiene che è il riferimento generale che deve guidare anche le azioni individuali, ma alle nostre latitudini non è mai riuscito a passare dai libri alle coscienze. E se non si crede che l’atteggiamento kantiano sia diffuso, diventa razionale non adottarlo: se gli altri non lo adottano, sacrificherei il mio interesse senza migliorare il mondo.

   Ecco allora che in Italia il rifiuto quasi generale delle Province coesiste con lo scambio di voti in Parlamento per crearne di nuove: oggi a me, domani a te. Lanciare un appello al popolo come ha fatto il mattino, una specie di referendum dimostrativo visto che quello abrogativo non è possibile in materia costituzionale, è quindi la via giusta. O almeno un tentativo di tenere desta l’attenzione sul fenomeno.

   Aiuta a organizzare il sostegno alle proposte di riforma costituzionale che prospettano l’abolizione delle Province o almeno, come nel disegno di legge di Paolo Giaretta (senatore del Pd), la loro trasformazione in enti di secondo livello, composte da sindaci o loro delegati, senza più cariche politiche autonome. Ma, in attesa che il peso della pubblica opinione impedisca che il gioco prosegua, si può fare qualcosa? Risposta positiva.

   Si può fare la riorganizzazione degli uffici periferici dello Stato che di solito sono insediati nel capoluogo di provincia. E’ soprattutto questo che spinge i politici a lottare per avere una Provincia in più: dietro la Provincia vengono la prefettura, il tribunale, le varie agenzie governative, con il loro carico di lavoro e potere.   Bene, così è stata la prassi ma non è affatto obbligatorio che le due cose vadano insieme.

   La Commissione tecnica per la finanza pubblica, ai tempi di Padoa Schioppa, l’aveva dichiarato forte e chiaro e aveva individuato nella concentrazione di tali uffici una via efficace di riduzione della spesa pubblica. Una prefettura di norma dovrebbe servire 500.000 abitanti; i tribunali dovrebbero essere concentrati per consentire la specializzazione dei giudici, che rappresenta il più importante fattore di produttività nella giustizia; e così via.
Purtroppo la battaglia per il federalismo, ovviamente concentrata sugli enti locali, ha fatto dimenticare il peso di questo apparato periferico statale. Eppure, riorganizzare tali uffici, più ancora che governare la finanza locale attraverso i costi standard, potrebbe riequilibrare i flussi dei trasferimenti pubblici da Nord a Sud. E indirettamente, impedendo che si attendano altri uffici pubblici statali, aiuterebbe a far vincere anche la battaglia contro le Province. (Gilberto Muraro, 12/7/2011)

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Sulla riorganizzazione dei comuni (tutti) leggi anche quanto in questo blog già pubblicato:

https://geograficamente.wordpress.com/2010/01/13/proposte-geografiche-%e2%80%93-le-riforme-geoistituzionali-urgenti-unire-i-comuni-in-citta-di-almeno-60-000-abitanti-abolire-il-ruolo-politico-delle-provincie-farle-solo-enti-di-servizi-creare-ov/

https://geograficamente.wordpress.com/2007/12/19/proposta-dieci-citta-ununica-marca-trevigiana/

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FORMIGONI TORNA ALLA CARICA “RIDUCIAMO LE REGIONI, SONO TROPPE”

di Rossella Minotti, da “il Giorno / il Resto del Carlino / la Nazione) del 27/7/2011

– il presidente della Lombardia: «ne bastano dieci» –

   IL PARTITO dei moderati italiani, che guarda al Ppe europeo e si prepara per la prossima legislatura, non troppo lontana, ha già un leader, Roberto Formigoni, ma soprattutto ha già un programma. Ardito forse, ma non irrealizzabile. Il presidente della Regione Lombardia, che già ieri grazie a un accordo con l`Anci e alla creazione di un indicatore di virtuosità è riuscito a sottrarre i Comuni lombardi alle strettoie del patto di stabilità, sta per lanciare un riordino del sistema delle autonomie regionali in Italia.

Presidente, ma per la crisi, basta tagliare i costi della politica?

«E’ un segno etico, qui al Pirellone abbiamo presentato la proposta di legge che chiede il taglio del dieci per cento degli emolumenti dei consiglieri, un taglio drastico dei vitalizi, delle spese dei funzionari e dei gruppi politici. Un segno forte, ma certo non basta».

Quindi?

«Quindi è necessario sottoporre tutta la macchina di governo del Paese a una revisione nei suoi vari livelli, per renderla più efficiente e meno costosa. La mia idea è: ridurre. Non eliminare, ma concentrare le funzioni. I Comuni ad esempio, quelli con meno di cinquemila abitanti, non voglio cancellarne l`identità. Ma ad esempio accorpare l`ufficio anagrafe porterebbe notevoli risparmi. Le Regioni poi, sono troppe e troppi piccole, non sono in grado di competere. Io propongo di ridisegnarne i confini riducendole a dieci, al massimo dodici».

Scusi, ma perché i suoi colleghi presidenti di Regione dovrebbero accettare questo inevitabile ridimensionamento?

«Perché è intelligente. E poi il mondo sta cambiando, e molto velocemente. Se non accettiamo di rimetterci in discussione tutti meglio che andiamo a casa. Guardi che sta per saltare l`economia degli Stati Uniti d`America. Chi non cambia è perduto. Comunque già molti presidenti di Regione approvano la mia idea, anche il ministro Rotondi».

Però non siamo riusciti a eliminare le Province, cosa che pure era chiesta da più parti politiche.

«Infatti io non parlo di eliminazione, ma di accorpamento. Si potrebbero eliminare totalmente, ma visto che il Parlamento non riesce e che l`ordine del giorno che ne chiedeva l`abolizione è stato bocciato, io dico di ridurle da 107 a 40».

Ha parlato di questa sua idea con il segretario Angelino Alfano?

«No, ma a settembre comincerò a proporla a deputati e senatori per articolare una proposta unitaria».

Più facile sembra il percorso che lei vuole intraprendere in Lombardia sul versante sanitario.

«Con un`autoriforma potremmo ridurre le aziende ospedaliere da 30 a 24, e le Asl che oggi sono 11 ad appena 3 o 4 cambiandone le funzioni. Diventerebbero agenzie di controllo. Ovviamente non parlo di chiudere ospedali, ma di concentrarne la gestione, per un risparmio di qualche decina di milioni di euro».

A proposito di ospedali, possibile che Regione Lombardia fosse totalmente all`oscuro dell`enorme buco di bilancio del San Raffaele?

«Il San Raffaele è un`azienda privata. La Regione ha sempre controllato la qualità dei servizi sanitari, che, tengo a ribadire, sono di grandissima qualità». (….) (Rossella Minotti)

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UNA MACROREGIONE PER CURARE IL SUD

di Giorgio Ruffolo, da Il Manifesto del 23/07/2010

   La Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) è un’istituzione seria, autorevole, competente. Una di quelle che ci permettono di non disperare di questo paese. Pur nel suo linguaggio, per ormai lunga tradizione asciutto e discreto, il messaggio del suo ultimo rapporto (L’economia del Mezzogiorno) (…) è particolarmente inquietante. Per il Mezzogiorno e per l’intero paese. «L’Italia – ammoniva Giuseppe Mazzini – sarà quel che il Mezzogiorno sarà».

   L’immagine che emerge del Mezzogiorno in questo rapporto non fa bene sperare dell’uno e dell’altra. Condensiamola, questa immagine, in pochi tratti. Economica, sociale e (forse gli autori esiterebbero a definirla così) morale. Il ritratto economico del Mezzogiorno è solitamente riassunto nel divario del prodotto pro capite rispetto al Centro Nord, che è rimasto sostanzialmente immutato negli ultimi trent’anni, attorno al 40 per cento.

   Negli ultimi otto anni però il Sud è cresciuto meno del Nord e il divario è aumentato. Il Sud, in cui vive un terzo degli italiani, produce un quarto del reddito nazionale. E resta il territorio arretrato più esteso e popoloso dell’area dell’euro.

   L’attuale crisi ha colpito il Mezzogiorno molto più severamente del nord: in un anno, una contrazione del 4,5% del suo reddito rispetto all’1,5%. Ormai da otto anni il Sud cresce meno del Nord. L’industria meridionale ha subito colpi gravi (vedi Termini Imerese e Pomigliano d’Arco). Le risorse finanziarie destinate al Sud sono state in parte dirottate verso altre destinazioni. L’occupazione meridionale è diminuita tornando ai livelli di dieci anni fa. Il tasso di disoccupazione è salito al 12,5% al Sud contro il 5,9% al Nord.

   In venti anni 2milioni e 385 mila persone hanno abbandonato il Sud. Dal punto di vista del benessere, o piuttosto del malessere sociale, la qualità dei servizi pubblici (giustizia, sanità, istruzione, trasporti, servizi locali, ambiente, sicurezza) è peggiorata, così come la raccolta differenziata dei rifiuti inferiore dell’85% rispetto agli obiettivi. E gli infiniti tempi di attesa dei processi civili. La povertà è nel Sud tre volte quella del Nord. Nemmeno una famiglia su quattro guadagna più di 3mila euro al mese contro il 42% delle famiglie al Nord.

   Last, not least, la criminalità. Gli indubbi successi nella lotta alle mafie le hanno scosse, ma tutt’altro che sgominate. Le perdite sono presto compensate dai nuovi afflussi. Non solo: le mafie si estendono al Nord.  Come la Svimez afferma, quello della presenza mafiosa è l’unico divario territoriale che si sta colmando. Insomma, aveva ragione Mazzini.

   E anche l’altra presenza, degli imbroglioni piduisti, in forte espansione, sembra equamente ripartita tra Milano e Napoli. In sostanza che le due parti del paese si stanno separando economicamente e socialmente, soltanto la criminalità tende ad estendersi in tutto il paese. Perfettamente compatibile con una separazione politica. Anzi, per le mafie non c’è di meglio.

   Il Rapporto, però, non si limita a tracciare il desolante quadro. Diversamente dal riformismo chiacchierone, esso avanza le proposte di una radicale svolta della politica meridionalistica. Si tratta di tornare a una visione unitaria della “questione meridionale”. A un piano del Mezzogiorno e ad una Agenzia destinata a dirigere e a gestire progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture strategiche. Una riedizione aggiornata della “Cassa” posta sotto il controllo di un Consiglio con i rappresentanti del Governo (Ambiente e Infrastrutture) e delle otto Regioni.

   Si ricostituirebbe così uno spazio di programmazione unitario del Mezzogiorno, una “macroregione”. La proposta si avvicina molto a quella, ancor più radicale, che è stata da me avanzata che prevede una riforma costituzionale, con la formazione di uno Stato federale composto da due macroregioni (del Nord e del Sud), legate da un patto e mediate da un governo nazionale con un presidente della Repubblica eletto dal popolo.

   Il Rapporto Svimez costituisce un’occasione per realizzare un riforma costituzionale ispirata a un federalismo autenticamente unitario; per fare finalmente del problema meridionale una grande occasione di sviluppo per tutto il paese e per l’Europa.

……………………

FEDERALISMO – UN PATTO TRA NORD E SUD

di Giorgio Ruffolo, da “Il Manifesto” del 26 maggio 2010

   Dice Valentino Parlato (il manifesto, 21 maggio) che la strada federalista «è un disastro». «Ma se proprio è inevitabile mi sembrano più ragionevoli le macroregioni (si riferisce alla proposta da me avanzata in un mio recente libro e richiamata in un articolo su Repubblica) con le quali il problema dell’unità si porrebbe più realisticamente evitando le spezzatino».

   Quella proposta è stata invece severamente criticata da Eugenio Scalfari (Repubblica del 16 maggio) secondo cui le macroregioni «sarebbero inevitabilmente la fine dello Stato unitario». Non vorrei prenderla troppo alla larga. Ma è un fatto che il federalismo non è certo un tema nuovo per l’Italia.

   Durante il Risorgimento le idee federaliste animarono correnti importanti della politica italiana. Per un certo periodo la prospettiva dell’unità nazionale restò sullo sfondo, mentre prevaleva il progetto di una confederazione degli Stati regionali italiani, presieduta dal Pontefice romano secondo Vincenzo Gioberti, o dallo Stato piemontese, secondo Cesare Balbo. L’obiettivo dell’unità era nettamente subordinato a quelli della libertà e dell’indipendenza. Fu Carlo Cattaneo a confutare con frasi sprezzanti il «sistema delle vecchie repubblichette», che andavano dissolte e sostituite da nuove aggregazioni politiche fondate sulle autonomie dei Comuni, il vero motore della storia civile italiana, confederate negli Stati Uniti d’Italia, secondo il modello americano.

   Il federalismo era comunque un patto tra soggetti storici e geografici concreti. Col tempo, la logica dei rapporti di forza favorì, grazie alla grande regia di Cavour, l’egemonia del piccolo Piemonte, che riuscì a imporsi anche a grande parte dell’opinione e dell’azione repubblicana, nel compimento dello Stato unitario centralizzato.

   Mentre trionfava il principio dello Stato unitario emergeva, rispetto al problema del rapporto tra Stato centrale e componenti regionali, quello, sempre più drammatico, del rapporto tra il Nord e il Sud del Paese che, durante la sciagurata guerra del brigantaggio, sancì la netta subordinazione del secondo rispetto al primo. Antonio Gramsci denunciò le radici classiste di quella subordinazione e additò nell’alleanza tra operai del Nord e contadini del Sud la soluzione del dramma meridionale.

   Altri, come Salvemini e Dorso, pur persuasi dell’importanza decisiva del movimento contadino, svilupparono anche l’idea dell’autonomia politica del Mezzogiorno, come forza costituente di uno Stato nazionale (che Dorso preferisse il termine di autonomismo a quello di federalismo era una questione definitoria). Non si trattava dunque di un rapporto tra lo Stato e le regioni del Sud, che, eccettuata la Sicilia, non avevano alcuna tradizione di autonomia e di personalità storica distinta. Si trattava di «dare all’Italia meridionale una costituzione federale» entro un quadro federale italiano.

   In altri termini, il federalismo (Salvemini) era considerato «l’unica via per la soluzione del problema meridionale» . Era anche allora ben presente l’obiezione che l’autonomismo ponesse in pericolo l’unità del paese. La risposta (Dorso) era che proprio la mancanza dell’autonomismo «ci riconduce nel vecchio schema della carità statale o minaccia di sbalzarci nel separatismo reazionario».

   Per carità: le condizioni del Paese sono radicalmente mutate dal tempo in cui questi testi furono scritti. Ma la minaccia che si profila oggi all’unità del paese non dipende certo dalle proposte di evocare quella istanza autonomistica ma, paradossalmente, dal modo sbagliato e distorto nel quale è stata colta. Quella istanza richiedeva un intervento economico organico e potente nella realtà meridionale, tale da realizzare una condizione di efficienza competitiva e, insieme a quella, di sviluppo civile paragonabili a quelle esistenti nel Nord.

   Nei primi decenni post bellici la Repubblica democratica si dimostrò all’altezza di questa sfida. La Cassa del Mezzogiorno realizzò nel Sud una rete di grandi infrastrutture che ne ruppero l’isolamento costituendo le condizioni di base per la crescita di attività produttive. Sorsero anche, grazie all’iniziativa delle imprese a partecipazione statale, grandi impianti sulla cui capacità propulsiva si contava per promuovere una rete diffusa di imprese produttive. E proprio questa mancò.

   Bisogna dire che a tutt’oggi non c’è una idea chiara sulle ragioni di questo fallimento. Sono però convinto che almeno una parte della risposta stia nel passaggio che, con la creazione delle Regioni, è avvenuto dalle responsabilità «tecnocratiche» a quelle «politiche» dell’intervento. Questo passaggio era senz’altro necessario; ma avrebbe dovuto verificarsi a un alto livello; quello che poteva essere assicurato da una guida politica unitaria della realtà meridionale, investita di una larga autonomia per la nascita di una classe politica capace di visione e di distacco: visione integrale e comprensiva della realtà meridionale; distacco, nella scelta e nell’amministrazione dei progetti, dalle tentazioni degli interessi personali e locali.

   La regionalizzazione dell’intervento, salvo poche esperienze apprezzabili, è stata un fallimento. Le importanti risorse finanziarie affidate alle gestione politica regionalizzata sono state in larga parte disperse secondo logiche clientelari e di corta vista, per non dire di peggio. Col tempo, questo fallimento è emerso,determinando la reazione della parte del paese, il Nord, sulla quale grava il peso maggiore del trasferimento.

   L’inefficacia dell’intervento straordinario si è rivelata attraverso un aumento del divario tra Nord e Sud del Paese, cui corrisponde un aumento generale dell’insoddisfazione politica. Questa alimenta le due forze divaricanti di un potenziale secessionismo: quella che tende a configurarsi nell’ideale, piuttosto deprimente, di un Belgio grasso (l’espressione è dello storico Omodeo) e quella che tende a dissolversi nel disordine criminale delle mafie. Dunque la minaccia del secessionismo non è ipotetica, è presente e reale e bisogna fronteggiarla. Come?

   La risposta del federalismo fiscale parte da una intenzione opposta a quella del federalismo storico: non devolvere a una unità superiore competenze e risorse oggi amministrate a livelli inferiori, ma il contrario. Lo dice chiaramente Luca Ricolfi nel suo notevole libro, Il sacco del Nord. Se non si vuole ingannare la gente con un federalismo fasullo il federalismo fiscale deve ridurre il flusso delle risorse diretto al Sud.

   Per fronteggiare la reazione delle regioni penalizzate, l’autore suggerisce di indennizzarle con una riduzione delle tasse. Ma qui la sua intelligenza si appanna. Ridurre le tasse significa, al netto, aumentare il debito pubblico, che grava sull’economia nel suo insieme e proporzionalmente, sulla parte più ricca. Cioè il Nord. Non mi pare un buon affare.

   A parte il fatto che finora non si sono fatti i conti del federalismo fiscale. Se le cifre che leggiamo nelle relazioni parlamentari sono esatte, il peso, specialmente nelle attuali condizioni, risulta insostenibile. E allora, stiamo parlando di niente. Anzi, non di niente. Stiamo parlando di una drammatica crisi di governo.

   E allora? Come si fronteggia la minaccia, attuale e reale, di secessione? Criticare le proposte sta bene. Ma quale risposta si dà a quella minaccia? Io tengo nella massima considerazione i ragionamenti di Scalfari (come sempre). E sono pronto, come ho detto esplicitamente, ad ammettere che la mia proposta comporta dei rischi. Ma il rischio peggiore è quello di non fare niente, mentre quella radicale innovazione presenta una grande occasione.

   Il centro della mia proposta, osservo, non sta nella creazione delle macroregioni. Sta nella loro funzione. Sta nel patto tra il Nord e il Sud, nel quale le due grandi parti d’Italia troverebbero finalmente le ragioni della loro unità.

   Scalfari dice giustamente che non si può considerare il divario tra il Nord e il Sud italiano alla stregua di qualunque altro in Europa. Questo divario è giunto a un punto di rottura. E allora: non è la prospettiva di un patto «drammatico» e anche rischioso la risposta che un grande paese dovrebbe dare alle minacce che incombono su di lui? (…) (Giorgio Ruffolo)

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12 thoughts on “L’ABOLIZIONE di 29 PROVINCE e dei piccoli COMUNI: un’opportunità per una virtuosa “reazione a catena” di modifica della attuale suddivisione geografica istituzionale, con la creazione di: MACROREGIONI, CITTÀ con l’unione dei Comuni, AREE METROPOLITANE

  1. Pitocco martedì 16 agosto 2011 / 8:09

    Interessante articolo, anche se sono convinto che si cambia per non cambiare. Operazione di facciata che andrà a colpire la semplice popolazione che non ha né potere né la forza di imporre la sua volontà.

  2. lucapiccin martedì 16 agosto 2011 / 8:53

    Sottoscrivo quanto scritto da Ruffolo.
    Il successo della Lega Nord tiene a un reale bisogno di federalismo “storico”, ben distinto dal federalismo fiscale. Tuttavia, le alleanze strategiche di breve termine hanno stravolto tutto il disegno politico della Lega, all’origine movimento delle autonomie (piccole patrie), oggi sclerotizzato in una forma partitica populista e obsoleta. Le ultime elezioni hanno sanzionato pesantemente queste tendenze, l’incoerenza di un partito che parla per il nord e per le periferie che producono, ma cha agisce stando al centro, proprio nel luogo che ha da sempre criticato. I risultati inconcludenti che han seguito tante parole vuote (dalla “secessione” al “federalismo”, passando per la “devolution”), sono oggi davanti agli occhi disillusi di un paese che non è eufemistico definire allo sfascio.
    Cosi ci troviamo esattamente di fronte al «sistema delle vecchie repubblichette» di cui si parla ; chiamiamolo pure il sistema delle vecchie provincette.
    Personalmente, viste da fuori (come alcuni sanno non scrivo dall’Italia), tutte le manovre in atto oggigiorno mi sembrano piuttosto ipocrite ; se non altro è lampante constatare che esse sono dettate dall’urgenza, dal bisogno di garantire la solvabilità di un sistema fallimentare sul piano finanziario.
    Pertanto, come questo blog propone da tre anni, le soluzioni esistono e sono ben più fondate che quelle proposte in fretta e furia per “rassicurare i mercati”.
    Last but nont least, vorrei sottolineare da modesto geografo, che locale e globale non possono più essere separati in comprtimenti stagni e che la fiscalità non potrà essere risanata pienamente senza cercare i soldi là dove stanno. Detto altrimenti è inutile sopprimere enti locali, introdurre nuove tasse, “stringere le (altrui) cinture” o punire i “fannulloni”. Sarebbe molto più intelligente di seguire i tedeschi (sempre loro guardacaso), e come propone Angela Merkel, adottare una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali. (Se ne è già parlato in questo blog in tempi non sospetti).
    Che ci stanno a fare i G8, G20, Consigli Europei e tutte queste costose riunioni che il contribuente finanzia da anni ? Che ne è dei paradisi fiscali di cui tanto si è parlato ?

    Una reale riforma delle CITTA’, comme proposta da Geograficamente, e una migliore regolamentazione internazionale, sarebbero un grande passo verso una vera e propria governance dei territori, cio’ che manca oggi in Italia, ma anche in altri paesi.

  3. Marta Sartorini martedì 16 agosto 2011 / 11:15

    E’ crisi, la Casta taglia le pensioni degli italiani, ma non tocca le proprie.

    Per i parlamentari il diritto al vitalizio scatta dopo soli cinque anni di mandato. Con contributi molto bassi. E con compensi incassati anche prima dei 50 anni. Così 2.307 tra ex deputati ed ex senatori si mettono in tasca ogni mese fino a settemila euro netti, un costo annuale per gli italiani pari a circa 200 milioni di euro.

    Firma anche tu e fai firmare perchè fin da subito il servizio reso al Paese valga come un normale anno di lavoro, ed anche i parlamentari ricevano la pensione come tutti gli italiani una volta raggiunti i requisiti che loro impongono a noi.

    Petizione online:
    http://www.petizionionline.it/petizione/via-subito-i-vitalizi-ai-parlamentari/4792

    Un anziano, un giovane lavoratore ed ora purtroppo anche molte famiglie, non ce la fanno ad arrivare a fine mese e loro continuano a pesare in questo modo sulle nostre tasche. Chiedono sacrifici ma non sono disposti a farli!

    Una ingiustizia che deve finire, subito!

    Se hai qualche dubbio te lo toglierai sicuramente leggendo i dati in questa inchiesta:
    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/pensioni-doro-tutti-i-nomi/2157568

    Via dunque fin da subito tutti i vitalizi, anche quelli già in corso, a meno che il parlamentare non abbia l’età per andare in pensione come un normale lavoratore.

    Io ho firmato, firma anche tu

    Marta Sartorini

  4. fantino22 martedì 16 agosto 2011 / 15:40

    Sarò meno articolato, quanto più schietto di chi mi ha preceduto nei commenti: OK la progressiva abolizione delle province, ma si sa a chi dare la gestione dei servizi che oggi spettano alle province? La tecnologia sarebbe anche disponibile, sappiamo organizzarla?

  5. Wiz mercoledì 17 agosto 2011 / 14:14

    condivido la posizione di abolire le province che sono un doppione, hanno poco potere e costano senza dare alcun valore aggiunto; questo dovrebbe portare anche all’accorpamento dei comuni, 1000 e’ poco! non dovrebbero esistere comuni sotto i 5000 abitanti, non e’ solo un risparmio, soldi che vanno in mille rivoli, comunelli praticamente attaccati governati da giunte diverse che non hanno la capacita’ di superare le divisioni e organozzarsi per dare servizi efficenti.
    Comuni grandi ed efficenti capaci di contrattare la qualita’ e il costo dei servizi.
    Comuni piu’ indipendenti che all’interno delle regole dello stato e delle regioni siano in grado di legiferare e gestire il territorio.
    Facciamola finita con i campanilismi, la fest del paese si puo’ fare lostesso, invece che fest del comune x si chiamera’ festa del quartiere o della frazione, cerchiamo di non essere ridicoli.

    Detto cio’:
    ma quando iniziamo a colpire in modo serio gli evasori fiscali, a ridurre i parlamentari a equiparare il loro stipendio agli stadard europei che i ns (poco) onorevoli tirano in ballo ogni qual volta ci impongono i balzelli?, e i loro vitalizi e i doppi e tripli incarichi

    Il pesce puzza sempre dalla testa

    • tobia martedì 12 aprile 2016 / 21:53

      Soppressione comuni sotto i 5000 abitanti, l’Uncem Campania dice “no”
      Contrario anche il deputato Pd Simone Valiante.
      Alla proposta di legge sulla soppressione dei comuni al di sotto dei cinquemila abitanti, d’iniziativa dei deputati Lodolini, Fanucci, Zoggia, Ascani, Paola Boldrini, Bruno Bossio, Fedi, Fragomeli, Gandolfi, Giuseppe Guerini, Lattuca, Naccarato, Patriarca, Pelillo, Petrini, Salvatore Piccolo, Porta, Sbrollini, Valeria Valente, Zan, per i quali “La proposta di legge nasce dall’esigenza di trovare un efficace meccanismo per ridurre l’elevata frammentarietà dei comuni italiani” e quindi fondere i comuni sotto i 5.000 abitanti, in modo obbligatorio, Vincenzo Luciano, presidente dell’ Uncem Campania risponde “no”
      Sulla propria bacheca facebook, anche Simone Valiante, esprime il proprio dissenso «Dopo anni di discussione della legge a tutela dei Piccoli Comuni che stiamo, tra mille ostacoli e con grande fatica, insieme ai colleghi Iannuzzi e Borghi, portando avanti, la Ragioneria generale dello Stato arriva in Commissione con una relazione volumetrica ma soprattutto il sottosegretario Baretta oggi ci spiega che si deve ragionare in una logica di accorpamento. Chiaritevi le idee, ma io non rinuncio alla nostra battaglia a difesa dei Piccoli Comuni. Dopo le Province dobbiamo cancellare anche i piccoli comuni?».
      «Mi pare un fatto grave che lede la democrazia della rappresentanza istituzionale. I comuni sotto i 5.000 son tantissimi e quasi tutti rurali e montani. L’ Uncem ha avviato una mobilitazione nazionale su ciò cercando di coinvolgere anche le Regioni,vedi Piemonte, Toscana, Lombardia. La cosa è brutta, e diventa anche più pesante se guardiamo al clima che ancora esiste contro i nostri Enti Montani. Noi vogliamo le Unioni dei comuni Montani, che trasformano e rilanciano l’esperienza delle CC.MM. ma senza una visione restrittiva e punitiva di quanto è avvenuto con le nostre Istituzione in montagna.- spiega il presidente Luciano– Ottimizzare le risorse, razionalizzare, tagliare, accorpare, fondere, queste sono le politiche per le aree rurali e montane? Non bastano uffici postali chiusi, scuole, presidi sanitari, trasporti, negozi, il nostro credito cooperativo, ed ora anche i nostri Comuni. Come si fa a pensare di porre un limite numerico alla rappresentanza democratica ed istituzionale dei piccoli comuni? Sotto i 5.000 abitanti non esisti, ti devi fondere o ti taglio i fondi. I piccoli comuni in Italia son il 70% degli 8006 comuni; s’intende cancellare un pezzo fondante della storia democratica e civile del nostro Paese, s’intende cancellare l’identità stessa della nostra Nazione fatta di comunità e della nostra gente. Non meritiamo neanche la rappresentanza istituzionale dei nostri territori e dei nostri cittadini! Aggregazioni e fusioni se pure servissero a migliorare qualità e servizi, perché non devono partire dal basso e con la volontà delle comunità? Dispiace dover ancora sottolineare e far capire l’importanza strategica dei nostri territori per l’intero Paese, come sia importante rafforzare, invece di strozzare e restringere, la rappresentanza democratica, politico-istituzionale, proprio per evitare disgregazione ed abbandono. In montagna e nelle realtà interne e rurali, mai come in questa fase, possiamo contribuire a disegnare un diverso destino economico del sistema Paese. Risorse naturali, ambientali, energia rinnovabile, green economy, sono il futuro. Bisogna capire che abbiamo bisogno di una governance forte ed autorevole che, senza conservatorismi, eviti neocolonizzazioni sui nostri territori. In Campania dobbiamo esaltare l’esperienza delle Comunità Montane, trasformandole in Unioni dei Comuni Montani per rilanciarle con altre funzioni e gestione di servizi. Ma bisogna evitare fughe in avanti, figlie di logiche che tendono a restringere la democrazia istituzionale e il pieno dispiegamento democratico dei nostri comuni montani. Bisogna aggiungere invece di togliere, sapendo, tra l’altro, ed è bene ricordarlo, che Presidenti, assessori, consiglieri non costano un euro nei nostri Enti Montani. Si dia attuazione alla legge sui piccoli Comuni ferma da due anni in parlamento, si superino alcune criticità della Delrio e si vada avanti per questa strada.
      I nostri territori e i piccoli comuni hanno pagato e pagano certamente di più per le cattive politiche, che per la nostra posizione geografica. Ora Basta! Anche in Campania la mobilitazione è in atto; terremo a giorni una nostra Assemblea generale con Sindaci ed amministratori, per dire NO a chi pensa di chiudere la nostra rappresentanza democratica e chiederemo alla Regione, a cominciare dal Presidente De Luca, di sostenere la nostra battaglia.»

  6. GIANFRANCO mercoledì 17 agosto 2011 / 15:37

    LA POLITICA NON HA MAI FATTO QUALCOSA CHE NON FOSSE UN TORNACONTO SPERIAMO CHE L’ EUROPA LO IMPONGA COME UNA NECESSITA’ PER I CITTADINI.

  7. Giovanni giovedì 18 agosto 2011 / 14:13

    Se gli abitanti di Sondrio si uniscono alla Svizzera ci fanno un piacere enorme.
    Auguri!!!

  8. anna lunedì 10 ottobre 2011 / 14:55

    VANNO ABOLITE IMMEDIATAMENTE……PIU’ STANNO LI’ PIU’ I SOLDI SE NE VANNO…. SOLO NELLE LORO TASCHE… SONO INUTILI, DIRIGENTI INUTILI OLTRECHé FANTASMI IN CARNE ED OSSA:::: VERGOGNA!!!!

  9. cionna lamberto mercoledì 12 ottobre 2011 / 8:01

    il costo della politica non è causata dai piccoli comuni, che quasi tutti gli amministratori svolgono il ruolo gratis.

  10. pablo domenica 10 giugno 2012 / 17:51

    abolire queste “piccole” province sarebbe di per se’ giusto ma rimane il problema di riorganizzare le regioni: la liguria e l’umbria rimarrebbero con una sola provincia il molise addirittura con zero e trieste che e’ capoluogo di regione per assurdo si ritroverebbe senza provincia… bisognerebbe prima pensare a come risolvere queste problematiche
    p

  11. Francesco venerdì 13 luglio 2012 / 20:43

    Ma mi sorge una domanda forse stupida, ora che la provincia di Asti non esiste più, quando qualcuno spedisce corrispondenza verso Asti, cosa scrive tra parentesi per indicare in che provincia si trova Asti?

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