Il GOVERNO ECONOMICO EUROPEO proposto da Germania e Francia come debole rimedio alla grave crisi dell’Europa – la necessità di creare un’UNICA AUTORITA’ POLITICA EUROPEA (democraticamente eletta) che autorevolmente conduca il nostro continente a nuove vie di comune benessere

Merkel e Sarkozy propongono la Tobin Tax e un governo economico dell'Europa

   Così com’è oggi il mondo “sta meglio” di dieci anni fa. L’affacciarsi di paesi ed economie emergenti (Cina, India, Brasile, Russia, Sudafrica…) significa che centinaia di milioni di poveri (che sempre lo sono stati poveri) hanno incominciato a intravedere concretamente segnali di benessere per sé le loro famiglie, i loro figli. Con tutte le contraddizioni, di sfruttamento umano e ambientale, che alcuni dei paesi appena citati stanno rappresentando per le loro popolazioni (ci riferiamo in particolare alla Cina…).

   Pertanto nell’ultimo decennio si sono affacciate al benessere materiale (che molto spesso coincide con servizi veri alla “salute”, all’ “istruzione”…) persone che vivevano in miseria e povertà: anche per loro la possibilità di mandare i figli a scuola, di avere la lavatrice e il frigorifero, e l’automobile per spostarsi, viaggiare… (beni assai importanti nella quotidianità).

   Dove per decenni non son riusciti a cambiare le cose il liberalismo, il socialismo, la teologia della liberazione, gli aiuti allo sviluppo (più o meno interessati…), la rivoluzione verde (imposta dalle multinazionali chimiche per impoverire ancor di più)…. dove non sono riusciti slanci sinceri ideali e/o ideologici, oppure volontà meno nobili di dominio nella politica e nell’economia…. Ebbene, nell’ultimo confuso decennio (2001-2011) segnato dal trionfo della globalizzazione, senza alcuna ideologia dominante (se non quella del “consumo”), la crescita mondiale nell’economia è stata la più grande di tutti i decenni dal dopoguerra in poi.

   Non sono pertanto cresciute in ricchezza New York, Londra, Parigi… ma Pechino, Bombay, San Paolo del Brasile (quest’ultima nella sua area metropolitana fatta da venti milioni di persone, ora divenuto il centro finanziario e industriale dell’America Latina…), e tanti altri luoghi, urbani e non, dove fino a qualche decennio fa persisteva una miseria assoluta… (ribadiamo, con tutte le contraddizioni sociali ed ambientali che una crescita così rapida può portare).    Volete capire il vero significato, la vera origine della crisi e della decadenza economica della ricca Europa e degli Stati Uniti? Ebbene, sta proprio qui: nella fine della povertà per tanti milioni di persone nel sud (e nell’est) del Mondo. Come non esserne felici? (specie da parte di chi denunciava e vorrebbe denunciare le disuguaglianze mondiali).

   Allora è da chiedersi cosa può fare la “nostra” Europa (dove peraltro si vive ancora meglio rispetto a qualsiasi altra parte del mondo: nei servizi alla persona, nelle opportunità offerte a ogni cittadino…) per superare il suo stato di crisi presente, che negli aspetti finanziari ed economici rischia di peggiorare assai nel prossimo futuro….. la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna… ed ora l’Italia (con minacce che interessano quasi tutti i 17 paesi dell’ “area dell’euro”, la cosiddetta Eurozona..) la crisi di questi Paesi mostra, in questo vortice difficile da controllare, che il “ritorno alla povertà” non è un pericolo impossibile… se non si avviano riforme strutturali, se non si cambia modello di vita (meno consumistico ora basato sullo spreco) e se non si esprime con convinzione una volontà politica e geografica europea comune.

in AZZURO la Zona Euro con 17 Stati; in MARRONE gli altri Paesi UE che non hanno adottato l'euro; in VIOLA i Paesi che hanno deciso un'adozione unilaterale all'euro; in VERDE i Paesi membri che, in deroga al Trattato di Maastricht, si riservano di stabilire un'eventuale ingresso nella zona euro tramite un prossimo referendum

   Diamo in questo post alcune notizie e riflessioni sullo “stato di fatto” dell’Europa in difficoltà e della necessità di “fare un salto oltre l’ostacolo” con riforme e nuove politiche che creino nuova ricchezza, lavoro, e un contesto nuovo dove le singole nazioni (e i loro egoismi) siano superati dall’avvento di quello che tanti chiamano “Stati Uniti d’Europa”.

   Un’Europa che instaura una nuova collaborazione (di sviluppo economico e culturale) con i paesi e i popoli del Mediterraneo che si affacciano a nuovi valori La terra e l’ambiente, come nuovo volano di sviluppo integrato tra luoghi, persone che vivono con forme agricole di qualità e si riappropriano positivamente dei territori spesso abbandonati. Sviluppi innovativi in quei settori avanzati specializzati in cui gli italiani sono assai bravi (quei prodotti di nicchia di cui la penisola italica si è sempre caratterizzata, ora supportati dalla necessità di sviluppare la ricerca scientifica…) … insomma un “rimettersi in gioco” che ora stenta a venire ma diventa sempre più necessario.

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Borse negative e sistema finanziario in crisi

BUSSOLE (di Ilvo Diamanti – da “la Repubblica.it” del 18/8/2011)

LA DEMOCRAZIA E LA PIAZZA (AFFARI)

   “No Taxation without Representation”, recita un detto diffuso nelle democrazie liberali. (Dal tempo della Rivoluzione americana, nel XVIII secolo, contro il colonialismo inglese.) Se così fosse, se così è, come dubitare del sostegno popolare alle pesanti manovre imposte dai governi ai cittadini delle democrazie colpite dalla lunga e reiterata crisi dei mercati globali? Come dubitare che i cittadini ne possano, potranno capire i motivi?

   I cittadini globali: si sentono naturalmente rappresentati – e anzitutto informati. Sanno bene che il PIL è il termometro che misura la salute delle nostre economie. La “nostra” salute. Il PIL. Guai se non cresce abbastanza. Se stagna o peggio: declina. E i listini delle Borse (iniziale maiuscola), come possono ignorarli, i cittadini?

   Tutti, naturalmente, edotti sul significato del Nasdaq, sull’importanza del Ftse Mib, del Ftse All Share, per non parlare del Ftse Star. Quando ci si incrocia per strada, la prima domanda è: come va Dow Jones? E poi è scontato: la “gente comune” è sempre lì, davanti al computer e alle reti satellitari, a seguire l’andamento dei listini. Dovunque nel mondo. Perché le Borse non chiudono mai. C’è sempre una borsa che opera, nel mondo, mentre un’altra chiude. Taiwan, Seul, Sidney, Tokio, Kuala Lumpur Bangkok. Wall Street. Le piazze europee. Una Borsa tira – e trascina – l’altra.
La “gente comune”, a cui si chiede di coprire il debito e il deficit nazionale – e di mantenere la speculazione globale – pagando le tasse, è sempre lì. Per essere sempre informata, per andare sul sicuro, si danno i turni, in famiglia. Davanti alle reti satellitari e ai pc. La “gente comune” si sente rappresentata: dalla classe politica, ma, più ancora, dagli agenti di borsa, dagli operatori di mercato. Dagli speculatori.
I cittadini, naturalmente, “sanno”: che il problema è originato dalla solvibilità degli Stati. O meglio, dalla in-solvibilità del debito accumulato da “alcuni” Stati. Tutti conoscono il significato di “insolvibilità”. Figurarsi.  Provate a chiederlo al nonno, alla zia, al vostro anziano – ma anche giovane – genitore. Al vicino di casa che lavora in fabbrica. Al compagno di ufficio e di scuola. Vi risponderanno con prontezza e competenza.

   Sul debito della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo. Su quello della Spagna. A maggior ragione, su quello dell’Italia. D’altronde, tutti, ma proprio tutti, ormai, conoscono Trichet. Quello che, per conto della BCE, annuncia l’acquisto di BTP e BOT. Con effetti espansivi per le mitiche Borse. La BCE. Lo sanno tutti cosa sia e quanto conti per la nostra vita. Trichet: uno di casa. Come Draghi, d’altronde.

   Tanto più Strauss-Kahn. Proprio lui, Direttore del FMI, fino a poche settimane fa. Personaggio del Jet set, ne hanno parlato tutti i rotocalchi, tutti i TG, perfino il TG 1. Dominique Strauss-Kahn, confidenzialmente DSK, come lo chiamano normalmente mia suocera, mio padre e i miei vicini di casa. Proprio lui. Quello che, tra una crisi finanziaria e l’altra, inseguiva le cameriere degli hotel, perché, come dice un importante Uomo di Stato italiano, bisognerà pure far fronte agli stress continui, in questo mondo eternamente in crisi… DSK. Uno di famiglia.

   Come altri stranieri di cui, invece, abbiamo imparato a diffidare un po’. Morgan Stanley, ma soprattutto Standard & Poor’s. Per gli amici: S&P. Fratelli coltelli. Che si divertono a terrorizzare le nostre Borse, minacciando di togliere la tripla A. Peggiorando il Rating ora di questo, ora di quello. Ogni mattina, in effetti, noi ci alziamo, ci guardiamo allo specchio e, prima di lavarci il viso, ci stropicciamo gli occhi e ci chiediamo: come sarà il mio Rating, oggi? E il mio Spread? Perderò la tripla A? Di che umore saranno i fratelli S&P? E quel vecchio marpione di Morgan Stanley?
Per cui, bando ai dubbi e alle preoccupazioni sullo stato del nostro Stato e della nostra Democrazia. Ciò che avviene sui mercati globali è comprensibile e compreso da tutti i cittadini. I quali si sentono pienamente rappresentati da chi li governa. Altrimenti non pagherebbero i costi di questa crisi globale. Che in alcuni Paesi risultano particolarmente pesanti.

   Per fare un esempio a caso: nel nostro. Sempre il peggiore, secondo il PIL e gli indici di Borsa. Anche se fino a ieri si era detto – lo aveva garantito il nostro governo – che non abbiamo nulla da temere. Perché la nostra economia, la nostra credibilità sui mercati, lo stato dell’Italia, il PIL, il MIB, la BCE, il FMI: tutto ok. Per cui bisogna aver fiducia, essere ottimisti.

   Certo: c’è il problema dello Spread tra il Bund tedesco e il Btp decennale italiano, che non smette di crescere. Ma ci metteremo una pezza. Ce l’abbiamo sempre fatta. Ce la faremo anche stavolta, di fronte a questa crisi. Im-prevedibile (per il saggio Tremonti).
Intanto cerchiamo di affrontare la sfida della Tobin Tax, che, appena annunciata da Sarkò e la Merkel, ha generato tanta inquietudine fra gli operatori di Borsa e spinto gli indici al ribasso.
Insomma, tutto è chiaro e trasparente in questa economia globale. Possiamo stare tranquilli. Le democrazie non corrono rischi. E possono continuare ancora a lungo a colpi di taxation, senza problemi di representation.

   Come si sa, la credibilità del ceto politico e delle classi dirigenti, oggi, è saldissima. Le proteste “indignate”, le esplosioni violente dei giovani, il crescente peso dei populismi: un raffreddore per l’organismo sano della nostra Democrazia. Dove i cittadini, come nell’Atene di Pericle, si incontrano e discutono del presente, ma soprattutto del futuro, pardon: dei futures. Insieme, riuniti nell’Agorà. Cioè, nella Piazza.
Affari.

(Ilvo Diamanti)

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CHE COS’È IL GOVERNO ECONOMICO EUROPEO

da http://www.ilpost.it/ del 17/8/2011

– L’hanno proposto Merkel e Sarkozy, insieme a nuove misure per ridurre il debito e tenere a bada la crisi nell’eurozona –

   Mercoledì 16 agosto il presidente francese Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel si sono incontrati a Parigi per parlare della crisi economica che sta colpendo l’Europa e di come affrontarla, considerato che le economie dei loro due paesi sono tra le più importanti per mantenere stabile l’euro e l’economia tra i paesi che aderiscono alla moneta unica.

   L’incontro non è stato semplice: Francia e Germania erano divise su diversi punti per affrontare la crisi e le notizie sull’andamento del loro prodotto interno lordo, con una crescita più bassa del previsto, ha gravato sull’incontro.

   I due leader, che non vogliono dare l’impressione di decidere da soli le sorti dell’economia in Europa, hanno detto che i governanti degli Stati dell’Unione dovrebbero riunirsi con maggiore frequenza, almeno due volte l’anno, per coordinare al meglio le loro politiche sulla spesa pubblica e sulle nuove imposizioni fiscali. Sarkozy e Merkel hanno anche proposto che l’attuale presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, assuma l’incarico di capo dell’eurozona per meglio coordinare le politiche economiche dei vari paesi.

   L’idea, spiegata nella conferenza stampa da Nicolas Sarkozy, è quella di istituire una sorta di governo economico che coordini il lavoro dei 17 paesi che aderiscono all’euro. Il nuovo gruppo di lavoro potrebbe riunirsi mensilmente e avere un presidente stabile per due anni e mezzo, a cominciare da Van Rompuy. La proposta non è stata accolta con particolare entusiasmo dagli altri Stati dell’Unione, ma del resto si è trattato di un semplice annuncio e mancano i dettagli su quali poteri potrà avere il governo economico europeo.

   Angela Merkel ha invece ribadito la necessità di mantenere i conti in ordine nei diversi Stati dell’eurozona e ha annunciato un piano per far inserire nelle loro Costituzioni un articolo che renda chiara la necessità del pareggio di bilancio. Il cancelliere tedesco ha poi affossato per l’ennesima volta l’ipotesi delle obbligazioni europee (quelle che vengono spesso definite erroneamente eurobond), che consentirebbero ai paesi maggiormente indebitati come Italia e Spagna di ottenere prestiti a tassi di interesse più bassi rispetto agli attuali.

   Una simile soluzione penalizzerebbe però le nazioni le cui economie sono più in salute, come la Germania, dove i tassi aumenterebbero rispetto ai livelli attuali. Merkel ha aggiunto che un simile strumento potrà avere un senso solo quando l’Unione avrà un sistema fiscale unico, un processo che richiederà ancora molti anni prima di essere realizzato.

   Gli annunci di Merkel e Sarkozy sono stati accolti con freddezza dai mercati, che si aspettavano qualche novità più consistente e concreta dall’incontro tra i due leader. I toni rassicuranti non sono serviti a tranquillizzare gli investitori e la Borsa di New York ha chiuso in negativo (le Borse europee erano già chiuse al momento della conferenza stampa da Parigi).

   I mercati temono che la rigidità imposta al sistema economico per ridurre l’indebitamento dei paesi possa danneggiare la crescita. Un timore condiviso anche dal direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, che ha invitato i governi a trovare un giusto equilibrio tra tagli alla spesa e misure tese a sostenere la crescita, evitando così una nuova pericolosa fase di recessione.

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DA LISBONA ALL’ASSE PARIGI-BERLINO. LA CRISI DEL SOGNO COMUNITARIO

di Giuseppe Sarcina, da “Il Corriere della Sera” del 18/8/2011

– Ridimensionato il ruolo della Commissione, viene meno anche il contrappeso inglese – Un governo delle Cancellerie contro il disegno di Europa corale –

   Se diventerà regola, la nuova «dottrina» franco-tedesca segnerà un cambiamento profondo nella storia (non solo recente) della costruzione europea. Il Trattato di Lisbona, così faticosamente accettato dai 27 Stati dell`Unione, di fatto diventa un reperto di modernariato giuridico. Il disegno di un`Europa comunitaria, corale, più partecipata dai cittadini, viene spazzato via dal governo delle Cancellerie.

   Con una conferenza stampa la leader tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy potrebbero aver azzerato un decennio di sforzi, di creatività politico-normativa alla ricerca dei necessari equilibri. Una stagione cominciata nel 2002 con la Convenzione europea guidata da Giscard D`Estaing (con Giuliano Amato vice presidente) e culminata con l`adozione della nuova Costituzione europea, entrata in vigore il primo dicembre 2009.

   L`emergenza economica rischia di riportarci indietro di trenta-quarant`anni, con la differenza che i «direttori franco-tedeschi» di allora (uno su tutti quello Mitterrand-Kohl) lavoravano per «allargare» il perimetro politico, per rendere più «orizzontale» l`Unione; mentre questo (Merkel-Sarkozy) opera per «restringere», per «verticalizzare».

   A che cosa servirebbero i «poteri rafforzati» del Parlamento europeo se le decisioni strategiche passeranno comunque dal tavolo permanente dei Capi di Stato e di governo? Nella architettura della Carta di Lisbona è implicito un ruolo di maggior peso per sei Paesi: Germania e Francia, certamente, ma anche Italia, Spagna e Polonia.

   Con il tentativo di accorciare sempre più le distanze con la Gran Bretagna, il battitore libero dell`Unione. Se passa lo schema Merkel-Sarkozy, gli inglesi si chiamerebbero automaticamente fuori e il «no» britannico alla «Tobin tax», la tassazione delle transazioni finanziarie, va letto come un rifiuto politico a tutto tondo.

   Londra, forse, non aspetta altro: è estranea all`euro e, per il momento, appare al riparo degli attacchi della speculazione. Non solo: tutti i governi di Sua Maestà (con l`eccezione del primo Blair) hanno più subito che favorito i progressi dell`Unione europea. Ma il punto è: se viene meno il contrappeso inglese che esercita ancora una forte influenza nei Paesi dell`Est, il baricentro delle decisioni scivolerà inevitabilmente e stabilmente lungo la linea tra Berlino e Parigi. E se il criterio con cui misurarsi diventa solo l`economia è evidente quanto possa diventare impalpabile la dimensione di Italia, Spagna e Polonia.

   Ma non è tutto. Ancora dieci anni fa la parola di Pedro Solbes, l`allora commissario agli Affari economici di Bruxelles valeva cento volte di più di qualsiasi «rating» o di una seduta di Borsa. Negli anni d`oro del «patto di stabilità» (intelligente o stupido che fosse), erano i mercati a chiedersi che cosa pensassero a Bruxelles. E non viceversa, come accade oggi.

   Il «governo economico» prefigurato da Merkel-Sarkozy azzera il ruolo della Commissione europea.  Tutto l`apparato degli Affari economici potrebbe trasformarsi, nel giro di poche settimane, in un semplice ufficio studi al servizio dei Capi di Stato e di governo.

   Diventa un esercizio impietoso scomodare le grandi visioni di Altiero Spinelli o di Jacques Delors per confrontarle con il mesto ripiegamento dell`attuale presidente della Commissione, José Manuel Durao Barroso. Ma ancora: se viene svilita l`istituzione comunitaria per eccellenza, chi ci rimette (politicamente) sono gli Stati piccoli e medi. Non a caso l`Italia, per oltre quarant`anni, è stato il Paese più «comunitario» di tutti. (Giuseppe Sarcina)

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QUEL VIRUS CHE ARRIVA DALLA GERMANIA

di Giangiacomo Nardozzi, da www.lavoce.info/ del 12.08.2011

   Se l’euro esiste è perché Mitterrand e Kohl si accordarono su uno scambio: l’unificazione della Germania dopo la caduta della Ddr contro la rinuncia al marco tedesco a dimostrazione dell’impegno per un’Europa non solo unita ma anche coesa. Ora, però, i tedeschi se ne sono dimenticati e non sono più disposti a pagare il prezzo di una Unione monetaria che si estende dal loro ricco e ordinato paese ad altri in condizioni diametralmente opposte.

   Concentrata sui problemi dei singoli paesi via via attaccati sui mercati finanziari, la Grecia prima poi Italia e Spagna, l’Europa sembra dimenticare il problema di fondo, quello tedesco. Eppure è proprio per scongiurare anche il minimo rischio di un’Europa tedesca, dopo due guerre mondiali, che si è fatto l’euro.

   Sembra svanito il ricordo di come si giunse rapidamente alla moneta unica dopo che apparve inevitabile, con il crollo del blocco sovietico, l’unificazione delle due Germanie, tanto temuta che Francia e Inghilterra fecero sapere a Gorbaciov di auspicare un invio di carri armati russi nella Ddr. L’euro origina dallo scambio, concepito da Mitterrand e Kohl, tra accettazione del nuovo grande stato tedesco e rinuncia al marco a dimostrazione dell’impegno per un’Europa non solo unita ma anche coesa.

   Così concepito, il patto non poteva contemplare la fine dell’euro che, in punto di pura logica, dovrebbe rimettere anche in discussione l’acquisizione dei lander orientali. E infatti, l’ordinamento dell’euro non prevede neppure l’uscita di un paese aderente.

   Mentre, a garanzia della persistenza della fiducia tedesca nella moneta unica, il suo governo, affidato a una banca centrale indipendente, è analogo a quello del vecchio marco e sono previste, con il patto di stabilità, regole di finanza pubblica che impediscano di profittare, danneggiandolo, del bene pubblico costituito dall’euro.

CHI METTE IN DISCUSSIONE L’EURO

La speculazione che si è scatenata sui mercati finanziari è un attacco alla moneta europea. Motivato, certo, da debolezze specifiche dei singoli paesi e per l’Italia dalla palese inettitudine del Governo, ma al fondo mossa dalla percezione, ben suffragata dai fatti, che la Germania stia mettendo in discussione la stessa sopravvivenza dell’euro.

   Non si tratta tanto di un contagio tra economie deboli quanto di un virus che viene dal governo dell’economia più forte, dal quale non è immune neppure il mercato dei titoli dello stato francesi nonostante l’asse che lega il suo governo alla Germania nella direzione dell’Europa.
È un’illusione pensare di venirne fuori con l’uscita dall’Unione monetaria del Paese dal quale sono iniziati i problemi, la Grecia. Sarebbe l’inizio della fine dell’euro, una fine rapida perché, una volta registrata la prima uscita, i mercati si chiederebbero se non sarebbe opportuno che anche altri paesi, a cominciare dall’Italia, escano e si comporterebbero di conseguenza esercitando una pressione speculativa insostenibile. Rivedremmo la storia della crisi dello Sme del 1992.

IL PREZZO DI UNA GERMANIA EUROPEA

L’euro ha piuttosto bisogno di un’iniezione di fiducia. Invece, dopo tutte le difficoltà frapposte dal governo tedesco nell’affrontare la questione greca, con il caso italiano si è andati oltre mostrando ai mercati che la difesa dagli attacchi speculativi istituzionalmente esercitata dalla Bce va meritata con l’adozione di precisi e molto articolati programmi di governo.

   Programmi che, data la perdurante eccitazione dei mercati, potrebbero venir richiesti alla stessa Francia e che non sarebbero divenuti così necessari se il governo di Berlino non avesse fatto precipitare la situazione in nome del virtuoso cittadino tedesco che non vuole pagare per gli altri.

   Ma cosa poi dovrebbero pagare i bravi cittadini tedeschi? Nulla se i mercati finanziari fossero convinti della tenuta dell’euro che gli stessi tedeschi mettono a rischio. E poi, la nazione tedesca non si è forse rafforzata con l’unificazione dopo il crollo del muro di Berlino? Non è per caso un furbo comportamento, quasi all’italiana come nel detto “passata la festa gabbato lu santo” quello tedesco che, incassata l’unificazione, ora non è più disposto a pagarne il prezzo di una Germania europea concordato a suo tempo? (Giangiacomo Nardozzi)

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CHE COS’E’ LA TOBIN TAX

L’imposta sulle rendite finanziarie costruita su un “falso” storico

da “la stampa.it” del 17/8/2011

   Evocata a più riprese, come spettro per alcuni, come toccasana secondo altri, la celebre Tobin Tax è stata periodicamente riesumata sotto forma di un’imposizione sulle transazioni finanziarie contro le speculazioni.
Battezzata così dallo statunitense premio Nobel per l’Economia James Tobin, questa tax – ma è più precisamente un’imposta – aveva come intento originario quello di colpire le transazioni internazionali valutarie per disincentivare, penalizzandole, le speculazioni a breve. Un’idea accantonata dopo la sua proposizione nel 1972, poi ripresa da diversi esponenti politici ed economisti di vari paesi.
Un’idea che naturalmente piacque alla sinistra più vicina ai movimenti no global (in Italia la caldeggiò tra gli altri, negli anni novanta, l’allora leader di Rifondazione Comunista Bertinotti). Ha vantato tra i suoi fan una composita schiera che andava dall’ex presidente brasiliano Lula al venezuelano Chavez, ma anche all’ex ministro delle Finanze britannico Gordon Brown. La verità è che il nome di questa “tax” risulta, anche oggi a seguito della proposta Merkel-Sarkozy, abusato oppure impropriamente attribuito.
Lo stesso suo “papà” James Tobin, scomparso nel 2002, prese un po’ prima della morte le distanze da chi sventolava quel vessillo nel suo nome dicendo: «Non ho niente a che vedere con i sedicenti rivoluzionari antiglobalizzazione». L’imposta, egli corresse, nella sua formulazione originaria si applicava solo alle transazioni valutarie al fine di diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio.

   E tutti i soldi ricavati mica andavano ai governi, no, ma alla Banca Mondiale: per trasferirli in ultima analisi ai poveri del mondo. Non alle casse erariali. Quindi l’imposizione di cui si dibatte, per l’ennesima volta, oggi in Europa deve a rigore trovare un altro nome per non falsare la storia.  (“la Stampa.it” del 17/8/2011)

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la scheda

EUROBOND, LA PANACEA CONTRO LA CRISI
– Se il debito diventa comunitario – Li vuole Tremonti, li benedice Soros, ma che cosa sono? –

di Fabio Savelli, da “il Corriere della Sera.it” del 18/8/2011

   Gli eurobond sono titoli pubblici congiunti a livello di Eurozona. Invece di essere garantiti da singoli stati membri, godrebbero della “copertura” comunitaria, dando così maggiori garanzie agli investitori istituzionali e spuntando condizioni di provvista che la gran parte dei paesi – ad esclusione della virtuosa Germania – sarebbero incapaci di spuntare da soli.

   Ma quale agenzia sovranazionale sarà responsabile della loro emissione? Presumibilmente le obbligazioni europee verrebbero emesse sotto il controllo dei ministri Ecofin appartenenti all’Eurozona, secondo un teorico consiglio di amministrazione centralizzato costituito da membri della Bce e della controparte europea del Fondo Monetario Internazionale.

   A chi gioverebbero? Soprattutto agli stati membri meno virtuosi, perché attualmente per ogni punto percentuale in più di costo sul debito (certificato dal valore dello spread tra i bond governativi dei Paesi Ue e il bund tedesco, preso come metro di riferimento) il controvalore in termini di spesa pubblica corrisponde a circa 19 miliardi di euro, obbligando i paesi emittenti a piani di rientro “lacrime e sangue” per essere credibili agli occhi dei mercati nel tentativo di garantirsi liquidità per sostenere le spese correnti.

I MODELLI – Sulla falsariga del paventato meccanismo di emissione degli eurobond già da ora agiscono due fondi di salvataggio comunitari, il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (Efsm) e il fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf), i cui titoli collocati sul mercato hanno fatto registrare rendimenti piuttosto modesti rispetto ai bund tedeschi, in una forbice tra i 40 e i 70 punti base (i Bonos spagnoli e i Btp italiani, prima degli ultimi interventi della Bce, veleggiavano ampiamente sopra quota 300).

LE RESISTENZE TEDESCHE – Tutto semplicemente perfetto, ma a pagare sarebbero i tedeschi, che dovrebbero accollarsi la scarsa credibilità degli altri Paesi. Ecco perché alcuni esperti hanno osservato che l’istituzione degli eurobond comporterebbe una quota sproporzionata di potere fiscale per la Germania, che accetterebbe l’emissione di obbligazioni comunitarie soltanto avendo enormi margini di manovra in questo ambito o in alternativa armonizzando i sistemi di tutti i Paesi dell’eurozona, evitando così sperequazioni. In altri termini, abbandonando il principio della sovranità nazionale, come da anni chiedono insigni economisti come Roubini e Fitoussi. Il punto è tutto qui. (Fabio Savelli)

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LA TOBIN TAX SPACCA L’EUROPA – I MERCATI BOCCIANO MERKEL-SARKOZY

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 18/8/2011

– Berlino e Parigi: niente fondi a chi non taglia il debito –

   Robin Hood non abita più qui. Un`accoglienza prudente tra i paesi partner dell`Ue, molte critiche dal settore finanziario e l`incertezza che continua sui mercati.

   Il patto franco-tedesco non convince davvero nessuno. Dopo la bocciatura degli eurobond e del rafforzamento del Fondo salvaStati, le nuove perplessità vanno in direzione della famosa Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, divenuta a sorpresa la bandiera del piano presentato martedì da Nicolas Sarkozy e AngelaMerkel.

   La possibile approvazione di una misura che dovrebbe scoraggiare la speculazione e portare nuovi introiti nelle casse pubbliche ha subito generato un fuoco di sbarramento nel comparto bancario e finanziario. Contrari anche diversi governi europei, fra i quali quello britannico, molto attento alle esigenze della piazza di Londra.

   «Qualsiasi tassa deve essere applicata a livello globale altrimenti le transazioni non faranno che spostarsi laddove non saranno tassate» ha detto un portavoce del ministero delle finanze britanniche. La stessa obiezione è stata espressa da Svezia, Olanda e Polonia. L`Irlanda ha chiesto che il prelievo venga esteso almeno ai ventisette paesi membri dell`Ue.

   La proposta di introdurre la tassa, che per assonanze non solo fonetiche con le gesta dell`eroe della foresta di Sherwood è stata chiamata anche “Robin tax” (da non confondere con quella italiana sull`energia), non piace. Gli annunci di Sarkozy e Merkel infatti sono stati accolti male dai mercati. Chiusura negativa per le Borse di Francoforte e Londra (-0,77% e -0,49%), mentre sono invece riuscite a risalire nel pomeriggio Parigi (+0,73%), Milano (+1,27%D) e Madrid (+0,62%).

   L`effetto Tobin Tax ha colpito soprattutto le banche e le società che gestiscono i circuiti di borsa. In particolare sono sprofondate la London Stock Exchange (-2,81% a Londra), la Deutsche Boerse (4,97% a Francoforte), Nyse Euronext (-4,73% a Parigi). Nonostante le critiche, Francia e Germania porteranno in Europa la proposta già all` inizio di settembre, convinti che la tassa possa riequilibrare un sistema ormai datato. La stessa Commissione europea lavora da tempo su una misura simile e presenterà una valutazione del suo potenziale economico prima del G20 di Cannes.

   Il cammino della proposta franco-tedesca appare decisamente in salita. Le economie emergenti Cina, India, Brasile non vogliono sentirne parlare, così come gli Stati Uniti di Obama. Anche l`Italia non è favorevole: il premier Silvio Berlusconi definì la tassa «ridicola». La misura rischia anche di aprire un nuovo braccio di ferro con la Banca centrale europea, che teme effetti distorsivi sul funzionamento dei mercati. Sia l`attuale presidente Jean-Claude Trichet, che il suo successore Mario Draghi, hanno espresso diversi rilievi di natura tecnica su un tale prelievo.

   Il nuovo tandem «Merkozy» – come viene soprannominato tra gli operatori di Borsa – dovrà ancora faticare per riconquistare la fiducia degli investitori. Ieri il mercato dei titoli di Stato è rimasto stabile, ma solo grazie agli acquisti della Bce. In assenza degli eurobond (secondo alcune stime costerebbero alla Germania 47 miliardi di curo l`anno) e di una maggiore dotazione economica del fondo Salva-stati, gran parte degli analisti è convinta che la tensione sui debiti sovrani ricomincerà molto presto. Ieri è stata mandata a Bruxelles la lettera con le proposte franco-tedesche per una nuova governance dell`Eurozona.

   Oltre alla riunione semestrale di un Eurocouncil formato dai capi di Stato e di governo e presieduto da Herman van Rompuy, Francia e Germania chiedono sanzioni e tagli ai fondi strutturali per i paesi che non rispettano obiettivi di bilancio e regole sul deficit. Ma anche su questo sarà difficile raggiungere un consenso tra i paesi membri. La stessa Commissione europea ha più volte rifiutato l`ipotesi delle sanzioni, vedi alla voce Grecia. (Anais Ginori)

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PER EVITARE IL COLLASSO DEI MERCATI SERVE UNA FEDERAZIONE EUROPEA

dal sito http://www.mfe.it/ – 5/8/2011

   Il tracollo dei mercati europei di ieri è un evidente segno della scarsa fiducia nella capacità dell’Unione e dell’Eurozona in particolare di fronteggiare la crisi e nella capacità degli Stati europei di sopportare in autonomia il peso del debito pubblico.

   Se pure gli Stati Uniti si dimostrano incapaci di risollevarsi da soli e di reggere il confronto con le potenze emergenti, in particolare con la Cina, ormai l’alternativa per l’Europa è chiara: unirsi in modo pieno, o avvitarsi in una pericolossima spirale di speculazioni, deflazione e recessione.

   Era chiaro da tempo che i problemi in Europa non riguardano esclusivamente i paesi più deboli o vulnerabili come Grecia, Irlanda e Portogallo,  ma derivano da un problema strutturale dell’attuale assetto istituzionale europeo, definito come “una moneta unica senza Stato”.

   L’aumento negli spread, la crisi di fiducia in Spagna ed in seguito in Italia, una dell’economie più rilevanti dell’eurogruppo, hanno definitivamente rimosso ogni dubbio; è vano sperare nei soli piani di rilancio e di rigore dei singoli Stati nazionali europei, perché questi non hanno la forza per essere credibili. L’austerità non è un segnale sufficiente, in assenza di un solido ed effettivo impegno per lo sviluppo a livello continentale.

   I meccanismi di salvataggio sviluppati a livello europeo negli ultimi mesi sono intrinsecamente inadeguati alla situazione e non risolveranno i problemi degli europei. Il fondo salva stati è costruito sulla base delle garanzie dei singoli governi, ma la prospettiva di un effetto domino che porti al tracollo anche le economie europee più solide mina alla base qualsiasi dispositivo intergovernativo, rivelandone la natura paradossale.

   La situazione non potrà migliorare finché una nuova strategia non verrà decisa e attuata a livello continentale; solo una Federazione europea che dia finalmente l’unità politica agli europei e quindi credibilità verso il resto del mondo, avrebbe il potere e la forza di rialzarsi dalle sabbie mobili della crisi.

   La consapevolezza della necessità di optare per la scelta federale è giunta al massimo in questi giorni, nel dibattito pubblico a tutti i livelli; mentre la casa brucia ed il nostro futuro è messo in discussione, è arrivato il momento di agire: che i governi trovino il coraggio di fondare la Federazione europea e che i cittadini si mobilitino perché l’Europa scelga la giusta alternativa tra unirsi o perire!  (Movimento Federalista Europeo)

…………………………..

L’analisi federalista

VERSO UNA FINANZA FEDERALE EUROPEA

di ALBERTO MAJOCCHI, da “L’Unità Europea”, mensile del Movimento Federalista Europeo – 29/7/2011

   Con lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti ha inizio nel 2007 la più grave crisi che l’economia mondiale abbia dovuto affrontare a partire dalla seconda guerra mondiale. L’origine della crisi è di natura finanziaria: le banche statunitensi hanno concesso mutui ipotecari per l’acquisto delle case di proprietà anche a famiglie a basso reddito, con l’obiettivo dichiarato di favorire l’accesso di tutti alla proprietà della casa.

   In realtà, la garanzia per le banche era costituita dal fatto che la sempre crescente domanda di immobili favoriva un continuo aumento del prezzo delle case e il valore immobiliare della casa rappresentava la garanzia reale per il rimborso del mutuo: se i nuovi proprietari non erano in grado di pagare le rate del mutuo, le banche potevano sempre rivalersi prendendosi la casa e mettendola sul mercato a un prezzo superiore a quello di acquisto e, quindi, all’ammontare del mutuo.

   La proprietà diffusa della casa favoriva inoltre la concessione di ulteriori prestiti alle famiglie, che potevano così acquistare a credito l’arredamento per la casa, l’automobile e altri beni di consumo. L’uso generalizzato delle carte di credito per gli acquisti correnti, ben al di là delle possibilità economiche delle famiglie, rappresentava un ulteriore tassello per l’espansione della domanda e, quindi, della produzione. Un regno di Bengodi, costruito però su un castello di carta: la continua espansione del credito.

   A un certo punto la piramide crolla quando scoppia la bolla immobiliare e le banche sono costrette a richiedere il rientro sui crediti concessi. Cominciano per molti istituti le difficoltà finanziarie finché la crisi si manifesta in tutta la sua gravità con il fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre 2008.

   Ma la crisi finanziaria fa anche emergere con chiarezza la debolezza strutturale dell’economia americana. La domanda interna eccede – ormai da anni – la produzione domestica, e la differenza viene colmata attraverso importazioni nette di beni dall’estero (ossia le importazioni eccedono le esportazioni). A questo deficit esterno si aggiunge il deficit del bilancio federale.

   E questi squilibri vengono gestiti attraverso importazioni di capitali provenienti dalla Cina, ma anche da altri paesi industrialmente emergenti: per utilizzare l’enorme avanzo di bilancia dei pagamenti e l’accumulo che ne consegue di riserve valutarie, questi capitali vengono infatti investiti su larga scala in Treasury bonds americani.

   Nello stesso tempo, le importazioni di beni di consumo a prezzi molto inferiori a quelli americani consentono da un lato di garantire un enorme mercato di sbocco per i prodotti dei paesi industrialmente emergenti e, d’altro lato, di sostenere il tenore di vita delle famiglie americane nonostante la contenuta dinamica dei redditi pro capite, soprattutto per le classi medio-basse.

   Il sogno di una crescita americana senza limiti, sostenuto dalla bolla immobiliare, dall’espansione creditizia, dal ruolo del dollaro come moneta internazionale e dalla piazza finanziaria di New York che attira capitali dal resto del mondo, si interrompe bruscamente con l’esplosione della crisi finanziaria.

   La crisi, nata negli Stati Uniti, diventa ben presto una crisi mondiale. Le banche americane hanno venduto titoli “tossici” (che non hanno nessuna probabilità di essere coperti dai pagamenti di coloro che hanno ricevuto il prestito) impacchettati in altri titoli di natura diversa che vengono rivenduti sui mercati internazionali.

   Ben presto anche le banche europee sono coinvolte nel dissesto delle banche americane, obbligando gli Stati europei ad intervenire a sostegno del sistema bancario con forti iniezioni di denaro pubblico. Al contempo, le banche, in gravi difficoltà finanziarie, sono costrette a restringere il credito alla clientela, e in particolare al sistema produttivo. Le imprese in difficoltà riducono i livelli di attività produttiva e quindi si contrae il reddito delle famiglie, con un ulteriore impatto negativo sulla domanda di beni di consumo. La crisi si estende al settore reale e coinvolge ormai, anche se in misura diversa, tutte le altre aree industrializzate del mondo.

   Di fronte al rischio di una recessione su scala mondiale gli Stati reagiscono con forza superando la tendenza a limitare sempre più l’intervento pubblico prevalsa dai tempi di Reagan e della Thatcher e finanziano pesantemente l’economia reale, garantendo al contempo – in particolare in Europa – i livelli di occupazione attraverso l’uso esteso degli ammortizzatori sociali. (…).

   Il reddito delle famiglie tiene e gradualmente i processi produttivi riprendono un ritmo più sostenuto.  Ricominciano a crescere con tassi elevati soprattutto i paesi di nuova industrializzazione e l’espansione della domanda mondiale sostiene le esportazioni dei paesi forti, in particolare della Germania, che cresce ormai anche grazie ad una accresciuta dinamica del mercato interno. Ma emerge subito che la crisi si è trasferita dal settore privato al settore pubblico.

   Il caso più emblematico è rappresentato dall’Irlanda, che per anni è stato presentata come un modello da imitare. Per salvare il sistema bancario in crisi, il governo irlandese è costretto a enormi iniezioni di liquidità a favore del sistema bancario domestico e questa accresciuta spesa pubblica porta il disavanzo irlandese al 32,3 % del Pil nel 2010.

   In Grecia il governo conservatore, con l’obiettivo di portare la dracma nell’euro, ha invece nascosto la polvere sotto il tappeto, facendo risultare un disavanzo inferiore al 3% del Pil, conformemente ai vincoli imposti dal Trattato di Maastricht. Ma quando il nuovo governo guidato dal socialista Papandreou arriva al potere, scopre e denuncia pubblicamente l’enorme buco dei conti pubblici (il disavanzo in Grecia ha raggiunto il 10,5% nel 2010 e lo stock di debito il 142,8%). I mercati finanziari reagiscono immediatamente con una perdita di fiducia che rende più difficile il collocamento delle nuove emissioni di titoli greci, e scoppia così la crisi del debito sovrano.

   I paesi deboli dell’area euro (i c.d. Pigs – Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, secondo lo spregiativo acronimo anglosassone) sono fortemente penalizzati dal mercato, che ritiene che non siano più in grado di far fronte ai loro impegni. Per emettere titoli pubblici necessari per finanziare i loro disavanzi devono pagare tassi di interesse sempre più elevati, con un impatto fortemente negativo sull’equilibrio della finanza pubblica.

   Il rischio di default di questi paesi provoca una reazione degli altri paesi dell’area euro che, dopo lunghe ed estenuanti trattative, predispongono
la concessione di un prestito alla Grecia di 110 miliardi di euro – e un ulteriori prestito di dimensioni simili viene successivamente definito per evitare che la Grecia debba ricorrere al mercato prima del 2014 -, in cambio di un piano di severe misure restrittive in un paese in cui il Pil è diminuito in termini reali del 4,5% nel 2010 dopo una caduta del 2,0% nel 2009.

   E, dopo aver concesso un prestito di 85 miliardi all’Irlanda (di cui 35 destinati al salvataggio delle banche), un piano di dimensioni leggermente inferiori – pari a 78 miliardi di euro – viene varato per il salvataggio del Portogallo.

   Ma le conseguenza politiche si fanno sentire pesantemente. Il governo tedesco perde importanti elezioni regionali, mettendo in evidenza l’avversione dei contribuenti tedeschi per operazioni di salvataggio di paesi considerati colpevoli di aver gestito in modo scorretto la finanza pubblica, dimentichi del fatto che un’enorme quantità di titoli dei paesi che oggi si trovano a dover fronteggiare una grave crisi finanziaria sono stati acquistati dalle banche tedesche (dai dati della Banca dei Regolamenti Internazionali emerge che le banche tedesche detengono 62 miliardi di dollari di titoli dei paesi periferici dell’area euro, di cui 22,7 miliardi di titoli greci), attirate dagli elevati tassi che si possono lucrare su questi titoli. E nelle recenti elezioni finlandesi, un nuovo partito anti-europeo raggiunge il 19% dei voti. (…)

IL PIANO DI RILANCIO E LA COSTRUZIONE DI UNA FINANZA FEDERALE

   A fronte dell’aggravarsi della crisi del debito sovrano e alla lentezza della ripresa dell’economia europea, i paesi membri dell’Unione europea si trovano stretti in una morsa sempre più rigida: da un lato hanno dovuto adottare misure, molte onerose e di efficacia immediata, per far fronte al rischio di fallimento di interi settori, sia finanziari che industriali; d’altro lato, sono stati costretti a far fronte all’esigenza ineludibile di sostenere i
lavoratori che hanno perso il posto di lavoro e, in generale, le classi di reddito più basse che soffrono in misura maggiore degli effetti della crisi.

   Il tutto in una situazione della finanza pubblica che si deteriora endogenamente per la contrazione delle entrate a seguito della caduta del reddito, e che è altresì vincolata dalla necessità di non superare in misura significativa la soglia indicata dal Trattato di Maastricht per evitare di essere fortemente penalizzati dal mercato.

   In considerazione delle difficoltà di bilancio che gravano sui paesi dell’area euro e che ne limitano pesantemente la possibilità di mettere in atto un’efficace politica di rilancio, è opinione ormai largamente diffusa che un ruolo decisivo per sostenere la ripresa debba essere giocato dall’Unione europea, riducendo le tensioni sociali che stanno diventando insostenibili in molti paesi e allentando – attraverso gli effetti espansivi automatici sulle entrate fiscali – i vincoli che gravano sui bilanci nazionali.

   Ma le risorse di bilancio dell’Unione sono limitate e, comunque, i governi sembrano al momento impegnati a discutere le misure di salvataggio senza preoccuparsi di mettere in atto un piano di più ampio respiro. Per cercare di uscire da questa impasse occorre quindi che i federalisti sappiano promuovere al più presto un’iniziativa per avviare – in piena sintonia con iniziative analoghe che stanno prendendo piede all’interno del Parlamento europeo – la realizzazione di un progetto politico che preveda la creazione per tappe di una finanza federale in Europa, lungo le linee seguite in passato per arrivare alla moneta unica.

   E il punto di partenza per l’elaborazione di questo piano è rappresentato dalla consapevolezza che la crisi attuale segna la fine di una fase del processo di crescita dell’economia europea, e che dalla crisi attuale non si esce con una politica che mira unicamente al sostegno della domanda di beni di consumo.

   Per avviare la ripresa in Europa è invece necessario promuovere la realizzazione di un modello di sviluppo sostenibile sul piano economico, sociale e ambientale; in conseguenza, il motore di questa nuova fase di sviluppo è rappresentato dagli investimenti pubblici per la produzione non soltanto di beni materiali – necessari, come le infrastrutture (trasporti, energia, banda larga) – bensì anche immateriali, in particolare investimenti per la ricerca di base e per l’istruzione superiore e mirati al sostegno dell’innovazione tecnologica, al fine di promuovere un incremento della produttività e della competitività dell’industria europea, giunta ormai alla soglia della frontiera tecnologica.

   Ma questo rilancio degli investimenti pubblici si scontra, in Europa e negli Stati membri, con il vincolo di bilancio: in conseguenza alle restrizioni finanziarie diffuse in tutti i paesi dell’area euro, dal 1980 al 2010 la quota degli investimenti pubblici sul Pil si è invece ridotta da più del 3,5% a meno del 2,5%. Come è stato sostenuto recentemente anche nel rapporto Europe for Growth. For a Radical Change in Financing the EU, presentato dai parlamentari europei Haug, Lamassoure e Verhofstadt, il rilancio dell’economia europea richiede una forte inversione di tendenza, con un ammontare di nuovi investimenti pubblici pari all’1% del Pil europeo, ossia di circa 100 miliardi di euro.

   In questa prospettiva, per uscire dalla crisi finanziaria che frena la crescita degli investimenti e, in conseguenza, del Pil in Europa, con le gravi tensioni sociali che ne conseguono e con la difficoltà di risanare i bilanci pubblici in un’economia stagnante, la prima tappa del piano è rappresentata dalla creazione di un Istituto Fiscale Europeo, il cui compito principale è di provvedere al salvataggio dei paesi che rischiano di essere travolti dalla crisi del debito sovrano e di preparare il terreno per la successiva evoluzione istituzionale verso una finanza federale e l’istituzione di un Tesoro europeo. L’Istituto Fiscale potrebbe giocare il ruolo, nella costruzione di un Unione fiscale, che è stato affidato all’Istituto Monetario Europeo nella costruzione dell’Unione monetaria e come premessa per l’avvio della Banca Centrale europea.

   Un passo importante in questa direzione è stato mosso con la decisione del Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011 di procedere alla creazione di un European Stability Mechanism, anche attraverso una modifica dell’articolo 136 del Trattato che consenta di attivare il meccanismo di sostegno se necessario per garantire la stabilità dell’area euro. (…)

   Lo ESM avrà una capacità di prestito di 500 miliardi di euro e dovrebbe entrare in funzione a partire dal giugno 2013. I limiti di questo istituto sono evidenti in quanto ogni decisione circa l’erogazione dei fondi è subordinata al consenso unanime dei governi che partecipano alla decisione; inoltre la concessione dei prestiti avviene a tassi penalizzanti (il costo della provvista più 200 basis points) ed è subordinata a una correzione fiscale costosa sul piano sociale, oltre che irrealistica in assenza di una politica europea che garantisca una ripresa dello sviluppo.

   Ma questa prima fase del processo – se viene percepita dal mercato come il preludio della creazione di una vera e propria finanza federale – dovrebbe essere in grado di garantire la stabilità finanziaria dei paesi deboli e, in conseguenza, ridurre lo spread rispetto ai titoli delle aree più forti, come è avvenuto negli anni ’90 con la riduzione dei tassi di interesse per i paesi impegnati a predisporre le condizioni per l’ingresso nella moneta unica.

   In una seconda fase è necessario avviare l’emissione di eurobonds per contribuire alla provvista dei mezzi finanziari necessari per sostenere la realizzazione del piano di rilancio dell’economia europea, al fine di favorire un aumento della produttività e della competitività dell’Europa e, al contempo, di promuovere la transizione verso un’economia sostenibile.

   Al finanziamento degli investimenti capaci di garantire un rendimento sul mercato e, quindi, di coprire – con il reddito generato dagli investimenti – il costo del pagamento degli interessi e del rimborso del capitale, potrebbe provvedere con emissioni di eurobonds la Banca Europea degli Investimenti. Ma per finanziare gli investimenti destinati alla produzione di beni pubblici europei (istruzione superiore, ricerca e innovazione, nuove tecnologie, conservazione dell’ambiente, delle risorse naturali e del patrimonio artistico, energie rinnovabili, mobilità soft), che rappresentano la conditio sine qua non per assicurare una crescita sostenibile nel lungo periodo dell’economia europea, occorre, da un lato, provvedere con emissioni di eurobonds e, al contempo, garantire al bilancio europeo le risorse fiscali necessarie per il servizio e il rimborso del debito.

   Per risultare politicamente gestibile, il bilancio europeo dovrà aumentare in misura assai contenuta e non dovrà comunque superare nel medio periodo il 2% del Pil, così come suggerito già nel 1993 dalla commissione di esperti incaricata di studiare il ruolo della politica fiscale in un’Unione economica e monetaria nel rapporto Stable Money – Sound Finances. Community Public Finance in the Perspective of EMU.

   E’ evidente che, se crescono le esigenze di investimenti da finanziare con il debito europeo, si rafforza parallelamente la necessità di procedere a una riforma nella struttura del bilancio europeo. In primo luogo, occorre naturalmente prevedere il ritorno a un sistema di vere e proprie risorse proprie. Non è infatti una vera risorsa propria la c.d. quarta risorsa, che non è altro che un contributo nazionale proporzionale al Pil e che potrebbe essere sostituita da una sovrimposta europea sulle imposte nazionali sul reddito – che non verrebbero toccate dalla riforma – versata direttamente dai cittadini al bilancio europeo in modo tale da garantire una maggiore trasparenza del prelievo e rafforzare al contempo la responsabilità di chi preleva le risorse.

   Una nuova risorsa potrebbe essere assicurata al bilancio europeo con l’approvazione della proposta, avanzata recentemente dalla Commissione, di una Direttiva per introdurre una carbon/energy tax dal 2013. In una situazione in cui più chiari appaiono ormai i rischi legati ai cambiamenti climatici e sempre più urgente emerge la necessità di sostituire combustibili fossili con fonti di energia alternativa, un’imposta commisurata anche al contenuto di carbonio delle fonti di energia appare uno strumento adeguato per avviare processi virtuosi di energy-saving e di fuel-switching verso le fonti di energia rinnovabile, riducendo l’impatto negativo sull’ambiente del consumo di energia e favorendo l’introduzione di processi produttivi meno energy-intensive.

   In questa prospettiva di riforma del bilancio, l’introduzione di una tassazione delle operazioni finanziarie di natura speculativa potrebbe essere valutata nell’ottica di garantire anche uno sviluppo più ordinato del sistema finanziario internazionale. Al contempo, parte del gettito di questa forma di tassazione potrebbe essere destinata al finanziamento della produzione di beni pubblici globali, attraverso un contributo europeo per promuovere la costituzione – in accordo con gli Stati Uniti e gli altri paesi del G20 – di un fondo mondiale per lo sviluppo sostenibile.

   Nell’ultima fase, finalizzata alla costruzione di una vera e propria finanza federale, il bilancio, finanziato con risorse proprie dell’Unione, sarebbe gestito da un Tesoro europeo di natura federale, responsabile della realizzazione del piano di sviluppo sostenibile e del coordinamento della politica economica dei paesi membri.

   In questo modo crescerebbe anche l’appetibilità degli strumenti di debito emessi dall’Unione, garantiti da prelievi che affluiscono direttamente alle casse federali. Una volta realizzata questa trasformazione istituzionale, appare quindi del tutto realistico prevedere l’istituzione di un Ministro europeo delle Finanze, così come è stato proposto dal Presidente della BCE Trichet e, successivamente, dal Governatore olandese Wellink e da Jacques Attali.

   Il piano finalizzato alla costruzione di una finanza federale e all’istituzione di un Tesoro europeo dovrebbe essere oggetto di una decisione del Consiglio europeo, che fissi da subito le scadenze delle diverse tappe e, soprattutto, la data finale che segnerà l’inizio del funzionamento dell’Unione fiscale. Ma una decisione di questa natura, per quanto rilevante, non è tuttavia sufficiente. Vi è una differenza di fondo fra l’Unione fiscale e l’Unione monetaria.

   La Banca Centrale è un organo costituzionale di cui il Trattato di Maastricht sancisce l’indipendenza, con il compito – importante, ma limitato – di garantire la stabilità dei prezzi con interventi decisi in piena autonomia. Il Tesoro è un organo costituzionale di diversa natura in quanto è un principio fondamentale della democrazia che No Taxation without Representation.

   Il Tesoro può operare con efficacia solo se ha consenso e deve quindi essere soggetto al controllo democratico del Parlamento e agire nel quadro di un governo che sia rappresentativo della volontà popolare. In definitiva, la decisione di procedere alla costruzione di un’Unione fiscale, con un Tesoro e una finanza federale, deve essere accompagnata da una contestuale decisione che fissi la data per l’avvio della Federazione compiuta, che contempli in prospettiva anche una politica estera e della sicurezza europea. (…)

   Da queste considerazioni si possono trarre due osservazioni conclusive. In primo luogo, anche a seguito della crisi l’Europa è vista sempre più come qualcosa, non solo di estraneo alla vita comune dei cittadini, ma addirittura come qualcosa di ostile, che impone vincoli e sacrifici senza garantire un futuro migliore e più sicuro.

   E’ quindi tempo di cambiare, mettendo in piedi rapidamente nell’area dell’euro un piano di sviluppo per rilanciare l’economia e l’occupazione europea. Il piano si può finanziare con l’emissione di titoli denominati in euro, garantiti dal bilancio europeo e destinati a raccogliere l’enorme massa di liquidità che circola in Europa.

   Se cambiano le prospettive di sviluppo e vengono risolti i problemi legati alla crisi dei debiti sovrani può rinascere la fiducia dei cittadini, favorendo così il passaggio verso uno sbocco federale del processo di unificazione europea attraverso la creazione di un Tesoro federale responsabile della gestione del bilancio e del coordinamento della politica economica europea per promuovere uno sviluppo sostenibile.    Si verrebbe così a creare, dopo la moneta, il secondo braccio di uno Stato federale, in vista del completamento del processo con l’attribuzione all’Unione di un potere decisionale anche nel settore della politica estera e della sicurezza.

   La seconda considerazione riguarda il perimetro entro cui è possibile avviare questo processo. Il punto di partenza è rappresentato certamente dall’area euro, dove si è ormai manifestata una sempre più crescente interdipendenza e dove è possibile prevedere ulteriori sviluppi nella direzione federale.

   All’interno di questo perimetro – di cui è impossibile definire a priori i contorni, ma che non coincide certamente con il quadro dell’Unione a 27 – si tratta di prevedere quali paesi possano farsi carico del ruolo dell’iniziativa. Storicamente si è sempre partiti da un’iniziativa franco-tedesca, con l’Italia che spinge nella direzione di uno esito federale del processo.

   Il compito dei federalisti, come ai tempi della lotta per la moneta europea, è di impegnarsi per mobilitare le forze politiche e sociali, con l’obiettivo di promuovere una decisione politica da parte dei governi dell’area euro, stimolata dal sostegno del Parlamento europeo, per giungere alla creazione di un Tesoro europeo e di una finanza federale, un passo importante nella direzione di una Federazione europea compiuta. – (ALBERTO MAJOCCHI, Movimento Federalista Europeo)

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One thought on “Il GOVERNO ECONOMICO EUROPEO proposto da Germania e Francia come debole rimedio alla grave crisi dell’Europa – la necessità di creare un’UNICA AUTORITA’ POLITICA EUROPEA (democraticamente eletta) che autorevolmente conduca il nostro continente a nuove vie di comune benessere

  1. agata venerdì 19 agosto 2011 / 8:30

    Salve!

    “passata la festa gabbato lu santo” ?
    E pensare che S. Francesco ha scelto di vivere “senza feste”, così come Madre Teresa!
    Talvolta imponiamo ai Santi “certi riti”?

    Ma c’è chi guida contro mano e chi si ostina a guidare a destra o a sinistra?
    Dove?
    “Manu retta o manu manca” in GB (ad esempio)?
    E’ un caso?

    E’ necessario avere anche una sana opposizione in EU!
    Senza una sana opposizione non ci può essere neppure una sana maggioranza (e vice versa), sbaglio?
    Ma è necessario SEMPRE il dialogo costruttivo… è necessaria la serenità, sbaglio?
    Il “sistema di qualità” allora a che servirebbe?

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